lunedì 28 agosto 2023

La bella estate: la nostra recensione del film di Laura Luchetti, tratto da un romanzo di Cesare Pavese, con protagoniste Yile Yara Vianello e Deva Cassel, la bellissima figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel


Torino, in una calda domenica che potrebbe essere del 1940. L’estate toglie il respiro e presso le sponde verdeggianti dei corsi d’acqua si assiepano con i cestini da pranzo, per cercare refrigerio e godere della brezza pomeridiana, persone che sembrano uscite da un quadro di Georges Seurat: Una domenica pomeriggio all’isola della Grande-Jatte. Sulla riva ci sono tutti, nobili e proletari, dame e operaie. C’è tra loro Ginia (Yile Yara Vianello), una giovane ragazza dall’aria gentile ma poco avvenente, che è partita dalla campagna per venire a lavorare alla maglia per una importante casa sartoriale torinese. Ginia è accompagnata da un'amica e dal fratellino Severino, che ogni sera accende le luci di ogni lampione della città per conto della società del gas. L’aria è festosa, piena di chiacchiere e risate, ma tutto quasi si tace quando da una barca si tuffa in acqua, con un vestito bianco lungo, Amelia (Deva Cassel). È una ragazza dai capelli scuri e dallo sguardo magnetico, sorridente e felice come una bambina. Riemerge sulla riva vicino a Ginia come una Venere, con l’abito ormai trasparente. Da un’atmosfera simile a un quadro di Georges Seurat di colpo sembra di trovarsi nella più seducente cornice della Colazione sull’erba di Manet. Le due giovani si scambiano uno sguardo e accade qualcosa di magico quanto seducente. È l’inizio di una relazione profonda quanto forse inopportuna, trasgressiva. Amelia è una modella che spesso si offre di posare nuda per i pittori che frequentano i locali più ricchi ed esclusivi di Torino. Ha avvenenza e per questo ha molti clienti ricchi e facoltosi, ma ama passare il tempo anche con i “veri artisti”, gli autori più giovani e scapestrati, bohémien che vivono tra alcol e assenzio, sesso e sregolatezze. È in una delle bettole adibite a studio da questi giovani passionali che Ginia incontra Guido e Rodriguez, iniziando insieme ad Amelia una frequentazione curiosa, sensuale quanto “disdicevole”. Ginia arriva sempre più tardi al lavoro e rischia di perderlo. Passa il tempo a camminare per le strade e i parchi di Torino insieme ad Amelia invece che rincasare. Finisce senza invito in feste di lusso e decide infine di posare anche lei nuda, per persone che si interessano a lei solo per il suo corpo. La modella, che ammira profondamente l’amica per la sua capacità di creare vestiti bellissimi, per la spontaneità di parlare e la sua bellezza semplice e genuina, inizia a metterla in guardia, dai fin troppi pericoli che quelle affascinanti frequentazioni e in genere  la vita notturna di Torino comportano. È disposta anche ad allontanarla da lei, se questo è l’unico modo per salvarla da una spirale sempre più autodistruttiva. C’è un prezzo alto da pagare, specie quando una stagione calda e spensierata come l’estate, come la giovinezza, finisce prima del tempo. 


Cesare Pavese pubblicava nel 1949, per l’editore Einaudi di Torino, una raccolta di tre racconti realizzati in diversi periodi temporali, che prendevano il titolo dal primo di questi, La Bella estate. Il libro, le cui storie raccontavano tutte in qualche modo la perdita dell’innocenza nel passaggio all’età adulta, incontrava molto successo di critica e pubblico e vinceva nel 1950 il prestigioso Premio Strega. La narrazione di questa opera, successiva alla produzione dell’autore legata al periodo bellico e alla resistenza,  era “leggera”, “al femminile”, ma non priva di asprezze, raccontando di una gioventù che dopo le guerre mondiali e le loro mille ristrettezze era “febbricitante”  nella sua voglia di cambiamento, festa e trasgressione alle regole. In nome è per conto di una libertà rimasta a lungo repressa. 

[…]A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline […]

Pavese parlava di frenesia ma anche della disillusione che “segue alla festa”, del drammatico e doloroso ritorno al reale e al “socialmente accettabile” che gli uomini e le donne subiscono a volte anche solo meccanicamente, con l’arrivo delle stagioni meno radiose della propria esistenza, come delle malattie. Momenti di ristrettezza dalle libertà che devono in ogni caso essere accettati e accolti come un passaggio naturale. 

[…] della mia infanzia non restava altro che l’estate. Le vie strette che spuntavano dai campi da ogni parte, di giorno e di sera, erano i cancelli della vita e del mondo […]

Ma tra tante “luccicanti” parole di frenesia e pari afflati di malinconia, l’opera diveniva ulteriormente interessante quando trovava la sua sintesi positiva tra “illusione e disillusione”, tra la “libertà di trasgredire” dell’età giovanile e il “senso del dovere” dell’età adulta. Ciò avveniva attraverso un non banale sviluppo delle due protagoniste, che diventavano (anti)eroine in grado di utilizzare la loro forza per smarcarsi e smascherarsi dai rispettivi ruoli sociali. Descrivendo questo aspetto di crescita ed emancipazione Pavese risulta ancora oggi estremamente moderno, attuale e fresco e pertanto assolutamente degno di essere nuovamente celebrato da una pellicola .


La bella estate è un’opera scritta e diretta da una regista molto giovane e dal linguaggio moderno, di recente distintasi per una serie tv originale come Nudes. Ma forse proprio in virtù della modernità dell’opera di Pavese non sembra strano che la Luchetti si sia convinta a dirigere quella che è di fatto un’opera in costume. 

Un’opera che, dove non può godere della capacità espressiva unica del poeta, si ammanta della bellezza di scenografie e costumi che trasformano la vicenda (che rimane molto simile alla sua forma originale) in una serie di “quadri“, che richiamano Seurat come Manet, come altri grandi autori. Sul piano della scelta delle interpreti, la giovane figlia di Vincent Cassel e Monica Bellucci si dimostra particolarmente felice. La sua Amelia fin dalle sue primissime scene è in grado con estrema eleganza e naturalezza di catalizzare su di sé tutti i riflettori. Quando lei è sulla scena la pellicola di Laura Luchetti letteralmente risplende. Il personaggio di Deva Cassel riesce a essere eterea come una musa, sfrontata come una cortigiana, emancipata e indipendente come una donna moderna, dolente e timorosa come una donna matura e ferita. La sua è una evoluzione sorprendente, che affascina anche nel modo in cui i suoi molti cambiamenti sembrino accompagnare il passare delle stagioni, in una Torino post bellica in bilico tra industrie e luoghi d’arte, luoghi di potere e case di operi come quella di Ginia. In qualche modo è come se Amelia stessa diventasse una rappresentazione dei molti volti della città. Gli altri personaggi sulla scena ruotano un po’ come astri intorno a lei, di fatto rafforzandone desideri e timori, ma il personaggio di Genia, interpretato dalla brava Yile Yara Vianello è l’unico che in qualche modo riesce a svelare il volto più autentico di Amelia, permettendole di essere una persona al di là di un simbolo. Succede perché il viaggio interiore di Genia, sebbene più discreto, va a ripercorrere, con spirito di libertà e scoperta, ma anche con affetto sincero, alcune delle molte “tappe” della vita di Amelia. È un percorso parallelo e non giudicante che davvero mette un personaggio nei panni dell’altro, permettendo all’altro di specchiarsi nella sua vita per la prima volta. Yile Yara Vianello e Deva Cassel trovano sulla scena la giusta chimica perché questo avvenga in modo naturale, quanto realistico e doloroso. Il dialogo che si instaura tra le due ha qualcosa di magico, infantile quanto sincero, come quello degli sfrontati e seducenti Dreamers di Bertolucci. Un po’ intercambiabili gli interpreti dei due pittori Bohemian, che perennemente in bilico tra libertà artistica e necessità economica si trastullano svogliatamente, con perenne insoddisfazione e cinismo, tra una donna e l’altra. Simulacri di un’arte sfarzosa quanto per lo più vuota, i due non riescono mai a evolvere al di là delle loro pulsioni. Più interessante ma poco esplorato il personaggio del fratello di Ginia, figlio come lei di una famiglia nata lontano dalla città, ora contribuisce allo sviluppo economico della tecnologica Torino del futuro. 


La bella estate è un film che ha il difficile compito di portare sullo schermo la magia della prosa di un autore senza tempo come Pavese. Ci riesce con una sceneggiatura fresca ma che non tradisce la fonte originale, con delle scenografie e dei costumi simili a dei quadri, con una fotografia che trasforma Torino in un luogo magico, ma soprattutto con una interprete straordinaria come Deva Cassel. Brava anche Yile Yara Vianello, mentre gli altri attori risultano molto più in ombra e i loro personaggi, seppur “adeguati al ruolo”, non brillano troppo per introspezione. 

Il film di Laura Luchetti è un'opera interessante, rispettosa e moderna, che mette in luce le capacità di una giovane regista che con il tempo sta diventando sempre più brava. 

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sabato 26 agosto 2023

La lunga corsa: la nostra recensione della favola “carceraria” della Tucker Film, diretta da Andrea Magnani

Siamo nell’Italia del nord est, in un luogo surreale e sospeso nel tempo. Tra le mura del carcere “63”, dove il sole arriva solo attraverso finestre con le sbarre e i detenuti e guardie vivono in perenne attesa ”di qualcosa di diverso” nasce con il nome di un fiorellino il piccolo Giacinto. È un bambino dai capelli neri e lo sguardo solare, molto affettuoso e che subito viene amato da tutti. Da tutti tranne che dai suoi genitori, una coppia di detenuti senza scrupoli che farebbero di tutto per evadere e che infatti, appena possono, usano il figlio per “rapirlo” e scappare, dandosi alla macchia. Giacinto viene invece riportato a vivere in carcere, perché in fondo è lì la sua casa e lì risiede la sua strana “famiglia allargata”. Gli vogliono bene gli agenti come, a debita distanza, gli vogliono bene anche i detenuti. È una specie di mascotte e viene ricoperto di attenzioni e pupazzetti. Tutti i tentativi di portarlo in una casa famiglia sono disastrosi, con il piccolo Giacinto che, pur di tornare velocemente tra le mura penitenziarie, arriva ad assestare controvoglia un bel pugno sul naso a un incredulo e panciuto poliziotto locale, che nel posto più pacifico del mondo pattuglia il territorio su una monoruota. Giacinto torna in carcere, ne esce il giorno dopo e cerca lo stesso poliziotto per dargli un nuovo pugno, fino a che una guardia (Giovanni Calcagno) decide di dargli tutti i mezzi per poter vivere in carcere senza “dare pugni”: instradandolo a diventare una guardia carceraria. La guardia, che da sempre ha preferito anche lei il carcere al mondo esterno, è contenta e Giacinto cresce indossando l’uniforme (ha ora il volto di Adriano Tardiolo, già visto nel 2018 in Lazzaro felice), diventa anche lui guardia e subito viene accettato nei ranghi dalla bizzarra direttrice “da un occhio solo” (Barbara Bobulova). Anche la direttrice è contenta di lui, ma vuole che ogni tanto il ragazzo esca dal carcere per fare qualcosa di diverso, anche solo per tenere compagnia all’anziano padre con cui lei non riesce più ad avere un rapporto. Giacinto vive questi momenti di trasferta all’inizio indossando un’uniforme antisommossa, ma poi toglie la corazza e si affeziona all’uomo. Inizia il lavoro “vero” e le ronde, specie quelle notturne, vedono Giacinto avvicinarsi anche ai detenuti pericolosi come “Rocky” (Nina Naboka), una donna di un braccio isolato e tetro che viene dai paesi dell’est ed è confinata lì da tempo immemore. È un incontro che avviene quasi per caso, mentre il ragazzo inizia a seguire una linea rossa tracciata sul pavimento della zona di detenzione. Ha così tanta curiosità di arrivarne “alla fine” di questo misterioso filo di Arianna, che all’improvviso si trova a correre. Corre nell’incredulità generale delle altre guardie che lo seguono dalle telecamere di sorveglianza , fino a che finisce trafelato davanti a Rocky che subito lo riconosce, perché in fondo lo aveva già incontrato più volte, quando lui era ancora un bambino e in fondo anche lei da quel momento, un po’ come tutti, si è sentita per lui una “nonna”. È anziana e malmessa. Ha sulle spalle dei delitti crudeli, è rinchiusa in un corpo che la rende simile a un'enorme roccia e porta lo sguardo sempre verso il basso, torvo e  triste. I suoi occhi sono vitrei, l’espressione del volto contratta. Sa mettere soggezione Rocky, ma in un attimo riesce anche a trasmettere con pochi gestì tutta la dolcezza e fragilità del mondo. Vuole molto bene al ragazzo da quando lo rivede quel giorno e i seguenti “correre”. Giacinto corre così bene che Rocky vorrebbe che usasse tutta quella energia e spensieratezza per “evadere davvero”. Vorrebbe che potesse andare via, magari a vedere un mare che dista a pochi chilometri dal carcere ma che lei può vedere solo nei ricordi. Vorrebbe che lo facesse… “di corsa”. Così Rocky iscrive di nascosto Giacinto a una gara podistica e il giovane per la prima volta decide di “correre via” dal carcere 63 per osservare il mondo con uno scopo, per una volta senza paura. Ma Giacinto, una volta “fuori dalla sua casa”, cosa deciderà di fare? 

Avrà la forza di lasciare il suo nido con le sbarre e perdersi nel mondo? 


Dopo il colorato road movie Easy, Andrea Magnani fa tutto l’opposto e racconta una storia che si trova (quasi) “tutta nello stesso posto”, tra le mura di un carcere e nella testa dei personaggi. Personaggi rinchiusi o (auto)confinati, per pace pubblica e pace interiore, tra le mura grigie tutte uguali di un labirinto sociale, nel quale cercare un senso alla propria vita che diviene simile a un filo di Arianna. Il Giacinto di Adriano Tardiolo, tratteggiato felicemente a mezza via tra L’uomo di acqua dolce di Antonio Albabese e Forrest Gump di Hanks (e in fondo anche “fratello” del suo Lazzaro felice), diventa per gli altri personaggi sulla scena un po’ quel filo di Arianna: tutti cercano in qualche modo di essergli di supporto, garantendosi al contempo da lui un piccolo “sostegno”, e questo crea meccaniche interessanti in quanto il nostro eroe, nato in prigione e senza voglia di uscirvi, è sempre “imprevedibile” nella sua sconcertante costanza e gentilezza, quanto nel modo impacciato, da eterno bambino, con cui affronta anche gli aspetti più piccoli della sua strana vita, “confortevolmente ciclica” quanto grigia. I personaggi di Giovanni Calcagno e di Barbara Bobulova cercano per “proteggerlo” di sommergerlo di regole e responsabilità, la detenuta impersonata dalla straordinaria Nina Naboka cerca di incanalare (e rimirare) ogni scintilla di libertà che Giacinto riesce spontaneamente a liberare. La lunga corsa è idealmente il “lato opposto della medaglia” rispetto alla coloratissima e ariosa pellicola precedente di Magnani, ma è al contempo di nuovo un film sulle radici e sulla ricerca di affetto, anche se forse dall’animo più “psicanalitico”, personale e onirico. Un film velato di una gustosa patina surreale quanto “fiabesca” che in più aspetti, descrittivi ma a volte pure visivi, ricorda felicemente i luoghi e personaggi da “libro di illustrazioni” del cinema di Wes Anderson. Colori  e personaggi che vengono debitamente “fusi” in un'atmosfera stilizzata, quasi da commedia surreale orientale, che rendono La lunga corsa “simile a un manga” quanto ad alcune pellicole dell’estremo Oriente. 


Un Oriente  che ogni anno arriva nel nord est dell’Italia tramite il Far East Film Festival di Udine, evento dal quale è nata la casa di produzione di questa pellicola, la Tucker Film. Una Tucker che anche in ottica di “scambio culturale” è passata dal distribuire pellicole di Johnnie To e Tsui Hark a creare questi straordinari ibridi, tra il cinema del nord est e quello del “far” est, che sono a tutti gli effetti una ventata di aria fresca, forse il cinema del futuro. Nei suoi 88 minuti La Lunga Corsa si dimostra un’opera carica di idee e dalla personalità unica, ma nella seconda parte il film non riesce a trovare la giusta chiave che lo accompagni sino al finale, con il personaggio di Tardiolo che forse per troppo tempo (magari per indecisioni di trama) rimane quasi una sfinge indecifrabile. Il messaggio di “libertà e identità” arriva forte grazie soprattutto all'interpretazione eccelsa di Nina Naboka, un’attrice che solo con lo sguardo si dimostra in grado di trasmettere storia, dolore, rabbia e fragilità. I momenti in cui lei è sulla scena sono particolarmente intensi e rimangono impressi nella memoria anche a fine visione. La lunga corsa non è un film esente da difetti ma è pieno di idee, di grandi attori, di voglia di raccontare attraverso linguaggi nuovi. È un’ulteriore lodevole dimostrazione della volontà di Tucker film di tracciare coordinate nuove nel cinema italiano e la conferma che anche in Italia si possono trovare storie originali e interessanti. 

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venerdì 25 agosto 2023

Wolfkin (Kommunion): la nostra recensione dell’horror sulla “fanciullezza delle creature feroci”, diretto da Jacques Molitor e in uscita il 24 agosto

Bruxelles, ai giorni nostri. Martin (Victor Dieu) morde. Forse perché è piccolo e sta ancora mettendo i denti, forse perché non riesce ancora a comunicare o difendersi in altro modo dagli altri bambini, ma il risultato non cambia. Quando è a scuola si isola, si nasconde nelle zone buie dell’area giochi o della palestra, tra palline colorate e pupazzi. Aspetta e tende lì degli agguati: sul collo, silenziosamente, voracemente, quasi senza pietà. Morsi “non per gioco”, che strappano la pelle e puntano alla polpa. Dopo i primi casi non è più un modo di scherzare o socializzare: è per Martin quasi sopravvivenza, fame.

Da dove viene però questa fame? Il padre, scomparso misteriosamente dopo aver scoperto che la compagna era incinta, era un uomo libero incontrato per caso, che amava la pace e la natura e odiava la sua famiglia. La madre, Elaine (Louise Manteau) è una persona ordinaria e per bene, una amorevole e sola ragazza-madre sempre presente, attenta, premurosa e preoccupata. I medici parlano di qualcosa di strano in Martin, forse a livello genetico, così Elaine decide di incontrare per la prima volta la famiglia Urwald, i suoceri che il padre non voleva farle conoscere, l’austera Adrienne (Marja-Leena Junker) e il silenzioso Joseph (Marco Lorenzini). Questi vivono insieme al brutale figlio Jean (Jules Werner) alla fine di un lungo viaggio tra il verde, in una residenza che pare un castello, fuori dal tempo e lo spazio. Dei nonni nobili, molto religiosi, dai modi di fare strani quanto quasi inquietanti. Degli sconosciti per un figlio che ora a Elaine appare altrettanto sconosciuto, indecifrabile. Amano la caccia e i fucili, considerano le donne quasi al pari di animali, vestono il pizzo insieme allo sguardo torvo, indossano il lusso con eleganza e sdegno. Cucinano però un ottimo e misterioso pasticcio di carne, che è quanto il ragazzino riesce a ingurgitare restando poi per qualche ora quasi normale, riuscendo a sopprimere quella sete che lo porta a mordere di continuo gli altri esseri umani. C’è anche un medico “di corte”, che assiste gli Urwald nei momenti più difficili e terrificanti che la loro “maledizione”, o “corredo genetico”, li porta ciclicamente a vivere. Con il suo aiuto, strumenti chirurgici e strani infusi, si riescono a togliere dalla bocca del bambino dei denti abnormi e aguzzi come quelli di un orso. I nonni sembrano conoscere bene la doppia natura del nipote. Sembrano anche amorevoli nei suoi confronti, come Elaine vorrebbe. Ma i pochi giorni che la madre passa al castello sono spaventosi: quelle persone non sembrano solo “strane”, sembrano non essere “umane”. La donna scappa e cerca di riportare in fretta il figlio alla realtà, dopo che lo trova per l’ennesima volta tra le stanze del castello dei nonni, legato, in quella che sembra una camera per le torture. Madre e figlio corrono via mentre gli Urwald sorridono e dicono di “stare calmi”, che “va tutto bene”. Tornati madre e figlio a Bruxelles senza essere inseguiti, nella loro vera casa, la pace dura poco. Il bambino non mangia, le cure del medico “di famiglia” non fanno più effetto, la fame torna a esplodere. Elaine deve fare infine i conti con la reale natura del figlio e su quanto è disposta a fare per continuare ad amarlo. Servono di nuovo i nonni e il loro magnifico pasticcio di carne, le cure e l’aria del castello. Tutto, purché il bambino torni a essere tranquillo. Almeno per poco.


Cosa ci rende davvero “figli”: la genetica o l’amore? È con questo interrogativo, che secondo le dichiarazioni stampa scava anche nella storia personale del regista, che Jacques Molitor confeziona una favola horror, gotica quanto delicata, introspettiva e intelligente quanto, sorprendentemente, nelle fasi finali, splatter, crudele e disperata come un film di Mario Bava. Ci sono i castelli ma anche le cameriere con l’accetta, l’amore libero quasi da “figli dei fiori” e la vita randagia, le grandi tradizioni nobiliari come la caccia alla volpe ma anche “l’orrido pasto” dell’ultimo banchetto al castello. In una cornice così continuamente ondivaga tra sogno e incubo Molitor ci parla di bambini, uomini e “lupi” in un modo simile a quello scelto da Tomas Alfredson per “reinventare” i vampiri in Lasciami entrare. 


I “mostri” classici del genere horror diventano con un linguaggio semplice e comprensibile anche ai più piccoli (ma non per questo edulcorato come negli young adult) lo strumento migliore per raccontare una storia di inclusione ed esclusione sociale, dove gli “spettri” di un’Europa che in parte non si è ancora affrancata dai sogni di grandezza della “razza” e del “sangue” diventano attuali. Anche a dispetto di una modernità che spesso li nasconde fin troppo bene sotto il tappeto, raccontandoci (specie nei prodotti in streaming)  di un mondo spesso “troppo bello” per essere reale, dove non esistono conflitti, caste e confini e tutto è specchiato e politicamente corretto. È interessante quindi che siano usciti in cartellone negli ultimi mesi, nelle “sale giuste”, film come Animali Selvatici, Ad Bestas e questo Wolfkin, che pur in modi diversi ci presentato una umanità ancora (propedeuticamente) confusa, irrisolta e per questo intenzionata oltremodo a “farsi domande”, partendo “quasi dal principio”: esplorando nel 2023 i confini tra l’umano e l’animale. È quindi l’amore materno, che spesso è elemento che accomuna di fatto uomo e animale, il cuore pulsante di una vicenda che, come Babadook, non si vergogna a mettere in scena famiglie problematiche, crudeli e bizzarre, quanto nei fatti sorprendentemente reali. È un amore che, nei rivoli della trama, può di volta in volta essere confuso con la “proprietà esclusiva” di una persona. È un amore che combatte contro una malattia terribile e apparentemente senza uscita (orchestrata da effetti speciali che ricordano in positivo il lavoro di Rick Baker in Un Lupo mannaro americano a Londra). È un amore che cresce tra impotenza, compromessi, piccole gioie e dolori (per certi versi quasi sposando la filosofia del Wolf Children di Hosoda). È un amore che viene al meglio raccontatoci grazie ad attori molto azzeccati come la brava Louise Manteau e il giovane e silenzioso Victor Dieu, a tutti gli effetti una piccola diade, un’isola (quasi) felice in un mondo quasi prosciugato dall’amore, dove il “cuore” è solo un muscolo che deve pompare tanto sangue, garantendosi meccanicamente e unicamente sopravvivenza e discendenza. Un mondo pieno di mostri tutti spaventosamente convincenti, che vivono ricoperti da sorrisi gentili. Mostri dai quali è sempre giusto guardarsi bene, come Cappuccetto Rosso insegna. L’opera di Molitor affascina, fa riflettere ed è presentata in una buona cornice, al netto di uno spettacolo lento ma nell’insieme riuscito, pur risultando in molti aspetti visivi e narrativi “derivativo”. Gli “omaggi” al più celebre lupo mannaro di Landis (ma non solo) sono diversi, anche se apprezzabili. Molto bravi tutti gli attori coinvolti, splendide le location, riuscita l’atmosfera da film horror anni '70/'80. Una bella favola nera della buona notte belga. 

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lunedì 21 agosto 2023

Passages: la nostra recensione del film di Ira Sachs

Parigi dei giorni nostri, nei pressi di una accademia d’arte cinematografica. Il tedesco Tomas (Franz Rogowski) è un ragazzo sulla trentina nervoso e passionale, umorale quanto malinconico, sempre alla continua ricerca di stimoli e stress, che cerca di combattere correndo con la sua bici da corsa per le strade della città, spesso tra il traffico notturno. È un giovane regista di successo e sente gli obiettivi e aspettative di tutti perennemente puntati su di lui. Si trova al centro della scena e cerca di dirigerla spesso “sopravvivendo”, tra mille equilibrismi, manipolazioni e ricatti morali. Trovandosi scomodamente a essere un punto di riferimento per gli studenti quanto per i suoi attori, Tomas si appoggia da sempre al suo compagno di vita, il riservato e tranquillo tipografo di origine inglese inglese Martin (Ben Whishaw), ma non riesce mai a stare fermo, è alla continua e bulimica ricerca di passioni forti. Così una sera, sfoggiando una maglia trasparente di colore nero e risentendo della stanchezza del suo partner, Tomas finisce con sedurre la giovane insegnante francese Agathe (Adele Exarchopoulos). Tra i due nasce una passione che presto diventa irresistibile, consumandosi prima di nascosto tra gli angoli dell’Accademia e poi in modo sempre più esplicito, fino a che il regista arriva a incontrare la famiglia della ragazza. Nel frattempo Tomas però non rinuncia alla vita di coppia, noiosa quanto “salvificamente” riservata, che ancora intrattiene con Martin. Martin gli dà spazio, Agathe no. Martin è il suo “ex” e al contempo il suo salvagente, ma presto la situazione è destinata a cambiare. Quando le relazioni dopo un continuo ping pong andranno a collidere e il giovane regista non riuscirà più a dirigere la sua vita, con le stesse alchimie e trucchi con cui comanda fermamente dietro alla macchina da presa. Tomas per la prima volta si troverà a non essere più il protagonista assoluto delle sue storie e questo finirà quasi per distruggerlo.


Il regista, sceneggiatore e produttore cinematografico americano Ira Sachs, porta in scena una pellicola intelligente quanto cruda, per sua ammissione dai tratti molto autobiografici, in cui esprime la sua voglia di portare in scena, anche dolorosamente,  alcune meccaniche del suo rapporto di coppia con il pittore Boris Torres. Ne esce un film controverso e controcorrente che nel momento storico di maggiore “etichettamento dei sentimenti”, dove ogni dichiarazione di affetto e scelta di orientamento sessuale è narrativamente quasi un manifesto politico, naviga coraggiosamente e spericolatamente in senso opposto, portando sotto il riflettore, tra contraddizioni e fragilità umane, il fatto che in amore il caos è sempre “possibile” quanto imprevedibile, creativo quanto distruttivo. È un caos inevitabile nella misura in cui le persone stesse sono fallaci, caotiche e spesso confuse, dal modo in cui l’amore travolge le loro vite trovandole magari impreparate, immature o ingenue. Anche nel caso che queste persone siano di fatto degli ottimi “architetti di relazioni”. Così, dopo aver  assistito in sala, poco tempo fa, al divertente e malinconico, bellissimo e ironico, Peter Von Kant di Francois Ozon, ora, con il nuovo film di Ira Sachs,  torniamo su una storia che parla di registi, sospesi tra arte e realtà, finzione e passione. Franz Rogowski, recentemente  apprezzato nel Disco Boy di Giacomo Abbruzzese e in Freaks Out di Gabriele Mainetti, seduttivo ma forse troppo magro, dagli occhi quasi febbricitanti, dà vita a un personaggio iperattivo, scostante, mentitore quanto ossessionato dal controllo della sua vita. È un uomo fragile che si ammanta di una instabile sicurezza, coperta dalla sua capacità di incantare gli altri e fargli credere di essere il loro centro del mondo. Almeno fino a che il trucco tiene. A differenza del Von Kant interpretato da Dennis Menochet, il Tomas di Rogowski è però un personaggio più cupo e meno autoironico, al limite dell’anaffettivo. Un personaggio costantemente spinto dalle sue pulsioni a passare da una relazione all’altra, quasi che questi “passaggi” costituiscano una sorta di droga, una costante sfida per trovare piacere.  Tomas è perennemente in fluttuazione, precario, sospeso tra la casa di Martin, interpretato da Ben Whishaw come un uomo silenzioso e passivo, e Agathe interpretata da Adele Exarchopoulos come una donna passionale quando parecchio “arrabbiata” dalla piega degli eventi. Tomas sceglie per molto tempo di “non scegliere” e motiva la sua perenne corsa in bici, tra la casa di Ben e Adele, per lo più solo come una ricerca tossica di sesso. Più che “fluidità” si potrebbe parlare di piacere egoistico a tutto tondo, perché Tomas non costruisce mai qualcosa nelle relazioni, ma anzi cerca solo la sua soddisfazione personale ad essere desiderato. I “grandi progetti di vita” vengono sempre e comunque dopo i suoi personali film da regista, con Adele e Ben che quasi diventano intercambiabili, almeno fino a che “esplodono”. I due esplodono, ma non possono forse fare altrimenti quando scoprono di essere stati trattati per lo più come affascinanti gusci vuoti. Nella scrittura di Sachs c’è molta amarezza per questa condizione umana e l’autore non fa sconti (autobiograficamente neanche a se stesso), così come Rogowski sceglie con la sua interpretazione di non edulcorare la pillola, presentandoci un personaggio affascinante ma anche sgradevole, che gira su se stesso più volte, alla continua ricerca di attenzioni e sesso. Il sesso è quasi l’unica “struttura emotiva/relazionale” chiara al personaggio di Tomas, perché nelle conversazioni interpersonali il nostro protagonista annaspa, quasi irritandosi davanti alle domande dei futuri “suoceri” e fallendo miseramente in ogni tentativo di mediazione tra Ben e Agathe. Il sesso “va bene” ed è per questo quanto ci viene rappresentato dal film nella forma più chiara e compiuta, anche grazie alla fotografia di Josee Deshaies, che in questi frangenti si fa subito calda e accogliente, in diretto contrasto con i colori freddi che caratterizzano la maggior parte delle scene, con colori che diventano quasi metallici quando accompagnano Tomas nei suoi viaggi notturni in bici, tra voglia di sfogo e fuga dai problemi del reale, alla ricerca della nuova “fluttuazione”, di un nuovo tossico “passaggio” emozionale. 


Passages è un film sensuale, notturno, freddo, ruvido, poco accomodante e problematico, crudo e “disilluso”. È un film sulla difficoltà di amare, se non proprio sulla impossibilità di amare in assenza di una adeguata maturità emotiva. È un film sulla illusione ed ebbrezza di poter vivere sospinti tra continue passioni travolgenti, trattando gli altri alla stregua di oggetti di piacere, senza fare mai i conti con i reali sentimenti delle persone. Il film di Ira Sachs, tra caldi amplessi e glaciali rappresentazioni umane, riempie di domande e sa stimolare: invita a riflettere, seduce e assesta un bel pugno in pancia a chi crede troppo nelle favole che dicono che l’amore è fatto di sola passione. Ottimi gli interpreti, algidi gli scenari della Parigi notturna in cui sono ambientati gli eventi, bollenti i colori che accompagnano le passioni più forti che condividono i protagonisti. Passages è un viaggio emotivo e visivo in una terra fatta di troppa passione e poco amore reale. È un film duro, ma di cui c’era bisogno.  

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lunedì 31 luglio 2023

Animali selvatici (R.M.N.): la nostra recensione del nuovo film drammatico e “onirico” del regista rumeno Cristian Mungiu

Ci troviamo alcuni giorni prima di Natale, in un paesino della Transilvania dove da poco è rientrato il silenzioso e apparentemente burbero macellaio Matthias (Marin Grigore). La sua avventura lavorativa in Germania è repentinamente terminata dopo che l’uomo ha reagito con un pugno a un superiore che lo ha definito “zingaro”, ma Matthias è in fondo contento di essere di nuovo a casa in Romania: per la bellezza delle montagne, la cordialità dei suoi vicini e per risolvere alcuni problemi che negli ultimi tempi sono diventati per lui particolarmente impellenti. Il suo gracile figlio Rudi (Mark Blemyesi) di recente, mentre andava alla scuola elementare passando per i boschi, si è imbattuto in qualcosa di enorme e minaccioso, forse un orso. Da allora è diventato taciturno, spesso rimane immobile come traumatizzato e ha una assoluta paura a tornare a scuola da solo. La madre, Ana (Macrina Barladeanu) si limita a tenerlo per mano e confortarlo mentre il padre vorrebbe reazioni più concrete. Ora il macellaio può accompagnare lui a scuola Rudi, insegnandogli nel contempo a difendersi da “orsi e sconosciuti” preparando trappole e sparando con un fucile da caccia, ma Matthias deve anche trovare il modo di occuparsi di suo padre Otto (Andrei Finti), che da qualche tempo non sembra essere più in forma e sempre più spesso si comporta in pubblico in modi eccentrici. Anche l’unica consolazione “locale” del macellaio, la sua bella amante Csilla (Judith State), non se la passa troppo bene, specie da quando per conto del panificio industriale per cui lavora ha assunto due ragazzi dello Sri Lanka, facendo esplodere una incontrollata onda di invidia e odio xenofobo, che presto arriva a contagiare tutta la cittadinanza. Matthias vuole insegnare anche a Csilla l’uso del fucile, ma la donna preferisce vivere con le porte di casa aperte. Tra l’addestramento alle armi da fuoco e la protezione del figlio, fenomeni di violenza e incomprensione, strani suicidi e misteriose apparizioni notturne, a un certo punto sembrerà a Matthias che l’intero paese e i gentili concittadini che lui conosce da quando era piccolo siano stati tutti come “sostituiti”: scambiati con un branco di “animali selvatici”. Dovrà armarsi di nuovo, ma sembra che nessun altro voglia di difendersi e cambiare lo strano processo “sociale e animale” in atto nel suo paese. 


Il geniale e molto spesso celebrato e premiato regista rumeno Cristian Mungiu, una delle voci più interessanti della cinematografia dell’est Europa, torna al cinema a sei anni di distanza da Un padre, una figlia, con un’opera corale presentata in occasione del Festival del Cinema di Cannes del 2022. Un film che risulta curioso e atipico fin dal titolo originale, R.M.N., un acronimo riferito alla “risonanza magnetica nucleare”, un esame medico diagnostico cui si sottopone il padre del protagonista. È un esame per valutare “fotograficamente” lo stato della attività cerebrale, da cui risulta in questo caso la presenza di lesioni della corteccia tali da aver compromesso le funzionalità “relazionali” dell’uomo. Per via di queste lesioni, il padre può ora solo agire e reagire in base all’istinto di sopravvivenza, in una regressione che a tutti gli effetti rende l’uomo non dissimile da un animale selvatico. In un contesto (dis)umano più ampio, ipotizzando “drammaturgicamente” che di tale patologia si stia ammalando l’intero paesino protagonista delle vicende, viene facile immaginare che ogni uomo possa qui diventare, per rabbia o per autodifesa  “cacciatore dei suoi stessi simili”. Un animale selvatico, per citare il titolo italiano del film, ma anche, per la celebre massima di Hobbes, un “homo, homini lupus”.  Avevamo incontrato i vanitosi e vigliacchi “animali notturni” americani raccontatici da Tom Ford nel suo film del 2016, vittime e carnefici di un piccolo mondo familiare ricco e autoreferenziale, mentre  Mungiu qui ci porta tra i “suoi” animali selvatici, più proletari e meno altolocati, quasi fornendoci plasticamente la radiografia di una popolazione arrivata allo stremo. Una popolazione contadina e fiera, volenterosa e generosa, ma che si sta sempre più socialmente “ammalando”, dai più grandi ai più piccoli, senza che ci sia di fatto una cura per invertire il processo e dove anzi basta un piccolo screzio per generarsi una tragedia rabbiosa. Il meccanismo crudele della rabbia, che innesca la parte animale, monta progressivamente e inevitabile tra i personaggi fin dalla prima scena della pellicola, dove Mungiu ci mostra lo sfogo distruttivo di chi si sente delegittimato (e sempre delegittimabile) della propria dignità per il solito banale odio etnico. Alimentato dal timore per il futuro alla paranoia, fino ad arrivare alla xenofobia, il regista inietta dentro ai suoi personaggi un odio che dal punto di visto dall’ aggressore si palesa, miseramente alla stregua di una “””giustificazione morale”””. Una piccola rivalsa all’interno di una eterna guerra tra poveri e senza vincitori, dove chi è straniero è giocoforza nemico, come i bracconieri e gli orsi. Matthias è stato straniero in Germania allo stesso modo in cui, per riflesso, i panettieri dello Sri Lanka sono stranieri e non voluti “a casa sua”, in una realtà rurale priva di lavoro e prospettive, piena di paura e diffidenza (in questo caso ben riposte) verso le autorità e i padroni. Una realtà difficile, ma nella quale comunque nessuno farebbe il panettiere “a tempo precario“, rinunciando così a una specie di “reddito di cittadinanza transilvano”. Di fatto sono “arrivati gli stranieri” dopo che non si è trovato nei canali ufficiali nessuno che volesse fare il panettiere per via di una bassissima proposta economica, dopo che l’industria ha espressamente deciso di pagare gli stranieri ancora meno, facendo affidamento quasi del tutto su dei fondi europei per promuovere l’immigrazione. Ad aumentare la tensione gioca un ruolo importante anche la stessa “comunicazione” tra i cittadini.


Mungiu parla di un territorio, drammaticamente reale, nel quale per varie vicissitudini storiche, sono  presenti una ventina di lingue e culture diverse, tutte messe insieme a convivere attraverso arditi equilibrismi sociali e politici. Aggiungere una ennesima etnia alla babele pre-esistente è una goccia che fa quasi crollare un complesso castello di carte, scatenando un risentimento sociale che diventa lui stesso un unico grande personaggio, un autentico “blob sociale”. In una delle lunghissime ed elaborate sequenze a piano fisso per le quali il regista è da sempre considerato un maestro della macchina da presa, Mungiu ci racconta minuto per minuto le vicissitudini di un'assemblea comunale convocata sul sopracitato problema dei “panettieri stranieri”. I personaggi in scena sono tantissimi, usano lingue diverse, intervengono al dibattito in modo scomposto e spostano continuamente il discorso in territori di difficile compromesso, ostacolando ogni soluzione. Ci sono i dirigenti del panificio che si fanno vanto di offrire lavoro anche se sottopagato, il sindaco che vuole rimanere estraneo a tutto e delega le colpe, il prete che sollecitato dai parrocchiani non è sicuro sulla fede dei panettieri e paventa l’estremismo, i cittadini disoccupati e arrabbiati che pretendono parità di diritti a salari alti, le famiglie timorose dell’impatto degli stranieri sulla loro prole, il medico locale che paventa epidemie, studenti francesi in scambio culturale che parlano tra i fischi della ricchezza offerta dal convivere di culture diverse e una marea di altra gente, che per quasi venti minuti filati urla, fa il tifo, borbotta e contribuisce a comporre e intrecciare un unico grottesco quanto complicato quadro umano. Un quadro fortemente gustosamente satirico, così stratificato e contraddittorio da sembrare la rappresentazione “più nobile” della classica “folla inferocita con i forconi” che compare ogni due per tre nel cartone animato dei Simpson. In tutto questo caos umano di cittadini arrabbiati, stranieri e folle inferocite il nostro protagonista “morale”, Matthias, è l’unico personaggio sulla scena che forse può andare oltre le apparenze, provare empatia e forse abbassare i toni generali. Ma Matthias indugia, non prende la parola nè dice niente. Forse  perché per la sua storia personale “ci è già passato” e “il suo pugno” lo ha già tirato. Il macellaio invece cerca di fare qualcosa di diverso, estraniandosi, tentando solo di mantenere un “contatto fisico e umano”, stringendo le mani della sua amata. Un piccolo gesto di empatia e amore mentre tutti si scannano. Un gesto a cui risponde silenziosamente anche Csilla, che per aver deciso di accogliere i panettieri stranieri ora è diventata anche lei straniera e nemica. Era in fondo l’unica in paese ad aver ri-accolto con entusiasmo il ritorno di Matthias, magari sperando di costruire qualcosa di nuovo con lui. Gli animali selvatici di Mungiu formano un branco disordinato e forse la soluzione per contrastarlo che ci suggerisce il regista è ripartire dai piccoli legami, dall’affetto che porta alla creazione di nuovi gruppi sociali più piccoli. Piccoli gesti di affetto per immaginare nuovi equilibrismi e assestamenti sociali. Il film parla di animali che si muovono tra i boschi e tra le strade,  ma anche di persone che accolgono in casa loro i forestieri, ma l’impresa è tutt’altro che facile e la “malattia sociale” che affligge quei luoghi peggiora, minuto dopo minuto, mietendo altre vittime mentre i nostri personaggi vagano volenterosi ma quasi impotenti tra gli eventi. Mungiu è per tutta la narrazione particolarmente severo con i suoi personaggi. Critico e a tratti quasi cinico. Quando si avvicina all’epilogo, forse per farsi perdonare, in un modo del tutto imprevedibile (quasi citando il finale di Sogni d’oro di Moretti) muta gli orrori del reale in orrori immaginari, confonde le carte, fa emergere dal suo dramma sociale tracce e scampoli che lo avvicinano quasi a un “innocuo” cinema horror di genere. Lo fa sapendo di riuscire con il suo cinema a farci strabuzzare gli occhi dopo averci fatto cadere nel dramma. Ci colpisce nell’angolo cieco della logica e per un attimo ci rassicura “che è tutto uno scherzo”, che è solo una “storia strana della transilvania” come Dracula. “Potere del cinema” quanto degli straordinari paesaggi, quanto di umori e personaggi che avvicinano la pellicola all’ottimo Ad Bestas come al nostrano Delta, scavando anche tra gli orrori che si annidano (e un po’ accomunano) le  comunità montane, viste metaforicamente oggi come l’ultimo confine condiviso, con sempre maggiore difficoltà, tra uomo e natura. Mungiu disperde i suoi personaggi in questa natura sconfinata e matrigna, dove la caccia agli orsi e ai bracconieri è qualcosa di legato alla quotidianità quanto alla sopravvivenza e al “lavoro di comunità”, dove la macellazione degli animali (in una scena specifica) è ancora un rito antico e quasi magico e dove le relazioni sono spesso turbolente. Un piccolo mondo antico il cui “futuro politico” per il regista è ancora fosco, a meno di non considerare quei popoli già perduti, certificando “l’accaduto inevitabile” tramite un esame cranico. Un film che fa riflettere e un po’ arrabbiare, ma che come tutte le opere di Mungiu non lascia indifferenti. Bravi tutti gli attori, molto suggestiva la fotografia e la colonna sonora. Una occasione unica per scoprire al cinema un autore e un modo di raccontare intrigante quanto complesso. 

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venerdì 28 luglio 2023

Mission: Impossible - Dead Reckoning - parte uno: la nostra recensione del nuovo film di Christopher McQuarrie con protagonista la super spia interpretata da un sempre più brizzolato, ma comunque scattante, Tom Cruise

Circolo polare, tempi odierni. Sotto i ghiacci artici infuria uno scontro tra sottomarini russi e americani. I siluri russi sono già lanciati e il bersaglio nemico sembra scoperto, l’impatto è imminente. Ma i siluri oltrepassano l’obiettivo senza colpirlo, come fosse invisibile, come fosse un fantasma. Poi, di improvviso e in automatico, quasi “hackerati”, quegli stessi siluri trovano un nuovo bersaglio e “tornano indietro”: hanno rilevato come nemico le stesse bocche da fuoco che li hanno sparati. Non ci sono possibilità di fuga, il sommergibile esplode e i corpi senza vita dell’equipaggio iniziano a galleggiare in mare, verso una superficie che non raggiungeranno mai, perché ricoperta da un ampio strato di ghiaccio. Tutto questo è opera di una arma di nuovo generazione, votata alla distruzione come alla distrazione di massa, un'arma che riesce a confondere i radar quanto a riscrivere ogni dato o notizie pubblicata online, dai quotidiani all’anagrafe alle banche. Un’arma che sa anche usare e piegare la tecnologia nemica contro se stessa “riprogrammandola”. È questo il terribile potere con cui ha iniziato a manifestarsi l’intelligenza artificiale autoproclamatasi al mondo come “Entità”. Nessuno conosce il luogo dove si sia sviluppata e dove risieda il suo punto debole, sembra essere già “ovunque” e sta giorno dopo giorno crescendo. Entità ha già iniziato a dotarsi delle sue prime “risorse umane”, tra cui un intero esercito di mercenari comandato dai super terroristi Gabriel (Esai Morales) e Paris (Pom Klementieff). Entità “paga bene” manipolando i flussi delle banche online e soprattutto promette ricchezze senza fine, garantisce ogni tipo di “potere” in grado di dominare il mondo  e grazie alle sue straordinarie capacità di calcolo per qualcuno può arrivare perfino a predire il futuro. Entità sta diventando nei fatti più simile a un dio. Una minaccia impossibile da gestire. 


Quando il gioco si fa duro in genere  i duri iniziano a giocare, ma quando il gioco  diventa “impossibile” c’è solo un uomo da poter chiamare. È lo 007 del nuovo millennio ma “vecchio stampo”, senza crisi di memoria o di mezza età. È un uomo che invece di usare l’ascensore si arrampica sulle facciate dei grattacieli a mani nude, uno che è solito prendere un treno sedendosi rigorosamente sopra il tetto dei vagoni a corsa già iniziata, uno che può tenere il respiro sott’acqua per ore e nel frattempo gonfiare con i suoi polmoni più di una bombola di ossigeno per aiutare il prossimo. Il suo nome è Ethan Hunt (Tom Cruise) ed è, oltre a questo, esperto “di tutto”: tattica e combattimento, lingue esotiche e travestimento, guida acrobatica con auto, moto, aereo, snowboard e parapendio. Tutto, Hunt sa fare tutto e lo fa sempre al meglio, in genere accompagnato in missione da un paio di donne bellissime “che cambiano sempre” e dai suoi inseparabili amici ed esperti di informatica: l’immenso e protettivo Luther (Ving Rhames) e il buffo ed esagitato  Benji (Simon Pegg). Nella sua prima missione “cinematografia” Hunt ha combattuto a Praga una guerra interna e generazionale tra spie per ridefinire la “spia alfa”, culminata con uno scontro tra un elicottero e il treno super veloce Londra-Parigi (la regia del primo film è di Brian De Palma). Come l’eroe Bellerofonte, Hunt ha in seguito sconfitto a Sydney la diffusione del virus Chimera (la regia del secondo film è di John Woo) voluta da un gruppo di ex agenti corrotti, ha poi fatto un giro in Vaticano a cercare la super arma “zampa di lepre” con cui un criminale (interpretato dal mai troppo compianto Philip Seymour Offman) teneva in scacco il mondo insieme a degli agenti corrotti (la regia del terzo è di J.J. Abrams), ha quasi fatto esplodere il Cremlino per l’attuazione del “protocollo fantasma” (il quarto film è di Brad Bird) per scoprire degli agenti corrotti in seno al suo stesso gruppo. È volato a Vienna per la Turandot e per affrontare una super organizzazione criminale di ex agenti corrotti chiamata “il sindacato” (nel quinto film, di McQuarrie) e poi insieme a una giovane spia, brava quasi quanto lui, Ilsa Faust (Rebecca Ferguson) ha combattuto tra Parigi e il Pakistan il gruppo terroristico degli “apostoli”, un “Superman con i baffi” (l’attore Hanry Cavill in una pausa da Justice League) e le loro bombe al plutonio (nel sesto film, di McQuarrie): anche loro pare fossero tutti ex agenti corrotti. Ora Hunt e la IMF, la super organizzazione di super spie “Impossible Mission Force”, si trovano ad affrontare, per l'ennesima salvezza del mondo libero, questa misteriosa “Entità” che sa tutto, modifica tutto e controlla tutto. Nessuno sa esattamente cosa sia, dove sia e come funzioni, ma tutti vogliono metterci le mani sopra, sperando in qualche modo di controllarla. Per la Cia Ilsa, la sodale di Hunt, sembra coinvolta nei giochi e non è chiaro se stia facendo già il doppio gioco. La rossa e sexy spia sembra essere in possesso di una delle due chiavi che tramite un congegno misterioso possono far accedere a Entità e tutti la stanno cercando, tra le dune del deserto. Sulla tracce di Entità si sta muovendo anche una vecchia conoscenza come la sexy super trafficante di armi Vedova Bianca (Vanessa Kirby). Ma Ethan Hunt, convocato per il recupero di “entità” con il solito (per gli appassionati della serie) “messaggio che si autodistrugge”, è contrario questa volta a qualsiasi tipo di recupero, “compromesso”, “patto” o trattative che permettano a un qualsiasi paese di “allearsi” con l’intelligenza artificiale; la super spia vede all’orizzonte un pericolo troppo grosso e pensa che sia meglio che una roba come Entità debba essere, prima di tutto, distrutta per sempre. Hunt è una spia “vecchio stampo” e non ne può più dei droni che ti volano sul terrazzo, dei ritocchi delle foto su Tinder, delle fake news sul prodotti contro la calvizie, dei poteri forti che controllano i negozi online che ti costringono a comprare un divano che il giorno dopo l’acquisto è a metà prezzo, della musica trap con l’auto-tune  “che non è musica regolamentare”… Entità rappresenta un po’ “tutto questo fastidio” e lui ha deciso che la distrugge, gratis, a mazzate, in modo “analogico” e definitivo. Ma ecco che la Cia non ci sta e questo atteggiamento, definito con sprezzo da “boomer”, espone Ethan sia alle critiche dell’ex capo della IMF e ora capo della CIA Kittridge (Henry Czerny), nonché al biasimo del loschissimo alto funzionario USA Denlinger (Cary Elwes). Questa volta la IMF non farà squadra con le spie americane nè con tutte le altre spie del mondo e sarà ritenuta lei stessa alla stregua di un gruppo terroristico formato da ex agenti corrotti. Per di più la super spia al soldo di Entità Gabriel sembra avere qualcosa di losco e misterioso in comune con Hunt, qualcosa che risale al periodo prima che lui entrasse nella IMF o forse la stessa causa per cui Hunt è entrato nella IMF. Se tutto ciò non bastasse, i codici di Entità fanno gola anche a una super ladra giovane e affascinante di nome Grace (Hayley Atwell). Riuscirà Ethan Hunt, in una classica grande caccia al tesoro in giro per il mondo, ma soprattutto in Italia (in luoghi peraltro simili a quelli visitati dalle arzille vecchiette di Book Club 2!!), a trovare Entità, seminare tutte le altre spie, sedurre Grace e dimostrare nel mentre per l’ennesima volta che è l’uomo più tosto del mondo facendo qualcosa di folle? Perché ricordiamo che Tom Cruise, interprete di Hunt, fa rigorosamente senza controfigure tutte le sue scene d’azione come buttarsi da un palazzo con delle ventose, arrampicarsi sul Grand Canyon a mani nude e senza cavi o stare aggrappato a un aereo dall’esterno durante un decollo. A questo giro Tom promette di gettarsi con una moto da un dirupo altissimo per poi planare con un paracadute su un treno in corsa. Riuscirà il nostro eroe a fare pure questo? 


Come il pilota di caccia Maverick l’estate scorsa è stato al cinema campione di incassi e ha sancito la superiorità dei piloti di caccia anni '80 su tutto quanto ha fatto la tecnologia bellica nei successivi 40 anni, l’agente segreto Ethan Hunt, sempre interpretato da Tom Cruise e paladino dell’action movie “di una volta”, torna in sala con l’intenzione di sbancare nuovamente il box office. La serie Mission: Impossible si è formata negli anni come reale alternativa ai film action di 007, coinvolgendo personalità del calibro di Brian De Palma e John Woo, offrendo la grande occasione del “salto di carriera” a JJ Abrams e a Brad Bird e infine trovando il suo regista di più lungo corso in McQuarrie, storico sceneggiatore di Bryan Singer e di tanti film interpretati da Tom Cruise, passato poi alla macchina da presa. Sono film estivi, di puro intrattenimento “ombrelloniano” ma sempre ricercati ed eleganti nella forma, per molti versi vicini nelle atmosfere alle opere di scrittori classici di avventura “ombrelloniana” come Tom Clancy e Lee Child, ma con spesso un occhio rivolto all’oriente e alle nuove tecnologie dell’intrattenimento. Profuma di Tom Clancy anche la parte iniziale di questo nuovo capitolo cinematografico, tra giochi di maschere e di potere, sommergibili e “guerre fredde”. Ma quando iniziano a manifestarsi i “poteri” di Entità ci sono dei momenti che ricorderanno a molti i videogame di Hideo Kojima se non addirittura suggestioni dei romanzi “biblici” di Dan Brown. Sotto questa cornice, il film dimostra ancora una volta la solidità realizzativa che da sempre definisce questa serie come il fiore all’occhiello dell’intrattenimento estivo per gli amanti dell’action. La trama è sì articolata, ma fin dalla prima scena, grazie a un tocco di classe narrativo, permette allo spettatore di avere un quadro generale della vicenda quasi più chiaro di quanto lo avranno i personaggi durante tutto il film. È una intuizione molto originale, quasi da “film noir”, la riprova del fatto che McQuarrie, ancora una volta anche alla sceneggiatura, è sempre lo stesso autore de I Soliti Sospetti. Con i suoi 163 minuti, il film si prende tutto il tempo necessario per costruire al meglio l’intrigo, presentare molti personaggi e fazioni in gioco per poi mettere in scena le prime indagini, i primi “depistaggi”, travestimenti e pedinamenti. Con la spettacolare scena dell’aeroporto di Abu Dhabi il ritmo sale e l’azione irrompe sulla scena con elaborati inseguimenti cittadini in auto o tra i vicoli, le sparatorie, le scene più spettacolari in fatto di esplosioni e stunt. È un crescendo rossiniano che coinvolge in gran parte scenari italici, tra le strade trafficate di Roma e i vicoli notturni e spettrali di Venezia, ma che è se vogliamo solo un antipasto alla lunga sequenza che da Venezia porta sull’Orent Express, in uno scenario con suggestioni tanto da Agatha Christie che dal Bullet Train di Leitch, con un tocco di Dalla Russia con Amore e un accenno graditissimo alla Trappola tra le montagne rocciose di Steven Seagal. Come l’ultimo John Wick, anche il nuovo Mission: Impossibile è un film dalla durata poderosa, ma in cui difficilmente ci si annoia, specie dopo che vengono superate le fasi iniziali, che di fatto possono sembrare molto dense per numero di informazioni e personaggi in gioco. Come sempre, nonostante qualche capello bianco in più, Tom Cruise non perde occasione per esibirsi in spericolate acrobazie ai limiti della forza di gravità. La gradinata di Piazza di Spagna a pochissima distanza di tempo da Fast X è di nuovo oggetto di rocamboleschi inseguimenti, ma a questo giro Cruise, invece che una scattante Alfa come Han, predilige una Fiat 500 old School da Lupin III, con tanto di “miyazakiani” comandi truccati. Gialla ovviamente, con cui fare una decina di giri veloci intorno alla celebre “Barcaccia”, tra fumo e passanti. È una scena molto divertente e forse è più riuscita della già super reclamizzata “scena della moto che salta il burrone con Cruise che apre il paracadute e atterra sul treno in corsa”. La suddetta scena (un po’ “ridimensionata dalle inquadrature”) è comunque spettacolare e il volo nel vuoto di Cruise con la moto è qualcosa di unico al cinema. Se non mancano quindi le prodezze alla guida, particolarmente riuscite sono le scene action, specie quelle con al centro la già apprezzata ginnica Ferguson e soprattutto una incredibile Pom Klementieff, che dopo la Mantis dei Guardiani della Galassia si candida a mani basse a nuova Bad Girl del cinema action. Tanto snodata quanto adatta ad arti marziali e acrobazie estreme, ruba la scena a tutti ogni volta che è inquadrata mentre veste i panni della mattissima Paris. Interessante come action woman ma “da approfondire” anche Hayley Atwell, con cui Cruise duetta qualche volta in divertenti scene da “ladro acrobatico” in cui entrambi dimostrano grande abilità “prestigiatorie” con le mani e grazia nei movimenti. Al di là delle scene d’azione, prestigidizzazione (che non si scriverà sicuramente così)  e inseguimento, tutto il cast riesce a dare vita a dei personaggi interessanti e sfaccettati. Un particolare plauso va alle “eminenze grigie” interpretate da Vanessa Kirby, Henry Czerny e Cary Elwes: veri equilibristi dei giochi di potere che rendono la vicenda particolarmente ricca di chiaroscuri, abbastanza pragmatica, al netto del fatto che Hunt e soci (specie gli amatissimi e inseparabili  Rhymes e Pegg) e “i cattivi” hanno dei caratteri riusciti quanto forse fin troppo ben definiti. Pur nella sua natura di “cattivo” Esai Morales riesce però a conferire al suo personaggio un tale carisma da rendere quasi credibile il fatto che il suo “boss” sia un super computer semi-divino. Tutto il film di McQuarrie fa molto per rendere “Entità” qualcosa di minaccioso, a volte descrivendocela quasi come “l’occhio di Sauron”, ma è soprattutto il lavoro di Esai Morales sul personaggio di Gabriel a dare la spinta giusta, tra calcolo e fanatismo, di fatto rendendo quasi tragico il personaggio della Klementieff. Potremmo quasi dire che Entità riesca a incarnare tanto la paura del progresso, nell’ambito delle ricerche sulla intelligenza artificiale, quanto le paure dell’ integralismo religioso: un risultato che fa riflettere, del tutto inaspettato in un film di intrattenimento a base di inseguimenti e luoghi da cartolina. 


Tom Cruise torna al cinema dopo il successo di Top Gun: Maverick, con un film ugualmente “grosso nel minutaggio” e se vogliamo ugualmente “nostalgico”, nella sua volontà di omaggiare con stile e garbo molto del cinema action e di intrattenimento. Sul piano narrativo la trama è un po’ tra Clancy e Lee Child, ma spuntano note da Dan Brown che nell’insieme sono particolarmente riuscite nel costruire una “minaccia” interessante quanto sospesa tra presente e passato, al netto di dover aspettare la seconda parte del film per avere un’idea più completa del lavoro finale. Bravo Cruise e tutti gli interpreti, come sempre rimarchevoli per dettagli e stile tutte le scene d’azione, bella la fotografia e la colonna sonora con il suo riconoscibilissimo tema. Se nella prima ora il ritmo risente della necessità di offrire allo spettatore un gran numero di informazioni, i restanti “100 minuti abbondanti” sono un'unica corsa a rotta di collo tra ambientazioni “classiche” quanto amate dagli appassionati degli spy movie, belle donne, situazioni divertenti e concitate, gioiose spacconerie varie e pure una trama dotata di tanti piccoli tocchi di classe. In attesa della parte due, McQuarrie si conferma il regista e sceneggiatore ideale per Mission: Impossible. Con i 45 gradi all’ombra di questa caldissima estate, entrare in una sala cinematografica per un film di 3 ore pieni di inseguimenti, sparatorie e posti bellissimi, non è una brutta idea.  

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lunedì 17 luglio 2023

Indiana Jones e il quadrante del destino: la nostra recensione del nuovo film con Harrison Ford per la regia di James Mangold

Berlino, ultimi giorni della seconda guerra mondiale. L’archeologo e avventuriero Indiana Jones (Harrison Ford) nella notte dell’attacco aereo inglese alla capitale, si trova su un treno blindato carico di tesori mistici trafugati dal Reich, alla ricerca della lancia di Longino. Con travestimenti e acrobazie, schivando proiettili, crucchi e bombe inglesi, il nostro eroe percorre tutti i vagoni saltellando all’interno e all’esterno delle carrozze, fino a che scopre che l’oggetto magico è in realtà un falso. Poco male, un “archeologo del male” (Mads Mikkelsen) come i suoi “storici antagonisti” Belloq ed Elsa, gli si butta letteralmente addosso. Nella concitazione degli eventi Indy gli sfila dalla tasca un manufatto vero, il “comesichiama” di Archimede, che però si spezza in due tra mille inseguimenti ed esplosioni. Con il professor Jones c’è sul treno un altro archeologo, Basil (Tobey Jones), che in seguito deciderà di dedicare tutta la vita a quell’aggeggio. La guerra finisce, il mondo va avanti e gli anni passano. Indiana Jones, che assomiglia sempre di più al vecchietto del cartone animato Up di Pixar, continua a insegnare archeologia, ma ora gli eroi con il cappello da cowboy come lui e Woody non vanno più di moda: sono tutti presi da questa cosa dello spazio e degli astronauti. L’uomo va sulla luna, verso l’infinito e oltre e il Prof. Jones va in pensione. Non prima però che si rifaccia vivo qualcuno del suo passato. È la figlia di Basil, Helena (Phoebe Waller-Bridge), ed è matta come un cavallo, come lo era da giovane sua moglie Marion (Karen Allen). Helena si è negli anni messa in tanti di quei casini che servirebbe un film a parte a descriverli, è inseguita da svariate tipologie di debiti, amanti traditi e tipacci e vuole trovare il tesoro che cercava il padre. Presto si scopre che pure “l’archeologo del male” di quella lontana notte delle bombe sopra Berlino è ancora in giro per quella storia di Archimede. È tornato il momento che in vecchio dott. Jones indossi di nuovo cappello e frusta e parta per una avventura in giro per il mondo, per scoprine tutti i misteri celati dal fantomatico quadrante del destino di Archimede. Ce la farà o dovrà intervenire Buzz Lightyear? 


Pa pa papaaa, pa pa paa! Pa pa papaaa, pa pa pa pa paaa! Pa pa papaaa, pa pa paaa! Pa pa pa, pa! Pa pa, pa! Pa pa, pa! Pa pa, pappapa!! Pa, pa pa pa…papapapapa!!!.

Eh… il tema di John Williams versione onomatopeico / “futurista” ha ancora il suo perché. Due pa pa pa ed ecco che scorre nella mente di migliaia di fan tutto il mondo di Indiana Jones con usi e costumi: piatti tipici come il cervello di scimmia, cuori fiammeggianti super piccanti, roba biblica varia che squaglia la gente, nazisti un po’ buffi, serpenti-topi-scarrafoni assortiti per gradire, fruste, belle donne a ogni angolo (compresa una futura moglie di Spielberg), enormi palle rotolanti di pietra e trabocchetti pronti a schiacciare tutto. Un mondo dove l’eroe se non si muovesse con un tempismo alla Matrix finirebbe male ogni sei secondi e spesso quasi ci finisce per “salvare il cappello”. Un mondo che omaggia i grandi film d’avventura degli albori del cinema, tra Zorro, Tarzan e il Ranger Solitario per volere dei suoi stessi realizzatori, Lucas e Spielberg, di riflesso ricordando pure i loro Star Wars ed E.T.. Un mondo che profuma per qualcuno “che c’era” di quella “giovinezza anni ‘80” fatta della “merendina Raider” delle pizzette surgelate dal gusto plasticoso, del mistero e dell’avventura dei film in tv per ragazzi presentati da Jerry Scotti vestito da mago: tra una Piramide di Paura e un tesoro sepolto dei Goonies. Con quelle poche note di John Williams per riflesso pavloviano qualcuno tornerebbe pure adesso a sfogliare oggetti ludici misteriosi come i libro-game o le avventure grafiche della “Lucas Film Games”. Qualcuno affascinato da questo mondo si è fatto pure il liceo classico per studiare “le misteriose lingue morte” come il greco e latino, sognando di indossare, “un giorno”, un cappello in cuoio da “eroe” per sentire nelle orecchie quel tema di John Williams, magari alla prima gita al museo etrusco. Pura magia. Magia “un po’ vintage” se vogliamo, ma oggi assolutamente in forma grazie alle nuove tecnologie in grado di presentarci l’ottantenne Harrison Ford come quando era un giovanotto, circondandolo di botti ed esplosioni, folgori sacre e lapilli, tuc tuc e berberi armati come non ci fosse un domani, all’interno di un action non stop colorato e divertente come le montagne russe. È un film che fa tornare bambini i fan, più “centrato” del divertente ma altalenante quarto capitolo (Il teschio di Cristallo) con un registro visivo sempre fresco e dinamico che in più punti ricorda lo sfortunato ma riuscitissimo fin di Spielberg su Tin Tin. Ci immaginavamo un film quasi tutto in digitale come Tin Tin a partire dai trailer, magari sognando l’avvio di altri film su Indy in digitale, magari tratti da The fate of Atlantis, ma alla fine ha prevalso la nostalgia e la voglia di riportare sullo schermo attori in carne e ossa.  C’è quindi tempo per rivedere facce note alla serie come l’archeologo Sallah di John Rhys-Davis e la Marion di Karen Allen, attempati ma sempre graditi. Per creare un nuovo “cattivo” Mads Mikkelsen ci mette il phisique du role da villain per cui è da sempre un fuoriclasse, costruendo un “mr. Smith” malinconico come il suo Le Chiffre per 007, con al seguito degli “sgherri esagerati e divertenti” (tra cui Boyd Holbrook, che effettivamente ha molto più senso nei ruoli da cattivo piuttosto che di eroe) che rendono particolarmente bene nelle scene d’azione, un po’ come il trio Drombo di Yattaman. Phoebe Waller-Bridge è spiritosa e sfrontata come una Indiana-girl deve essere, anche se il sex appeal nei confronti di Indy è ai minimi storici, quasi a livello del personaggio di Ana De Armas nei confronti del vecchio Creig nell’ultimo 007. Il tempo passa anche per i seduttori e Ford non appare marpione come Sean Connery nel ruolo del Dott. Jones senior in L’ultima crociata. In una piccola particina pure Banderas, che fa subito Mulino Bianco.


Si gira per il mondo, tra la periferia di Berlino, i cortei cittadini di una New York in parata, una Tangeri che è una unica scena d’azione a bordo di colorati tuc tuc. Si va sott’acqua con le bombole, si arriva in luoghi misteriosi come grotte nascoste a decifrare enigmi e comporre strani oggetti, si fa una capatina in Sicilia a mangiare quelle che sembrano “piadine” in un clamoroso abbaglio storico. Non ci si ferma mai tra sparatorie e duelli aerei, agguati e momenti ironici. C’è naturalmente anche la “magia”, elemento indispensabile di ogni pellicola della saga, ma qui è meno spaventosa e “horrorifica” che nei primi tre film, forse volutamente “depotenziata” per aggiornarsi al logorio dei tempi e della censura moderni. Questo non rende la parte finale del film meno interessante, quanto semplicemente meno “truculenta”: non ci saranno nazisti sciolti come statue di cera a questo giro e forse a qualcuno potrà (non) spiacere. Mangold non fa rimpiangere Spielberg dietro la macchina da presa, riuscendo spesso a sintonizzarsi non solo con il suo ritmo incalzante e l’azione spericolata, ma anche con la straordinaria ironia delle pellicole. Decisamente in forma Ford, al netto degli anni che passano, sempre pronto a coprire il suo personaggio di spavalda autoironia e malinconia per i tempi andati. È un Indiana Jones per certi aspetti più tragico del solito e questo ce lo rende se vogliamo ancora più simpatico. 

Quello che però “purtroppo c’è”, all’interno di una produzione riuscita sotto i moltissimi punti di vista sopra esposti, è una trama che a tratti va un po’ a sfaldarsi. Gli “enigmi archeologici” sono troppo immediati nella soluzione e sembra sempre che sulla scena ci sia qualcuno esperto di lingue morte, quanto di settimana enigmistica, pronto a dare in pochi secondi una risposta precisa a interrogativi che hanno fatto brancolare nel buio l’umanità per anni. Il personaggio di Mikkelsen parte temibile come i suoi agguerriti sgherri, ma con il tempo si trasforma in un epigono meno sveglio dei nazisti  del Wisconsin dei Blues Brothers. Il finale è poi piuttosto anticlimatico, quasi contratto, con la situazione narrativa del pre-finale liquidata con un cambio di scena velocissimo quando invece avrebbe necessitato qualche approfondimento in più. Se vogliamo peccati veniali, all’interno di una giostra divertentissima dal primo all’ultimo minuto, che fa uscire dalla sala ancora gasati e forse con qualche lacrimuccia, specie se si è fan di vecchia data.


Indiana Jones torna al cinema con un film divertente e ottimamente confezionato in quasi tutte le sue parti, salvo una trama con piccole sbavature e una componente “horror-magica” un po’ latitante e dei cattivi forse un po’ caricaturali. Sempre bravo Ford e in genere tutti gli attori coinvolti, Mangold non fa rimpiangere Spielberg, la cui mano dietro al progetto in qualità di produttore rimane sempre visibile e sempre ferma. Forse non un film dedicato ai più giovani, un po’ come si diceva di Up di Pixar, ma comunque un film molto divertente da vedere al cinema questa estate con tutta la famiglia per una serata all’insegna dell’avventura, del divertimento e se vogliamo un po’ anche dell’amarcord. 

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