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giovedì 1 giugno 2023

Renfield: la nostra recensione della commedia horror di Chris McKay con protagonisti Nicholas Hoult, Awkwafina e un folle e tragico Nicolas Cage nel ruolo di Dracula

New Orleans dei giorni nostri. Uno strano tizio dall’aria emaciata e dai vestiti di un’epoca e usura indefinibili (Nicholas Hoult), segue per qualche strano losco motivo “Bob” alla sua riunione settimanale di supporto psicologico. Il tizio dice di chiamarsi Renfield e non sembra voler condividere con gli altri la sua storia, ma è un buon ascoltatore. Sente così di Kaitly, che a prima vista ha problemi con una persona molto egocentrica che la tratta malissimo e la costringe ad ascoltare tutto il giorno musica ska, ma in realtà c’è di più. Kaitly soffre a causa di quello che sembra a tutti gli effetti un autentico mostro. Nell’aria prendono forma parole come narcisismo e co-dipendenza ma a Renfield balena di colpo un’idea geniale: libererà la ragazza da quel mostro, dando quel mostro in pasto al mostro che da secoli tormenta lui: il conte Dracula (Nicolas Cage). Grazie a Dracula, trasferitosi di recente in città in un ospedale abbandonato dopo l’alluvione, Renfield può infatti vivere in eterno, dotato di superforza al fianco della persona più carismatica, divertente e straordinaria di tutti i tempi: Dracula per l’appunto. Questo a patto di essergli sempre fedele e rispettoso, solerte negli incarichi e disponibile 24 ore su 24, compiere piccole commissioni in orario diurno, dover mangiare in eterno solo dei vermi e dover portare al capo tante persone da dissanguare come arance. Lui ama molto dissanguare la gente come le arance, solo che un vampiro preferisce non cibarsi troppo di brutte persone o criminali vari, perché il sangue migliore proviene da persone buone di cuore, ”pure” e gentili tipo le suore e le cheerleader. A mangiare brutture la pelle si riempie di bozzi e diventa più grigia, arrivano i bruciori di stomaco, nausea e vomito: non è bello. Dracula in questo momento è così emaciato e smunto da sembrare quasi un fungo decomposto. Sogna come minimo un “pullman di cheerleader”, ma dopo un paio di secoli il suo servo Renfield gli appare “così distante”… ha questa specie di crisi, è demotivato e invece di portargli roba buona vuole “fare il giustiziere” e va a cercare solo questi tizi malevoli, indigesti in tutti i sensi. Oggi per l’appunto in menù ci dovevano già essere tizi laidi amanti della musica ska, ma questi allo stato dei fatti si sono forse rivelati molto più amanti delle droghe, motivo per cui Renfield è finito per confrontarsi pure con locale famiglia narcotrafficante dei Lobo, gente ancora più cattiva da mangiare. A seguito di un gran casino a base di proiettili, accette e smembramenti vari, nel piatto del vampiro arriva solo un enorme omaccione psicopatico decapitato, con addosso ancora il puzzo del sangue e le frattaglie di almeno altri dieci tipacci suoi pari. Una schifezza inimmaginabile per la quale starà male per un paio di mesi. Quasi “un affronto”, da parte del servo a quello che è stato più un padre che un padrone, l’unica persona al mondo che gli abbia davvero voluto bene per due secoli: Dracula per l’appunto. Ci sono oramai troppi indizi che il ragazzo dopo tanto onorato servizio non pensi più a lui come unico centro di gravità permanente della sua esistenza: il nuovo look dai colori pastello di Renfield, la sua scelta di vivere da solo in uno squallido appartamentino pieno di “gente comune” al posto del nuovo spaziosissimo covo infernale. Il suo avvicinarsi sempre più a una integerrima, e quindi socialmente perdente e squalificate, agente di polizia di nome Rebecca Quincy (la rapper Awkwafina) piena di inutili “buoni principi” e poi, per l’appunto, quel nuovo gruppo di auto-aiuto di Bob. L’ultima volta che Renfield si è sottratto ai suoi piccoli doveri di servo ingrato ha pure brandito contro Dracula un libro su “come affrontare un narcisista”, come una fosse una specie di moderno crocifisso del ventunesimo secolo. È troppo! Come si risolverà questo rapporto (quasi) paritario tra un “trascurato” signore onnipotente delle tenebre e un ometto che dovrebbe in eterno mangiare insetti ed essere felice per il suo unico padrone? Dracula si vendicherà, troverà nuovi servitori o farà di tutto per riavere indietro la persona che, pur umiliandola, da sempre ha sempre voluto al suo fianco? 


Nel 2023 arriva un nuovo film sulla “storia professionale e privata” di “celebri personaggi horror e dei loro devoti servitori”, un po’ alla maniera dell’interessante e non troppo celebrato Victor - la storia segreta del dott.Frankenstein, che nel 2015 reimmaginava e “aggiornava” il rapporto tra il celebre Mad Doctor (interpretato da James McAvoy) e Igor (un ottimo Daniel Redcliffe). Renfield si basa su un’idea del sempre più prolifico scrittore Robert Kirkman, l’autore dei celebri fumetti The Walking Dead e Invincible e qui in veste di produttore con la sua Skybound, ma la sceneggiatura è resa ancora più frizzantina e stralunata da Ryan Ridley, uno degli autori della dissacrante serie a cartoni animati, dallo humor “gioiosamente nero”, Rick e Morty. Lo scenario prescelto è la sempre più magica New Orleans, luogo affascinante quanto molto amato anche dai vampiri di Anne Rice, nella quale si sono svolte le riprese dal febbraio e l’aprile 2022 in alcune location molto iconiche, tra cui un deposito dei carri allegorici del carnevale e dei suggestivi locali notturni dalle atmosfere mistiche. Originariamente doveva essere diretto da Dexter Fletcher, il regista di Eddie The Eagle e del film su Elton John Rocketman, ma dal 2021 la palla è passata a Chris McKay, regista di Lego Batman The Movie ma anche della pazza serie tv animata Robot Chicken. Awkwafina, che interpreta la poliziotta Rebecca, è una musicista rap e attrice comica dalla mimica facciale incedibile e dalle battute al vetriolo (ricorda un po’ Whoopi Goldberg), che abbiamo già visto e apprezzato in Ocean 8, Jumanji Next Level e Shang-Chi (e interpreta inoltre in lingua originale il pellicano nel nuovo film della Sirenetta Disney, esibendosi anche in un brano rap) e non vedevamo l’ora di vedere all’opera in un film realizzato dai pazzerelli di Robot Chicken, Rick e Morty e Lego Batman. Nicholas Hoult fin dai trailer ha ancora dopo vent’anni l’eterna aria del bravissimo ragazzino con cui giovanissimo era cinema al fianco di Hugh Grant nel 2002, nella tenera commedia About a Boy, anche se nel recente The Menù ci aveva offerto una interpretazione davvero inquietante. Nel 2005 Hoult già divideva lo schermo con Nick Cage, in un rapporto padre e figlio molto contrastato e carico di problemi psicologici ma pieno di calore, nel surreale e malinconico The Wheater Man, per la regia di Gore Veribinski. Inoltre Hoult ha già ricoperto un ruolo dai contorni “paranormali e umani” se vogliamo simile al “famiglio” Renfield, interpretando l’interessante horror Commedy Warm Bodies di Jonathan Levine, dove si è dimostrato ancora un bravissimo ragazzo, quanto nello specifico un originalissimo e buffo “zombie moderno e sensibile”, in grado di scegliere quanto più possibile una “dieta vegetariana” pur di poter ri-provare l’amore. Questa volta l’attore inglese viene giocoforza messo a confronto con forse il più celebre Renfield degli ultimi anni, protagonista del Braham Stoker Dracula di Francis Ford Coppola (Coppola che è zio di Nicolas Cage ed è stato suo consulente particolare per questo film): il musicista Tom Waits. E poi c’è ovviamente lui, Nicolas Cage, che torna a interpretare un ruolo da sempre a lui molto caro. Da giovane si autoproclamava il Californian Klaus Kinski, in ossequio all’attore leggendario che è stato sia Renfield al fianco del Dracula di Christopher Lee (Il Conte Dracula, nel 1970, di Jesus Franco) nonché Nosteratu nel film di Werner Herzog del 1979. Cage ha spesso raccontato che da ragazzino guardava suo padre, August Coppola, come a un uomo austero quanto autorevole, intento a osservare e controllare ogni cosa con ossessione, quasi fosse l’incarnazione stessa del Dracula di Bela Lugosi. Se lo ricorda spesso nel buio del proiettore cinematografico del soggiorno, dove quando era piccolissimo aveva visto il vampiro per lui più terrorizzante di sempre: il Nosferatu di Mark Schreck (che nel 2024 riceverà un nuovo adattamento a cura di Robert Eggers), sulla cui lavorazione Cage stesso aveva prodotto il (bellissimo) film L’ombra del vampiro, con Willem Dafoe. Quando nel 1989 Cage, a 25 anni, ha affrontato il suo ruolo-cult da protagonista, in Vampire’s Kiss - Stress da vampiro, impersonare per lui un vampiro è stato invece simile a provare “uno stato di ebbrezza”: con la sua performance voleva rappresentare tanto gli effetti (prima di forza assoluta poi di estrema debolezza) della “dipendenza dalle droghe” (come fatto in parte anche dai vampiri di Ragazzi Perduti, del 1987) quanto le “situazioni tossiche” (anche e soprattutto sentimentali) cui andavano sempre più incontro i giovani “nuovi vampiri”: gli imprenditori di successo degli anni ‘80,  i cosiddetti “yuppies” (raccontati in Italia dal film con Calà e Boldi, ma in America con Wall Street di Mann). Il film non fu capito, la performance di Cage fu giudicata “bizzarra”, oggi molte scene sono dei famosissimo meme sui social, ma è ancora uno dei sui film più amati dai fan. Con Renfield Cage può impersonare un vampiro ancora diverso, ma non meno ironico e satirico, in considerazione del cast e degli autori coinvolti. 

Tom Waits nel Dracula di Coppola degli anni ‘90 mangiava con stile gli insetti e viveva già un difficile rapporto con il “suo Dracula”, interpretato da Gary Oldman. Continuamente nella sua camicia di forza ripeteva: “io sono il vostro servo, servo solo voi!” con le lacrime agli occhi, mentre il suo padrone sembrava ricordarsi di lui sono di sfuggita, mentre riviveva nello sguardo di una ragazza immortalata in eterno su un ciondolo (Winona Rider) il grande amore perduto della sua vita. Oldman era un Dracula ammaliatore e manipolatore “del ventesimo secolo”, che si faceva stupire solo dalla “nuova immortalità” del cinema. Il Renfield di Waits era per Dracula molto poco affascinante e quindi soffriva, veniva trattato con disprezzo e lui era in risposta costantemente in disordine, arruffato e in stato confusionale. Il Renfield di Hoult è “uscito dall’hangover” (dalla sbornia) in cui vegetava il personaggio di Waits, perché il Dracula di Cage, del ventunesimo secolo, è molto meno onnipotente e seduttivo, quasi un “boomer”. Nella società del trionfo dell’apparenza e della auto-rappresentazione, dove tutti sui social ostentano potere e sicurezza, Dracula è seduttivo “quanto basta e quanto altri”, risultando quasi triste quando ostenta dei look (pur bellissimi!!) ispirati al Dracula di Christopher Lee ma (tragicamente) tessuti in un cuoio nero troppo vintage. È un po’ come Fantozzi che si tinge i capelli per sembrare un ventenne. Inoltre, come “signore del male alla ricerca di vergini pure” per berne il sangue più “genuinamente biologico”, forse pretende “portate” non più nei menù da tanto tempo, anche perché nel film sembra che in quella New Orleans “i buoni” non esistano quasi più o se ci sono sono destinati a finire malissimo in qualche sparatoria. Sul suo nuovo “trono” nell’ospedale abbandonato (bellissimi i set) Dracula siede circondato da corone di flebo piene di sangue anonimo: una creatura al lumicino, quasi in dialisi, che si arrampica più che può a quello che è il suo unico Caregiver, il suo badante più che il suo servo, il “famiglio” del vampiro che diventa unico familiare accudente: Renfield appunto. Questo rende ancora più evidente che la “dipendenza da un’altra persona” è nei fatti (quando le manipolazioni falliscono) molto più un problema di Dracula che del suo servo. Renfield ricomincia dopo secoli di “io sono il vostro servo, servo solo voi!”, in cui tra i soprusi si era anche goduto l’ebbrezza dell’onnipotenza “riflessa” del suo padrone (il Renfield di Hoult non lo nega affatto!!), a “riprendersi i suoi spazi”. Hoult riprende Waits e “continua il suo personaggio” partendo dalla mimica e movimenti quasi da ragno, nonché la tragicità dello sguardo, per poi sempre più scoprire di poter cambiare. Sullo schermo questi ragionamenti creano proprio quel tipo di situazione esilarante, esasperata, buffa ed esagerata che ci si potrebbe aspettare dagli autori di Rick e Morty. Renfield inizia a scoprire di poter vivere in un mondo così pieno di luce da voler indossare, in una spinta di “positività”, terribili maglioncini color pastello, quando finisce continuamente in situazioni piene di sangue e delinquenti, dove il film si trasforma in un action a base di arti marziali, super poter e corpi fatti letteralmente a pezzi in esplosioni varie, in momenti dall’altissimo e gioiosamente immotivato splatter. Sono sequenze così esagerate nel loro tasso di distruttività, interpretate con molta convinzione “scenografica” da parte di tutto il cast, da diventare innocue e far ridere, in puro “stile Deadpool” o “stile Kingsman” se preferite, ma soprattutto in “stile Rick e Morty” (che è un cartone  animato buffo ma per adulti), quando vengono realizzate alla lettera pure le classiche “minacce in romanesco” del tipo: “ti stacco le braccia e te ce meno”. Sono scene molto ben realizzate a livello visivo, super movimentate quanto estreme, in cui i personaggi si esibiscono in robe assurde come camminare sui muri stile Matrix, trasformarsi in un mucchio di pipistrelli, dare pugni così forti da aprire in due una persona. Quando “le stragi vengono messe in pausa”, esattamente come avviene nelle puntate di Rick e Morty, i due personaggi principali iniziano a battibeccare: uno ribadendo la sua irrinunciabile necessità di essere libero che viene sempre compressa, l’altro portando l’attenzione sulla importanza per il bene dell’universo che il compagno di avventure lo aiuti senza fiatare. La dinamica è questa, ma Cage ha dichiarato anche che per il rapporto del suo Dracula con il servo/famiglio ha pensato di ispirarsi anche alla Anne Bancroft nel ruolo della Mrs Robinson del film Il Laureato: una delle più celebri “manipolatrici emotive” della storia del cinema. È una nota ulteriore e originale che suggestivamente traspare ma nella direzione non viene troppo seguita con convinzione preferendo un approccio diverso, forse in questo perdendo un’occasione. Anche grazie a questa “limitazione” i due attori a ogni modo riescono bene a inscenare sullo schermo un continuo e gustoso “balletto emozionale” in cui appaiono evidenti tutti gli alti e bassi di una relazione tossica: ogni tanto sembrano padrone e servo, a volte maestro e allievo, qualche volta padre e figlio, qualche volta nemici mortali. Con questo Dracula, proprio grazie alla interazione molto convincente raggiunta con Nicholas Hoult, Cage ha dichiarato di essere riuscito a tirare fuori molti aspetti caratteriali di suo padre August. Questo ha di fatto reso la sua interpretazione davvero molto diversa dal solito, modificandone profondamente la mimica e il modo classico di parlare ed esprimersi. È un Dracula che preferisce parlare a denti stretti piuttosto che urlare, biascicando come un gangster e sfoderando i suoi poteri da vampiro solo quando occorre, come una pistola automatica. È una delle prove d’attore più sentite e uniche del Californian Klaus Kinski, un Cage che non conoscevamo, che affronta la parte con quasi religioso rispetto, pur preservando l’ironia necessaria al contesto, decidendo di non eccedere mai troppo nei toni e mettendosi più volte a pieno servizio di Hoult. In un modo diverso ma simile ai tempi di Joe, dove si metteva da parte per far risaltare Tye Sheridan. Hoult risulta ancora una volta un bravissimo ragazzo come nel 95% della sua attuale filmografia, confermando che è anche grazie a questo “candore” che anche per riesce a stare sulla scena “con garbo” tra zombie e vampiri, dimostrandosi il protagonista ideale di una commedia horror: con una ingenuità che possiamo in qualche modo accostare quasi all’Edward Mani di Forbice di Johnny Depp. È allampanato e strano come in Warm Bodies, ma con quello sguardo da eterno fanciullo pur nascosto da occhiaie e trucchi cadaverici riesce a “normalizzare” anche questo mondo pieno di vampiri, narcotrafficanti, narcisisti e co-dipendenti. Interessante, ma forse non esplosiva come poteva esserlo sulla carta, il personaggio di Awkwafina, che di fatto aiuta Renfield nel suo processo di “crescita personale” vivendo in parallelo alcune situazioni simili a lui e condividendo quasi tutte le ben riuscite scene d’azione. L’intesa tra i due attori traspare, ma è come se ci fosse sempre una barriera invisibile che limiti il loro coinvolgimento emotivo, come se la direzione scegliesse di nuovo, per legittime scelte di target, di glissare sul discorso sentimentale, forse per non mettere troppa carne al fuoco (magari in un sequel però…). Molto simpatici tutti gli attori che danno vita agli smargiassi ed eccessivi “cattivi non soprannaturali” della famiglia Lobo, piccolo ma gustoso il ruolo di moderatore del gruppo di mutuo-aiuto rivestito da Brandon Scott Jones.


Renfield è un film divertente e ricco di azione che sotto tutti i punti di vista dimostra di uscire dalla penna di uno degli autori del cartone animato per adulti Rick e Morty. Tante sparatorie esagerate e battutacce sullo stile di Deadpool e Kingsman, due interpreti principali molto coinvolti e “compici” in grado di sviluppare perfetti tempi comici quanto una non banale dinamica tra i rispettivi personaggi, una New Orleans straordinaria a fare da scenario e, ultima ma non meno importante, una durata complessiva di novanta minuti che rende il film ulteriormente godibile. Simpatico il cast di supporto, gioiosamente irriverente la lettura “aggiornata” del vampiro di Stoker proposta, con tantissimo sangue messo in scena in modo così esagerato e parossistico da fare il giro e risultare innocuo (ma comunque i non amanti dello splatter sono avvisati).

Renfield è un film adatto a una serata all’insegna dell’intrattenimento più “liberatorio”, disimpegnato e leggero, con tante battute, tanta finta emoglobina esibita, tante scene d’azione di stampo quasi supereroistico, un piccolo gradevole accenno di “psicanalisi” sui temi ormai ampiamente sdoganati sui sociali (purtroppo spesso in modi un po’ naif) come “narcisismo e co-dipendenza”. È una commedia horror realizzata con tanto amore per i film sui vampiri del passato, che omaggia il genere in modo fresco e con un simpatico punto di vista sull’attualità. Se amate Rick e Morty o l’umorismo ingenuo di Lego Batman può essere una buona scelta per passare una serata al cinema. Se amate Cage e i vampiri che riescono ad apparire anche ironici è una visione più che consigliata. 

Talk0

lunedì 28 novembre 2022

Pay the Ghost: la nostra recensione di un piccolo e sfizioso horror con protagonista Nicolas Cage


The Walking Dead, una delle serie tv di maggiore successo degli ultimi anni, che ha saputo traghettare al genere horror moltissimi fan della tv più generalista. In The Walking Dead ci sono i morti viventi, ma non sono loro a fare paura per davvero. Certo, se non hai mai visto gli zombie ti fanno impressione: la carnagione marcia e contorta, il passo strano sbilenco e a scatti, il numero soverchiante in grado di mettere all’angolo anche il più coriaceo dei sopravvissuti. Poi però inizi a guardare le prime puntate e ti accorgi che la cosa più spaventosa è un’altra: solo le relazioni umane che si deteriorano il vero incubo. Persone che sembrano il tuo vicino di casa più gentile, con cui hai avuto delle discussioni sensate e amorevoli fino alla sera prima, in tre puntate sbroccano e iniziano a essere petulanti, poi odiose, poi leggermente incoerenti, infine pazze squinternate. Gli zombie sono poca cosa a confronto, poco più di una siepe da tagliare periodicamente. Quando uno dei protagonisti inizia invece a sparare agli altri sopravvissuti perché ha le palle girate, in genere la trama “crea degli anticorpi” e fa in modo che il personaggio entro altre due o tre puntate faccia una brutta fine, per mano degli zombie o dei sopravvissuti a seconda dei casi. Ma ci sono le eccezioni, come la moglie del protagonista Rick. La moglie di Rick sbrocca ma non viene eliminata in tre puntate, diventando ogni minuto che passa una creatura sempre più insostenibile nelle richieste e lamentele. Una donna del genere che vuole ogni sabato andare fisso da Ikea, per capirci. Una che ti ricorda ogni sei minuti che devi portare fuori la spazzatura. Una che deve chiedere ogni istante al povero marito/Rick che fine ha fatto il figlio “Carl”, un amabile pargolo che con una madre così, nonostante la giovane età, non può che diventare in brevissimo un pazzo psicopatico. Cosa che poi più o meno in effetti accade.  E quindi la moglie è tutta un: “Dov’è Carl?”, “Perché Carl non c’è?”, “Tesoro, hai visto Carl??!!”, “Ma la pistola la sta usando Carl?”. Ogni  volta è peggio, ogni volta Carl fa sempre cose più da pazzo e la moglie di Rick mette una paura maledetta al marito, come fosse tutta colpa sua, dalla spazzatura non messa fuori all'apocalisse zombie. Ma perché non se lo cerca lei, questo benedetto Carl? Ma cosa ha da fare per non cercarselo lei, quel piccolo mostro?  La moglie di Rick è interpretata da Sarah Wayne Callies, una attrice che ha saputo infondere in lei secoli e secoli di odio per i mariti inadeguati e tutta la paranoia più nefasta delle mamme protettive. Quel personaggio faceva davvero paura. Nel 2015 il nostro Nicolas Cage non poteva farsi scappare l’occasione di cimentasi di nuovo con l’horror, un genere che da sempre gli ha offerto dei ruoli molto stuzzicanti. Sceglie così di puntare in alto, al più terribile dei mostri moderni: la moglie di Rick. Certo, in questo film c’è una New York piena di fantasmi alla Ghostbusters, ci sono i “bambini morti” alla Sinister, c’è una strega celtica DOP che ci ricorda più volte da dove nasce il vero Halloween con tutti i suoi riti, balli e specialità enogastronomiche ufficiali, lamentandosi che halloween oggi è solo una festa commerciale borghese ecc. ecc. Ma il vero mostro è lei, Sarah Wayne Callies, che qui interpreta Kristen, la moglie passivo aggressiva e petulante di un povero insegnante di letteratura di nome Mike, con il volto, l’aria dimessa e lo sguardo perso del nostro Cage. Cage che tra le altre cose è in qualche modo “esperto” in personaggi miti a cui per esigenze di trama “portano via un figlio”: con già la faccia disperata giusta nel curriculum, dal capello spettinato alle occhiaie infinite. Cage è adeguatissimo all’ingrato ruolo, che peraltro ha già sperimentatosi pure nelle “varianti” in cui la polizia non vuole aiutarlo nella ricerca (Stolen) o in circostanze in cui  il rapimento ha a che fare con strani fenomeni paranormali (Segnali dal futuro). Ma Cage, non era proprio preparato alla Wayne Callies, a tutto l’amore distorto che la sua mamma paranoica riversa h24 sul figlio Charlie (Jack Fulton), come a tutta la rabbia repressa che lei h24 esprime per l’inadeguatezza maschile a tutte le funzioni di accudimento dei figli. E quindi assistiamo sgomenti a come la Callies da “madre perfetta” sia amorevolissima con Charlie, si occupi quasi interamente da sola della sua istruzione e accudimento, scelga per lui dei bellissimi vestiti da pirata per Halloween coordinati con i suoi e gli tenga sempre la mano, lo affoghi di coccole. Poi arriva “quel bastardo di Mike”: sfigato professorino dall’aria dimessa che legge Goethe, fa tardi al lavoro cercando di racimolare una promozione che non avrà mai e soprattutto “le perde il figlio”. La Callies glielo affida per la sfilata di Halloween per... quanto? Sei minuti? Cinque? E Mike, l’inadeguato Mike con quel suo vestito da cowboy da rodeo che neanche si abbina al costume del figlio, porta Charlie/Carl dal gelataio che sta a quindici, massimo venti metri da casa, gli molla la mano per pagare il cono gelato con la granella color arcobaleno e… non lo trova più!! Perso!!! Per sempre! Certo c’è di mezzo il paranormale, la strega, i bambini morti e i cieli alla Ghostbusters, i riti celtici originali DOP, uno strano circolo di homeless ciechi che sorvegliano dei confini paranormali con l’aldilà tra cui figura un fighissimo Stephen McHattie (un caratterista da sogno). Ma chi glielo dice alla Catties?? Credetemi, la strega celtica volante non avrebbe avuto le palle per rubare Charlie dalle mani della madre. Sarebbe finita malissimo. Ma il povero Mike? Mike è la vittima sacrificale di questa donna terribile e ora deve avere a che fare con un’altra strega e patisce. Diventa sempre più curvo su se stesso, sempre più solo e pazzo. Ci viene detto che dopo un anno dal rapimento non dorme più con la moglie da mesi. Si sono lasciati ma lei evidentemente lo comanda a distanza con i suoi poteri persuasivi e ha deciso che l’ex marito può vivere solo in funzione di trovare il figlio, di fatto trasferendosi nella stazione di polizia locale dove ogni giorno assilla i detective, che un po’ comprendono e un po’ non ne possono più, di tutte le più pazze teorie cospirative e fantasy su dove sia finito il figlio. A Mike passa davanti pure una assistente universitaria disponibilissima, giovane e super gnocca interpretata da Veronica Ferres, ma lui non può permettersi manco di guardarla perché c’ha sempre gli occhi della moglie che lo scrutano a distanza e gli urlano: “Dove è finito Charlie/Carl??”, “Non sai neanche andare a prendere un gelato a venti metri da casa che ti perdi il figlio che io ho partorito nel dolore??”, “Ma quanto era brutto e non in abbinato il tuo vestito da cowboy da rodeo? Dovevi perdere tuo figlio vestito tanto da pirla, quella notte??”. Mike deve andare avanti nella ricerca, con la lucidità appannata il giusto per seguire la pista paranormale che il film gli offre: stare dietro agli spostamenti di alcuni condor in brutta computer grafica che solcano misteriosamente i cieli di New York e indagare su una frase che spunta fuori in tutte le indagini di scomparse misteriose di bambini newyorkesi degli ultimi anni: “Paga il fantasma”. Troverà Cage il povero Charlie o la moglie lo ucciderà prima per la sua inadeguatezza paterna? Potrà “pagare il fantasma” perché almeno gli porti via la moglie? 


Il tedesco Uli Edel, regista a inizio '80 di Christiane F.: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, nei '90 di Body of Evidence con Madonna, nei 2000 di La banda Baader Meinhof e nell’ultimo decennio della mini serie tv su Houdini con Adrien Brody, nel 2015 adatta per lo schermo una novella di Tim Lebbon, amatissimo autore di libri legati ai brand di 30 giorni di notte, Hellboy, Alien, Star Wars, Firefly. È un racconto semplice, dritto, piuttosto derivativo e se vogliamo ispirato al “trend” delle entità fantasmatiche femminili che hanno radici nel J-horror più “ringhiano” (già “convertite” alla sensibilità occidentale da pellicole come Mama/La madre, di Muschietti e da molto cinema di Del Toro). Un racconto che trova una dimensione visiva favolistica nella fotografia dai colori attenuati di Sharone Meir, che già si era fatto notare per Whiplash e dopo Pay the Ghost andrà non a caso alla fotografia di The ring 3/ Rings nel 2017. La colonna sonora, elemento sempre importate in un horror, è a firma Joseph Lo Duca, autore delle musiche dei film di Bambola assassina (fin dal primo capitolo e adesso nella nuova serie tv) e da sempre legato alle produzioni Raimi/Tapert, dai tempi di Hercules e Xena, passando per Spartacus e arrivando ad Ash vs the evil dead. Le invenzioni visive sono spesso interessanti e nella pellicola a un certo punto, in un momento onirico, ritroviamo pure una sinistra anticipazione del nostro futuro “pandemico” quando dalle fiamme si fa largo un famigeratissimo monopattino. La Callies come madre addolorata mette davvero paura più di ogni mostro realizzato con gli effetti speciali. È di fatto con la interpretazione convincente, unita a una buona chimica che riesce a instaurare con il personaggio di Cage che eleva il  film oltre una eccessiva convenzionalità. Molto ben realizzate le sequenze ambientate durante Halloween, i momenti in cui i fantasmi si nascondono nella fauna urbana. Il ritmo generale è un po’ lento ma ci permette di perlustrare in lungo e in largo il luogo del rapimento, una New York perennemente tra il tramonto e l’alba. Lo sfizioso accompagnamento sonoro di Joseph Lo Duca aiuta molto nelle scene di stampo più investigativo e non carica troppo nei jumpscare. È un film più malinconico che horror, più favolistico che thriller. 

Pay the ghost dove “non arriva” con la sceneggiatura compensa ampiamente sul piano visivo e la pellicola alla fine scorre e diverte, seppure qualche volta prosegua a singhiozzo, tra scene alla Mama e altre alla The Ring che forse non trovano una sintesi autonoma. Quasi esilarante, per quanto surreale, la parte della pellicola dedicata alla festa della proloco filo-celtica, con tutta la storia della rivendicazione del vero Halloween, i costumi tradizionali, i dolci tipici. Cage cavalca con classe la follia del film, rimanendo fedele al suo insegnante sognatore che cita Goethe e Shakespeare, crede ai mostri e di notte si addormenta nella grande biblioteca del college, con la testa sui libri di folklore popolare. Si spera davvero che riesce a ritrovare il figlio rapito dalla strega. Anche perché se no chi lo salverà dall’altra strega che ha a casa? 

Talk0

venerdì 18 novembre 2022

Cane mangia cane: recensione (deluxe) del film di Paul Schrader, tratto dal libro di Edward Bunker, con protagonisti Nicolas Cage, Willem Dafoe e Christopher Matthew Cook

Alla “riscoperta” di uno dei migliori e più sottovalutati film di Nicolas Cage degli ultimi anni, vi proponiamo una recensione 2.0 di Cane mangia Cane

In un mondo in cui ogni maestra d’asilo di età superiore ai 60 dovrebbe per legge essere armata di un Ak-47, vivono Troy (Nicolas Cage), Mad Dog (Willem Dafoe) e Diesel (Christopher Matthew Cook). Sono un piccolo manipolo di uomini duri, legati dal caso e dalla prigione. Loschi, ma anche amici ormai inseparabili, pronti a partire per ogni genere di scorribanda losca, spalleggiandosi l’uno con l’altro per poter racimolare qualche soldo che i lavori di pubblica utilità non possono offrirgli. Troy è un tipo elegante e parecchio sfortunato. Ama somigliare nelle movenze e nei vestiti ad Humphrey Bogart, le feste e essere trattato dalle donne come un bancomat. È lui il boss, gestisce gli incarichi e i contatti, ma non lo fa pesare agli altri. Mad Dog è sempre in disordine, ha un tatuaggio con un occhio disegnato sul mento, con coltello per sfilettare legato alla gamba ed è sempre strafatto. Ama coccolare i suoi piedi sulla moquette, le donne corpulente e le massaggiatrici asiatiche dal cuore di ghiaccio, ma quando esce di testa è in grado in un attimo di dipingere di sangue e interiora ogni superficie. Diesel è un grosso ragazzone che pare La Cosa dei Fantastici 4, con l’aria perennemente imbronciata e vestito sempre con una felpa con cappuccio. Ama lavorare nel campo del recupero crediti senza dover parlare troppo, patisce molto il fatto che gli “altri”, intesi come “tutto il maledetto mondo”, lo considerino un ex detenuto e questo lo pone costantemente sulla difensiva, facendogli fare delle gaffe clamorose. Questi tre scoppiati si trovano a sbarcare il lunario con i “lavoretti” offerti dal “greco” (interpretato dallo stesso regista della pellicola, Paul Schrader), realizzati quasi sempre dal trio con ampi margini di disorganizzazione, nervosismo e incompetenza, cui segue ritualmente un qualche festino a base di alcol e night club. 

È il festino la parte “bella” è più riuscita della loro vita: quando i tre completamente ubriachi possono arrivare a spogliarsi nudi e tirarsi addosso ridendo interi tubetti giganti di ketchup e maionese. Un giorno questo scombinato ratpack decide di accettare l’incarico della grande svolta: il rapimento di un bambino. Sebbene nessuno di loro ami questo tipo di lavoro, i 750mila dollari della ricompensa potrebbero portare tutti e tre in qualche paradiso tropicale a godersi il resto della vita. Peccato che le cose si mettano subito malissimo e gli animi fumantini dei tre inizino a farli sbarellare in una escalation di distruzione e autodistruzione. 


Tentativo numero due per il mitico Paul Schradder, regista di American Gigolò e del Bacio della pantera (con protagonista Natasha Kinski, figlia di Klaus Kinsky, uno dei miti personali di Cage) di lavorare insieme a Nicolas Cage, dopo quel pastrocchio produttivo capitato a Il Nemico Invisibile. Il libro del 1996 che Schrader sceglie di adattare sullo schermo è in questo caso bellissimo (in Italia si trova in economica e non è da farsi scappare) ed è di Edward Bunker, un nome grosso della narrativa noir che riesce sempre a offrire una visione originale e profonda del mondo criminale anche in virtù di un passato personale a tinte forti. Cane mangia cane è un libro carico di black humor, rabbia, malinconia e sogni infranti, che poteva benissimo diventare un film di Tarantino o Walter Hill, per i quali Bunker ha lavorato spesso come consulente e qualche volta anche come attore. Nelle mani di un Paul Schrader in vena di girare qualcosa di totalmente matto e fuori dagli schemi, Cane mangia cane diventa qualcosa di molto personale, dove si enfatizzano in modo profondo i tratti caricaturali dei personaggi e il loro “pessimismo cosmico” verso un mondo in cui tutte le persone comuni sono opportuniste e ciniche. Schrader sceglie una narrazione sincopata, che alterna umorismo a splatter e una fotografia acida piena di filtri colorati estremi, confezionando qualcosa visivamente a metà strada tra l’approccio “da zapping televisivo” di Natural Born Killers di Stone e il cartoon per adulti distorto di Paura e deliro a Las Vegas di Gilliam. Le riprese viaggiano veloci e concentrate in un mesetto a Cleveland, nel 2015, tra  ottobre e novembre, dove la parola d’ordine sul set sembra essere “sviluppare l’ansia sociale”. Troy, Mad Dog e Diesel sono personaggi che a furia di stare in un mondo che li respinge e li accusa di essere criminali, spesso ancora prima che facciano realmente qualcosa di grave, hanno perennemente i nervi scoperti e la pistola carica in pugno. Cage costruisce il suo Troy come un personaggio apparentemente sobrio, dimesso, dai toni gentili ed eloquio sofisticato. A dispetto di cotanta mitezza il personaggio si trova spesso con i capelli sparati per aria e gli abiti sbrindellati, rivelando per contrasto un’aria buffa quanto inquieta. Amabilissimo e compagnone per i suoi soci, stoico nel prendersi in faccia tutti gli schiaffi che la vita e in particolare il mondo femminile gli riserva, quando  arriva “l’ansia sociale” Troy sa mettersi nei casini in pochissimi secondi. Aggredisce chiunque trovi a tiro, urla, si muove in modi inconsulti, si infila in fughe surreali, impossibili quanto tragicamente inconcludenti. Troy è un po’ il fratello cattivo di Bill Firpo, il personaggio di Cage in Bufera in paradiso, così come tutto il mondo di Cane mangia cane sembra il fratello cattivo del paesino da favola abitato da persone super gentili e altruiste di Bufera in Paradiso. Consiglio caldamente la visione dei due film in una stessa serata per osservare i moltissimi e gustosi punti di contatto e divergenza tra le due pellicole, fino all’epilogo finale gustosamente speculare. Cage si diverte molto con Troy: lo de-costruisce, ne evidenza fragilità e cuore, nevrosi e soprattutto il disincanto. Verso al fine della pellicola, in una specie di progressiva auto consapevolezza di trovarsi all’interno di un mondo folle e ingrato, Troy arriva quasi a vestire i panni del “vendicatore metafisico”, sfidando il destino a riversare la sua stessa sfortuna anche su persone “per bene”. Se Troy combatte contro il destino avverso, i personaggi di Mad Dog e Diesel vanno alla difficile ricerca della loro parte interiore, cercando in modo tenero quanto catastrofico di essere migliori sviluppare empatia verso il prossimo. Il Diesel di Cook sembra un personaggio calmo e tranquillo, spesso gentile. Tuttavia la sua ansia sociale, che deriva dall’essere visto dagli altri come un galeotto, anche quando non ci sarebbe alcun presupposto per pensarlo, è devastante. Basta uno sguardo sbagliato per far crollare il nostro eroe, anche quando è sul punto di arrivare vittorioso alla fine di lunghi e difficili percorsi emotivi, che ne certificherebbero sensibilità, altruismo e perfetto inserimento sociale. Percorsi che falliscono quasi per “paura di farcela”. Cook gli dona un riuscito mix di malinconia e inconscio bisogno di autodistruzione, accentuando per il suo Diesel modi e movimenti da “tipaccio” a difesa di un animo di base ingenuo, quasi adolescenziale. Il Mad Dog di Dafoe è invece un individuo consapevole di vivere in un mondo da incubo in cui tutto è rosa e appiccicosamente artefatto. Motivo per cui sceglie ad oltranza la droga e il rassicurante mondo diverso in cui sa proiettarlo, dai toni blu scuri, calmo, liquido come l’acqua. Il problema è quando la droga finisce e Mad Dog deve mettere in atto maldestri tentativi per prolungare questa “calma psicotropa” nel mondo reale, cercando di dialogare costruttivamente con gli altri, cercando di evitare la rabbia. Purtroppo il mondo di Cane mangia cane è appunto un luogo in cui una maestra di asilo dovrebbe avere per legge un fucile Ak-47, del tutto impermeabile ad ogni meccanismo di comprensione umana e il nostro eroe, messo sotto stress, esplode nel giro di un secondo in una rabbia cieca, per poi un secondo dopo trovarsi a piangere e maledirsi sul latte versato. Dafoe sfodera per Mad Dog un ventaglio infinito di emozioni. Ce lo fa sentire febbrilmente vivo, da quando prova godimento nel massaggiarsi i piedi sulla moquette a quando piange in auto insieme a Diesel, ripensando ai suoi errori passati e alla sua infinita voglia di rivalsa. Dafoe ce lo fa vedere a fare “le boccacce al mondo reale”, davanti allo specchio, mentre è sotto gli effetti degli stupefacenti. Ce lo mostra ricurvo, mentre diventa piccolo piccolo e si prende le botte da una ragazza corpulenta che non vuole più amarlo. Ci mostra i suoi riflessi fulminei e lo sguardo impassibile da killer, quanto Mad Dog “professionalmente” difende i suoi compagni durante le loro scorribande. 


Cage, Cook e Dafoe danno vita a un bel trio di personaggi complicati e complessi e Schrader li segue nelle loro gesta di ordinaria inadeguatezza con gusto e divertimento, passione e affetto, in una storia in cui sappiamo fin dall’inizio che tutto finirà “a schifio”, sotto tonnellate e tonnellate di gustosa e irriverente satira sociale. Cane mangia cane si discostata in più punti dal romanzo ma ne rispetta lo spirito, la forte malinconia. La pellicola viaggia veloce cavalcando il suo umorismo e animo feroce, non facendo sconti in ambito di violenza visiva, con scene molto cruente che ne fanno una produzione destinata al solo pubblico adulto. Un piccolo film sanguigno e sarcastico in cui Cage riesce a fare un ottimo gioco di squadra insieme a Cook e Dafoe, dando vita a una dolce e sballata famiglia di uomini nudi che, dopo aver disseminato svariati cadaveri ed esserci cimentati in surreali inseguimenti, sanno tirarsi addosso, nudi e felici, interi tubetti ketchup e maionese. Antieroi, all’interno di un mondo troppo cattivo per “essere i buoni”. 

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martedì 1 novembre 2022

Inconceivable: un film davvero “inconcepibile” sulle paure delle giovani madri partorienti, con protagonista per qualche strana combinazione del destino Nicolas Cage

 


L’uomo di mezza età Brian Morgan (Nicolas Cage), medico e padre modello, che ama tagliarsi il prato da solo e fare jogging mattutino con il berretto in testa, sogna di guidare la sua Harley Davidson e ritiene Purple Rain una canzone che parla di paternità. Peccato che Brian si trovi nel film sbagliato, perché in Inconceivable si parla quasi solo ed esclusivamente di maternità, amicizie femminili e come da titolo “problemi di concepimento”: motivo per cui il nostro eroe e “pure sua madre”, interpretata qui addirittura da Faye Dunaway, staranno per la maggior parte della narrazione fuori di scena. Avremmo voluto passare più tempo con Brian che tutto felice taglia il prato di casa con il suo trattore e invece i riflettori sono puntati sulla moglie di Brian Angela (Gina Gershon), donna sulla quarantina, mora, madre della piccola Cora e con tanta voglia di avere altri figli. Un giorno Angela incontra un nuova amica giovane, bionda, gnocca e appena arrivata in città: Katie (Nicky Whelan), madre della piccola Maddy, coetanea di Cora. Le due finiscono per caso nello stesso corso di ginnastica madre-figlia gestito dalla scattante personal trainer Linda (la bellissima wrestler Eva Marie) e da lì iniziano a fare pigiama party, corsi di ballo con bambini, shopping con i bambini, compleanni con i bambini, le cene la domenica con i nonni dei bambini e infine diventano inseparabili, come le loro due figlie. Angela è medico come Brian e naturalmente è ginecologa, parla solo di bambini, vuole un altro bambino o magari altri più bambini, oltre a Cora (che sembra le interessi di meno in quanto “ce l’ha già”), e li vuole a tutti i costi, perché ama le famiglie allargate con tanti bambini, ma ha problemi di concepimento di nuovi bambini, che la rendono perennemente infelice e frustrata per il fatto di non poter più allevare personalmente in futuro nuovi bambini. La soluzione sembra essere trovare una madre surrogata che porti in grembo l’ovulo del suo nuovo bambino e dopo alcune vicissitudini Linda punta fortissimo sulla sua nuova amica Katie, che essendo al momento spiantata e disoccupata potrebbe fare pure la babysitter h24 per tutti i bambini, dipingere in modo professionale la cameretta dei bambini con i disegni di orsetti che tanto amano i bambini e magari pulire casa mentre lei è al lavoro, a far nascere bambini di altre mamme. Angela si rivela una vera “amica” per Katie insomma, anche se forse un po’ monotematica nell’ossessione constante dei bambini. Ma la paga da mamma surrogata/baby sitter/arredatrice/colf pare adeguata e la bionda accetta. La suocera Faye Dunaway è dubbiosa sul piano di affidare alla nuova amica della nuora il suo futuro nipotino e incalza: “Ma cosa sappiamo davvero di Katie? E se fosse una pazza psicopatica? Ma lei lo vorrebbe davvero in grembo un nuovo bambino? Ma a lei piacciono davvero anche i bambini di altri che devono crescere nella sua pancia?” Lo scopriremo alla fine del film. Ma intanto Katie si insedierà stabile nella casa dei Morgan, facendo di notte il bagno in piscina in topless sotto gli occhi di un Brian casualmente nei paraggi, che per qualche istante vorrebbe pure pensare a qualcosa di diverso dai bambini. 

In questo film del 2017 ha gli stessi occhi di ghiaccio di Natasha Henstridge in Specie Mortale, la biondissima e super sexy attrice e modella australiana Nicky Whelan. Aveva già sollecitato, nel ruolo di hostess, le attenzioni di un pilota di linea “potenzialmente fedifrago” interpretato da Cage, nel thriller soprannaturale ultra-religioso Left Behind, del 2014. Ma ora la tensione erotica tra i due può farsi più “bollente”, appunto perché non siamo più in un film ultra-religioso e…no, non è vero e non voglio illudevi in quel senso…


Sembra qui invece decisamente “travagliato” il rapporto tra Cage e la Gershon, che si erano già incontrati sul set del mitico Face/Off di John Woo nel 1997, dove avevano vissuto su schermo una relazione altrettanto travagliata, se vogliamo sempre con alla base delle “persone surrogate”. Gina Gershon, la star californiana super sexy che sempre nel 1997 recitava in Bound Torbido Inganno, dove era al fianco di Jennifer Tilly, in Inconceivable interpreta una madre tormentata, dallo sguardo perennemente ansioso, i capelli meshati e vestiti abbondanti, che vive in un costante stato di paranoia anche a causa di una trama che, anche se parla per il 90% di volere o accudire bambini e per il 5% di Cage che vuole tagliare il prato con un trattore, alla fine riesce ad essere anche un thriller. 

Un thriller che magari colpirà maggiormente per le tematiche il pubblico femminile più sensibile alla questione “bambini”, ma dotato di alcuni spunti originali da “revenge movie”. Non è ovviamente A l’interieur di Bustillo e Maury, assomiglia se vogliamo di più a La mano sulla culla di Curtis Hanson, ma riesce a essere un filmetto gustoso anche solo per gli occhi magnetici della Whelan e per la grinta che come sempre quando serve sa elargire la Gershon. Le due sembrano molto affiatate nel portare insieme le bimbe alla festa dei nonni quanto nel cavarsi gli occhi con odio. Una bella amalgama. Spaesatissima Faye Dunaway, che sembra un po’ Valeria Fabrizi nella serie di Rai 1 Che Dio ci aiuti. La wrestler Eva Marie è purtroppo sotto sfruttata, anche perché riesce a dare corpo a un personaggio interessante e sensuale nei brevi momenti in cui è in scena. Evanescente “per motivi di trama” pure il nostro amatissimo Cage, che anche se sul finale sembra riprendersi un po’ dallo stato di torpore passivo in cui riversa, non riesce mai a mostrare nel film il suo “occhio della tigre”. La pellicola sul valore della paternità dei genitori divorziati che aspettano di vedere la loro bambina nel weekend, secondo il personaggio di Cage alla base della canzone Purple Rain di Prince, dovrà attendere un altro film. Un film da domenica pomeriggio, da gustare in caso salti la programmazione della Signora in giallo. Quando Cage esce di scena con la sua Harley Davidson dopo l’inizio del film, per ricomparire solo più tardi, vorremmo un po’ seguirlo e finire con lui in un’altra pellicola, ma Nicky Whelan non ci è affatto dispiaciuta. 

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lunedì 26 settembre 2022

Stolen: la nostra recensione di uno scoppiettante film sulle rapine di Simon West con protagonista Nicolas Cage

Il super ladro di banche Will Montgomery (Nicolas Cage) viene arrestato dopo aver compiuto il suo colpo più grande, con il bottino che non viene mai più ritrovato. Will dice di averlo distrutto, bruciato, per avere uno sconto della pena. Forse è vero, forse no, in tanti non ci credono. Molti anni dopo Will è di nuovo un uomo libero e il detective che ha sempre seguito le sue gesta (Danny Huston) lo aspetta direttamente fuori dalle porte del carcere, determinato a seguirlo ovunque per recuperare quei soldi che per lui non sono mai davvero bruciati. A pensarla allo stesso modo è anche un vecchio socio di Will (Josh Lucas), che decide di rapire sua figlia (Eva Padoan) e metterla nel bagagliaio del suo taxi fino a quando l’ex collega non pagherà il conto. Inizierà così per il vecchio super ladro una corsa contro il tempo e forse la pianificazione di un nuovo super colpo. 

C’era una volta, nel 1997, un ex detenuto di nome Cameron Poe, dalla forza quasi erculea e dal capello biondo lungo che vibrava nel vento. Tornava a casa dalla sua bambina, dopo tanti anni, in un aereo carcerario pieno di pazzi squinternati, ascoltando insieme a loro i Lynyrd Skynyrd, recando in dono per la piccola un coniglietto di peluche. C’è molti anni dopo, nel 2012, ancora un ex detenuto, anche se dal capello più corto e di nome Will Montgomery, amante dei Creedence Clearwater Revival, che dopo molti anni torna dalla sua bambina, ora ormai adulta, forse “troppo adulta”, recandole in dono un orsacchiotto coccoloso. Il regista è sempre Simon West, Cage è star in entrambi i film e tra i co-protagonisti c’è sempre quell’amabile omone dal sorriso irresistibile di M.C.Gainey. A fare il “poliziotto buono” a questo giro al posto di Cusack c’è Danny Huston, a fare il “cattivo pazzo” c’è Josh Lucas al posto di Malcovich, a fare la “bionda” c’è la divina Malin Akerman al posto di Monica Potter. È di nuovo un film pieno di azione, spettacolari rapine, inseguimenti e battutacce come si facevano gli action  negli anni 80/90. Quelli che una volta chiamavamo “fumettoni”. Stolen è ben scritto da David Guggenheim, che avrebbe di lì a poco confezionato la sceneggiatura di un altro revival, Bad Boys for life, per poi dedicarsi ai  due Qualcuno salvi il natale con Kurt Russell, che pure vestito da Babbo Natale è ancora il top degli action Hero anni ‘80. Certo lo stile guarda tanto al passato e fosse uscito nel '95, come un Die Hard 3, la pellicola sarebbe stata davvero uguale. Ma Simon West dietro la macchia da presa non sembra invecchiato per niente per tecnica e inventiva, come del resto non sembra cambiato Cage, che trionfalmente indossa sullo schermo quello che è un giubbotto in pelle di vent’anni prima, senza il minimo accenno di pancia e decadimento muscolare. 


E dire che il film inizialmente doveva avere per protagonisti giovanotti come Clive Owen o Jason Statham. Io o immagino proprio Simon West che orfano di Jason “zero per cento di massa grassa” Statham al provino vede Cage e per dargli la parte lo invita a indossare la vecchia giacca senza fare uso di panciere o borotalco e alla fine si convince, gli dà la parte. Immagino che i due piangano e si abbraccino. Superata la prova della giacca di pelle, la giostra può ripartire e riprendere direttamente dai tempi di Con Air, per arrivare a confezionare una storia di un’ora e mezza bella tirata, tra le assolate strade di una New Orleans che ha ospitato le riprese nel 2011, tra marzo e giugno. Il film si becca un VM18 come pellicola “per adulti”, valutazione francamente eccessiva per un “fumettone”, al netto di una violenza visiva non così eclatante ma compatibile con il livello sanguigno delle sparatorie e l’estrema cattiveria del villain interpretato con gusto e passione da Josh Lucas. Lucas lo fa storto, zoppo, dall’indice folle e crudele, patetico e cinico e ci conquista subito, alza il livello della “sfida all’eroe”. Cage risponde adeguatamente, sfoderando un paio di sorrisi e battutacce alla Cameron Poe: non può più esibirsi nei calci volanti al rallentatore del protagonista di Con Air, ma può ancora impersonare benissimo l’asso del volante come in Fuori in 60 secondi di Sena, uscito nel 2000, quello con a fianco Angelina Jolie. Cage si diverte, gioca con le citazioni musicali, offre a Will lo charme del super ladro e West lo aiuta confezionando per lui scene di furti spettacolari e originali, scene di inseguimento adrenaliniche. Malin Akerman non è da meno della Jolie in questo “bionda”, diventando per Stolen la barista/rapinatrice di banche sexy che tutti vorremmo incontrare una volta nella vita. Cage funziona molto bene nelle scene in cui si confronta con Lucas o duetta con la Akerman, vive un po’ a distanza il rapporto/conflitto con il poliziotto del sempre bravo Huston, ma ci piace particolarmente nel ruolo di “padre sgangherato” per l’attrice Eva Padoan, di fatto un'evoluzione del personaggio di Poe. Torniamo alle scene finali di Con Air, dove Poe/Cage riesce finalmente a consegnare alla sua biondissima bambina, che non ha mai incontrato prima di allora, un coniglietto di peluche sopravvissuto a vari esplosioni e infine a un viaggio diretto nelle fogne di Las Vegas. La biondissima prima si ritrae al dono e rileva: “Ma è tutto sporco!!” e Cage, un po’ rattristato cerca subito di sistemarlo meglio e dice: “Beh, basta lavarlo un po’ ed è come nuovo…”. Segue un abbraccio. Una situazione analoga accade al primo incontro di Will/Cage con la figlia Allison, interpretata dalla Padoan. Solo che Allison è una teenager darkettona e Will la vede ancora come una bambina cui regalare un peluche gigante, nello stesso modo imbarazzante con cui Liam Neeson si rapportava alla figlia, che presto sarebbe stata rapita, nel primo Taken del 2008. Ora potrebbe quindi venire facile pensare che Stolen faccia parecchio rima con Taken, ma il protagonista è in fondo (con piccole differenze di caratterizzazione) sempre quello stesso padre un po’ inadeguato di Con Air e la comunicazione (im)possibile tra Cage e la Padoan è davvero qualcosa di tenero, impacciato e quindi pure autentico. 


Stolen è un film pieno di inseguimenti e sparatorie con un Cage in ottima forma, un cattivo interessante e una relazione familiare molto tenera. È un film che piacerà forse di più ai nostalgici dei vecchi action, ma è godibilissimo per ritmo e azione anche se siete fuori dal target, da gustare rigorosamente  con un bello stereo, televisore gigante, coca cola e popcorn. Cage indossa benissimo la giacca in pelle di 20 anni prima e si appresta a farlo per altri 30 anni almeno. Noi siamo con lui e non temiamo alcuna prova costume, da veri fan dei vecchi action movie. 

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giovedì 22 settembre 2022

Il cacciatore di donne (Frozen ground): la nostra recensione di un thriller fresco fresco con Nicolas Cage, John Cusack e Vanessa Hudgens

Nel 2013 esce Frozen, uno dei cartoni animati Disney di maggiore successo della storia del cinema e nello stesso anno non poteva che uscire anche “un Frozen”, con protagonista Nicolas Cage: nello specifico un Frozen Ground. Entrambi sono film ambientati in luoghi molto freddi, anche se il cartone è ambientato ad Arendelle in Scandinavia, mente il film con Cage è ambientato ad Anchorage, in Alaska. Entrambi vendono come protagonista una principessa Disney dal presente tormentato: da un lato la giovane e biondissima principessa Elsa, che è costretta a vivere troppo distaccata dagli altri, e dall’altro la giovane mora Cindy, interpretata dalla principessa del Disney Channel Vanessa Hudges (famosa per la serie High school musical), costretta a vivere “troppo ravvicinata agli altri” come animatrice di locali notturni. Entrambi i film vedono nel ruolo di cattivo “uomini che odiano le donne”(cit.), che sia un principe arraffone e poco azzurro o un mite uomo qualunque con il volto di John Cusack e il complesso del giustiziere. Entrambi hanno un eroe positivo che salverà la situazione per lo più aggirandosi in posti pieni di neve in cerca di caldi abbracci: da un lato il pupazzo di neve Olaf, dall’altro un detective empatico con il volto Nicolas Cage. Viste le molte e indiscutibili similitudini tra le due pellicole del 2013, per evitare la possibilità che le piccole spettatrici del cartoon Disney entrassero per sbaglio a vedere un thriller su un cacciatore di prostitute, in Italia Frozen Ground è stato tradotto come Il cacciatore di donne, ma questo non ha impedito a molti padri scapestrati di ordinare online in dvd un altro “Frozen sbagliato”: ossia l’horror Frozen, del 2010. Film che in Italia avrebbero benissimo potuto tradurre come “La seggiovia della morte”, essendo di fatto “l’Open water delle seggiovie” (un ottimo Open water delle seggiovie, se me lo chiedete, con gustosissime scene da commedia nerissima), ma che nessuno si è azzardato a rinominare così per non finire inimicato con la potente lobby degli impianti di risalita del nord Italia. C’è quindi un po’ di Frozen per tutti nel mondo del cinema e fa piacere evocare una “pellicola Frozen”, specie nelle calde giornate di un’estate resa rovente della più recente apocalisse climatica in corso. 


Frozen Ground è scritto e diretto con “freschezza artica” dal Neozelandese Scott Walker, che ci immaginiamo correre gioioso tra le montagne neozelandesi con uno slittino, inseguito dagli orchi locali, nelle zone dove hanno girato Lo Hobbit. Il film ha nell’ambientazione e fotografia tutto il fascino e freschezza dei gialli svedesi, da Stieg Larsson a Camilla Lackberg, quelli che fin dalla copertina ti fanno venir voglia di indossare il maglione pesante prima di iniziare la lettura, anche se fanno 40 gradi all’ombra. Ho un amico che compra i gialli svedesi e li usa come ghiaccio sintetico nelle borse frigo. Potrà anche questo film di Cage, Cusack e Hudgens essere usato come ghiaccio di emergenza, nel caso ci venisse un bernoccolo in biblioteca?  L’ultima volta che abbiamo visto insieme Cage e Cusack è stato nell’assolatissima Las Vegas di Con Air. Era il 1997, Cage era palestrato, sudato e in canotta stile action hero “post-bruce-willisiano”, Cusack era un poliziotto tranquillo, magrolino ed ecologicamente schierato, che indossava i sandali con i calzini. Mi piace ricordare come nel giro di pochi anni sia Cusack (nel 1999 con Essere John Malkovich) che Cage (nel 2002 con Adaptation) abbiano recitato in film scritti dal grande, originalissimo ma poco prolifico Charlie Kaufman, entrambi per la regia di Spike Jonze. Jonze che nel 1999 sposò Sofia Coppola e quindi in qualche modo entrò nella grande famiglia di Cage, per chi ama i “trivia” sul nostro attore preferito. Un  anno prima di Frozen Ground, nel 2012, Cage non era più palestrato e sudato come nel '97, si era quasi completamente riposato, aveva girato Stolen guarda caso con il regista di Con Air Simon West e in qualche modo si preparava, più cicciottello del solito, a fare questa rimpatriata pure con Cusack, cui è seguita a breve giro anche una delle sue pellicole migliori sempre, Joe, per la regia di David Gordon Green, “super amico” di James Franco. Decisamente un bel momento della sua carriera, in cui Frozen Ground è al centro. Nel 2012 tra le altre cose John Cusack aveva impersonato da protagonista Edgar Alan Poe in The raven: non aveva più i sandali con i calzini e aveva tanta voglia di uno di quei ruoli dark in cui è bravissimo ma che gli offrono super-centellinati, stile Identità di Paxton. Nel 2014 sarebbe stato diretto da Cronenberg in Maps to the stars. Vanessa Hudges come tutte le principesse che prima o poi lasciano il Disney Channel perché “cresciute” aveva invece avuto una recente svolta sexy. Prima interpretando nel 2011 l’incompreso ma affascinante Sucker Punch di Snyder, dove il suo personaggio si chiama Blondie, è la super sexy cosplayer di una aviatrice e guida un robot contro un esercito di zombie. Poi nel  2012 girando Spring Breakers, dove il suo personaggio si chiamava Candy, era sempre in bikini e insieme a James Franco. Sempre nel 2013, dopo Frozen Ground, in cui è appunto la prostituta Cindy, la Hudges sarebbe stata in Machete Kills, dove il suo personaggio, la Bad girl Desdemona, sarebbe stata ovviamente una femme fatale super sexy e armata di reggiseno-mitragliatrice come una moderna Aphrodite Ace, per gasare tutti i nerd e fan di Robert Rodriguez. In Machete Kills a impersonare Machete c’era ovviamente Danny Trejo, coprotagonista di Cage sempre in Con Air. In un ruolo piccolo ma gustoso di “cattivo sfigato alla Coen”, ossia  tipo Buscemi in Fargo o Dillon in Non è un paese per vecchi, compare in Frozen Ground pure 50 Cents. Nello stesso anno il rapper avrebbe partecipato ad Escape Plan con Stallone e Schwarzenegger, rimanendo poi comprimario fisso in in tutta la “trilogia”. Nel 2014 farà pure lui un film con Danny Trejo, Vengeance. Insomma, questo Frozen Ground ha un po’ portato bene a tutti, tranne che a Scott Walker, che dopo Frozen Ground ha scritto e diretto poco, anche se il database lo segnala sempre attivo nella produzione di più film. Quasi scomparso, come accade spesso nei gialli scandinavi che possiamo usare come borse del ghiaccio. 


Ma torniamo a “questo” giallo scandinavo ma girato in Alaska da un neozelandese, tra boschi ghiacciati e uomini che odiano le donne. Il film si apre con la Hudges che è una prostituta scampata miracolosamente a un cliente matto che deve essere ancora identificato, uno che ha iniziato un gioco con le manette e poi aveva voglia di squartarla. La polizia di Anchorage chiude il caso dopo tre minuti con un pleonastico:  “Se l'è cercata, se fosse rimasta a fare le parti di brava ragazza al Disney Channel senza finire negli incubi nerd di Snyder e Rodriguez, forse ora sarebbe in roba come How I meet Your Mother e non in un film in cui fa la prostituta e finisce nelle mani dei pazzi”. Ma c’è qualcuno che la pensa diversamente: un detective di provincia con la barbetta (l’attore è Ryan O’Nan, visto nel telefilm tratto da Fargo dei Coen), personaggio chiave che vedremo in altre due scene da tre minuti in tutto, che fa i collegamenti con altri casi e inizia a pensare che sia opera di un serial killer. Questa interpretazione dei fatti solletica l’attenzione di un altro poliziotto, interpretato da Cage, che da un’altra parte dell’Alaska troverà allo stesso modo colleghi che la pensano in modo diverso e dicono: “Ma non hai visto come è finita Britney Spears? E Linsley Lohan? E Miley Cyrus? E Bella Thorne? Queste star della tv dei ragazzini fanno tutte la svolta sexy e poi non sai mai che razza di fan si portano dietro!! Una aggressione può capitare!!!”. Insomma, questo è un film sulla necessità di superare l’ipocrisia che una ragazza carina “se l'è cercata”. Ipocrisia che si eleva al quadrato quando emerge che il principale imputato (che però la pellicola ci mostra subito come colpevole, come nel telefilm Colombo) è ritenuto un “bravo e morigerato padre di famiglia per bene”, interpretato da John Cusack. Un uomo che è per antonomasia il bravo e morigerato padre di famiglia per bene, anche se ogni tanto ha questa “bizzarria” che ama sparire con il suo aereoplanino personale in un luogo loschissimo tra i boschi, per interi week end, armato di fucile, tornando a casa quasi sempre a mani vuote, con una sacca nera grande come un cadavere che ogni volta si dimentica tra i boschi senza riportarla indietro. Certo come si può pensare che John Cusack, al posto di essere un cacciatore-pippa e uno smemorato che si perde le cose che sembrano cadaveri nei boschi, sia in realtà un pericoloso assassino? Può davvero un uomo così per bene aver fatto dei sogni perversi su una star del Disney Chanel?  Per “crederci” serve un detective / antieroe come quello di Cage. Un uomo così rassicurante, compassato, buono, paffuto e puro che quando si porta a casa la Hudges per difenderla dall’assassino “ci crede davvero”. Anche se la moglie gli tuona contro: “Ma bravo!! Sei passato dai concerti di Hanna Montana a portarti direttamente a casa una star del Disney Chanel!!!?? Non potevi metterla in una casa sorvegliata, la volevi sul divano, mezza nuda a cantare con te in duetto le canzoni di High School Musical!!!??? Ma quando sei bravo!!”. Ma Cage tira avanti, in questo mondo ingiusto e pieno di brutti preconcetti sulla carriera adulta delle baby star. Con Macaulay Culkin e Daniel Redcliffe che dall’alto di pellicole super cult come Tusk di Kevin Smith e Swiss Army Man di Kwan e Scheinert, realizzate quando non erano più dei ragazzetti batuffolosi, testimoniano a lui benevolmente che le baby star possono ancora fare cose fichissime da adulte. Come appunto farà da lì a pochissimo anche la Hudges, indossando quel fantastico reggiseno a mitragliatrice in stile “nagaiano” in Machete Kills



Mentre qualcuno, come il matto interpretato magistralmente da un Cusack che ogni tanto ama non farsi passare da eterno bravo ragazzo (altra lotta contro gli stereotipi vinta brillantemente!), non vede l’ora di “impallinare (almeno) sui social ogni tentativo di queste baby star di poter fare qualcosa nella vita, dopo la loro ormai terminata epoca dell’ora dell’infanzia. Questo è un po’ il senso del film, secondo me. C’è poi la questione, al di là delle battute, che il film sia tratto da una storia verissima e sanguinosissima, su uno dei serial killer più spietati di sempre. Vediamo poco in azione insieme alle sue vittime, il killer di Cusack. Per lo più le vittime imprigionate le guardiamo in modo ravvicinato, in scene rese veloci e oscure da una macchina da presa che in questi frangenti appare frenetica, quasi umorale, quasi documentaristica. Quando invece le vittime sono esposte al sadico gioco del killer, liberate in un bosco ghiacciato per essere cacciate come dei cervi, la fotografia si fa calda, si allarga quasi al formato panoramico, gli alberi e il riflesso del sole sulla neve riportano quasi ad una dimensione favolistica, diventa quasi una sadica variazione di Cappuccetto Rosso. Questo contrasto tecnico e cromatico rende il personaggio di Cusack ancora più minaccioso, imprevedibile, letale e alieno. È un gioco a due tra vittima e carnefice, intervallato da scene di indagine che incespicano, inciampano, non riescono mai a trovare una sintesi. La polizia gli sta dietro e non lo raggiunge mai, la trama si perde in labirinti burocratici, incomprensioni, bustarelle. Non c’è Clarice Starting che irrompe a casa di Buffalo Bill, dando inizio a un chiaro confronto tra i buoni e i cattivi. La sfida è sempre a distanza, la caccia è frequentemente screditata. Frozen Ground in questo è un thriller duro e realistico, posto in una cornice davvero cupa, glaciale, notturna e disperata. Non ci sono eroi, se non la ragazzina interpretata dalla Hudges, l’unica che è riuscita a scappare ma a cui nessuno crede, perché è ritenuta per la sua professione poco più che un oggetto. Un oggetto destinato a rompersi per sue precise scelte di vita. Questo cinismo diffuso, quasi come un morbo, in troppi  personaggi sulla scena, fa paura quasi quando il killer di Cusack ed è forse l’aspetto più interessante della pellicola. È questo che rende Frozen Ground un thriller glaciale che si potrebbe appoggiare alla testa come una busta del ghiaccio, quando abbiamo un bernoccolo. Con il dvd funziona, ma può essere che si riesca ad avere la stessa sensazione di freddo appoggiando la testa al televisore, guardando la pellicola in streaming. Quindi se fa caldo e volete un po’ di brividi, ecco il film pieno di neve e omicidi che può fare al caso vostro. 

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lunedì 29 agosto 2022

Outcast - l’ultimo templare: la nostra recensione di un action pensato per il pubblico malesiano con protagonista un tristissimo Hayden Christensen e in un ruolo più piccolo il mitico Nicolas Cage


Chiariamolo subito, questo non è il seguito/spin-off/prequel/newquel/requel de L’ultimo dei Templari. Quindi niente streghe e Ron Perlman a questo giro e pure poco Cage, che viene relegato a un ruolo di margine, pur gustosissimo, per il quale sfoggia un codino da samurai. Questo film è comunque una pellicola in cui vediamo dei crociati/templari/cavalieri roteare le spade, ma è più dalle parti del wuxia che dell’horror e soprattutto è “l’Hayden Christensen show”, un film in cui l’ex interprete di Darth Vader è mattatore semi-assoluto per la gioia incontrastata di tutti i suoi fan. Fan che non credevo esistessero in numero così cospicuo in Malesia, paese che ha potuto godere in anteprima, sei mesi prima del resto del mondo, di questa stranissima coproduzione realizzata tra America, Cina e Canadan. Ma tale scelta distributiva può anche essere compatibile con il fatto che sia appunto un wuxia, genere di punta nei paesi asiatici. Un wuxia girato in Oriente, tra Pechino e la regione del Yunnan, arricchito da tante scene di lotta e un nutritissimo cast di attori asiatici, tra cui Bozhao Wang (da noi visto di recente nel fantascientifico action Bleeding Steel con Jackie Chan), Simon Chin (visto di recente in Snake Eyes e nella serie tv di Snowpiercer), Fernando Chien (visto in Fast Five, Shag-chi, Transcendence, la Mummia 3,  nel Warrior con Nick Nolte e Tom Hardy), la bella Liu Yifei (cantante e attrice molto famosa in patria, vista nel 2020 in Mulan), Andy On  (New Police Story, con Jackie Chan). Lo sceneggiatore è uno specialista nell’adattamento di “romanzi d’avventura classici”, nel 2012 ha realizzato una serie tv sui viaggi di Sinbad, nel 2014 insieme a questo Outcast realizzerà una serie sui Tre moschettieri, nel 2016 una serie su Beowulf e nel 2019 sceneggerà anche alcune puntate della serie tv italiana ispirata alla famiglia dei Medici. Le location, tra Pechino e Baoding, sono bellissime, suggestive, piene di una natura rigogliosa, castelli e fortini accuratamente ricreati. Molto belle le armature, bella la fotografia di Joel Ransom, già direttore della fotografia di X-Files, Deep Rising e soprattutto di un action come Pallottole Cinesi. Le musiche sono di Guillaume Roussel, che ha collaborato nel dipartimento sonoro dei Pirati dei Caraibi. La pellicola è firmata da Nick Powell, qui al suo esordio da regista  ma già coordinatore di stunt per film come Braveheat, Robin Hood principe dei ladri, Bourne Identity, Il Gladiatore, L’ultimo samurai. Powell aveva tutte le carte in regola per provare a dirigere oltre ai combattimenti anche ”un film intero a base di combattimenti”, ma la forma di proporre al mercato asiatico uno stile di action occidentale mischiando le maestranze sembra essere piaciuta subito ai produttori. Al punto che uno di loro, Jeremy Bolt, aveva prodotto tutti i film di Resident Evil di Paul W.S. Anderson e pure gli Underworld di Len Wiseman, era così galvanizzato all’idea di un wuxia con Darth Vader che subito si era messo a rilasciare dichiarazioni sul fatto che era in forno anche il capitolo numero 2 e che avrebbe diretto lui personalmente la pellicola. Riassumiamo: Darth Vader, Nicolas Cage in versione samurai, gente che si intende di film di combattimento e narrativa d’avventura e ha partecipato alla produzione di svariati blockbuster, nomi di richiamo per il mercato asiatico, location bellissime. Cosa poteva davvero andare male? Partiamo dalla trama.


Il giovane Darth Vader è un crociato che a seguito di un inaspettato rigurgito di coscienza per le “brutture delle crociate” va in Oriente, alla ricerca di un suo vecchio commilitone carismatico come Nicolas Cage che una volta gli ha detto: “quando vuoi vieni a trovarmi in Oriente. È un posto piccolo, prima o poi mi trovi per strada da qualche parte”. Certo avere un indirizzo sarebbe stato più carino, ma il giovane Darth Vader parte per “l’Oriente” e presto inizia a dedicarsi all’alcol e alla depressione. Finisce senza neanche capire come in una faida familiare in cui un matto principe asiatico vuole sterminare tutti i suoi fratelli per succedere al trono. Vader diventa guardia del corpo di uno dei “fratelli da eliminare“, trova un love-interest (per la bellissima Liu Yifei) e trova forse un po’ il suo posto nel mondo. Ma chi invece sembra aver fatto davvero centro è Cage, che si è creato nell’Oriente il suo personale esercito di predoni, ha vissuto una vita intensissima, si è pure fatto il codino da samurai e ora si fa chiamare “il fantasma bianco”. È così figo che ha pure una entrata in scene che pare Lando Calrissian nell’ultimo Star Wars. Riuscirà il giovane Vader a salvare la dinastia reale, se stesso, il mondo? Nel mentre un sacco di combattimenti a spadate contro crociati, guerrieri asiatici e predoni. 


La trama, al netto di alcune sfumature davvero interessanti, è storicamente gustosa seppur “vaga”, piuttosto lineare e familiare nella messa in scena di alcuni archetipi del wuxia (dai generali fedelissimi fino alla morte ai principi capricciosi, al classico underdog in cerca di redenzione), pecca forse di alcune lungaggini ma risulta funzionalissima ad un buon film di cappa e spada. Menare è una questione centrale e Powel dimostra di saper fare bene il suo storico lavoro di coordinatore di combattimenti. Outcast infatti decolla quando arrivano le scene d’azione, molto corpose e ben coreografate, dove sia Christensen che Cage che tutto il cast asiatico di stunt-man si dimostrano a proprio agio tra capriole, duelli e piogge di frecce. Tutti gli allenamenti con la spada laser si fanno sentire e Christensen è particolarmente bravo nelle pose, nelle proiezioni, negli affondi, nel tirare con l’arco, ma la sorpresa più grande è un Cage che, pure non sfoggiando un fisco da “zero per cento di massa grassa”,  quando gli si dà in mano uno spadone va in autentica estasi. Era successo nell’Ultimo dei templari di Dominic “Fuori in 60 secondi” Sena e qui si replica con gioia. Cage gioca un po’ su un modo di lottare e recitare a scatti, nelle intenzioni come nel celebre stile “dell’ubriaco”, sfoggiando un incedere indeciso e una bottiglia per quasi tutte le sue pose. È un po’ a livello trascendente come se avesse introiettato lo stile dell’ubriaco dalla sua interpretazione di un ubriaco da Oscar in Via da Las Vegas: un esempio plastico di quando l’arte marziale nasce e si evolve dall’arte recitativa. Si getta animo e corpo negli combattimenti uno contro venti, dà vita ad alcuni momenti in cui sa essere fragile quanto pericoloso, instabile quanto chirurgico negli affondi. Momenti tragici, umani e brutali, ma forse troppi risicati nel minutaggio finale. Se ne “vorrebbe di più” di questo strano “samurai ubriaco style” e per questo giustamente Cage tornerà sei anni dopo a brandire spade in Jiu Jitsu di Dimitri Logothetis.  


Quando non si menano le mani, Christensen purtroppo non riesce proprio a renderci simpatico il suo crociato, neanche quando è per esigenze di trama in zona da coma etilico, neanche quando è a fianco della bella Liu Yifei. Dicevamo di come Cage ci ha vinto un Oscar interpretando un alcolizzato innamorato, mostrandone la fragilità e l’impeto, l’auto distruzione e la malinconia. Christensen, che avrebbe dovuto studiarsi Via da Las Vegas a memoria, fa giusto per il suo crociato ubriaco l’aria imbronciata, per tutta la durata del film. Troppo poco. Cage dà corpo a un personaggio secondario, il “fantasma bianco”, che in poche scene tra paure e spavalderia trova umanità e redenzione. Christensen, nel ruolo del classicissimo eroe da cinema asiatico che ha reso grandi le carriere di attori anche non esperti di arti marziali come Chow Yun-Fet e  Nicholas Tse e (quello che durante la storia ha una evoluzione sia fisica che morale), rimane invece imbronciato, sempre imbronciato. Così continuamente imbronciato che il film necessitava di scene d’azione extra per sopperire e coprire di più  questo monolitico “fare l’imbronciato”. Alla fine della visione siamo così anche noi un po’ imbronciati, anche perché Cage, che quando è sulla scena se la divora, lo vediamo davvero per troppi pochi minuti e il resto del film, per questo assurdo “haydenchristencentrismo”, risulta al più abbastanza convenzionale, ben confezionato ma un po’ con il pilota automatico. Christensen si mangia “in negativo” tutta l’atmosfera e prosegue un po’ in sordina la stagione dei wuxia con attori occidentali, l’anno prima “inaugurata” dal non felicissimo 47 ronin con Keanu Reeves, ma che in seguito avrebbe portato a film molto godibili come Dragon Blade (con Jackie Chan, Adrien Brody e John Cusack) e The Great Wall (di Zang Yimou, con Matt Damon e Pedro Pascal). 

Ma le “botte” alla fine ci sono, l’ambientazione pure e anche un Nicolas Cage con spadone e codino da samurai. Outcast è, così sommando i pro e contro, un film divertente, anche se forse non diventa mai memorabile. Il produttore non ha ancora smentito l’idea di farne un sequel, anche se non ha dato aggiornamenti sulla questione da quasi 8 anni. Credo che in questo momento Hayden Christensen sia imbronciato. 

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