venerdì 18 novembre 2022

Cane mangia cane: recensione (deluxe) del film di Paul Schrader, tratto dal libro di Edward Bunker, con protagonisti Nicolas Cage, Willem Dafoe e Christopher Matthew Cook

Alla “riscoperta” di uno dei migliori e più sottovalutati film di Nicolas Cage degli ultimi anni, vi proponiamo una recensione 2.0 di Cane mangia Cane

In un mondo in cui ogni maestra d’asilo di età superiore ai 60 dovrebbe per legge essere armata di un Ak-47, vivono Troy (Nicolas Cage), Mad Dog (Willem Dafoe) e Diesel (Christopher Matthew Cook). Sono un piccolo manipolo di uomini duri, legati dal caso e dalla prigione. Loschi, ma anche amici ormai inseparabili, pronti a partire per ogni genere di scorribanda losca, spalleggiandosi l’uno con l’altro per poter racimolare qualche soldo che i lavori di pubblica utilità non possono offrirgli. Troy è un tipo elegante e parecchio sfortunato. Ama somigliare nelle movenze e nei vestiti ad Humphrey Bogart, le feste e essere trattato dalle donne come un bancomat. È lui il boss, gestisce gli incarichi e i contatti, ma non lo fa pesare agli altri. Mad Dog è sempre in disordine, ha un tatuaggio con un occhio disegnato sul mento, con coltello per sfilettare legato alla gamba ed è sempre strafatto. Ama coccolare i suoi piedi sulla moquette, le donne corpulente e le massaggiatrici asiatiche dal cuore di ghiaccio, ma quando esce di testa è in grado in un attimo di dipingere di sangue e interiora ogni superficie. Diesel è un grosso ragazzone che pare La Cosa dei Fantastici 4, con l’aria perennemente imbronciata e vestito sempre con una felpa con cappuccio. Ama lavorare nel campo del recupero crediti senza dover parlare troppo, patisce molto il fatto che gli “altri”, intesi come “tutto il maledetto mondo”, lo considerino un ex detenuto e questo lo pone costantemente sulla difensiva, facendogli fare delle gaffe clamorose. Questi tre scoppiati si trovano a sbarcare il lunario con i “lavoretti” offerti dal “greco” (interpretato dallo stesso regista della pellicola, Paul Schrader), realizzati quasi sempre dal trio con ampi margini di disorganizzazione, nervosismo e incompetenza, cui segue ritualmente un qualche festino a base di alcol e night club. 

È il festino la parte “bella” è più riuscita della loro vita: quando i tre completamente ubriachi possono arrivare a spogliarsi nudi e tirarsi addosso ridendo interi tubetti giganti di ketchup e maionese. Un giorno questo scombinato ratpack decide di accettare l’incarico della grande svolta: il rapimento di un bambino. Sebbene nessuno di loro ami questo tipo di lavoro, i 750mila dollari della ricompensa potrebbero portare tutti e tre in qualche paradiso tropicale a godersi il resto della vita. Peccato che le cose si mettano subito malissimo e gli animi fumantini dei tre inizino a farli sbarellare in una escalation di distruzione e autodistruzione. 


Tentativo numero due per il mitico Paul Schradder, regista di American Gigolò e del Bacio della pantera (con protagonista Natasha Kinski, figlia di Klaus Kinsky, uno dei miti personali di Cage) di lavorare insieme a Nicolas Cage, dopo quel pastrocchio produttivo capitato a Il Nemico Invisibile. Il libro del 1996 che Schrader sceglie di adattare sullo schermo è in questo caso bellissimo (in Italia si trova in economica e non è da farsi scappare) ed è di Edward Bunker, un nome grosso della narrativa noir che riesce sempre a offrire una visione originale e profonda del mondo criminale anche in virtù di un passato personale a tinte forti. Cane mangia cane è un libro carico di black humor, rabbia, malinconia e sogni infranti, che poteva benissimo diventare un film di Tarantino o Walter Hill, per i quali Bunker ha lavorato spesso come consulente e qualche volta anche come attore. Nelle mani di un Paul Schrader in vena di girare qualcosa di totalmente matto e fuori dagli schemi, Cane mangia cane diventa qualcosa di molto personale, dove si enfatizzano in modo profondo i tratti caricaturali dei personaggi e il loro “pessimismo cosmico” verso un mondo in cui tutte le persone comuni sono opportuniste e ciniche. Schrader sceglie una narrazione sincopata, che alterna umorismo a splatter e una fotografia acida piena di filtri colorati estremi, confezionando qualcosa visivamente a metà strada tra l’approccio “da zapping televisivo” di Natural Born Killers di Stone e il cartoon per adulti distorto di Paura e deliro a Las Vegas di Gilliam. Le riprese viaggiano veloci e concentrate in un mesetto a Cleveland, nel 2015, tra  ottobre e novembre, dove la parola d’ordine sul set sembra essere “sviluppare l’ansia sociale”. Troy, Mad Dog e Diesel sono personaggi che a furia di stare in un mondo che li respinge e li accusa di essere criminali, spesso ancora prima che facciano realmente qualcosa di grave, hanno perennemente i nervi scoperti e la pistola carica in pugno. Cage costruisce il suo Troy come un personaggio apparentemente sobrio, dimesso, dai toni gentili ed eloquio sofisticato. A dispetto di cotanta mitezza il personaggio si trova spesso con i capelli sparati per aria e gli abiti sbrindellati, rivelando per contrasto un’aria buffa quanto inquieta. Amabilissimo e compagnone per i suoi soci, stoico nel prendersi in faccia tutti gli schiaffi che la vita e in particolare il mondo femminile gli riserva, quando  arriva “l’ansia sociale” Troy sa mettersi nei casini in pochissimi secondi. Aggredisce chiunque trovi a tiro, urla, si muove in modi inconsulti, si infila in fughe surreali, impossibili quanto tragicamente inconcludenti. Troy è un po’ il fratello cattivo di Bill Firpo, il personaggio di Cage in Bufera in paradiso, così come tutto il mondo di Cane mangia cane sembra il fratello cattivo del paesino da favola abitato da persone super gentili e altruiste di Bufera in Paradiso. Consiglio caldamente la visione dei due film in una stessa serata per osservare i moltissimi e gustosi punti di contatto e divergenza tra le due pellicole, fino all’epilogo finale gustosamente speculare. Cage si diverte molto con Troy: lo de-costruisce, ne evidenza fragilità e cuore, nevrosi e soprattutto il disincanto. Verso al fine della pellicola, in una specie di progressiva auto consapevolezza di trovarsi all’interno di un mondo folle e ingrato, Troy arriva quasi a vestire i panni del “vendicatore metafisico”, sfidando il destino a riversare la sua stessa sfortuna anche su persone “per bene”. Se Troy combatte contro il destino avverso, i personaggi di Mad Dog e Diesel vanno alla difficile ricerca della loro parte interiore, cercando in modo tenero quanto catastrofico di essere migliori sviluppare empatia verso il prossimo. Il Diesel di Cook sembra un personaggio calmo e tranquillo, spesso gentile. Tuttavia la sua ansia sociale, che deriva dall’essere visto dagli altri come un galeotto, anche quando non ci sarebbe alcun presupposto per pensarlo, è devastante. Basta uno sguardo sbagliato per far crollare il nostro eroe, anche quando è sul punto di arrivare vittorioso alla fine di lunghi e difficili percorsi emotivi, che ne certificherebbero sensibilità, altruismo e perfetto inserimento sociale. Percorsi che falliscono quasi per “paura di farcela”. Cook gli dona un riuscito mix di malinconia e inconscio bisogno di autodistruzione, accentuando per il suo Diesel modi e movimenti da “tipaccio” a difesa di un animo di base ingenuo, quasi adolescenziale. Il Mad Dog di Dafoe è invece un individuo consapevole di vivere in un mondo da incubo in cui tutto è rosa e appiccicosamente artefatto. Motivo per cui sceglie ad oltranza la droga e il rassicurante mondo diverso in cui sa proiettarlo, dai toni blu scuri, calmo, liquido come l’acqua. Il problema è quando la droga finisce e Mad Dog deve mettere in atto maldestri tentativi per prolungare questa “calma psicotropa” nel mondo reale, cercando di dialogare costruttivamente con gli altri, cercando di evitare la rabbia. Purtroppo il mondo di Cane mangia cane è appunto un luogo in cui una maestra di asilo dovrebbe avere per legge un fucile Ak-47, del tutto impermeabile ad ogni meccanismo di comprensione umana e il nostro eroe, messo sotto stress, esplode nel giro di un secondo in una rabbia cieca, per poi un secondo dopo trovarsi a piangere e maledirsi sul latte versato. Dafoe sfodera per Mad Dog un ventaglio infinito di emozioni. Ce lo fa sentire febbrilmente vivo, da quando prova godimento nel massaggiarsi i piedi sulla moquette a quando piange in auto insieme a Diesel, ripensando ai suoi errori passati e alla sua infinita voglia di rivalsa. Dafoe ce lo fa vedere a fare “le boccacce al mondo reale”, davanti allo specchio, mentre è sotto gli effetti degli stupefacenti. Ce lo mostra ricurvo, mentre diventa piccolo piccolo e si prende le botte da una ragazza corpulenta che non vuole più amarlo. Ci mostra i suoi riflessi fulminei e lo sguardo impassibile da killer, quanto Mad Dog “professionalmente” difende i suoi compagni durante le loro scorribande. 


Cage, Cook e Dafoe danno vita a un bel trio di personaggi complicati e complessi e Schrader li segue nelle loro gesta di ordinaria inadeguatezza con gusto e divertimento, passione e affetto, in una storia in cui sappiamo fin dall’inizio che tutto finirà “a schifio”, sotto tonnellate e tonnellate di gustosa e irriverente satira sociale. Cane mangia cane si discostata in più punti dal romanzo ma ne rispetta lo spirito, la forte malinconia. La pellicola viaggia veloce cavalcando il suo umorismo e animo feroce, non facendo sconti in ambito di violenza visiva, con scene molto cruente che ne fanno una produzione destinata al solo pubblico adulto. Un piccolo film sanguigno e sarcastico in cui Cage riesce a fare un ottimo gioco di squadra insieme a Cook e Dafoe, dando vita a una dolce e sballata famiglia di uomini nudi che, dopo aver disseminato svariati cadaveri ed esserci cimentati in surreali inseguimenti, sanno tirarsi addosso, nudi e felici, interi tubetti ketchup e maionese. Antieroi, all’interno di un mondo troppo cattivo per “essere i buoni”. 

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