lunedì 22 giugno 2026

Arion: la nostra recensione del capolavoro fantasy di Yoshikazu Yasuhiko, realizzato dallo studio Sunrise, che arriva per la prima volta sui nostri schermi, in occasione dei 40 dalla sua uscita giapponese, grazie a Nexo Studios e Yamato Video

 


Sinossi 

Prima dell’epoca dei miti, nell’aspro territorio bagnato dal mare Egeo che sarebbe diventato la culla della civiltà moderna, creature misteriose chiamate “titani”, che in seguito sarebbero state definite “divinità”, alimentarono per secoli conflitti antichi quanto violenti. 

Chrono (personificazione del tempo), figlio di Urano (personificazione del cielo) e di Gea (personificazione della Terra), aveva ucciso il padre per arrivare al comando ed essere signore di tutte le cose. Chrono, sposatosi con la sorella Rea (per qualcuno, personificazione dello “scorrere del tempo nella natura”), venne a sua volta ucciso dal figlio Zeus (il “padre celeste”, la “luce del fulmine”), che insediatosi nel palazzo reale dell’ala est del Monte Olimpo, spaventato dalla possibilità di essere tradito, iniziò subito una terribile guerra contro i suoi fratelli Poseidon (“mare”) e Ades (divinità “dell’Invisibile” e dell’oltretomba). Una lotta che aveva in breve tempo distrutto intere città e si stava sempre più espandendo: finendo per travolgere anche Demetra (dea del “raccolto”), che da anni viveva umilmente tra gli uomini, crescendo come pastore suo figlio Arion. Demetra non volle parteggiare per Ades, ma il dio degli inferi, promettendo con l’inganno un’erba in grado di sanare la cecità della madre, riuscì a farsi seguire nell’Oltretomba dal piccolo Arion. Il ragazzo crebbe sotto terra, nella violenza e il fango, sopravvivendo quotidianamente agli attacchi  di serpenti giganti, non-morti, idre. Divenne un combattente potente quanto spesso vittima, per le continue manipolazioni mentali di Ades, di una incontrollabile furia sanguinaria. Poco più di un “burattino” nelle mani di un destino avverso, con la sola certezza di poter affrontare il mondo brandendolo la spada dall’immenso potere che un giorno gli donò il sovrano degli inferi. 

Finché, come fin da principio era stato stabilito, non fu pronto a tornare in superficie. Per confrontarsi da solo contro l’immenso esercito di Zeus: la fanteria di Ares, i cavalieri di Athena, la magia di Apollo. Ma viaggiando tra grotte oscure, sopravvivendo a battaglie campali, torme di soldati, mostri giganti e spiriti vendicativi, sulla strada di Arion non sarebbero mancati incontri “gentili”. Come la strana amicizia nata sotto terra con un orco verde incatenato, venuto forse da un paese lontano. Come il caldo e misterioso legame emotivo che sembrano unire Arion con la muta ancella Resfina. Non sarebbero mancati alleati preziosi quando improbabili come il piccolo ladruncolo Seneca e il misterioso Licaon.

Grazie a questi incontri, forse il destino di Arion avrebbe potuto cambiare.



L’arte di Yoshikazu Yasuhiko 

Realizzare animazione con tecniche simili ai dipinti, mescolando come scelta artistica un massimo di 12 colori, per dare vita a scenari “vividi”, in cui l’ambiente diventa protagonista non è solo una colorazione passiva dei personaggi e degli ambienti, come troppo spesso avveniva nella animazione tradizionale “mainstream”.  

Scrivere, allo stesso modo, personaggi che non sembrassero generici stereotipi preconfezionati/intercambiabili secondo standard già apprezzati: dando vita a “eroi” che non erano “per forza” belli, coraggiosi e buoni, ma potevano essere anche imperfetti, pieni di dubbi, a volte meschini, spesso iracondi, ma più spesso “umani”. 

Creare storie che si mostrassero stratificate, al cui interno potevano convivere tragedia, commedia, psicologia, azione e horror. “Storie dentro storie” che spesso potevano dare voce anche al punto di vista di chi era l’eroe, rendendo il mondo narrativo complesso come lo è il mondo reale. 

Su questi pilastri si è sempre basata la filosofia di lavoro da Yoshikazu Yasuhiko, secondo un’intervista rilasciata da lui stesso nel 1986, nell’ambito della promozione del film Neo Heroic Fantasia: Arion. Sono però concetti che si possono benissimo ritrovare anche nell’opera a cui l’autore si è dedicato contemporaneamente all’inizio della serializzazione del manga Arion nel 1979: la serie Mobile Suit Gundam, diretta dal grande Yoshiyuki Tonini, per la quale Yoshikazu Yasuhiko è stato direttore generale dell’animazione e chara designer. Ma nel caso del film di Arion, del 1986, Yoshikazu Yasuhiko è riuscito per la prima volta a lavorare come “autore completo”: da regista, soggettista, autore del manga originale, sceneggiatore e chara-designer, supportato dalle animazioni del leggendario studio Sunrise (lo stesso di Mobile Suit Gundam), ma pure da una colonna sonora opera del genio Joe Hisaishi (autore al servizio di Takashi Kitano e Hayao Miyazaki).

Per arrivare a essere un “autore completo”, Yoshikazu Yasuhiko, che dagli amanti dell’animazione è spesso affettuosamente chiamato “Yas”, ha lavorato negli anni moltissimo, ricoprendo i ruoli e incarichi più disparati e facendo, per sua ammissione, le prime “prove di regia” partendo dal linguaggio dei manga. Un po’ come fece negli anni ‘80 Miyazaki, per riuscire a visualizzare il suo sperimentale Nausicaa nella Valle del Vento

Il manga Arion veniva scritto e disegnato da Yoshikazu Yasuhiko come suo fumetto d’esordio nel 1979, sulle pagine della rivista “Monthly Comic Ryu”, mentre l’autore era all’opera su Gundam e nel recente si era occupato della trasposizione animata del 1978 del romanzo Il piccolo principe. Sarebbe rimasto al lavoro su Arion fino al 1984, riuscendo nel frattempo nel 1983 a curare la sua prima regia: il divertente Action-Fantascientifico Crusher Joe. Il manga, che sarebbe stato raccolto in 5 volumi (oggi ristampati in 3 maxi volumi dall’editore J-Pop), sebbene presentasse dei personaggi che per moltissimi aspetti ricordavano gli eroi di Gundam (ci torneremo!), si allontanava decisamente dal contesto fantascientifico della serie Sunrise, che “Yas” avrebbe “iniziato a disegnare” solo nel 2002, con il manga-capolavoro Gundam - Le Origini. In più, in Arion già iniziava a trasparire il grande interesse dell’autore per la storia e cultura occidentale. Un interesse ravvivato nel 1995, disegnando il manga Giovanna d’Arco, nel 2003 con manga Alessandro Magno - Il sogno dell’impero e nel 2007 con manga Il mio nome è Nerone

Una storia occidentale in cui “Yas” ha voluto “immergersi” prima di portare sullo schermo il suo Arion, viaggiando tra Turchia e Grecia: per poter vedere dal vivo e riprodurne, al meglio, il clima aspro, il territorio quasi desertico dell’entroterra, le grotte a strapiombo sul mare, i resti dei primi insediamenti umani. Per infine poter “trovare l’Olimpo”, all’interno delle cavità delle montagne. Un lavoro imponente e personale, frutto di un metodo di lavoro complesso e meditato che l’autore presto avrebbe replicato nella sua seconda opera da “autore completo”: il suo manga (del 1986) e poi film (nel 1989): Record of Venus Wars



Una mitologia greca con “attori” che ricordano Gundam.

Arion presenta una storia ricca di azione ispirata ai miti greci, dal forte impatto tragico, quasi Shakespeariana. 

Io racconto parte quasi come una fiaba, diventa presto una autentica e nerissima tragedia famigliare con tanto di spiriti vendicativi, sa trasformarsi progressivamente quasi in film storico, rievocando battaglie come il celebre assedio di Siracusa del 214 a.C. con le armi a specchio di Archimede. 

Gli amanti dei miti e della Storia apprezzeranno la straordinaria direzione artistica e fedeltà ai dettagli con cui sono realizzati (con piccole “licenze poetiche”) i vestiti e le armature dell’epoca i campi di battaglie, gli accampamenti e la ricostruzione di ogni ambiente. Alcuni dei lettori più giovani potrebbero imbattersi in situazioni che sembrano uscire dal Berserk di Kentaro Miura, tanto per la crudezza e tragicità delle scene di combattimento all’arma bianca, quanto per le numerose incursioni in mondi onirici e metafisici. 

Ma il pubblico che si sorprenderà di più sono forse i fan di Gundam. Non solo Arion e Gundam, come opere, condividono lo stesso anno di nascita, ma sembra che alcuni personaggi di Gundam qui “rivivano”, quasi come “bravi attori”. 

Il riferimento più facile di tutti è il personaggio di Apollo, che richiama in tutto e per tutto Char Aznable: nella crudeltà “razionale”, nel fascino quando nella leggiadria con cui sa muoversi quasi volando. 

Il personaggio di Resfina, che può “parlare con la mente” sembra essere molto vicina a Lalah Sune.

Athena ha la “marzialità, l’orgoglio ferito e la femminilità repressa di una Kycilia Zabi, Poseidon possiede l’aura paterna e accogliente di  Ramba Ral, l’orco verde fa facilmente pensare al rude, “spaventoso ma generoso” Dozle Zabi. 

L’orgoglioso “combattente decaduto” Ades assomiglia molto al  pilota delle Black Tri-Star Gaia.

Arion invece “viene un po’ dal futuro”: non ha l’aspetto di un Amuro Ray o un Kamille Bidan. Sembra già un Arno Seabook da Gundam F-91, serie che uscirà nel 91 in cui Yas curerà ovviamente il Chara Design. Ne ha la stessa innocenza infranta e incoscienza, ne condivide l’essere trascinato controvoglia in un conflitto più grande di lui.

Yas li usa a tutti gli effetti come attori ma in modo molto raffinato. Come è raffinato collegare lo “status di Titano” al possedere qualche potere di tipo mentale come i “New Type” di Gundam. Rimaniamo sempre nell’ambito della “suggestione”, perfettamente sul solco di una “epica affine”, tra mitologia classica e space-opera moderna. Ma è un’idea che funziona soprattutto perché questi sanno essere personaggi complessi, mai scontati: personaggi/attori che, in modo “molto orientale”, in Arion hanno la possibilità di tornare sulla scena, magari prendendo strade diverse rispetto al passato. 


Finale

In occasione del quarantesimo dall’uscita in sala in Giappone, arriva per la prima volta al cinema in Italia, grazie a Yamatovideo e Nexo, uno dei più affascinanti film animati degli anni ‘80. Un film epico, tragico e che a tratti sa essere anche ironico. Realizzato tutto a mano, con un tratto grafico elegante e raffinato, in grado di rendere i personaggi sulla scena espressivi quanto dinamici. Con scenari inediti per l’animazione giapponese, frutto di una attenta ricerca e sincero amore per la Storia.

Con una storia Shakespeariana, quasi “amletica”, che sa trascinarci dentro l’azione grazie a “interpreti animati” molto convincente e un lavoro di doppiaggio italiano particolarmente curato. 

Arion è l’opera di un autore già amatissimo negli anni ‘70 per Gundam, ma che negli anni ‘90, con il suo Venus Wars (manga pubblicato per Granata Press, anime per Yamato Video) era stato scelto anche tra gli apripista del “fenomeno manga/anime” nel nostro paese. Un autore che ha affascinato più generazioni di lettori e spettatori, che non sembra aver perso quasi nulla del suo smalto oggi. 

Arion era e rimane un capolavoro.

Al netto di una ritmo narrativo che, per i più giovani, può a tratti apparire forse un po’ compassato nella parte centrale. Al netto di alcune piccole “soluzioni visive e narrative” che tradiscono inevitabilmente il suo periodo di realizzazione. Al netto di tutto, Arion è un'opera da vedere, godere e studiare, come meritano i grandi classici.

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giovedì 21 maggio 2026

The Lunch - A Letter to America: la nostra recensione del prezioso documentario di Gianluca Vassallo, che scommette sulla “democrazia alimentare” per raccontarci, per una volta, il volto più umano e fragile degli Stati Uniti.

Ci troviamo nell’America del 2024, a 5 giorni dalle elezioni che porteranno Donald Trump alla Casa Bianca per la seconda volta. Viaggiando per tutti gli Stati, tra tavole calde, vie assolate, metropolitane e distese di grano, tra grandi città e comunità di provincia, la telecamera “cerca una storia”, in grado di raccontare quel momento in un modo diverso dal solito. La scova seguendo donne velate e immigrati messicani, che camminano indossando sulle spalle, come il mantello di un supereroe, un manifesto elettorale. Mantelli con sopra la foto di un signore attempato dai capelli paglierini e la scritta “Trump take America Back”. La indossano senza parlare o disporsi in corteo, come una specie di divisa con cui andare al lavoro, senza destare particolare scalpore o contestazione. È gente così comune da non farci caso, spesso per qualcuno “invisibile”, che svolge nel quotidiano lavori ritenuti per lo più “umili”, ma fondamentali per far funzionare un paese. Un unico grande popolo dei macellai, badanti, meccanici, agricoltori, personale addetto alle pulizie. Un popolo spesso legato alle tradizioni, profondamente religioso e rispettoso delle leggi, parte attiva in associazioni di volontariato, ospitale. Non vivono nei salotti del centro di Manhattan ma magari lì ci lavorano. Come  Eduardo, di professione cuoco, che griglia a Manhattan gli hamburger di bovino che arrivano dalla provincia: allevati e poi macellati da appartenenti della working class come lui, per poi venire indistintamente serviti a tutti gli americani, democratici come repubblicani, di destra come di sinistra, in un’unica ideale “tavola calda”. Una tavola calda, da sempre “luogo simbolo” della cultura americana, dove così si compie a tutti gli effetti un “atto di democrazia alimentare”: ciò che dà vita al “pranzo” (in inglese il “Lunch”, del titolo) e rifocilla il sogno americano, accompagnato con coca cola media e patatine fritte medie, offerto a ogni americano medio. Un “pranzo per tutti”, senza distinzioni di ceto, credo, politica, a cui contribuisce parecchio, “attivamente” e forse un po’ in controvoglia, anche un bovino. A tutti gli effetti il silenzio e “cristologico” non-protagonista principale del documentario: “Il pranzo stesso”. Nel corso del film seguiamo in sottofondo alle vicende delle persone umane,  “il cammino del bovino”: dal mercato al macellaio alla cucina. Dalla fase di macellazione, dove viene “ammorbidito” all’interno di una comunità cattolica di campagna ultra conservatrice: tra campi sconfinati, sedie a dondolo in veranda, canti gospel è un bambino di quattro anni che tratta la carne “con tenerezza”, armeggiando con dedizione il suo primo pestello. Frollato, tritato e reso indistinto da altra carne di stessa forma e colore, il vitello sarà spedito nella grande città, per essere servito con in sottofondo una radio che racconterà l’esito della corsa elettorale. Quando i giochi saranno ormai “fatti”. Solo che Eduardo il cuoco, pur in tono scherzoso, è un po’ preoccupato dal fatto che Trump, seguendo il programma della sua campagna, decida di non rinnovargli il visto, ponendo fine al suo, di sogno americano. Non è una fantasia, perché il presidente è abbastanza “preciso sul punto” e molti suoi amici hanno già lasciato o stanno lasciando il paese. Se l’America tornerà grande per qualcuno, lui farà sempre parte del sogno americano? Ma il dubbio di Eduardo alla fine “si perde”, non trova risposta, le voci raccolte del film non si pronunciano sul tema. Sembra che le voci degli americani in video restino per lo più arroccate, “chiuse a riccio”, in quella che appare un’America terribilmente polarizzata in due parti “troppo diverse per incontrarsi”. C’è una America che dice di “guardare al futuro”: vive nei centri urbani, sfoggia cultura e ironia nelle trasmissioni radio, parla di “capacità di ascolto e  inclusività“ ma non riesce troppo a identificarsi con chi vive fuori dalla città. Poi c’è un’America con “i piedi piantati per terra”: rurale quanto profondamente religiosa, di provincia e spesso di ceto più basso, con l’incubo di un “comunismo” che “aprendo le porte a migliaia di stranieri” li metta in costante competizione con loro: sottraendogli la sicurezza e le piccole fortune che sono riusciti ad accumulare in anni, con lavori spesso faticosi e sottopagati. Nessuna delle due Americhe è particolarmente “fan” del candidato proposto dalla rispettiva fazione, ma affrontano i malumori a testa bassa:  perché “non c’è altra scelta possibile”, perché non c’è modo di parlare con l’altra parte venendosi incontro. 

Eppure la filiera alimentare che “nutre” l’America  “funziona bene”, anche se forse un po’ meno bene per il bovino. In quella “democrazia alimentare” tutti sanno lavorare insieme a un unico risultato, coesi come un unico grande Stato che accoglie democratici e repubblicani, immigrati compresi. Si potrà da questo documentato, scientifico e forse pure “sacro” atto di “comunione alimentare”, ricostruire tutto il resto? O almeno rendersi conto che è ora di iniziare a comunicare seriamente tra persone senza vedere l’avversario politico o lo straniero come un “nemico”?

Al suo terzo film da regista, Vassallo sceglie la via del documentario. La scelta è  vivere il cinema come una avventura e “trovare una storia” durante la produzione del film, in viaggio on the road per gli States, facendosi affascinare dalle persone quando da straordinari paesaggi che sembrano uscire da un film western crepuscolare. Sceglie di recarsi in America in uno dei momenti storici più complicati della storia recente, intenzionato a realizzare un documentario che di petto racconti la politica e i suoi comizi, ma poi la storia racconta in centinaia di ore di riprese e montaggio lo portano altrove, verso uno dei cuori nascosti del paese. Vassallo nelle interviste sul film parla che i giochi elettorali al suo arrivo erano già chiari: era più utile per lui raccontare il “capitale umano”. Lo trova tra i piccoli lavoratori: alcuni precari o con visto in scadenza in città che li sopportano a fatica, alcuni ancorati a una realtà di frontiera che permane dai tempi del Generale Lee. La telecamere li cattura mentre sono intenti a vivere e sopravvivere, nel modo migliore possibile, il proprio personale sogno americano. È un popolo complesso e per lo più poco rappresentato, pieno di forza di volontà, ironia e paure. Vassallo li lascia parlare a ruota libera e con il cuore in mano, seguendoli da vicino per alcuni giorni sui loro posti di lavoro e nelle loro case, raccontando lo “spleen” della loro quotidianità senza filtri e sovrastrutture, senza l’ambizione di racchiudere nel suo film “tutta l’America possibile”. Senza inseguire a tutti i costi il “politicamente corretto” e la frenesia di molti documentari recenti, sceglie quasi il “passo lento” di opere realistico-contemplative con animo “alla John Ford”, come Una storia vera di David Lynch o il recente Il filo del ricatto di Gus Van Sant. Ci racconta di paesaggi e città sterminate In cui si muovono persone e vite che appaiono “fin troppo piccole”, quasi minuscole tra spazi imponenti quanto seraficamente spesso vuoti. Dalla forza della fotografia e scenografia arriva così un “senso di vertigine” che sembra cogliere i personaggi quanto gli stessi spettatori. Che siano elettori democratici come repubblicani, tutti appaiono immobilizzati, chiusi in un mondo che non sarà mai davvero “loro” ma ancora nella condizione di non riuscire a “tendere la mano”, gli uni agli altri, per affrontare insieme i problemi. Tutto per non “accettare compromessi”.


Vassallo cattura questo caos emotivo in un’opera fatta col cuore, che di fatto solleva dubbi che vanno oltre il paese degli Hamburger. Vassallo racconta un caos che è “anche nostro”, per farci capire che questo caos “esiste” e dobbiamo prima o poi farci i conti, per andare avanti. Forse però Vassallo fa un’opera con “troppo cuore”, che per questo “difetto” può non piacere a tutti. 

Soprattutto può non piacere a chi ritiene di essere sempre e comunque dal lato giusto “della barricata” e per questo ha ormai messo in soffitta valori come l’empatia. In un mondo in cui si preferisce elargire giudizi saccenti, alimentare conflitti, allestire lotte infinite tra fazioni per la minima cosa, dividendo tutti in schieramenti di “bianchi o neri”, il film di Vassallo compie un piccolo, semplice ma necessario atto rivoluzionario.

Per tutto questo, un’opera preziosa per capire una piccola ma pur importate parte dell’America, e forse anche la nostra Storia Recente. 

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mercoledì 6 maggio 2026

Mortal Kombat II: la nostra recensione del film action fantasy prodotto da New Line e Atomic Monster, diretto da Simon McQuoid, che riporta nelle sale i personaggi dei videogame creati da Ed Boon e John Tobias.

 


Sinossi

Esistono nell’universo dei mondi che gli dei antichi hanno plasmato come “reami”. C’è il regno della terra (Earthrealm) casa della razza umana, il regno occulto (Netherrealm) con i suoi spiriti e maghi, il mondo immortale (Edenia), il mondo esterno (Outworld) abitato da creature potenti e ancora misteriose, il reame dell’ordine (Seido) e il reame del caos dove vivono dei e semidei. 

Attraversando un portale in un periodo stabilito dagli antichi dei, è possibile accedere a un torneo in cui campioni dotati di straordinari poteri combattono per decretare quale reame debba regnare sugli altri. Il Mortal Kombat. 

Gli scontri, a mani nude, arma bianca, arma da fuoco o con la magia, avvengono per estrazione e si svolgono all’interno di arene dislocate tra i vari mondi, alla presenza del pubblico sugli spalti o in stanze segrete piene di trappole mortali. Chi perde, secondo la volontà del campione vittorioso può essere ucciso o graziato. 

Nel Mortal Kombat possono così cambiare le alleanze e politiche che tengono in equilibrio i reami. 

La giovane principessa immortale Kitana ha visto con i suoi occhi cadere nell’arena il suo nobile padre, re Jerrod di Edenia (Desmond Chiam), sotto i colpi del martello da guerra del tiranno del mondo esterno, Shao Kahn (Martyn Ford), una creatura mostruosa il cui volto era coperto da un inquietante elmo. Per legge il Kahn sarebbe diventato suo padre e la madre di Kitana, Sindel (Ana Thu Nguyen), lo avrebbe accolto come sua moglie. Shao Kahn ha rispettato i ruoli, dimostrando anche clemenza e una insospettabile empatia per la ragazzina, ma Kitana (Adeline Rudolph), diventata adulta, non si è arresa al suo destino. Conservando la fascia blu simbolo di re Jerrod e coltivando vendetta, ha sviluppato con l’aiuto della sua guardia del corpo Jade (Tati Gabrielle), le doti di una grande combattente all’arma bianca. Aspettava solo il momento giusto per ribellarsi, mentre si avvicinava sempre di più un nuovo Mortal Kombat. 

Edizione dopo edizione Shao Kahn era diventato il più forte dei campioni, con domini ormai sterminati. Nuovi potenti alleati come lo stregone Shang Tsung (Chin Han) e il negromante Quan Chi (Damon Harriman) hanno offerto al Kahn supporto, attraverso amuleti in grado di convogliare l’energia di un dio o la creazione di interi eserciti di campioni non-morti, da schierare al suo fianco se necessario. I campioni del dio del fulmine Lord Raiden (Tadanobu Asano), difensore del regno della Terra e da sempre oppositore del tiranno del mondo esterno, nelle ultime nove edizioni del Mortal Kombat sono usciti sempre perdenti. Ora non si trovano in un numero sufficiente per competere al meglio, perché il più forte di loro, il nobile Kung Lao (Max Huang) è caduto in battaglia e il suo corpo è scomparso: forse finito nelle mani del negromante, l’eroe potrebbe ora comparire nell’arena come un avversario. In questo frangente disperato, Raiden ha deciso di cercare un eroe nel posto più improbabile del mondo: una scalcinata fiera di fumetti e memorabilia vintage. È qui che un attore action caduto in disgrazia, Johnny Cage (Karl Urban), con poco successo cerca di vendere poster autografati e chincaglierie delle sue vecchie pellicole action anni ‘90. Pellicole in cui prendeva a calci decine di avversari insieme, sapeva schivare con un salto dei razzi e aveva la pelle dura come l’acciaio. Pellicole in cui appena indossava gli occhiali da soli e diceva “it’s showtime” sorridendo diventava il più forte eroe sulla Terra. Mentre mestamente Johnny ritira gli invenduti nell’auto alla fine della fiera, ecco che il dio del fulmine, che Cage scambia per un cosplayer di Grosso Guaio a Chinatown, gli appare alle spalle nel parcheggio. Parla vaneggiando come alcuni del fan più esagitati,  proponendogli di seguirlo e diventare un eroe vero in un mondo parallelo, partecipando al nuovo Mortal Kombat tra i suoi campioni. Ma subito dopo, tra fulmini e una luce accecante, Raiden apre davanti a lui un portale. Incredulo, Johnny “deve” attraversarlo, comparendo di colpo in quello che appare come il dojo al centro di un antico tempio Shaolin. Cage ascolta distrattamente le prime informazioni su “come funziona il torneo”, perché ha gli occhi spalancati mentre osserva un monaco “reincarnazione di un drago” di nome Liu Kang (Ludi Lin), si allena con un pugile dotato di braccia cybernetiche di nome Jax (Mehcad Brooks). Si avvicina a lui Sonia Blade (Jessica McNamee), una militare dall’aria severa ma che sempre del tutto “umana”, “normale”: almeno fino a quando sprigiona degli anelli di energia dalle sue braccia. 

Più che un sogno è una realtà da incubo: la prospettiva concreta di lì a poche ore di scontrarsi mortalmente con avversari muniti di superpoteri, spiriti, robot e alieni. Con Cage che al massimo della sua forma fisica nei film usava per i combattimenti la sua controfigura, perché era un attore di Hollywood e non un supereroe. 

Quali speranze poteva avere? 

Ma Raiden lo convince: crede fermamente nell’attore e nel grande potere, rimasto per ora latente, che potrebbe un giorno sprigionare. Perché in fondo, “oltre quel portale”, la realtà è in grado di assumere forme nuove. Ma se Raiden fosse semplicemente un “disperato” che ha confuso dei film action anni ‘90 con la realtà?

Cage ci deve pensare.

Tornato sulla Terra, dopo una o due birre condite con un chiacchierata motivazionale con un barista suo fan (interpretato da Ed Boom, lo storico game designer del videogame Mortal Kombat), Johnny Cage viene subito chiamato, volente o nolente, a combattere. Forse basterà trovare la stessa “motivazione” dei personaggi che interpretava nei suoi film, per sopravvivere in una realtà mille volte più folle dei suoi più folli film? 



C’era una volta nelle sala giochi e poi nei cinema Mortal Kombat

Era il 1992 quando nelle sale giochi di tutto il mondo apparve il cabinato di un gioco targato Midway che si proponeva baldanzosamente, un po’ come l’action hero Johnny Cage, di soffiare il trono di miglior picchiaduro a Street Fighter II. Era una creatura digitale attraente e “muscolosa”, epica quando “sarcastica”. Sfoggiava invece dei soliti pixel dei personaggi che sembravano cinematografici, renderizzati con tecniche di motion-capture ricavate riprendendo veri attori. Alcuni personaggi erano stati creati con pupazzi animati in stop-motion, come i mostri delle opere di Ray Harryhausen.  Presentava scenari “esotici”, sospesi tra la Cina medioevale dei film di arti marziali e i templi e sotterranei fantasy/Greci di film come Gli Argonauti, arricchiti dell’estetica pop anni ‘80, tra i neon e l’estetica decadente di Grosso Guaio a Chinatown di Carpenter. Infiniti dettagli ed effetti speciali, un senso dell’azione elegante ma al contempo brutale, con derive splatter davvero importanti e spiazzanti: soprattutto quando a fine incontro dall’altoparlante arrivava una voce che ordinava “Finish Him”. Se l’approccio narrativo era “epico”, tutto era così esagerato da apparire buffo e in dialoghi non disdegnavano ironia, sarcasmo e “battutacce”. Era “cattivo e divertente” come gli horror slasher che all’epoca furoreggiavano in sala. Il gameplay presentava meccaniche di movimento con una certa “legnosità”, che solo negli anni e i capitolo successivi del franchise è stata smussata, ma lo stile di gioco comunque funzionava, era facile e accessibile. Mortal Kombat in un istante calamitò l’attenzione di videogiocatori e semplici “curiosi”. Assicurandosi seguiti e porting per le principali console e computer. Merito delle trascinante visone artistica complessiva, curata dal programmatore Ed Boon e dell’artista visivo John Tobias. Tobias prima di Mortal Kombat aveva lavorato sui fantasmi grotteschi del cartone animato The Real Ghostbusters e poi aveva dato vita ai mutanti dei videogame ultra splatter (e ultra-patinati) Smash Tv e Total Carnage. Il programmatore Ed Boom a inizio carriera, nella Williams, aveva creato dei flipper dall’estetica “cinematografica” affascinante e così “cattivi” da fargli guadagnare il soprannome di “Mortal Master”.

Insieme, Boon e Tobias avevano dato vita a un gioco davvero unico, dotando di una sua precisa mitologia in continua espansione, con personaggi carismatici che richiamavano Bruce Lee quanto Chuck Norris e Van Damme (Johnny Cage è di fatto una parodia di Van Damme), pieno di mostri terrificanti e una estetica splatter che lo rendevano ai tempi amabilmente scorretto e ultra trasgressivo. Era un perfetto action-fantasy-horror digitale, che subito sembrava giusto portare anche al cinema per catalizzare l’attenzione di un pubblico ancora più vasto. Serviva la casa distributrice giusta per “convogliare” tutta la goliardia, scorrettezza e divertimento alla base del lavoro di Boon e Tobias. 


New Line era una compagnia che da sempre aveva nel suo dna una forte vocazione per l’intrattenimento goliardico, specie se a tinte horror, rivolto a un pubblico giovane e particolarmente in cerca di emozioni forti. Creata nel 1967 da un giovane Robert Shaye principalmente con lo scopo di portare nei campus dei college curiosi film di produzione straniera, come l’estremo La Bestia del francese Walerian Borowczk, la New Line degli esordi ha annoverato tra le sue prime “hit” la riproposizione in sala dell’ “americanissimo” Refeer Madness, di Louis J. Gasnier, del 1936: un “film didattico”, destinato a essere proiettato durante le ore scuola, per redarguire i più giovani sui pericoli dell’uso della cannabis, di fatto “spaventandoli a morte”. Riportato in vita negli anni '70 nei college, con una cultura e pubblico del tutto diverso, diventava a tutti gli effetti di un involontariamente divertente horror di serie Z, paragonato da molti studenti a Planet 9 from Outer Space. In co-produzione con Warner Bros, compagnia che con il tempo avrebbe acquisito la società al suo interno, nel 1981 New Line sceglieva di produrre in prima persona l’opera prima di un talentuoso ragazzo uscito da quegli stessi college dove furoreggiava Refeer Madness: Evil Dead di Sam Raimi. Nel 1984 New Line produceva poi A Nightmare in Elm Street, film di un celebre professore di filosofia dei college “prestato al cinema”, Wes Craven. Il cinema di intrattenimento horror divenne sempre più per New Line una vocazione, al punto che l’etichetta fece tornare in vita franchise horror amatissimi e poi decaduti come Venerdì 13 e Non aprite quella porta, ma la società produsse anche le commedie Scemo e Più Scemo dei fratelli Farrelly, The Mask, Austin Powers. New Line fu anche tra le prime compagnie a “credere davvero” ai supereroi al cinema, portando l’horror Blade con Wesley Snipes nel 1998, ma già nel 1995, con il primo film su Mortal Kombat per la regia di un allora lanciatissimo Paul W.S. Anderson, fu tra le prime società a trovare la “formula giusta” per portare i videogame al cinema.

Altri ci avevano provato e avevano fallito, ma in questo caso cinema e videogame potevano essere davvero “molto vicini”: Ed Boon e Tobias avevano creato un prodotto che assomigliava già a tantissimi “splatter e sarcastici” stile Nightmare che New Line aveva già portato con successo al cinema. Era un matrimonio perfetto, benedetto da un buon casting, effetti speciali convincenti, una trama semplice ma gustosa, una precisa riproduzione degli scenari e personaggi del videogame. Il tutto condito da una colonna sonora con per fiore all’occhiello il brano techno “Techno Syndrome Mortal Komat “ dei The Immortals.  

Ne uscì un film divertente e amabilmente di genere, esagerato quanto gustoso, un ottimo blockbuster. Arrivò il successo, seguito da alcune opere direct to video che ripresero il franchise in modi più opachi. È interessante osservare come Boon abbia sempre tenuto negli anni successivi uno stretto legame con New Line e i suoi franchise horror: con personaggi come Freddy Krueger, Jason e Faccia di Cuoio che sono diventati spesso co-protagonisti dei campioni di Mortal Kombat nei successivi capitoli videoludici del brand.

Il ritorno di New Line alla saga videoludica era inevitabile e avvenne nel 2021, in questo caso in coproduzione con Atomic Monster. 


Atomic Monster è una compagnia fondata nel 2014 dal talentuoso cineasta James Wan: padre della serie Saw l’Enigmista, della serie Insidious, del Conjuring Universe e di recente della serie M3gan. Autentico Re Mida del genere horror, a cui devono molto in quanto a incassi New Line quanto Blum House, Wan non ha disdegnato di occuparsi di action movie e di film di supereroi, ma soprattutto ama curare l’aspetto produttivo, fin dal 2005 con Saw II. James Wan in special modo ama scovare nuovi registi di talento, magari andando a cercare i loro primi cortometraggi. Si imbatte così nel 2016 in Simon McQuoid, originario di Perth, in Australia. Sa lavorare con pochi mezzi e buona resa visiva, così si pensa a un rilancio cinematografico atipico, previsto per il 2021. Un’epoca di grande incertezza per il cinema, in cui si cerca anche di far quadrare i conti puntando a un film dal sapore di un piccolo horror indipendente, pur molto raffinato. Ne esce una pellicola dove “il torneo è lontano”: quasi un simbolo irraggiungibile in un arco narrativo carico di mistero e lotte crudeli. Un film dove i campioni lottano, ma “male armati”, prima di essere “convocati ufficialmente” da Raiden, in una specie di “massacro preventivo” organizzato da parte degli sgherri del regno esterno. La trama, più cupa ma ancora ironica, firmata da Greg Russo e Oren Uziel, è forse un po’ troppo decompressa, ma il resto funziona bene. Dalla fotografia agli effetti visivi ai balletti marziali. Così come convincono gli attori, in special modo Tadanobu Asano (Raiden), Hiroyuki Sanada (Scorpion), Josh Lawson (Kano), ci è piaciuta anche la “creatura digitale” Goro, frutto di una tecnica che rinnova in modo convincente lo stop-motion originali. Quasi tutti i personaggi e relativi attori incontrati nel primo film, tornano in qualche modo in questo seguito, come era giusto aspettarsi. 

Il primo Mortal Kombat di McQuoid può essere visto in modo quasi del tutto indipendente dalla pellicola del 2026, perché ora ci si concentra molto sul nuovo personaggio di Johnny Cage interpretato da Karl Urban e il contesto generale è già ben riassunto dalla trama. Ma il Mortal Kombat del 2021 rimane un esperimento interessante, con delle idee interessanti e originali che ne fanno un ottimo intrattenimento per una serata disimpegnata.

Ora nel 2026, con Mortal Kombat II, è invece giunto il momento di tornare a un film più vicino alla formula della pellicola di Anderson: un nuovo grande action fantasy “fracassone” ed eccessivo. 

Il nuovo sceneggiatore è Jeremy Slater, autore di Lazarus Effect ma pure dell’esagerato Godzilla X Kong: The New Empire. Alla regia c’è ancora McQuoid e il budget è più alto, così come la voglia di tornare alla “formula” che più si avvicina all’idea di cinema di Boom e Tobias.


In sala

Dopo le atmosfere drammatiche e horror del primo film, Mortal Kombat II si presenta da subito come un film di pura exploitation del genere action anni ‘80/‘90: una love letter a Grosso Guaio a Chinatown di Carpenter, agli action esagerati della Cannon Films con Chuch Norris e ai film di “fantasy muscolare” prodotti da Dino De Laurentis. 

Martyn Ford, anche se con il volto perennemente coperto da una maschera integrale, riesce a regalare al suo Shao Kahn un fascino crepuscolare alla Conan, con tratti simili al Thanos di Brolin: riesce a tratteggiare con convinzione una personalità dura, ma al contempo dotata di non banale sensibilità, in grado di offrire davvero una “nuova dimensione” al personaggio.

Karl Urban nei panni di Johnny Cage è l’uomo giusto nel posto giusto. Lo abbiamo ammirato come ottimo Giudice Dredd per Garland quanto come divertente Dottor McCoy nella saga “Kelvin” di Star Trek. Si era dimostrato adatto ai ruoli muscolari già nel (bruttino) Pathfinder e si dimostra ancora oggi aitante e credibile come action hero, nella saga tv di The Boys. Il suo Johnny Cage assomiglia un po’ al Jack Burton di Kurt Russell, ma anche (in una chiave quasi meta-cinematografica) allo Schwarzenegger di Last Action Hero. Riesce davvero a dominare la scena: sa tramutare un contesto tragico in qualcosa di surreale quanto spiazzante.

Josh Lawson è di nuovo perfetto nel ruolo di un Kano: più autoironico, smargiasso e scorretto del solito, “gioca” a interpretarlo come il Lobo della DC Comics. 

Sanada con il suo Scorpion si aggira sulla scena come il tragico fantasma di un vecchio samurai: fin dal primo film ha saputo donare al personaggio uno spessore epico, una maschera tragica che lo rendo unico quanto umano. 

La Kitana di Adeline Rudolph e la Jade di Tati Gabrielle funzionano molto bene sulla scena, quasi come personaggi complementari. 

Un po’ in ombra il Jax di Mehcad Brooks ma anche la Sonia Blade di Jessica McNamee: hanno avuto più spazio nella prima pellicola e qui è come facessero due passi indietro nella narrazione generale, ma forse li “rivedremo" meglio in un futuro capitolo di questa serie. 

I grandi combattimenti conditi con effetti speciali e una rappresentazione particolarmente “sanguinolenta” dell’azione rimangono, come era giusto che fosse, il fiore all’occhiello della produzione. Nelle scene di combattimento ogni personaggio e scenario sono riprodotti nei minimi dettagli, per essere la degna controparte del videogame: tra “mosse speciali” e “trappole affilate”, sono molti i tocchi di classe che scalderanno il cuore dei fans,  inserendosi peraltro molto bene in coreografie marziali “crude” quanto adrenaliniche. È in questi momenti che la trasposizione appare davvero perfetta, priva di sbavature.

Sbavature che purtroppo fanno capolino ogni tanto nella gustosa ma imperfetta sceneggiatura firmata da Jeremy Slater. L’autore sa districarsi bene nel dare il giusto spazio e caratterizzazione a personaggi, ma ogni tanto sulla scena ci sono “troppi combattenti”, a volte coinvolti pure in “azioni incrociate” forse troppo convulse per svilupparsi al meglio in modo omogeneo. Come non del tutto funzionale è il montaggio di queste fasi, che non riesce a centrare sempre il “tono giusto” del racconto. Certo questi ultimi aspetti posso essere letti come “peccati veniali”, che solo saltuariamente inficiano l’economia complessiva dell’opera. Ma comunque è qualcosa da migliorare in vista di un probabile capitolo tre. 

Finale

Il nuovo film di Mortal Kombat, al netto di qualche piccolo inciampo di montaggio e di sporadici passaggi narrativi “troppo netti”, è un action/fantasy che funziona molto bene. Ottimi gli attori, con un plauso a Urban e Ford. Meravigliose e cariche di dettagli gustosi le scene di combattimento, tra scenografie e arti marziali che meticolosamente replicano al meglio il videogame. Molto divertente la sceneggiatura “citazionista”, un po’ Last Action Hero e un po’ Grosso Guaio a Chinatown, che cavalcando l’onda della nostalgia riesce a raggiungere al meglio i fan storici del brand. Ancora una volta adeguato il comparto sonoro. 

Pur non essendo un capolavoro, scegliendo di essere al meglio un buon film di genere, creato per chi apprezza quella particolare “salsa action-slasher” delle produzioni New Line, il nuovo film di Simon McQuoid ci è piaciuto e ci ha fatto tornare la voglia di riprendere in mano uno degli ultimi capitoli dello storico videogame di Ed Boon e John Tobias.

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lunedì 4 maggio 2026

Resurrection: la nostra recensione dell’ “Epic science fiction drama” scritto e diretto da Bi Gan


Premessa: Resurrection è una “creatura cinematografica” unica e complessa, che sarebbe giusto approcciare all’oscuro di tutto, direttamente nel buio di una sala. Facendosi stupire e travolgere dalla sua frammentata e magniloquente narrazione, simile a un intimo flusso di coscienza. 

Lasciandosi immergere in immagini fortemente “materiche”, dominate da elementi come acqua, vapori, luci artificiali, architetture eleganti e decadenti. 

Procedete quindi nella lettura a vostro rischio e pericolo, anche se la breve annotazione che segue può essere utile per orientarvi in modo più agevole nella visione.

La premessa.

Si dice comunemente che nell’istante prima di morire qualcuno possa vedere, “proiettati nella sua coscienza”, gli ultimi istanti della sua vita. Forse i “momenti più significativi”. Nella cultura Buddhista si ritiene che prima della morte l’equivalente della nostra coscienza, il “Vijnana”, si stacchi progressivamente dai cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto e gusto). Bi Gan, dopo aver osservato personalmente il distacco dai sensi di un suo familiare, ha deciso di rappresentare questo processo di separazione attraverso singoli piccoli film/visioni, in cui un misterioso protagonista morente, interpretato dall’attore Jackson Yee, si trovava a vivere situazioni e storie che stilisticamente omaggiano alcune “tappe fondamentali” della storia del cinema. Dagli albori “documentaristici” dei Lumiere (L’arrouseur Arrose,1895), all’horror espressionista di Murnau (Nosferatu,1922) “abbellito” da scenografie teatrali che sembrano uscire dal fantasy di Melies. Dal noir piovoso e notturno di Carol Reed (Il terzo uomo 1949) alle albe sepolcrali dei film meditativi di Kon Ichikaka (Bimura no Tategoto, 1956). Dal romanticismo platonico e malinconico di Wong Kar-Wai (Hong Kong Express,1994) alla frenesia delle avventure scombinate di Jim Jarmush  (Solo gli amanti sopravvivono, 2013). Arrivando infine a citare pure se stesso, Bi Gan ripropone un lunghissimo piano-sequenza come in Long Day’s Journey into night, del 2019: simile per tecnica ai lavori di De Palma, ma anche al linguaggio dei videogame in prima persona. 

Si potranno riscontrare, durante questi viaggi visivi, accurati omaggi anche verso opere di Jean-Pierre Melville (Le Samourai,1967), Joel Shumacher (Lost Boys, 1987), Takeshi Kitano (L’estate di Kikujiro, 1999), Kim Ki-Duk (L’isola, 2000). Ma la “caccia al tesoro”, storiografica quando a-geografica, può essere ancora più grande, “dotta” e ghiotta. Resurrection è un viaggio in cui un amante del cinema può perdersi e ritrovarsi all’infinito. 


Sinossi

In un mondo futuro morente, in cui è stato scoperto il modo di allungare la vita rinunciando ad avere i sogni, i più pericolosi e incomprensibili criminali sono coloro che si sono ostinati a continuare a sognare, a costo di staccarsi sempre di più dalla loro natura umana. 

Sono diventati creature incomprensibili, che vivono tra realtà, ebbrezza e finzione, nascondendosi tra sale da oppio e sale cinematografiche. Li hanno chiamati “deliranti”. Si sa ancora pochissimo di loro, ma sembra siano ormai pochi.

Una fotografa è riuscita a catturarne uno, antico ma morente, all’interno di un cinema che proiettava una pellicola in bianco e nero. 

È riuscita a “impressionarlo su pellicola” prima che la sua struttura fisica finisse del tutto in polvere, permettendogli momentaneamente di rivivere, come vampiro/non-morto, nello studio fotografico della donna. 

La fotografa ha poco tempo, prima che il processo di degradazione della creatura inevitabilmente si ripeta. Per questo decide di trovare un modo inconsueto per comunicare con lui: estraendo dal ventre del non-morto il suo “proiettore interno” e trasformandolo in una sorta di “sala di proiezione organica”. Per poter osservare su uno schermo, su pellicola in nitrato d’argento, le immagini più intense dei suoi ultimi  ricordi. Quelle che lo legano fino alla fine ai suoi cinque sensi, prima che la coscienza si spenga di nuovo del tutto. Il delirante inizierà così a rivivere e comunicare attraverso il suo “schermo interiore”. 

In un “viaggio interiore” cercherà di rincorrere il “suono scomparso” della musica di un musicista scomparso in circostanze tragiche. In un altro “sogno” avrà a che fare con il gusto amaro di una vita che lo vede diventato ladro di tombe, dopo una vita da monaco finita nel disonore. Un evento che lo vedrà incontrare in prima persona un bizzarro “demone dell’amarezza”. Sarà di nuovo un truffatore in un’altra “visione”, mentre cercherà di addestrare una bambina ingenua a fingere di avere dei poteri precognitivi per raggirare un ricco uomo di potere: cercando di farle “ricordare l’odore” di un padre scomparso in mare. 

In un’altra storia (tutta girata in un unico piano sequenza) il delirante cercherà di “guardare con i suoi occhi” quella che per molti sarebbe stata l’ultima alba del mondo. Al termine della lunga notte di capodanno del 2000, vissuta al fianco di una donna misteriosa e sensuale, da seguire nei vicoli infiniti e locali notturni di una città decadente sull’orlo della follia. 

In oltre due ore di “proiezione” il delirante vivrà accompagnato dalla fotografa epoche e storie diverse, sempre cavalcando gli eventi tra realtà e sogno. Fino a che gli sarà possibile farlo. 



Il terzo film di Bi Gan

Nato nel 1989 nella città di Kaili, nella provincia cinese di Guizhou, Bi Gan dal 2008 al 2011 frequentava la “Radio, Film e Television Cadre College” di Taiyuan, appassionandosi alla settima arte e iniziando già dal 2010 a farsi notare nei festival con i suoi cortometraggi. Profondo amante di Tarkovsky, in special modo di Solaris, Bi Gan sviluppa uno stile visivo profondamente personale, al contempo moderno e colto: con la volontà di legare le tecniche e linguaggio del cinema tradizionale con le più recenti intuizioni visive proprie del mondo digitale. Il suo primo film arrivato in sala nel 2015, Kaili Blues, gli faceva conquistare come opera prima premi al 52esimo Golden Horse Awards, al Festival di Locarno e al festival dei Tre Continenti di Nantes. Il suo secondo lungometraggio uscito nel 2018, Long Day’s Jurney Into Night, veniva accolto dalla critica con l’Un Certain Regard a Cannes e vinceva tre Golden Horse.

Bi Gan è ancora molto giovane, ha sempre amato e alimentato l’idea di trasportare lo spettatore in mondi paralleli tra sogno e incubi, ma durante gli ultimi anni si è sentito “frenato”, a partire dallo stop imposto all’industria dalla pandemia. Si è trovato ad accumulare insieme più progetti paralleli, a cui non riusciva a dare uno sbocco per mille questioni organizzative diverse. Progetti che in breve tempo hanno iniziato a confluire in Resurrection, elaborandosi e riconoscendosi a vicenda come il corpo di un’unica struttura narrativa frammentata ma coesa, che non dispiacerebbe concettualmente al viscerale Cronenberg di Videodrome, al Lynch del delirante Mulholland Drive, ma anche alle sorella Wachowski dei mondi paralleli di Cloud Atlas. Un inno alla settima arte che arriva nelle sale nel momento che, per molti analisti, si ritiene di maggiore crisi della stessa: un “Epic science fiction drama” con al centro la storia della vita (e della morte) di quello che lo stesso regista ha definito amorevolmente il “suo Frankenstein”. Un “movie Monster”: un sognatore che alla sua prima (abbastanza traumatica) apparizione sembra una creatura da incubo fuggita dal cinema espressionista tedesco, che può vivere e sopravvivere solo dentro “i sogni generati dal cinema”, mutando ogni volta per adeguarsi e farsi “accettare/accogliere” (come può) dal nuovo contesto. 

Un mostro cinematografico “nato storto”, durante il periodo del covid19  in cui le sale erano diventate deserte per legge, per poi vivere in un momento in cui il cinema è iniziato a essere, fin troppo rapidamente, una forma di linguaggio e intrattenimento sempre più “ancillare”, per pochi, forse decadente. Con le nuove generazioni che gli hanno progressivamente preferito nuovi media più bulimici, forse più “veloci” ma al contempo più “vuoti”: ideali per vendere dei nuovi prodotti nel minor tempo possibile, più che per veicolare nuove idee e riflessioni. 

Media che di fatto stanno uccidendo la fantasia: “standardizzandola e impacchettandola”, fino a definire che la fantasia, con la conseguente “arte di sognare”, ormai non servano più. 

Bi Gan, molto critico sul futuro del cinema, e sul futuro “in genere”, con questa idea compone così la sua opera più mastodontica: un monumento funebre al “cinema che fu”, per mezzi tecnici e artisti coinvolti imponente e sontuoso come una piramide egizia, a partire dai suoi 159 minuti di durata.

Un film che in ogni suo fotogramma punta a essere un raffinato atto di ricerca visiva, emotiva, tecnica e narrativa. Un’opera estremamente “cerebrale”, qualcuno potrebbe dire “con venature” anche psicanalitiche e afferenti la religione. 

Un’opera senza dubbio originale, pregiata anche per la presenza sulla scena, in ruolo “multipli”, di due grandi attori. Il divo Jackson Yee, celebre attore e cantante cinese, che da corpo all’“anima spezzata” del multiforme “delirante”, in performance sempre dal forte impatto emotivo, in cui lui riesce ogni volta camaleonticamente ad apparire diverso nel linguaggio, età e postura de corpo. L’attrice taiwanese Shu Qui, che assume l’algido e distaccato ruolo della fotografa, ma è anche voce narrante della vicenda, interpretando “freudianamente” anche il ruolo di madre. Ma si ricordano molto volentieri anche la ragazzina truffatrice del paranormale interpretata dalla piccola e già bravissima Guo Mucheng, lo “spirito dell’amarezza” cui dà corpo Chen Yungzhong, l’oscuro criminale Mr Luo di Huang Jue e la “ragazza dell’ultimo giorno del mondo”, interpretata dalla bella e sfuggente Li Gengxi.

Il lavoro di Bi Gan sa disegnare bene un microcosmo complesso e affascinante che non è quindi “solo estetica”. Un lavoro in grado di toccare corde emotive inaspettate, grazie a una maturità tecnica e una capacità narrativa non comuni, che sanno davvero portare lo spettatore in universi cinematografici unici, che sanno bene istallarsi e restare nella memoria anche diversi giorni dopo la visione. 



Finale

Resurrection di Bi Gan è un film ciclopico, complicato, eccessivo nella durata, cerebrale e legato a una spiritualità lontana, forse così ambizioso da risultare per qualcuno eccessivamente “compiaciuto”. 

Non è un film “per tutti”, non è un film da approcciare in modo distratto, non è un film che può dare il 100 % del suo fascino se è vissuto sul piccolo laptop di un portatile. Va visto al cinema, su grande schermo, nella migliore sala possibile.  

Ma è un’opera che se colpisce (e sa colpire forte), sa impiantarsi nella memoria dello spettatore in profondità, regalando incredibili sogni cinematografici che rimangono vividi anche nei giorni seguenti. Grande cinema e grandi interpreti.

Un regista davvero straordinario

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mercoledì 22 aprile 2026

Un anno di scuola: la nostra recensione del divertente, spietato e romantico “coming to age”, ambientato nella Trieste di inizio 2000, scritto e diretto da Laura Samani.


Nell’Istituto Tecnico Marie Curie di Trieste di inizio 2000, le ragazze erano considerate ancora creature strane e misteriose. Anche se presenti ovunque in ogni altra parte della città, sulle spiagge come nei bar, ma pure in gran numero nell’attiguo liceo psicopedagogico che con il Marie Curie condivideva la palestra, vedere le ragazze tra mura storicamente pervase dal più virile cameratismo destava euforia, incredulità e stupore: scatenava gli ormoni spingendolo verso le derive più becere e infantili. 

Non fu così dei migliori, il primo giorno dell’ultimo anno di superiori di Fredrika, detta “Fred” (Stella Wendick), studentessa svedese catapultata di colpo nel Veneto per seguire il lavoro del padre, “cacciatore di teste” al soldo di una grande società. Tra sguardi ammiccanti e doppi sensi osceni usati per far rima con la sua città natale, “Stoccolma”, una partita di basket in cui si pretendeva tutti giocassero a petto nudo e il furto di tutta la sua biancheria durante la doccia, Fred rincasava a fine giornata, coperta solo da un asciugamano azzurro. Ma con sguardo fiero e incazzato: per non dare soddisfazione. 

La tattica giusta era farsi degli amici e fu così che incontrò tra i banchi, come D’Artagnan, i suoi “tre moschettieri”. Il secchione romantico Antero (Giacomo Covi), il burlone dall’’indole fragile Pasini (Pietro Giustolisi) e il massiccio e protettivo Mitis (Samuel Volturno). Dimostrando di “non tirarsela”, aiutandoli nei compiti, reggendo un discreto quantitativo di birra nei bar della zona e rassicurando di non avere ”problemi di coprifuoco”, Fred, come prima e unica ragazza, riuscì ad accedere perfino alla “Trappola”: la mitica ex tipografia del nonno di Mitis, ora disordinato e accogliente “covo autogestito” dai tre. 

Un piccolo paradiso dove dormire e perdere tempo a sentire dischi, a due passi da quella scuola in cui era ancora difficile essere accettati senza continui scherzi, battutine e variegati atteggiamenti tipici dei “ragazzini” che non hanno mai visto una femmina. La trappola, specie grazie ad una “boccia per i pesci” trasformata da Pasini in un bong king-size, era ormai la sua “nuova casa”: nuovi amici fracassoni ma buffi, con cui “bisbocciare”, per superare l’ansia della “terra straniera” e di un padre gentile ma di fatto sempre lontano: assente, specie dopo la morte della mamma. 

Peccato che gli equilibri erano destinati a incrinarsi in virtù di quel complesso di sogni infranti, paranoie, “bollori” e fraintendimenti tipici dell’adolescenza e del “diventare grandi”. 

Qualcuno avrebbe inevitabilmente frainteso gesti e sentimenti, qualcuno avrebbe taciuto rancore e invidia, sarebbe infine partito il classico “effetto domino”.

I quattro inquilini della “trappola” sarebbero sopravvissuti?


Liberamente tratto dal libro omonimo di Gianni Stuparich, del 1929 ma ancora attualissimo, a cui la regista Laura Samani e la sceneggiatrice Elisa Dondi hanno aggiunto una cornice moderna e alcuni elementi autobiografici, Un anno di scuola è un piccolo, disincantato quanto riuscito Tempo delle Mele con qualche felice sfumatura da Giovane Holden, ambientato in una Trieste di inizio duemila all’alba di quel 2007 in cui vennero tolte le sbarre della dogana tra Italia e Slovenia e si iniziò’, nelle “città di confine”, a respirare un’aria più “internazionale”. “Internazionale” è di fatto la solare e molto espressiva attrice svedese di questo film, Stella Wendick, che per la parte ha imparato un po’ di italiano come il suo personaggio, Fred, amabilmente “frizionando” la lingua con qualche parola in inglese e svedese. È stata scelta rispondendo a un’audizione a Stoccolma, dove ha frequentato una scuola di recitazione. Decisamente “triestini doc” sono invece Giustolini, Covi e Volturno. I primi due ragazzi sono stati scoperti dalla regista per caso, in un bar, mentre svolgeva delle ricerche su dove ambientare “la vita notturna della pellicola”. Il terzo è stato  trovato nel sopralluogo in una scuola, scelto durante una interrogazione. Aiutati dall’acting coach Alejandro Bonn, tutti hanno saputo con naturalezza esprimere al meglio i sentimenti, la fisicità e la voce dei rispettivi personaggi: parlando solo in dialetto triestino, con qualche buffissima “arrampicatura lessicale esterofila” necessaria a dialogare con la Wendick. 


A tutti gli effetti “co-protagonista adolescenziale della vicenda” è anche Trieste: scontrosa e rigida con le sue scalinate cittadine infinite e i comprensori scolastici in cemento, più accogliente e svagata con la sua spiaggia assolata nel pomeriggio, le luci serali del porto, il belvedere dalla collina al tramonto. Con bar pieni di caos, birra e la musica  punk e indie  rock di inizio 2000: tra “I tre allegri ragazzi morti”, “The Great Complotto” e “Prozac +” ( sui titoli di coda Elisa canta una cover di “Più Niente”, del 2004, omaggiando così la mai dimenticata Elisabetta Imelio). 

La Samani certo ci racconta una Trieste più “calda” rispetto alla gelidamente ombrosa città vista da Salvatores nell’imperfetto Il ragazzo invisibile. È una Trieste al contempo “meno sepolcrale” della “tomba emotiva” tratteggiata dall’interessantissimo “L’angelo dei muri” di Bianchini. Non è la Trieste “malinconicamente impersonale ed esterofila” che ogni tanto si intravedeva, come contrasto alla più vivace provincia veneta, nella divertente serie tv Volevo fare la rockstar di Matteo Oleotto.

È una Trieste per molti versi vicina alla Bologna ultradettagliata del libro generazionale Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi: il film ci mostra la città come una “mappa vivente” dei principali luoghi di ritrovo, tutti “rinominati” in modi goliardici, dai più tipici ai più nascosti, dai più “istituzionali” ai più intimi. Assecondando a 360 gradi il gioioso “caos emotivo” adolescenziale, luoghi e personaggi ci vengono serviti insieme, diretti, senza fronzoli, tra asperità e comodità, ingenuità e immaturità, romanticismo e cinismo, pulsioni e passioni. Non tacendo su dipendenze, malelingue e tutti gli “irrisolti” di cui sono capaci dei giovani ragazzi reali durante un classico (e spesso dolorosamente autobiografico) “anno di scuola”.

Un anno di scuola è quindi una storia di amicizia, ma può offrire ai più giovani spettatori anche un vademecum, piccolo e prezioso, su come “sopravvivere” a quel delicato periodo emotivo e umano. Attraverso personaggi ben scritti, si possono cogliere, con doloroso ma pragmatico realismo, alcune delle tante sfaccettature tipiche di una fase delle vita meravigliosa. 

Il film della Samani ha il grande pregio di “trattare i giovani da adulti”, non limitandoli a essere in fondo “buoni o cattivi”,: raccontandoli nella spontaneità, tra mille chiaro/scuri, alla continua e titanica ricerca di un dialogo che possa essere costruttivo, emotivo quanto “possibile”. Andando oltre gli stereotipi, la lingua, il territorio. 

Pur nel classico sviluppo orizzontale di un racconto di coming to age, Un anno di scuola sa essere, in alcune sue sfumature, non meno realistico/spietato di alcune opere del cinema sociale dei fratelli Daredenne. Il potenziale di questa autrice è enorme. 

Sapendo mantenere al centro della storia personaggi resi mai banali da ottimi e “genuini” interpreti, operando una interessante ricostruzione del periodo storico rappresentato e dando voce al meglio una città complessa come Trieste, la  pellicola della Samani sa essere un piccolo gioiellino di stile e regia, utile anche per gli spettatori più adulti per capire al meglio il mondo dei giovani.

Permangono ingenuità narrative. Il tempo della narrazione poteva essere gestito in mondo più sintetico, ma non viene mai a mancare una buona cura generale e soprattutto la volontà di raccontare l’adolescenza in un modo fresco quanto onesto. Un bel progetto e un’autrice che di sicuro terremo d’occhio . 

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giovedì 12 marzo 2026

L’isola dei ricordi (Amrum): la nostra recensione di una tenera e avventurosa “favola amara vera”, diretta da Fatih Akin.

Ci troviamo sulla costa tedesca del mare del nord, sulle isole Frisole Settentrionali. È il 1945 e un piccolo e biondissimo ragazzino di 12 anni, Nanning (Jasper Billerback), da alcuni mesi ha lasciato una pericolosa Amburgo per andare a vivere sull’assolata e isolata Amrum, dove da nove generazioni risiedono i parenti di mamma Hille (Laura Tonke) e vive la zia Ena (Lisa Hagmeister). Ha portato con sé il suo entusiasmo e la sua nutrita collezione di romanzi d’avventura, tra cui capeggia come un piccolo diamante splendente il Moby Dick di Melville: difficile da leggere, emozionante, invidiatissimo e contesissimo da tutti gli altri bambini.  

Nanning ad Amrum non si sente “il signorino”, come sussurra qualcuno. Si è abituato presto al dialetto locale, alla nuova scuola con i suoi “bulletti”, a lavorare ogni giorno nei campi della signora Tessa (Diane Kruger), insieme al suo vicino di casa Hermann (Kian Koppke), per avere in cambio il latte di mucca. Tuttavia, nonostante impegno e spirito di adattamento, la sua famiglia è guardata di sbieco: “perenni estranei”, persone “crudeli”. 

Perché davanti a casa zia Ena è solita issare con orgoglio una bandiera con una croce uncinata. Perché mamma Hille parla solo di politica infervorandosi con chiunque. Perché suo padre è sempre “altrove”: lavora come persona di spicco dell’attuale e sempre più controverso governo del paese. Il conflitto si è trascinato troppo a lungo e sull’isola si spera solo finisca tutto presto: magari “meglio” con una resa immediata. 

Le strade di Amrum si sono ormai riempite di carretti carichi di profughi, alcuni poco più che bambini, che ora si dedicano a furti e rapine per un tozzo di pane. Il cibo per la crisi e le sanzioni è diventato carissimo e ormai scarseggia. La poca farina bianca viene usata solo come unguento, per i feriti nell’ospedale locale. 

Nonostante tutto, il clima è mite, l’isola è piena di boschi, animali, abbracciata da un mare sempre caldo, calmo. Nanning riesce qui come può a essere felice.

Poi arriva la notizia della morte di Hitler. Avviene proprio nel momento in cui a mamma Hille si rompono le acque e sta per nascere una nuova sorellina. Con papà ancora lontano. Sempre lontano. Di colpo tutti gli abitanti della piccola isola di Amrum decidono di “passare ai fatti” e vendicarsi dei nazisti. Non conta se questi sono “rappresentati” per lo più da due donne e quattro bambini. I bravi cittadini di Amrum decidono così di negare il cibo e il minimo sostegno a Nanning, ai suoi fratellini, alla zia e alla sua mamma che dopo un parto doloroso sta molto male, non riesce più a camminare. 

Hille ha la febbre, ha perso peso, non riesce a mangiare nulla senza vomitare. Spera di poter ingerire almeno qualcosa di semplice e dolce: una fetta di pane bianco con burro e miele. 

Per rivedere la mamma in salute, sperando che “funzioni”, Nanning decide di impegnarsi per trovarle quel pane bianco. A costo di non tornare più a scuola prima di riuscirci. A costo di combattete con la “fame” che sta invadendo Amrum con il baratto o procacciarsi da solo il cibo, cacciando gli animali come un uomo delle caverne. Il fornaio non ha la preziosa farina bianca finita agli ospedali, che forse ha il medico, ma per cuocere il pane necessita anche di trovare uova e burro. 

Le uova di gallina sono poche: Nanning proverà a cercare nei boschi uova di un uccello diverso, magari di anatra o quaglia, a costo di prenderle direttamente da un nido arrampicandosi su un albero.

La signora Tessa ha ancora il latte e il burro ma non è più intenzionata a dare qualcosa ai nazisti: al punto da rifiutare che il ragazzino torni a lavorare per lei anche per il doppio delle ore. Dovrà trovarsi una soluzione diversa. Anche le api sembrano volare altrove è l’unico modo per ripopolare le arnie sembra utilizzare del rarissimo zucchero.

Zucchero che potrebbe avere lo zio di Nanning, che vive sull’altro lato dell’isola, in un’altra cittadina: accessibile solo con la bassa marea, dopo un lungo viaggio in bicicletta da intraprendere all’alba per non fare troppo tardi e magari annegare. Inoltre lo zio, per “aprirgli la porta”, pretende che il ragazzino indossi l’uniforme e si ricordi a memoria, recitandolo bene e convinto, il giuramento al partito. 

Nanning dovrà imparare ad “arrabattarsi e barattare” e forse alla fine di questa avventura, guardandosi allo specchio, si ritroverà con l’essere diventato “adulto” più di quanto la sua età richiederebbe. Forse anche più cattivo, senza averne davvero l’intenzione. Perché Nanning sperimenterà da vicino quanto la natura selvaggia di Amrum, ma pure quella umana, possano essere entrambe “matrigne”. Ai limiti del brutale. 


Il regista turco Fatih Akin, autore più volte premiato con l’Orso D’Oro di Berlino, la Palma D’Oro di Cannes e il Golden Globe, dirige e scrive insieme all’attore e regista Hark Bohm una pellicola piccola quarto profonda: basata sui ricordi di infanzia di Bohm stesso, vissuti ad Amrum sul finire della seconda guerra mondiale. Il film è stato girato tra il 2024 e il 2025, con le riprese che si sono svolte proprio su quell’isola delle Frisole della sua infanzia, su cui lo sceneggiatore è tornato per la prima volta solo oggi, dopo 80 anni dal suo “esilio forzato”, preservando uno sguardo che nella “sua scena” un piccolo cammeo, mantiene ancora incredibilmente vispo, fanciullesco e speranzoso. 

Uno stato di grazia perfetto per regalarci un “racconto di formazione” commovente e amarissimo, in alcuni momenti quasi dalle parti della “favola nera”, eroico e a suo modo “romantico”. 

Bohm ci ha lasciati nell’ottobre del 2025, a due settimane dall’uscita in Germania del film, portandoci una pellicola che guarda al passato restando però incredibilmente attuale: cambiano i tempi, ma anche solo andando sui social sembra ancora di trovarsi in un “luogo incattivito” in cui è diventato fin troppo “facile e immediato” giudicare e condannare chi è diverso, chi non la pensa allo stesso modo, chi ha la disgrazia di essere nato in un luogo lontano. Il 90enne Bohm, “tornando bambino” in questa storia, con un racconto lineare ma mai banale ci invita a tornare “innocenti, combattivi e bambini”, come lui ad Amrum, attraverso gli occhi tristi ma determinati del piccolo e già bravissimo Jasper Billerback. Occhi che si affacciano su un luogo da cartolina che diventa con la bella fotografia di Karl Walter Lindenlaub (Underworld, Le cronache di Narnia), giocata sui cromatismi vivaci e netti, quasi un romanzo illustrato per ragazzi. Un romanzo avventuroso, pieno di sfide e piccoli colpi di scena, ma con tanti momenti davvero inclusivi, come una scena “dell’alta marea” che ha il sapore amaro di alcune pagine del Pinocchio di Collodi. 


La colonna sonora di Hainbach contribuisce ad accrescere il senso di “stupore e sospensione”, propri della favola ma anche del “modo di sentire” di un un ragazzino, ma l’intreccio narrativo più volte ci riporta alla realtà, agli adulti, alla Storia: sa immergerci in una pagina del passato complessa. Una pagina in cui il carattere fin troppo “indurito dagli eventi” dei personaggi adulti emerge, “schiaccia i sogni”, svela l’ipocrisia di “sentirsi i buoni” anche quando si cade in una “vendetta morale” in cui si sceglie deliberatamente di fare violenza, su donne malate e bambini. Certo non tutti gli adulti sono crudeli e vendicativi. Fatih Akin ci dà la possibilità di guardare la storia anche dal loro punto di vista. Anche se è un punto di vista che si fa spesso  confuso, “rigido”, arrabbiato, a tratti folle. Fatih  Akin non fa troppo sconti emotivi e si affida a interpreti di calibro, che si dimostrano particolarmente bravi a far emergere sotto la superficie del caratteri davvero complessi, determinati quanto irrisolti. Caratteri tragicamente “credibili”. 

Tutti questi aspetti fanno di Amrum un film bellissimo quanto urgente: una favola moderna preziosa, da cui c’è molto da imparare. Per capire il modo giusto per guardare il mondo e riflettere su quanto anche “i buoni” possano essere spietati.

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