lunedì 8 agosto 2022

Vite parallele (Between Worlds): la nostra recensione di uno stranissimo thriller “sexy”con Nicolas Cage

 


Siamo sulle strade desolate della provincia americana, con in sottofondo una colonna sonora misteriosa alla Twin Peaks. Joe (Nicolas Cage) è un uomo di mezza età scontroso e distrutto dalla vita, anche se pieno di muscoli e tatuaggi, quando incontra una sera, in una stazione di sosta dell’autostrada, la misteriosa Julie (Franka Potente). È anche lei coperta di tatuaggi, di mezza età ma ancora piacente. Joe la sente ansimare in modo strano dietro la porta del bagno, la salva da un omone che sembra stia cercando di strangolarla e subito entra nello strano mondo della ragazza, che dice di poter accedere brevemente al mondo dell’Aldilà quando perde i sensi. L’omone non la stava strozzando, ma la stava aiutando a raggiungere paranormalmente la figlia Billie (Penelope Mitchell), che si trova in coma in ospedale dopo un incidente in moto, facendo in modo che “guidata dalla sua aura” si risvegli e “torni nel suo corpo a fine cure”, senza che lo spirito cada nella tentazione di passare anzitempo al paradiso. Julie si dice molto delusa dall’omone incontrato prima in bagno, perché dai due minuti in cui gli aveva esposto chiaramente le sue intenzioni forse lui aveva inteso solo una strana scusa per una fantasia sessuale e per questo si stava eccitando nello strangolarla. Vatti a fidare degli ubriaconi che incontri di notte in un bagno sull’autostrada per risolvere questioni ultraterrene urgenti!! Fortuna che c’è ora Joe, che pure se un po’ confuso da tutta la storia decide di portarla in ospedale dalla figlia, senza troppe domande. In ospedale Billie sembra vedersela brutta e Julie convince Joe a farsi strozzare un po’ nel corridoio per salvarla. La cosa sembra funzionare alla grande e pochi giorni dopo Billie, Julia e Joe finiscono tutti sotto lo stesso tetto. Joe, da poco vedovo dopo un brutto incidente domestico, riscopre con Julia le gioie di una relazione condita con del sano sesso acrobatico. Poi si accorge che pure Billie, che è una sventola di 20 anni, ha parecchio voglia di fare del sesso acrobatico con lui. L’uomo si trattiene fino a quando si convince che, per un errore paranormale della cosa che ha fatto Julie, nel corpo di Billie non c’è lo spirito della ragazza ma quello della sua moglie defunta Mary (Lydia Hearst). Ora mentre fa sesso acrobatico con Billie si immagina anche di fare sesso acrobatico con Mary, nei giorni in cui non fa sesso acrobatico con Julie. Per quanto tempo Joe riuscirà a fare sesso selvaggio con tutte e tre?


Scritto, diretto, prodotto e confezionato da Maria Pulera, girato in 26 giorni nel 2018, Vite Parallele è una piccola e geniale pazzia “direct-to-video”, plasmata sul carisma puro di Nicolas Cage, il più grande attore vivente. Alla fine dei 90 minuti della pellicola è evidente quanto il nostro eroe si sia divertito come un pazzo nel girarla cogliendo a piene mani gli ampi spazi di improvvisazione consentitigli dalla regista, primo tra tutti la possibilità di saltellare liberamente come un satiro tra tre donne bellissime in scene da alto tasso erotico tra divani roventi, letti, il retro del camion addobbato con le lucine di natale e gare continue di miss maglietta bagnata. Se in Grand Isle Cage interpretava un uomo “impotente”, immobile e quasi prosciugato di ogni entusiasmo, qui per contrappasso è un torello costantemente super eccitato ed euforico come un liceale, anche per via dei molti momenti pruriginosamente “psicotropi”, come forse non lo è mai stato se non ai tempi di Cuore Selvaggio. Sarà un caso che Vite Parallele si apre con citazioni sonore del “lynchano” Angelo Badalamenti? Questo stato di sovra-eccitazione straripa anche oltre le scene specifiche “hot” e Cage va presto in un folle e travolgente Over-acting che travolge emotivamente tutta la pellicola, con il suo personaggio che di fatto arriva a sdoppiarsi, triplicarsi, decuplicarsi e più, come fosse “posseduto” dalle anime dei mille personaggi interpretati negli anni da Cage e “rimasti prigionieri in lui”. Se la bellissima Penelope Mitchell è di fatto posseduta dal personaggio dalla bellissima Lydia Hearst, il camionista Joe interpretato da Cage vive e reagisce alle emozioni come se talvolta avesse i ricordi di un altro Joe (l’omonimo protagonista del film Joe del 2013 di David Gordon Green), rivivesse la morte della moglie come Red (protagonista di Mandy del 2018 di Panos Cosmatos), annegasse il suo dolore esistenziale nell’alcol come Ben (protagonista di Via da Las Vegas del 1995 di Mike Figgis), non riuscisse a gestire le emozioni come Peter (protagonista di Stress da vampiro del 1989 di Robert Bierman), avesse un rapporto con il fuoco sovrannaturale come Johnny (protagonista di Ghost Rider del 2007 di Mark Stevens Johnson) e Milton (protagonista di Drive Angry del 2011 di Patrick Lussier). E queste sono solo alcune delle personalità di Joe che i cinefili appassionati di Nicolas Cage sapranno scorgere, non solo tramite la sua recitazione “viscerale” alla Klaus Kinski ma anche guidati da dettagli visivi che il richiamano tramite le scelte di vestiario, la costruzione della scena, perfino l’uso degli effetti speciali. Vite parallele è pura autocelebrazione di un mito, che è Nicolas Cage, condita con una surreale storia sexy sovrannaturale. Un po’ come lo è Spider-Man: No Way Home, che magari avremmo voluto pure lui “più sexy”, visto che nel cast c’erano la Tomei e Zendaya.  

E credo ci sia davvero poco altro da aggiungere, se non “suggestioni”.


È una “stravaganza”, una piccola follia visiva peraltro dotata di un buon ritmo, donne sexy disinibite quanto accoglienti, scene spiazzanti fino al surreale e colpi di scena quasi indecifrabili se non si entra nel “mood giusto”, se non ci si ostina a leggere tra le righe, per metafore e con un occhio meta-cinematografico. Vista la sua strana genesi Vite Parallele può essere quindi una lucidissima riflessione su cosa Cage pensava intorno al 2018: c’è chi scrive un diario, Nic Cage fa un film sexy soprannaturale. Ci sta, possiamo immaginarlo come operazione sulla linea (certo non con gli esiti) di una specie di Un gatto nel cervello per Lucio Fulci. 

Forse qualcuno per il finale potrebbe pure evocare Mulholland Drive, ma non prima di essersi ubriacato pesantemente.

Nel 2018 è uscito Mandy, film che ha rilanciato Cage a livello internazionale, ma anche i tre bruttini direct-to-video The Human Bureau, Looking Glass, 211. Nel 2018 Cage è finalmente riuscito a impersonare Superman, ma non come protagonista nel colossal mancato e mai realizzato da Tim Burton, quanto come doppiatore nella versione americana del film sui Teen Titans. È stata anche la voce originale di Spider-Man Noir nella pellicola di Phil Lord, ma i colossal ad alto budget “con lui protagonista” sembrano ormai alle spalle. Possiamo pure immaginarci così che Cage nel suo cine-diario del 2018 immagini il suo modo di vivere da attore (che un po’ si è autoimposto “perché quando recita si sente bene” e un po’ “gli tocca” per far fronte a qualche problema economico) un po’ come quello del camionista Joe: uno che ha tante date di scadenza da rispettare, troppi rimpianti e un veicolo (la sua arte) che non sa quanto possa ancora andare avanti ma è tutto ciò che potrebbe usare per vivere. Joe/Cage incontra in Vite parallele Julie/Franka Potente: anche lei è una camionista come lui e può capire quello che lui prova, con magari simili rimpianti alle spalle e speranze future (anche l’attrice nel 2018 viene da un periodo di alti e bassi molto lungo, che nel suo caso l’ha allontanata dal grande schermo, dal quale è emersa da poco con la partecipazione a Conjuring 2 di Wan e al poco fortunato La settima musa di Balaguero’). 


L’incontro tra i due porta quasi a stregarli, fonderli, intrecciandoli in un rapporto viscerale quanto “umano”, in cui tornano quasi ragazzini, bello e “rivolto al futuro”. Entrambi si aiutano a riparare il proprio camion, a far ripartire insieme il loro lavoro, magari mettendo tra le priorità per una volta prima gli affetti e poi il lavoro. Fino a che “il passato” torna a bussare alla porta di entrambi tra le “forme da urlo” della giovane Penelope Mitchell, quasi come un complesso di Peter pan a tema horror. E in termini meta-narrativi Cage/Joe si distacca dal presente e dalla nuova compagna per inseguire una nuova giovinezza-passata impossibile con la Mitchell tornando a “ripercorrere per lei i suoi personaggi”, fino a scontrarsi tragicamente con la natura illusoria di tutta questa fuga, che era sbagliata fin dai suoi presupposti illusori. Certo questa lettura meta-narrativa bisogna “volerla fare propria” e se nemmeno ci si prova il film scappa letteralmente via, viaggiando da una scena assurda a una scena ancora più assurda senza continuità, in un crescendo di follie stranianti, buffe ed eccessive come quelle che piacciono ai “collezionisti di Meme”. Dopo Stress da Vampiro i collezionisti delle facce folli di Nicolas Cage hanno un nuovo film da venerare e studiare a memoria, da inserire subito in una virtuale enciclopedia dell’assurdo. Ma immaginate per un momento di essere quel tizio sbronzo che vede Vite Parallele e urla fortissimo Mulholland Drive, magari snocciolando diecimila caratteri in un delirio di recensione - adulazione senza senso. Non vi sembra di colpo di vivere in un mondo più bello? Non vi sembra che “tutto torni” e sia quasi poetico quando si vede un direct to video e ci si ritrova ad avere Un gatto nel cervello doppiato da Nicolas Cage? Vi lascio al dubbio e torno a ballare con il nano con in sottofondo Angelo Badalamenti e vi lascio al finale. 

Totalmente fuori di testa ma ultra divertente, intimista quanto criptico, Vite Parallele è una gemma trash per ogni fan di Cage duro e puro che si rispetti. Roba per palati forti, assolutamente immaneggiabile per chi lo approccia in modo diverso, seguendo schemi logici per comprenderlo. Solo per i più duri. Ma voi siete abbastanza duri da vederlo?  

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martedì 12 luglio 2022

Thor: love and Thunder: la nostra recensione del nuovo film sul supereroe Marvel del regista Taika Waititi

 


Il dio vichingo spaziale Thor (Chris Hemsworth), dopo un periodo di profonda depressione in cui ha coperto il suo cuore infranto sotto un morbido pancione di trippa, ha ripreso la via delle stelle insieme ad una nuova ciurma: i Guardiani della galassia. La panza morbidosa in poco tempo è scomparsa grazie al duro allenamento e al supporto psicologico essenziale di un insospettabilmente sensibile Star-Lord (Chris Pratt), la voglia di combattere e salvare mondi è tornata insieme all’ironia e alla “spacconaggine”, ma nella vita del Dio del tuono manca ancora qualcosa di importante. Manca quell’amore vero”, quello che “ti fa stare da schifo” ma che non puoi fare a meno di cercare e che finora lui ha provato solo per una persona: Jane Foster (Natalie Portman). I due si erano amati profondamente, fino ad arrivare a correre insieme sui rollerblades, ma si sono ormai lasciati da molto tempo, “fuori dalle scene”, allontanandosi piano piano. Thor la “tradiva per Nick Fury”, per cui aveva sempre da salvare il mondo o l’universo. Jane aveva da spiegare lo spazio e i buchi neri a qualche convention di scienziati, trovando magari l’occasione di citargli Punto di Non Ritorno di P.T. Anderson. Ora, mentre Thor è ancora nello spazio, Jane sta molto male. Ha una brutta malattia e spera in un miracolo grazie ai poteri di Mjolnir, il martello distrutto di Thor che ora è esposto in quella sede terrestre di “Nuova Asgard”, che sembra sempre più un parco divertimenti tematico, gestito dalla sempre più disincantata eroina Valchiria (Tessa Thompson). Ma nel breve futuro le strade del vichingo spaziale e della scienziata sono prossime a ricongiungersi, per solcare insieme i cieli sulla brutta copia di un drakkar trainato da capre spaziali urlanti. Galeotto sarà lo scontro contro il minaccioso Gorr il “macellatore di dei” (Christian Bale) e alcune quisquilie contro Zeus (Russell Crowe), signore del fulmine. Sarà di nuovo “amore e tuoni”? 


Il dissacrante e irresistibile attore, regista e sceneggiatore Taika Waititi, che ha già messo alla berlina i vampiri (Vita da Vampiro), prima ancora ha messo alla berlina i neozelandesi “di campagna e di città" (Eagle vs shark, Boy, Selvaggi in fuga) e di recente ha messo alla berlina i nazisti (Jojo Rabbit), torna dopo Thor Ragnarok a mettere alla berlina le divinità e il mondo degli “eroi”. Lo fa in nome dell’amore: quel sentimento che ti fa ballare insieme alla mamma (Jojo Rabbit), ti dà l’occasione di occuparti dei tuoi cari (Vita da vampiro), ti fa voler bene a chi ti è caro, scherzandoci insieme, anche se lui non ti vuole troppo bene (Thor: Ragnarok). È l’amore che al di là delle grandi illusioni di immortalità salva il mondo o “quello che resta del mondo”, nella poetica di Waititi. Un amore che non si può “regalare a tutti”, specie agli omini invisibili. Con la classe di chi “sa cosa sono gli dei” (come lo sa chi ha fatto il liceo classico e ricorda bene gli dei classici dell'antica Grecia, conosciuti attraverso le mitiche traduzioni di greco e latino), Waititi ce li descrive sarcasticamente come una masnada di guerrafondai, pomposi arroganti, viziosi, vanitosi, voltagabbana, erotomani. Umanissime creature “divine” definite più dai loro difetti che dai loro poteri. Non a caso gli dei greci diventano “archetipici” di “modelli caratteriali” per Carl Gustav Jung ne “gli archetipi dell’inconscio”: proprio perché ci sono stati raccontati dai poeti come specchio di vizi e virtù umane. Ma che siano greci, norreni o provenienti da un pianeta di uomini-sasso (c’è una scena di “pantheon” divertentissima, in cui ci sono anche gli dei-raviolo!!), questi dei rimangono, proprio in virtù dei loro vizi e virtù, figure non troppo lontanate da come ci sono stati presentati in passato dal cartone animato Pollon, dello scomparso e amatissimo, e altrettanto  “dissacrante” come Waititi, Hideo Azuma. Certo Waititi in questa lettura non inventa ma anzi “cita”, omaggia, rivelandosi anche fine conoscitore dei fumetti Marvel sul dio vichingo “d’annata”, ricordandoci il forte umorismo che permeava le pagine del Thor del passato più satirico e psichedelico, dove il nostro eroe poteva benissimo tramutarsi in rana, dire battutacce, fare giochi di parole e ubriacarsi. Pur mantenendo nei baloons delle tavole il suo particolare “font” ed eloquio in stile epico/medioevaleggiante. Un Thor ironico e vanitoso non meno che aitante e combattivo. Così anche quando il film ogni due per tre mostra i muscoli e decolla in iperboliche e visivamente pazzesche scazzottate interdimensionali, proprie delle infinite e spettacolari battaglie in cui gli dei sono protagonisti in tutte le mitologie, l’ironia non abbandona mai la formula. Si impastano battute ed effetti speciali in una sorta di giostra plurisensoriale che affascina o sterilmente/sarcasticamente stordisce (come nella scena della saetta di Zeus), ma infine ci si chiede sempre sinistramente se “valga la pena” di osannare questi dei, per quanto “mattacchioni”. Può essere “reciproco” l’amore per un dio? Possono le preghiere avere un senso quanto l’amore “autentico” per un’altra persona? Gli dei sono tutti “buoni”? La “botta di amarezza” Waititi ce la dà subito, nella straordinaria prima scena che passa in due minuti dai toni della commedia (quasi alla Monty Python) alla tragedia e subito definisce il tono del film.


È una sferzata drammatica simile all’inizio del primo I Guardiani della galassia di James Gunn e questa non è la sola analogia che dissemina Waititi, oltre al fatto di aprire il film proprio con i guardiani della galassia al completo. Gunn e Waititi sono molto simili nel modo di miscelare con cura e parsimonia scene drammatiche nell’intreccio, nascondendocele con così tante risate da farcele sembrare all’inizio solo velate suggestioni, fino a farle poi deflagrare. Per riportarci con i piedi per terra dopo l’euforia, per abbassare l’endorfina e rendere il tutto più reale, dannatamente reale. Per dimostrarci che la tragedia è ancora più forte quando è preceduta e integrata dalla commedia. Waititi ci conferma qui, ancora con più forza che in Ragnarok, di come gli dei siano creature così indifferenti all’uomo che quasi non ha senso che esistano. Creature garrule che vogliono solo applausi, coloratissime e pacchiane. Creature che guardano per lo più ai loro devoti come a dei falliti da irridere e lasciare soli davanti al dolore. Esseri che si inventano riti e un sistema infinito di “peccati” per non far accedere i devoti a un “paradiso” che probabilmente non esiste per davvero. Le persone, che siano  terrestri o marziane, possono nascere, crescere e morire amando gli dei, senza alcuna ricompensa o gratificazione per il loro amore. È qui che diventa una figura tragica, potente quanto meno scontata del “villain del mese”, il personaggio interpretato da Christian Bale. Più un antieroe che un villain, il macellatore di dei sa subito fare breccia negli spettatori nonostante la sua cupezza e crudeltà, in ragione di una fortissima e genuina umanità che un Bale mai così simile al suo Uomo senza sonno sa irradiare. Bale recita con gli occhi e il sorriso triste dentro un corpo glabro e smunto, coperto da un lungo mantello. Un essere vuoto sospinto solo dal dolore, toccante quanto pieno di vendetta.  Una creatura umana ugualmente fragile è la Jane di Natalie Portman, scavata nelle orbite e dal corpo trasfigurato dalla malattia, a differenza di Gorr ha ancora con un ampio sorriso e gli occhi speranzosi. È in “attesa del miracolo”, come cantava in un celebre pezzo Leonard Cohen, ma non si arrende e anzi decide di dedicare il suo tempo a fare la supereroina, mettendosi al servizio degli altri come invece non sembrano avere intenzione di fare nel film molti altri dei. È qui che si coglie il lato meno sorridente dell’apparentemente cordiale e giulivo Zeus di Crowe e si empatizza davvero con un Thor sempre più spoglio di misticismo e sempre più uomo, che ha sofferto, si è fin quasi distrutto nel fisico, è emotivamente “cresciuto”. Un Thor che in qualche modo cerca di uscire dalla fase adolescenziale da eterno bambinone forzuto e si appresta a diventare adulto, proprio grazie a Jane, accogliendo il suo modo di vedere il mondo e il suo modo solare (molto bello il lavoro sul make-Up) di essere “una” Thor. 



Thor Love and Thunder come Ragnarok trasuda della poetica di Waititi, ci fa ridere e ci fa commuovere ed è visivamente il Thor più bello di tutti, con una colonna sonora hard rock piena di classici d’annata e scene d’azione gigantesche, che saltano da enormi battaglie su pianeti alieni con carri armati e astronavi agli abissi plumbei e contorti di una notte infinita piena di creature tentacolari che si nascondono tra le ombre come Freddy Krueger. 

Due ore divertenti, scanzonate e commoventi, con al centro una bella storia d'amore e crescita. Forse non un capolavoro ma un film molto godibile, che si ha subito voglia di rivedere, con ottimi interpreti e una trama non banale. Passa in un lampo, con la platea che ride dall’inizio alla fine… a meno che non si prediliga fortemente una visione di Thor più vicina al secondo film, Thor: The dark world, diretto da quell’Alan Taylor, regista di molte puntate del Trono di Spade. Mi viene da fare un po’ lo stesso ragionamento della recensione di The Batman: non è che esiste una visione “giusta o sbagliata” di un personaggio a fumetti, perché questo vive e rivive delle scelte stilistiche che autori diversi possono imprimere nelle loro storie. Il “Thor dark fantasy”, che vive anche in alcuni cicli recenti del fumetto Marvel, è un po’ figlio delle parti più oscure di Mordor del Signore degli Anelli adattato da Peter Jackson, ha alcuni toni geopolitici del Trono di Spade (quelli almeno “permessi” da una produzione Marvel/Disney), condivide atmosfere notturne di alcuni videogame come Dark Souls, ma pure suggestioni di fotografia “dai toni forti” di opere cinematografiche epico/pessimiste di Eggers e Refn. Non è che Dark World fosse di fatto cupissimo, disperatissimo, seriosissimo come The Northman o Valhalla Rising (sempre per stare nel “dark norreno”). Aveva tanti momenti leggeri e Stellan Skarsgard in mutande, ma appena poteva andava da quelle parti dark, verso quei “colori spenti”, anche perché il primo film di Thor, quello di Kenneth Branagh, era stato tacciato di non essere “abbastanza dark” (pur adattando in gran parte una run di Straczynski disegnata da Coipel che i toni “dark” non li aveva proprio). Però è innegabile che oggi ci sia questa voglia di mondi cupi e crudeli, dove ogni ironia è bandita e dai quali probabilmente pure la Divina Commedia di Dante è bandita: perché questo “toscano” non dovrebbe permettersi di descrive persone che scoreggiano (incriminato quel fuori luogo “cul che fece trombetta”… roba da film di Bombolo!! Inaccettabile!!).


Fare i “darkettoni e musoni” è una scelta di stile che va da sempre di pari passo con “quel periodo dark dell’adolescenza” per cui nel mio caso si ascoltavano i Cure e si andava a vedere in sala Il Corvo o si leggeva Sandman e quindi delinea un preciso target di spettatori che “amano il dark”. 

Qualcuno che oggi ascolta l’equivalente dei Cure dei Millennials potrebbe ritenere (prendendo un discreto abbaglio) che nel seriosissimo dark fantasy si possa riscontrare la “vera” epica omerica (quando Omero amava l’ironia) o la grande tragedia, quella di Shakespeare (che pure lui amava l’ironia), di cui peraltro si burla Waititi già dai tempi di Ragnarok nelle buffissime, e quindi dai darkettoni “odiatissime”, scenette “teatrali” con protagonisti Luke Hemsworth, Matt Damon e Sam Neill. Ma ci sta, perché “sono solo gusti” e pure i darkettoni hanno diritto ad avere un prodotto cupo, epico e pessimista fatto tutto per loro. Possiamo quindi concordare sul fatto che alla fine oggi esistano sullo stesso pianeta tanto il Thor dei fumetti psichedelici del passato in Love and Thunder omaggiato da Waititi, quanto il Thor dark fantasy sognato da alcuni e protagonista di alcune produzioni tipo Loki di Casey e Dragotta o Fratelli di Sangue di Rodi e Ribec (considerando che peraltro pure nel recente si producono tantissime storie scanzonate o con forti dosi di umorismo come quelle di Peter Milligan… ma tant’è…). Quindi questa pellicola potrebbe non piacere a chi predilige un Thor dark fantasy o in generale non apprezza uno sviluppo del personaggio in un contesto carico di ironia e leggerezza. È un fatto incontrovertibile.

Thor Love and Thunder è un film divertente e che vola in un attimo, pieno di combattimenti, effetti speciali, bellissime musiche, tanta ironia. C’è la commedia, espressa al meglio dal solare e sempre irresistibile personaggio di Hemsworth ma anche da Tessa Thompson e Waititi stesso (che torna nei panni dell’Uomo-sasso), come c’è la tragedia, di cui si fanno carico Bale e la Portman con delle interpretazioni molto riuscite. Molto toccante e qui davvero, davvero “eroico”, il modo in cui il tema della malattia viene affrontato nella pellicola.

Se vi sono piaciuti i film di Waititi come Thor Ragnarok e Jojo Rabbit, correte a vedere Love and Thunder e non rimarrete delusi. Se amate l’hard rock, i combattimenti tra supereroi ed effetti speciali roboanti, qui c’è il meglio del meglio, siamo davvero al top di gamma, una vera giostra e goduria per gli occhi, da gustare su schermo panoramico.

Se volete divertirvi con un film disimpegnato pieno di azione, colori e ironia, ma che ogni tanto riesce ad essere anche profondo, Thor Love and Thunder è il film da vedere questa estate in sala.

Se non apprezzate troppo l’idea di un film di Thor pieno di umorismo e non volete rivedere i vostri gusti personali, magari scegliendo di andare a vedere “unicamente e a vita” film come The Batman o The Northman (…che il prendersi sul serio stia nel “The” iniziale?), questo film non è per voi.

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lunedì 27 giugno 2022

2030 fuga dal futuro - scappa dalla Nuova America (The Humanity Bureau): la nostra recensione di una “roba”…davvero bruttina…con protagonista Nicolas Cage

 


Nel 2030 immaginato nel 2017 da dei tizi canadesi sedicenti “autori di cinema”, l’America e il mondo intero non se la passano benissimo. Tra inquinamento, scarsità di cibo, crisi economica, guerre e malattie sono rimaste poche persone, per lo più divise tra ricchissime, poverissime e fesse. Per salvare la baracca si è costituito e ha preso un sacco di potere l’Humanity Bureau, un ente ””assistenziale”” il cui scopo è far girare per l’America i suoi agenti su auto nere, armati pesantemente, in cerca di chi è meno abbiente. Lo scopo è quello di deport… cioè: “invitare” questa gente che non fattura abbastanza in un fantastico posto pieno di speranze e possibilità chiamato “nuovo paradiso”. Nessuno poi sembra più voler tornare indietro da nuovo paradiso, nessuno che da lì mandi una cartolina o un selfie, nessuno che telefoni: deve essere quel tipo di posto bellissimo tipo Gardaland in cui ti diverti così tanto h24 che non hai più un minuto libero per pensare al resto del mondo, per anni e anni. Noah Kross (Nicolas Cage), che evidentemente fa parte della popolazione dei fessi, lavora per il Bureau da anni e davvero non capisce perché i poveri preferiscano vivere di stenti nelle baraccopoli bevendo urina piuttosto che andare gioiosamente in questo nuovo paradiso “fatto apposta per loro”, più o meno dal nulla e non si sa con che soldi, che manco lui non ha mai visto. Giorno dopo giorno Noah si sente però sempre più fuori posto nel suo ruolo da “”“assistente sociale”””, anche se dovrebbe essere tutto ok: in fondo abita come gli atri agenti in un attico a Las Vegas ripieno di quadri milionari e sostanzialmente tutto il giorno va in giro su una corvette nera a sparare alla gente povera che non vuole andare a nuovo paradiso. Brutta bestia la depressione. Mentre arpiona con un amo da pesca un Monet che tiene in salotto, Noah pensa: “Ma quanto era bello quando qui era tutta campagna e si potevano pescare i lavarin sul molo? Forse il mondo non è finito e tutti sono felici in Canada. Bisogna andare in Canada e da lì ragionare lucidamente sul fatto che un nuovo paradiso per i poveri potrebbe pure essere una bufala a fini politici”. Il Canada salverà tutti, ma non paiono della stessa idea gli amici di Noah, che vogliono continuare a vivere a Las Vegas facendo il bagno vestiti nelle piscine degli alberghi per ricconi e continuare a sparare ai poveri.

Ma cosa diavolo ho visto? 


2030 ecc. ecc. è un film di fantascienza realizzato con tre auto, due magazzini, una casetta di legno di periferia, effetti speciali del discount e dieci attori. Più tre cappotti in pelle alla Matrix a nolo. Una roba post-apocalittica soft, che più che Mad Max pare un film vagamente western del pomeriggio di rete 4 ambientato nella campagna del Nevada. La storia fa un po’ il verso a Seven Sisters di Wirkola con Noomi Rapace, ma ne è la versione da super - hard a- discount senza nemmeno una Noomi Rapace a offrirci le sue grazie. E in Seven Sisters, in piena opulenza, oltre a infinite scene d’azione e ottimi effetti speciali anche 7 Noomi Rapace a offrirci le loro grazie, e che cavolo!!

Come spesso accade, non è chiarissimo il modo in cui Nicolas Cage sia entrato nel progetto di questo strampalato film canadese. Sappiamo che il nostro eroe ha un bulimico bisogno di recitare e devono averlo adescato in un autogrill, agitandogli davanti agli oggi il copione di questa roba mentre stava mordendo un Camogli. Lui non ha resistito e tre giorni dopo il film era già stato fatto, probabilmente utilizzando parenti e amici del regista come cast e fornitori di location, due auto a nolo e tre pistolette liquidator, un paio di stanze di motel. Cage prova a “cagizzare tutto”, si sbraccia in over-acting e cerca di portare a casa il risultato comunque, ma il contesto di lavoro è modestissimo e privo di guizzi, salvo sporadici squarci di “assurdo” come “la pesca in soggiorno” e salvo una scena che sì, è da incorniciare. In questa scena un ragazzino ruba dalla tasca del “cattivo” il suo occhio di vetro, che inizia a saltellare fino a cadere sotto una grata. Il cattivo vorrebbe sparargli, perché è lì per quello e ci sono già cadaveri di altri cattivi ovunque, ma prima aspetta che il ragazzino, che si dimostra di colpo servizievole, gli riporti l’occhio, scendendo sotto la grata e di fatto dileguandosi. Da lì, mentre il cattivo aspetta, il bimbo segue le gallerie e sbuca da un tombino vicino alla macchina di Cage, con cui fugge prima di rischiare di essere investito. Puro non - sense. Peccato che non ce ne sia abbastanza e la storiella sia davvero atroce (con un colpo di scena che fa davvero piangere per la tristezza della scrittura). Fossi stato in Cage avrei denunciato tutta la produzione di 2030 per rapimento, ma il nostro è un uomo di gran cuore e questa pellicola la potete ora trovare in streaming. Da maneggiare solo se vi trovate in gravissima crisi di astinenza da Nicolas Cage e non avete in casa nient’altro che questo film con lui. Se capitate in questo scenario vi consiglio comunque di giocare il giorno dopo al lotto, perché l’universo è in debito con voi di qualcosa. 

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mercoledì 15 giugno 2022

Occhiali neri: la nostra recensione del nuovo film di Dario Argento con protagonista Ilenia Pastorelli

 


Diana (Ilenia Pastorelli) è una ragazza romana bella tosta, di borgata, con un fisico da urlo e nessuna remora ad esibirlo con generosità. Vive “tra la luce e il buio”, esercitando la non facile professione della escort in un appartamentino, aiutata da una colf che un po’ la odia e un po’ la sopporta. Se qualche cliente esagera Diana è sempre pronta a mollare calci nelle palle,  rimettendolo al suo posto e ridefinendo le regole “contrattuali”. Nel suo luogo di lavoro c’è sempre una luce soffusa e forse la sua vita non cambia poi molto da quando un giorno Diana viene coinvolta in un incidente, terribile e “tarantiniano” (la citazione è al guilty pleasure A prova di morte) a seguito del quale perde l’uso della vista. Diana in pochissimo tempo esce dall’ospedale, metabolizza, si rialza con l’aiuto di una volontaria (Asia Argento) e di un cane e in seguito si accolla pure l’educazione e il destino di un ragazzino cinese rimasto orfano nello stesso scontro. Ma nonostante tutta questa grinta, sul futuro di Diana incombe un misterioso e spietato assassino di prostitute, con tutta l’intenzione di saldare un conto in sospeso con lei. Saprà questa ragazza tosta avere la meglio su uno spietato assassino?


Torna al cinema Dario Argento, a molti anni di distanza dal suo Dracula 3D, con tutta l’intenzione di riportarci alle atmosfere della sua cinematografia thriller più amata, nello spirito di opere immortali come Profondo Rosso e Il gatto a nove code. Ne esce un film crepuscolare sulla difficoltà di decifrare la realtà davanti ai nostri occhi, fin dalla “carpenteriana” locandina che cita Essi Vivono. Un giallo che parte come sempre nei territori della logica, per poi verso il secondo atto fuggire da ogni chiave realistica, all’inseguimento di ossessive atmosfere oniriche in cui la razionalità dello spettatore può perdersi e contorcersi come in un incubo. Una purissima liturgia argentiana di vecchio stampo fatta di personaggi che scompaiono da un momento all’altro, animali notturni che diventano tanto aggressivi da sembrare mostri, protagonisti che avanzano nel buio aggrappandosi con eroismo ai pochi spiragli di uscita che gli vengono concessi. Eroi controvoglia o anti-eroi che spesso oltre a un assassino misterioso devono fare i conti con uno “stigma”: come essere considerati “stranieri”, “emarginati”, “portatori di un handicap”. Ilenia Pastorelli, una delle attrici più interessanti degli ultimi anni specie per l’asfittico “cinema di genere” che ancora si prova a realizzare nel Belpaese (vedasi anche in progetti folli come il recente Io e Angela), riesce a incarnare al meglio la perfetta eroina argentiana adatta a questa storia. Diana è una credibilissima ragazza  che con ironia e grinta vive e sopravvive ai margini della periferia, non troppo distante dalla Alessia di Lo chiamavano Jeeg Robot, dalla Sabrina di Non ci resta che il crimine ma anche dalla Luna di Benedetta follia. È una donna che vive “sul confine”, tra chi è in vista e gli invisibili, destinata per il senso comune (che spesso prende le cantonate) a “finire male” per le sue scelte sbagliate di vita, magari proprio per via di qualche cliente particolarmente strano e pericoloso (come il “voncione” interpretato da Andrea Gherpelli, che dopo averlo visto nei panni del simpatico fattore nel reality show di Real Time Wild Boys fa davvero strano vederlo diretto da Argento. Un po’ come se Bruno Barbieri in 4Hotel impazzisse e diventasse il custode dell’Overlook Hotel..). Diana è una donna “potenzialmente” fragile e un po’ bambina, ma che al contempo non si arrende ed è anzi capace di una bella forza interiore che le permette di sopravvivere, riadattarsi, dimostrarsi generosa verso gli altri. Il film parte con la bellissima sequenza che descrive un’eclissi e progressivamente ci abitua a scendere nel “nuovo” buio in cui vive Diana. Sul finale possiamo quasi limitarci ad affrontare la pellicola con gli occhi chiusi, dopo aver appreso le “regole e le paranoie” con un la nostra protagonista può affrontare il mondo come non vedente. La narrazione relativa alla rieducazione della protagonista e al suo rapporto con il cane guida in questo aspetto risulta ben scritta, frutto di uno studio e di una sensibilità non banale nel descrivere la disabilità e le sue sfide. Quando entriamo davvero “nel buio più nero”, nell’ultima parte, in un paesaggio rurale e acquitrinoso, più da “immaginare” che da seguire razionalmente, Argento sa giocare con le sue armi più affilate, divertendosi tra splatter e momenti non sense a rimodellare il reale, calandosi quasi nella favola. 


Peccato che tutto l’affascinante potenziale di Occhiali Neri si perda un po’ troppo durante la messa in scena, specie se si decide di guardare il film “con gli occhi aperti”. L’atmosfera c’è, ma si perde presto dietro ad attori secondari non al meglio della loro forma, un villain non all’altezza del potenziale orrorifico richiesto, situazioni che nonostante la giusta spinta onirica risultano a tratti davvero davvero “troppo surreali” (spoiler come quella del bambino che correndo nel buio cade da qualche parte senza emettere nemmeno un gemito, per poi ricomparire come se niente fosse). Ogni tanto arrivano pure momenti super trash, peraltro figli della difficoltà di rendere credibili su schermo alcune paranoie dovute alla difficoltà di vedere. Situazioni che per assurdo non sarebbero trash, ma anzi formidabili, se con una punta di coraggio in più Argento avesse deciso di girarle completamente al buio, dalla prospettiva della protagonista. Così  le anguille di fiume del territorio laziale le vediamo in grado di saltare tre metri da terra per strangolare un essere umano. Così accade che dei poliziotti che si mettano a sparare nel pieno del traffico alla vista di un possibile indiziato. Così arriviamo ad una scena di “tiro al bersaglio” dai toni inspiegabilmente “calmi”. Pur accettando l’onirico come linguaggio di elezione per “supplire” alla cecità, spesso l’effetto finale è davvero troppo surreale e la platea affronta certe scene con più ironia che turbamento.

Non mancando nella storia del cinema film thriller con protagonisti dei non vedenti, proprio a partire dal bellissimo Gatto a nove code di Argento. Film, pescando tra i più recenti, come Hush di Flanagan, Man in the dark di Alvarez, il coreano Blind di Ahn Sang-hoon. Occhiali neri cerca di dire qualcosa di originale sul tema con il volo di Icaro di anguille che fanno balzi di tre metri cercando di strozzarci. Quello che mi fa profondamente star male quando ritorno a questa immagine del film, è il fatto che sia una magnifica idea che poteva essere sviluppata meglio. Così com’è, pare un momento di Mai dire Banzai e il pubblico in sala ride o viene preso come me dallo sconforto. Quando invece il cane guida ringhia e lo vediamo quasi trascendere, con la stessa interpretazione “onirica” della non vedente, in una specie di cerbero assetato di sangue latore di momenti grandguignoleschi, il film vince, convince, ma lascia l’amaro in bocca per le scene sviluppate male di cui sopra. Un vero peccato. 

Occhiali neri si regge letteralmente tutto sulle spalle della Pastorelli, su alcune felici intuizioni di fotografia e su un paio di momenti splatter/onirici davvero gustosi. Un po’ poco, anche se personalmente ho gradito di più questo Dario Argento rispetto ai suoi ultimi lavori. Forse gli ho voluto bene vedendolo stilisticamente vicino al “buio perenne” della periferia romana più “onirica”, negli ultimi anni esplorata da Morituris di Picchio o di Tulpa di Zampaglione. I film sul “buio” e sui “confini”, trovo che offrano un territorio molto fertile alla nuova cinematografia italiana, dall’ottimo buio di Oltre il guado di Lorenzo Bianchini al meraviglioso Il nido di Roberto De Feo. Pupi Avati ha saputo rinnovare alcune suggestioni del suo cinema (da La casa dalle finestre che ridono al più recente Il nascondiglio) con Il signor diavolo, Dario Argento prova qualcosa di simile e a tratti ci fa ben sperare, ma purtroppo il gioco non funziona del tutto. Peccato. 

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giovedì 9 giugno 2022

Black Adam: il primo trailer in italiano

 

 

Dal regista dell’ottimo Jungle Cruise, dritto in uscita per ottobre, il nuovo film dei supereroi DC Comics appare fin dal primo trailer godurioso, con una buona effettistica, tanta ironia e un The Rock in pienissima forma. Piena forma e regalità che sembra riprendere dai suoi esordi cinematografico ne La Mummia 2, dritto dal minaccioso character del Re Scorpione che omaggiava Ray Harryhauser (chi dice che fosse brutta cg e non gloriosa stop motion futuristica è una brutta persona) dando corpo ad un antieroe muscolare quanto dark. Trama ancora blindata, ma che fin qui sembra coinvolgere nel modo più spettacolare possibile i supereroi della Justice Society, tra Hawkman e il Dottor Fate. Immaginiamo almeno un cameo di Shazam, visto che nei fumetti Black Adam è intriso della stessa “lore”. Non vediamo l’ora di saperne di più e ci godiamo l’attesa. 

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giovedì 2 giugno 2022

Nostalgia: la nostra recensione del nuovo film di Mario Martone con protagonista Pierfrancesco Favino, presentato in concorso a Cannes

 


Felice (Pierfrancesco Favino), dopo una vita passata quasi tutta al Cairo nel settore dell’edilizia, torna a Napoli. Nella vecchia casa presso il rione Sanità dove aveva vissuto fino a poco più che ragazzino, ora si trova al capezzale della anziana madre (Aurora Quattrocchi), in un luogo sospeso nel tempo che gli appare oggi distante, minaccioso quanto misteriosamente ancora accogliente. Felice, che ora fa molta fatica a parlare in italiano, proverà piano piano a riprendere contatto con il suo passato, riflettendo sulla possibile di ricominciare una nuova vita lì, grazie all’aiuto di un prete (Francesco Di Leva). Ma il principale scoglio a questo progetto sembra costituito dalla necessità e paura di rincontrare un vecchio amico di infanzia a cui era molto legato (Tommaso Ragno).

“La conoscenza è nella nostalgia, chi non si è perso non ne possiede”. Questa è la frase di Pierpaolo Pasolini che apre l’ultima pellicola di un Mario Martone, autore sempre più innamorato di una città magica e difficile come Napoli. Una città che negli ultimi anni il regista ha percorso per mille strade narrative, non ultima attraverso la storia del suo teatro popolare. Martone nel recente Qui rido io con protagonista Servillo omaggiava la figura di Eduardo Scarpetta. Un paio di anni prima forniva un personale adattamento moderno di un testo teatrale di De Filippo, Il sindaco del rione Sanità, scegliendo allora come protagonista uno straordinario Francesco di Leva che proprio in Nostalgia torna, incarnando un personaggio finemente speculare al precedente quanto, “grazie alla magia dello spettacolo”, umanamente vicino. “Nostalgia” è una parola che deriva dal greco e significa “dolore del ritorno” e tale definizione, unita alla accezione pasoliniana sopra espressa, permea in toto il messaggio più profondo della pellicola. Quella di Martone è una Napoli di periferia asserragliata e in guerra, con sentinelle che scrutano le strade da ogni finestra, con i motorini delle cosche che si muovono sparando nel quartiere, con la polizia assente. Le case del quartiere sono arroccate una sull’altra come muraglie difensive, la popolazione si sovraccarica sempre di più di immigrati provenienti dai paesi più poveri, si respira un’aria di tensione costante e sembra a tutti gli effetti un luogo dal quale fuggire. Eppure c’è un vento caldo ed accogliente che si muove dalla cima dei palazzi. C’è molta brava gente che vive il quartiere e cerca di valorizzarlo, c’è una comunità parrocchiale viva e accogliente, c’è sotto l’apparenza freddezza un calore umano avvolgente. Il luogo da cui il protagonista è dovuto scappare dolorosamente mentre era ancora ragazzo, riesce così a tornargli presto vicino e amico. Con la sua gente, i colori e infine una lingua prima del tutto perduta e ora riscoperta. Questo processo avviene proprio grazie alla nostalgia con cui Felice, piano a piano, sovrappone le parti solari di questo presente alla sua Napoli del passato, immaginata da Martone per noi attraverso flash back realizzati con una fotografia anni ‘70. Un mosaico emozionale che però non può condividere il personaggio di Oreste, interpretato da Ragno. Un personaggio “privo della nostalgia” in quanto mai partito da quei luoghi e vittima di uno stato emotivo di eterno presente, in eterna guerra contro il mondo e se stesso. Un uomo vuoto che ha sacrificato tutto sull’altare di un potere quasi assoluto ma che non gli dà alcuna gioia oltre una virile ostentazione di giovinezza. La chimica impossibile tra i personaggi di Savino e Ragno diventa per questo presto il vero valore aggiunto della drammaturgia di Nostalgia. Il primo, straniero nella città dove è nato, di differente lingua e cultura dopo i molti anni vissuti in Egitto, è in cerca di connessioni e legami che prima impensabili infine possono apparire possibili. Il secondo, boss auto-recluso e temuto, frutto di un destino criminale dal quale non è mai riuscito a scappare, non può che diventare un fantasma autodistruttivo per tutti, in virtù di una fredda conservazione dello status quo. Al di là di questa coppia disfunzionale di amici, la pellicola si impregna della grande umanità e gentilezza del personaggio di Aurora Quattrocchi, della ruvida empatia del personaggio di un Francesco Di Leva sempre attento nella costruzione di ruoli molto sfaccettati . 

Nostalgia vive di una sceneggiatura moderna, amara quanto commovente. Ci schiaccia sotto il sole di strade che sembrano trincee ma sa ogni tanto concederci un po’ di fiato per assaporare un paesaggio del tutto diverso, pieno di luce e di aria. È un film che sa riflettere in modo non banale sulla situazione della periferia napoletana attraverso l’arte, colorando la storia dei toni della tragedia ma senza mai alzare troppo i toni, scegliendo un registro intimo, quasi sussurrato. Molto bella la fotografia calda rovente e piena di colori accesi. Interessanti  le scelte musicali a cavallo tra passato e presente. 

Nostalgia è una nuova perla nella filmografia di Martone. Un film d’amore più che un film politico e per questo un film più politicamente onesto e potente.

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domenica 29 maggio 2022

Top Gun - Maverick


 

Sinossi fatta male: Il super pilota con nome di battaglia “Maverick” (Tom Cruise), il top degli assi assoluti dell'aviazione americana cresciuti nella Accademia dei “Top gun” (che poi sarebbe una versione idealizzata e non autorizzata di Annapolis, nel Maryland),  è ancora vivo e vegeto e vola e combatte per l’America. Dagli anni ‘80 a oggi. Sempre. Ogni giorno esce dal capanno dove restaura un vecchio aereo (come il Superman di Kingdom Come o il Toretto di Fast 9) ed è pronto a partire per una nuova missione, con il suo record di caccia abbattuti ancora ineguagliato e con i nervi saldi per spingere al massimo i nuovi prototipi dei caccia di nuova generazione. Il nostro eroe, dal 1986 ad oggi, è ancora la prova vivente che “quella roba moderna lì”, i droni, non sostituiranno mai un vero pilota americano top di gamma della Top Gun come lui, alla faccia della sua età. Ma proprio alla faccia della sua età, della grinta e dell’invidiabilissimo aspetto fisico, qualcuno ai piani alti gli dà comunque del “vecchio”. Anche perché i Top Gun degli anni ‘80 come lui, tipo il super pilota con nome di battaglia “Iceman” (Val Kilmer), nel frattempo si sono accasati e acciaccati, sono diventati super-graduati e stanno dietro a una scrivania. Forse il buon Mav non è “troppo lontano” dall’appendere giubbotto in pelle e Ray-Ban al chiodo e quindi, come per Rocky Balboa: “largo ai giovani”. Occasione vuole che proprio come Rocky con il figlio di Apollo, il nostro eroe inizi così ad addestrare il pilota con nome di battaglia “Rooster” (Miles Teller), il figlio del suo grande amico prematuramente scomparso con nome di battaglia “Goose” (che era interpretato da Anthony Edwards, in seguito l’amato “Ciccio” del telefilm E.R.), nell’arte del dog fighting. Un addestramento super tosto, tra volo radente e uso di missili in un contesto stile “Morte Nera”, per superare con successo una super tosta missione suicida contro un generico “stato canaglia” (con i tempi che corrono la produzione vuole evitare ogni tipo di problema). Così Maverick torna alla Top Gun come istruttore del pupillo e di una nuova generazione di super piloti dai nomi di battaglia simpatici come Phoenix (Monica Barbaro), Hangman (Glen Powell), Fanboy (Danny Ramirez) e Bob (Lewis Pullman). Nel frattempo Mav cercherà di lumare la barista dal nome di battaglia Penny (Jennifer Connelly) e di far arrabbiare i “superiori rosiconi” Ed Harris e John Hamm.

 


Il mito di Top Gun: C’è stato un periodo aureo negli anni ‘80 in cui Tom Cruise ha pilotato in successione, in film gradevoli quanto abbastanza simili concettualmente, prima un unicorno (in Legend del 1985), poi un caccia F-14 (ovviamente in Top Gun del 1986), poi svariati cocktail Negroni (in Cocktail) e infine una rombante macchina da Nascar (in Giorni di Tuono del 1990). Che fossero unicorni, aerei, auto o Negroni o che la produzione delle pellicole passate tra le mani dei fratelli Ridley o Tony Scott, Tom ci metteva l’anima e i suoi personaggi facevano sempre delle evoluzioni incredibili (specie con i cocktail), battevano un “rivale” e conquistavano sempre una bella ragazza. Tom Cruise sapeva incarnare sempre il perfetto principe azzurro/ufficiale/sportivo/gentiluomo/barman delle pellicole “anni '80”, in film d’avventura che in quanto degli anni ‘80 concettualmente erano l’“evoluzione dei musicarelli” con Nino D’Angelo. Film in cui spesso, tra un inseguimento e un momento romantico in riva al mare, per far andare avanti la trama partiva una specie di montaggio/videoclip musicale in cui però a cantare non era Nino Tom (salvo un’eccezione) ma il meglio del meglio dei musicisti anni ‘80. In Top Gun come in Rocky 4 ci sono un sacco di “momenti video clip”, grintosi quanto romantici, per numero di canzoni quasi alla stregua di un musical. Le canzoni inoltre furono scelte così bene da entrate tutte nell’immaginario collettivo, arrivando ai vertici delle classifiche musicali. La grintosa Danger Zone di Kenny Loggins, quasi da videogame. Il pezzone lento Take my breath away dei Berlin, presente dagli anni ‘80 a oggi in tutte le feste delle medie. La Hot Summer Night dei Miami Sound Machine, quell’evergreen di Great balls of fire reinterpretato da Anthony Edwards in uno dei momenti topici del film. Musiche che ipnotizzavano in sala anche le ragazze, che accorrevano più volte in sala per lo più per la track list e per i risvolti romantici della trama e a cui fregava poco degli F-14 Tomcat che volavano. I ragazzini invece ci andavano a nozze con tutte quelle portaerei, F-14, missili e manovre a volo rovesciato. Il mondo dei piloti di caccia pur nella semplificazione della messa in scena trasudava di dettagli, gergo cameratesco, momenti dalla forte componente realistico-simulativa e pure una sorta di rivalità tra piloti stile Holly e Benji. Insieme ai piloti Top Gun, l’F-14 entrò di peso nell’immaginario collettivo, vendette all’epoca (e tuttora vende) milioni di modellini, venne rappresentato in cartoni animati (Transformers, Macross/Robotech), videogame (After Burner, Area 88, Carrier Air Wing) e fumetti (sempre Area 88) e oggi rulla ancora un casino.



Costruito con il giusto mix di trama sentimentale, musica e azione,  il film originale ancora oggi risulta fresco, divertente, romantico forse oltre il livello di guardia ma fico. Un po’ come i film di Rocky e nello specifico un po’ come Rocky IV. Tutti contenti, tutti gasati, tutti con i dischi delle colonne sonore in casa e i giubbotti in pelle abbinati ai Ray-Ban. I maschietti galvanizzati da questi aeroplani come le femminucce galvanizzate dal fascinoso Tom che gioca a Beach volley e altre amenità romanticose ad uso pubblico femminile. Tom Cruise da Giorni di Tuono cercherà sempre più di pilotare Nicole Kidman con l’aiuto di registi come Kubrick e Mann, per poi cercare di diventare attore impegnato e poi cambiare idea e cercare di diventare la risposta occidentale a Jackie Chan… ma questa è un’altra storia. Passa qualche anno da quel 1986 e il mito di Top Gun non si spegne. Al punto che si arriva a commercializzarlo pure in dvd, in una veste appropriata al mito: un disco pacchettizzato con “indosso” un piccolo giubbotto in pelle dal collo peloso come quello che indossa Maverick per tutto il film quando non vola.



Realizzare un nuovo Top Gun oggi: E arriviamo al 2022, anche se dovremmo togliere un paio di anni tenendo conto del Covid 19. Purtroppo Tony Scott, regista del primo Top Gun, ma pure di Giorni di Tuono, non c’è più da tempo. Tom Cruise, negli anni è diventato uno degli attori e produttori più influenti di sempre, decide così di ingaggiare Joseph Kosinski, regista americano che lo ha già diretto nel visivamente eccelso ma narrativamente “un bel po’ derivativo” (se lo chiedete a Duncan Jones) Oblivion. Regista anche di Tron: Legacy, Kosinski quando si parla di rappresentare su schermo la tecnologia è un autentico maniaco dei dettagli, un super-nerd ricolmo di amore per la scienza e la fantascienza. Un uomo in grado di trasmettere questa passione anche allo spettatore occasionale, grazie alla complicità del suo direttore della fotografia di sempre, Claudio Miranda, attraverso inquadrature cristalline, fini dettagli meccanici, rifrazioni della luce e una rappresentazione dell’azione credibile, quasi pesata scientificamente. Se potessi paragonare il lavoro di Kosinski e Miranda al mondo del fumetti, i due sarebbero il disegnatore/colorista bosniaco-americano Adi Granov e Warrer Ellis, che insieme realizzarono nel 2007 Iron Man Extremis (da non confondere con il film). Se volessero realizzarmi un film su Gundam, vorrei personalmente alla regia delle scene d’azione Kosinski. Sulla carta è quindi un regista che può meglio dialogare con i “nerd” per rinverdire il mito di Top Gun, ma sotto altri aspetti è spesso sembrato un regista più “freddo” di Tony Scott. Almeno fino a che grazie al supporto di uno sceneggiatore come Eric Warren Singer (già sceneggiatore di American Hustle), ha realizzato l’ottimo Fire Squad, nel 2017, con Josh Brolin, Miles Teller e Jennifer Connolly. Da allora ha iniziato a assomigliare di più a Tony Scott e speriamo continui, perché il mondo ha ancora tanto bisogno di registi con il talento di Tony Scott. È quindi un bene che Eric Warren Singer faccia parte della squadra di sceneggiatori di questo nuovo Top Gun, insieme allo storico collaboratore delle “Mission Impossible” di Cruise, Christopher McQuarrie, e ad Ehren Kruger, sceneggiatore di Transformers e Ghost in The Shell.

Il cast del primo Top Gun appare qui un po’ “in forma ridotta” e si sente l’assenza di Kelly McGillis (che da qualche anno non è più sullo schermo) come di Meg Ryan. Ma la pellicola ha saputo impreziosirsi di attori come Jennifer Connelly, Ed Harris, Jon Hamm.

Era necessario pure ringiovanire il cast e Miles Teller, il giovane fenomeno esploso in Whiplash, è sicuramente il nome più interessante e atteso. Il resto del cast risulta meno conosciuto, anche se Glen Powell è un nome già parecchio attivo. 

Non si poteva prescindere dalla colonna sonora originale e di fatto la maggior parte di quei brani riappare invariata, con la bella aggiunta del pezzo di Lady Gaga e le musiche di Hans Zimmer.

L’effetto nostalgia dell’operazione traspariva fin dalle prime indiscrezioni sulla pellicola in modo molto forte, con i trailer ripercorrevamo già moltissimi dee gli snodi narrativi più amati. L’attesa era un po’ la stessa di una pellicola come Creed, magari con il Focus del passaggio di “testimone generazionale” tra Cruise e Teller. 

 


In sala: Top Gun: Maverick è un film che fin dalle prime battute conferma di muoversi moltissimo nel campo della nostalgia e questo era forse qualcosa di inevitabile quando fortemente ricercato. Con qualche ruga in più ma lo stesso sorriso Tom Cruise torna a cavalcare una moto, con un giubbotto in pelle e gli immancabili Ray-Ban, lungo una pista di decollo. Gli eventi del primo film rimangono nostalgicamente centrali, diventano l’ossatura che lega i personaggi di Cruise e Teller e rivivono in nuove forme, ma la pellicola trova presto il coraggio di sganciarsi, di investire molto e bene sull'azione e di trovare un epilogo nuovo, appagante quanto esaltante. Pilotare un caccia diventa un'attività muscolare, da atleti provetti, carica della tensione emotiva che impone di realizzare ogni manovra alla perfezione, giocando con la paura e l’inesperienza dei giovani piloti. Se la parte sentimentale più canonica del film ha giocoforza una valenza diversa, con il “love interest” del “classico film di Cruise anni ‘80” (rappresentato dal personaggio della Connelly, che si impreziosisce di alcuni “echi di Cocktal”) che rimane contratto, la nuova prospettiva di un Maverick “padre/mentore” di questi plotoncino di giovani attori, che si sviluppa a stretto giro con le scene d’azione, è suggestiva, sfiziosa. Teller e Cruise hanno il loro spazio privilegiato, dialogando bene soprattutto sul piano “fisco”, ma Maverick è anche un ottimo “papà-chioccia” (un padre a distanza che dialoga per lo più attraverso un microfono) per tutto il gruppo, quasi dalle parti del Gunny di Clint Eastwood. Pur caratterizzati da piccole peculiarità e linee di dialogo, i giovani top gun riescono tra un dog fight e una partenza verticale ad apparirci molto umani e ad esprimere una interessante coralità dell’azione tale da farci vivere al meglio ogni curva dello strabiliante ottovolante cinematografico in cui, piano piano, si trasforma il film. Curva dopo curva, prova dopo prova, dalla simulazione allo scenario reale, sembra un po’ di calarsi dentro la logica del film Edge of Tomorrow o nelle assurde missioni del manga/anime/videogame Area 88. La sensazione è davvero adrenalinica, esaltante. Se prima ho citato Gunny, nell’ultimissima parte siamo quasi in zona Firefox, tanto per tessere altri paralleli con il cinema di Clint Eastwood.  Nell’ultimo atto il film ci fa quasi respirare all’unisono con i  piloti dei caccia, facendoci temere che in un attimo sbandino e si schiantino contro una montagna o vengano abbattuti da missili. È in questo momento che Top Gun: Maverick si fa grande cinema d’azione, assolutamente da provare in sala, davanti ad uno schermo che ci butti direttamente nel centro dell’azione.

 


Finale: Top Gun: Maverick ci fa prima fare un bel tuffo del passato e poi trova una sua forma nuova, spettacolare quanto interessante a livello recitativo. Qualcuno potrebbe lamentarsi degli “eccessi nostalgici”, di una colonna sonora per lo più “pedissequa” (ma sempre fichissima) come di una trama che si dipana in modo meno “romantico” dell’originale, ma il film rimane comunque molto commovente e i fan di vecchia data devono preparare i fazzoletti. Davvero pazzesco lo sviluppo narrativo della missione al centro del film, tanto sul piano della sinergia che si crea tra i personaggi che su quello di una preparazione atletica e tattica molto realistica (pur nella finzione cinematografica). 

Davvero un buon pretesto per andare oggi a vedere un film al cinema. 

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