lunedì 31 agosto 2026

L’Odissea: la nostra post-recensione sul colossal epico diretto da Christopher Nolan

Premessa:  

Come per Super Mario Galaxy, sul blog torniamo a parlare di un film quando è stato già “metabolizzato nelle sale”, raccontandolo anche sulla base delle opinioni in parte divisive che ha ricevuto. Se vi piace questo nostro “format” fatecelo sapere. 

Sinossi fatta male:

La guerra è finita, le forti mura dopo aver retto per dieci anni non sono riuscite a difendere la città. I cantastorie hanno già diffuso in ogni luogo la notizia e il mito: i greci hanno infine vinto, dopo il logorante assedio, grazie a un piano ardito del prode Ulisse (Matt Damon). Il sovrano di Itaca aveva convinto l’esercito a fingere la resa: le spiagge e gli avamposti si erano svuotati e per ingraziarsi la dea protettrice della città, Atena, era stata lasciata, per porla nel suo tempio, una imponente statua equestre in legno, ricavata dai relitti delle navi degli sconfitti. I Troiani avevano portato l’imponente cavallo tra le loro mura, avevano festeggiato fino a ubriacarsi, poi addormentarsi. In piena notte, dal ventre di legno del cavallo era uscito Ulisse e un piccolo manipolo di soldati. Avevano senza sforzo sgominato le guardie e aperto le porte della città al resto dell’esercito. 

Era seguita una invasione, poi la strage, ma infine era tutto finito. 

Tutti erano tornati a casa in pochi giorni, ma alcuni si erano persi per mare. Ulisse si era perso, con i cantastorie che non avevano più storie su di lui da raccontare nella sua Itaca. La regina Penelope (Anne Hathaway) attendeva il ritorno del marito, anche se il trono era ormai vacante da troppo tempo. I “proci”, i rampolli nobili, pretendevano che si sposasse con uno di loro per reclamare quel trono, con il figlio di Ulisse, Telemaco (Tom Holland), ancora troppo giovane per succedere. I proci incalzavano, di fatto comportandosi già come nuovi padroni dell’isola. Penelope li aveva tenuti a bada dichiarando che si sarebbe risposata, con uno di loro, ma solo una volta portato a termine il telo funebre per le esequie del suocero Laerte, scomparso di recente. Ma l’opera di fatto non veniva mai ultimata: se di giorni tesseva, di notte la regina disfava tutto di nascosto. Ulisse era disperso e uno dei pretendenti,  Antinoo (Robert Pattinson), era ormai molto vicino a scoprire il trucco. Telemaco di nascosto partiva per mare, alla ricerca del padre. 

Ma dove era finito l’uomo che aveva posto fine alla guerra?

Ulisse si trovava in un luogo a lui ignoto, accudito da una donna misteriosa, la ninfa Calipso (Charlize Theron). Sembrava aver perso la memoria o forse aver scelto, spontaneamente, di dimenticarsi di tutto e di tutti stordendosi di fiori di Loto. In qualche modo però, aveva capito che era tempo di affrontare i suoi demoni, ritornare alla realtà. 

I ricordi cominciarono a riaffiorare, confusi e mischiati tra loro, cercando di ricomporsi in una storia coerente e un passato doloroso troppo a lungo negato. 

Una verità amara celata da troppe lodi di commilitoni e comandanti. Troppe canzoni dei cantastorie sull’ingegno e coraggio del “grande eroe” Ulisse. Tutto inefficace: Ulisse aveva smesso da tempo di sentirsi “grande”, come aveva smesso di sentirsi “eroe”. 

Come non aveva mai creduto al “nobile scopo” del conflitto: riportare a casa la moglie di Menelao, Elena (Lupita Nyong’o), rapita da Patroclo, nobile di Troia, per farne sua sposa. Quella non era stata una “guerra per amore”, se mai una guerra era stata davvero combattuta per quello scopo. I Greci era partiti verso un conflitto sanguinario voluto per nemmeno troppo nascoste questioni politiche: dominando l’isola si dominavano le principali rotte commerciali  del Peloponneso. I grandi sovrani, Menelao (John Bernthal)  e Agamennone (Benny Safdie), volevano quel posto e avevano trascinato con se tutti i re delle cittadine e isole più piccole: stuzzicandoli con sogni di gloria, più spesso obbligandoli con la forza. 

Ulisse non si sentiva meno “sporco” dei suoi capi: aveva posto fine al conflitto, ma compiendo un autentico atto di eresia. Il cavallo era un dono di pace rivolto al tempio della dea Atena, ma era stato usato con l’inganno per dare il via a una mattanza che non aveva risparmiato donne e bambini. Un atto così disumano che da quel giorno Ulisse era tormentato da incubi e  visioni di una giovane donna dall’aria severa che lo tormentava: forse la dea stessa (Zendaya). 

Distrutta la città come la sua “dignità da eroe”, Ulisse non se l'era sentita di ritornare a casa seguendo la festosa parata militare delle navi dei comandanti. Chiese ai suoi uomini di deviare la rotta delle loro imbarcazioni: sarebbero tornati a casa qualche giorno più tardi, ma senza troppo clamore. 

Una “piccola vacanza” che li avrebbe portati a visitare le coste di un paio di isole al sole, per lavarsi dal troppo sangue di cui erano ricoperti. 

Il re dei mari, Poseidone, non sarebbe però stato d’accordo: Ulisse e i suoi uomini, seppur non più “eroici”, si sentivano per il dio ancora troppo “grandi”, forti e vincenti. Andavano “ridimensionati”, riportati all’umiltà. 

Nelle prime isole in cui attraccarono durante il viaggio di ritorno, Ulisse e i suoi “facevano i padroni”: parlavano la lingua di chi è solito distruggere e razziare prima ancora che presentarsi, mettendo in ginocchio popolazione locale, per lo più inermi, in modi crudeli. Ma presto le correnti li avrebbero portati su isole in cui si sarebbero parlate “lingue diverse”. Luoghi in cui li avrebbero visti non come conquistatori, ma piuttosto come piccole prede. Anfratti soleggiati simili a piccoli inferni in cui sperimentare la paura: abitati da mostri, streghe e giganti. Luoghi su cui all’attraccare seguiva subito il fuggire, disperati, verso le navi e l’umiltà, inseguiti, sperando di non finire mangiati vivi, trasformati in maiali o squartati dalle armi di soldati cento volte più forti di loro. 

Per Ulisse ricordare tutto questo sarà doloroso, ma anche l’unico modo per riprendere il viaggio e tornare a Itaca. Sempre che non sia troppo tardi.


Un’opera geniale e imperfetta come il suo autore, che si è trovata in sala anche molti detrattori:

I titoli di coda si aprono con un’abbastanza ilare “based on The Odyssey by Homer”, che fa intendere al 95% del pubblico in sala attuale, tristemente non ferratissimo sui miti greci, che il nuovo film di Christopher Nolan sia ispirato da un libro scritto non dal mitologico aedo cieco Omero, ma dal molto più famoso cittadino della Springfield a cartoni animati Homer Simpson. 

Di fatto il “risolino generale”, seguito all’immagine mentale del più paffuto Homer, sembra provenire anche da chi è rimasto scontento dalla visione e re-visione a firma di Christopher Nolan. 

Perché “toccare” l’Odissea è per qualcuno un po’ come toccare, senza i dovuti guanti e protezioni, quella materia oscura impastata di tormenti, poche speranze e tantissime frustrazioni, che è stato il periodo delle scuole superiori. Un momento formativo di infiniti dolori, consci e inconsci, in cui le opere epiche attribuite a Omero (al di là di quando erano oggetto di tediosissime versioni di greco e ancora più tediosi adattamenti in Italiano “poetico” da “ritradurre in italiano corrente”), sapevano comunque regalare, per la ricchezza simbolica e profondità dei loro intrecci, piccoli istanti di pura passione, gioia, placide speranze e sogni a occhi aperti. Affascinati se non quasi ipnotizzati da Omero, molti studenti si sono poi creati nella loro testa dei ricordi, spesso senza mai aver letto integralmente il materiale. Dando vita a infinite “versioni parallele” di quelle storie. C’è chi considera oggi l’Odissea una “avvincente storia d’amore”, chi una incredibilmente “gita rilassata tra le isole greche”, chi un racconto “di formazione”. Tutti sbagliano come tutti in qualche parte (ben delimitata) possono avere ragione, perché simbolicamente questi testi sanno davvero parlare a qualcosa di universale, intimo e misterioso, che sa scuotersi nelle zone più emotive dell’animo umano. Essendo poi storie che hanno accompagnato periodi di vita carichi di mille informazioni e pulsioni emotive, c’è pure  chi, effettivamente e emblematicamente, studiava Omero e poi andava in vacanza in Grecia, mescolando emotivamente i due ricordi. In questo caso “toccargli Omero” è un po’ come mettere becco su quel pomeriggio al mare del ‘93 che era stato bellissimo, in cui si era fatto il bagno insieme a Polifemo. 

Si potrebbe dire qualcosa di simile anche per l’impatto sui giovani di un testo multiforme ed enciclopedico come It di Stephen King: 1000 persone diverse hanno nella testa 1000 versioni diverse della storia, perché durante la lettura delle 1000 pagine di It si sono appassionate ad alcune situazioni e meno ad altre, scegliendo magari alcuni aspetti che “più gli assomigliavano”, di fatto “adattando la storia” ai propri gusti. 

Ma torniamo ad Omero, ai ricordi del liceo e a come il cinema ha nel recente già provato ad adattarli.


Se la più vicina trasposizione della storia “dell’ira funesta del pelide Achille”, firmata dal mai troppo celebrato e purtroppo recentemente scomparso Wolfgang Petersen, aveva saggiamente “evitato i testi letterali e le polemiche”, portando sullo schermo una versione “meno mitica e più storicamente plausibile” dei fatti narrati, con un Achille a livello letterario piuttosto brutto che veniva interpretato da un biondissimo e bellissimo Brad Pitt per “licenza poetica”, qui Nolan fa l’opposto.

Nolan fa ciò che è più pericoloso, da grande autore: prende l’Odissea e ne fa una storia “imperfettamente” propria, personale e riconoscibilissima per stile, montaggio, musica e colori. Una storia in cui il regista, tra le pieghe di Omero, ripercorre molti dei classici temi, sogni e ossessioni che lo hanno mosso e scosso emotivamente fin dall’inizio del suo lavoro. Al punto da essersi sentito forse lui stesso, durante la lavorazione della pellicola, un “piccolo Ulisse”. 

Così, seppur ci siano “le isole greche e il sole”, Nolan non fa mai della sua Odissea “quell’opera romantica/balneare” che molte delle vostre compagne di classe del liceo erano sicurissime, giuravano, di aver letto. 

Succede perché il “romanticismo” è un territorio ancora inesplorato dal cinema di Nolan: è un argomento che finora non lo ha mai “scaldato”. Gli attori di Nolan sono certo in grado di dare un “peso al romanticismo” nelle loro interpretazioni, ma per il regista quello non rimane mai il Focus, il suo interesse primario. 

Allo stesso modo Nolan non fa della sua Odissea un’opera di “cappa e spada”, piena di combattimenti con coreografie simili ad un film di supereroi, come poteva essere invece proprio il Troy con Pitt di Petersen sopra citato. Le cui coreografie con lo scudo di Achille erano ai tempi servite addirittura come base per le movenze del Captain America Marvel / Disney.  Anche il questo caso, Nolan non ama particolarmente l’action, avendo una sensibilità più affine ai temi thriller, horror e fantascientifici che ai film “di botte” in senso stretto. Di fatto anche in questo caso si “scontenta una parte del pubblico”, ma di fatto è la stessa parte di pubblico che avrebbe voluto più combattimenti già nella saga del Cavaliere Oscuro. Lì il regista britannico era più  interessato a come ragionava la mente analitica di Bruce Wayne, portandolo a dover rispondere continuamente a rebus tipo: “come prelevare una persona in una nazione straniera senza scendere da un aereo”. Quel Batman prediligeva prepararsi agli scontri sviluppando tecniche di occultamento e manipolazione, valutando i “progetti” di una nuova bat-mobile, ponderando il giusto compromesso costi-benefici nel farsi produrre in Corea le “antenne” della sua maschera. 

In genere tutti gli eroi e antieroi di Nolan preferiscono sempre “agire testa più che di muscoli”, finendo molte volte per ragionare pure troppo, spesso nevroticamente, alimentati da una continua paura di “perdere il controllo” e farsi travolgere emotivamente dagli eventi. Forse inconsciamente “temono l’emotività” e la “distruttività irrazionale” che questa può comportare (ben rappresentata dal magnifico e “antitetico” Joker di Ledger). Ma la cosa interessante in Nolan è che sono personaggi spesso “consapevoli dei loro limiti”: un aspetto che di certo non li rende più “romantici, ma riesce comunque a farceli percepire come più umani. 

Quello che invece Nolan ama fare (e riesce bene a fare anche qui) è saper costruire grandi illusioni visive. Possiede l’arte rara e complessa di saper rappresentare qualcosa che non sarebbe possibile vedere in natura, usando quella straordinaria invenzione che è il cinema. 

Certo Nolan può spesso “eccedere” nella sua passione/ossessione di “trasformare teoremi in immagini”. A volte “rischia tanto, finendo quasi per mettere in secondo piano la parte narrativa e la logica, pur di dare risalto al “teorema”. Succede così in Interstellar, per esempio, che Nolan voglia farci vedere a tutti i costi cosa accade all’interno di un Buco Nero, secondo la minuziosa descrizione che questi fenomeni celesti hanno per la scienza moderna. I protagonisti di Interstellar sanno che è una pazzia entrare in un Buco Nero, ma Nolan forza la trama perché ci vadano comunque: perché noi, come pubblico pagante al cinema, possiamo vedere davvero cosa  succede all’interno di un Buco Nero. 

Nolan negli anni ci ha portato in un Buco Nero, ci ha fatto assistere in Oppenheimer alla creazione, sviluppo e poi deflagrazione in 4K di una bomba atomica, ha portato il terremoto e le sue conseguenza a Gotham City, in dolby Atmos, nel suo terzo Batman; anche in questo caso era più interessato alla descrizione meticolosa del terremoto che alla narrazione di una maxi guerriglia cittadina in stile supereroistico). Ci ha fatto entrare nella “realtà riscritta geometricamente dai sogni” in Inception, ha raccontato visivamente una guerra di “soli suoni ed esplosioni”, in cui il nemico “appare sempre invisibile” (non si vede un solo soldato tedesco, se non sul finale) in Dunkirk. Ha di nuovo “ecceduto”, provando a descrivere (in modo incasinato ma affascinante) un conflitto futuro in cui si utilizzano come arma delle distorsioni spazio-temporali in Tenet.

Il fine è sempre filmare l’infiammabile e il “mai visto prima”: portandolo al pubblico come un grande, atteso, gioco di prestigio o spettacolo pirotecnico. The Prestige non è solo uno dei migliori film del regista, ma rimane tutt’oggi il manifesto programmatico delle sue intenzioni e poetica come autore.

Nolan sa creare al cinema straordinari numeri di magia e i migliori fuochi d’artificio: il pubblico va in sala principalmente ricercando quello stupore, il regista sa come darglielo. 


Devo dire che da Nolan, per l’Odissea, come nuovo grande “fuoco d’artificio”, mi aspettavo di assistere allo spettacolo del “canto delle sirene”. Succede qualcosa di interessante in quella scena, anche se in un modo che non mi sarei aspettato e forse mi ha un po’ deluso. 

Quello che non mi ha deluso, che anzi mi ha del tutto stregato, è stato in questo film la rappresentazione dell’“elemento magico”, che diventa per l’autore un fine esercizio “citazionista”. 

Ci sono diverse “rappresentazioni” dell’elemento magico. 

C’è un “magico persistente”, che avvolge e ingloba tutto il mondo in cui avviene la storia come la “brezza mattutina” che Boorman in Excalibur del 1981 chiamava “il soffio del drago”. Capita in una scena che rimanda direttamene ad Excalibur per i suoi colori dorati, la fotografia “fumosa”, il montaggio delle immagini “rarefatto”, la presenza surreale di bambini-demoni sbeffeggiano gli adulti, creature in armatura scintillante che sembrano fuori dal tempo. Nella scena con protagonista Polifemo, spaventosa e viscerale, l’autore ha scelto invece di  ispirandosi alla “magia sinistra” del quadro di Goya del 1823 Saturno che divora i suoi figli. La fotografia precipita in colori neri plumbei profondi, l’immagine appare rallentata, quasi “distorta”, il sonoro esalta la sensazione di angoscia che subito sale. Il quadro di Goya prende vita.

C’è poi la sequenza con la maga Circe, interpretata da Samantha Morton, che trasforma in maiali le persone solo sfiorandole, deformandone i lineamenti. Una sequenza che fa uso di animatroni e trucco protesico, che sembra un omaggio alla “magia degli horror con le streghe degli anni '80”. Una sequenza che immerge lo spettatore in una atmosfera “calda e appiccicosa”, tra Dolls di Stuart Gordon a Society di Yuzna. 

Qualcuno nell’elmo greco di Agamennone, che di fatto nasconde ogni lineamento del volto del personaggio di fatto disumanizzandolo, ha visto un’altra molto specifica, “magia cinematografica”:  il “lato lato oscuro” di Darth Vader. 

Sono tutti omaggi ricercati, ma che in qualche modo Nolan potrebbe aver inteso inserire come “tributi a Omero”. Se la storia dell’arte e il cinema da sempre hanno preso ispirazione dai testi di Omero per creare immagini e musiche evocative qui Nolan “riporta ad Omero” le evoluzioni visive della sua narrazione.

Se Nolan nella pellicola svolge un lavoro attento di “ricostruzione del mito”, è peculiare come nella sua visione non vada mai a toccare/rappresentare, se non “per suggestione”, le divinità greche. È come se il super razionale Nolan accettasse di raccontarci un mondo in cui vivono mostri, giganti, streghe e fantasmi, (seppur utilizzando una immaginazione “alta” presa in prestito da alte fonti) ma non riesca a “toccare il divino”. Zeus, Nettuno e Apollo hanno quindi posto nel film quasi alla stregua di concetti astratti: la raffigurazione di alcune “forze naturali o interiori”. È una prospettiva che si fa particolarmente interessante se guardiamo al personaggio di Zendaya, ma anche alla rappresentazione “naturalistica” della volontà di Poseidone.

Nolan cita il mito e le forme d’arte che hanno saputo rappresentarlo al meglio, ma qui, nella “sua” Odissea, finisce spesso per “citare se stesso”. Usando i testi omerici, giocando con simbolismi e analogie, riesce in molti casi a confezionarsi quasi una “antologia” di alcuni dei momenti più famosi e per lui importanti della sua produzione cinematografica. Così Ulisse “diventa” prima Oppenheimer, “distruggendo una citta”, per poi finire come lo smemorato di Memento. Una donna diventa “fantasma” (anche in termini “psicanalitici”) come in Inception, i guerrieri di Itaca iniziano a temere un “nemico invisibile” come in Dunkirk, Penelope avvolge e riavvolte la sua tela e il “tempo”, come in Tenet. I fan di Nolan troveranno centinaia di riferimenti alle sue opere, ma anche in questo caso, per molti detrattori, la “ristrutturazione narrativa della storia” ha portato a “torti impagabili” nei riguardi della “Loro” Odissea. Torti come aver mozzato personaggi come Nausica, aver “sintetizzato” il dialogo con Polifemo, reso i Lestrigoni “inesatti” e mortificato molti altri passaggi “fondamentali” dell’opera.

Tutte critiche che hanno un loro preciso fondamento, in parte sono condivisibili, in parte sono aspetti sui quali ogni tipo di trasposizione da un testo finisce per incagliarsi. Come dice il detto: “il libro è sempre più bello”. Ma Nolan di certo non ha puntato a sovrascrivere il testo: ha solo, come sanno fare i grandi autori, cercato di inserire il testo nella sua sensibilità e senso dello spettacolo. 

Anche sotto l’aspetto dello “spettacolo”, come da sempre capita per tutti i film di Nolan, la visione dell’opera viene decisamente valorizzata da una sala di ultima generazione, sul piano visivo e acustico, come il cinema Arcadia di Melzo. 

Ebbene sì, l’Odissea è diventata con Nolan, prevedibilmente, un formidabile “giocattolo visivo”. Una vera giostra su cui passare tre ore tra immagini spettacolari, musiche incalzanti ed effetti speciali che hanno l’impatto di fuochi d’artificio e fanno letteralmente tremare le poltroncine. 

Decisamente uno spettacolo che non risalta sullo schermo di un cellulare e che perderebbe moltissimo del suo appeal senza le attrezzature visive e sonore migliori.


Finale:

Nolan a nostro parere riesce a confezionare una pellicola spettacolare quanto molto personale, che sa adattare con personalità, gusto e molto spirito citazionista l’opera omerica di riferimento. 

Ne esce un film citazionista, auto-citazionista, per lo più notturno e tormentato a discapito delle soleggiate “spiagge greche”, che quando compaiono risultano comunque meste, aride e pericolose. 

È un film carico di mostri e incubi, ma che in alcuni frangenti sa dimostrarsi sorprendentemente leggero, se non quasi ironico, grazie ai guizzi di alcuni personaggi interessanti, come quello di Pattinson. 

La sensazione di “magia” che avvolge la pellicola di “dotto citazionismo”, rende lo spettacolo qualcosa di unico e in qualche modo oggi “nuovo”, specie se fruito nella “magia” di una sala cinematografica ben attrezzata con impianti di ultima generazione. 

Nonostante l’introversione e la freddezza tipica dei personaggi “nolaniani”, anche in questa pellicola risultano sulla scena particolarmente bravi tutti gli interpreti, anche se le figure femminili risultano in parte sacrificate o contratte. Se molto centrato e complesso appare il personaggio della Theron, rimane più in ombra e forse avvilita dalla staticità della parte la Hathaway, che comunque riesce a trovare alcuni momenti in cui rubare la scena. In un ruolo piccolo troviamo la pur brava Nyong’o, che ha comunque uno dei dialoghi migliori del film, come in una parte anch’essa piccola, ma davvero di impatto sul piano visivo, troviamo la altrettanta brava Morton. Matt Damon riesce a interpretare con grande slancio tutti i tormenti e passioni di una figura complessa come Ulisse, arrivando quasi al punto di cambiare fisicamente sguardo e postura durante la narrazione. Il suo è un ruolo “muscolare”, ma continuamente “contratto”, quasi avvilito. Il processo emotivo in cui l’eroe arriva a ritrovare la sua umanità e lucidità risulta molto toccante grazie a una prova d’attore davvero valida. Pattinson risulta divertente e un po’ sopra le righe: la per riuscita “linea comica” e la dimostrazione della incredibile versatilità dell‘autore di Twilight. Il Telemaco di Tom Holland appare funzionale ma decisamente “sbiadito”. 

Straordinari e di grandissimo impatto tutti gli effetti speciali e sonori, come da sempre ci ha abituato Nolan. 

Se cercate un film con la stessa gioia di chi vuole divertirsi e sorprendersi sulle montagne russe in un parco giochi, questo è il film giusto e ne uscirete appagati. Se cercate un adattamento fedele dell’opera omerica, integrale e con tanto di note a margine di pagina, non siete nel posto giusto.  

L’Odissea di Nolan è un’opera amabilmente e imperfettamente personale, che sa racchiudere tutta la poetica di un autore originale quanto complesso, ma che per questo può scontentare chi si aspetterebbe qualcosa di diverso da quando già visto nella sua filmografia. 

È un film per Nolan più di conferme che di nuove suggestioni, ma che sa comunque affascinare e visivamente è uno dei film più impressionanti di questa annata. 

Forse in futuro i personaggi di Nolan sapranno essere “anche romantici”, forse in futuro i suoi film riusciremmo a essere “più passionali e meno cerebrali”. In questa Odissea, alla fine del viaggio, Nolan ritrova per lo meno “se stesso” e noi comunque ringraziamento il fatto che, nella cinematografica moderna, esista un autore peculiare e complesso come lui.   

Talk0

domenica 30 agosto 2026

Sheep in the box: la nostra recensione del film di “fantascienza intimista” di Hirozaku Kore’eda.

 


Sinossi

Su un’isola dell’arcipelago giapponese di un vicino futuro, i droni per le consegne a domicilio volano sopra i boschi in armonia con gli stormi di gabbiani. La giovane architetto Otone (Haruka Ayase) riceve così dal cielo, per mezzo di un drone a quattro eliche, l’invito di un'azienda specializzata nella costruzione di robot per il supporto psicologico. A seguito di un incidente, le cui meccaniche non sono state ancora del tutto chiarite, suo figlio Kakeru (Rimu Kuwaki) aveva da poco perso la vita. Ma la ditta, sulla base della documentazione che poteva fornirle la famiglia, garantiva la costruzione una replica quasi perfetta del figlio, dalla voce ai ricordi. Un po’ titubanti, una speranzosa Otone e il suo ormai disilluso marito Kensuke (il comico giapponese Daigo), accettano di partecipare a una giornata di presentazione del prodotto finale. I piccoli androidi presenti all’evento si avvicinano a loro, giocano e scherzano, non sono distinguibili da bambini veri. Alcune famiglie che hanno già compiuto l’acquisto parlano in modo estremamente positivo della loro scelta, di come li abbia aiutati molto in momenti davvero difficili. 

Un giorno Otone raccoglie foto, video, quaderni e vari documenti riguardanti Kakeru. Li affida a un drone, che li porta in cielo verso la fabbrica. 

Poco dopo si presenta alla loro porta un robot in tutti gli aspetti simile a Kaneki. La stessa voce, corporatura ed età di quando lo avevano visto l’ultima volta. Perfino il modo di muoversi, che il bambino aveva un po’ appreso imitando il modo di camminare del padre. Un Kakeru dal volto sorridente, che se in qualche dettaglio non era ancora abbastanza simile all’originale aveva tanta voglia di migliorarsi: pronto a fare di tutto per il bene della sua nuova mamma e papà. Otone accetta subito con gioia il cambiamento. Si fa chiamare mamma e insegna al nuovo bambino a elencare le fermate dei treni che passano vicino a casa loro: come una filastrocca, come faceva loro figlio appena li vedeva arrivare. Kensuke non riesce però a farsi chiamare “papà” da quella macchina. Non vuole che qualcuno lo identifichi come suo “figlio”, anche se quell’androide in casa cerca continuamente il suo sguardo, lo fissa perennemente sorridente, prova a mettersi i suoi vestiti, in ogni occasione vuole giocare con lui e fa di tutto per rendersi simpatico ai suoi occhi. 

Ma gli occhi con cui i genitori guardano al nuovo Kakeru presto cambiano. 

Otone si perde tra vecchie foto e alcune frasi “strane” che ogni tanto il robot pronuncia. Inizia a pensare che lo spirito di suo figlio sia davvero presente in quel corpo sintetico, al punto che forse potrebbe raccontagli il modo in cui è morto. Ma alcuni atteggiamenti del nuovo Kakeru risultano decisamente alieni. Ogni tanto lo trova a passeggiare sul tetto della casa. Qualche volta sembra comunicare nel buio con qualcuno. Kensuke invece inizia a pensare a lui non più come a una macchina, ma come a una persona: anche se quella persona non è certamente Kakeru e non potrà mai essere un suo sostituto. Non vuole farsi chiamare da lui papà, ma decide di insegnargli a lavorare il legno, come farebbe con un suo apprendista.

Intanto, i notiziari parlano sempre di più di androidi bambino abbandonati dai loro “genitori” o trovati distrutti in seguito ad eccessi di rabbia dei loro “proprietari”. 


La metafora della pecora nella scatola

Il titolo internazionale del film, Sheep in the Box, traducibile come “la pecora nella scatola”, uguale anche in lingua giapponese, fa rifermento a un passaggio delle prime pagine de Il Piccolo Principe, del 1943, di Antoine de Saint-Exupery

Un aviatore, dopo un atterraggio di fortuna, incontra nel deserto un bambino che dice di essere il principe di un piccolo pianeta lontano. È di passaggio sulla Terra e sta cercando qualcosa per rendere più bello il suo mondo, quindi chiede all’aviatore di disegnargli una pecora. Il primo disegno non piace: è una pecora che pare malaticcia. Il secondo è un disegno fuorviante: sembra un montone. Il terzo disegno ritrae una pecora troppo vecchia e il piccolo principe vorrebbe una pecora che possa vivere un po’ più a lungo. Allora l’aviatore disegna una scatola rettangolare con dei piccoli fori per far passare l’aria e dice: “la pecora è lì dentro”. Questo disegno piace al bambino e i due iniziano a ragionare su quanta erba servirà per nutrirla o sullo spazio che sarà dedicato al suo riposo.

Come tutta l’opera di Antoine Saint-Exupery, la “pecora nella scatola” è una metafora che si presta a infinite letture, sulla cui interpretazione si sono arrovellati per anni letterati, psicologi, filosofi, perfino teologi. Anche matematici, che hanno notato analogie con il celebre esperimento del Gatto di Schrodinger, del 1935 (nel racconto ci si chiede se la pecora sia vigile o stia “dormendo”). Ma possiamo comunque, a livello narrativo, leggere l’idea di disegnare una scatola, al cui interno la pecora non si vede, come la creazione, tra l’aviatore e il piccolo principe, di uno piccolo spazio di “immaginazione condivisa”. Con questo espediente, i due riescono a parlare a livello “simbolico”: spostando l’attenzione su quanto sarebbe “idealmente” bello avere una pecora. È come l’inizio di un gioco: tutto parte dall’idea di possedere una pecora, a cui consegue il discorso sull’erba, il recinto. 

È l’atto di immaginare qualcosa che avverrà in futuro, che riesce a plasmare positivamente la realtà futura. Senza che possano entrare in gioco i ricordi. Senza che le aspettative portino a rimpianti, confronti, delusioni.

Hirozaku Kore’eda, autore giapponese considerato di culto, di cui di recente abbiamo visto anche il molto raffinato e malinconico L’innocenza (in originale Monster), del 2023, sembra suggerirci che la metafora della “pecora nella scatola” può benissimo adattarsi al sentimento di “attesa”, di due genitori, per l’arrivo di un nuovo figlio. Un figlio che sarà il loro futuro. Ma, al contempo, in senso lato, il discorso della “pecora nella scatola” può essere per Hirozaku Kore’eda una cartina tornasole del modo in cui, oggi, noi possiamo guardare al futuro e alle nuove tecnologie.

Prevarrà l’ottimismo e chi considera il futuro come una sorpresa positiva da scoprire, oppure prevarranno i rimpianti di un passato che già si conosce, insieme alla paura che ogni tipo di cambiamento, alla fine, comporta? 

Giocando su questi concetti, Hirozaku Kore’eda dà vita a una pellicola che “guarda al passato”, ponendo al centro della narrazione un tema profondo, difficile e necessario come l’elaborazione del lutto. Ma al contempo il film sa “guardare al futuro”, alle nuove tecnologie e ai modi in cui queste possono (o non possono) contribuire a migliorare la vita. Ma poi Kore’eda va anche oltre: immagina i modi in cui, con la tecnologia, possono svilupparsi nuove forme di vite autonome. “Vite” che possano essere accettate in quanto “figli degli uomini” e non come semplici strumenti usa e getta.


Bambini e robot

Ovviamente, e non se ne fa mistero, la pellicola di Hirozaku Kore’eda deve moltissimo, per immaginario ed estetica, al film del 2001 A.I. di Steven Spielberg, ideato in concerto con Stanley Kubrick, ma è interessante fare anche un piccolo parallelo recente: tra questo Sheep in the box e l’ultimo, bellissimo, cattivissimo ed esilarante, film di Gore Verbinski: Good luck, have fun, don’t die. Sia il film di Hirozaku Kore’eda che quello di Verbinski riescono entrambi a parlare di “fantascienza sociale”, ma di fatto ci parlano entrambi pure di elaborazione del lutto attraverso l’uso di intelligenze artificiali. Il taglio narrativo di Verbinski è però dissacrante e satirico, meravigliosamente “cattivo”. Il suo futuro è “buffo”, “aggiornato”, ma in fondo rimane una variazione degli stessi temi espressi negli anni '80 da Terminator. Il taglio di Hirozaku Kore’eda è qualcosa di più “spirituale”, fortemente legato alla cultura giapponese, a tratti sul finale quasi dalle parti di Hayao Miyazaki. 

Sull’isola in cui è ambientata la storia, “passato e presente” sembrano convivere in perfetta armonia. Si parte da quei droni che nella prima sequenza sorvolano a fianco degli uccelli il promontorio e poi il mare. Si passa al personaggio del padre, che fa un lavoro antichissimo come l’intagliatore di legno, mentre sua moglie è un’architetta che utilizza per i suoi lavori nuove tecnologie sostenibili. È il rispetto per la salute e sussistenza della natura (e per le altre persone) che sembra quindi costituire la “base” per unire funzionalmente passato e futuro, in una unica narrazione. È in virtù di questo sguardo ampio che i piccoli androidi di Kore’eda sono davvero qualcosa di “diverso dal solito”. Sono forse troppo “poetici” per piacere a tutti. Sono forse troppo “disincantati” per essere delle “temibili intelligenze artificiali”. Sono però il frutto di una visione di futuro chiara e per una volta meno apocalittica del solito. Una visione di futuro che li smarca fortemente dall’essere semplici “oggetti” o “sostituti di qualcosa”. 

Forse anche l’androide David, interpretato da Michael Fassbender in Prometheus, di sicuro approverebbe. Magari rinunciando a sterminarci tutti. 


In sala 

L’ultimo film di Hirozaku Kore’eda, sebbene di base sembri un derivato del seminale A.I. di Spielberg, sa muoversi  in modo originale e interessante grazie allo sviluppo di temi profondi e spesso inconsueti. 

In alcuni momenti si respira quella sorta di “realismo magico” proprio dei libri dì Haruki Murakami: alcuni dei fan dello scrittore potrebbero apprezzarlo. 

Purtroppo narrativamente viene penalizzato da una struttura non ben bilanciata, che a tratti potrebbe far apparire a molti spettatori la pellicola come compassata e un po’ accomodante. 

Riuscendo ad andare oltre la superficie, si può apprezzare una pellicola che pur nelle imperfezioni sa osare, riuscendo anche per le sue peculiari scelte stilistiche e visive a rimanere impressa a lungo dopo la visione. 

Rimangono impressi i droni che solcano l’isola, i momenti notturni misteriosi e a volte inquietanti, l’assurda sequenza in cui si vuole che il robottino “confessi” di essere uno spirito (un momento da “realismo magico” alla Murakami). Nella parte finale si apre quasi un nuovo film ed è una bella sorpresa. 

Sul piano del soggetto, il tema dell’elaborazione del lutto unito all’intelligenza artificiale rimane un azzardo (specie nelle derive Horror), ma qui è trattato con grande sensibilità e con una “prospettiva orientale” che, specie per il palato occidentale, può portare a riflessioni piuttosto piuttosto interessante.

Bravi attori sanno dar vita a personaggi ben sviluppati quanto complessi, con i personaggi artificiali che risultano molto lontani dai classici cliché. Bella la fotografia e la colonna sonora, bellissima l’isola su cui si sono svolte le riprese. 

Il montaggio risulta piuttosto lento, quasi meditativo, in linea con altre opere dello stesso autore. 

Tra il secondo e terzo atto il film rischia un po’ di girare su se stesso, ma recupera sul finale. 

Non è un film perfetto, ma le idee alla sua base, l’interpretazione e alcuni guizzi visivi lo rendono uno spettacolo che gli amanti della fantascienza e dell’estrema Oriente non vorranno mancare. 

Un film complesso, imperfetto, ma che può affascinare grazie alla sua originale visione del futuro e della intelligenza artificiale. Bravi gli attori, buono il comparto tecnico. 

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giovedì 27 agosto 2026

La vendetta perfetta - Bear Country (in originale The Get Out): la nostra recensione della commedia nera “pulp” di Derrick Borte con protagonista Russell Crowe

 


In una notturna, frenetica e trasgressiva Los Angeles dei giorni nostri, un compassato e pacifico “imprenditore” di mezza età, Manco Kapac (Russell Crowe), sembrava aver raggiunto tutto quello che poteva desiderare. Era stato necessario abbandonare l’Albania, fare una lunga gavetta da gangster, promettere la fedeltà assoluta a qualche famiglia malavitosa e svolgere tuttora alcuni lavori decisamente poco puliti, ma alla fine nel “Bear Country” (nome dello stato di Los Angeles) Manco ha trovato fortuna. Gestisce ora un Night che fa girare molti soldi, possiede una bella villa con piscina sulle colline e vive al fianco di una donna giovane, sorridente e biondissima di nome Sunny (Teresa Palmer), che sembra essere genuinamente interessata più a lui che ai suoi soldi. Rimane il sogno di chiudere tutto  in bellezza: vendere tutto, andare a vivere su un‘isola tropicale. La somma necessaria all’impresa è ogni giorno più vicina. 

Ma ecco che arriva anche per Manco, come uno schiacciasassi, la “vecchiaia”. 

La decadenza fisica prende forma con un tristemente prevedibile problema cardiaco legato all’utilizzo di alcune pillole blu, quelle che usa per gli incontri più intimi con Sunny. Finisce in ospedale a rischio infarto, viene investito di analisi, diete, divieto di qualsiasi tipo di alcol e altro. Non si è ancora ripreso ed ecco arrivare la decadenza psicologica: un criminale di mezza tacca con una calzamaglia in testa (Aaron Paul) riesce a rapinarlo in una stradina buia dopo l’ora di chiusura del locale. Non era mai successo in tutta la sua vita e accade in modo tragicomico, ma la strampalata impresa ha per effetto la perdita dell’enorme somma di denaro che costituisce la “quota mensile” che Manco deve destinare alla famiglia malavitosa con cui collabora ancora il Night Club. 

In un attimo la vita del manager cade a pezzi e lui si trasforma in un paranoico costantemente incazzato.

Non è chiaro se lo fa arrabbiare di più la morte della propria “vita sessuale” oppure doversi aspettare la “morte in genere”: per l’oggettiva difficoltà di consegnare alla famiglia criminale la fetta che le spettava mensilmente. Ma il danno subito dal suo ego e  dalla sua “immagine professionale” è immenso. La sexy Sunny si trasforma in un’infermiera geriatrica a tempo pieno e gli impone l’ascolto di corsi di yoga e meditazione. La famiglia malavitosa, vendendolo “stralunato”, inizia a dubitare della affidabilità dell’imprenditore, mentre altre figure losche iniziano a pensare di “fargli le scarpe”.

Con difficoltà Manco cerca di “rialzarsi”, ma ecco che, per la seconda volta, lo stesso improbabile delinquente mezza tacca, con una diversa mascheratura e questa volta accompagnato da una complice (Nina Dobrev), riesce a derubarlo di nuovo: nello stesso posto, stessa ora e giorno, della stessa ingente somma destinata mensilmente ai malavitosi. 

Un amarissimo deja-vu, che porta l’imprenditore a capire che è  giunto il momento di reagire “con tutte le sue forze”: puntando sulla speranza che non si sente, in fondo, ancora così vecchio da non riuscire a reagire. Sicuro di poter ancora realizzare il suo personale sogno americano, nella sua “Bear Country”, Manco mette da parte le camicie hawaiane e i toni compassati da anziano, tornando a essere un gangster.


Il primo incontro cinematografico tra il regista Derrick Borte e Russell Crowe era stato interessante. Il giorno sbagliato, uscito alla riapertura delle sale dopo lo stop pandemico, era un thriller on the road pieno di incidenti e inseguimenti che scorreva liscio e divertente lungo tutti i suoi novanta minuti. Teso e gustoso dall’inizio alla fine, il film era benedetto da un Crowe particolarmente divertito e appassionato per il suo ruolo da “cattivo”, essenziale quanto brutale: un automobilista arrabbiato con una madre di famiglia, con il volto della brava Karen Pistorius, rea di avergli “tagliato la strada” in una mattina di traffico intenso. Da qui iniziava un interminabile e angosciante inseguimento, tra centro cittadino e autostrada, raccontato quasi in tempo reale, tra sportellate, maxi tamponamenti e una guerra psicologica che felicemente ricordava il cult The Duel. Solo che in questo caso, a differenza del classico di Spielberg, il personaggio di Crowe si vedeva e si sentiva eccome: reso dal trucco e dagli strilli così inquietante da sembrare quasi un enorme orso bruno. Nella “conversazione” con la sua vittima, a mezzo cellulare, a tratti appariva quasi “bonariamente cinico”, come il Michael Douglas di Un giorno di Ordinaria Follia, ma in altri momenti più inquietanti sembrava l’autostoppista di Rutgher Hauer di The Hitcher. Era un film piccolo ma ben confezionato, ideale per una serata leggera. Dalle interviste inoltre traspariva che il clima sul set fosse buono: si era trovata la giusta chimica. Era quindi auspicabile un secondo film di Bonte con Crowe ed eccoci a questo piccolo e grintoso “pulp”, Bear Country / La Vendetta Perfetta / The Get Out, che fin dai “titoli multipli” (scelta nostrana, per inciso) sembra omaggiare quei film action anni '70 di expoitation che tanto ama Tarantino. 

Come tradizione pulp vuole, i personaggi della pellicola sono tutti degli amabili “perdenti”, la narrazione diventa grottesca, tragica e assurda ogni minuto che passa.

Si riesce davvero a voler bene al personaggio di Crowe: quasi un “bignami” di Tony Soprano, con molte più insicurezze e meno spietatezza. Un po’ ci crediamo al suo tentativo di trovare la calma con i pod-cast di meditazione guidata. Crediamo alle sue camicie hawaiane coloratissime, che lo rendono più simpatico, crediamo alla sua speranza tristemente infranta di finire la “carriera professionale” senza tornare a sparare. Crediamo anche al suo rapporto con la Sunny di Teresa Palmer, un personaggio molto meno scontato di quanto appare all’inizio, tutto da scoprire. Sfigatissimo quando amabile è pure il personaggio del ladro mezza tacca con il volto di Aaron Paul, che ricorda alcuni anti-eroi scritti da Paul Schrader. Un criminale goffo e contro voglia, perennemente ricattato da qualcuno che lo prosciuga di ogni forma di dignità. Qualcuno come la folle bancaria interpretata da Nina Dobrev, che sogna di replicare dal vivo le gesta dei criminali surfisti di Point Break, che finisce per avere con il personaggio di Paul una relazione passivo-aggressiva dai caratteri fantozziani. 

Come in tutti i pulp che si rispettano, i loser hanno sempre la “grande occasione” di svoltare. Qui assistiamo a una escalation di eventi concitati al punto di essere folli. Sparatorie che si gonfiano al punto da ricordarci il divertente pulp Payback, del 1999, con Mel Gibson e la regia di Brian Helgeland. Continui “cambi di scena amari”, dove la commedia si trasforma scelleratamente in tragedia, in scenari e situazioni che ci hanno ricordato Burn after Reading dei Coen, del 2008.

Anche in Bear Country sembra ci sia stata una buona chimica sul set e tutti i personaggi risultano molto a loro agio con le situazioni folli ed estreme della storia. Ancora una volta, come ne Il giorno sbagliato il montaggio è veloce, la sceneggiatura non lesina scene d’azione e il Black Humor, la durata è perfettamente contenuta, come negli anni ‘80. Ancora una volta “non ci si prende sul serio” e quello che ne esce è un film divertente, quasi spensierato, da vedere per passare 100 minuti in pieno relax, tra una battuta e un inseguimento.

Bear Country è un piccolo film rilassante, che non aspira a essere più di un buon b-movie, perfetto per una serata scacciapensieri dopo il rientro dal rovente periodo estivo. Un pulp pieno di Black Humor, personaggi stralunati e situazioni assurde. Tanti inseguimenti, sparatorie e un paio di scene tragicomiche che sono davvero da incorniciare, magistrali, da vedere e rivedere. 

Bravissimi sia Crowe che Paul, con menzione anche per la folle bancaria di Nina Dobrev e la biondissima e “non scontata” Sunny di Teresa Palmer. 

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giovedì 23 luglio 2026

A new dawn (The Day Paris Green Dawns) - la nostra recensione del malinconico e “folgorante” film di debutto alla regia di Yoshitoshi Shinomiya, storico animatore di Makoto Shinkai. Evento speciale in sala con Dynit dal 23 al 29 luglio


Ci troviamo in Giappone, in una zona immersa nel verde e a due passi dal mare, alla periferia della città di Niura, nella prefettura di Kanagawa

Il signor Obinata, proprietario della grande fabbrica di fuochi d’artificio della zona, è ormai sparito nel nulla da quattro anni, diventando una specie di fantasma. Dopo la morte della moglie il grande imprenditore aveva iniziato a disinteressarsi di tutto, alcuni speculatori avevano iniziato a farsi avanti in modi “scorretti”, la piccola comunità che girava intorno allo stabilimento in poco tempo si era sgretolata. Poi si era chiuso del tutto. La grande struttura abbandonata, subissata dai debiti quanto dal maltempo, era infine stata “inghiottita”  dal fango e dagli alberi della vicina foresta.

E dire che il festival estivo tradizionale dei fuochi d’artificio era un evento che richiamava centinata di turisti, la cui tradizione si tramandava da almeno 330 anni: da quando, proprio nella zona della fabbrica, era stato edificato il “covo” dei pirati che per primi, usando i materiali del posto, avevano messo a punto la tecnica originale per creare quei particolarissimi fuochi d’artificio. Fiori di fuoco nati come un’arma di difesa, poi di gioia e “stupore”.

Lo stabilimento è ormai in attesa di abbattimento, al centro di un grande piano di riqualificazione territoriale che sta per iniziare a breve. A “difendere l’eredità del covo” non ci sono più i vecchi operai, ormai troppo vecchi, né quelli più giovani: progressivamente stati ad andare via e cercare fortuna nelle grandi città. 

Ma qualcuno, un “ultimo pirata, è rimasto. Agguerrito, arrabbiato e nascosto all’interno del fabbricato pericolante, assalendo chiunque ci si avvicini come una specie di fantasma vendicativo. È il figlio più piccolo di Obinata, il ribelle e scapestrato Keitaro. Ha deciso di continuare a lavorare a polveri e fuochi pur vivendo lì come un eremita, aspettando l’arrivo delle ruspe di demolizione. Anche a costo di rimanere sotto le macerie, è pronto a difendersi anche usando le antiche lance arrugginite dei pirati. Tutto per un grande sogno: realizzare e lanciare in cielo in una notte stellata lo “Shuhari”, il fuoco d’artificio più grande e spettacolare mai immaginato dal padre. Un’opera ciclopica rimasta incompleta, ardita e difficile da capire quanto gli appunti per ultimarla: tra formule chimiche complesse, erbe rare e pietre da miscelare, innovativi prototipi da intagliare nel legno.

Un lavoro di mesi e mesi il cui risultato finale avrebbe portato a un fiore di fuoco color “verde Parigi”, visibile a centinaia di metri di distanza, per forma e stazza simile a un piccolo pianeta comparso all’improvviso a cento metri da terra.  

Per salvarle Keitaro dalla sua ossessione, il fratello maggiore del ragazzo, Chicci, diventato per qualcuno forse un ingrigito dipendente statale, è tornato nella vecchia fabbrica insieme a una amica di infanzia, Kaoru, che aveva abbandonato la cittadina quattro anni prima per andare a vivere e lavorare a Tokyo. 

Dopo aver dissuaso Keitaro dai suoi propositi: spronandolo a lasciarsi il passato alle spalle, “andare avanti”, rifarsi come loro una nuova vita e magari essere parte attiva, come loro, di un possibile piano di riqualificazione della loro “vecchia casa”, Chicci e Kaoru alla fine si fanno trascinare nella folle impresa.

Sarà una faccenda ben più complessa di quanto avrebbero mai immaginato, anche perché il vecchio inventore di fuochi d’artificio aveva pensato a uno spettacolo pirotecnico davvero unico nel suo genere: realizzabile non solo grazie ai materiali rari reperibili sul territorio, ma anche in ragione delle particolari condizioni ambientali del luogo di innesco stesso: il centro della fabbrica e il suo territorio limitrofo. 

Solo che il luogo con gli anni è mutato e servirà qualcosa di davvero innovativo per “ricostruirlo”: soprattutto per ripristinare una baia che non esiste più. 

Servirà qualcosa per ripristinare l’illuminazione e qualcosa per bloccare temporaneamente una decina di ruspe e un manipolo di cinquanta operai, poliziotti e burocrati. Come se questo non bastasse, un terribile tifone partito dalle Marianne starebbe per abbattersi sulla zona, potendo potenzialmente rovinare tutto. 

Riuscirà la messa in scena dell’ultimo, grande festival pirotecnico del villaggio dei pirati?


Yoshitoshi Shinomiya, giapponese, classe 1980, iniziava la sua carriera come animatore nel 2011, a fianco dell’astro nascente Makoto Shinkai, nel film Viaggio verso Agartha. Una pellicola realizzata come una vera lettera d’amore verso le opere del maestro Hayao Miyazaki, dalla quale il “romanticismo metropolitano” di Shinkai avrebbe iniziato ad “evolversi e arricchirsi” di tematiche di stampo più “ambientalista”. Nel 2013 Shinomiya era ancora con Shinkai nel mediometraggio Il giardino delle parole, dove un piccolo e appartato parco cittadino diventa a tutti gli effetti il “terzo interprete sulla scena”, di una tenera e complessa storia d’amore. Il parco, realizzato con tecnica mista tradizionale e digitale, non era solo il “luogo di un incontro”, ma diventava grazie all’animazione e a una regia particolarmente attenta qualcosa di vivo, pulsante, “quasi umorale”. Aveva una sua “voce” che schermava dai suoni del traffico cittadino. Rami che si muovevano come danzando sotto il vento e la pioggia, una “pelle” che cambiava a secondo delle stagioni almeno quanto il sentimento che provano i due protagonisti. Nel 2016 Shinomiya è di nuovo al fianco di Shinkai per Your Name, dove nella seconda parte del racconto venivamo letteralmente travolti da una potente rappresentazione della forza della natura. Una forza che quasi riusciva a fondere  e sintetizzare una love story con un disaster movie, con vortici d’aria in grado di trasformarsi in vortici emotivi.

È interessante osservare come questo occhio di particolare riguardo nella rappresentazione “realistica ed espressiva” della natura, descritta e animata fin nei minimi dettagli, dalla consistenza del fango fino al movimento delle foglie e delle nuvole, sia anche una delle principali cifre stilistiche di A New Dawn, film di esordio alla regia di Shinomiya. 

Un racconto in cui la natura è di nuovo co-protagonista, in un racconto di stampo realistico “piccolo ma potente”, che sa parlare, con malinconia, una “goccia di speranza”, ma anche con grande spettacolarità, dell’ormai irreversibile esodo dei giovani dalla provincia verso le grandi metropoli. Una trasformazione culturale ben nota in Occidente fin dagli anni ‘70, ma che in Oriente oggi va a spezzare quel particolare legame tra “tradizione e modernità” che, da sempre, è uno degli  aspetti-cardine della cultura giapponese. 

Una trasformazione che riscrive inevitabilmente i rapporti tra uomo e natura, proponendo soluzioni ancora considerate “difficili”. 

In una intervista, il regista e sceneggiatore Yoshitoshi Shinomiya ha raccontato di come  l’ispirazione per il film sia venuta durante un viaggio in autostrada con il figlio. Mentre superavano un lungo ponte, il bambino si sarebbe illuminato e tutto sorridente avrebbe detto al padre “Il mare! C’è il mare”. In realtà ai margini del ponte non c’era acqua, ma una lunga distesa di pannelli solari. Con la complicità di una bella giornata e del cielo azzurro, i pannelli raccontavano l’illusione nostalgica del mare, in uno scenario che guardava già al futuro: una soluzione sostenibile ma che nascondeva, a livello emotivo, una piccola amarezza.


Una malinconia che è diventata premessa di una storia adulta, di “trasformazione” non solo sociale ma anche “urbanistica”: dove i siti dei vecchi capannoni, un po’ come i vecchi operai, sono destinati a essere abbandonati  per “far spazio”. Spazio a nuovi palazzi, centri commerciali e nuovi lavoratori, in un processo di “ripulitura” che sembra di fatto cancellare ogni macchia di un passato importante, della cui preservazione solo qualcuno, con fatica, come i nostri protagonisti, riesce a occuparsi. Qualcuno di loro cerca di opporsi, qualcuno cerca di “cambiare le cose”: su un piano prettamente burocratico o dando “nuova vita” alle tradizioni. 

Aspetti narrativi che conferiscono all’opera, pur nel suo tono sempre leggero e godibile, una complessità tematica per nulla banale. Ma al di là di tutto, il regista vuole almeno glorificare, “per un’ultima volta”, un passato che sembra destinato a scomparire: dando ai tre protagonisti la missione di realizzare l’ultimo  grande fuoco d’artificio artigianale delle industrie Obinata. Una storia di riscatto sociale e amicizia diventa così parallelamente anche un racconto squisitamente “tecnico”. Un racconto ricco di dettagli e informazioni di stampo scientifico, su progettazione, prototipi, scelta di polveri e inneschi dei fuochi artificiali, da sembrare a tutti gli effetti “quasi un piccolo Oppenheimer in miniatura”. Anche qui come nel film di Nolan guardiamo per gran parte del tempo alla costruzione di impianti, assistiamo ai test, fallimenti e soluzione di problemi, aspettando con un po’ di paura il momento del grande innesco. Che in questo caso riguarda un decisamente più innocuo fuoco d’artificio.

Un fuoco d’artificio reso davvero spettacolare grazie a un'animazione vivida e quasi pulsante, che riesce a fondere al meglio animazione tradizionale a mano con tecniche al computer, frizionandole in uno stile quasi pittorico che diventa “potente” anche grazie all’ottima colonna sonora.

Uno stile che diventa subito un ottimo biglietto da visita per il neonato studio di animazione Outrigger. 

Una prima regia che ci presenta un autore eclettico, pieno di potenziale. Un autore capace di smuovere le corde emotive quanto costruire scene visive complesse. Un regista in grado di raccontare un tema non banale come la modernità, in un periodo in cui sembra infinitamente più facile “fuggire nel fantasy”.  

A new dawn ci è piaciuto moltissimo. Può sembrare a un primo sguardo una “storia piccola”, ma il grande amore e impegno con cui è stato realizzato ne fanno un film di assoluto pregio, in grado di parlare con disinvoltura più linguaggi narrativi e di portare sullo schermo una messa in scene sontuosa, malinconica quanto “potente”.

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lunedì 13 luglio 2026

Supergirl: la nostra recensione del cinecomic diretto da Craig Gillespie, con protagonisti Milly Alcock, David Corenswet e Jason Mamoa


Sinossi

Kara (Milly Alcock) indossa perennemente occhialoni scuri, un’aria trasandata e sballata, un sorriso solare ma malinconico. Il sorriso di chi non sembra più capace di prendere sul serio niente e nessuno. Lei e Clark (David Corenswart) sono gli ultimi superstiti del pianeta Krypton, dopo che questo è stato distrutto dall’instabilità del suo nucleo. “Clark il nerd”, il boy-scout perfetto, è finito sulla Terra che era ancora un bambino in fasce, è cresciuto in una famiglia umana che lo ha adottato e solo di recente ha scoperto nel sue origini, da quando si sono manifestati in pieno i super poteri tipici della razza kryptoniana. Ora lavora come reporter per un giornale di Metropolis e usa i suoi poteri per fare del bene, indossando il mantello di Superman. Il passato di Kara è qualcosa di completamente “diverso”. Il futuro una tela bianca confusa. Anche lei ha “qualcosa di simile a un mantello”, stipato male nell’armadio della piccola “astronave-Van” che momentaneamente usa come casa. Un luogo piccolo, disordinato e accogliente, pieno di a varie cianfrusaglie, una raccolta di film di Bogart, merendine e cereali, varie bottiglie di superalcolici e i “giochini” del suo cagnolino Krypto. È sempre divertente giocare con Krypto, lanciandogli una palla da riportare nel vuoto dello spazio. Con la sua piccola astronave, la ragazza vaga insieme al suo Krypto per i peggiori bar e localacci della galassia, cercando i luoghi che le permettano di ubriacarsi. I kryptoniani, se bagnati dai raggi di un sole giallo, sono dotati di un fattore di guarigione straordinario, possono volare, sono  fortissimi, quasi invincibili ed espellono le sostanze nocive in pochi secondi. Ma alla presenza di un sole rosso, la loro forza e resistenza diventano poco più che quelle di un umano, permettendogli “per lo meno” di ordinare un whisky  senza che faccia lo stesso effetto del latte. 

Kara predilige i pianeti con sole rosso, perché “riuscire a non pensare” è diventato troppo importante: a costo di finire in bettole piene di alieni bavosi che ti sparano in faccia il loro moccio, dove può capitare di condividere una birra spaziale con i peggiori fuorilegge della galassia, spesso in balia di creature cento volte più forti di lei. 

Un giorno Kara si trova in un bar vicino a una catena montuosa di un pianeta qualunque, ovviamente con sole rosso, per bere e ballare musica “dance revival” all’interno di un suo personale “maxi-tour” per la celebrazione dei suoi 23 anni. È arruffata e accartoccia come sempre, con gli occhialoni neri che fissano il vuoto, quando una ragazzina, armata di spada, fa spegnere la musica.

Si chiama Ruthye Marye Knoll (Eve Ridley) ed è l’ultima sopravvissuta di una famiglia di costruttori di spade. L’unica a essere stata lasciata in vita dal terribile Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts) e dai suoi briganti, perché ai suoi occhi “irrilevante”, prima di derubarla di tutto e dare fuoco alla sua casa. 

Ruthye ha occhi di fuoco e vuole vendetta. Offre l’ultima spada del suo clan a chi la aiuterà nell’impresa. In un secondo viene derubata da un alieno senza scrupoli. La piccola riporta nella mente di Kara un sentimento che pensava ormai archiviato da tempo: una sorta di “tenerezza”. Decide di aiutarla, attirandosi subito le cattive intenzioni di Krem e i suoi. I briganti rubano l’astro-Van (nello spazio una assicurazione furti è indispensabile), colpiscono il suo cagnolino Krypto con un dardo avvelenato, cacciano in corpo a Kara una gran voglia di infuriarsi. Magari “da sobria”.

Kara e Ruthye partono insieme per uno stranissimo “viaggio spaziale on the road”:  in cerca di Krem e un antidoto per Krypto. Attraverseranno pianeti su uno sgangherato “pullman spaziale”, stipato di tutte le più strane e moleste creature pendolari dell’universo. Incontreranno ladri di “diligenze spaziali”, pochi amici, scopriranno che Krem dispone di un intero pianeta pieno di briganti con cattive intenzioni ai suoi ordini e cerca nello spazio “donne”, per dare alla vita nuovi ai briganti delle future generazioni. È per Kara forse l’occasione di “fare qualcosa di buono”.

Ma sullo stesso cammino troverà, con intenzioni e obiettivi simili, anche il cacciatore di taglie Czarniano Lobo (Jason Mamoa). Una montagna di muscoli enorme, spaventosa quando imprevedibile, che viaggia nel cosmo con il suo Chopper seminando morte e distruzione come un tornado. Sarà un loro nemico o un alleato? Di sicuro la nuova amicizia con Ruthie, così piccola, testarda e piena di determinazione, sta iniziando a cambiare la “prospettiva sul mondo” di Kara. Diventerà anche lei una “super boy scout” come Clark?


Ma chi è Supergirl?

Superman: un supereroe di origine aliena con un corpo a prova di proiettile in grado di volare alla velocità del suono, super muscoli che possono sostenere a mani nude un grattacielo, occhi azzurri che sparano laser, polmoni che permettono di respirare senza problemi nello spazio profondo e possono generare piccoli tornado, solo “soffiando intensamente”. Poteri immensi quanto “standard” per chiunque sia nato sul pianeta Krypton, nelle mani di un eroe dal cuore così puro che può sfruttarli solo a difesa dei più deboli, solo quando è strettamente necessario. Ma se questi poteri non fossero una “sua esclusiva”?  

Se esiste “un altro Superman” o magari una Supergirl? 

Questo interrogativo iniziò a farsi largo per la prima volta nel maggio 1943, tra le pagine nel numero 60 del leggendario “Action Comics”, ipotizzando uno scenario in cui i super-poteri sarebbero finiti momentaneamente alla storica fiamma di Clark Kent, Lois Lane, dopo una trasfusione di sangue. Nel 1949 sulla testata “Superboy”, che presentava storie di Superman da giovane (un po’ come la serie tv Smallville), il nostro eroe incontrava una donna che sembrava avere super poteri come i suoi…ma era solo la finzione di un gioco di prestigio. Il tema di una Supergirl tornò nell’agosto del 1958, sulle pagine del numero 123 della testata “Superman”, in un racconto in cui il buffo coprotagonista fotografo Jimmy Olsen, servendosi di un “totem magico”, creava, ancora in questo caso “solo momentaneamente”, una super-donna in grado di aiutare il super protagonista in una situazione di emergenza. 

Le idee c’erano, ma erano tutte abbastanza delimitate, “a termine”, provvisorie. Fino a che arrivò qualcuno che presentò Supergirl come un personaggio effettivo, autonomo e originale. Era Kara e possedeva gli stessi superpoteri in quando cugina kryptoniana quasi coetanea di Clark/Kal-El/Superman. Figlia dello scienziato Zor-El, fratello del padre di Superman Jor-El, era scampata alla distruzione del pianeta natale grazie a una cupola per le emergenze climatiche costruita dal padre nella città-stato di Argo. Era stata infine anche lei mandata sulla Terra come il cugino, ma la sua astronave aveva preso un altro percorso e destino: cadendo davanti alla porta in un orfanotrofio. Solo dopo alcuni anni, ideali per “giustificare” la sua iniziale assenza sulla scena, sarebbe diventata come il cugino una delle eroine più celebri. 

Supergirl nasceva così “ufficialmente”, come Kara, nel maggio del 1959, grazie alla penna  di Otto Binder e le matite di Al Plastino, sul numero 252 della celebre testata “Action Comics”. Fu un successo. 

Un successo che già nel 1959 spingeva timidamente a esplorare nei fumetti tematiche “gender”. Al punto che solo sette mesi dopo, nel gennaio 1960, con il numero 78 della testata “Superboy”,  fu il giovane Superman stesso (con ingenuità ma anche anticipando temi che sono ancora “caldi” 66 anni dopo) a “trasformarsi in una super-ragazza”, almeno per un giorno. 

Intanto Supergirl cresceva di popolarità come co-protagonista di varie storie, fino a che nel 1972 riuscì a ottenere una propria testata autonoma. 

Nel 1985 il personaggio venne poi “ucciso”, all’interno del mega crossover: Crisi sulle terre infinite. Un evento dai risvolti narrativi “drammatici”, quanto editorialmente “pratici”. Un ciclo di storie che serviva per rilanciare e riorganizzare tutti i fumetti DC Comic, tagliando magari qualche testata economicamente in perdita. La testata di Supergirl “chiudeva”, ma era già scritto che prima o poi “una Supergirl” sarebbe tornata: magari in una forma “nuova” che la avrebbe resa più interessante per il pubblico. 


Nello specifico, in pochi anni, saremmo andati incontro a ben tre nuove “versioni”. Nel 1988, con le storie scritte da John Byrne, “divenne Supergirl” Matrice, una forma di vita artificiale creata da Lex Luthor. Se il supercattivo Lex Luthor non poteva avere i poteri che tanto invidiava a Superman, poteva dimostrarsi quasi “innamorato” di questa Supergirl. Nel 1996, grazie al fumettista Peter David e al disegnatore Gary Frank (celebre coppia che avrebbe scritto anche il classico La psicanalisi di Hulk), fu il turno di Linda Denvers: una ragazza terrestre che “fondendosi con Matrice”, diventava la nuova supereroina. Nel marzo 2003 a rivendicare il titolo di Supergirl fu invece Cir-El: una donna venuta dal futuro, convinta di essere la figlia di Clark Kent e Jois Lane (qualcosa di “mefitico” quando già familiare, almeno a chi guardava in tv Sailor Moon). Dal 2006, a partire da una run sulla testata Superman-Batman, i piani alti di DC Comics decisero di “reintrodurre ufficialmente” il personaggio di Kara Zor-El, la cugina kyriptoniana di Superman, sebbene con alcune piccole “variazioni narrative”, come le circostanze del suo arrivo sulla Terra. Un ritorno alle origini che dal 2006 sta ancora “reggendo” 20 anni dopo, che dimostra ancora una volta quanto il personaggio sia ancora “giovane”, gioiosamente imprevedibile e indefinito, in grado di apparire spesso in modalità originali. 

Dal punto di vista cinematografico, il personaggio di Supergirl iniziò a interessare  a partire dagli anni ‘80.   


Secondo una prima stesura, Supergirl avrebbe dovuto esordire al cinema nel 1983, insieme al villain Braniac, al fianco del mai troppo compianto Christopher Reeve, nel pasticciato, ma buffo (grazie a Richar Pryor), Superman III di Richard Lester. Il progetto cambiò in corso d’opera, ma la nostra eroina trovò subito un film fanciullesco  e pieno di romanticismo  “tutto suo”, nel 1984: Supergirl - la donna d’acciaio, per la regia di Jeannot Szwarc. Per interpretarla venne scelta la biondissima e  innocente Helen Slater: il volto adatto per un film dichiaratamente “per ragazze”, frizzantino, iper colorato quanto innocuo, gioiosamente camp.

Arrivando più vicini a giorni nostri, fin all’inizio del “DC Movie Universe” inaugurato da Zack Snyder e il suo Man of Steel nel 2013, un progetto su Supergirl venne messo in cantiere. 

Dal 2015 al 2021 Supergirl ha goduto parallelamente di una serie TV prodotta da CBS, creata da Greg Berlanti, Ali Alder e Andrew Kreinsberg, considerata come una sorta di “espansione” delle serie tv su Green Arrow e Flash. Una serie “leggera”, con più di una assonanza, a partire dalla presenza nel cast dell’attrice Teri Archer, con la storica serie tv Lois & Clark - le nuove avventure di Superman, andata in onda dal 1993 al 1997. Qui per impersonare Kara è scelta la biondissima e autoironica Melissa Benoist, che ne fa anche “lavorativamente” un personaggio quasi “parallelo” a Clark Kent, spesso invischiato in trame “intergalattiche” gustosamente alla Man in Black

Ma per ritrovare Supergirl sul grande schermo,  avremmo dovuto aspettare il 2023 e il film The Flash. È una versione dell’eroina del tutto nuova, “alternativa” e  spiazzante, decisamente diversa da quella classica. Tragica, marziale, disperata. Con corti capelli corvini, in catene, piena di rabbia e voglia di rivalsa: una creatura aliena ferita e pericolosa, solo in attesa di tornare a “mordere”. Un personaggio quasi Shakespeariano, interpretata da una tosta e bravissima Sasha Calle, pronto a farsi largo, da grande co-protagonista (al fianco del Batman di Michael Keaton), nella spettacolare, “tragica e inevitabile”, battaglia finale “multi-dimensionale” del complicato, sfortunato ma divertente, The Flash di Andy Muschietti.

Un anno fa, nel 2025, dopo il “reboot” dell’Universo cinematografico DC a firma James Gunn, abbiamo ritrovato al cinema una nuova Supergirl, ancora una volta “diversa”. Una sorridente e un po’ sballata “festaiola intergalattica”, con il volto di una bionda, disordinata e arruffata Milly Alcook: una attrice straordinaria che si era da poco fatta notare anche per la serie HBO House of the Dragon. Faceva capolino solo sul finale del bellissimo e malinconico Superman, riuscendo in due soli minuti a rubare la scena al bravo David Corenswart: non solo per il buffissimo e “strano comportamento affettuoso” che manifestava nei confronti del cane Krypto, ma anche per dettagli più sottili e enigmatici. Kara poteva essere “solo” una festaiola intergalattica? A rispondere a questa domanda,  il nostro film del 2026: primo “film titolare” di Supergirl dopo 32 anni. 


La sceneggiatrice Ana Nogueira, per DC Comics e Warner già al lavoro sul prossimo film dei Teen Titans e un progetto relativo a Wonder Woman, ha scelto di adattare liberamente, per il grande schermo, una delle versioni più moderne e amate del personaggio. Quella del celebre ciclo a fumetti in 8 numeri, uscito nel 2021/2022, a firma Tom King e Bilquis Evely: Supergirl : la donna del domani. Una serie (che oggi Panini Comics ristampa in formato lusso) che, fin dal titolo, avrebbe riportato alcuni “richiami tematici forti” alla celebre saga a fumetti di Superman a firma Alan Moore: Che cosa è successo all’uomo del domani?. Una saga, che per il regista di Supergirl Craig Gillespie (regista anche del disneyano Crudelia, dell’horror Fright Night e del folle Lars e la ragazza tutta sua) sembrava ispirarsi al western Il grinta, portato sullo schermo prima da John Wayne e poi dai fratelli Coen. Una storia dalla forte componente “intima/introspettiva”, che portava la nostra eroina, con tanta autoironia e un po’ di disperazione, in giro per “pianeti sporchi e cattivi”: non-luoghi spaziali/decadenti come le bettole di Star Wars, rugginosi/alcolici/western, in storie tra il tragico e il crepuscolare. Pianeti futuribilmente arrugginiti e sporchi, pieni di alieni eccentrici, risse e tragedie dietro ogni angolo. Luoghi ideali per incontrare alcuni dei personaggi più assurdi e terrificanti del DC Universe. Gente come Lobo. Tim King avrebbe voluto far comparire proprio in questa run a fumetti il cacciatore di taglie Lobo, ma all’epoca non gli fu permesso dalla produzione. Al cinema avremo quindi una versione 2.0 di quella storia. 



Ma chi è Lobo?

Un po’ come Krypton, il pianeta di Superman e Supergirl, esisteva un tempo nell’universo il pianeta Czarnia. Un luogo all’avanguardia per cultura, arte e scienza, abitato da persone tecnologicamente evolute, quasi immortali, aristocratiche, generose e illuminate. Tutti perfetti, tranne “l’eccezione che conferma la regola”, la pecora nera, l’unico “vero ribelle”: Lobo. 

Krypton è stato distrutto dall’instabilità del suo nucleo e da una classe politica tronfia che non voleva “vedere il problema”. Czarnia è stato fatto detonare, con esplosioni atomiche “a grappolo”, direttamente da Lobo. Un Lobo particolarmente “contento” di vendicarsi così dei suoi concittadini e mettersi nella condizione ideale di iniziare una vita spensierata e indipendente, da “biker dello spazio”. 

Una montagna di muscoli. Un covo sporco di capelli ispidi e disordinati che  nascondono un volto dai lineamenti perennemente in ombra, illuminato solo da penetranti occhi rosso sangue e dalla fiamma di un sigaro. La pelle bianco-bluastra di un cadavere, spesso ricoperta da borchie, catene arrugginite, cartucciere di polvere da sparo, coltelli da macellaio ancora sporchi, mitragliatrici e ogni genere di arma “grossa e cattiva”.

Violento, viscido e grezzo, del tutto insensibile a ogni forma di compassione o empatia, allergico alle più basilari regole di convivenza intergalattica, Lobo sceglie di essere controvoglia un cacciatore di taglie: per ricavare quei quattro crediti che bastano per riempire il serbatoio della sua moto spaziale, comprarsi nuovi sigari, birra, qualche “compagnia per adulti” e i “crostini”. Crostini per i suoi delfini spaziali da compagnia e il suo bulldog. Oltre che amante degli animali, Lobo sostiene di essere una “persona di parola”, anche se spesso interpreta le promesse in modo  “esotico”. Non è decisamente tipo da romanticismo, unicorni e politicamente corretto. Negli anni, nella sua “lista di criminali”, consegnati rigorosamente “morti”, per lo più a pezzi, è rientrato anche Babbo Natale e tutti gli aiutanti elfi (nella miniserie Paramilitary Christmas Special del 1990), ma anche la persona che più di tutte gli ha rovinato la vita: la sua ex maestra delle elementari (nella miniserie Lobo The Last Czarnian, del 1990). Una volta Lobo è stato ucciso (in Lobo’s Back, nel 1992) ma ha fatto “così casino” nell’Aldilà, seminando morte e disperazione tra inferno e paradiso, che “da quelle parti non ce lo vogliono più”: al punto da aver siglato un contratto che Lobo che, in caso di morte, le autorità ultraterrene sono costrette a  resuscitarlo subito, anche se con il corpo ridotto in poltiglia.

Il fattore di guarigione Czarniano farà il resto.

Certo all’inizio, “non era così cattivo”. Parliamo editorialmente del 1983, anno in cui il personaggio, creato da Roger Slifer sui testi di quel genio mai troppo celebrato Keith Giffen, esordiva nel numero 3 della testata Omega Men, come “membro scomodo” di un super gruppo di poliziotti spaziali, spesso impegnati in missioni “alla Star Trek”. Burbero e con poteri di auto-guarigione “utili al gruppo”, quasi una specie di Wolverine, caratterialmente era però decisamente troppo complicato da gestire. Sebbene nel maxi-evento Crisi sulle Terre Infinite del 1985 il personaggio “sopravvisse” e piacque al pubblico tanto da comparire in seguito come anti-eroe sui fumetti della Justice League, presto ai piani alti decisero di metterlo in un “freezer editoriale”, fino agli anni ‘90. Anni in cui Keith Giffen e Grant, “ragazzacci inglesi” che avevano reso grande il Giudice Dredd, ottenuta per meriti sul campo “totale carta bianca”, riuscirono a ingaggiare il disegnatore cult (nonché batterista Metal) Simon Bisley, convincendolo a creare insieme a loro un fumetto di Lobo con storie totalmente fuori di testa, strapiene di parolacce e non-sense, completamente punk per il tratto febbrile e i colori acidi, spaventosamente splatter (roba da tavolo operatorio), assurdamente intrise di cattiveria e umorismo nerissimo. Il “Lobo definitivo”, il più amato/temuto/ricordato, ma che nessuno da lì a tre anni avrebbe più avuto il coraggio/follia di replicare a fumetti.

Piuttosto hanno provato a renderlo “family friendly”, quasi slap-stick, con zero violenza e zero parolacce. Innocuo e per lo più “sopra le righe”, lo resero nei cartoni animati della Justice League alla stregua di un ridicolo epigono del “diavoletto della Tazmania” dei Looney Toons. Nel frattempo il ciclo di Grant, Bisley e Giffen viene periodicamente ristampato integralmente: diventando un vero cult.

Nessuno ha avuto il “coraggio” di portare al cinema un personaggio sul genere di Lobo, ma ci hanno “fantasticato” in molti. Qualcuno prima aveva immaginato un Lobo con il volto di Danny Trejo. Anni dopo qualcun altro, dice la leggenda non confermata, era riuscito a ingaggiare proprio Jason Momoa per la parte. Momoa che alla fine era stato “dirottato” su Aquaman, creando di fatto un Aquaman vincente quanto inedito: l’Aquaman più vicino a Lobo che si potesse immaginare. Era destino che Momoa “tornasse” a impersonare l’ultimo Czarniano e oggi già si parla di un film “stand alone”, tutto su Lobo, rigorosamente vietato ai minori, splatter e scorretto come il fumetto anni ‘90 di Giffen, Grant e Bisley. Roba che poteva succedere solo dopo i grandi risultati su schermo di un eroe parimenti “controverso” come Deadpool. Roba che poteva succedere in Warner solo con le gestione del Comics DC Universe di un matto come James “I guardiani della galassia” Gunn. Un visionario gentile, amante dei personaggi di carta un po’ strani, estremi e meno mainstream, che una volta passato in DC aveva fortemente voluto raccontare una “sua versione” della “Suicide Squad”: la più disperata, cattiva, insensata, ironica, splatter e malinconica possibile. Riuscito a farsi approvare successivamente un “suo” Superman, ha tirato fuori dal cilindro, come coprotagonista, altri personaggi meravigliosamente strani e di nicchia come Metamorpho e la Lanterna Verde Guy Gardner, interpretata da Nathan Fillon. Un supereroe, quest’ultimo, che molti qui in Italia si ricordano di aver conosciuto per la prima volta, come guest-star, proprio dei fumetti di Lobo. E tutto magicamente “torna”. La presenza di Lobo in Supergirl è quindi una specie di super antipasto di quello che potrebbe aspettarci in futuro. 



In Sala

Il nuovo film di Supergirl arriva nelle sale non tradendo l’anima “Hardcore” e per “fan di vecchia data” che caratterizza tutte le produzioni di James Gunn. Ritroviamo anche qui, come ne I guardiani della Galassia,  rugginose case-astronavi stipate da strani coinquilini e piene di chincaglierie. Bettole spaziali fumose e pericolose, in cui si può ascoltare il meglio della produzione rock/disco terrestre. Personaggi inquietanti, pieni di borchie e piercing, in genere cattivissimi,  che vivono come pirati spaziali e non sono minimamente in cerca di redenzione. Antieroi strani, “perdenti volenterosi”, spesso alla stregua di “freak”: “falliti in cerca di redenzione” ai quali non si fa troppa fatica a volere bene, come la nostra Supergirl, perché riescono a trasudare eccentricità quando umanità. 

In più, grazie all’interessante approccio alla scrittura della sceneggiatrice Ana Noriega, il racconto prende la felice forma di una “origin story decostruita”. Il personaggio, spesso trincerato in una sorta di “armatura cinica”, riesce a svelare al meglio, con “piccole fiammate emotive”, spesso inattese, il suo reale carattere e sentimenti. Sentiamo quasi “cadere la maschera”, quando ci troviamo davanti a questi piccoli flashback frammentati, che riescono al meglio a rendercela un personaggio unico quanto tragico e che vanno “inseriti nel giusto ordine”. Complicata, tenera e sbruffona, eroica come autodistruttiva, già adulta ma ancora molto bambina, più “fragile” di quando lei stessa mai ammetterebbe, la Kara interpretata dalla bravissima Milly Alcock è uno dei personaggi più convincenti e profondi che si possano trovare nei recenti cinecomics. 

Kara è un personaggio davvero ben scritto e interpretato ed è davvero originale il modo in cui Craig Gillespie, enfatizzando sulla interazione con il personaggio “giovane e puro” di Eve Ridley, sia riuscito effettivamente a rinnovare senza tradire lo “spirito originale” dello scorbutico e amabile “cavaliere acciaccato” del western Il Grinta. Ma ci sono anche momenti narrativi di profonda introspezione, di “caduta e rivalsa”,  in cui la pellicola riesce a volare pure dalle parti di un altro grande western: Un dollaro d’onore con Dean Martin. Come nei frangenti più crepuscolari della trama, quelli in cui si riflette sul destino di “essere ormai soli”, figli di un mondo che non esiste più, viaggiano felicemente dalle parti de Il Cavaliere Elettrico con Robert Redford. 

È stranissimo ma esaltante, vedere così “attuale” un genere ormai dimenticato come il western, messo al servizio dei cinecomics. 

Anche se veniamo portati a spasso per i pianeti per tutto il tempo, sembra sempre di percorrere le strade di una Route 66 di frontiera: con tutti i sogni di libertà e disincanto che questa tratta ha ispirato ai registi dei Western, come a Dennis Hopper per il suo Easy Rider (che di fatto possiamo considerare anche lui un western crepuscolare). 

Tra viaggi e assalti alla diligenza, bar trucidi, predoni senza scrupoli, Supergirl ci regala anche un cattivo “davvero cattivo”. Certo meno affascinante del Sentenza di Lee Van Cleef, Krem delle Colline Gialle, con il volto di Matthias Schoenaert, sa mettere davvero paura. Pirata spaziale, trafficante di organi ed esseri umani, leader carismatico implacabile con la pelle d’acciaio, Krem è sempre due passi avanti alla nostra eroina, non fa mai battute, sottopone le sue vittime a continui giochi mentali sadici, gode della incapacità degli altri di essere brutali quando lui lo è con loro. Un cattivo fiero, sanguinario e senza possibilità di redenzione. Un cattivo verso il quale, come ne Il Grinta, la sua principale piccola vittima, Ruthye, dopo mille angherie, dovrà cercare di trovare un briciolo di pietà, per non “sporcare il candore della sua anima” e scendere sul suo stesso piano di “disumanità”.  Un rebus psicologico quasi impossibile, la grande “sfida morale” che il film approccia con grande tatto e disincanto, scegliendo vie non banali ma neppure facili. 


E poi c’è ovviamente Lobo, Easy Rider trucido, cacciatore delle taglie western 2.0. Carismatico e scostante, perfettamente integrato nelle atmosfere crepuscolari della pellicola, amabilmente brusco e scorretto come lo volevamo. Certo “ne volevamo di più”: lo volevamo “più cattivo”, più sulla scena principale, più controverso, splatter, anarchico. Quando Momoa ha interpretato per il film Fast X il villain Dante Reyes, quel personaggio esagerato e fuori dagli schemi era già “Lobo al 120%”. Qui invece è quasi che Lobo si metta da solo da parte, “”da signore””, per dare il giusto respiro alla storia di caduta e redenzione di Kara. Ma Lobo tiene tutto costantemente “sotto controllo”, “vigila” a pochi passi dall’azione e può così intervenire con tutta la sua potenza distruttiva, quasi come un deus ex machina. Ma quando decide di entrare davvero in azione, in una maxi rissa o a bordo del suo chopper volante, dispensando esplosioni e distruzione, sa essere davvero carismatico e protagonista. In alcuni frangenti più che Lobo potrebbe quasi sembrare un felicissimo epigono di Bud Spencer. Perché Bud Spencer nei western, e Supergirl a tutti gli effetti “è” un western, ha sempre funzionato benissimo.

Invece un po’ costretto, in una parte forse troppo piccola, è  il Superman di David Corenswet. Ma riesce comunque a ritagliarsi almeno una scena davvero interessante: quella del suo primo incontro con Kara. Davvero tenera e commovente.


Commento finale 

Supergirl ci è piaciuto molto. Bellissimi pianeti polverosi, bellissima colonna sonora pop rock vintage “James Gunn Style”. È un film decisamente “più piccolo” del precedente Superman, con meno azione roboante, effetti speciali psichedelici e scontri con creature grandi come palazzi. È invece un western crepuscolare on the road che convince, per la particolare cura della scrittura, la “giusta polverosità“ degli scenari, ma soprattutto per la bravura di tutto il cast, tra cui spicca una interprete meravigliosa come Milly Alcock. Una attrice in grado di rendere Kara un personaggio davvero indimenticabile. Se le scene action funzionano bene, le scene drammatiche portano la narrazione a un livello davvero più alto e spesso inedito per i cinecomics.

Nasce così una Supergirl come non l’avevamo mai vista. Non vediamo l’ora di vederla tornare in azione. 

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