sabato 31 gennaio 2026

Mercy - la nostra recensione del thriller fantascientifico prodotto da Amazon MGM Studios, diretto da Timur Bekmambetov, con protagonisti Chris Pratt e Rebecca Ferguson

In una Los Angeles distopica dei giorni nostri, dove per far fronte al sempre più crescente tasso di criminalità si è arrivati a confinare le fasce “più a rischio” della popolazione in “zone rosse”, barricate, piantonate e “sorvolate” da forze di polizia con delle moto volanti, è stato infine attivato l’avveneristico “Mercy Program” (letteralmente “programma Pietà”). 

Un metodo nuovo per accelerare i processi, ridurre la popolazione carceraria e far avvertire maggiormente il “peso” della giustizia. 

I processi per i reati più gravi e con le prove più conclamate vengono gestiti da una società indipendente, mediante l’utilizzo di intelligenze artificiali evolute in funzione di giudici togati e al contempo di pubblici ministeri. In un’aula virtuale, in assenza di un legale, ha così luogo un procedimento che dura complessivamente non oltre un numero di ore predefinite per ogni fattispecie di reato. Allo scadere dei minuti disponibili per la difesa, sulla base dell’audizione diretta e delle prove documentali e testimoniali raccolte, il giudice virtuale potrà emettere un giudizio di colpevolezza, espresso in “termini percentuali”, sulla base del tasso di colpevolezza finale rilevato. Una soglia di colpevolezza superiore al 92% allo scadere del tempo comporta una pena immediata e capitale: tramite l’elettrificazione della stessa sedia sulla quale, legato, l’imputato è tenuto a presenziare avanti il giudice. Una soglia inferiore di colpevolezza comporterebbe invece l’assegnazione del caso avanti a un tribunale penale ordinario, ma per ora è considerata una mera eventualità, un “caso di scuola”: nessuno in 18 processi effettuali dalla IA è mai arrivato ad abbassare la soglia di colpevolezza sotto il 92%, anche se il Mercy Program presenta diverse possibilità di difesa. 

Durante l’audizione, l’imputato è messo da Mercy nella condizione di disporre di un gran numero di risorse e autorizzazioni speciali. Può accedere direttamente a tutto l’archivio informatico e  tutte le prove raccolte dalla polizia, anche relative ad altri procedimenti di indagine. Può servirsi delle registrazioni di tutte le telecamere registrate dal database cittadino, comprese quelle relative a dispositivi privati. Può pure intraprendere piccole indagini mirate, supportate direttamente dalle forze dell’ordine.  

Ma il carattere particolarmente “inquisitorio” del procedimento rimane, unito al fatto che l’imputato deve difendersi da solo, in assenza di un avvocato e magari inesperto in materie giuridiche, con lo stress di stare seduto su una sedia elettrica. 

Nonostante alcune rumorose ma isolate marce di protesta, nonostante una media di 18 esecuzioni capitali su 18 processi, il Mercy Program continua e si avvia al procedimento n.19. 

Certo manca ancora la “convinzione effettiva” che queste intelligenze artificiali, dotate di un sistema di valutazione percentuale innovativo ma per molti versi ancora “rigido”, possano essere dei giudici idonei a trattare anche “questioni più grigie”, dove le prove possono essere ingannevoli. La possibilità di incorrere in un errore come “condannare un innocente”, visto nella prospettiva di un “bug del sistema informatico”, è sempre dietro l’angolo. È peraltro da non sottovalutare la possibilità che qualcuno abbia manipolato le IA perché operino in modo non parziale. 

Se qualcuno guarda a Mercy come un futuro della giustizia necessario, “ai piani alti” qualcuno sta iniziando a mettere in dubbio la sopravvivenza di questo nuovo tribunale. 

Diventa quindi necessario comprovare che Mercy sia un “buon giudice” e il procedimento n.19 può servire a questo scopo. L’imputato n.19 è il Detective Chris Raven (Chris Pratt), uno dei primi sostenitori dei programma, che ha fornito direttamente a Mercy i primi imputati per il suo giudizio “immediato e definitivo”. 

Raven è l’unico imputato per l’omicidio della moglie, avvenuto verso le dieci di mattina del giorno precedente l’udienza, per accoltellamento. 

Per la fattispecie delittuosa in oggetto il tempo del processo previsto è della della durata di 90 minuti, nel corso dei quali l’imputato dovrà convincere il giudice ad abbassare la sua soglia di colpevolezza al 92% partendo da una percentuale del 97.6%. 

La IA preposta al giudizio è il Giudice Maddox (Rebecca Ferguson), con cui Raven stesso ha spesso collaborato personalmente in passato, alimentando una stima reciproca. La condanna di Raven sarebbe la prova definitiva che Mercy non è manipolabile in quanto non fa distinzioni o favoritismi.

Ma in caso di assoluzione potrebbero insinuarsi dei dubbi in grado di portare attivamente al “fallimento” di Mercy, anche nel caso il detective fosse effettivamente innocente rispetto al reato a lui ascritto.

Raven ha dei ricordi confusi circa gli eventi del giorno prima, a causa di un problema pregresso di alcol, ma si dichiara innocente e sa come utilizzare al meglio tutte le risorse informatiche e umane di cui Mercy  può disporre per difendersi. 

Il tempo intanto corre molto velocemente.  


Il regista e produttore Timur Bekmambetov.

Un ritmo narrativo serrato, una passione estetica per l’action anni ‘80, tanto sarcasmo e autoironia. Ama costruire complesse sequenze visive che spesso diventano “creative e ipercinetiche” attraverso un uso non banale della macchia da presa, effetti visivi pratici, montaggio e computer grafica. Sul piano della narrazione, dimostra una particolare sensibilità nel raccontare storie di umanissimi anti-eroi rinchiusi controvoglia in meccanismi sociali crudeli, quasi Kafkiani: falliti underdog in cerca d’autore la cui esistenza è sempre (cinicamente) in bilico tra tragedia e farsa. Al regista kazako Timur Bekmambetov dobbiamo la creazione di uno stile visivo/narrativo spesso originale, personale quanto riconoscibile, che ha saputo influenzare il cinema di genere degli ultimi anni attraverso percorsi e canali non dissimili a quelli di Luc Besson. 

Come amante del genere dark fantasy ha dato vita alla prima, inaspettata quanto sorprendente, trasposizione cinematografica dell’interessante serie di romanzi horror/fantasy del “Ciclo dei Guardiani” di Sergej Luk’Janenko (editi in Italia da Mondadori). I guardiani della notte è arrivato al cinema nel 2004, seguito da I guardiani del giorno nel 2006. Due film diventati subito amatissimi per l’amore del pubblico russo per i testi originali, ma anche per le molte idee visive originali messe in campo e dalla buona direzione degli attori di Bekmambetov. Opere che per l’impatto sui noleggi vennero considerate in Russia alla stregua della saga di Matrix delle Wachowski, nonostante fossero state prodotte solo con una frazione infinitesimale del budget del colossal Warner. 

In un attimo Bekmambetov approdò a Hollywood e alla sua personale idea di cinecomics. Nel  2008 arrivava in sala l’action Wanted, la prima trasposizione cinematografica di un fumetto di Mark Millar. Di Millar sarebbero poi arrivate in sala le saghe di Kick-Ass (2010) e Kingsman- Secret Service (2014), per la regia e produzione di Matthew Vaughn, senza contare la grande influenza che avrebbero avuto altri fumetti di Millar (come la saga di “Ultimates” e il ciclo di “Civil War” della testata Avengers) nella costruzione degli Marvel Disney Cinematic Universe. Ma già in Wanted Timur Bekmambetov aveva “codificato al meglio” per il cinema,  le tavole di Millar: traducendo su schermo, con una miscela unica di rallenty, effetti visivi integrati, una fotografia patinata e fulminanti dettagli “slapstick/splatter”, tutta la muscolarità e sarcasmo per cui erano tanto apprezzati i testi e disegni dell’autore scozzese. Nel rileggere Millar, Vaughn e poi i fratelli Russo sarebbero rimasti saldamente su quel solco, giusto “calibrando” lo splatter e il sarcasmo più lontano da una immaginaria “zona Verhoeven” (perché Bekmambetov ha tanto in comune con la “poetica” dell’olandese Paul Verhoeven) a secondo delle esigenze di produzione più recenti. 


Nel 2012, con Abraham Lincoln: Vampire Hunter, Timur Bekmambetov si gettava a testa bassa nella trasposizione delle folli opere di Seth Grahame Smith, autore all’epoca lanciatissimo anche per Dark Shadow di Tim Burton. Per il suo Lincoln elaborava uno stile gotico/action/splatter dal sapore cartoonesco, che avrebbe nel 2013 ispirato un’opera amabile come Hansel & Gretel: Witch Hunters di Tommy Wirkola, ispirando nel 2016 anche Jack The Giant Slayer di Bryan Singer. Ma purtroppo il sotto-genere non attecchì bene, con questo “filone” che già nel 2016 andò a chiudersi con Orgoglio e Pregiudizio e Zombie, di Steers, tratto sempre da un testo di Grahame Smith, mentre nello stesso anno Timur Bekmambetov era già altrove: provava a reinventare un proprio Ben-Hur, purtroppo senza riscontrare troppo successo di pubblico. 

Parallelamente alla carriera da regista Timur Bekmambetov, un po’ come Luc Besson, si è dimostrato instancabile anche come produttore cinematografico. 

Nel 2009, insieme a Tim Burton, ha prodotto il bellissimo e malinconico film di fantascienza animata in stop motion 9 di Shane Acker. Nel 2011 l’horror catastrofico  L’ora nera di Chris GoraK. 

Nel 2014 diede inizio alla saga horror a tema informatico Unfriended di Levan Gabriazde, in cui tutta la narrazione avviene davanti allo schermo della chat di un pc, con piccole “finestre” che collegano i personaggi.  

Nel 2015 produceva l’ultra adrenalinico e ultra splatter action Hardcore! di Il’ja Najsuller, un film tutto girato in prima persona con per punto di osservazione gli occhi del protagonista, come i videogame di Call of Duty, mentre nello stesso anno produceva anche il fantasy young adult Dragon di Indar Dzendubaev. Dal 2017 veniva affascinato dalla produzione di film di stampo biografico: Il tempo dei primi - Spacewalker, di Dmitrij Kiselev, sulla figura del cosmonauta russo Aleksej Leonov, e Edison- L’uomo che illuminò il mondo, diretto da Alfonso Gomez-Rejon. 

Nel 2020 produceva la trasposizione del romanzo Lezioni di Persiano di Vadim Perelam. 



Bekmambetov con il suo tocco personale dalle parti della fantascienza sociale di Philip Dick. 

Oggi Bekmambetov torna in sala con Mercy, un grintoso piccolo thriller a basso budget, costruito intorno a un’idea forte quanto attuale: parlarci delle possibilità, ma pure dei rischi, di un utilizzo “estremo” dell’intelligenza artificiale in ambito giuridico. 

Veniamo da un periodo in cui al cinema si parla di IA come il “grande sostituto” dell’uomo nei posti di lavoro, in No Other Choise di Park Chan-Wook. 

Si parla al cinema di IA anche per la sua grande capacità di “mistificatrice”, per la sua abilità di camuffare la realtà “storpiandola credibilmente”, con una computer grafica che cambia volti e narrazione ai fatti, in The Running Man di Edgar Wright. 

In Mercy la IA ha un volto dalla carnagione aliena ma dallo sguardo ingenuo e gentile: quello di Rebecca Ferguson. È una creatura eterea, quasi dall’aura “elfica”, non troppo lontana dall’amatissimo personaggio di Data, interpretato da Brent Spiner in Star Trek: Next Generation. È sviluppata come un personaggio dall’animo curioso prima che “giudicante”, ricco di piccole sfumature emotive, umorismo. Un’interlocutrice con la quale è possibile immaginare un dialogo, oltre che un inevitabile scontro che, per esigenze di trama, non può che avere conseguenze letali. 

Ma la sensazione di essere all’interno di un meccanismo oppressivo rimane comunque, come da marchio di fabbrica di tutte le opere di Bekmambetov. Come rimane la sensazione di doverci confrontare con un anti-eroe inadeguato e prossimo al fallimento all’interno di una “macchina burocratica” che non è in grado di affrontare. 

Fin dalle prime scene il regista decide quindi di stemperare una materia così complessa e oscura con il sarcasmo, confezionando un “mini-spot” sul Mercy Program che ha il profumo degli ultra-cinici (e divertentissimi) “spot pubblicitari” confezionati da Paul Verhoeven in Robocop, Atto di forza e Starship Troopers

Subito dopo il film però “ci afferra”, pur sotto lo sguardo “elfico” della Ferguson: il contesto diventa diretto quanto brutale, ci fa sentire per tutto il resto del tempo impotente e incatenati a una sedia elettrica insieme a Chris Pratt. L’amato interprete di Star Lord e Jurassic World, nonché voce ufficiale del Super Mario della Nintendo, fornendo una credibile interpretazione del suo personaggio ci appare subito solo e disperato come Tom Hanks in Castaway. Il suo detective Raven sa apparirci come un uomo complesso e a tratti contorto: preda di demoni interiori, scostante, rissoso quanto a tratti fragile. Si trova in una stanza virtuale piena di schermi che trasmettono le immagini del suo arresto, i referti, le immagini dell’omicidio di cui è ritenuto colpevole, ma è condannato a “stare immobile” mentre tutti gli schermi avanti a lui si muovono di continuo, pieni di dati e immagini come in Unfriended (film prodotto da Bekmambetov). Quando la polizia entra in azione, la sua attività è ripresa in prima persona, dalle telecamere poste sull’elmetto di ordinanza, facendoci sentire come in Hardcore! (sempre prodotto da Bekmambetov), al centro della scena di un videogame a base di sparatorie, ma con Raven che è comunque costretto a rimanere immobile, come lo spettatore, cercando di sopravvivere in ragione di alcuni “gesti di pietà” (Mercy…) che speriamo arrivino dal personaggio della IA con il volto di Rebecca Ferguson. Sperando che nella “relazione momentanea” tra il detective e il giudice virtuale, tra uomo e IA,  le cose “vadano meglio” che in Ex Machina di Garland o in Her di Spike Jonze. Chris Pratt e Rebecca Ferguson sanno raccontarci bene questo complesso dialogo tra uomo e macchina: costruendo un balletto emotivo “tra ragione e sentimento” che conquista e qualche volta diverte, nel dipanarsi di una indagine scritta in modo affatto banale. Al di fuori del “piccolo mondo” della stanza virtuale del Mercy Program si può scorgere invece un “mondo posticcio”, simile a un fanta-action anni 80/90. Un mondo “ingenuo” nell’ uso degli effetti speciali per le “moto volanti”, quanto abbastanza “tradizionale” nell’uso artigianale di modellini in cartonato, usato nella costruzione delle scene di distruzione più “spettacolari”. Un’estetica retro-futuristica “ultra-soft”, amorevolmente dalle parti di Timecop con Van Damme. 

Ma il film “sta tutto” e “funziona” bene dentro quella stanza virtuale: nello scambio di battute gustose tra Pratt e la Ferguson. Nei dialoghi sul valore etico e produttivo delle “percentuali”. Nei discorsi sulla necessità di accettare delle “imperfezioni” rispetto al protocollo, per garantire le ragioni più profonde per cui ogni protocollo è stato redatto. Sono qui che vengono espresse le cose più interessanti e si fa largo, piano piano, una visione del mondo futuro complessa, che non dispiacerebbe a Philip Dick.


Mercy è un piccolo film con un piccolo budget, ma realizzato con tanto amore e soprattutto buone idee narrative.

Un film oggi particolarmente utile anche per portare avanti in modo non banale il dibattito sulle IA. 

Bekmambetov si conferma un autore interessante, ricco di sarcasmo e di sorprese visive, che qui sa “sfruttare” alcune buone idee nate all’interno di alcune pellicole da lui stesso prodotte (Unfriended e Hardcore!), immergendo il tutto in una gustosa “salsa fantascientifica anni 80” con aromi da Verhoeven. 

Molto bravi Pratt e la Ferguson. 

Solo 90 minuti di durata complessiva: cosa che per i giorni nostri è quasi un miraggio.

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lunedì 22 dicembre 2025

Jujutsu Kaisen: Esecuzione - la nostra recensione del nuovo film compilativo tratto dall’anime realizzato da Studio MAPPA, tratto dal manga scritto e illustrato da Gege Akutami

Premessa: Jujutsu Kaisen è una serie manga di genere action, prima opera lunga di Gege Akutami, pubblicata in Giappone sulla rivista Shonen Jump dal marzo 2018 al Settembre 2024. Raccolta in 30 volumi complessivi, l’opera è arrivata in Italia nel periodo covid19 grazie a Planet Manga. La versione animata, realizzata dal prestigioso Studio MAPPA (Dorohedoro, Chainsaw Man, Attack on Titan stagione 4), è in corso di pubblicazione dal settembre 2020. La trasposizione in animazione per il momento consta di una prima e seconda stagione di 47 episodi complessivi, che coprono circa i primi 16 volumi del manga, a cui nel 2021 si è affiancato un film prequel, Jujutsu Kaisen 0, che integra la trama con gli eventi raccontati nel manga breve di Akutani Tokyo Metropolitan Curse Techincal School, serializzato su un volume unico.

La pellicola Jujutsu Kaisen: Esecuzione nella sua prima parte riassume, attraverso scene di montaggio della serie tv, l’arco narrativo relativo a L’incidente di Shibuya: un’unica lunga notte raccontata nel fumetto dal capitolo 83 al 136, eventi trasposti in animazione dall’episodio 30 al 47 (ultima parte della seconda seria). La seconda parte del film mostra invece in anteprima i primi due episodi della terza stagione dell’anime, che sarà trasmessa in streaming all’inizio del 2026, prendendo il titolo “Esecuzione” dal capitolo 140 del manga. 


Il “mondo” di Jujutsu Kaisen: in un Giappone distopico dei giorni nostri, nascosti alla luce del sole, gli stregoni combattono contro creature terribili generate dalla “negatività dell’anime umano”: le maledizioni. Queste creature, classificate secondo grado di pericolosità, nascono e  si aggirano tra i luoghi dove dolore e disperazione sono più forti: posti come cimiteri, ospedali, carceri minorili, scuole dove regna il bullismo, luoghi in cui c’è stata una strage. Ogni tanto le maledizioni assumono un aspetto comune, come quello di un passante o un animale, ogni tanto appaiono come demoni e spiritelli del folklore o Kaiju. Il loro numero e densità possono essere influenzati dalla storia del territorio quanto dal corso delle stagioni. Esistono “feticci” che permettono di stabilizzare la loro presenza in alcune aree o rilevare nuove minacce. Con alcune maledizioni ci si può “convivere”: sono come folletti che si limitano a posarsi sulla spalla di un malcapitato alimentando uno strano mal di schiena, ma quelle davvero pericolose ed evolute hanno iniziato a parlare, comunicare, pensare in modo articolato. Non si limitano a “nutrirsi”, desiderano comandare gli esseri umani. Alcune di loro sono antichissime, potenti e hanno trovato anche il mondo di “impossessarsi” degli esseri umani: servendosi di loro come burattini o gusci energetici. 

Sebbene qualche umano possa percepire la presenza delle maledizioni, le cosiddette “finestre”, sta agli stregoni combatterle. Gli stregoni come loro “nemico naturale” hanno appreso dei modi per convertire la loro negatività interiore “da esseri umani” trasformandola in energia: al posto di generale maledizioni, usano questa forza per creare armi e artefatti spiritici, evocare shikigami, perfezionare tecniche di lotta, erigere enormi barriere spirituali nelle quali combattere e al contempo proteggere la popolazione dagli effetti dello scontro. Esistono in Giappone tre grandi casati di stregoni, una scuola per stregoni a Tokyo e una Kyoto. Gli stregoni operano sotto copertura, autorizzati dal governo centrale, ma con il tempo si sono fatti largo anche degli “stregoni neri”, che sembrano riconoscere come autorità solo le maledizioni più antiche, al pari di vede e proprie divinità. 


La storia fino a qui: L’antico stregone Ryomen Sukuna, una delle creature più potenti e pericolose del passato, sta per tornare in vita. Quello che rimaneva finora di lui, le sue venti dita, alcune utilizzate come feticci per stabilizzare la presenza delle maledizioni sul territorio, hanno trovato accidentalmente un “recipiente idoneo” nel giovane e misterioso Yuji Itadori. Tra i due è nato forse un “patto”, ma il ragazzo sembra saper contenere l’incredibile potere di Sukuna senza rimanerne schiacciato. Lo scapestrato stregone di alto livello Satoru Gojo ha deciso di vegliare su di lui, inserendolo nella scuola di stregoni di Tokyo per formarlo come esorcista: se Itadori, debitamente preparato, riuscirà a ingerire tutte e venti le dita di Sukuna, sarà possibile con un rito liberarsi per sempre della sua minaccia. Ma stregoni neri e maledizioni antiche stanno tramando perché il piano fallisca, Itadori perda il controllo e il demone si impossessi così del suo corpo per una rinascita completa. Proprio per scongiurarne la rinascita, ai “piani alti” alcuni stregoni preferirebbero che Itadori venisse subito ucciso, alla stregua di una maledizione incontrollata, cercando più occasioni per attentare alla vita del ragazzo. 

Se alcuni vedono il ragazzo come una minaccia e altri come un semplice “recipiente”, Satoru Gojo, come insegnante, vede in Yūji un ragazzo dalle grandi capacità fisiche, spirituali ed emotive: un ragazzo che può diventare la persona giusta per il futuro degli stregoni, in un periodo in cui la corruzione di chi è al vertice sta diventando sempre più evidente. Allo stesso modo anche il silenzioso e “schematico” stregone Kento Nanami, una sorta di “detective dell’occulto”, si occupa di Yuji seguendone il tirocinio sul campo con attenzione ed entusiasmo, ma il destino del ragazzo è destinato a scontarsi fin troppo presto con l’essere “dal volto ricucito” Mahito e con il misterioso Suguru Geto. 

Nella lunga notte di Halloween Yuji si è trovato di colpo privato delle sue due guide, con l’enorme fardello di sentirsi responsabile di una delle più grandi stragi che Tokyo ha subito negli ultimi anni. In uno scontro brutale, contro maledizioni in grado di abbattere interi palazzi, che si è protratto per ore facendo centinaia di vittime tra i civili, il ragazzo e tutto il gruppo di studenti delle scuole di Tokyo e Kyoto hanno subito enormi perdite, rimandando per sempre segnati da quegli eventi. 

Affrontare il peso di quella tragedia è difficile soprattutto ora che è arrivato ufficialmente dalle tre case “l’ordine di esecuzione” di Yuji, in quanto considerato una maledizione fuori controllo. 

Riuscirà il ragazzo a sopravvivere e rialzarsi da questa terribile situazione ?


Avvertenze e Ambizioni di un film di compilazione: I film di compilazione esistono da sempre nel mondo degli anime giapponesi. Sono una specie di “Happening” in cui i fan si possono riunire per ripassare velocemente gli eventi di un cartone animato in vista di una nuova stagione o di un film vero e proprio che è in fase di produzione. 

Esistono però film di compilazione in grado di essere seguiti con facilità anche da spettatori che non conoscono l’opera, come il recente film di Solo Leveling, che faceva da “ponte” tra la prima e seconda stagione dell’opera, come esistono pellicole come questo Jujutsu Kaisen -Evocazione, che per il fatto di raccontare eventi molto più avanzati nella trama di riferimento possono risultare un po’ ostiche.   

L’arco narrativo raccontato in L’incidente di Shibuya, si pone a metà dell’opera generale e rappresenta proprio la “parte finale”, il climax, di una serie di eventi che si sono sviluppati fin dai primissimi episodi, che in questa sede vengono richiamati in modo molto stringato. Nella prima parte di questa pellicola, i 50 minuti di “riassunto” risultano davvero troppo stringati in considerazione della lunghezza e complessità dell’arco narrativo stesso: 53 capitoli del manga, che erano poi stati adattati in animazione in 17 episodi della durata complessiva di circa 340 minuti. In un quinto del tempo dobbiamo seguire sulla scena almeno 15 personaggi distinti, i cui ruoli, relazioni, tecniche di combattimento e storie personali a volte sono solo fugacemente accennati o non lo sono per niente. 

Riguardo invece la seconda parte della pellicola, il problema è diverso ma speculare: i primi due episodi in anteprima della stagione tre, pur non dovendo operare una sintesi, risultano ugualmente “troppo sospesi” ad eventi futuri solo accennati. Da questo connubio, Jujutsu Kaisen - Esecuzione esce come un’opera decisamente carica di mistero, forse troppo. 

Un mistero che assume invece tutt’altro “sapore” se si conoscono bene il manga e l’anime: permettendo ai “veri fan” di apprezzare l’originale “taglio narrativo” con cui MAPPA ha scelto di introdurci qui più che altro al “mood” della nuova stagione tv che partirà nel 2026. Una terza serie che in questa “fase di preview” decide di concentrasti sui toni drammatici, mettendo momentaneamente da parte le (pur riuscite) situazioni “più leggere”: dall’ironia dei dialoghi e delle scene comiche con personaggi disegnati in modo super deformed, ai personaggi “più buffi”, come Panda, che ora appaiono quasi di sfuggita. 

Grazie alle soluzioni di montaggio veniamo così, insieme al protagonista, calati in un “barato emotivo” profondo quanto affascinante: una “linea tragica” che, esplorando in modo non banale temi come il senso di colpa e il fallimento, sa amplificarsi bene proprio attraverso le ottime, spettacolari e concitate scene d’azione che lo Studio MAPPA  (Chainsaw Man, L’Attacco dei giganti stagione 4) è sempre più bravo a confezionare. 

La pellicola, pur non potendo contare di una produzione per il grande schermo come il recente film sempre di MAPPA dedicato a Chainsaw Man, rimane una autentica gioia per gli occhi di tutti coloro che vogliono essere trascinati in un mondo onirico quanto carico di scene d’azione spettacolari ed elaborate. 

Visivamente l’opera è sempre sontuosa, potente quanto carica di dettagli.  

Peccato che lo spettatore occasionale rischia seriamente di perdersi, tra i tanti personaggi, le varie sotto-trame di stampo “politico” e soprattutto tra i meandri di una “lore” fatta di tanti “meccanismi esoterici” affascinanti quanto a tratti ostici pure per gli appassionati. 

FinaleJujutsu Kaisen è un’opera bellissima, carica di stile e tematiche anche molto profonde: un’opera che si mette di prepotenza tra gli “shonen” più belli degli ultimi anni, citando a piene mani Naruto (il tema della maledizione), Hunter x Hunter (il sistema di combattimento degli stregoni che riprende il “Nen”) e Bleach (per umorismo e per l’articolata struttura politico / gerarchica), ma trovando sempre una propria voce originale grazie a ottimi personaggi, soluzioni narrative non banali e una Tokyo spettrale che sa farsi facilmente largo nell’immaginazione. Un’opera scene merita di essere esplorata al meglio “senza troppa fretta”. Questo film è più che altro da considerarsi un ottimo antipasto per chi è già fan. 

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mercoledì 17 dicembre 2025

Wicked 2: For good - la nostra recensione della seconda parte del film musicale diretto da Jon M.Chu, con protagoniste Cynthia Erivo e Ariana Grande.


Se con Wicked: prima parte non mi aspettavo nulla ed ero rimasta strabiliata dalla bellezza del film, “anche meglio del musical visto a teatro a Londra”, con Wicked: for good, cioè la seconda parte, ero turbata. 

Riusciranno a “rovinarmi” tutto quello che avevano fatto con la prima parte? 

Di solito tutti i musical, nella seconda parte, hanno un calo per poi riprendersi nel finale… ma andiamo a vedere meglio, senza fare spoiler!! 

Sono trascorsi cinque anni dagli eventi raccontarti nella prima pellicola. 

La cattiva strega dell’ovest era volata via con la sua scopa e la buona strega del nord era rimasta ad Oz per portare pace, amore e tranquillità nei suoi abitanti, con il tutto che ci viene presentato da un filmato fatto in stile Istituto Luce in bianco e nero. Poi tutto prende colore, partendo dalla costruzione della strada per arrivare ad Oz, con le sue mattonelle gialle, arrivando al rosa degli outfit della strega buona. 

Una Glinda combattuta, tra il rinnegare la sua amica Elphaba o darle una nuova possibilità per redimersi, che riceve in dono da Madame Morrible (Michelle Yeoh) una enorme bolla gigante. Una bolla per siglare il suo “nuovo status”, un mezzo di trasporto elite “perché lei vola e tu no”, ma forse più che altro un oggetto appariscente che sembra rinchiuderla in una effimera “bolla di sapone”. Il nobile Fiyero (Jonathan Bailey), sempre innamorato di Glinda, intanto si è innamorato sempre di più della sua nuova divisa da alto ufficiale dell’esercito di Oz: un perfetto e un po’ ottuso soldato di latta.  

Elphaba, ormai diventata per tutti controvoglia la “strega verde”, vive invece male tutto quello che prova a fare e le succede intorno. Vorrebbe smascherare quel gran cialtrone del mago di Oz, aiutare a costruire un mondo migliore e più equo, ma ogni azione finisce per ritorcersi contro. 

Arrivata a rifugiarsi nella foresta per sfuggire dalle scimmie volanti, qui ha trovato l’ambiente ideale per dare una casa agli animali magici scappati da Oz, ma quegli stessi animali ora prendono ordini da quel leone che lei aveva salvato quando era alla scuola di magia. Un leone più risentito che coraggioso. Come è risentita dei conformi di Elphaba persino la sua amata tata orso, che ora ha smesso di ascoltarla. Anche i pochi momenti in cui Glinda ed Elphaba si incontrano-scontrano, cercando di ricostruire il loro rapporto sempre sul filo di odio-amore, finiscono inevitabilmente per… ma niente spoiler! 

Nel frattempo Nessarose (Marissa Bode), la sorellina di Elphaba, ha preso il posto del padre, diventando la governatrice del paese dei Mastichini. A giorni alterni appare “mezza buona” o “mezza tiranna”, più che altro spinta dal timore di perdere per sempre il suo unico affetto: un Boq (Ethan Slater), che spesso viene trattato alla stregua di un pupazzo senza volontà, quasi uno… Ma niente spoiler!! 

Vabbè, ma come vado avanti, senza aggiungere qualche spoiler? Dicendo che a un certo punto, dietro consiglio di Glinda, gli avvenimenti che portano alla costruzione della situazione iniziale de Il mago di Oz  “accadono”. Con tutti i personaggi che “mutati nella forma”, ma non nella sostanza trovano “il loro posto” alla perfezione, accanto a Dorothy. Una  Dorothy misteriosa, che non vediamo mai in volto (scelta che condivido perfettamente perché porta rispetto al film del 1939), con al seguito il cagnolino Toto, un leone codardo (che però qui abbiamo già “conosciuto” in tutta la sua rabbia), un tagliaboschi di latta (spettacolare la sua prima apparizione) e infine uno spaventapasseri. L’uomo di latta sarà meno pacato e adorabile del personaggio con voce calma e cordiale che ricordiamo: più simile a un gran rompiscatole che odia profondamente la cattiva strega dell’Ovest. Lo spaventapasseri sarà invece particolarmente affascinante. 

Durante la storia ovviamente, “rivedremo” e scopriremo qualcosa di più anche sul passato ( e sul “futuro”) del mago di Oz.  


Bellissima seconda parte del musical Wicked, a cui sono state aggiunte un paio di canzoni bellissime ma che, a detta di chi scrive, magari si potevano ridurre… perché, da super amante dei musical, in questa seconda parte cantano veramente tanto… si muovono benissimo sulla scena tutti i protagonisti, ma ruba a tutti la scena la straordinaria Cynthia Erivo: splendida Elphaba che vive il tormento di essere buona, fare del bene per salvare animali, persone, cose e infine essere incolpata come causa di ogni loro male, finché non esplode nella canzone “No good deed”. Da vera nuova diva dei musical, ci regala qui una interpretazione da brivido, trasformando “No good deed” in un momento musicale che ci ricorda il brano “Gethsemane” del musical Jesus Christ Superstar: un'opera che ha interpretato la stessa Cynthia Erivo proprio in questa estate, nel ruolo di Giuda, in un’edizione speciale eccezionale del capolavoro di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice. 

Ma non meno sorprendente della Erivo è Ariana Grande, nei panni di un personaggio decisamente più complesso di quel che appare come fata in una bolla di sapone. Un personaggio in grado di tenere sulle proprie spalle l’intero film, diventandone il cuore pulsante, la parte più fragile e umana. Probabile la doppia candidatura e, perché no, la doppia vincita ai prossimi Oscar per entrambe le attrici. 

Film da gustare, magari anche se non si è vista ancora la prima parte, con durata più contenuta. 

Non saprei dire com’è la versione italiana perché ho preferito vedere l’originale, ma scommetto un ottimo lavoro come per la prima parte. Un ottimo regalo cinematografico in questo periodo di feste. 

Voto 4 su 5.

B.Gis

sabato 6 dicembre 2025

The smashing machine: la nostra recensione del film biografico/drammatico sulla star dell’MMA Mark Kerr, scritto e diretto da Benny Safdie, con protagonisti Dwayne Johnson ed Emily Blunt

 


Alla fine degli anni ‘90 il lottatore Mark Kerr (Dwayne Johnson) era per i suoi avversari sul ring una vera e propria “macchina di distruzione” (in inglese: smashing machine). Che si trattasse di wrestling, Vale Tudo o qualsiasi forma di arti marziali miste (MMA), i suoi incontri erano autentici concentrati di adrenalina racchiusi in pochi secondi. Il gong suonava e dopo i primi scambi di calci e pugni il rivale era travolto dai colpi, spinto a cadere.  Kerr che gli era sopra prima che toccasse terra, lo immobilizzava con le gambe. Seguiva una scarica di pugni veloci e letali come piccoli uragani, che si diradavano solo con la perdita dei sensi dell’avversario: KO tecnico. 

A ogni match il copione si ripeteva, fulmineo e drammatico, sempre più inebriante. 

Kerr raccontava ai giornalisti di come in quei momenti convulsi di lotta era investito da qualcosa di trascendente, “mistico ed eroico”, a tratti anche erotico. Una sensazione di onnipotenza, che allontanava ogni forma di compassione in ragione dell’estasi. 

A fine match qualcuno rimaneva “inevitabilmente a terra”, forse per sempre. A pezzi, tra ecchimosi e fratture varie, a volte in uno stato confusionale per i troppi colpi rivolti alla testa. Per un attimo osservare quelle poltiglie umane straziava il cuore, ma Kerr tornava subito imbattuto e felice, “ancora una volta in piedi”, acclamato. Pieno di medaglie, sulle copertine, e nei talk tv, con una nuova villa con piscina nel cuore della metropoli, una macchina di lusso, una donna bellissima e sempre sorridente che lo adorava sempre al suo fianco, Dawn (Emily Blunt). 

Rimanere sulla cima del mondo sembrava facile: doveva solo “tenere il ritmo”. Non abbassarsi mai a una forma fisica meno che perfetta. Curare spasmodicamente l’alimentazione con strani frullati iperproteici, costiere il corpo con ore di palestra e affinare lo stile con allenamenti costanti, in sempre nuovi stili di lotta. Se le forze lo abbandonavano, bisognava rialzarsi sempre, subito, anche dopo aver subito troppi colpi. 

Nei primi tempi gli antidolorifici diventavano per lui amici discreti: sotto prescrizione medica curavano giusto le botte e alleggerivano la testa dai pensieri, aumentando insieme velocità di ripresa e buon umore, fluidificando le relazioni pubbliche.  

Con il tempo, con prescrizioni mediche sempre più numerose e “dubbie” da fornire in farmacia, gli antidolorifici avevano finito per curare anche “tutto il resto”, facendosi percepire sempre più indispensabili e inefficaci. Per sopravvivere e tenere insieme quell’immagine eroica di se stesso, Kerr aveva finito per lasciarsi trascinare dai farmaci da un luogo all’altro come uno zombie, perennemente confuso, nei momenti più felici come nei più brutti, come trascinato dalla marea. 

Ma Dawn viveva forse nella stessa madre: era sempre con lui, ancora felice, forse più di prima. Mark sembrava ascoltarla più di quanto non avesse mai fatto, appariva gentile e soprattutto non le faceva pesare troppo il “suo” di vizio: l’alcol. 

Dawn, per sopravvivere alle sue insicurezze delle vita pubblica e di un uomo forse troppo orgoglioso, che ogni giorno veniva coperto da “lividi per lavoro”, aveva trovato nel bere una “compagnia liquida” ideale. Dawn sentiva quasi di potersi prendere cura del marito, di poterlo capire di più. 

In qualche modo la vita girava bene, almeno fino al grande torneo di arti marziali di Tokyo: il Pride Grand Prix del 1999. 


Un evento unico al mondo, la prima volta che combattenti occidentali si contendevano il titolo con i più grandi maestri di arti marziali miste asiatiche. Mark era chiamato a essere il pioniere di una nuova era della lotta professionista, per arrivare al meglio al suo incontro con la Storia era partito per l’Oriente in volo business class a fianco del suo amico e compagno di lotta di sempre: il silenzioso e premuroso, spesso “inascoltato”, Mark Coleman (Ryan Bader). Solo che a Tokyo con loro c’erano anche gli antidolorifici, con Mark che firmava contratti, alzando i pugni e stringendo mani in costante stato di ebbrezza: lo stato ideale per non comprendere a pieno la realtà e i suoi tranelli. 

Per quella che può essere intesa come una “incomprensione culturale”, nelle regole dello scontro venivano accolti dai giudici di gara anche dei colpi proibiti cui Mark era impreparato. 

Al primo match, lui andava a terra senza potersi rialzare, per la prima volta nella sua vita. Colpito da così tanti pugni alla testa che non si potevano contare: tanti quando quelli che di solito era abitualo a dare lui agli altri. 

Sconfitto, non solo sul ring: la questione degli antidolorifici veniva a galla, con l’obbligo morale/contrattuale di una riabilitazione di mesi, in un centro specializzato, per continuare a combattere e riprendersi parte dell’onore svanito. 

Dawn arrivava a Tokyo con un volo low cost per raccoglierlo da un letto di ospedale, preoccupata, incazzata e come sempre alticcia. Saettando parole di odio per Mark Coleman: che non aveva impedito che quella situazione accedesse, che non aveva evitato che Mark si riempisse di antidolorifici come sempre. 

Coleman, dopo essersi scusato, in punta di piedi sarebbe tornato l’anno successivo in Giappone, per vincere lui quel titolo mancato dall’amico. Mark sarebbe invece andato a disintossicarsi per tornare a tirare pugni come una macchina di distruzione “per bene”. Per tornare ancora a Tokyo appena possibile, dopo aver ripreso in mano la sua vita senza antidolorifici, affrontando dolori che da anni non provava più a sopportare.  

Sentandosi molto più debole e meno tollerante di quanto lo era mai stato.

Affrontando anche il dolore e le responsabilità di non esserne più “allineato” con Dawn, che intanto non aveva fatto i conti con il bere. Mark e Dawn erano in un rapporto di coppia sempre più difficile, che fino ad allora si era sostenuto e tollerato grazie al barcollare fiducioso in una “dipendenza reciproca”. Come sarebbe stato il futuro?


A24 e il regista e sceneggiatore Benny Safdie, regista dell’interessante film drammatico Good Time, del 2017, sulla base di alcune interviste e con la partecipazione del vero lottatore Mark Kerr adattano per il grande schermo uno dei momenti più difficili della sua vita reale da combattente: anche per offrire all’ex lottatore e ora attore  Dwayne “The Rock” Johnson la “parte della vita”. Forse la sua prima reale opportunità di entrare nella rosa dei migliori attori ai prossimi festival internazionali. 

Sembra chiara l’intenzione di seguire con quest’opera in solco di classici del cinema come Toro Scatenato di Scorsese, la saga di Rocky di Stallone, The Wrestler di Aronofsky, The Fighter di O’Russell, Hurricane di Jewison, ma si avverte anche la voglia di raccontare gli sport di lotta in una “chiave nuova”. 

Una chiave narrativa che la casa di produzione A24 ha scelto di raccontare a partire dal fenomenale The Iron Claw del 2023, scritto e diretto da Sean Durkin, con protagonisti degli ottimi Zack Efron, Jeremy Allen White e Dennis Dickinson, che prosegue proprio con The Smashing Machine: trasporre cinematograficamente  storie reali di combattenti di wrestling. Partire dalla radice “eroico/simbolica” di questi uomini, per molti considerati alla stregua di gladiatori moderni, per raccontarne dolori/fatiche che questi atleti hanno sperimentato oltre alle “contusioni” del ring. Portando con la stessa convinzione (e proporzione), sul palcoscenico, spettacolo muscolare e dramma umano.  

Se, oltre a magnifici combattimenti, in The Iron Claw andava in scena una storia familiare e sportiva con il “sapore e dolore” della tragedia greca, in The Smashing Machine ci troviamo davanti a un film di combattimenti ma anche intimo e drammatico. Un film “sul fallimento e sulla dipendenza” che entra spesso in felici assonanze con il pluripremiato Via da Las Vegas del 1995, di Mike Figgis con protagonista Nicolas Cage. 

Le similitudini partono dal piano visivo, dalla scelta di immagini “sgranate e  sfocate” dal direttore della fotografia Maceo Bishop, che seguono idealmente l’approccio “evocativo/simbolico” di Declan Quinn per Via da Las Vegas di Figgis. Sono immagini da “paesaggio impressionista”, ideali per raccontare una “storia sospesa”, più sul lato cromatico/emotivo che realistico. 

Quinn dipingeva una Las Vegas cromaticamente dai toni neri di “un’eterna notte senza uscita”, resa sopportabile da “fioche luci (di speranza) artificiali”: color oro acceso, “rilasciante” da non-luoghi come la stanza di albergo come dal colore del whisky e degli  altri liquori “co-protagonisti” sulla scena.  

Bishop in Smashing Machine dipinge invece cromaticamente una realtà duale tra Giappone e America. La città di Tokyo ha palette di giallo acido e ombre nette: è una Tokyo di fine anni ‘90 ma ancora con il sapore di quella degli anni ‘70, del Catch di Antonio Inoki (o dell’Uomo Tigre animato). È una Tokyo “severa e giudicante”. A contrario, abbiamo un’America patinata e pastellata dai colori accesi rossi e blu: “iconografica”, apparentemente “gentile” ma ugualmente “lontana”. Anche lei forse uscita da un’altra epoca: quella dei telefilm di primi anni ‘80. L’America del primo grande successo in tv del Wrestling e degli Action Movie muscolari, in un clima culturale di apice e crisi definito di “nuovo edonismo”. È una America “accondiscendente e plasticosa”, dal sapore precario quanto malinconico. 

Posto visivamente questo dualismo e questo approccio più emotivo che realistico al contesto, la “dipendenza” da antidolorifici del personaggio di Dwayne Johnson, come quella da alcol del personaggio di Nicolas Cage, si impone “di pari passo” sulla scena: prendendosi i primi piani, attenuando l’intreccio, i personaggi di contorno e tutto il resto. La performance del protagonista, il “soggetto che viene agito” dalla dipendenza che lo possiede, diventa così l’unico punto di riferimento chiaro. Anche se in questo caso il film non parla di una singola dipendenza, ma di due: con il personaggio di Emily Blunt che non si accontenta di certo del ruolo di contorno, volendo imporsi con pari forza sulla scena. Emily Blunt, da grandissima attrice, pur potendo contare di meno scene su schermo, riesce sempre a far emergere, con incredibile forza e trasporto la complessità e il tormento de suo  personaggio, fino a “sottrarre il riflettore” a Dwayne Johnson. 


Ed eccoci quindi a parlare di Dwayne Johnson. È il protagonista di un film che vuole un “One Man Show”, annebbia (quasi) tutto il resto e lo pone al centro dell’immagine, a nudo e per la maggior parte del tempo “non protetto” dalla classica armatura di muscoli, ironia e autoirona che di solito lo aiutano sullo schermo. Vulnerabile e senza filtri, potendo contare prevalentemente sul proprio dolore ed emotività, come lo era stato per Cage, che per Via da Las Vegas portò a casa un Oscar.

Johnson poteva capire i dolori fisici di una vita da lottatore professionista come Kerr, perché anche lui era stato a lungo lottatore di Wrestling, avendo vissuto lo stress degli incontri settimanali in giro per il mondo, gli infortuni, la necessità di un allenamento costante e le difficoltà di una vita sempre sotto i riflettori. Inoltre, seppure in termini e portata diverse da Mark Kerr, anche Dwayne Johnson sta forse vivendo, oggi, un periodo di crisi. Johnson si è rivelato un autentico re Mida di Hollywood fin dall’esordio, con La Mummia 2. È stato con successo protagonista di molte piccole pellicole muscolari, si è messo alla prova in ruoli anche ironici come Be Cool L’acchiappadenti, ha rivitalizzato le saghe di Fast & Furious e Jumanji ed è riuscito a trovare il “ruolo perfetto” in Pain & Gain di Michael Bay, Johnson. Sembrava “invincibile al botteghino” come lo era stato negli anni ‘80 Arnold Schwarzenegger, ma poi sono arrivati i primi insuccessi. Gli screzi con Vin Diesel (per qualcuno il “nuovo Sylvester Stallone”). Il più grosso e doloroso flop, con il colossal Black Adam che ha finito la corsa non raccogliendo che le briciole del suo costo di produzione. 

Johnson con Smashing Machine idealmente “si rialza”, ripartendo da zero e dalla lotta professionistica: un mondo che ben conosce, dal quale è stato “celebrato e inebriato” come era successo al vedo Mark Kerr. Le scene in cui dà il massimo sono ancora quelle di lotta e di “allenamento alla lotta” (ce ne è pure una con in sottofondo My Way di Sinatra), che affronta con tutta la grinta e spettacolarità che da sempre porta sullo schermo, ma è qualcosa di del tutto nuovo vederlo interagire con tanta spontaneità ed espressività al fianco di Emily Blunt, che è già stata al suo fianco sul set dell’ottimo action per famiglie Jungle Cruise di Jaume Collet-Serra (regista con cui The Rock subito dopo ha condiviso in flop di Black Adam). I due recitano insieme con una grande intesa e complicità, dando luogo a momenti davvero molto teneri (la sequenza al luna Park), quanto sorprendentemente è riuscitamene drammatici (il meraviglioso finale). Inoltre Johnson sceglie con grande attenzione di recitare di sottrazione, prediligendo i silenzi, lavorando molto sulla gestualità del corpo e facendosi aiutare dal montaggio e dalla colonna sonora della brava Nalo Sinephro. Sa di essere “ancora indietro” per essere considerato a tutti gli effetti un grande attore drammatico: punta ad apparire quanto meno “genuinamente reale”, raccontando una parabola umana che poteva essere benissimo anche la sua. Per “contenere come riesce” quell’enorme corpo muscoloso che incarna, spesso sceglie di presentarsi sulla scena “a terra senza forza”, “scarico”, emotivamente spento. Ha l’umiltà di indossare un trucco che ne modifica fortemente i connotati, risultando a un primo sguardo quasi irriconoscibile: di fatto è forse la prima volta che The Rock non appare a tutti gli effetti “uguale a se stesso.” Ma soprattutto Johnson ha la forza di guardare in faccia il mostro della “dipendenza”, che per lui forse è diventato con il tempo una “fame di fama” davvero importante e ingombrante. Un mostro che decide di affrontare sulla scena con tutte le difficoltà che questo comporta sul piano recitativo quanto umano. Anche a costo di “abbattere” quell’immagine da supereroe che da sempre pare indossare con la spontaneità di un pigiama. 

L’impegno c’è ed è evidente. La pellicola fa di tutto perché la performance emotiva migliore occupi il centro della scena ed Emily Blunt è una partner perfetta, sempre inappuntabile, la conferma di un enorme talento. 

Tuttavia The Smashing Machine, come ogni “titano” nei miti dell’antichità, non riesce del tutto nella sua impresa, seppur “combattendo come un leone” fino a i titoli di coda. 

Il film presenta alcune increspature estetiche che possono per qualcuno renderlo forse troppo “pomposo” (come il già citato montaggio stile Rocky con in sottofondo My Way di Sinatra, che per alcuni può sembrare “troppo”), la trama a tratti si sfilaccia rinunciando di raccontarci scene che potrebbero essere importanti (come il periodo di riabilitazione di Kerr), la lunghezza complessiva è forse troppo imponente, con momenti che rischiano di diventare ridondanti (tutta la sotto-trama su Mark Coleman). 

Tutte imperfezioni che forse non permettono a The Smashing Machine di entrare nella storia come Via da Las Vegas di Figgis o come Rocky, ma difetti che ci rendono comunque ancora più sincero, umano e “imperfetto” il The Rock cinematografico. The Smashing Machine è un film a cui ci si può affezionare e di sicuro è il felice risultato di un impegno encomiabile. 

Talk0

mercoledì 26 novembre 2025

Dracula - l’Amore perduto: la nostra recensione della nuova incarnazione cinematografica del vampiro scritto da Bram Stoker, firmata questa volta da Luc Besson e con il volto di Caleb Landry Jones

La storia è nota e riprende molto da vicino le pagine di Stoker, ripercorrendo una visione estetica/simbolica vicina a quella di Francis Ford Coppola e lontana dalle produzioni vampiriche Hammer. L’occhio e il cuore di Besson però vanno altrove e scelgono di rileggere la materia nella chiave estetica e crepuscolare del fumetto europeo: attingendo a piene mani dalle atmosfere satiriche, barocche e sovraccariche  delle opere di JodorowskyMoebius, ma soprattutto dalla “favola medioevale amara”, Thorgal di Jean Van Hamme (lo stesso autore di Valerian).   

Su una scena sfavillante ma polverosa (una “polvere nobile” che ricorda le prime scene del Gattopardo), il mito del vampiro torna “fantasma” del potere aristocratico nel medioevo passato alle prese con l’epoca dei lumi dell’età moderna. Un Dracula autentico iconoclasta (in senso “molto più che figurato”, già dalle prime scene) che mette da parte armature lucenti e abiti polverosi di un potere secolare/morale ormai fuori moda e accoglie qui, come sua nuova casa, una Parigi “rinnovata e illuminata” da una “nuova cattedrale” edificata proprio per l’esposizione internazionale: la torre Eiffel

Un’opera simbolo di una Parigi moderna, sfavillante e inclusiva, per un Dracula ugualmente moderno. 

Un “succhiatore di sangue” per necessità, pragmatico e concreto: uccide di mala voglia per questioni di sopravvivenza genetica e senza particolari vanti. Una creatura che predilige nella caccia usare le arti di seduzione e consenso  (come un profumo che porta all’euforia dionisiaca/cannibale, che pare uscire da un romanzo di Suskind) più che sguainare denti aguzzi. Un uomo che sa mettersi in gioco sul piano emotivo, che con lucidità vuole indagare su se stesso e sul significato più profondo della sua esistenza/condanna di non morto. Un Dracula che combatte Van Helsing (Christoph Waltz) non con le trasformazioni e canini sguaiati ma impostando un dialogo intellettuale, quasi psicanalitico, sul senso della fede e sul valore delle relazioni umane. E in questa pellicola Van Helsing  non è più “solo” il classico “uomo di scienza”, ma anche un “sacerdote” che si affaccia al pensiero freudiano.

Dracula ammette di essere stato un giovane “sanguinario per motivi di stato”, è consapevole della sua forza ancora devastante, ma ora agisce quasi solo per difesa. È pure un ottimo datore di lavoro per gli inservienti del castello tra i Carpazi e quasi una sorta di “padre” (aspetto originale e molto interessante) per un piccolo esercito personale di buffi bambini sperduti / gargoyles che sembrano usciti dall’Isola che non c’è.  

È un Dracula che ha a cuore i “freak” e gli emarginati, che teme solo l’ipocrisia. Soprattutto, a differenza del Nosferatu di Murnau e poi di Eggers, è un “principe delle tenebre” che non fugge come Kriptonite dall’amore. Un innamorato che esprime nel senso più moderno, quasi “femminista”, un sentimento sincero e non possessivo per la sua eterna compagna (Zoe Bleu): comprendendone intimamente paure e dubbi, riconoscendone sempre il punto di vista, lasciando libertà e autonoma sottraendosi da qualsiasi vecchia manipolazione narcisistico/vampirica.


È un Dracula del 19simo secolo che già si adatta benissimo al 21esimo, ma tuttavia rimane, anche e ancora, un “mostro”. Il più eccentrico, terribile e pericoloso dei combattenti: per la narrazione illuminista di Van Helsing geneticamente “frutto di una specie nuova”. Una creatura dall’aria dolce quanto sinistra: a partire da occhi intensi, profondi e a tratti febbricitanti come quelli di Klaus Kinsky, ma che appartengono al bravo 
Caleb Landry Jones

Un Jones, già protagonista per Besson nel bellissimo Dogman, che ormai è diventato per il regista francese la  sua “massima ispirazione”, come lo fu per Kevin Smith il compianto Michael Parks (Red State, Tusk). Besson cuce tutto Dracula intorno al talento di Jones e lui sa ripagarlo indossando il ruolo con enorme disinvoltura, esprimendo in modo teatralmente grandioso quanto umanamente sincero la complessità d’animo e la fisicità, affascinanti e al contempo distorte, di un Dracula che ancora non avevamo incontrato. 

Il film diventa subito per Jones un “one-Man show” come lo era stato Dogman, con lui che da autentico vampiro sa divorare letteralmente ogni scena: ammaliando e commuovendo.

A parte un serafico Christoph Waltz che a tratti sembra un disilluso Django di Franco Nero e a tratti sfoggia un sorriso da Terrence Hill, gli altri uomini sulla scena sono quasi macchiette, a partire da un Jonathan Harker con l’aria buffa da venditore di pentole che gli dona l’attore Ewens Adib: forse felicemente vicino al modello del Fracchia contro Dracula. Sul lato femminile della pellicola la Elizabeth/Mina di Zoe Bleu “convince”, ma è soprattutto la vampira Maria de Montebello della nostra brava Matilde De Angelis a “conquistare la scena”. Una De Angelis che fissa voluttuosa chiunque come un gatto sornione, mentre sorride e gioca con i suoi canini da vampira in modo sensuale, facendoci ballare intorno la lingua come fossero pali da lap dance. Un puro concentrato di passione, solare e autoironica. Una donna dall’animo indipendente e sarcastico: tutto fuorché ripercorrere il ruolo della “vittima designata” già vista in troppi adattamenti di Dracula. 


Suo lato dello spettacolo Besson guarda invece molto al cinema per ragazzi del passato. 

L’azione è sempre concitata, ma mai centrale o troppo sanguigna. Il passo narrativo e visivo scelgono di cavalcare il romanticismo, proprio citando i fumetti europei, ma anche il fantasy anni ‘80 di pellicole come Legend, Lady Hawk (e se vogliamo Fantaghirò). Le scene di cappa e spada con protagonista l’armatura del giovane Dracula Dragone appaiono invece lucenti e scintillanti come quelle dell’Excalibur di Boorman.

C’è una colonna sonora firmata da Danny Elfman potente, gioiosamente pomposa e altisonante, come quella che il compositore aveva confezionato per L’armata delle tenebre di Raimi.

C’è l’horror, lo splatter, ma solo nelle parti ineludibili dal racconto originale. Come solo in parte alla fine si confermano similitudini e simmetrie visive e narrative con il Dracula di Coppola. 

È un Dracula decisamente diverso dal solito, che può anche per questo lasciare parte del pubblico spiazzato, ma che sentiamo di amare anche al di là dei suoi difetti. Difetti come un ritmo a tratti blando, scenografie a volte fin troppo “polverose”, personaggi a tratti poco a fuoco come il gruppetto degli “Ammazzavampiri” e un conflitto finale, quasi dalle parti della fotografia fredda del Dottor Zivago, che funziona forse di più sul piano simbolico che su quello dello “spettacolo”. 

Ma quando il Dracula di Caleb Jones fissa la camera e per questo tramite arriva ai nostri occhi, sa davvero ipnotizzarci.

Talk0


lunedì 17 novembre 2025

Chainsaw Man - La storia di Reze: la nostra recensione del romantico e super splatter film dello studio di animazione MAPPA, che racconta l’arco narrativo seguente alla prima stagione dell’adattamento cinematografico del manga dark fantasy di Tatsuki Fujimoto.



Premessa

Il film si colloca cronologicamente dopo i 12 episodi della prima stagione della serie animata (che si possono trovare in streaming su Crunchyroll e in home video da Anime Factory), ma presenta un arco narrativo che possiamo considerare quasi del tutto autonomo e autoconclusivo. 


Un piccolo ripasso 

In una Tokyo distopica dei giorni nostri. pervasa dalla violenza e dalla disperazione, sembra che il mondo terreno e inferno siano luoghi sempre più “vicini”, con esseri umani e diavoli che convivono ormai a strettissimo contatto. Tra contratti “faustiani”, esperimenti genetici che mischiano sangue di angeli e diavoli creando creature ibride, demoni che si nascondono nel corpo di persone di potere, i concetti di bene e male qui più volte si confondono e nascondono.

Per ripagare i debiti contratti con una associazione malavitosa dai propri genitori, il giovane e ingenuo Denji è ormai ridotto ai margini della società, quasi alla stregua di un animale. 

Privato sistematicamente di ogni tipo di affetto e socialità, contento del solo fatto di “avere un tetto e poter mangiare qualcosa di buono a fine giornata”, viene costretto con la forza a occuparsi della caccia ai diavoli che si contendono il potere del territorio con la yakuza. Un giorno Denji incontra sulla sua strada un piccolo e tenero cane/diavolo di nome Pochita. Una creatura quasi simile a un Pokémon, ma grado di far emergere dalla sua testa una terribile motosega. I due hanno fin da subito l’impressione di essere molto simili e decidono di non combattersi, di diventare amici, magari “partner di lavoro”. Per un po’ funziona, ma in un mondo che non ammette alcun tipo di smancerie, dove la tragedia è la corruzione sono sempre dietro l’angolo, Denji viene presto tradito e ucciso in un modo brutale quanto “indifferente”. Pochita, in un disperato tentativo di riportarlo in vita, sceglie di sacrificarsi e fondersi con lui in un unico nuovo corpo. Da allora Denji, tirando una catena che pende dritta dal suo cuore, si può trasformare nell’uomo motosega: un giustiziere quasi indistruttibile, in grado di ricomporsi dopo ogni sventramento e di sprigionare da ogni parte del suo corpo, testa compresa, delle terribili e affilate motoseghe. Una mutazione durante la quale anche il carattere del ragazzo sembra cambiare profondamente: rendendolo di colpo scurrile, pazzo, crudele e inarrestabile. I diavoli iniziano a tremare al solo sentire il suo nome e il suo talento viene presto notato dai tutori dell’ordine. Con la prospettiva di “un vitto e alloggio migliore”, Denji si arruola felicemente come Devil Hunter dell’Ufficio 4 di Pubblica Sicurezza, sotto la guida della misteriosa Makima. Una unità speciale creata per trovare e distruggere il terribile Diavolo Pistola.  Makima è manipolatoria, sfuggente, nasconde enormi quanto oscuri segreti. Ma “l’imperterrito ingenuo” Denji si innamora di lei al primo istante, come di fatto “al primo istante” si innamorerà in pochi istanti di ogni ragazza prosperosa che si avvicinerà a lui. Questa “cosa delle ragazze” dall’arrivo alla quarta sezione sembra interessargli quasi di più di un vitto e alloggio decenti. 

Makima decide di assegnare a Denji un appartamento in condivisone con due suoi colleghi di lavoro: il riservato Aki e la violenta Power. Il primo ha stipulato patti con vari Diavoli che deve continuamente gestire con freddezza e quasi paranoia. La seconda ha spesso in corpo del sangue di diavolo che ne altera l’umore, rendendola di fatto una irritabilissima mina vagante. Questi due pazzi sono per Denji a tutti gli effetti la cosa più vicina a una famiglia che abbia mai avuto. Ma soprattutto, con qualche “piccolo sforzo”, questo “momento fortunato” può essere la sua prima e unica occasione di vivere una vita normale. Il segreto sta tutto nel riuscire a sopravvivere, con i poteri di Chainsaw Man, a centinaia di scontri mortali con creature sempre in grado di radere al suolo interi quartieri in pochi minuti.  



Sinossi

Dopo una serie infinita di spettacolari quanto tremendi scontri con entità terribili come il Diavolo Pomodoro, il Diavolo Zombie, il Diavolo Pipistrello, il Diavolo Sanguisuga, il Diavolo Fantasma e altri, Denji ha finalmente ottenuto il suo primo, agognato incontro galante con la misteriosa Makima. Una intera giornata al cinema, per vedere di filato tutta la programmazione disponibile e parlarne nelle pause caffè tra una proiezione e l’altra. Dai film horror ai romantici, dai drammatici alla fantascienza, tutti sparati uno via l’altro. Seppur costantemente stimolata dalla visione di storie di tutti i tipi, Makima come sempre non tradisce la minima emozione. Denji cerca di osservarla per scorgere qualcosa ma è tutto impossibile, tutto è “super misurato”: Makima rimane un “muro emotivo” al punto di non renderlo capace di capire se l’incontro stia andando effettivamente bene o male. Ma visto che Denji è un tipo super positivo, alla fine propende che tutto sia andato bene. 

Quando  i due si separano sta per iniziare un piccolo temporale e un Denji “super zuppo” trova un riparo di fortuna in una cabina telefonica. In quella stessa cabina, pochi minuti dopo, irrompe Reze.

È bellissima, solare e divertente. Al primo sguardo sembra già innamorata persa di Denji e questo atteggiamento travolge il ragazzo in un modo nuovo, che prima non aveva mai sperimentato e ora gli fa battere forte quel cuore da cui pende la catena di una motosega a benzina.

È una ragazza di origine straniera che lavora in un bar poco distante, proprio a un paio di curve dalla cabina, dove si  servono un caffè e dei piatti cattivissimi. Il posto si chiama “Il Confine” e Denji, nonostante il pessimo menù, inizia a frequentarlo il più possibile, cogliendo l’occasione di ogni pausa pranzo, dopolavoro, mattina presto.  

Alla quarta sezione le cose vanno bene, nonostante l’arrivo non richiesto di un nuovo stranissimo partner di nome Beam: un rompiscatole ossequioso fino a essere molesto, ma in grado di trasformarsi in una utilissima specie di squalo/ragno in grado di scalare i palazzi in verticale. Mentre la pista del Diavolo Pistola prosegue a rilento, si fa sempre più  molto confusa e “apocalittica”, Denji ha in testa altro. 

Nonostante abbia giurato di poter amare solo ed esclusivamente la freddissima e anaffettiva Makima, nonostante pure Power ogni tanto lo solletichi e in fondo lo solletichino un po’ tutte le donne che vede, Reze lo ha conquistato. Denji lo ha capito prima ancora di saperlo, come era successo con Pochita: tra lui e Reze ci sono tantissime cose in comune. Tantissimi rimpianti soprattutto: come non aver mai potuto avere una adolescenziale “normale”.

Insieme sono andati così una notte nella vicina scuola, per poter almeno immaginare per la prima volta quella “normalità” che non hanno mai potuto sperimentare, tra i banchi e le lezioni di giapponese, l’ora di nuoto, le pause pranzo sul tetto dell’edificio. Una notte infinita quanto bellissima, splendidamente “normale” in un mondo di Diavoli. 

Ma non erano soli. 


I Diavoli avevano ingaggiato per l’eliminazione del Chainsaw Man un killer di Devil Hunter caro, veloce, affidabile quando spietato. Un maestro del travestimento e delle lame che non si sarebbe fatto scrupoli nel seminare con sangue di innocente interi palazzi, pur di arrivare alla sua preda. 

Mentre Denji quella sera appare sempre più confuso dagli strani effetti che l’amore gioca nella sua testa per la prima volta, facendolo oscillare tra sogni erotici, mille ripensamenti, sincero romanticismo e nuovi sogni erotici, il killer ha già nel mirino Reze, che si è assestata da lui solo per un attimo. Ma chi sarà alla fine, tra i due, la vera vittima? 

Forse Reze e Denji sono davvero molto più simili di quanto il ragazzo sospetti. Il Chainsaw Man, tutta la sezione 4 di Pubblica Sicurezza e l’intera Tokyo dovranno presto avere a che fare con un incubo di devastazione totale per mano del terribile Diavolo Bomba e del Diavolo Tifone.


Tatsuki Fujimoto, un grande autore pulp

Nato nel 1992 a Nikaho, nella prefettura di Akita, Tatsuki Fujimoto si dice abbia iniziato a dipingere con pittura a olio fin da giovanissimo. Già nel 2011, tre anni prima del conseguimento della laurea in disegno occidentale presso l’università di Tohoku, era attivo nelle produzioni di opere brevi che realizzava in pochissimo tempo, anche nell’arco di una sola giornata. La celebrità arrivò nel 2018 con l’inizio della serializzazione dell’opera in otto volumi Fire Punch (edito in Italia da Planet Manga) e continuò nel 2018 con l’inizio della sua opera più lunga, Chainsaw Man, che presto divenne un successo internazionale sancito anche dalla produzione di una serie animata realizzata da MAPPA. In un’intervista del 2022 Fujimoto ha dichiarato di ispirarsi per i suoi lavori allo stile narrativo dei film d’azione, dall’Indonesiano The Raid  del 2011 al coreano The Chaser, diretto nel 2008 da Na Hong-jin. Pellicole in cui non esiste mai una netta demarcazione tra bene e male, in cui anche i protagonisti sono carichi di forti contraddizioni morali che li perseguitano durante tutta la vicenda. Contraddizioni morali, spesso legate a un sottobosco criminale carico di nichilismo e autoironia, che si ritrovano spesso anche nei lavori di un regista giapponese che Fujimoto stima particolarmente: Takashi Kitano. Un’altra passione dell’autore sono i film horror carichi di autoironia, come il mitico e divertentissimo crossover tra Ringu e Ju-Oh del 2016: Sadako vs Kajako

Tutte influenze che si possono ritrovare in Chainsaw Man: un’opera che mischia il soprannaturale con vicende legata al mondo della malavita, ambientato in un contesto sociale pieno di disperazione ma anche di autoironia. 

Da fan dello studio MAPPA, considerando che ha sempre visto la sua opera vicina alle atmosfere di Dorohedoro e Jujutsu Kaisen, Fujimoto è stato subito entusiasta all’idea dell’adattamento animati di Chainsaw Man. Per lui MAPPA, con il suo stile ricercato e dinamico, avrebbe potuto espandere al meglio le scene d’azione più estreme e truculente che lui era riuscito solo ad accennare nel manga. 



Lo Studio MAPPA

Fondato nel quartiere Suginami di Tokyo nel 2011 dal produttore e  co-fondatore del celebre studio Madhouse Masao Maruyama, lo studio MAPPA, famoso per i suoi reparti di animazione in computer grafica e tecnica mista, in breve tempo è diventato uno dei principali nomi di riferimento nel settore. Famoso per opere come Terror in Resonance, Vinland Saga, Dorohedoro e l’ultima stagione de L’attacco dei giganti, lo studio ha aperto la sua attività proprio in supporto a Madhouse, con il film di Sunao Katabuchi In questo angolo di mondo ( edito anche da noi da Dynit). Dal 2016 la direzione dello studio è passata a Manabu Otsuka, prima dipendente dello studio 4C. Per il film di Chainsaw Man, la cui lavorazione è stata annunciata nel dicembre del 2023, sono stati riconfermati gli animatori che si sono occupati della serie tv, compreso il compositore della colonna sonora Kensuke Ushio (Space Dandy, Dandadan, Devilman CryBaby).

Il tema musicale del film, l’adrenalinica Iris Out, è stata realizzata da Kenshi Yonezu. Nei titoli di coda la malinconica Jane Doe, composta da Yonezu insieme a Hikaru Utada.



In Sala

Lo studio MAPPA, il regista Tatsuya Yoshihara e lo sceneggiatore Hiroshi Seko (tra i suoi lavori Vinland Saga, Jujutsu Kaiser, Dorohedoro, Mob Psycho 100,  il prossimo già attesissimo Rooster Fighter), aiutati da un team di prim’ordine, hanno dimostrato in questo film di aver colto a pieno tutta la dirompente e disperata poetica di Fujimoto. L’arco narrativo di Reze offre una perfetta sintesi dell’anima tormentata del manga originale: momenti di tenerezza e dramma frutto di una caratterizzazione non banale del mondo narrativi e dei personaggi che lo abitano, seguiti da concitate quanto folli scene d’azione dal sapore a tratti psichedelico, in cui tutto si fa vorticoso come sulle montagne russe, con così tanto splatter ed esplosioni che i palazzi sembrano progressivamente colorarsi di secchiate di sangue.   

Anche quando non si parla delle bellissime scene d’azione “a rotta di collo”, cariche e a volte pure “sovraccariche” di personaggi folli, in cui la computer grafica sa colorarsi di schizzi cromatici quasi dipinti con una audacia da pop art, Chainsaw Man non fa sconti alla sua voglia costante di estremo. Le scene sentimentali più romantiche (quasi eteree, come l’adolescenza raccontata da Madhouse nell’anime tratto dal manga Beck) non hanno paura a trasformarsi in esplicitamente erotiche (stile l’Egawa più “anarchico” di Golden Boy). Scene quasi sarcastiche (come quelle con protagonista l’Angelo/Diavolo, un comprimario molto interessante), con una punta quasi di orgoglio non hanno vergogna a lanciare invettive di stampo “politico” (spesso incentrate sul modo in cui troppo spesso una società sceglie di “rimanere immobile”, pur disponendo di poteri incredibili). Denji quanto Reze appaiono sul grande schermo speculari quanto complicati, anti-eroi meravigliosi alla ricerca di un dialogo (im)possibile in un mondo in cui tutti devono urlare e ogni cosa deve esplodere. Ci si affeziona infine a entrambi, anche perché entrambi si divorano giustamente da soli tutta la storia e la scena: Aki, Power, Makima e forse pure il folle ed esageratissimo Beam, giocano un po’ in panchina pur ritagliandosi dei momenti sfiziosi. 

Il film descrive un bellissimo balletto a due: un amore che si fa lotta, che si fa ideale, poi disillusione/rivoluzione, poi forse ancora amore. Alla fine del balletto di Reze e Denji, come la poetica di Fujimoto impone, si esce dalla sala con un rospone amarissimo in gola. Ma contenti di aver insieme a loro ballato e imparato a nuotare in una piscina all’aperto sotto la pioggia, per poi aver ricoperto un’intera Tokyo di una pioggia rosso sangue/passione, come se tutto il resto del film fosse destinato a tramutarsi in un Jackson Pollock (ho già detto di quanto è bella l’animazione “pittorica” degli scontri?).


Conclusioni

Il film di MAPPA è una gioia per i fan della serie, ci è piaciuto tantissimo e ve lo consigliamo anche se non conoscete Chainsaw Man, ma siete comunque amanti del cinema horror orientale più estremo, delle atmosfere dark fantasy e delle storie d’amore maledette. 

Tanto il comparto narrativo che quello visivo sono ai massimi livelli e poter godere di animazioni di questa caratura sullo schermo gigante di un cinema è davvero molto appagante, un'esperienza unica. 

Certo a parte Reze e Denji gli altri personaggi sulla scena potrebbero apparire un po’ oscuri o oscurati, ma su Crunchyroll o in home video con Anime Factory è possibile recuperare tutti i 12 episodi da 24 minuti della prima serie, vedendoli comodamente in una piccola maratona.

Preparatevi a esaltarvi, ridere e a commuovervi nello stesso tempo, con il perfetto sincronismo che si ricerca da una delle migliori pellicole animate che si possono vedere in sala. 

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