domenica 16 maggio 2021

Fate/Stay Night - Heaven’s Feel III: Spring Song - la nostra recensione!

 


(Premessa generale) Torniamo a parlare dopo un po’ di Fate/Stay Night su questo blog, in occasione della terza e ultima parte della “saga” in tre film del ciclo Heaven’s Feel, ora in chiaro su Netflix grazie anche all’adattamento in italiano di Dynit. Vi invitiamo a leggere il vecchio articolo per comprendere al meglio cosa sia il fenomeno multimediale noto come Fate/Stay Night, ma abbiamo deciso di richiamare qui almeno un paio di concetti-base orientativi. Perché i giapponesi hanno i cartoni animati che per seguirli bisogna usare il libretto delle istruzioni. Se le “istruzioni” vi sono già note e volete andare dritti alla recensione del film, saltate senza problemi tutte le premesse. Grazie e buona lettura. 

(Premessa sul contesto narrativo) Siamo in un mondo di maghi e babbani, scuole di magia e grandi artefatti mistici. In tempi remoti gli Einzbern, i Tohsaka a e i Matou, ossia le tre più grandi famiglie di maghi al mondo, hanno convogliato il loro potere per dare vita a un oggetto mistico, chiamato “Santo Graal”, in grado di realizzare qualsiasi desiderio. Accomunati dall’uso massivo di energie mistiche, ricavate dal mana quanto da sacrifici di sangue e artefatti, ci sono maghi differenti con ambizioni differenti. Gli “harrypotteriani” Tohsaka, esperti nella creazione di gemme di potere e immanicati con una variante di Hogwards (con più Serpeverde che Grifondoro). Nelle loro lussuose ville con piscina e porche, perseguono il sogno di perfezionare le loro arti mistiche, per permettere ai maghi di guidare e aiutare gli esseri umani come una specie di supereroi/casta di illuminati. I “Ringhiani” Matou (nel senso che fanno cose creepy come nei film di The Ring, ma pure Ju-oh e Uzumaki), esperti in negromanzia, maledizioni e sfighe a base di vermi, cercano la vita eterna, il dominio del mondo e in genere disprezzano (salvo meritorie eccezioni) i comuni mortali. In genere i Matou sono pazzi, vivono in scantinati bui e ridono in modo diabolico. Gli alchimisti “fullmetal” Einzbern vedono una realtà fisica e mistica interconnesse e studiano per creare anime e corpi artificiali, i cosiddetti omuncoli, per preservare la vita in ogni sua forma, confermandosi quasi dei cyber-futuristi. Tra la filosofia eraclitea (un po’ alla Avatar, per intenderci) e cyberpunk (nella definizione dell’essere umano alla Matrix o alla Ghost in The shell), con un innato amore per i castelli medioevali e i vestiti da cosacco, gli Einzbern sognano di poter “sintetizzare” l’animo umano, riuscendo a trovare una “radice” che funga da chiavetta usb definitiva/universale/mistico/filosofica. Ma l’incredibile artefatto superiore che potrebbe dare vita a tutti questi desideri, questo fantomatico Santo Graal da loro creato, non può accontentare tutti. Dotatosi di una volontà propria, un po’ come il Drago Shenron, decide di poter scegliere come destinatario del suo immenso potere anche persone diverse dai membri delle succitate tre super-famiglie, in base a dei criteri di “potenziale del candidato” non meglio definiti, spesso totalmente ambigui, che abbracciano anche previsioni arcane sul “destino del mondo”. Inoltre il Graal pone un secco limite: si può  realizzare solo un desiderio per ogni tot anni, tipo 60. Così non va in sbattimento come il drago Shenron, che viene evocato in continuazione e non gode neanche di straordinari pagati. Per “attivare la giostra” utilizzando il mana, vuole che siano presenti sette sfer... cioè, sette maghi, per ogni cerimonia di attivazione. Così sette maghi, scelti in base “all’intensità della loro volontà di cambiare (in bene o in male, seguendo il concetto di Yin e Yang) il mondo”, periodicamente si affrontano in un luogo specifico del Giappone di nome Fukua, scelto sulla base del "perché sì", per decidere chi riceverà questa enorme possibilità irrinunciabile a tempo limitato. Per i duelli che seguiranno, da tenere rigorosamente segreti alle persone comuni “che non capirebbero” i maghi hanno deciso che saranno impiegate le evocazioni di potenti “eroi del passato”, ai babbani invisibili in quanto a tutti gli effetti dei “fantasmi”, definiti in gergo “Servant”. Questi eroi, spesso famosi a livello storico e mitologico, sono tizi come Beowulf, Achille, Garibaldi, Elvis e Maradona (nomi detti a caso, giusto per dare l’idea). I “servant” si assoggettano a questi maghi, che per l’occasione assumono il titolo di “master”, attraverso particolari artefatti e ad un rito di unione. Di fatto il servant agisce in autonomia secondo sua logica, codice d’onore, esperienza e “come si sveglia la mattina”, decidendo quando vuole di andare a fare shopping, al karaoke e similia. Ma il Master può almeno 3 volte, attraverso dei “tatuaggi mistici a scomparsa” (tipo i trasferelli dei mini-pony sul braccio), dare dei comandi diretti al Servant, che lui deve eseguire “zitto e muto”. Sì, so cosa state pensando: è come i Pokemon con Annibale il cartaginese al posto di Bulbasaur. Ma in una cornice più adulta e splatter!!



Torniamo a noi. Per rendere ulteriormente sfiziosi gli scontri a livello strategico, le identità degli eroi, che potrebbero far luce sulla loro forza e poteri segreti, rimangono celate agli avversari, come le carte coperte di Yugi-oh, anche attraverso incantesimi che ne occultano le armi leggendarie uniche di cui dispongono. Per rendere ancora più sfiziosi gli scontri, i duettanti possono scegliere gli eroi sono in base a sette uniche e non duplicabili “classi di appartenenza”, in qualche modo legate ai passati “percorsi professionali eroici” ossia: saber (se erano in vita spadaccini), lancer (lanceri), archer (arcieri), caster (lett. “lanciatori di incantesimi“ o se volete “maghi”), assassin (combattenti silenziosi), rider (combattenti “veloci”), berserker (combattenti posseduti da un cannarsiano stato di furia). Quindi i maghetti con possono rompere poi le balle perché vogliono tutti lo spadaccino o il mago, a chi tocca tocca. Tanto alla fine possono combattere insieme ai Servant anche i master, facendo uso della propria magia, combinando le tattiche. Per evitare inciuci in questi duelli dove di fatto “vale tutto” o quasi, si è deciso di sovrintendere agli scontri con un particolare arbitro. A rivestire questo ruolo viene scelto un imparziale e “neutrale” rappresentante della Chiesa Cattolica, che come in Highlander può offrire anche un riparo d’emergenza ai duellanti durante gli scontri, occasione utile per riprendere le forze come per contrattare, permettendo l’accesso a una chiesa che funge da zona franca. Poi ci sono tutta una serie di regole, come in tutti gli anime sui giochi di carte e Death Note. Tipo: se viene sconfitto il servant, il master può ritrarsi o trovarne un altro, se un precedente concorrente abbandona. Se muore il master, il suo contratto con il servant si spezza ed esce dalla gara (non è come il palio di Siena che vince anche il cavallo da solo), un master a certe condizioni può passare il servant e i comandi di potere a un altro master/parente, due o più master si possono alleare, ecc. ecc. Chi vince? L’ultimo mago che rimane, ma sulla forma del premio potrebbe aleggiare pure “il pacco”. Chi vincerà? 


(Premessa sulle varie “forme narrative” di Fate/Stay Night). Dalla premessa precedente è chiaro che la formula del duello con eroi si presti a essere adattata in dieci milioni di anime con personaggi ed eroi sempre nuovi, ma Fate/Stay Night nasce come una visual Novel singola, curata da Type- Moon. Il protagonista è di fatto un tizio che sa qualcosa sulla magia “per riparare oggetti” e potrebbe essere per questo in qualche misura legato alla famiglia Einzbern. Il nostro è chiamato in ragione di particolari circostanze a partecipare a una delle famose guerre del Santo Graal di cui sopra. Al lettore della visual Novel viene in più data la scelta di seguire tre linee narrative differenti (per i tecnici le famose “route”di Fate) a seconda di quale “love interest” sviluppi il nostro eroe nel corso della vicenda. Questo dice molto delle scelte sentimentali più discutibili del giapponese medio. La prima linea narrativa, chiamata semplicemente Fate/Stay Night, comporta che l’eroe si innamori del proprio Servant, una ragazza forte e decisa, apparentemente distaccata ma dall’animo puro, praticamene una santa inavvicinabile con cui condividere una relazione così platonica che ci si limita a guardare insieme l’orizzonte (tipo Rei di Evangelion). La seconda, chiamata Unlimited Blade Works, comporta che l’eroe si innamori di una discendente della famiglia “Harrypotteriana” dei Tohsaka, la classica “cagacazzo umorale” che i giapponesi definisco “Tsundere”, con cui il massimo del coinvolgimento è portarle le buste dello shopping a sette metri di distanza (tipo Asuka di Evangelion). La terza linea narrativa pretende (dove la logica imporrebbe di non percorrere nemmeno lontanamente una simile strada) che l’eroe perda la testa (e poi tutto il resto) per una discendente dei “ringhiani” Matou, che come potete già intuire è una pazza, stalker e pluri-traumatizzata, con cui sperimentare i peggiori martiri fisici e psicologici, mutilazioni eventuali comprese (stile Sadako/Samara di The Ring). Dato l’incredibile e pazzeschissimo successo della Visual Novel, sono arrivati nel tempo gli adattamenti in cartone animato dei tre percorsi narrativi e poi, senza “percorsi tripli” tutta una serie di prequel/sequel/spinoff ambientati in diverse guerre del Santo Graal. Sono nati mille anime, manga e fumetti, spesso curati da autori e studi diversi, pure con stili visivi diversi. Il problema enorme, per chi vuole immergersi nell’Universo di Fate Stay/Night per la prima volta, è che alcune opere, soprattutto le principali, porcapaletta, sono legate tra loro a tal punto che in alcune di esse si danno per scontati, se non “si saltano proprio”, degli eventi narrativi fondamentali, ma già narrati in precedenza altrove. Con tutta l’irritazione possibile legata all’amore del “non-detto/non-chiaro” che culla così tanto l’animo dei giapponesi da spingerli a narrare nel modo più caotico e ambiguo moltissimo loro opere. La solita sfilza di frasi interrotte tipo: “Ma tu hai detto quindi che...?” o “Ma allora in realtà tu sei...?” o “Ma questo tiramisù ha come elemento segreto questo...?” . Frasi criptiche e roba frammentata che rendono il tutto un casino ancora più infame se non si è giapponesi e per questo non è possibile avere in italiano tutto il materiale della saga, perché gli editori nostrani magari non hanno pensato di portare da noi quel tal romanzo spin-off uscito in sei fumetterie di Shinjiuku ma che tutti conoscono e danno per scontato. Oppure ci si rifà a quell’avventura sonora o a quel gioco per cellulare solo testuale mai uscito dalla localizzazione giapponese (alcuni di questi esempi potrebbero non essere reali, ma altri lo sono). Certo, la rete aiuta e Fate ha una bella schiera di favolosi fan che si possono trovare sui forum, pure in grado di tradurre dal giapponese. Ma il “gioco” dietro a Fate e molte saghe nate sulle visual Novel è spesso proprio connaturato con la ricerca di fonti disparate da collezionare qua e là, aspetto che chi vuole avvicinarsi al brand deve sapere. Grazie al cielo, per guardare la saga cinematografica di Heaven’s Feel, opera di Ufotable, “basta” aver guardato la (bellissima) serie animata Unlimited Blade Works, sempre di Ufotable poi seguita o anticipata dalla serie prequel Fate/Zero, sempre curate da Ufotable. Quindi in questo caso c‘è una invidiabile coerenza visiva e narrativa, all’interno di una saga “espansa” curata da parecchi autori diversi. 


L’ideale logico sarebbe partire da Fate/Zero, prequel che racconta gli eventi legati alla guerra del Santo Graal subito precedente a quella narrata nella visual Fate/Stay Night, con mille connessioni narrative con ciò che accadrà dopo (con il bonus di essere una storia unica, più adulta e per me uno dei cartoni giapponesi più belli degli ultimi dieci anni). Ma facendo così vi perdete un po’ “i colpi di scena“ della serie Unlimited Blade Works, quindi il mio consiglio è partire da quest’ultima, tutta doppiata da Dynit e presente in home video come su Netflix, per poi guardare il prequel. Di sicuro Fate/Zero risulta ancora più utile per capire gli eventi di Heaven’s Feel, perché ha almeno centomila connessioni narrative con quest’ultima saga e racconta di retroscena e personaggi che sono del tutto assenti in Unlimited Blade Works!! È abbastanza criminale che Fate/Zero non abbia finora avuto un adattamento in Italiano, magari a opera di Dynit, per dirne una, che potrebbe già avere i doppiatori e adattatori giusti, che ha guarda caso già usato per portare in italiano Unlimited blade Works e tutti i film di Heaven’s Feel con gli stessi personaggi e le stesse storie. Ma sono alla fine questioni contrattuali, il futuro potrebbe offrire belle sorprese e comunque su Netflix, dove oggi il terzo film di Heaven’s Feel è arrivato in italiano, è possibile trovare sottotitolata tutta la saga di Fate/Zero. Che quindi vi consiglio fortemente di guardare. Se poi vi piace l’andazzo, su Netflix sono presenti anche le saghe, doppiate in italiano,  Fate/Apocrypha, Fate Extra - Lost Encore e la saga sottotitolata Fate - Grand Order. Tutte opere che confrontate con i lavori Ufotable escono un po’ con le ossa rotte, ma comunque carine. Ovviamente manca all’appello proprio la saga anime originale Fate/Stay Night sulla prima linea narrativa e il seguente primissimo adattamento di Unlimited blade Works curate dallo studio Deen. Queste ultime sono opere un po’ amate e un po’ odiate, quindi per molti destinate all’oblio (che tanto i giapponesi sanno già cosa accade nella trama e va bene così), ma da un po’ si vocifera in rete (specie nei siti di appassionati occidentali) che della storica prima saga prima o poi arriverà un ri-adattamento a opera dei mitici Ufotable, magari proprio ora che i lavori su Heaven’s Feel sono ultimati. Tutto a posto per godere di questo Heaven’s Feel, dunque? Ma ovviamente no, perché il sadismo dei giapponesi non conosce confini e per comprendere quello che accade negli ultimissimi minuti della pellicola, giusto per dare senso a un interrogativo enorme come un grattacielo su “che fine ha fatto un certo personaggio abbastanza centrale”, dovreste avere pure dei rudimenti della serie spin-off Kara no Kyoukai (Garden of sinners), il cui anime trovate in esclusiva su Cruncyroll o, solo all’estero, su Amazon Prime. Ma visto che vi voglio bene vi spiego in area spoiler pure questa questione.



(La strabenedetta recensione) Eccoci al dunque. Benvenuti se siete vecchi fan di Fate/Stay Night e avete saltato le varie premesse e “grazie di essere ancora svegli”, o voi nuovi fan di Fate/Stay Night, che siete sopravvissuti a quell’infinito muro di parole, vi siete recuperati Unlimited Blade Works, Fate/Zero e i precedenti due film di Heaven’s Feel prima di tornare qui (certo vi vedo un po’ più invecchiat...ehi! Ma c’è anche chi è stato su Cruncyroll a spararsi Garden of sinners!! Sei il nostro eroe, massima stima!!). Quindi siamo pronti a tornare nell’inferno della relazione tossica tra il nostro eroe dai capelli rossi e la stalker ultraterrena e vendicativa della famiglia Matou. L’aria che si respira è così pesante, la sofferenza inflitta a tutti i personaggi principali cosi alta, che la storia ci grazia e inizia a parlare di “altro”. Dal mega-flashback sull’origine del Graal a opera delle tre famiglie, al mega-flashback sul prete-arbitro (che dal precedente film ricordiamo eccitarsi mentre mangia cibo cinese... cose belle). Gli scontri tra Servant e Master si susseguono sempre più concitati ed estremi, dopo che alla fine del precedentemente film alcuni eroi sono clamorosamente stati battuti in pazzeschi colpi di scena. Chi rimane si butta a testa bassa contro il mega/super/iper/mostrodefinitivo in continue “tattiche suicide”. Il nostro protagonista non bastava venisse mutilato e deve patire anche un progressivo decadimento fisico a base di maledizione, che si accentua con lame mistiche che lo trafiggono quando prova almeno a dare uno schiaffo all’avversario di turno. Quindi di base perde sangue, si avvicina a una morte sempre più inevitabile e quando prova a difendersi la maledizione gli autoinfligge di default dei danni, a prescindere che il colpo vada o meno a segno. Un certo personaggio con cui si confronta a un certo tipo dice: “Non ha senso combatterti, perché ti stai ammazzando da solo” e ha tutte le ragioni del mondo in questa affermazione. Se fisicamente “non ci siamo”, emotivamente il nostro eroe è conciato pure peggio, vedendo crollare costantemente le sue relazioni fino all’annichilimento. Sakura, il “love interest maledetto”, diventa progressivamente la protagonista assoluta della vicenda, decidendo di percorrere un cammino di disperazione e pazzia omicida che colpisce random tutto quello che la circonda. In alcune fasi, dopo aver compiuto l’ennesima strage, Sakura ci ripensa e soffre. Poi riparte imperterrita fino al nuovo giro. Gli altri personaggi e noi spettatori con loro, fatta “una certa ora” vorremmo almeno capire come andrà a finire la storia. Ma siamo degli illusi. Sul finale, grazie a una sadica coltre di depistaggi, frasi mozzate, buchi logici e narrativi sapientemente ricercati dagli autori, non si capisce più che cavolo sia il Graal (o meglio “quel Graal”), che cavolo vogliano alcuni personaggi, come cavolo siano arrivati certi personaggi in certi luoghi, che cavolo di senso abbia il finale. Si esce dalle sale (è ormai una “licenza poetica”, solo che “si termina il download” mi rattristava) con un bel senso di malinconia... e la voglia comune di comprare il blu Ray per rivedere mille volte i più spettacolari combattimenti adult-pokemon-wannabe che siano mai stati creati!!! Perché se narrativamente è terribile, visivamente e per il lato action questo film è abbastanza imperdibile. 



(Non un bel modo di raccontare) Fin dal primo film di Heaven’s Feel è chiaro che è stata attivata per il “pubblico pagante di riferimento” la funzione “avanti veloce”. Ricordiamo che la Novel aveva un percorso unico che diventava trino a secondo delle scelte del protagonista, ma pure con alcune delle sequenze successive che rimanevano di fatto uguali per tutte le strade. Quindi la produzione sceglie in sintesi, in ragione del desiderio espresso immagino dal pubblico giapponese, che: “Non essendo importante tutto il resto che hanno già visto da altre parti, che sia prima o dopo la scelta, saltiamo via tutto e arriviamo al nocciolo delle novità”. E si intende “nel tutto” pure ciò che discendeva da Fate/Zero. La pellicola va così e solo al sodo degli snodi narrativi nuovi che adotta una struttura narrativa davvero INDECENTE, priva cocciutamente di offrire anche solo dei dialoghi di rimando. Il termine di paragone è andare una sera a casa di un amico a guardare Il Signore degli anelli saltando nella prima e seconda ora a caso il 70% delle scene. Quindi ecco che arrivano personaggi che appaiono a caso e solo per pochi secondi, colpi di scena preparati per ore che si risolvono (quasi letteralmente) come schiacciare una zanzara con il giornale, motivazioni e cambi di opinione che semplicemente non stanno in piedi. Questo non inficia la comprensibilità del tutto se uno si è studiato per bene e di recente tutta la storia, le serie e spin-off sopra esposte nelle premesse. Questo non accade allo spettatore occasionale, che magari sperava dai tempi del primo Heaven’s Feel “che le spiegazioni sarebbero arrivate nei film successivi”. A tutti rimarrà in mente la assoluta spettacolarità visiva della pellicola, senza dubbio una delle cose animate più clamorose ed esaltanti dell’animazione giappa action degli ultimi tempi. Ma è un modo INDECENTE di raccontare una qualsiasi storia, proprio dal punto di vista del legame empatico che si dovrebbe instaurare tra uno spettatore e un’opera che sta vedendo. Si perdono di vista i personaggi, il contesto si annebbia, i sacrifici più estremi perdono senso e i cattivi più mefitici vengono abbattuti in modo anticlimatico. Ma, se dopo la visione parte un re-watch spontaneo di Unlimited Blade Works, Fate/Zero e i primi due film, poi tutto si aggiusta. Si riscopre la bellezza di osservare personaggi che come in sliding doors diventano periferici o centrali, alleati i nemici, a seconda del “destino”. Ci si immerge nella brutalità ma anche nel fascino che al contempo possono irradiare le anime eroiche, si riscopre l’amore infinito con cui è curato il sistema delle relazioni tra i personaggi. Ma questo accade solo se si ha davanti il “pacchetto completo”. La mia critica è quindi fondamentalmente sul modo di narrare scelto per questo prodotto, non sugli enormi meriti e fascino del mondo e dei personaggi che animano Fate/Stay Night. O forse sono solo troppo vecchio per questi prodotti e il mondo è già multimedialmente preparato per la fruizione di prodotti di questo tipo. Ricordo che solo “ieri” Ridley Scott toglieva da Alien Covenant due scene-chiave centrali alla comprensione della saga, creando due corti per il web, dicendo “questo è il futuro”. Forse è un futuro che non ho ancora capito. Se davvero il pubblico desiderasse un approccio di questo tipo, a “spezzatino criptico”, per il futuro, la narrativa sequenziale cambierebbe di paradigma in un modo che forse io non riuscirei mai a capire fino in fondo. È in gioco il potere di una pellicola di emozionare. Non credo che siamo sempre in un videogame, non trovo giusto guardare un film solo scegliendo con il dvd quelle tre sequenze chiave spettacolari decontestualizzando tutto il resto. Ma forse sono solo vecchio.



(Un maledetto spettacolo visivo). La versione del franchise di Fate/Stay Night offerta da Ufotable a livello tecnico costituisce l’apice della migliore animazione sognabile dai fan della serie. Anzi, “di ogni serie”. Lo studio è così bravo che la versione animata di Demon Slayer (in Italia grazie a Dynit, una vera bomba per la cura della realizzazione generale della casa bolognese, recuperatela) da loro prodotta ha lanciato a mille un manga abbastanza insulso nell’Olimpo delle opere più lette in Giappone. Parliamo di animazione di stampo bidimensionale con ottimi inserti in computer grafica, un eccelso uso delle musiche, un character design inspirato, fondali da urlo, un’ottima regia. Un livello qualitativo alto, che “tiene”, nelle serie Ufotable, dalla prima all’ultima puntata. Intendiamoci: è un apice, non una rivoluzione visiva. Non è La principessa splendente, Howl o Ghost in the Shell o i recenti film ad alto budget di Hosoda e Shinkai. L’approccio è quello degli OAV vecchia maniera, da Lodoss War a Devilman - la genesi, quelli “fatti a mano”. Ufotable prende quel modello e lo affina a livello funzionale e artistico, rispettando la tecnica nota del passato e infondendoci la tecnologia di nuova generazione. Presa sul lato action, Heaven’s Feel presenta combattimenti tra eroi da urlo, super dinamici e mozzafiato, imprevedibili nell’esito, strabordanti di ogni tipo di effetto speciale. Presa sul lato romantico, i personaggi sono in grado di essere sempre molto espressivi, vitali, carichi di una profonda vena malinconica. Il top del godimento lo provo però quando mi trovo a fissare uno sfondo pressoché statico, come un bosco di ciliegi o l’interno di un albero cavo illuminato da delle torce. Tutto è così ordinato e accurato che mi sento trascinato dentro. Il chara design mantiene la sensualità e possanza che caratterizza da sempre i personaggi dell’opera, anche se in questo capitolo (a differenza del secondi) si fanno meno concessioni all’aspetto erotico dei personaggi. Viene affermata invece con forza la linea da “body-horror” che già allungava ombre oscure dal finale del precedente film. Sul menù, corpi mutilati, sbudellati, esplosi, smaterializzati, pieni di vermi e se capita pure trafitti interiormente da da lame aguzze. Ma il tutto è reso da Ufotable sempre in modo non disturbante, più tragico che grandguignolesco, alla ricerca di uno stile visivo elegante. Un’altra cosa che ammiro è il modo in cui certe battaglie siano giocate sul singolo istante di un colpo decisivo, velocissime ma davvero appaganti, imprevedibili, sempre originali nell’uso degli spazi e delle armi. Non voglio farvi spoiler, voglio lasciare la scoperta a voi. Un piccolo spoiler pero me lo permetto.



(Il colpo di scena finale). Il finale del film non è il massimo per come è gestito. Anzi, è per me l’equivalente di un piccolo calcetto nel culo. Anche se il messaggio di fondo della pellicola, il suo estremo senso di malinconia, la ricerca di felicità nonostante la fragilità della vita umana, si avverte e colpisce, il tutto poteva e doveva essere gestito meglio. Per non rovinare il finale a chi ancora deve vedere il film, metto sotto 

SPOILER  

c’è questo scontro finale molto criptico e alla fine il nostro eroe in sostanza muore in una giga-esplosione. Non prima però che la sua sorellina Illya, comparsa all’improvviso all’ultimo minuto faccia “delle cose” che in pratica agiscono sulla “radice” e aprono una specie di colonna di luce verso il cielo. Stacco infame di qualche mese. Sakura e Rin di nuovo sorelle ricongiunte e felici, dicono che il corpo di Shiro non è stato più trovato. Poi girando nei vicoletti come Rin bambina faceva con la bussola magica in un episodio di Fate/Zero, fino a quando incrociano di spalle la protagonista di Garden of sinner. Così, come fosse un passante. Girano l’angolo e trovano in una cassa di legno una bambola-omuncolo “su misura per Shiro”. Gli omuncoli invecchiano e all’apparenza sono a tutti gli effetti umani, salvo che quando vengono creati iniziano a svilupparsi come questi bambolotti in posizione fetale, come viene spiegato proprio di Garden of Sinner. Al che le due ragazze avvicinano quella che potrebbe essere intesa come l’anima di Shiro, tenuta in una gabbietta per uccelli che non abbiamo mai visto prima, alla suddetta bambola. Nella scena dopo c’è Shiro nella casetta che cucina. L’interpretazione è che Illya sia riuscita nella fusione di un’anima umana con un corpo artificiale, la tecnica “Fullmetal-alchemica” che ricercavano gli Einzbern, di fatto avendo raggiunto il loro desiderio con il Graal. Ma la cosa poteva essere esplicitata nel flashback sulla creazione del Graal stesso, dove l’antenata degli Einzbern si fonde con il rituale stesso in qualche modo imprimendogli il suo spirito) e nei mille momenti in cui si accenna. Sembra poi facciano particolarmente schifo agli sceneggiatori le spiegazioni, preferendo trincerarsi dietro termini in inglese dal significato oscuro. Puro compiacimento nel restare criptici e allusivi, ma  che qui sfocia in pessima scrittura. Certo Shiro alla fine non se la passa benissimo. Non spiccica parola, sembra davvero “imbambolato” (...scusate, non ho resistito alla battuta). Questa ultima nota di ambiguità però è resa bene a mio parere, si riesce a far percepire che la nuova situazione di Sakura ha contorni indefiniti, forse illusori, forse che devono essere accettati o “sperati” con un atto di fede che si chiede tanto alla protagonista che agli spettatori. Certo che un paio di parole in più sarebbero state utili e la storia della bambola poteva essere raccontata meglio. Tipo alludendo al discorso dell’anima nella gabbietta di uccelli, che non sembra ben collegato al raggio di luce che scaturisce alla fine del rito di Illya. Tipo facendo vedere Rim che utilizza la sua bussola per ricercare un corpo compatibile con  Shiro, magari usando il medaglione di Archer. E invece dobbiamo solo intuire il tutto, compresa l’ipotesi che la “resurrezione” di Shiro sia fallita e che quello che vediamo accanto a Sakura sia solo una specie di allucinazione che solo lei vede. Con la sequenza del bambolotto che possono voler dire tutto e niente o possono far intendere che ci sia in giro un bambolotto artificiale che ha solo la forma di Shiro. 

FINE SPOILER

(Finale) Heaven’s Feel III si porta dietro la struttura a salti e buchi di trama iniziata nella prima pellicola, soffrendo per me ulteriormente della mancanza di alcune doverose rifiniture narrative che erano possibili e auspicabili. Nonostante questa nota amara che in parte lede il gusto dell’esperienza, meno avvertibile (ma comunque evidente) da chi ha fatto un bel recente “ripasso totale” delle opere collegate alla saga, i personaggi e le immagini sono bellissimi, le animazioni spettacolari, le scene di combattimento davvero ben costruite. Il film riesce a commuovere, diverte con la sua azione a rotta di collo, affascina per la tecnica che mette in campo. Questo può in parte  far perdonare i suoi limiti. 

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venerdì 14 maggio 2021

Luca - il primo trailer del nuovo film Disney Pixar in uscita questa estate

 


Luca è un sirenetto che decide di andare a vivere nel posto più bello del mondo: in Liguria, nelle Cinque Terre. Lì incontrerà, sotto le note del Gatto e la volpe di Bennato, tanti amici e simpaticissimi italiani medi che si chiamano tutti “Bruno”, amano la Vespa, stanno a piedi nudi, vivono in allegri palazzi fatiscenti. Il regista è Italiano, si chiama Enrico Casarosa e si è già distinto nel 2012 per il cortometraggio premiato con l’oscar La Luna, già realizzato presso gli studi Pixar. Luca è la consacrazione di quel percorso e ha fin dalle prime immagini tutto il sole e la gioia del nostro bel paese, che tanto ci invidiano all’estero. In effetti sembra la classica cartolina cinematografica idilliaca a uso turisti, come la Sicilia immaginata in Aquaman, come la Verona di Letters to Juliet, la Venezia di Spiderman Far from home, la Roma di To Rome with love. Ma anche un po’ dalle parti della serie animata Holly e Benji, nella saga “Sfida al mondo” del 1995, dove il nostro bel paese ha le case con i balconi pieni di panni stesi e i nostri concittadini vestiti come ai tempi del Collodi. Insomma, un’Italia che a me fa irritare come non mai, perché queste cose non mi pare di viverle, ma che all’estero forse piace. E perché questa cosa del “Silenzio, Bruno”??? Da dove nasce questa cosa del “Silenzio, Bruno”?????? 

C’è da dire però che i disegni sono spettacolari, i personaggi molto teneri e non vedo davvero l’ora di vedere questo nuovo cartone animato Disney Pixar. Non vedo l’ora di aggiornarvi. E chissà che al cinema a un certo punto esca dal nulla Stefano Accorsi con un Maxibon in mano che dice “Tu gust is megl’che uan”. 

Talk0

giovedì 6 maggio 2021

La sposa di Chucky di Ronny Yu - ora su Amazon Prime - la nostra retro-recensione!

 


(Le retro-recensioni) In tempi di lockdown si recuperano cose dai listini dei canali streaming e questa nostra rubrica vi invita ad andare a caccia di film curiosi, folli, qualche volta strepitosi. Oggi parliamo di un grande classico dello slasher, uscito nell’anno del Signore 1998, quasi una commedia nera, un cult per gli appassionati del genere e una famosa pellicola in tutto il mondo quanto distribuita malissimo in Italia. Ma oggi potete recuperare, tramite Amazon Prime.

(Sinossi) Tiffany (Jennifer Tilly)  è una biondona super sexy e un tantinello psicopatica, legata sentimentalmente un serial killer amante dell’occulto (Brad Dourif). Poi l’uomo, ferito a seguito di uno scontro a fuoco in un negozio di giocattoli, prima di morire trasferisce la sua anima in un classico bambolotto degli anni ‘80, un “Bimbo bello”. Nasce così Chucky, la bambola assassina. Una minuscola macchina di morte semi-immortale che, a dispetto dei mille limiti fisici legati all’essere un pupazzo di forse neanche 40 centimetri, riesce a rivaleggiare con alcuni dei più temibili babau del mondo degli horror (c’è molto meta-cinema in questo film).  Anni dopo, Tiffany riesce a riavere indietro i pezzi del bambolotto Chucky, depositato come “prova” in un fantasmagorico deposito della polizia che è tipo la versione per amanti degli slasher  del magazzino di Indiana Jones, con all’interno reperti come le maschere di Jason e Michael Mayers, il guanto di Freddy Kruger, la motosega di Leatherface. Chucky stava in un sacchetto, sembrava un puzzle in 3d. Era stato ridotto a brandelli dopo essere stato “detonato” a seguito dell’ultimo scontro con la sua nemesi di sempre, il giovane Andy (L’attore Alex Vincent, che ha rivestito il ruolo da quando era bambino a un paio di anni fa, alla faccia e prima di Boyhood). In un incredibile momento alla Art Attack, con forbice e filo per ricomporre la “salma” e poi un manuale di “Voodoo for dummies”, unendo il tutto con la colla vinilica, Tiffany riesce a ricomporre, ricucire e infine riportare in vita per l’ennesima volta il suo amato compagno. Tiffany è tutta contenta del suo ritorno perché si ricordava che prima del fattaccio lui “era cambiato”, la “voleva sposare“, di recente si impegnava di più con il suo lavoro di serial killer e in generale se lo era idealizzato per anni, nonostante tutto, come “uomo/bambolotto forte” con cui iniziare un serio progetto di vita. Era pure diventato famoso, al punto che le avventure della bambola assassina erano state celebrate sulla carta stampata. Inoltre amava il suo stile di vita omicida, perché pure Tiffany era una, pur amabilissima, assassina psicopatica attiva. Ma le cose non girano come dovrebbero, Chucky è ora un adorabile bambolotto infernale in salopette e scarpine ma non la persona giusta per lei. La coppia non funziona e lei è quasi sul punto di evocare Pinocchio. Tiffany finisce comunque per relegare momentaneamente l’ex boy-friend in un baule, regalandogli giusto una bambolotta vestita da sposina con cui condividere il piccolo spazio. Chucky non ci sta, fugge dalla gabbia, uccide Tiffany e riesce con un rito voodoo a trasferire il suo corpo dentro la bambolotta. E l’amore tra la coppia si accende di nuovo! Prossima tappa delle loro avventure, una visita alla salma del serial killer, casualmente di prossima riesumazione. Lo scopo è  impossessarsi di un mistico amuleto con cui l’uomo era stato sepolto, in grado di dare ai due la possibilità di ri-trasferirsi dentro dei corpi umani. Corpi che potrebbero essere quelli di una coppietta di provincia tormentata stile Romeo e Giulietta, ossia Jade e Jesse. Jade, (una giovanissima Catherine Heigl) è una liceale nipote di uno sceriffo ultra-possessivo che arriva a farla pedinare notte e giorno dalla polizia locale pur di mantenerla pura. Jesse (Nick Stabile) è un ragazzotto palestrato di umile famiglia che vive riparando cose in un un camper, nel campo di roulotte vicino a Tiffany. I bambolotti si nascondono su di un furgone insieme alla coppietta in fuga d’amore e così partono tutti e quattro per un viaggio on the Road, con destinazione proprio il luogo della riesumazione del serial killer. Un viaggio accompagnato da una infinita scia di cadaveri, frutto delle incontenibili pulsioni omicide di Chucky e Tiffany, che la polizia non fa troppa fatica a imputare a Jade e Jesse, mettendoli subito al centro di una caccia all’uomo in diretta televisiva. Giunti quasi a destinazione però qualcosa cambia. I bambolotti diventano più “umani” e Tiffany forse scopre di avere un cuore di plastica più grande di quello che aveva di carne.  



(Du gust il megl che uan - Stefano Accorsi. Cit. ). 

La sposa di Chucky, del 1998, è uno dei film più riusciti e divertenti della serie “Bambola Assassina” di Don Mancini. Adorato dai fan, ha dato il via a una serie infinita di nuovi gadget legati al franchise, soprattutto dedicati all’ingresso in famiglia dell’amabile pupazzo di Tiffany. All’epoca erano celebri le figures di McFarlane Studios della serie “Movie Maniacs” e le miniature di Chucky e Tiffany troneggiavano nello stesso “case” da collezione, onnipresenti alle fiere del fumetto di tutta Italia per anni. La nuova coppia ha inoltre rilanciato la saga dopo il non riuscitissimo terzo capitolo, diventando di fatto il “Tokyo Drift“ della saga. Anche in questo caso il regista, Ronny Yu, ha origini asiatiche, come Justin Li, per amore di analogia. Dopo La sposa di Chucky il franchise di Bambola Assassina, guidato per lo più da un Don Mancini che oltre a scrivere e produrre decide di mettersi anche dietro la macchina da presa, si è espanso ulteriormente di bambolotti e  ha goduto di quattro nuovi seguiti, un reboot (di cui vi abbiamo offerto già la recensione QUI)e ora una serie Tv tutta sua nel 2021. Ronny Yu, poliedrico regista di Hong Kong, dopo La Sposa di Chucky dirige nel 2003 il folle Freddy vs Jason, crossover delle saghe di Nightmare e Venerdì 13, che anticipa di un anno Alien vs Predator diretto da Paul W.S. Anderson e tutta una serie di amatissimi/odiatissimi crossover che arrivano fino ad oggi. In ragione dei risultati “divisivi” di quel primo versus a tema horror, nonostante sui forum da anni e anni si chieda un re-match o una royal Rumble che coinvolga tutti i babau cinematografici (di fatto un’idea spesso accarezzata dai Netherrealm per un videogame, in parte soddisfatta con alcuni personaggi di questo genere inseriti nella loro serie Mortal Kombat... il molto hanno chiesto ai tempi di Mortal Kombat X una skin di Ferra-Tor a tema Chucky), Ronny Yu è tornato in oriente a girare il wuxia storico. Prima Fearless, con protagonista Jet Li, poi il più recente Saving General Yang. Ma i due bambolotti hanno portato fortuna anche ad altri, come Chaterine Heigl, che dopo l’esperienza con Chucky è entrata nel cast fisso del telefilm Grey’s Anathomy e per qualche anno è stata uno dei “nomi caldi” di Hollywood, specie nelle commedie romantiche. La bella Catherine ha fatto un percorso se vogliamo simile (ma non altrettanto fortunato) a quello di Renee Zellweger, che aveva cominciato a farsi notare con Non aprite quella porta IV, che di fatto è la versione “Sposa di Frankenstein” del franchise, stesso film ispiratore della Sposa di Chucky. Brad Dourif, la storica voce del bambolotto Chucky, grazie all’evoluzione del personaggio di questa pellicola continua tuttora a imperversare nel 2021 nella nuova saga tv, con tutto il sarcasmo e spietatezza con cui ha dato vita all’amato bambolotto. Nel reboot del 2019 il nuovo Chucky “di natura tecnologica” aveva la voce di Mark Hamill, amato interprete di Luke Skywalker nel franchise di Star Wars, ma anche voce storica della versione a cartoni animati di Joker, il celebre cattivo di Barman. Un confronto tra due voci così legate a “villain mattacchioni” e i due rispettivi Chucky, entrambi di plastica ma uno frutto del voodoo e uno tecnoimpazzito, sarebbe qualcosa di interessante e potrebbe dare vita a un nuovo film Versus. Qualcuno dovrebbe richiamare Ronny Yu. Ma la vera sorpresa della pellicola è la sorprendente, ironica e generosa Jennifer Tilly, che da allora apparirà tanto come voce che fisicamente in ogni capitolo di Bambola Assassina, confermandosi come un delle più amate Scream Queen di sempre. Conosciuta al grande pubblico per Bound - torbido inganno delle sorelle Wachowski, dove sfoggiava uno dei corpi più atomici mai espresso dalla storia del cinema, ne La Sposa di Chucky e seguiti (ma anche in Bugiardo Bugiardo affiancando in una particina Jim Carrey) dimostra di essere anche una interprete super divertente e autoironica. 



(Il femminile nell’horror) La sposa di Frankenstein del 1935, sempre figlio dell’immortale e seminale Frankenstein di Mary Shelley, è un classico senza tempo, amatissimo, copiatissimo, capace di rivivere anche in diverse saghe horror e sci-fi in forme nuove. Il Focus narrativo di quel celebre sequel Horror era far riflettere il pubblico su un punto di vista diverso, nuovo e imprevedibile, da proporre una volta che la figura del “mostro/uomo” era già nota, delineata. Il punto di vista non è solo “sul femminile”, ma ha anche connotazioni “di scopo”. Una volta che il successo venne consolidato, appariva evidente il numero infinito di variabili narrative che questo schema poteva declinare. Quando il mad-Doctor dà vita alla sua prima creatura fa in un certo senso una “prova generale”, seleziona “pezzi più facili da reperire” da materiali che considera robusti e fa uso di una tecnologie sperimentale. Quando crea “la donna”, il mad Doctor ha in genere già capito cosa funzionava e cosa no nel primo tentativo, sceglie pezzi pregiati, punta a far rivivere una persona a lui vicina e amata e non “un tizio qualsiasi”, cercando di salvarne la personalità. In questo atto creativo del mad-doctor secondo qualche psicologo c’è la pulsione maschile repressa di poter procreare al posto della donna, mentre secondo qualche filosofo c’è l’aspirazione della scienza a prendere il posto della religione. Quando la creatura/donna prende vita, accade un vero big bang nella psicologia di questo ulteriore personaggio. La donna può ri-svegliarsi al meglio come in una resurrezione biblica, ma può pure distruggersi in poco tempo rigettando i nuovi organi, con la trama che può andare su classici temi del cyberpunk (Come in The Bride of re-animatorn e Alita). Differentemente, la donna può diventare pazza/indemoniata o voler uccidere il suo creatore per il peccato “a Dio e al suo corpo” da lui realizzato, con trame che si muovono sul campo mistico o psicologico (come in Cimitero Vivente). Ulteriormente, in certi casi, può svilupparsi un triangolo amoroso con al centro il rapporto che si crea tra la creatura/donne e la creatura/uomo. La donna può voler “scappare con la creatura/uomo” o viene trascinata a farlo o pensa di doverlo fare (e andiamo sul sociologico, sul concetto di famiglia e di diverso). Gli sceneggiatori ne hanno fatto un autentico filone e la “sposa di Frankenstein” è diventata un personaggio anche più interessante; qualche volta la creatura nasce con la tecnologia, qualche volta con la magia, qualche volta la trasformazione è magari di matrice “psicologica“, ma il succo è quello. Ne La sposa di Chucky di Ronny Yu abbiamo due personaggi che sono al contempo mad-doctor e creature, ed è qualcosa di abbastanza unico. Sono entrambi mad Doctor da due soldi, che riescono a creare la vita usando un manuale di istruzioni “For dummies”,  ma comunque è un manuale che funziona!! Dovrebbero fare un film in cui questo manuale esiste per davvero e tutti sanno usarlo, sarebbe fantastico. 



(Un amore di plastica) Una volta diventati “bambole”, i nostri eroi non si deprimono e continuano a fare quello che facevano prima, forse perché sono entrambi per natura degli assassini efferati e quindi già di base “dis-umani”. Ma il bello arriva quando la coppia, proprio per il fatto di stare insieme “nella stessa forma” e condividere una pur malatissima e disfunzionale relazione sentimentale, inizia a sviluppare una propria compatibilissima sessualità. Con tanto di organi nuovi, originariamente, come le pile, non presenti nella confezione del bambolotto. Assistiamo così a scene di “sesso tra bambolotti“ che in seguito vedremo in modo similare (nel senso di “buffo“, senza andarci ad infilare in tane del bianconiglio di cui non vogliamo conoscere la profondità...) in Team America di Tray Park, del 2004. Allo sputare della sessualità consegue anche una sensibilità inaspettata, compresa la possibilità prima preclusa di poter piangere. È una bella trasformazione, che “colpisce” maggiormente la nostra Tiffany, quasi al punto di farne una anti-eroina. Ma questo accade, anche se con effetti iniziali  deboli, ma  molto interessanti sul lungo corso e nelle successive pellicole, pure a  Chucky. Anche Chucky evolve. Diventerà prima un “love interest” per Tiffany più passabile, in quanto almeno “complice”, per poi quasi sembrare idoneo a essere un... ma sto già facendovi spoiler su Seed of Chucky, che tratteremo in seguito ed esplorerà ulteriormente  l’(a)sessualità  dei bambolotti. 

(Bimbo Bello e Bimba Bella). Sono ancora di moda oggi, questi pupazzi? Non è che i giovani preferiscono Annabelle o Brahms? Il personaggio di Chucky è “granitico”, si auto definisce anche nel film un “classico intramontabile”. Appare esteticamente come un “modello di bambolotto” vintage, da grande distribuzione, anni ‘80, con le batterie che gli permettono qualche parolina, i capelli pettinabili, il vestitino con la salopette di jeans, la maglietta rossa e le scarpette da ginnastica. Più “Baby mia” che “Cicciobello”, per gli addetti ai lavori. Tiffany è invece esteticamente all’inizio una bambola da collezione vestita da sposina. Una bambola “virginale”, elegante ma non appariscente, un “oggetto limitato“ fatto per i matrimoni. Ha i capelli pettinabili, un vestito curato da sartoria e confrontata a Chucky è giusto della stessa scala e con un similare design. Il bello è che quando Tiffany si impossessa di quel corpicino di plastica ci aggiunge il giubbetto in pelle, fa la tinta ai capelli, mette smalto e rossetto neri. Tiffany diventa una bambola “esclusiva” che sembra uscita dal merchandising del musical Greese. Sembra Rizzo. Poteva essere una bambolina goth come quelle che vanno di moda oggi, mezza Zombie, un po’ cucita male, un po’ maledetta. Ma Tiffany sceglie un look da musical di fine anni ‘70, di fatto reinterpretato da Madonna negli ‘80 per Like a Virgin. È una interessante prospettiva di stile vintage. Come è interessante che durante il film il bambolotto di Chucky venga descritto continuamene come una “cosa vecchia” e per bambini. Nonostante Chucky abbia le graffette in testa, lo sguardo da pazzo e il vestito pieno di cuciture a vista, non viene mai guardato dai personaggi in scena come un giocattolo “horror”, cioè una Ultra-limited  per nerd. Tiffany e Chucky strizzano l’occhio agli anni ‘80 come esponenti originali di quel periodo e io lo leggo un po’ come un modo affettuoso di Don Mancini, lo sceneggiatore storico, per definire i veri fan di Bambola Assassina, il pubblico cui è rivolto. Autentici amanti delle chincaglierie del passato, nostalgici dell’horror slasher semplice e diretto “che fu” e che forse era già a fine dei novanta oltre il tempo massimo. Tra vecchio e vintage c’è un che di affettuosamente malinconico in tutto questo film, a partire dal fatto che Tiffany non sia una ragazzina ma una milfona. È un film per adolescenti post-datati. 



(Commento finale) La sposa di Chucky è un film veloce, super-canonico nella forma ma pieno di guizzi interessanti. È una Black Commedy più che un horror, ma non mancano azione, inseguimenti, colpi di scena e tante scene splatter, seppur sempre tanto esagerate da sembrare fumettistiche. Si arriva alla fine e si vorrebbe ricominciare. Jennifer Tilly è un amore in ogni folle manifestazione di Tiffany, che faccia la bomba sexy o la donna gelosa o la killer spietata. Si vede che si diverte un mondo e ha una dose infinita di autoironia a cui attingere. Ma la cosa più sorprendente sono i pupazzi di Tiffany e Chucky insieme, per il fatto che spesso non ci ricordiamo che siano in effetti dei pupazzi “anche se sono palesemente dei pupazzi”. La tecnica artigianale con cui sono realizzati è sorprendente e regge benissimo il tempo. Il cast vocale italiano non fa rimpiangere quello originale, ma vi invito alla doppia visione. Catherine Heigl sfoggia tutta la collezione di faccette imbronciate che manda in sollucchero i fan, anche se qui è ancora un po’ acerba. Il resto del cast è abbastanza funzionale al ruolo, ma una menzione la merita John Ritter, il simpatico protagonista della sit-com Tre cuori in affitto, in un ruolo un po’ diverso dal solito.

La sposa di Chucky è un piccolo e divertente film di una piccola e divertente saga per appassionati. È l’occasione più ghiotta per diventare fan di Chucky in attesa di seguire le sue nuove gesta e recuperare tutti i film. Aspetto un po’ incasinato, il recupero, specie per le pellicole intermedie precedenti a Seed of Chucky, che speriamo qualche editore di buona volontà vorrà considera seriamente in una raccolta in alta definizione. 

Talk0

mercoledì 28 aprile 2021

The Woman - la nostra recensione “molto” post 8 marzo dell’horror psicologico di Lucky McKee, ora disponibile su Amazon Prime

 


(Premessa) oggi parliamo di un film pieno di satira e dark humor, ma anche molto forte a livello visivo ed emotivo. Per questo giustamente sconsigliato a un pubblico di età inferiore ai 18 anni. Se siete persone facilmente impressionabili o minorenni la visione è sconsigliata, anche se dalla nostra recensione può sembrarvi intrigante. 

(Essere donna oggi) Belle persone i Cleek, l’immagine stessa della famiglia americana moderna del Maine. Tutti sorridenti, in forma, amatissimi, con passione e impegno civico che sprizzano da tutti i pori. Una casetta nel verde con prato inglese e infiniti pomeriggi domenicali a base di barbecue, cui è invitato sovente l’intero vicinato, con salsicce e birra gratis per tutti. Chris Cleek (Sean Bridges) è un atletico quarantenne, avvocato di successo e grande appassionato di caccia. Un giorno mentre è intento nel suo hobby preferito scopre qualcosa di interessante e subito dopo decide di fare una grande sorpresa alla sua famiglia. Certo prima di scartare la sorpresa serve un po’ di preparazione, occorre fare spazio in cantina, pulire e spostare mobili, magari preparare delle attrezzature e vestiario dedicato, ma ne vale la pena! Perché Chris, marito devoto, padre encomiabile, avvocato onesto, cacciatore provetto e cittadino modello, ha scoperto nel bosco e portato a casa il regalo definitivo: una donna selvaggia (Pollyanna McIntosh)! Una donna da vestire, educare e rendere civilizzata per la felicità di tutta la famiglia, che subito la accoglie con gioia! Una specie di volontariato spontaneo, potremmo dire. Certo Chris l’ha notata un pomeriggio dove invece di dedicarsi ai cervi del boschetto di Dead River si è soffermato a lungo a guardare questa creatura farsi il bagno nel fango, con il mirino telescopico da guardone. Ma nonostante il rischio di avere certe “pulsioni” nei suoi riguardi, rimane importante per l’avvocato “salvare” la povera donna dal complesso di Tarzan, catturandola con una rete e legandola poi con dei cavi d’acciaio nel sottoscala di casa fino a una “civilizzazione avvenuta”, cui dovrà ovviamente contribuire attivamente e volenterosamente tutto il suo nucleo famigliare. Certo non dovrà saperlo nessuno fuori di casa, perché anche se questo si sta facendo per un bene superiore, è una cosa bella e giusta eccetera, molti “non capirebbero”. La grigia, evanescente e dimessa moglie Belle (Angela Bettis), è decisamente la meno entusiasta della novità. Sulle prime cerca di far ragionare Chris, chiedendogli gentilmente e dubbiosa: “Dobbiamo tenerla davvero noi, qui in cantina? Ma è legale? Non è che possiamo invece chiamare qualcuno, tipo i servizi sociali?”. Dopo il primo ceffone Belle viene subito rimessa al suo posto, anche perché la sua fragilità emotiva è già conosciuta da tutta la famiglia come conseguenza della anoftalmia di cui soffre (leggere su Wikipedia cos’è dopo la visione o vi perdete un colpo di scena interessante) e che le impedisce una percezione chiara del mondo circostante. Normale che la moglie ogni tanto dica cosa fuori di testa. Mentre Belle viene mandata con indulgenza a confezionare per la donna selvaggia vestiti facilmente sbottonabili senza doverla slegare, il marito inizia a fare su e giù nel sottoscala ogni notte, per un corso rieducativo intenso. In poco tempo pure il figlio adolescente Brian (Zack Rand), copia carbone del padre con stessi complessi da maschio alfa e crudeltà, inizia a fantasticare sulle infinite possibilità di avere una donna sexy e legata sotto casa sua. Così a un certo punto decidere pure lui per il su e giù rieducativo. La figlia adolescente Peggy (Lauren Ashley Carter) che non si oppone ma non collabora alla rieducazione, ogni notte ha gli incubi e pensa a come negli anni il suo amorevole padre Chris abbia prima zittito sua madre a suon di botte, oggi non si faccia problemi a tenere al guinzaglio come un cane una donna selvaggia e forse in futuro potrebbe pure scegliere lei o il bambino che porta in grembo, come vittime delle sue “attenzioni”. La piccola bimba di casa, Darlin' (Shyla Molhusen), non è che capisca molto di quello che sta succedendo ai “grandi”. Ma pensa che la signora in cantina sia triste e cerca di allietarla con le musiche del suo registratorino portatile o offrendole ogni tanto un paio di biscotti a forma di omino. I piani di reinserimento della donna richiedono costante acquisto e utilizzo di sapone, per scrollarle di dosso una terra marcia che sembra quasi essersi tatuata (in stile Rambo, usando un idrante), nonché la somministrazione prudente di cibo “dalla distanza”, perché, ehi, lei morde! Di questa particolarità della donna ha fatto le spese per primo l’anulare sinistro di Chris, reciso di netto insieme alla fede nuziale (momento erotico/simbolico), mentre la donna lo guardava avvicinarsi un po’ seduttivo e un po’ laido. Il morso ha portato al nostro eroe un misto di rabbia, ferocia e disperazione che come avvocato di provincia/maschio alfa non aveva mai scorto in nessuno. O almeno, in nessuna delle donne della sua vita. Puro girl power. Ma c’è un’altra donna che potrebbe forse sempre in nome del girl power mettersi contro all’opera rieducativa di Chris, ossia miss Raton (Carlee Baker), l’insegnante di Peggy. Una donna che sta vedendo troppo da vicino, giorno dopo giorno, il disagio in cui vive la sua alunna. Dalla voglia di fare qualcosa per aiutarla, potrebbe nascere una sorta di “solidarietà femminile“ in grado di far fronte alle situazione? 



(Donne du du du, in cerca di guai) The Woman è il classico film a tesi. L’ipotesi sociologica da cui pende le mosse guarda a come un modello culturale di “famiglia americana di provincia anni ‘50“, patriarcale, ultra-bigotta e autoreferenziale, possa esprimere una condizione della donna più deprecabile e meno evoluta di una civiltà delle caverne tipo nehandertal. La “tesi filminca”, che conferma l’horror come genere prediletto per smascherare i problemi sociali e psicologici odierni, è che nonostante le molte battaglie dei movimenti per la parità di genere, certi modi di pensare sono pervicacemente sopravvissuti pure ai giorni nostri. Le perfette “mogliettine/figlie/segretarie da Happy Days” sono in certi contesti considerate così  inferiori, fragili emotivamente, deboli nel fisico e pericolose, da convincere se stesse di meritarsi insulti, angherie a condiscendenza, alimentando la follia misogina di maschietti di casa che non esistano a trattarle come “mostri”. Come ha ripetuto per anni Tiziano Sclavi, in centinaia di storie a fumetti meravigliose, quelli che vengono chiamati “mostri” o “diversi” non sono necessariamente i veri “oppressori“ della libertà e felicità. Inoltre, come disse una volta Evelyn Cunningham, voce del primo movimento americano per i diritti civili: “Le donne sono l’unico gruppo oppresso, nella nostra società, a condividere la vita con i loro oppressori”. Un rapporto capo-suddito, con qualche influsso dall’epoca dello schiavismo, retto da un ferreo auto convincimento di quelli che il sociologo Talcott Parsons definiva i  rispettivi “ruoli sociali” di un modello familiare. The  Woman, opera centrale anche se autonoma all’interno della Dead River Saga di Jack Ketchum, usa il mito del buon selvaggio “”cannibale“” per cercare di ribaltare questo rapporti di forza basato sul genere e “vedere cosa succede”. Questo modello, dal sopra citato sociologo Talcott Parsons identificato nella famiglia americana perfetta delle pubblicità anni ‘60, riporta di fatto per gli analisti del settore già 20 anni dopo un’immagine non accurata, in ragione di importanti mutamenti sociali e culturali che hanno presto sancito la sua (de)composizione. Il diritto allo studio è cambiato, come l’accesso alle professioni e allo strumento del divorzio, come si sono ampliati  i diritti riconosciuti alle minoranze e i servizi volti alla tutela contro le violenze domestiche. Il “pacchetto Happy Days” con marito lavoratore e capo della sfera finanziaria, donna regina della casa e capo della sfera emotiva, figlia devota e vergine fino al matrimonio e figlio giocatore di football con borsa di studio (giusto per semplificare), semplicemente non esiste più nella realtà storica, se non che si dubita sia mai esistito, se non come “aspirazione ideale” o attraverso “accomodamenti relazionali” non sempre felici. Accomodamenti di cui ha prevalentemente patito la sfera femminile. Si può solo immaginare il numero delle guerre, combattute tra le mura domestiche e luoghi di lavoro, che questo disequilibrio ha comportato. I dati rilevati da chi opera nel settore del sociale sono abbastanza sconfortanti . 



(Tanto rape ma anche molto revenge - capitoletto un po’ lungo, se vi annoia a morte potere saltare tutto e leggere la “sintesi” nel seguente capitoletto). Il genere horror ogni tanto fa cose audaci e scorrettissime per farci ragionare, anche positivamente, su tematiche sociali. C’è stato un tempo, nei magici anni ‘70 con il loro “mondo delle repliche” e “titoli tradotti ad effetto” in cui in sala ti trovavi il Fulciano Non si sevizia un paperino (1972), con nella sala a fianco Non aprite quella porta di Hooper (1974) con nella sala vicina un altrettanto emblematico Non violentate Jennifer di Zarchi (1978). Tre horror fortemente a valenza “antropologica”: sul valore deviato dell’educazione dei giovani, sul decadimento umano delle zone rurali, sulla oggettificazione della donna in certi contesto. Tutti in cartellone con quel “Non” imperativo, che era titolo del film quanto il “comando morale” di dissociarsi da quello che vi era rappresentato. Era a tutti gli effetti una visione “italiana” del cinema (perché i film importati non avevano per esempio il “non” nel titolo originale) che lo voleva come strumento diretto di contrasto “possibile” ai comportamenti umani più devianti. Un modo di intendere la settima arte che qualche volta è un po’ bigotto e un po’ fuorviante, al punto da prodotto anche dei danni. Un modo di fare “giudicante”, qualche volta davvero “manicheo”, oggi scomparso ma che ogni tanto prova ancora a fare capolino. C’è effettivamente poi un cortocircuito morale interessante, dal punto di vista dello spettatore, proprio all’interno del sotto- genere “Rape and Revenge”, ossia quanto accomuna The Woman proprio a Non violentate Jennifer. Questi sono film, spesso bipartiti in due tronchi narrativi, in cui da una situazione di violenza spesso sessuale, da cui il “rape”, segue una violenza vendicativa della vittima sugli aggressori, da cui la “revenge”. A livello di catarsi lo spettatore, specie maschietto, è in genere in queste pellicole prima attirato da una componente vouieristica che gli permette sovente di soffermarsi su “belle ragazze svestite”, poi prova repulsione/confusione  per la violenza “ingiusta” subita dalla vittima, infine viene appagato in modo liberatorio da una vendetta sugli aguzzini, violenta ma percepita come “giusta”.  Il fulcro del disagio “morale” che vive lo spettatore è figlio di  tutta la componente sessuale che pervade queste pellicole. La nudità femminile può eccitare lo sguardo anche nei momenti più “inopportuni”, facendo sentire chi è spettatore quasi alla stregua di un complice degli aguzzini, colpevole di una condivisa anche se pur tacita e superficiale “oggettificazione” della figura femminile. Ci si sente a disagio a guardare in sintesi, con l’impostazione della pellicola che lancia una chiarissima susseguente condanna morale. Una condanna che con il tempo, con la progressiva codificazione del genere slasher, grazie anche ad Halloween di Carpenter (1978), è stata sempre più sfumata. Al punto che la componente sessuale diventava quasi imprescindibile, specie in Venerdì 13, come nella commedia sexy all’italiana. 



Negli anni ‘80 poi si è riusciti ulteriormente a includere una nota di ironia e satira anche negli horror a tematica “socialmente scomoda”. Grazie a Craven, che aveva iniziato la sua carriera proprio con un rape and revenge come L’ultima casa a sinistra del 1972 e che ora con Nightmare del 1984 torna a mettere al centro del discorso la (mal)educazione degli adolescenti, di cui sono principali artefici i genitori (che ci fa quasi parteggiare per il “cattivo”). Con Carpenter, che con Essi vivono, sulla manipolazione della realtà operata da chi occultamente comanda, non lesina in satira e momenti divertenti. Il tema “moralmente inaccettabile” si è quindi con il tempo ingegnerizzato nel genere e il tocco satirico di Lucky McKee, co-sceneggiatore e regista di The Woman, si pone sul solco di questa tradizione, innovandolo. Con McKee, grande conoscitore e amante del pop-horror, il testo di Ketchum, appartenente tanto ai rape and revenge che al genere piuttosto crudo, disincantato e “nostrano” degli horror con i cannibali, riesce così a stemperarsi, rendersi “nel grottesco” più accettabile dell’adattamento del precedente lavoro cinematografico di Ketchum, Offspring, colorandosi di “camp”. L’esito felice di questa impostazione è che se un’opera come Non violentate Jennifer negli anni ‘70 rimaneva appannaggio di una nicchia di cultori dell’horror percepiti un po’ matti e amanti dell’estremo, The Woman, con il suo approccio apparentemente leggero (ma che non lesina lo splatter grandguignolesco ed esagerato stile Dal tramonto all’alba nell’ultima parte), è invece un’opera che può raggiungere un pubblico più ampio, anche con il passaparola, riuscendo a espandere la platea di chi può ascoltare, riflettere e dibattere sull’interrogativo sociale “horror” che muove. Possiede un linguaggio e ironia non distante dai cartoni animati per adulti tipo I Griffin, pur in un contesto narrativo realistico. È divertente almeno quanto è inquietante, come molti horror di successo. Se Offspring era un film dal taglio quasi documentaristico che trovava nello splatter una lettura più brutale del reale, McKee vola glorioso e leggero verso i lidi della metafora socio/politica, con una decisa “presa di posizione” che si afferma tra personaggi volutamente caricaturali (ma in questo non meno spietati) e immense e parossistiche fontane di sangue. 



(Tanto rape ma anche molto revenge: in sintesi) Ho già detto che è una pellicola non adatta ai minori di 18 anni, vero? Provo quindi ad annodare i fili del discorso: attraverso l’efferatezza grafica e la cattiveria satirica, proprie di una buona commistione dell’horror sociale di denuncia del passato e dell’ horror moderno di cui McKee è una delle voci più interessati, viene denunciata con The Woman la violenza fisica e morale, tuttora esistente in certi ambiti, di considerare le donne come oggetti di carne, muti e volti per lo più alla cura della casa, alla procreazione e al sesso. E questo riesce ad essere più di impatto di molte spente biografia di eroine del femminismo o di molti dibattiti da salotto. Pertanto a mio parere il film di McKee, sebbene molto forte per temi e immagini, raggiunge proprio per questa forma estrema l’obiettivo di muovere una lodevole critica sociale, in grado di essere proficuamente sviscerata nel dibattito.   

(Siamo donne, oltre alle gambe c’è di più) The Woman offre una vera e propria “anamnesi horror” di una donna “schiacciata dal potere maschile”, scomponendo e dividendone le caratteristiche emotive tra più personaggi femminili, di età e psicologie diverse, quasi tutte disfunzionali. Laddove le figure maschili autoritarie rimangono monolitiche e tetre, indifferenti ai cambi di età, per “le donne” esistono diverse “strategie“ volte più alla sopravvivenza (im)possibile che a un contrattacco nei confronti delle angherie che mette in atto soprattutto il personaggio del “padre”. È una dinamica non banale. Se la donna delle caverne e la bambina sono abbastanza libere da compiere delle scelte autonome, le altre donne muovono tutte dalla speranza di ricevere benevolenza o al più indifferenza da parte dell’uomo, intavolando contrattazioni infinite con un interlocutore responsivo quanto un muro di mattoni. Un muro pure sadico. È in questo dialogo sordo che le idee più folli e sarcastiche di McKee prendono forma, percorrendo ogni tanto la stessa strada del grottesco dello zombesco Fido di Andrew Currie, con intuizioni ambientali derivate dalla Moglie Perfetta di Frank Oz. Molto bravi gli attori, tra cui spicca la McIntosh. Sean Bridgers ricorda molto Richard Burgi in Hostel, parte 2. La giovane Lauren Ashley Carter è amabilmente spaesata e Angela Bettis conferma il talento mostrato in May, dove era diretta sempre da Lucky McKee. Bella fotografia e le location, che prediligono gli inquietanti colori pastello sullo stile della piccola è pericolosissima cittadina di Edward Mani di forbice. Molto ispirata la colonna sonora, che riesce a svolgere a livello emozionale un ruolo attivo nella narrazione. 



(Donne con le gonne) The Woman è un film intelligente, divertente, spietato, pieno di situazioni così al limite dell’assurdo da farci pensare che possa essere una storia vera. È probabilmente il miglior film di Lucky McKee, uno dei più promettenti registi horror degli ultimi anni. È ben recitato, ben ritmato, pieno di fascino e mistero. È anche un vero e proprio manifesto horror del femminismo, una pellicola che può essere usata per approfondire e dibattere le molte criticità che ancora oggi affliggono la parità di genere. Ovviamente, ve lo stra-consiglio. 

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lunedì 26 aprile 2021

Space Jam: il trailer

 


LeBron James prende l’eredità di Michael Jordan nel nuovo scontro di basket tra Looney toons e “i cattivi” Goons. Dirige Malcom D.Lee, che pende il trono di director che fu di Joe “tutti i video di Michael Jackson tranne Thriller” Pytka, con alle spalle un sacco di film da noi abbastanza ignoti. Tra gli sceneggiatori gente che ha lavorato a Creed e Black Panther. Nel ricchissimo cast, oltre al cast vocale storico dei Looney Toons, c’è  Sonequa Martin-Green (che tutto il mondo odia unanime per il suo personaggio in Star Trek Discovery), la “MJ“ Zendaya, un vecchissimo Don Cheadle... alcuni giocatori di basket e... un sacco di persone “non accreditate” da Imdb. Produce tra gli altri Ryan “Creed” Coogler. 

Lo Space Jam nel 1996 è stato uno dei più grandi successi di sempre del cinema Silvio Pellico di Saronno, al punto da rimanere in cartellone per mesi con fiumi umani presenti a ogni proiezione. La produzione era di lusso, con Ivan “GhostBusters“ Reitman, Daniel “Una notte da leoni” Goldberg e Joe “Beethoven” Medjunk. La colonna sonora originale, con in testa I Believe I can Fly di R.Kelly,  è uno dei dischi che è stato più tempo nel mio lettore cd e in famiglia è ricordato con super-affetto come uno dei film che si guardava tutti insieme. Michael Jordan era super simpatico (e forse è per colpa di questa troppo felice commistione cinema/sport se poi siamo finiti a vedere Shaolin Soccer doppiato in italiano dai giocatori della Lazio), le animazioni frutto della Industrial Light and Magic bellissime, c’era Bill Murray, Lola Bunny era più sexy di Jessica Rabbit (al punto che ai tempi scoppiò un mezzo scandalo, abbastanza esagerato, sulla sua “sessualizzazione inappropriata”). Funzionava praticamente tutto nello Space Jam del 1996, durava il giusto, era divertente, faceva venire la laccrimuccia, ti faceva realmente avere voglia di prendere un pallone da basket e andare giù al campetto a fare due tiri. Se mi capita il dvd tra le mani lo rivedo in questo momento, più che volentieri, ve lo giuro. Si era deciso di fare “qualcosa di simile ma senza il basket” con Looney Toons back in action, con il sempre moscio Brendan Fraser, diretto niente meno che da sua maestà Joe Dante, ma non è andata così bene. Dopo questo trailer sono ancora più convinto che è giusto che una nuova generazione possa avere il “suo” Space Jam, con tutte le cose fatte giuste e le musiche al top da sentire magari non su un cd ma su Spotify. Spero davvero esca bene e non vedo l’ora di vederlo. Magari di nuovo al cinema, per poi correre al campetto con un pallone. A far vedere al mondo che oggi a basket sono forse più schiappa che nel 1996. Appena uscirà siamo pronti a recensirlo. 

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domenica 25 aprile 2021

Ghostbusters: afterlife - un mini trailer già da amare

Lo spirito-guida è quello di trattenere l’entusiasmo, razionalizzare, aspettare fiduciosi ma con compostezza. Però davanti a questo bocconcino gustoso, io mi sciolgo letteralmente. Come un marshmallow... o un fantomatico e mitologico “cereale di lichene”. 

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domenica 18 aprile 2021

Bitch Slap - la nostra retro-recensione di un piccolo, scombinato ma amabile fumettone sexy ora su Amazon Prime

 

La premessa è la solita, guardiamo dal catalogo di un servizio streaming un film di qualche anno fa. Possiamo direttamente passare alla trama. 

Tre cattive ragazze procaci e ultra-sexy vogliono rubare 200 milioni dal viscido e sessuomane boss del crimine di nome Gage (Michael Hurst) e si ritrovano impantanate nel deserto a cercare con una pala dove il tizio terrebbe nascosto il bottino. Hel (Erin Cummings) è una rossa esperta di fucili e manipolatrice che sembra lavorare per una specie di agente governativo di nome Phoenix (Kevin Sorbo). Camero (America Olivo) è una biondina svitata che picchia pesante, ha cercato di uscire dal suo passato diventando suora (tra le consorelle Lucy Lawless e Renee O’Connor) ma ha fallito. Trixie (Julia Voth) è una evanescente bambolina finita in una brutta storia a causa di Gage, ma che potrebbe trovare un principe azzurro in un poliziotto di passaggio (Ron Melendez). Sono un trio scombinato, rissoso, che non si conosce reciprocamente a fondo e risulta legato alla meno peggio da una strana relazione sentimentale che vede al centro Trixie, ma che ha problemi circa l’esclusiva sulla stessa. Potrebbero benissimo a un certo punto ammazzarsi tra di loro. Due svitati criminali, un punk (William Gregory Lee) e una ragazza orientale armata di uno yo-yo con le lame (Minae Noji) presto si metteranno sulle tracce del terzetto e andranno a incrementare il caos generale. Troveranno il bottino?



Prendete il regista Rick Jacobson e il produttore Eric Gruendemann e avrete tra le mani due membri senior, insieme a Sam Raimi e Rob Tapert, del gruppo di lavoro che più ci ha regalato alcuni dei pomeriggi davanti alla Tv migliori della nostra adolescenza e oltre. Da telefilm fantasy - action per tutti come Baywatch (1989-2001), Hercules (1995-99), Xena (1995-2001), Cleopatra 2525 (2000), passando per i più recenti e “sanguigni”, ma non meno divertenti, Spartacus (2010-2013) e Ash Vs Evil Dead (2015-2018), il dinamico duo, spesso coinvolto in qualche fase di queste opere, ha sempre garantito uno show dai connotati fumettosi, esagerati, pieno di scene di combattimento e di bellissime interpreti. Non hanno mai scritto un film o una puntata di uno show in vita loro, ma nei rispettivi campi sono ineccepibili e credo anche abbastanza fieri del loro lavoro. Io mi immagino che una sera, intorno al 2008-2009, Jacobson e Gruendemann siano andati a bere e dopo una sbronza colossale uno dei due abbia cominciato: “Sai una cosa? Proviamo per una volta a scrivere e dirigere noi, da soli, una storia! Prendiamo uno spunto o due (magari tre o quattro) dalle “ragazzacce” di Kill Bill di Tarantino del 2004, magari ingaggiando come coordinatrice stunt Zoe Bell che da sola ci porta avanti gran parte del lavoro. Tanto i film si scrivono spesso da soli!!! Visivamente ci ispiriamo a Sin City di Miller/Rodriguez del 2005, perché i fumettoni estremi e sexy in fondo li avevamo inventati prima noi, piacciono e The Spirit di Miller del 2008 è solo l’eccezione che conferma la regola. Anzi, noi lo faremo ancora più stilizzato e con set palesemente finti!!! Già che ci siamo convochiamo tutti i nostri amici e collaboratori più fidati, da Kevin Sorbo (Hercules)  a Michael Hurst (Iolao), passando anche solo per un cameo a Lucy Lawless (Xena) e Renee O’Connor (Olimpia), magari infilando dentro William Gregory Lee (il bagnino Eric). Ci devono tutti un favore o due, può essere che vengano via per pochissimo!!! Ho poi idee spettacolari per le tre protagoniste! Che ne dici della Scream Queen del nuovo Venerdì 13, America Olivo? Non trovi che assomigli a Uma Thurman in Kill Bill e sia quindi perfetta per alternarla nelle scene d’azione con Zoe Bell? Hai presente Erin Cummings, che abbiamo provinato come moglie di Spartacus? Mettiamola! E cosa mi dici della modella canadese Julia Voth? Certo, non l’ho mai vista recitare ma hai visto che sventola??!! Facciamo anzi che tutte e tre le protagoniste siano sempre vestite come sventole, mezze nude e magari le mettiamo di punto in bianco, di botto, senza logica, a fare cose zozze!!! Da paura, vero??!! Al pubblico piacerà!!!" Poi immagino che il tizio dei due che fino ad adesso non ha spiccicato parola, si mette a pensarci su. Si accende una sigaretta e con la faccia da poker più convincente che trova inizia a chiosare. “Tutto fantastico, Bro. Il mondo sarà nostro. Siccome potrebbe venirci una storta fantastica, ma siamo umili e in fondo le sceneggiature non le abbiano mai fatte, pur avendone lette a milionate, eccoti là mia idea. Nei credits facciamo scrivere che siamo scrittori ad honorem, esperti per esperienza. Così nessuno ci verrà a dire che ci siamo montati la testa quando sbancheremo con pubblico e critica.” Stretta di mano, un paio di telefonate e la giostra parte. Cosa poteva andare storto? 



Partiamo dalle cose positive: belle ragazze, tanta azione e un clima scanzonato. Basterebbero queste cose a mettere Bitch Slap in un multisala accanto a cui viene proiettato Grindhouse di Tarantino e Rodriguez. C’è la stessa iper-ultra sessualizzazione delle protagoniste, con inquadrature che scientemente inquadrano prima i seni e dopo i volti delle eroine, indugiando spesso abbondantemente su tutte le infinite curve del loro corpo fino a farci immergere nei loro occhi. Gli abiti, che le rendono in tutto delle bambolone deluxe, scoppiano, bagnano, si aprono e sfilacciano costantemente, permettendoci di indugiare, complice la generosità delle attrici, su lingerie sexy, calze a rete, scarpe tacco 12 e oltre. È tutto fumettoso, esagerato quanto soft al punto giusto da non arrivare mai al nudo in nessuna forma. Si vuole stuzzicare, sempre, a volte anche anteponendo un siparietto sexy alle logiche della trama. Per chi ama il catfight, Zoe Bell sfodera il meglio del suo talento per scene d’azione che, arricchite di una copiosa componente splatter e un po’ di senso dell’assurdo, rappresentano il vero selling point del film, il fattore che spinge volentieri a una seconda visione. Anche lo stile visivo da fumetto, che intorno al 2010 si trovava un po’ ovunque, riesce nell’intento di rendere la pellicola gustosamente sopra le righe. Gli attori e attrice sembrano evidentemente divertirsi un mondo e anche se non tutte offrono performance memorabili (Julia Voth è per esempio chiamata a impersonare un personaggio con più sfumature di quanto lei riesce a infondere), pure il pubblico può trovare simpatia per loro. L’elefante nella cristalleria, inutile dirlo, è la sceneggiatura. Il film parte da una situazione di stallo che dovrebbe idealmente precedere lo scontro finale, per procedere a ritroso facendo uno smodato uso di flashback. Eventi avvenuti tre minuti prima, poi un paio di mesi prima, poi quaranta minuti dopo, poi ancora sei mesi prima, poi quasi una mezz’ora dopo... un maledetto casino spazio-temporale che si trascina per tutto il film, rende disastrato il punto di vista del narratore, fa inutile confusione, si perde e ogni tanto crea voragini logiche. È palpabile la volontà di creare qualcosa di complesso, facendo magari affidamento sul fatto che la pellicola è un fumettone lineare che punta più al grottesco che alla logica. Ma è un approccio che tradisce inesperienza e butta via dolosamente gran parte di un potenziale visivo niente male, con il rischio che lo spettatore si incazzi più che divertirsi. Peccato. Se volete passare una oretta e mezza insieme a donne da infarto fateci un mezzo pensiero.  Vista come una gioiosa reunion di vecchie stelline dei Tv show del pomeriggio o come una pellicola senza pretese da guardare magari ubriachi, può comunque essere divertente, sexy, amabilmente scorretta e sostanzialmente così esagerata da essere innocua. Ecco, magari una “visione distratta” potrebbe aiutare a migliorare l’esperienza generale. Se volete risparmiare sulle birre, armatevi di sudoku. 

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