lunedì 28 novembre 2022

Pay the Ghost: la nostra recensione di un piccolo e sfizioso horror con protagonista Nicolas Cage


The Walking Dead, una delle serie tv di maggiore successo degli ultimi anni, che ha saputo traghettare al genere horror moltissimi fan della tv più generalista. In The Walking Dead ci sono i morti viventi, ma non sono loro a fare paura per davvero. Certo, se non hai mai visto gli zombie ti fanno impressione: la carnagione marcia e contorta, il passo strano sbilenco e a scatti, il numero soverchiante in grado di mettere all’angolo anche il più coriaceo dei sopravvissuti. Poi però inizi a guardare le prime puntate e ti accorgi che la cosa più spaventosa è un’altra: solo le relazioni umane che si deteriorano il vero incubo. Persone che sembrano il tuo vicino di casa più gentile, con cui hai avuto delle discussioni sensate e amorevoli fino alla sera prima, in tre puntate sbroccano e iniziano a essere petulanti, poi odiose, poi leggermente incoerenti, infine pazze squinternate. Gli zombie sono poca cosa a confronto, poco più di una siepe da tagliare periodicamente. Quando uno dei protagonisti inizia invece a sparare agli altri sopravvissuti perché ha le palle girate, in genere la trama “crea degli anticorpi” e fa in modo che il personaggio entro altre due o tre puntate faccia una brutta fine, per mano degli zombie o dei sopravvissuti a seconda dei casi. Ma ci sono le eccezioni, come la moglie del protagonista Rick. La moglie di Rick sbrocca ma non viene eliminata in tre puntate, diventando ogni minuto che passa una creatura sempre più insostenibile nelle richieste e lamentele. Una donna del genere che vuole ogni sabato andare fisso da Ikea, per capirci. Una che ti ricorda ogni sei minuti che devi portare fuori la spazzatura. Una che deve chiedere ogni istante al povero marito/Rick che fine ha fatto il figlio “Carl”, un amabile pargolo che con una madre così, nonostante la giovane età, non può che diventare in brevissimo un pazzo psicopatico. Cosa che poi più o meno in effetti accade.  E quindi la moglie è tutta un: “Dov’è Carl?”, “Perché Carl non c’è?”, “Tesoro, hai visto Carl??!!”, “Ma la pistola la sta usando Carl?”. Ogni  volta è peggio, ogni volta Carl fa sempre cose più da pazzo e la moglie di Rick mette una paura maledetta al marito, come fosse tutta colpa sua, dalla spazzatura non messa fuori all'apocalisse zombie. Ma perché non se lo cerca lei, questo benedetto Carl? Ma cosa ha da fare per non cercarselo lei, quel piccolo mostro?  La moglie di Rick è interpretata da Sarah Wayne Callies, una attrice che ha saputo infondere in lei secoli e secoli di odio per i mariti inadeguati e tutta la paranoia più nefasta delle mamme protettive. Quel personaggio faceva davvero paura. Nel 2015 il nostro Nicolas Cage non poteva farsi scappare l’occasione di cimentasi di nuovo con l’horror, un genere che da sempre gli ha offerto dei ruoli molto stuzzicanti. Sceglie così di puntare in alto, al più terribile dei mostri moderni: la moglie di Rick. Certo, in questo film c’è una New York piena di fantasmi alla Ghostbusters, ci sono i “bambini morti” alla Sinister, c’è una strega celtica DOP che ci ricorda più volte da dove nasce il vero Halloween con tutti i suoi riti, balli e specialità enogastronomiche ufficiali, lamentandosi che halloween oggi è solo una festa commerciale borghese ecc. ecc. Ma il vero mostro è lei, Sarah Wayne Callies, che qui interpreta Kristen, la moglie passivo aggressiva e petulante di un povero insegnante di letteratura di nome Mike, con il volto, l’aria dimessa e lo sguardo perso del nostro Cage. Cage che tra le altre cose è in qualche modo “esperto” in personaggi miti a cui per esigenze di trama “portano via un figlio”: con già la faccia disperata giusta nel curriculum, dal capello spettinato alle occhiaie infinite. Cage è adeguatissimo all’ingrato ruolo, che peraltro ha già sperimentatosi pure nelle “varianti” in cui la polizia non vuole aiutarlo nella ricerca (Stolen) o in circostanze in cui  il rapimento ha a che fare con strani fenomeni paranormali (Segnali dal futuro). Ma Cage, non era proprio preparato alla Wayne Callies, a tutto l’amore distorto che la sua mamma paranoica riversa h24 sul figlio Charlie (Jack Fulton), come a tutta la rabbia repressa che lei h24 esprime per l’inadeguatezza maschile a tutte le funzioni di accudimento dei figli. E quindi assistiamo sgomenti a come la Callies da “madre perfetta” sia amorevolissima con Charlie, si occupi quasi interamente da sola della sua istruzione e accudimento, scelga per lui dei bellissimi vestiti da pirata per Halloween coordinati con i suoi e gli tenga sempre la mano, lo affoghi di coccole. Poi arriva “quel bastardo di Mike”: sfigato professorino dall’aria dimessa che legge Goethe, fa tardi al lavoro cercando di racimolare una promozione che non avrà mai e soprattutto “le perde il figlio”. La Callies glielo affida per la sfilata di Halloween per... quanto? Sei minuti? Cinque? E Mike, l’inadeguato Mike con quel suo vestito da cowboy da rodeo che neanche si abbina al costume del figlio, porta Charlie/Carl dal gelataio che sta a quindici, massimo venti metri da casa, gli molla la mano per pagare il cono gelato con la granella color arcobaleno e… non lo trova più!! Perso!!! Per sempre! Certo c’è di mezzo il paranormale, la strega, i bambini morti e i cieli alla Ghostbusters, i riti celtici originali DOP, uno strano circolo di homeless ciechi che sorvegliano dei confini paranormali con l’aldilà tra cui figura un fighissimo Stephen McHattie (un caratterista da sogno). Ma chi glielo dice alla Catties?? Credetemi, la strega celtica volante non avrebbe avuto le palle per rubare Charlie dalle mani della madre. Sarebbe finita malissimo. Ma il povero Mike? Mike è la vittima sacrificale di questa donna terribile e ora deve avere a che fare con un’altra strega e patisce. Diventa sempre più curvo su se stesso, sempre più solo e pazzo. Ci viene detto che dopo un anno dal rapimento non dorme più con la moglie da mesi. Si sono lasciati ma lei evidentemente lo comanda a distanza con i suoi poteri persuasivi e ha deciso che l’ex marito può vivere solo in funzione di trovare il figlio, di fatto trasferendosi nella stazione di polizia locale dove ogni giorno assilla i detective, che un po’ comprendono e un po’ non ne possono più, di tutte le più pazze teorie cospirative e fantasy su dove sia finito il figlio. A Mike passa davanti pure una assistente universitaria disponibilissima, giovane e super gnocca interpretata da Veronica Ferres, ma lui non può permettersi manco di guardarla perché c’ha sempre gli occhi della moglie che lo scrutano a distanza e gli urlano: “Dove è finito Charlie/Carl??”, “Non sai neanche andare a prendere un gelato a venti metri da casa che ti perdi il figlio che io ho partorito nel dolore??”, “Ma quanto era brutto e non in abbinato il tuo vestito da cowboy da rodeo? Dovevi perdere tuo figlio vestito tanto da pirla, quella notte??”. Mike deve andare avanti nella ricerca, con la lucidità appannata il giusto per seguire la pista paranormale che il film gli offre: stare dietro agli spostamenti di alcuni condor in brutta computer grafica che solcano misteriosamente i cieli di New York e indagare su una frase che spunta fuori in tutte le indagini di scomparse misteriose di bambini newyorkesi degli ultimi anni: “Paga il fantasma”. Troverà Cage il povero Charlie o la moglie lo ucciderà prima per la sua inadeguatezza paterna? Potrà “pagare il fantasma” perché almeno gli porti via la moglie? 


Il tedesco Uli Edel, regista a inizio '80 di Christiane F.: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, nei '90 di Body of Evidence con Madonna, nei 2000 di La banda Baader Meinhof e nell’ultimo decennio della mini serie tv su Houdini con Adrien Brody, nel 2015 adatta per lo schermo una novella di Tim Lebbon, amatissimo autore di libri legati ai brand di 30 giorni di notte, Hellboy, Alien, Star Wars, Firefly. È un racconto semplice, dritto, piuttosto derivativo e se vogliamo ispirato al “trend” delle entità fantasmatiche femminili che hanno radici nel J-horror più “ringhiano” (già “convertite” alla sensibilità occidentale da pellicole come Mama/La madre, di Muschietti e da molto cinema di Del Toro). Un racconto che trova una dimensione visiva favolistica nella fotografia dai colori attenuati di Sharone Meir, che già si era fatto notare per Whiplash e dopo Pay the Ghost andrà non a caso alla fotografia di The ring 3/ Rings nel 2017. La colonna sonora, elemento sempre importate in un horror, è a firma Joseph Lo Duca, autore delle musiche dei film di Bambola assassina (fin dal primo capitolo e adesso nella nuova serie tv) e da sempre legato alle produzioni Raimi/Tapert, dai tempi di Hercules e Xena, passando per Spartacus e arrivando ad Ash vs the evil dead. Le invenzioni visive sono spesso interessanti e nella pellicola a un certo punto, in un momento onirico, ritroviamo pure una sinistra anticipazione del nostro futuro “pandemico” quando dalle fiamme si fa largo un famigeratissimo monopattino. La Callies come madre addolorata mette davvero paura più di ogni mostro realizzato con gli effetti speciali. È di fatto con la interpretazione convincente, unita a una buona chimica che riesce a instaurare con il personaggio di Cage che eleva il  film oltre una eccessiva convenzionalità. Molto ben realizzate le sequenze ambientate durante Halloween, i momenti in cui i fantasmi si nascondono nella fauna urbana. Il ritmo generale è un po’ lento ma ci permette di perlustrare in lungo e in largo il luogo del rapimento, una New York perennemente tra il tramonto e l’alba. Lo sfizioso accompagnamento sonoro di Joseph Lo Duca aiuta molto nelle scene di stampo più investigativo e non carica troppo nei jumpscare. È un film più malinconico che horror, più favolistico che thriller. 

Pay the ghost dove “non arriva” con la sceneggiatura compensa ampiamente sul piano visivo e la pellicola alla fine scorre e diverte, seppure qualche volta prosegua a singhiozzo, tra scene alla Mama e altre alla The Ring che forse non trovano una sintesi autonoma. Quasi esilarante, per quanto surreale, la parte della pellicola dedicata alla festa della proloco filo-celtica, con tutta la storia della rivendicazione del vero Halloween, i costumi tradizionali, i dolci tipici. Cage cavalca con classe la follia del film, rimanendo fedele al suo insegnante sognatore che cita Goethe e Shakespeare, crede ai mostri e di notte si addormenta nella grande biblioteca del college, con la testa sui libri di folklore popolare. Si spera davvero che riesce a ritrovare il figlio rapito dalla strega. Anche perché se no chi lo salverà dall’altra strega che ha a casa? 

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sabato 26 novembre 2022

Diabolik - Ginko all’attacco!: il nuovo film dei Manetti Bros ispirato al celebre numero 16 della collana dedicata al personaggio delle sorelle Giussani, in uscita per la celebrazione dei 60 anni del fumetto.

Prima della visione ci viene da pensare al film dell’anno scorso, alla super esposizione mediatica che ancora oggi per il sessantesimo gode giustamente il personaggio delle sorelle Giussani e a tutto il potenziale filmico che per anni poteva regalare al nostro cinema “di genere” un anti-eroe come Diabolik. C’era stato un primo “vagito” con il super-camp film di Bava, seguito dalla parodia di Johnny Dorelli Dorellik, ma poi tutto è finito, rimasto inespresso, nei meandri produttivi e in un’idea di “cinema italiano” che negli anni si è fatto sempre più  “minimal”, da commedia intimista familiare tipica a tre: Fabio Volo, Ambra Angiolini e una pianta grassa, con ambientazione borghesuccia in un appartamento della Garbatella. Un cinema che si è come sempre più vergognato di “essere di genere”. Ci mancano sempre più i ruggenti e scorretti anni sessanta di Milano a Mano Armata, Sartana non perdona e di Non si sevizia un paperino. Ci basta vedere in una scena di Orlando, del 2022,  di Vicari, un Michele Placido che indossa un berretto colorato alla Thomas Millian/Giraldi per sognare pure oggi, al di là di ogni senso del reale, un nuovo Squadra antifurto. La trasgressiva cattiveria di un eroe anticonformista come Diabolik riesce però ancora oggi a esprimere su carta quei ruggenti anni '70. In mano alle “persone giuste” del cinema quel mito, ancora oggi, può riecheggiare, come ci ha confermato la pellicola su Diabolik di poco tempo fa, a firma dei fratelli Manetti, prodotta da Rai e Mompracem. Ci era piaciuto molto quel Luca Marinelli che dopo lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Ribot si cimentava nei panni del silenzioso Diabolik. L’attore romano si era distinto per l’interessante lavoro che aveva fatto per conferirgli una voce “neutra ma duttile”, per le sue movenze rigide e scattose. Per la freddezza, ma pure lo sguardo quasi fanciullesco che rivelava quando svelava la sua identità a Eva Kant, togliendosi la maschera/protezione/“coperta di Linus” ed elaborando l’etica di considerare tutto il mondo, ma non la propria amata, come “il nemico”. Un mondo/nemico da uccidere se necessario e tramortire se possibile ma comunque un nemico, da osservare con gli occhi del leone che guarda una gazzella. Gli stessi occhi di ghiaccio “dai quali scrutare la profondità degli abissi” che Diabolik non a caso condivideva con Eva Kant. Ci eravamo innamorati di conseguenza degli occhi dell’Eva Kant di Miriam Leone subito, come un colpo di fulmine, stregati dallo sguardo ma pure dal suo sorriso, dalle forme e movenze aggraziatamente giunoniche, rimanendone psicologicamente affascianti della “doppiezza”: dal suo essere consapevolmente, contemporaneamente (anche più di Diabolik) “angelo e diavolo”, regale e di umili origini, timida all’apparenza quanto “di ghiaccio” nei fatti. Ci erano piaciute la malinconia e la calma estrema, quasi da bomba inesplosa, del commissario Ginko, un eroe perdente in quanto ingranaggio di una società tentennante ma pieno di valori, a cui Valerio Mastrandrea donava incredibile umanità e tormento. Se poteva esserci un brano perfetto per descrivere in musica il personaggio di Diabolik, quello è stato di sicuro il duro ma sognante La profondità degli abissi di Manuel Agnelli, il pezzo rock dei titoli di testa della pellicola, manifesto del cuore di tenebra che pervade il personaggio, senza forse che lo stesso ne comprenda limiti e implicazioni. La regia dei Manetti, faceva largo uso delle tecniche di ripresa dei loro (e nostri) animati polizieschi, tra inseguimenti a sirene spianate e cambi di scena “a schiaffo” dopo le sparatorie, con un particolare amore per i paesaggi urbani desolati di provincia. Si creava poi un tempo sospeso attraverso un montaggio dilatato e “rallentato”, dove magicamente con pochi ritocchi grafici le città italiane odierne si trasformavano in una Clerville anni ‘60/‘70 e dove servendosi di trucco e recitazione consciamente sopra le righe, “ampollosamente provinciale”, i Manetti sapevano descrivere e dava voce a un piccolo universo lombrosianamente anni ‘70, che coinvolgeva tanto la caratterizzazione dei personaggi del ceti più alti quanto i “buffi ma umani” poliziotti e gente comune. Dettagli gustosi e coerentemente rivolti a ricreare un mondo narrativo preciso e fedele alle atmosfere delle nuvole parlanti originarie, senza cercare quasi mai di adattare “oltre l’opera” per “trasformarla in cinema”, seguendo lo spirito integralista (da molti non amato) di Sin City di Rodriguez/Miller, fino a cavalcare all’estremo il peculiare linguaggio a vignette delle Giussani, tavola per tavola, nella propria  “ingenuità e freschezza”, dalla staticità delle vignette/inquadrature “ferme” laddove era racchiuso in origine un lungo testo di dialogo, al suono onomatopeico inconfondibile dei coltelli che squarciava la tavola a metà, passando agli effetti speciali impossibili delle strade che dal nulla nascondevano trampolini e molle, più simili alle illustrazioni umoristiche della settimana enigmistica che a dei congegni realistici di un Batman: con quei pietroni che alzavano le  carrucole che facevano accedere ai nascondigli segreti del ladro. Il lavoro dei Manetti  faceva anche di necessità virtù un budget non paragonabile a un film di Nolan, scegliendo al posto del realismo prospettive gustose come il “weird” e il “camp”, che hanno reso così sincero quanto non realistico, ultra-fedele quanto originale, quel numero 3 della serie originale a fumetti di Diabolik che era base della pellicola. Anche nei suoi momenti più “horror”, come la stanza delle teste/maschere scoperta dalla “finta moglie”, anche dove possiamo sognare che il nostro eroe possa parlare con la sua amata solo con gli occhi, seguendo il codice morse, per ore e ore, durante la scena del tribunale. Poi il numero 3 cosi interessante riprodotto finiva “come trama singola”, strutturalmente, con ultimata la sua trasposizione esatta in scala 1 a 1, ma il film no. Non poteva finire perché eravamo ancora sui 70 minuti scarsi. I Manetti rintuzzavano la trama fondendola così con un secondo episodio, proveniente drammaticamente da un’epoca e autori diversi, un’epoca meno “sovversiva” e scoppiettante anche per “ragioni anagrafiche di censura sopravvenuta” in tempi più moderni/mosci. Questo racconto risultava legato malino, un po’ appiccicaticcio, molto lontano dal grande fascino misto a follie della prima parte del film. Ma era pure un episodio drammaticamente bruttino, troppo parlato e statico, noiosissimo salvo un veloce guizzo finale che risvegliava la sala del cinema da un legittimo sonnellino, quel tanto che bastava per esprimere anche solo “ginnicamente” le abilità del personaggio per un’ultima volta e ascoltare la bella canzone di coda sempre a firma Manuel Agnelli. Quindi alla fine della visone l’idea era che Diabolik si poteva fare e bene “così come era a fumetti”, anche oggi, se si seguivano soprattuto le fonti giuste. Ed è stato confortevole constatare fin dalle prime indiscrezioni che il secondo film sarebbe stato tratto da un altro bellissimo albo a fumetti, il numero 16, scritto ancora negli anni “caldi”, dal titolo “Ginko all’attacco”. Un numero che al cinema avrebbero “allungato”, con elementi che sarebbero poi tornati nella terza pellicola, ma senza lo “stacco netto” narrativo di cui pativa il primo film (con tanto di lunga dissolvenza di nero che aveva spinto qualcuno ad abbandonare la sala). Ma partita la produzione della pellicola numero 2 ecco che è arrivato pure uno sfigatissimo smacco: niente Luca Marinelli per motivi ancora nebulosi (la Storia ce li racconterà...), ma pure per pregressi impegni all’estero, tra il progetto The Old Guard e il film, attesissimo, le Otto Montagne, che lo vedrà a breve a fianco di Alessandro Borghi. Quindi è arrivata la necessità di cambiare il volto a Diabolik, scegliendo quasi all’ultimo minuto un attore di Grey’s Anatomy, l’italoamericano Giacomo Giannoni. Un attore dal fisico parecchio più imponente di Marinelli, troppo, quasi un wrestler, “massiccio”nquanto davvero inquietante nei momenti in cui vuole apparire minaccioso, riuscendo a non sfigurare davanti ad un orco dell’horror slasher come Michael Mayers. Ma torniamo alla sala prima della visione del film, dove già dai trailer siamo certi che al calare delle luci vedremo la Eva Kant della Leone confrontarsi sulla scena con una Altea, la baronessa straniera amata da Ginko, interpretata da un’altra grande donna del cinema italiano: Monica Bellucci, per l’occasione con lenti a contatto azzurre. Confidiamo (e saremo smentiti) che la trama si faccia più sexy (memori delle scene della Leone in sottoveste trasparente del film precedente, che qui non rivedremo), evocando magari uno scontro “sognante”, da cat fight alla Pam Grier in piena blackspoitation ‘70 (ma saremo nuovamente delusi). Poi partono i titoli di testa e arrivano i titoli di coda. Ci riprendiamo. 


La storia risulta molto fedele al fumetto, anche sul lato “weird/camp” e funziona effettivamente molto meglio che nella prima pellicola, è più omogenea. Da sogno le super poliziotte, ballerine ed esperte di judo, dello spettacolo Smeraldo (che sembra un tenero e nostalgico teatrino di avanspettacolo di spettacoli sexy-oratoriali stile La Bustarella, con tanto di un presentatore che fa battute oggi “politicamente con corrette” con lo stile di Ettore Andenna), che aprono le danze in pura expoitation. Sgambettano coperte di gioielli nel balletto che accompagna la bella e “bondiana” nuova canzone di Deodato per poi con la loro avvenenza dare voce al gustosissimo e “pierinesco” cameo di Andrea Roncato. Poi scompaiono e ci accorgiamo con dolore di quanto Giannoni sia terrificante. Terrificante in “modo buono”, quando si dimostra fisicamente imponente e sinistro come anticipato. Subito il “weird factor” schizza quando ci rendiamo conto che un “armadio” come lui, possente anche solo per le chiappe marmoree enormi, per le leggi della fisica quanto per le taglie della sartoria, non potrebbe mai camuffarsi realisticamente da altre persone (perché Diabolik questo fa spesso… si camuffa con maschere e vestiti altrui per nascondersi e compiere i furti), a meno che non siano wrestler come Brock Lesner. Ovviamente i Manetti lo fanno camuffare proprio da personaggi così  mingherlini che rendono il tutto più surreale ancora, ma in questa follia fanno benissimo!! Purché tutti gli altri attori chiamati a impersonare Diabolik quando lui “si finge qualcuno di diverso” recitano meglio!!! Il problema vero è che Giannoni è davvero molto, molto più terrificante quando provano a renderlo espressivo, facendolo interagire con gli altri attori. Il viso e un blocco di granito perfettamente circolare con dipinti due occhi blu e l’attaccatura dei capelli a V che pare uscire da South Park. Miriam Leone compie degli sforzi pazzeschi per provare a renderlo “quasi umano”, come quelle ballerine di Ballando con le stelle che piroettano intorno a vecchie star ottuagenarie fino a dare l’impressione, per moto ondulatorio, che pure l’ottuagenario, in realtà fermo come un tronco, sappia ballare. È un’impresa disperata quanto amabilmente surreale, che solo una attrice bellissima come la Leone riesce portare in porto calamitando tutti gli occhi su di sé e non sul “mascherone alla South Park”, giocando su seduzione (e l’aiuto dalla regia di abili controcampi volti a inquadrare il volto di Giannoni davvero il meno sindacalmente possibile). Invece risulta un artificio “weird e camp” geniale implementare il modo di parlare tutto particolare e sensuale di Monica Bellucci con un accento asburgico a caso, conferendole un fascino simile all’italo/francese che Corinne Clery sfoggiava in Yuppies a fianco di Ezio Greggio. Con Mastrandrea che in quelle scene è pure lui un po’ Ezio Greggio, cosa che non è per forza un male, al netto però del fatto che l’attore romano nel resto delle scene tiene da solo con tenacia tutta la baracca. Ginko è protagonista fin dal titolo del film e non a caso. La trama è creata per metterlo sempre più a risalto per doti di comando e professionalità, e per contrasto confermare quanto il resto della polizia di Clereville sia formata poco più che da “buffi minions”, quanto i carabinieri della serie tv di Don Matteo. Ginko si arrabbia e dispera ed è veramente solo contro il mondo, ma sa essere geniale, titanico nel modo in cui prova a gestire la partita contro Eva e Diabolik giocando al meglio le sue carte pur conscio che siano “truccate”, come le carte che può giocare il parimenti stoico Zenigata contro Lupin III. Ci si affeziona a Ginko che promette di chiedere la mano alla baronessa solo quando avrà sconfitto Diabolik, e per questo motivo sta sempre lontano dalla Bellucci a cadere pensosamente e disperatamente in un vicolo cieco dopo l’altro, spesso per incapacità manifesta dei sui “minions”, qualche volta per l’ego di superiori che dall’alto pretendono senza mettersi mai in gioco. Ginko: uno di noi. Restiamo invece in “tema cartone animato Lupin III” per le fenomenali musiche della soundtrack, dall’animo prog rock più spinto del primo capitolo, composte da Aldo e Pivio De Scalzi, che citano pure i “flauti da spy movie” della colonna sonora originale di un altro classico cartone animato giapponese: Daitarn III. A livello acustico il film è una bomba dall’inizio alla fine, pure con richiami ai Goblin. Non da meno risultano buone le scene d’azione, realizzate con lo stesso stile “fantasioso” della prima pellicola, con meccanismi weird alla Austin Powers (o da Bond dell’era Moore/ giocattoli Mattel del Big Jim) ma con classe, in uno stile preciso che ricalca al meglio le scelte visive del fumetto. Buone, molto buone le scene più “horror”, tanto per la fisicità di Giannoni quanto per il favoloso sguardo gelido che sa sfoggiare la Leone (chissà se la noteranno per questo talento e presto non la vedremo pure in Blumhouse..). 


Tirando le somme, Diabolik: Ginko all’attacco! offre una buona evoluzione narrativa della pellicola del 2019. Buona la colonna sonora di Aldo e Pivio De Scalzi, buona la canzone “bondiana” di Deodato, più fluida e unitaria la trama, molto brava la Leone come Mastrandrea. Terrificante, sia in senso buono che cattivo, Giannoni, che sapientemente i Manetti gestiscono sfoggiandolo come Diabolik/fisico per le scene più ginniche e muscolari per poi far interpretare il Diabolik/parlante “con la faccia di qualche altro attore”, appena il classico gioco narrativo delle maschere lo permette. Weird e Camp a manetta per l’accento asburgico della Bellucci, il cameo pierinesco di Roncato, le star del balletto Smeraldo come per tutte le scene “fantasy” fatte di carrucole, pupazzi, trappole misteriose e rocce che nascondono nascondigli come un playset di Big Jim del 1979. L’ambientazione pesantemente calata negli anni ‘60 e ‘70, tra telefoni a gettoni e tecnologia ultra-vintage, parrucconi e auto d’epoca, alimenta a dismisura l’effetto amarcord per chi aveva tra le mani i fumetti delle Giussani da cui la pellicola è tratta al momento della loro pubblicazione in edicola. La via dell’assurdo è per noi la via giusta e il Diabolik dei Manetti la percorre deciso sulla sua Jaguar E a fianco di una bellissima Miriam Leone. Lasciate ogni speranza voi che vi aspettate il Batman di Nolan, qui, di nuovo, non lo troverete. Chi come noi ama la follia degli anni 60/70 tra Bava e la Bat-Dance, passando tra il Monnezza e la commedia sexy, in questo mar ci sguazza felice e tra il dolce naufragare è subito sera.  In attesa del numero tre. 

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giovedì 24 novembre 2022

Franco Battiato - la voce del padrone: la nostra recensione del documentario di Marco Spagnoli, in sala dal 28 novembre al 4 dicembre

C’era una volta Franco Battiato. Per qualcuno è stato uno dei musicisti più influenti del ‘900, per qualcuno un uomo che viveva sulle pendici di un vulcano per ascoltare ogni giorno il “suono del mondo”. Per qualcuno aveva un modo di guardare la natura e il mondo simile a San Francesco, per qualcuno era un uomo che attraverso l’arte faceva apparire semplici i concetti complicati, per qualcuno era un “alieno”, per qualcuno un maestro, un “padre”, un amico. Battiato nella sua vita e nella sua carriera è stato così “tante cose”, originale ed eclettico, stimolante, spirituale quanto “politico”, che negli anni oltre ai suoi lavori non sono mai mancati nuovi libri e documentari che ne indagassero la vita, facendocelo scoprire in modi sempre nuovi, inediti. Marco Spagnoli sceglie di iniziare parlando di Battiato dalla Voce del Padrone del 1982, l’album con cui il cantante aveva deciso di rendersi più accessibile al pubblico, l’album che lui “aveva deciso” che avrebbe avuto “più successo”. Chiudeva idealmente il trittico iniziato con L’era del cinghiale bianco e Patriots e aveva quella copertina in bianco e nero con Battiato che sembrava galleggiare, seduto sul vuoto, “sostenuto da una galassia”. Era l’album di Cerco un centro di gravità permanente, uno dei suoi brani-manifesto, canzone in bilico tra leggerezza e spiritualità, brano sulla necessità di scoprire oggi giorno (perché si parla di “cercare” non di “aver trovato”) l’equilibrio del mondo e della propria vita interiore. Il documentario parte da qui, dalla “costruzione in studio” di questo brano insieme al fonico Pino “Pinaxa” Pischetola, che ce lo racconta a partire della scelta di Battiato di “sdoppiare” più volte la sua traccia vocale e sovrapporla, per poi fonderla, come fotografando momenti diversi in un suono unico e universale. Unire suoni e voci di tempo ed epoche diverse, usare il collage come costruzione sonora “stratificata”, nella composizione di un “tutto” che parte dai cori agli archi, finendo alla ricerca del suono più assurdo da creare in studio e poi da amalgamare anche lui all’insieme. Da Pinaxa arriviamo insieme a Morgan al testo e a quel ritornello che “cerca di trovare un centro (musicale quanto emotivo)” in un quadro immaginifico bizzarro, uno scenario umano colorato quanto caotico fatto di capitani coraggiosi, contrabbandieri macedoni, vecchie bretoni, gesuiti euclidei e cori russi. Dal metodo scendiamo alle emozioni, laddove la cantante Alice parla di come nell’82 quelle note e parole fossero ovunque nell’aria, diventate universali. Il musicista Radius racconta del rapporto con un pubblico che proprio con quelle canzoni diventava sempre più vasto e curioso, la produttrice Caterina Caselli parla della volontà di Battiato di diventare in quel periodo “pop”, nonostante prima avesse realizzato cose diversissime e molto di nicchia e il realizzatore della copertina “sospesa” di La Voce del Padrone ci racconta di un Battiato “seduto sul cosmo”. Seguono tantissimi contributi e interviste. C’è chi parla del linguaggio musicale dalle radici “musicali classiche” che prendono vita da un pianoforte, chi della ricerca in studio delle situazioni più strane che coinvolgevano cori e musica elettronica in fusione mai sperimentate, create con gioia e gioco. In un’intervista Battiato parla della sua scelta di un linguaggio preciso quanto essenziale, della ricerca di un “suono che avvolga il linguaggio” e c’è chi parla di post-cantautorato. Sembra che nel documentario sviscereremo anche il resto dell’album, anche perché La Voce del Padrone nei suoi trenta minuti scarsi viene descritto come un “Guernica”, un oggetto piccolo ma artisticamente potente, in grado di rivelare la sintesi quanto il percorso futuro di Battiato. Magari ascolteremo Cuccurucucu’, Bandiera Bianca o assaporeremo quella Summer on a solitary beach dopo aver sbirciato i luoghi che forse hanno ispirato questo ultimo brano, nei pressi di un cinema all’aperto vicino al mare dove Battiato ha ambientato anche il suo film da regista più autobiografico.


Invece inizia il viaggio di Stefano Senaldi, musicista e amico di Battiato, verso le pendici del vulcano dove l’artista viveva, in un percorso tra spiritualità, celebrazione e leggerezza. La voce del padrone come album non è quindi più al centro della narrativa del documentario, che qui effettivamente cambia forma, come se con quella “voce del padrone” si intenda ora in senso più lato “il percorso spirituale di vita” di Battiato, la sua ricerca del trascendente, il suo modo intimo di “sentire il mondo” cercando di interpretarlo con parole e musica, facendosi umile, piccolo, “megafono” di qualcosa di immanente e universale. Seguendo questa linea trascendente ed emotiva, dopo la grandiosità pirotecnica della prima parte, Spagnoli sceglie di dipingere il viaggio di Senaldi verso il vulcano in modo particolarmente malinconico, crepuscolare. Nel secondo “giro di interviste”  prevalgono le voci dei parenti e amici, di chi era stato più vicino a Battiato e quindi ne ha maggiormente avvertito la scomparsa, avvenuta dolorosamente nel 2021. In questo percorso trovano spazio le interviste marzulliane sul senso della vita e vengono celebrate canzoni di Battiato appartenenti anche ad epoche diverse da quel folgorante 1982, come La cura. È una scelta registica coraggiosa questo “cambio di passo”, molto singolare e che per qualcuno potrebbe essere anche divisiva, quasi “antitetica” allo spirito della celebrazione dei “colori” dell’album di Bandiera Bianca. Ma è una scelta anche profondamente rispettosa dello spirito dell’autore: intimo quanto universale.

La voce del padrone è un documentario ricchissimo di filmati di repertorio e interviste, tra cui si annoverano contributi di grandi musicisti, produttori e giornalisti, ma anche di personalità come Nanni Moretti, Oliviero Toscani, Willem Dafoe. È la commovente celebrazione della vita di un grande cantante, che forse per il periodo di realizzazione paga ancora troppo la sua recente scomparsa. C’è giocoforza nell’aria molta malinconia. Ascoltate al cinema Battiato, con un nell’impianto stereo, è però sempre bellissimo

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martedì 22 novembre 2022

Onion Glass: a Knives Out Mystery: la nostra recensione del nuovo film “giallo” di Rian Johnson con protagonista il detective Benoit Blanc di Daniel Craig )

Siamo in piena pandemia da Covid-19 quando l’eccentrico miliardario Miles Bron (Edward Norton) decide di convocare in gran segreto alcuni dei suoi più stretti amici di lunga data, il gruppo dei cosiddetti “distruttori”, sulla sua ipertecnologica isola personale, la “Glass Onion”, situata nell’arcipelago greco. L’idea è passare un po’ di tempo insieme dopo tanto tempo e mettere in scena un “weekend con omicidio”, un gioco di ruolo che prevede che uno di loro “muoia per finta” durante la serata, con gli altri che si improvviseranno investigatori. Sull’isola arrivano l’ex modella Birdie Jay (Kate Hudson) insieme alla sua assistente Peg (Jessica Henwick), la  governatrice del Connecticut Claire (Kathryn Hahn), lo scienziato Lionel (Leslie Odom Jr), l’influencer Duke (Dave Bautista) accompagnato dalla bella Whiskey (Madelyn Cline). A sorpresa purché regolarmene invitata, si presenta per il weekend anche Cassandra “Andi” Brand (Janelle Monae), una imprenditrice con la quale il resto del gruppo ha avuto molte divergenze in passato. Ancora più a sorpresa, si presenta nel gruppo degli ospiti anche uno dei più noti investigatori al mondo, Benoit Blac (Daniel Craig), anche se rimane un mistero chi lo abbia invitato. Benoit si trovava infatti a casa nella vasca, in diretta skype a parlare con altri leggendari detective (tra cui la “Signora in Giallo” Angela Lansbury, in una delle sue ultime apparizioni), quando gli venne recapitata una misteriosa scatola-puzzle con all’interno l’invito di Bron. Dopo aver risolto in brevissimo tempo il “delitto” organizzato da Bron per il weekend, Blanc fa notare al padrone di casa come tra il gruppo e il miliardario ci sia di fatto “più di un semplice malumore”. Il detective non esclude pertanto che a breve, proprio usando quel weekend come occasione, qualcuno degli ospiti potrebbe pensare di organizzare un omicidio vero e proprio ai danni di Bron.  



Dopo lo straordinario successo del 2019 di Knives Out (Cena con delitto), il regista e sceneggiatore Rian Johnson, che aveva esordito con il geniale film sui viaggi nel tempo Looper nel 2012, riporta sullo schermo l’eccentrico, autoironico e geniale Benoit Blanc per un nuovo caso. Knives Out era un giallo affascinante e originale per il modo in cui, con leggerezza e ironia, sapeva smontare e rimontare di continuo lo schema narrativo, procedere dentro e fuori lo scenario del delitto, riavvolgere più volte la trama fornendo nuovi punti di vista e infine riagganciare tutto l’ingranaggio in modo logico e semplice, con una precisione certosina, da “esperti orologiai”. Senza lasciare nessuna ambiguità, senza fronzoli visivi o digressioni che non fossero strettamene funzionali, con un’ottima messa in scena di stampo “ludico” che citava il classico con Tim Curry Cluedo-Il delitto è servito, e con un cast incredibile, da Tony Collette a Christopher Plummer, da Jamie Lee Curtis a Michael Shannon, da Chris Evans e Ana de Armas, Knives Out era una piccola gemma e divenne in breve una pellicola amatissima. Un successo che poteva far dimenticare quello che per qualcuno era stato lo scivolone del precedente film di Johnson, datato 2017, ossia il secondo capitolo della più recente trilogia di Star Wars (che noi sul blog comunque abbiamo amato e riteniamo uno dei film più belli del franchise). Johnson con Onion Glass riprende tutto quanto di buono aveva Knives Out, dal ricchissimo cast a una location super eccentrica, passando per una trama che all’inizio appare davvero labirintica per poi progressivamente “srotolarsi” con precisione. Il contesto scelto è diverso dalla tetra e “ultra-classica” magione del romanziere interpretato da Plummer, che quasi riproduceva la base da gioco da tavola Cluedo. Al posto di passaggi segreti, opere d’arte realizzate con coltelli e statue gotiche, la sterminata residenza estiva del milionario interpretato da Norton è un continuo giocattolone hi-tech, più simile a una casa di Tony Stark. Tra robot maggiordomi e intelligenze artificiali che gestiscono la sicurezza con voce di Joseph Gordon-Levitt, impianti anti-fumo che sollecitano a non inquinare l’ambiente per le prossime generazioni, automobili tenute in teche di vetro come macchinine. Un ambiente diverso a cui si accompagna un cast di “sospetti” molto diversi dalla composta e compassata famiglia del romanziere. Tra il personaggio di Bautista, fanatico dei social che non si allontana mai dalla sua pistola neanche in piscina e una Kate Hudson che, mai così svampita (ma sempre incantevole), sembra non essere mai in grado di intendere e volere. Anche le indagini seguiranno giocoforza, con il “materiale umano a disposizione” un andamento diverso. Uno sviluppo che non è detto piacerà molto al nostro detective e al suo “ego”, che in qualche caso si sentirà quasi svilito da una sfida meno complicata di quella che avrebbe voluto e per la quale magari arriva a bruciare più energie di quelle effettivamente utili. Certo noi da spettatori questo “tormento di Blanc” lo patiamo molto meno e avvertiamo il caso ugualmente molto complesso, ma è in questo “modo di vedere le cose” del protagonista che apprezziamo la scrittura geniale e ironica di Johnson. Tutti questi ingredienti, uniti a un finale particolarmente “folle”, contribuiscono a creare un film fresco, molto diverso dal primo capitolo ma ugualmente godibile, stratificato, divertente e per nulla banale. Craig calza di nuovo con classe i panni di Benoit Blanc, risultando sempre al contempo goffo quanto acuto e spavaldo, sensibile quanto collerico, alla continua ricerca di rebus che lo stimolino e facciano divertire senza farlo cadere nel baratro della noia. Norton nel ruolo del guru milionario “alla Elon Musk” è molto divertente, come sono divertenti l’influencer “maschilista”di Bautista e la ex donna da copertina orami alla soglia dei 40 interpretata con grande leggerezza della Hudson. Kathryn Hahn, vista di recente in Wandavision, si conferma un'attrice comica da tenere d’occhio  per il mondo in cui, pur con poche battute e con una ottima mimica facciale, riesce a creare personaggi molto divertenti.

Onion Glass dura sui 140 minuti, ma la visione vola in un attimo, tra tanti colpi di scena e situazioni surreali. Ottimo il cast, il ritmo e l’intreccio, che si mantengono sullo stesso alto livello di Knives Out apportando però varietà alla formula. Molto divertente e divertito Craig nel ruolo del detective. Se avete amato la precedente avventura di Benoit Blanc, Onion Glass è una visione imperdibile. Se ancora non conoscete Benoit Blanc è ora di conoscerlo e divertirvi un po’ con i suoi gialli. 

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domenica 20 novembre 2022

The menu: la nostra recensione di uno stranissimo “film ad alta tensione culinaria”, con alcune suggestioni vicine al cinema di Ferreri, con Ralph Fiennes nel ruolo di un luciferino chef stellato


America, tempi odierni. Su una piccola isola misteriosa a cui si accede solo su invito con un’imbarcazione privata, esiste il ristorante più esclusivo al mondo, il regno dello chef Slowik  (Ralph Fiennes). Qui lo chef vive con i suoi aiutanti in casette immerse nel verde, coltivando personalmente frutta e ortaggi, allevando animali e pesci e realizzando prodotti caseari, vino e olio, facendo uso della tradizione quanto delle tecnologie più all’avanguardia. Con questi materiali di eccellenza si creano e servono piatti che lo chef e la sua ciurma di prestigiosissimi cuochi garantiscono solo a una strettissima e ultra selezionata clientela, dando vita a menù unici, arditi, altamente personalizzati e indimenticabili.

Sulla nave che porta verso il ristorante oggi sono a bordo critici di fama internazionale, attori, imprenditori e miliardari. C’è in lista solo un nome diverso rispetto a quanto in precedenza scrupolosamente concordato e predisposto: la giovane Margot (Anya Taylor-Joy). Una ragazza che all’ultimo minuto ha sostituito l’accompagnatrice di Tyler (Nicholas Hoult), un eccentrico super estimatore della cucina di Slowik. Arrivati sull’isola, dopo un tour pomeridiano intorno all’isola e un incontro diretto con i membri della cucina, inizia la cena, con Slowik grande anfitrione in una sala che collega i tavoli con le postazione di cottura. Tra la possibilità di poter “assaporare e non semplicemente magiare” piatti che sono a tutti gli effetti dei “piccoli ecosistemi” e pietanze “de-costruite”, il gruppo di commensali, portata dopo portata, viene trascinato all’interno di un viaggio degustativo e “artistico” dai contorni sempre più estremi, filosofici e inquietanti. Un viaggio in cui davvero tutti su quell’isola potrebbero prima o poi diventare una “pietanza” di quella stessa cena. Il menù della serata sarà una esclusiva “sorpresa” creata dallo chef, dalla prima all’ultima portata. Nessuno potrà lasciare l’isola prima del dolce. 


Mark Mylod, regista di Entourage, Shameless e Game of Thrones, insieme agli sceneggiatori Seth Reiss e Will Tracy, tra i pazzi autori del fenomeno satirico The Onion (una specie di “giornale satirico e surreale” nato nel 1988 in ambito studentesco e poi diventato negli anni, tra acquisizioni di Dreamworks, Comedy Center, Michael Bay e Indipendent film channel, anche un vero e proprio “telegiornale” simile alla primissima versione di Striscia la notizia), decidono di dare vita a una sulfurea rappresentazione a tinte horror della nuova “cultura del cibo” che da alcuni anni, andando ben oltre la Guida del Gambero Rosso, imperversa in tv e sul web a colpi di concorsi di cucina stile Master Chef e Bakeoff, i documentari di Discovery Channel  e i programmi della sempre bellissima Benedetta Parodi (che ancora oggi, con le repliche di I menù di Benedetta e i suoi completi da cuoca/casalinga sexy con tacco 12, fa da sola l’80% della programmazione di La7d). È tutta una gara tra cuochi, cuochi che aiutano altri cuochi a risollevare o pubblicizzare la loro attività, cuochi esordienti e cuochi ballerini, cuochi contro critici culinari, amanti della buona tavola che diventano critici che diventano cuochi. Non mancano nel “circo mediatico” naturalmente gli chef stellati in quanto esperti massimi di un’arte dall’aria quasi mistica, emanazione del loro stesso carisma a partire dall’uso delle parole per poi esprimersi con una sicura manualità e la raffinatezza della creazione di ogni piatto . Sono loro le “star”, quelli che spingono sempre più persone a comprare i mille prodotti che reclamizzano e fantasticare un giorno di varcare le soglie magiche del loro super esclusivo ristorante ultra-stellato. Il luogo massimo dove provare qualcosa di unico al mondo, magari avendo l’ardire di cimentarsi con la cucina molecolare, la gelificazione, i piatti concettuali e tutto quello che, nella più spinta astrazione, può alimentare maggiormente in quanto “ forma artistica” che effettivo nutrimento proteico. Un cibo/arte per l’anima più che per la pancia, affascinante all’occhio ma severo al palato, in quanto “critico e non consolatorio” sulla natura di quello che siamo e mangiamo “del mondo che ci circonda”. Un “sogno più che un bisogno”, magari a detrimento di quella nostalgia affettuosa con la quale il cibo/alimento sa portarci “a casa”, verso i sapori più codificati della nostra infanzia, per darci l’energia per ripartire. Ma è tutto per “il nostro bene”, per l’arte. Il grande e mai troppo celebrato Marco Ferreri, che alle gioie e simbologia del cibo ha dedicato la sua Grande Abbuffata e lo stranissimo La Carne, approverebbe (come approverebbero i Monty Python de Il senso della vita) che si tornasse un po' a parlare in sala del cibo come nutrimento: proteico, emotivo e spirituale. Ce lo chiederebbe anche la sempre nostrana ma un po’ sopita passione anni ‘70 per i film sui cannibali, che simbolicamente sono sempre “film sul cibo”, servitici da maestri come Deodato e Fulci. Ma per ora torniamo ad una “culinaria più tradizionale” e al presente . Una volta negli anni '70 e '80 in tv si parlava per lo più di poliziotti e avvocati, poi dai '90 si è iniziato a parlare solo di medici, ora da qualche anno si parla per lo più sono di cuochi e allora, oggi più che mai, in ragione di quello che è diventato quasi un fenomeno di “ipnosi di massa”, dove la cucina diventa l’unico luogo sacro al mondo, il cinema deve incontrarsi e scontrarsi “per forza” con il mondo della ristorazione attraverso la sua forma più “astratta e problematica”: l’horror movie. Il genere che più sarcasticamente  fa scattare “ i campanelli d’allarme”. 


Disney sembra ancora ieri che ci coccolava con la sua tenera e nostalgica Ratatouille servita dal “piccoli chef” dello Pixar Studio, in grado di sciogliere l’animo anche del critico più duro e annoiato. Oggi Disney ci mette a contatto con uno chef molto diverso, terribile, quasi un mad doctor di Hammeriana memoria. Un tipo glaciale e teatrale come Slowik, che quando va bene appare come il più tenero e “burtoniano” Vincent Price e quando “va male” sembra Dieter Laser, “diabolico demiurgo artistico” in The Human Centipede. È un maestro assoluto, un padre autorevole, un novello Prometeo, filosofo e rivoluzionario: il massimo sacerdote dell’arte della ristorazione. Attorno a lui, il capo brigata, una schiera di accoliti adoranti, robotici nella precisione dei movimenti e fanatici nella immediata risposta marziale “si chef!” a seguito di ogni richiesta, pure la più folle. Sono la degna progenie dei “minions” degli ultimi incubi cinematografici di Ari Aster e del Red State di Kevin Smith.  Ralph Fiennes, uno degli attori più bravi e versatili dei giorni nostri, non poteva che essere la scelta giusta, con in curriculum una ricca e onorata rappresentativa di mostri “da film horror”, dal terribile Amon Goth di Schindler’s List al signore oscuro del mondo di Harry Potter, Voldemort. Fiennes fa suo Slowik e lo rende un personaggio ricco di sfaccettature, grandioso nelle movenze ma anche umano nei piccoli dettagli, come gli occhi e il modo gentile di porgere le mani. Una creatura terribile ma anche fragile, rinchiusa in un “ruolo di antagonista” per il quale lui stesso si è auto-esiliato dal mondo, “raschiandosi di dosso” la propria umanità in virtù di diventare un simbolo, essere uno strumento artistico di se stesso. Un perfetto villain per la sempre incantevole e mai banale Anya Taylor Joy, alla quale il rispettivo/speculare ruolo di final girl sta ovviamente stretto, dando vita ad una anti/eroina complessa e contraddittoria, che vive di dinamiche interne oscure che una volta “riconosciute”, nell’incontro/scontro con il personaggio di Fiennes, divengono vertiginose, sorprendenti, gustosamente sopra le righe. L’incognita autentica e forse non del tutto (volutamene) a fuoco di questo horror/thriller culinario cucinato ad arte dal regista e dai suoi satirici sceneggiatori rimane il pubblico dei commensali. Visivamente trionfa lo spettacolo del cibo più eccentrico servito nel modo più eccentrico, viene bene resa la paura narrativa e lo stupore splatter del teatro del grand guignol, si vive un clima gustoso di misteri e sospetti, ma i commensali sono il tocco più spiazzante. 


Rappresentano  un piccolo mondo antico di “abitudinari degli spettacoli culinari”, tra distratti e annoiati frequentatori del lusso e intellettuali in cerca di stimoli eccentrici e contraddittori da bacchettare facilmente o elogiare con proprie invettive, compiendo ampi e compiaciuti voli pindarici. Un piccolo mondo eterogeneamente triste, percorso da una mai troppo celata vena masochista che li vede sempre, subito pronti a mettere a rischio la propria stessa esistenza, pur di essere sorpresi da qualcosa che sia una scintilla, un lampo creativo che li distragga dalla quotidianità e li faccia sentire davvero “vivi”. È con questo spirito di vittime inermi che si affidano in tutto e per tutto al padrone/carnefice, alla ricerca dello spettacolo che offrirà un senso alla loro vita, al punto che può diventare difficile e strano per il pubblico provare empatia per i clienti di Slowik e in questo The Menu si avvicina di nuovo a Ari Aster, andando dalle parti di Midsommar. Davanti a ogni stranezza o crudeltà i commensali ripetono il mantra “fa tutto parte dello spettacolo, sarà tutto finto” e rimangono seduti, in attesa, a leggere filosoficamente la circostanza di aver pagato centinaia di dollari per leccare poco più che un sasso quanto la circostanza di assistere a un suicidio che “deve essere per forza finto”. Mark Mylod ci provoca e la provocazione riesce fino agli esiti finali, un po’ “liturgici” come l’horror impone ma non banali, di un film che rimane stranissimo, ben costruito ma anche altre volte spiazzante. Spiazzante a partire da una produzione e cornice all-star di super lusso, molto bella e raffinata, quando simili “idee narrative” in genere vengono contenute nei costi e nello sfarzo da piccole produzioni indipendenti. Spiazzante per la volontà di essere un film disturbante e poco consolatorio, più che fiero di andare oltre le righe e apparire eccentrico. Spiazzante del suo messaggio finale, che però non posso farvi il torto di rivelarvi. Di sicuro non è un film che fa rimanere indifferenti a fine visione, è un film di cui è bello parlare, confrontarsi, scoprendo magari con gli amici che è un film così controverso che lo si può amare o odiare senza problemi a giorni alterni. Per questo The Menu, nelle sue ricercate imperfezioni e assurdità, è un’ottima occasione per andare in sala e farsi trascinare nella sua follia. Dalla prima all’ultima portata. 

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venerdì 18 novembre 2022

Cane mangia cane: recensione (deluxe) del film di Paul Schrader, tratto dal libro di Edward Bunker, con protagonisti Nicolas Cage, Willem Dafoe e Christopher Matthew Cook

Alla “riscoperta” di uno dei migliori e più sottovalutati film di Nicolas Cage degli ultimi anni, vi proponiamo una recensione 2.0 di Cane mangia Cane

In un mondo in cui ogni maestra d’asilo di età superiore ai 60 dovrebbe per legge essere armata di un Ak-47, vivono Troy (Nicolas Cage), Mad Dog (Willem Dafoe) e Diesel (Christopher Matthew Cook). Sono un piccolo manipolo di uomini duri, legati dal caso e dalla prigione. Loschi, ma anche amici ormai inseparabili, pronti a partire per ogni genere di scorribanda losca, spalleggiandosi l’uno con l’altro per poter racimolare qualche soldo che i lavori di pubblica utilità non possono offrirgli. Troy è un tipo elegante e parecchio sfortunato. Ama somigliare nelle movenze e nei vestiti ad Humphrey Bogart, le feste e essere trattato dalle donne come un bancomat. È lui il boss, gestisce gli incarichi e i contatti, ma non lo fa pesare agli altri. Mad Dog è sempre in disordine, ha un tatuaggio con un occhio disegnato sul mento, con coltello per sfilettare legato alla gamba ed è sempre strafatto. Ama coccolare i suoi piedi sulla moquette, le donne corpulente e le massaggiatrici asiatiche dal cuore di ghiaccio, ma quando esce di testa è in grado in un attimo di dipingere di sangue e interiora ogni superficie. Diesel è un grosso ragazzone che pare La Cosa dei Fantastici 4, con l’aria perennemente imbronciata e vestito sempre con una felpa con cappuccio. Ama lavorare nel campo del recupero crediti senza dover parlare troppo, patisce molto il fatto che gli “altri”, intesi come “tutto il maledetto mondo”, lo considerino un ex detenuto e questo lo pone costantemente sulla difensiva, facendogli fare delle gaffe clamorose. Questi tre scoppiati si trovano a sbarcare il lunario con i “lavoretti” offerti dal “greco” (interpretato dallo stesso regista della pellicola, Paul Schrader), realizzati quasi sempre dal trio con ampi margini di disorganizzazione, nervosismo e incompetenza, cui segue ritualmente un qualche festino a base di alcol e night club. 

È il festino la parte “bella” è più riuscita della loro vita: quando i tre completamente ubriachi possono arrivare a spogliarsi nudi e tirarsi addosso ridendo interi tubetti giganti di ketchup e maionese. Un giorno questo scombinato ratpack decide di accettare l’incarico della grande svolta: il rapimento di un bambino. Sebbene nessuno di loro ami questo tipo di lavoro, i 750mila dollari della ricompensa potrebbero portare tutti e tre in qualche paradiso tropicale a godersi il resto della vita. Peccato che le cose si mettano subito malissimo e gli animi fumantini dei tre inizino a farli sbarellare in una escalation di distruzione e autodistruzione. 


Tentativo numero due per il mitico Paul Schradder, regista di American Gigolò e del Bacio della pantera (con protagonista Natasha Kinski, figlia di Klaus Kinsky, uno dei miti personali di Cage) di lavorare insieme a Nicolas Cage, dopo quel pastrocchio produttivo capitato a Il Nemico Invisibile. Il libro del 1996 che Schrader sceglie di adattare sullo schermo è in questo caso bellissimo (in Italia si trova in economica e non è da farsi scappare) ed è di Edward Bunker, un nome grosso della narrativa noir che riesce sempre a offrire una visione originale e profonda del mondo criminale anche in virtù di un passato personale a tinte forti. Cane mangia cane è un libro carico di black humor, rabbia, malinconia e sogni infranti, che poteva benissimo diventare un film di Tarantino o Walter Hill, per i quali Bunker ha lavorato spesso come consulente e qualche volta anche come attore. Nelle mani di un Paul Schrader in vena di girare qualcosa di totalmente matto e fuori dagli schemi, Cane mangia cane diventa qualcosa di molto personale, dove si enfatizzano in modo profondo i tratti caricaturali dei personaggi e il loro “pessimismo cosmico” verso un mondo in cui tutte le persone comuni sono opportuniste e ciniche. Schrader sceglie una narrazione sincopata, che alterna umorismo a splatter e una fotografia acida piena di filtri colorati estremi, confezionando qualcosa visivamente a metà strada tra l’approccio “da zapping televisivo” di Natural Born Killers di Stone e il cartoon per adulti distorto di Paura e deliro a Las Vegas di Gilliam. Le riprese viaggiano veloci e concentrate in un mesetto a Cleveland, nel 2015, tra  ottobre e novembre, dove la parola d’ordine sul set sembra essere “sviluppare l’ansia sociale”. Troy, Mad Dog e Diesel sono personaggi che a furia di stare in un mondo che li respinge e li accusa di essere criminali, spesso ancora prima che facciano realmente qualcosa di grave, hanno perennemente i nervi scoperti e la pistola carica in pugno. Cage costruisce il suo Troy come un personaggio apparentemente sobrio, dimesso, dai toni gentili ed eloquio sofisticato. A dispetto di cotanta mitezza il personaggio si trova spesso con i capelli sparati per aria e gli abiti sbrindellati, rivelando per contrasto un’aria buffa quanto inquieta. Amabilissimo e compagnone per i suoi soci, stoico nel prendersi in faccia tutti gli schiaffi che la vita e in particolare il mondo femminile gli riserva, quando  arriva “l’ansia sociale” Troy sa mettersi nei casini in pochissimi secondi. Aggredisce chiunque trovi a tiro, urla, si muove in modi inconsulti, si infila in fughe surreali, impossibili quanto tragicamente inconcludenti. Troy è un po’ il fratello cattivo di Bill Firpo, il personaggio di Cage in Bufera in paradiso, così come tutto il mondo di Cane mangia cane sembra il fratello cattivo del paesino da favola abitato da persone super gentili e altruiste di Bufera in Paradiso. Consiglio caldamente la visione dei due film in una stessa serata per osservare i moltissimi e gustosi punti di contatto e divergenza tra le due pellicole, fino all’epilogo finale gustosamente speculare. Cage si diverte molto con Troy: lo de-costruisce, ne evidenza fragilità e cuore, nevrosi e soprattutto il disincanto. Verso al fine della pellicola, in una specie di progressiva auto consapevolezza di trovarsi all’interno di un mondo folle e ingrato, Troy arriva quasi a vestire i panni del “vendicatore metafisico”, sfidando il destino a riversare la sua stessa sfortuna anche su persone “per bene”. Se Troy combatte contro il destino avverso, i personaggi di Mad Dog e Diesel vanno alla difficile ricerca della loro parte interiore, cercando in modo tenero quanto catastrofico di essere migliori sviluppare empatia verso il prossimo. Il Diesel di Cook sembra un personaggio calmo e tranquillo, spesso gentile. Tuttavia la sua ansia sociale, che deriva dall’essere visto dagli altri come un galeotto, anche quando non ci sarebbe alcun presupposto per pensarlo, è devastante. Basta uno sguardo sbagliato per far crollare il nostro eroe, anche quando è sul punto di arrivare vittorioso alla fine di lunghi e difficili percorsi emotivi, che ne certificherebbero sensibilità, altruismo e perfetto inserimento sociale. Percorsi che falliscono quasi per “paura di farcela”. Cook gli dona un riuscito mix di malinconia e inconscio bisogno di autodistruzione, accentuando per il suo Diesel modi e movimenti da “tipaccio” a difesa di un animo di base ingenuo, quasi adolescenziale. Il Mad Dog di Dafoe è invece un individuo consapevole di vivere in un mondo da incubo in cui tutto è rosa e appiccicosamente artefatto. Motivo per cui sceglie ad oltranza la droga e il rassicurante mondo diverso in cui sa proiettarlo, dai toni blu scuri, calmo, liquido come l’acqua. Il problema è quando la droga finisce e Mad Dog deve mettere in atto maldestri tentativi per prolungare questa “calma psicotropa” nel mondo reale, cercando di dialogare costruttivamente con gli altri, cercando di evitare la rabbia. Purtroppo il mondo di Cane mangia cane è appunto un luogo in cui una maestra di asilo dovrebbe avere per legge un fucile Ak-47, del tutto impermeabile ad ogni meccanismo di comprensione umana e il nostro eroe, messo sotto stress, esplode nel giro di un secondo in una rabbia cieca, per poi un secondo dopo trovarsi a piangere e maledirsi sul latte versato. Dafoe sfodera per Mad Dog un ventaglio infinito di emozioni. Ce lo fa sentire febbrilmente vivo, da quando prova godimento nel massaggiarsi i piedi sulla moquette a quando piange in auto insieme a Diesel, ripensando ai suoi errori passati e alla sua infinita voglia di rivalsa. Dafoe ce lo fa vedere a fare “le boccacce al mondo reale”, davanti allo specchio, mentre è sotto gli effetti degli stupefacenti. Ce lo mostra ricurvo, mentre diventa piccolo piccolo e si prende le botte da una ragazza corpulenta che non vuole più amarlo. Ci mostra i suoi riflessi fulminei e lo sguardo impassibile da killer, quanto Mad Dog “professionalmente” difende i suoi compagni durante le loro scorribande. 


Cage, Cook e Dafoe danno vita a un bel trio di personaggi complicati e complessi e Schrader li segue nelle loro gesta di ordinaria inadeguatezza con gusto e divertimento, passione e affetto, in una storia in cui sappiamo fin dall’inizio che tutto finirà “a schifio”, sotto tonnellate e tonnellate di gustosa e irriverente satira sociale. Cane mangia cane si discostata in più punti dal romanzo ma ne rispetta lo spirito, la forte malinconia. La pellicola viaggia veloce cavalcando il suo umorismo e animo feroce, non facendo sconti in ambito di violenza visiva, con scene molto cruente che ne fanno una produzione destinata al solo pubblico adulto. Un piccolo film sanguigno e sarcastico in cui Cage riesce a fare un ottimo gioco di squadra insieme a Cook e Dafoe, dando vita a una dolce e sballata famiglia di uomini nudi che, dopo aver disseminato svariati cadaveri ed esserci cimentati in surreali inseguimenti, sanno tirarsi addosso, nudi e felici, interi tubetti ketchup e maionese. Antieroi, all’interno di un mondo troppo cattivo per “essere i buoni”. 

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mercoledì 16 novembre 2022

Santa Lucia: la nostra recensione della piccola ma sorprendente opera prima scritta e diretta da Marco Chiappetta

Argentina, nella Buenos Aires dei giorni nostri. Il mondo dello scrittore non vedente Roberto (Renato Carpinteri) appare nel silenzio qualche volta simile a un cielo notturno sconfinato e carico di stelle, qualche volta come una plumbea tela nera. I rumori creano su questa tela piccoli cerchi simili a gocce di pioggia o di fitta tempesta, le parole invece colorano l’orizzonte di macchie o corrono a rapide pennellate fino a che il quadro si anima, sovrapponendo parole e rumori, come un quadro di Jackson Pollock. Quando Roberto, quarant’anni dopo, torna nella città dove è nato, nel quartiere Santa Lucia di Napoli, la tela cambia di colpo e lo scrittore riesce su questa a disegnare volti e luoghi, attraverso lo sguardo della memoria e qualche volta del sogno. Così già all’aeroporto Roberto da subito “vede” il fratello Lorenzo (Andrea Renzi), che lo attende per accompagnarlo a casa, ancora con il volto di un ventenne, come l’ultima volta che lo ha potuto vedere con i suoi occhi. Poi, aiutandosi con la mano, Roberto esplora il volto di Lorenzo, le rughe e pieghe dell’età, il sorriso e la forma della testa, fino a che con la mente aggiorna “visivamente” la sua immagine e si trova davanti a un coetaneo. Non è altrettanto facile per Roberto aggiornare l’immagine di sua madre (Bianca Maria D’Amato) ora che si trova al suo capezzale, prima del funerale, nella vecchia casa di famiglia, mentre ne tiene strette le mani fredde. La casa è però ancora un luogo caldo e accogliente come quando era ragazzo: ”rimbomba di affetto”, tra gli aromi dalla cucina, la musica di Lorenzo e il profumo dei libri più cari disposti sulle mensole, “punge” per quei gradini ripidi dell’ingresso sui quali era quali era caduto Roberto da bambino, forse spinto dal fratello. Sulla strada dei ricordi lo scrittore in quella strana giornata ripercorre il suo quartiere, tra il profumo dell’erba bagnata del campetto di calcio e le onde del mare, fino alle interminabili stradine in salita fatte di sassi, arrivando fino alla casa di Carmen, il suo primo amore. Lorenzo lo segue in questo viaggio e un po’ lo coccola, un po’ lo sfotte e un po’ lo critica per essersi scordato di tutti e tutto, per essere scappato senza mai voltarsi indietro. Roberto vorrebbe chiedergli perché ha smesso di suonare e perché non ha mai letto un suo libro, perché non ha mai finto i Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Marquez che gli ha regalato. Ci sono tante piccole barriere a separare i due fratelli, createsi con il tempo e le incomprensioni, ma questo strano vagabondare a due forse aggiusterà le cose e farà sì che Roberto riesca a vedere il mondo con una tela ancora diversa. 


È un’esperienza struggente, malinconica, “minuta” nei suoi 80 minuti scarsi, con il sapore di atto unico teatrale, l’esordio cinematografico di Marco Chiappetta. Renato Carpinteri e Andrea Renzi, grandi interpreti del teatro e del cinema italiano, ci guidano con garbo e dolcezza per le strade di Santa Lucia, accompagnandoci con i loro personaggi in un percorso sensoriale quanto emotivo, che potremmo quasi affrontare a occhi chiusi, solo facendoci trascinare dall’ottima “partitura di suoni, voci e rumori” confezionata da Chiappetta. Non sono molte le pellicole che affrontando il mondo dei non vedenti, anche se in questo ristretto campo ci capita spesso di trovare opere dal sapore suggestivo quanto  originale, come Chiudi gli occhi di Marc Forster o l’horror The Eye dei fratelli Pang. Carpinteri riesce bene ad avvolgerci nel mondo del protagonista Roberto seguendo un percorso emotivo astratto quanto onirico, per nulla accomodante per quanto sa essere brutalmente reale, (melo)drammatico, quasi da soliloquio esistenziale. Un soliloquio che lo avvicina a una cinematografia di silenzi e attese, quasi “ectoplasmica”, propria di pellicole come A Ghost Story e Personal Shopper. Se la trama può risultare magari lineare in più punti, è nel peculiare modo registico di raccontarla, scegliendo un equilibrio perfetto tra leggerezza e malinconia, che Santa Lucia si eleva e diventa un’opera interessante, curata in piccoli armoniosi dettagli. Una pellicola molto piccola, che vola via purtroppo in un attimo nonostante le belle intuizioni e interpretazioni, ma carica di un potenziale ricco che non vediamo l’ora di vedere sprigionato a pieno nei futuri lavori di Chiappetta. Un ottimo esordio, in attesa di una bella conferma. 

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