giovedì 21 ottobre 2021

France - la nostra recensione del singolare “body-horror-lacrimale”, tra satira e dramma, scritto e diretto da Bruno Dumont

 


(Sinossi ingannevole): France de Meurs (Lea de Seydoux) è la prima giornalista di Francia. Svetta su ogni rotocalco e cartellone pubblicitario, sembra che abbia una tresca con il premier Nicolas Sarkozy, fa milioni di ascoltatori con la sua trasmissione sulla tv nazionale. È in prima linea a moderare i dibattiti tra i principali esponenti politici. È in prima linea quando deve realizzare un servizio come inviata di guerra, dove cadono le bombe. È in prima linea quando è importante mettere al primo posto la famiglia, magari offrendo qualche comparsata tv per il nuovo libro a quel bolso e scontento scrittore che è Fred (Benjamin Biolay), suo marito. Abbastanza spregiudicata nel suo lavoro, vestita sempre in modo impeccabile, Francia ha un sorriso che scioglie i cuori e può tenere testa a chiunque grazie a una corazza emotiva a prova di bomba, sostenuta in tutto e per tutto dall’umorismo acido dell’amica/agente Lou (Blanche Gardin). 

Così un giorno Francia sembra far arrossire Sarkozy facendo orgogliosamente la “stronza”(ipse dixit) a un evento pubblico (possibile che sia il “vero” Sarkozy a interagire su schermo con la Seidoux?). Il giorno dopo la giornalista “insegna”  sul campo di battaglia di un paesino arabo distrutto, a dei contadini ribelli, come devono comportarsi davanti alla telecamera per apparire  “più eroici”.  Il giorno dopo, il terzo giorno, è in abito principesco a parlare tu per tu nella tavolata delle gioiose mega corporazioni che parlano della “fine degli Stati” e della “gratitudine morale mondiale che porterà il capitalismo”. Poi arriva il giorno successivo, quello in cui deve andare da ospite in un altro programma tv che non le piace, e accade l’imprevisto. La mattina Francia è in macchina e ad un incrocio tampona un ragazzo sullo scooter. La botta e la paura ci sono tutte, ma è un incidente per il quale il ragazzo alla fine si riprende presto, con una prognosi di tre mesi per una lussazione alla gamba (non che non sia una brutta cosa, intendiamoci). Lo scontro è  avvenuto mentre i veicoli erano quasi fermi, il pronto intervento di vigili e ambulanza sono stati subito allertati, zero contestazioni delle assicurazioni o problemi legali. Solo che quando Francia esce dall’auto, per soccorrere l’incidentato, ecco che compare un tizio che la riconosce e con un cellulare le scatta una foto. In un attimo la nostra eroina di Francia diventa sulla rete una “pirata della strada” e la sera, nel programma tv in cui Francia è costretta a partecipare, arriva prontamente una domanda sull’incidente avvenuto poche ore prima. Francia, dopo aver detto un paio di parole, piange. Piange distrutta e piange in tv, sentendosi per una volta vulnerabile, sola, nuda. Una condizione fisica ed emotiva nuova, quella imposta all’improvviso da quella maledetta “ghiandola lacrimale”, che ferisce Francia dal profondo, la destabilizza. Decide di andare a trovare in ospedale il ragazzo incidentato, poi va a casa sua con un assegno da 40.000,00 euro per tutti i danni che sente di avergli arrecato, poi gli compra un nuovo motorino, poi probabilmente, come sottolinea la acida Lou, vorrà invitarli tutti a Natale da lei, incidentato e parenti. Ma questo non basta a farla sentire meglio (e sembra che la sua magnanimità sia stata solo marginalmente recepita dalla stampa) e quando, dopo una trasmissione politica difficile, un ospite particolarmente bellicoso dice che la trova “attraente e sensibile”, France impazzisce e decide di andare a recuperare la calma in Svizzera, presso una clinica per curare lo stress ai vip grazie alla pace delle montagne. Ma il suo percorso di “umanizzazione” prosegue imperterrito e le farà presto incontrare, proprio in Svizzera, un professore di latino per cui si sente attratta ma che non ha ma visto la tv e quindi non ha mai sentito parlare di lei (Emanuele Airoli). Riuscirà Francia a trovare un nuovo equilibrio nella sua vita?

O arriverà prima a versare 50.000 lacrime (Nina Zilli, cit.)

 


(Una lacrima sul viso, spremuta con forza): Messa così, France potrebbe sembrare quasi una commedia sofisticata francese interpretata da una buffa Juliette Binoche vestita Armani, con Daniel Auteuil a fare la parte del marito scrittore borioso e Omar Sy nei panni dell’insegnante di latino. Magari potrebbe sembrare pure una commedia sulla edonistica fragilità emotiva delle persone di potere, sulla linea di film come Benvenuti a casa mia di Philippe De Chauveron. Ma questo Francia di Bruno Dumont vuole “giocare pesante”, magari strizzando l’occhio (e amputandoselo, alla fine) guardando ad altre opere francesi, quelle estreme del “body horror”, come Irreversibe di Gaspar Noe (guardasi la scena dell’incidente d’auto prolungato all’infinito e inesorabile verso la fine del film) o Martyrs di Pascal Lauger (guardasi le scene di “estasi” quasi mistica, a telecamera fissa, sul volto della protagonista). Ma il “body horror” arriva solo come onda emotiva (lacrimale, appunto), quasi a reazione, a “distruggere gli argini” di una esistenza, fatta di schemi e routine, rappresentata nella narrazione con cicliche ripetizione e tic (il ripetere le battute, il ballare prima delle dirette, il mantra “co co co” con l’amica Lou) simili a quelli innescati da Sofia Coppola in Somewhere. In Somewhere la Coppola metteva sulla scena le routine di vita e lavoro di un attore ed è interessante come routine simili riescano qui a sposarsi bene anche per la vita di una giornalista tv, di fatto rappresentata più come un’attrice che una cronista. Abituata a ridere e piangere “sulla scena” di un’inchiesta, Francia di colpo si trova incapace di scegliere tra riso e pianto nella “vita vera”, fuori dal ruolo (infranto) della super-giornalista. È affascinante come le lacrime di Francia nel corso del film si “radicalizzino nello schema”, diventino una parte calcolata della sua “maschera di scena”, della sua quotidiana routine espressiva lavorativa.  Ed è qui che il film si fa ancora più “body horror”, perché Dumont pretende dalla Seydoux spremute di lacrime a comando. Il personaggio di France “deve” piangere, trasformare in automatico uno stato emotivo a comando, seguendo i ristretti tempi televisivi, perché al pubblico “piace”. La scena si ferma sul primo piano, al centro gli occhioni della giornalista, nessuno se ne può andare via, telecamera e spettatori compresi, fino a che gli occhioni non gocciolano. Spesso arriva in pochi secondi, qualche volta serve un minutino, ma la performance “emotiva” dopo le prime due volte appare come il trucco del Mangiafuoco al circo, una surreale ginnastica muscolare. straniante ma affascinante, perché le lacrime della diva vengono accolte nella pellicola come le lacrime di una madonnina che è passata dal sorriso della Vergine di Lourdes, il suo primo “talento”,  alle lacrime della Signora di Fatima della “nuova svolta”. 



Ma alla base delle “prime lacrime”, quelle “vere”, cosa c’è davvero? Francia piange per una umanità ritrovata che buca la corazza di austera superiorità o piange per una grandiosità narcisistica che perde i pezzi? A Dumont importa molto, al punto da far girare tutto il film intorno a questo risvolto emotivo, testando quasi “scientificamente” quando a Francia imposti di apparire una donna di potere o una donna che “può cedere alle emozioni”. Per fare questo il regista allestisce un autentico tour de force emotivo inesorabile e crudele, che spinge minuto dopo minuto la protagonista verso drammi esistenziali, privati o legati al lavoro, sempre più grossi e distruttivi. Drammi introdotti quasi sadicamente, con puro gusto per il black humor,  dal personaggio di “Lu”, che alla fine di ogni “dramma” ripete sinistramente: “Dai, non può andare peggio! Cosa potrebbe andare peggio??”. In questo sadico e satirico rincorrersi di catastrofi France assume aspetti ironici simili a quelli de La casa di Jack di Lars Von Trier, dove i personaggi sono serissimi, si comportato seguendo dinamiche solide, magari coerenti,  ma di fatto stanno vivendo dentro una sorta di barzelletta cattiva senza uscita.

 

(Finale) France è un film surreale, scorretto e sulfureo, ma comunque divertente nel suo modo continuo di imboccare strade diverse e “sbagliate” al solo scopo di martoriare una protagonista troppo sicura di se stessa. 

Certo France è un film spietato nei confronti di chi si occupa di informazione per lavoro, che gode a metterle alla berlina in modo chirurgico chi abusa di iperboli e morali per “vendere storie” delle quali, a microfoni spenti (vedasi nel film una scena particolarmente crudele sul discorso “microfoni”) non gli importa oltre che per la gioia dello scoop. Ma la satira è anche questa ed è giusto che “tocchi a tutti”, prima o poi. 

France è anche un film difficile da incasellare e per questo pure difficile da amare “tout court” per chi si aspetta un film più canonico, composto, lineare. Lea Seydoux è un'attrice premiata per  quella bomba generazionale di La vita di Adele, ha lavorato per Nolan, per Scott, Allen, Lanthimos, Gans, Tarantino. È stata l’ultima bond girl dello 007 di Daniel Craig, per gli ultimi due film! È bellissima e molto brava. In France è chiamata a un ruolo “matto”, più di muscoli facciali che di cuore, che può spiazzare, può irritare, può creare barriere emotive con il pubblico. La Seydoux impersona un personaggio che indossa per sopravvivere una maschera statica, che si sforza di comandare artificialmente anche le emozioni più sottili. Un personaggio che non può essere empatico nonostante sforzi ogni suo muscolo facciale e ghiandola per sembrarlo. Non è un ruolo facile, non riesce sempre a comunicare tutte le sue sfaccettature, ma è un grande ruolo. Un po’ più meccanico il resto del cast è abbastanza in disparte, svolgendo bene un ruolo per lo più di contorno, con l’eccezione della causticissima  Blanche Gardin, che dà vita a un personaggio davvero sgradevole, “buffo nel modo sbagliato”, ma anche importantissimo come “specchio” della protagonista, davvero riuscito.

Visivamente è molto interessante, sposando una fotografia di stampo televisivo (i reportage) a paesaggi rarefatti (come la clinica Svizzera, come la casa finemente arredata con enormi quadri) quanto simbolici (il nevralgico traffico parigino intorno all’Arco di Trionfo, simile a un occhio), quanto plastici (il percorso montuoso su cui vanno il marito e il figlio, che sembra quasi richiamare i toni caldi di una pubblicità ma nasconde ben altro). Il ritmo è un po’ lento, ma se si entra nella giusta prospettiva non ci si addormenta. La colonna sonora non si imprime particolarmente in testa, ma è funzionale. 

Francia è un film matto e come tutti i film matti dividerà il pubblico tra chi lo amerà, chi lo detesterà e chi lo detesterà per sentito dire. È un film iperbolico e se non amate le iperboli vi farà venire dei bei mal di pancia ad ogni “alzata di tiro”. È un film in cui è difficile mettersi nei panni della protagonista, che dura anche due ore e venti, che fa satira (e la satira non piace a tutti). Io vi consiglio di farci un giro, perché mi sono divertito e perché amo le cose matte e surreali. E voi amate i film matti e surreali? 

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martedì 19 ottobre 2021

fACTORy32 la stagione teatrale 2021-2022


 

Torniamo molto volentieri anche quest’anno a parlarvi di fACTORy32 di via Watt a Milano, guidato dalla direttrice Valentina Pescetto nella sua quarta stagione teatrale. 

Avevamo incontrato la struttura, gli attori e lo staff un anno fa, prima della “ricaduta del Covid”, alla vigilia di una annata difficile. Il teatro era accogliente, gli attori pronti, i posti a sedere debitamente distanziati e la salubrità dell’aria garantita da un innovativo impianto a ricambio continuo.  Poi purtroppo i teatri non hanno potuto essere aperti per l’emergenza sanitaria della “seconda ondata” e fACTORy32 ha dovuto cambiare la sua programmazione, spostare il palco e i suoi corsi di teatro sulle piattaforme digitali, nell’attesa che la situazione migliorasse. Dal 22 di ottobre 2022 al 9 giugno, con una situazione epidemiologica maggiormente sotto controllo, fACTORy32 riapre le porte al pubblico in presenza, con tutta la voglia di tornare a raccontarsi e raccontare. 

Abbiamo avuto come blog il privilegio di assistere a un'anteprima sulla programmazione dei nuovi spettacoli e speriamo davvero che siano tanti i nostri lettori “dell’area di Milano” che vorranno provare a fare un salto in fACTORy32, vicino ai navigli, per regalarsi una serata a teatro. 

Il fil rouge della nuova stagione è quella che viene descritta come una creatività “potente, contemporanea, appassionante”. Accanto ai grandi autori già gravitanti intorno al fACTORy32, il palco ha riservato spazio anche ad artisti emergenti e drammaturgie inedite, confermando la particolare attenzione nel ricercare nuove energie e nuove sensibilità che ha spinto il teatro milanese a potenziare la propria scuola e la propria offerta formativa al motto: believe in theatre! 

Dal 22 al 24 Ottobre 2021

TABÙ

di Dario Merlini

con Monica Faggiani, Francesca Verga e Dario Merlini

regia Dario Merlini

aiuto regia Silvia Soncini

produzione Faggiani/Merlini

con il sostegno di Compagnia Oyes

in collaborazione con Teatro dell’allodola  

durata 80 minuti

 


La stagione comincia con l’anticonvenzionale Tabù, storia d’amore di un’improbabile coppia che, “incurante del pubblico”, mette a nudo le proprie tematiche più segrete: nel cast Monica Faggiani, Francesca Verga e Dario Merlini.  

Il regista Dario Merlini descrive lo spettacolo come una commedia nera per adulti, che parla di “quello di cui si deve tacere” del rapporto tra uomo e donna. Tabù, scritta da Francesca Verga (anche in scena come attrice) nasceva come un’opera adattata e modellata insieme agli attori, Monica Faggiani e Angelo Tronca, anche sulla base di loro esperienze e suggestioni personali. A causa della pandemia lo spettacolo ha dovuto mutare forma e adesso il ruolo sul palco di Angelo Tronca è interpretato dal regista, che ha portato a una diversa percezione alle vicende. 


Dal 12 al 14 Novembre  2021

VENERE IN PELLICCIA

di Leopold von Sacher-Masoch

adattamento Martino Palmisano

con Manila Barbati e Martino Palmisano

regia Emanuela Bonetti

produzione Baroni Rampanti

durata 75 minuti

 


In novembre è il turno di Venere In Pelliccia, rilettura del celebre romanzo di Leopold von Sacher-Masoch: sensualità e potere portati ai limiti estremi, in una costante, fatale lotta. L’adattamento è di Martino Palmisano che ne è anche interprete insieme a Manila Barbati. Martino Palmisano racconta il suo adattamento del classico Venere in pelliccia, opera del 1870 ma già “moderna”, portata molte volte a teatro ma anche al cinema, con Roman Polanski, come “un inno alla emancipazione” dai ruoli e dagli stereotipi, dove si scontrano e confondono in un atipico incontro tra un uomo e una donna, potere e dominazione, dolore e piacere. Per evidenziare la forte doppiezza di cui vivono i personaggi, condizione che di fatto li rende all’apparenza sospesi e neutrali,  in scena ci saranno due manichini.

 

Dal 10 al 12 Dicembre 2020

CORTI DI NATALE 

Cast composto dagli allievi della SDM, Scuola del Musical di Milano

Direzione Giacomo Buccheri

Direzione musicale Giacomo Buccheri

Produzione CDM - Compagnia del Musical

durata 75 minuti

 


Corti di Natale, prodotto da CDM è un format fresco e innovativo - ideato da Claudio Zanelli – in cui la narrazione tipica del cortometraggio si fonde con la live action teatrale, con un linguaggio universale adatto anche ai più piccoli. Cinque autori, cinque registi, cinque corti teatrali (15 minuti di durata massima) tutti diversi ma con un unico tema: il Natale. Gli ex allievi della Scuola del Musical di Milano portano sul palco uno spettacolo a episodi per grandi e bambini, dove su un’unica scenografia si alterneranno più storie, in cui i classici simboli del Natale diventeranno il motore narrativo. Al centro del palco ci sarà ovviamente l’albero di Natale, ma alla fine dello spettacolo ogni oggetto di scena avrà “vissuto” una propria vita. Tra un cambio di scena e l’altro ci saranno interludi musicali sotto la direzione del maestro Buccheri 

 

Dal 21 al 23 Gennaio 2022

GIOCHI DI CARTA

Regia di Francesco Leschiera

Drammaturgia di Luca Pasquinelli

Con Ettore Distasio, Mauro Negri, Andrea Magnelli

Scene e costumi di Paola Ghiano e Francesco Leschiera

Luci di Luca Lombardi

Elaborazioni e scelte musicali di Antonello Antinolfi

Assistente regia Serena Piazza

Grafica di Valter Minelli

Produzione Teatro del Simposio

Durata 65 minuti

 


Giochi Di Carta: il Teatro del Simposio presenta l’appassionante storia di Matthias Sindelar, uno dei più forti giocatori di calcio di tutti i tempi, nato cattolico in una famiglia di origini ebraiche. Durante l’Anschluss nazista del 1938, il campione è protagonista di un gesto eclatante che mostra il suo grande coraggio. Il Teatro del Simposio porta in scena una vicenda reale che si fa teatro.

 

Dal 18 al 20 Febbraio 2022

THE RIDERE

di Salvatore Aronica

con Salvatore Aronica e (Stefano Barra) Davide Calgaro

regia Salvatore Aronica e Daniele Turconi

produzione Aronica/Barra

durata 60 minuti

 


Salvatore Aronica e Davide Calgaro con THE RIDERE rievocano le “vite parallele”, tra spettacolo e amicizia, delle celebri coppie comiche del passato. Pappa e Gallini, giovani artisti, presto si sentono divisi tra quello che vorrebbero fare e ciò che viene loro imposto, andando presto tragicamente a disgiungere la coppia. L’attore Salvatore Aronica racconta di uno spettacolo nato nel 2018, morto e risorto oggi nel 2021. Lo spettacolo nasceva prima del periodo Covid, quando lui avrebbe condiviso il palco con Stefano Barra, raccontando con malinconia, da “vera coppia comica”, le vicende alterne di una vita tra “palco e realtà” proprie di celebri coppie dello spettacolo come Zuzzuro e Gaspare. Un po’ profeticamente, come successo a Pappa e Gallini, anche la coppia formata da Aronica e Barra si è in questo periodo divisa. Così lo spettacolo è mutato, con Davide Calgaro che sulla scena non riprende il ruolo che era di Barra, ma proprio di “quello che lo deve sostituire”, perché “lo spettacolo deve andare avanti”, nella coppia comica. Lo spettacolo è diventato così diverso è ancora più malinconico, portando sulla scena anche il “fantasma personale” di una coppia di comici che non c’è più. 

 

Dal 4 al 6 Marzo 2022

IL PICCOLO PRINCIPE …L’Essenziale

Tratto da Il piccolo principe di Saint - Exupery

con Carlo Decio

Regia Mario Gonzalez

produzione Teatro de Gli Incamminati

durata 70 minuti

 


Seguendo il filo logico di un linguaggio universale, Carlo Decio porta a fACTORy32 l’anteprima assoluta del suo spettacolo tratto dal capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, “uno spettacolo adatto ai bambini dai 6 ai 100 anni”. La lunga collaborazione con il regista Mario Gonzalez, maestro di teatro e di vita per Carlo, conferisce a un monologo della durata di un’ora un ritmo innovativo che sorprenderà di continuo, grazie alle mille voci che il talento dell’attore sa creare per evocare ognuno dei personaggi di questo magico libro. Per non scordare mai che “Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano”. Carlo Decio porta in scena un One Man Show in cui da solo sul palco dà voce a tutti i personaggi del Piccolo Principe, sdoppiandosi e modificandosi in un lungo dialogo interiore simile a quello rappresentato dal suo Ulisse. Il suo Piccolo Principe è un inno a non farsi sfuggire le cose belle che si sono sotto gli occhi, conservando uno sguardo di fanciulli. 

 

Dal 18 al 20 Marzo 2022 

IL PREFERITO

Drammaturgia e regia di Dario Merlini

con Daniele Crasti e Dario Sansalone

produzione Compagnia Oyes

durata 75 minuti

 


La memoria sembra essere anche uno dei temi de Il Preferito, della Compagnia Óyes. Ricordare di essere stati una famiglia anche se la vita ha portato poi i due fratelli protagonisti di questa inquieta commedia agli estremi opposti della scala sociale. Due fratelli-nemici ma alleati per forza, alla ricerca di una disperata sopravvivenza tra menzogne e crimini. Come riconciliare un politico di successo - ma sull’orlo del precipizio - e un fratello scapestrato che potrebbe salvargli la reputazione? La risposta è sorprendente, e avviene dopo un vero e proprio tour de force interpretativo che evidenzia sentimenti essenziali e verità nascoste. 

Il regista Dario Merlini racconta “Il preferito” come una storia sulla famiglia, vissuta come “luogo di origine come di corruzione”. I personaggi di un politico rampante e di un ex tossico sono prima di ogni cosa fratelli e quindi legati tra loro dalla vita.  

 

Dall’8 al 10 Aprile 2022

CAFARDS – Il buio dopo l’alba

scritto e diretto da Nick Russo

con Beatrice Gattai, Gledis Cinque, Giacomo Bottoni, Andrea Pellizzoni e Filippo Tirabassi 

costumi Noemi Intino

produzione PaT – Passi Teatrali

durata 75 minuti

 


“In una villetta al mare, Matteo è di guardia alla sorella Claudia, incosciente sul divano per una ferita d’arma da fuoco, quando Vale, Filo e Mary trovano rifugio nell’edificio. Si ritrovano così a condividere dieci ore di interminabile attesa, colme di paure, incertezze e conflitti, che costringeranno i sopravvissuti a rimettere tutto in discussione. Cinque personalità a confronto, con un’unica possibile risoluzione: l’autodistruzione. L'obiettivo è spingere lo spettatore a immedesimarsi prima in uno, poi in un altro personaggio, mettendolo di fronte alla possibilità di riflettere su tutto ciò in cui crede.”

Cafards è un giallo “distopico” su 5 persone rinchiuse in un edificio e vuole riflettere anche sulla situazione di Lockdown con l’intento di elaborare quella tensione, condividerla e scomporla nei punti di vista di ogni personaggio. 


Dal 6 all’8 Maggio 2022

ACCORDO DI MARE – Il viaggio che abbiamo in comune

testi e canzoni di Enrico Ballardini

con Enrico Ballardini e Riccardo Dell’Orfano

produzione Odemà

durata 60 minuti

 


Accordo Di Mare è un canto epico e onirico che trova le sue rime tra realtà, mito e fantasia, per chi pensa che non sia mai troppo tardi per partire, viaggiare, realizzare un sogno. Canzoni e racconti che esplorano le acque di quella necessità - recondita e nascosta in ognuno di noi - di non volersi fermare mai. Il viaggio non è sempre fatto di chilometri, ma di sguardi, fuori e dentro di sé. Viaggiare significa non fermarsi davanti alle proprie paure, alle proprie convinzioni e convenzioni. Viaggiando si può incontrare chiunque, anche se stessi. “

Enrico Ballardini con Accordo Di Mare, porta in scena il mare, quello che definisce come “l’altra faccia del cielo”, attraverso una sequenza di canzoni e racconti che esplorano il tema del viaggio e della realizzazione dei propri sogni. Ballardini racconta che lo spettacolo, nella sua prima forma, quando doveva uscire l’anno scorso, era una specie di monologo. Ora, senza tradire la sua prima forma di omaggio a Salgari e Jack London, lo spettacolo ha preso la forma di un racconto, un dialogo tra un anziano e la persona che si prende cura di lui. Per Ballardini la storia è riuscita a viaggiare ed evolversi, nella sua fantasia “in un momento storico in cui non si poteva viaggiare”, con l’idea di “creare un mito per superare la paura della morte”. 

 

Dal 28 al 30 Maggio 2021

VINCITORE PREMIO DRAMMATURGIA 

Vincitore: Discorsi Senza Punto Mentre La Verità Ciao

Scritto e ideato da Rodolfo Ciulla e Aureliano Delisi

produzione PaT - Passi a Teatro

durata 75 minuti

 


Chiuderà la stagione il vincitore della prima edizione del Premio di Drammaturgia Italiana Contemporanea Under 35, organizzato dall’Associazione “PaT-Passi Teatrali” con la collaborazione di fACTORy32: Discorsi Senza Punto Mentre La Verità Ciao. fACTORy32 nasce proprio come luogo per coltivare il talento e la creatività dei più giovani. Il testo vincitore, ideato e scritto da Rodolfo Ciulla e Aureliano Delisi, è sorprendente e al contempo surreale: permeato da un’elegante follia alla Monty Python, racconta la vita in un alternarsi continuo tra leggerezza e dramma. L’opera ha l’intento di creare un corto-circuito tra il genere comico e il drammatico, chiudendo la stagione con una nota surreale quanto “nuova”, in esplorazione di linguaggi originali. 

Accanto alla stagione artistica, fACTORy32 continua la sua parte dedicata alla formazione con un’offerta di corsi in continua espansione, in presenza e in online, guidati da professionisti di grande livello come Pietro De Pascalis, Alberto Oliva, Monica Faggiani, Rosario Lisma, Pachy Scognamiglio (vocal coach di vari artisti tra i qualiMahmood, Elodie, Madame e molti altri) e Lisa Vampa.

Continua poi, per il quarto anno di fila, la collaborazione artistica internazionale con Michael Rodgers, attore, acting coach, regista, per 15 anni allievo di Larry Moss, a sua volta allievo diretto di Stella Adler, Lee Strasberg e Sanford Meisner. 

È un teatro che risorge e qualche volta muta pelle, quelli proposto da fACTORy32 per la sua nuova stagione. Un teatro che ha saputo reinventarsi, riflettere su se stesso e aprirsi a nuovi stimoli, cercando di trovare il “buono”, a livello creativo e umano, dove c’è ancora una forte incertezza per il futuro. Un'energia alla quale si può di nuovo attingere in presenza, per condividerla, che sarebbe davvero un peccato “perdersi”. 

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martedì 12 ottobre 2021

The last duel: la nostra recensione del nuovo film di Ridley Scott



La storia è ispirata a fatti realmente accaduti intorno al 1300. Siamo in un medioevo europeo fangoso, opulento ma poco eroico, dall’aria autunnale, (fotografato a tinte oscure dal grande Dariusz Wolski, che con Scott abbiamo apprezzato particolarmente in Prometheus) pieno di cavalieri in armatura e in cui i combattimenti sono all’ordine del giorno. Siamo lontani anni luce dal sogno arturiano e dall’amore cortese, è tutta una questione di tasse e terreni. È in una terra francese difesa e onorata col sangue, tra sontuosi castelli e (tanti) brulli campi di battaglia (ma resi magnifici dalle scenografie di Arthur Max, che Scott si porta dietro da Le Crociate) che nasce, germoglia ed esplode l’odio tra due uomini che “un tempo si dicevano amici”, Jean de Carrouges (un  massiccio Matt Damon) e Jacques Le Gris (uno sfuggente Adam Driver). Prima sodali scudieri del re di Francia Carlo VI (un giovane Alex Lawther che conferisce al personaggio in parti uguali ingenuità e sadismo), con il tempo sempre più distanti e invidiosi delle rispettive fortune, infine nemici, uno contro l’altro, “duellanti” fino alla morte, in una giostra in cui è in gioco l’“onore”. Un onore calpestato e vilipeso da anni, tra infiniti rancori su “chi è più nobile” tra i due, ma che esplode in guerra per una donna, la bella Marguerite (resa complessa e sfaccettata da una straordinaria Jodie Comer). Non una guerra “per poterla amare” purtroppo, quanto una guerra “per averla e basta”. Per il rude Jean de Carrouges (Matt Damon), indomabile guerriero sui campi di battaglia, Marguerite è una “sposa comprata”. Poco più di un cavallo da monta per darsi un erede e un castello, riabilitando un nome e fama decaduti “per fortune avverse”. Non gli interessa conoscere il mondo interiore della ragazza, non gli interessa nemmeno badare al castello e alla corte: De Carrouges vive per stare su un campo di battaglia a spaccare teste per la sua gloria, anche se l’irruenza ne fa spesso un perdente. Marguerite per lui deve essere fedele incondizionatamente, ne va della sua discendenza di sangue. Per il subdolo Jacques Le Gris (Adam Driver), combattente diventato presto uomo di fiducia dell’ingiusto e vizioso cugino del re, Pierre d’Alencon (che Ben Affleck rende particolarmente dionisiaco), i privilegi di corte superano di gran lunga il fascino dei campi di battaglia. Lui ha studiato, lui è altolocato, lui ha la Chiesa dalla sua parte. Marguerite diventa il suo sogno proibito: una donna bella e forse intelligente “quasi quanto lui”, amante dei libri “quasi quanto lui” e delle lingue straniere “quasi quanto lui”. Una donna con cui poter enunciare in tedesco le storie di Sigfrido e rimembrare il dramma di Lancillotto e Ginevra. Marguerite è per lui un sogno e pertanto, narcisisticamente, pretende di stuprarla a piacimento mentre il marito di lei è in una delle sue mille battaglie, senza che Marguerite si ribelli o che il marito si ribelli, in quanto lui più nobile d’animo, più acculturato, più vicino alla chiesa e potente nella gerarchia del regno. Da quell’atto di violenza che è più una “concessione di reciproco affetto”, Le Gris ne è convinto, la donna dovrebbe diventare con il tempo sua amante senza battere ciglio, accettandolo magari anche solo per abitudine, nel silenzio, fino ad amarlo incondizionatamente. 


Le Carrouges e Le Gris si contendono così a modo loro una Marguerite che li “completa”, dal punto di vista patrimoniale ed emotivo, ma che per loro non arriva mai ad essere oltre che un oggetto di potere. Che sia una dote o un trofeo d’amore, Marguerite per loro “non ha voce”. Pur avendo tutto da perdere, in un periodo storico in cui le donne accettavano senza battere ciglio ogni genere di abusi “per quieto vivere”, Marguerite denuncia però con coraggio lo stupro. Ma rimane nonostante questo solo “spettatrice” del secolare odio tra i due uomini. Marguerite vuole che Le Gris vada davanti a un tribunale, Jean de Carrouges sceglie di sfidarlo a duello “con bolla reale”, per “ammazzarlo con le sue mani”. Solo che scegliendo il duello De Carrouges, se perderà, dimostrerà che Le Gris non ha mai fatto alcuna violenza sulla moglie, perché “Dio è con chi vince”. Di conseguenza Marguerite dovrà essere arsa viva, in quanto “contraria al giudizio Dio” e quindi strega. 

Ridley Scott nasce come il regista dei Duellanti, del 1977, una ballata action sull’amore e odio infinito tra due uomini, che si perpetua attraverso il tempo e i confini geografici. Oggi in qualche modo Scott torna a quel concetto di guerra infinita, a tratti simile all’amore, con questo “Ultimo duello” che cita i “suoi” duellanti, ma porta su di sé anche quanto Scott ha raccolto nei 44 anni di carriera.


Dopo i Duellanti, Ridley Scott è stato il regista degli uomini artificiali che contano le pecorelle artificiali per addormentarsi (Blade Runner). È diventato il cantore oscuro dello spazio, ossia la prossima “casa dell’uomo” ma anche il un luogo oscuro dove nessuno può sentirci urlare (Alien, The Martian). Ha raccontato le guerre di ieri (Le crociate) e di oggi (Black Hawk Down), ha raccontato il “progresso” (1492, Black Rain), la “religione” (Exodus, Prometheus), la vita di uomini di potere persi nelle loro ossessioni (Tutti i soldi del mondo, American Gangster, House of Gucci), ha voluto dare voce all’indipendenza delle donne (Thelma & Louise, G.I.Jane… e naturalmente ha creato la massima icona dell’eroina femminile, la Ripley di Alien di Sigurney Weaver) quanto ha voluto rincorrere e reimmaginare l’epica (Il Gladiatore, Robin Hood, Hannibal, Legend). Se lo chiedete a me, Ridley Scott è però soprattutto il massimo regista delle armature scintillanti. Un uomo che ha fatto dell’estetica più avanguardista una chiave importante e ulteriore con cui guardare oggi il cinema. Scott ha chiesto e ottenuto dallo scultore svizzero Hans Ruedi Giger, per il suo Alien, la corazza esoscheletrica di uno xenomorpho che fondesse organico e meccanico, per dare vita a un lucente drago moderno. Ha chiesto al costumista Charles Knode la “body Art sgargiante”, tra metallo e nude-look, che da forma, ricopre e “confeziona” i corpi-armatura dei cyborg di Blade Runner. Ha sempre a Knode chiesto, per Legend, di produrre una dorata e scintillante armatura da eroe delle favole, rugginosi elmi da orco, falliche corna per il più terribile dei diavoli cinematografici, interpretato da Tim Curry. Dagli anni 2000 Scott ha poi trovato un sodalizio artistico di lunghissimo corso con un nuovo “costruttore di armi e armature”, portando in scena le molte e varie realizzazioni della costumista britannica Janty Yates. Corazze rugginose e sporche per soldati romani intenti nelle campagne invernali contro i Galli, scintillanti ed eccentrici accessori luccicanti per i gladiatori dell’arena (Il Gladiatore). Corazze a maglie d’acciaio intrecciate e maschere ornamentali di metallo per nascondere volti sfigurati dalla peste (I crociati e lo straordinario make-Up di Edward Norton). Armature da donna (per la divina Cate Balchett) e armature “contenitive”, poco eroiche ma possenti, per un sovrano e un eroe sovrappeso (Robin Hood). Armature futuristiche enormi e percorse di tubi cromati per gli ingegneri di Prometheus, che tanto assomigliano nell’estetica alle tute dei fremen di un Dune che nel 1982 poteva essere per un soffio (e con un produttore diverso) un film diretto proprio da Ridley Scott. Scott con Janty Yates rinnova il sodalizio anche per questo The Last Duel e la costumista affronta la sfida con la sua solita cura maniacale, tanto per i dettagli che per la resa spettacolare di ognuna delle sue creazioni. Le armature dei duellanti della giostra, il picco della nuova produzione della Yates per il film, sono quasi al 100% repliche di autentiche armature medioevali, adattate “alla giostra” con gli elmi in parte divelti per permettere maggiore visibilità laterale ai cavalieri. Se i due protagonisti hanno una bardatura che li rende più mobili e gli consente di guardarsi negli oggi, anche Marguerite indossa per l’occasione un abito simile a una corazza. Ma la sua rigida postura ne immobilizza il collo e lo sguardo, appare costringente sul busto, blocca le articolazioni e la condanna quasi a essere una statua, quasi fosse una moderna vergine di Norimberga. Bastano i primi tre minuti della pellicola e le armature della Yates che in questo lasso di tempo vengono “indossate” per definire in modo preciso il tono del film di Scott a livello simbolico. Vorremmo quasi vederla subito, questa giostra medioevale tanto agognata fin dal primo trailer e subito promossa dai critici internazionali come la più perfetta e accurata rappresentazione di un duello in armatura dai tempi di quanto raccontato dall’Ivanhoe di un “altro Scott”, Walter Scott. Dopo averci portato a vedere il circo dei gladiatori, aspettiamo solo che Scott ci porti, 22 anni dopo, anche ad assistere a una giostra medioevale. Sarà uno spettacolo crudele quanto esaltante, primordiale quanto elegante, realisticamente e drammaticamente interpretato al meglio da due grandi attori. Ma sarà solo il climax. 



Ogni tanto Scott ci porta su un campo di battaglia, spesso seguendo le catastrofiche imprese di De Carrouges, ricordandoci le frecce infuocate del suo Robin Hood, gli scontri corpo a corpo violenti, scomposti e “pesanti” del Gladiatore, le file degli eserciti schierati sotto il sole e il sudore delle sue Crociate. Ma l’azione dura poco, perché Scott vuole qui  volare altrove e raccontarci una storia diversa, quasi di matrice giudiziaria, seguendo una trama che va a comporsi come un puzzle. Prima della giostra finale, divisi in capitoli, assistiamo agli antefatti, raccontatici da un montaggio che segue il punto di vista dei vari personaggi. Prima Jean de Carrouges, poi Jacques Le Gris, infine la prospettiva di Marguerite. Scott cerca di costruire e incastrare progressivamente le tre prospettive, costruendo tassello per tassello la completa storia finale, mente noi, come spettatori, diventiamo così gli unici depositari della tragica realtà nel suo complesso. È attraverso il montaggio ardito e questo gioco di specchi e prospettive che The Last Duel assume il fascino quasi di una tragedia shakespeariana e Scott riconferma di nuovo di essere uno straordinario narratore per immagini.

L’ardita struttura narrativa a puzzle riesce a tenere desta l’attenzione dall’inizio alla fine. Gli attori danno voce e volto a personaggi sfaccettati, tragici in quanto imprigionati in ossessioni che ne castrano ogni sentimento. L’azione, quando infine emerge, deflagra con tutto il suo realismo e violenza, andando a costruire sulla scena straordinari quadri medioevali in movimento. The Last Duel è uno spettacolo affascinante e raffinato, sontuoso quanto brutale, in grado di porsi come un’opera senza tempo. Un nuovo grande regalo di Ridley Scott per i suoi numerosissimi fans e un’opera che ancora una volta dimostra l’infinita bellezza del cinema. 

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lunedì 11 ottobre 2021

Con tutto il cuore - la nostra recensione del nuovo film di Vincenzo Salemme

 


Ci troviamo a Napoli, al giorno d’oggi. Lo chiamano “o barbiere”, perché dopo averti ammazzato ti fa personalmente barba e capelli. È riverito come El Chapo, ha un enorme potere sul territorio, è il boss “che mette paura”. Ma è anche un ragazzo ancora giovane, l’orgoglio e l’amore della madre Donna Carmela (Cristina Donadio, la Scianel della serie Gomorra), che è solita ripetergli: “Sei così bello che ti sposerei io”. Ma negli anni si è fatto troppi nemici, O Barbiere, come “Mangiacarne”, un boss rivale che gliel’ha giurata e ha preparato un agguato davanti alla tripperia dove è solito mangiare. O Barbiere rimane ferito a morte, ma il suo cuore sopravvive, può essere trapiantato. Per Donna Carmela è il segno che il figlio non è davvero morto e può “risorgere”, vendicarsi, tornare a regnare su Napoli. Così la donna fa un patto scellerato con un medico cardiologo che le deve qualche favore (Maurizio Casagrande): il cuore di O Barbiere sarà trapiantato solo su un uomo forte e risoluto da diventare un boss. Con tutte le difficoltà del caso, perché chi è in cerca di un trapianto di cuore “non se la passa poi bene e in salute”, il medico ricattato accetta e chiede all’infermiere di spulciare sulla lista delle persone in attesa di trapianto il profilo più idoneo. Salta fuori quello di un pugile quarantenne, è l’ideale. Ma per un errore sul nome, per via di una assonanza, arriva sul tavolo operatorio Ottavio Camandoli. 

Ottavio Camaldoli (Vincenzo Salemme) è un insegnante di greco e latino sulla sessantina, carattere mite e zero muscoli. Ma ormai l’operazione si deve fare e il cuore del giovane boss va a lui. Ottavio riprende la sua vita come prima, subendo giornalmente continue vessazioni in quanto “onesto e fesso”, fino a che Donna Carmela non lo riceve a casa e non parlando con lui, ma direttamente al “cuore di suo figlio”, gli dà il bentornato. La famiglia di O Barbiere gira un video con al centro Ottavio, promosso a nuovo membro del gruppo, che subito diventa virale per tutta Napoli. Le persone che prima vessavano e deridevano Ottavio ora sono riverenti e gentili, perché il timido, onesto e malinconico insegnante è per la prima volta visto come una persona “di cuore”. Tiene un cuore che è quasi come “tenere e’ palle!!”. 


Vincenzo Salemme, attore, sceneggiatore, regista e produttore, trasferisce nuovamente sul grande schermo uno spettacolo del suo teatro popolare. Lo fa con lo stile e ironia di sempre, insieme al cast di attori e amici ricorrenti in tutti i suoi lavori e con nel cuore il pubblico che va a vederlo dal vivo. Se a Milano ci sono i Legnanesi di Felice Musazzi, a Napoli c’è il teatro di Salemme ma la tradizione e lo spirito sono gli stessi. È un teatro di bonaria critica sociale, fatto di giochi di parole e buoni sentimenti, dove ogni quadretto che compone la storia è uno sketch a sé. Uno sketch leggero. Allora a fianco della storia principale, che dovrebbe seguire idealmente i binari di un surreale film di vendetta e “cuori ancora vivi”, si susseguono come di consueto siparietti di siparietti. Siparietti sui luoghi comuni che però disinnescano un potenziale narrativo interessante. Ecco allora in questo ultimo film i siparietti sulla colf straniera travestita “di Pozzuoli”, sull’infermiere che “fa l’infermiere ma non è infermiere” e guida un carro funebre, sulla scuola a cui “non servono più le lingue morte” ma “fa figo dire che si fa il liceo classico”. Volevamo più “pappa”, per citare un personaggio-chiave del racconto. Lo scambio dei cuori diventa solo per un attimo uno scambio di vite, il fatto che Donna Carmela (migliore interpretazione) si rivolga al “cuore del figlio” è uno spunto geniale, ma che non si vuole approfondire (o forse non si può approfondire?). Si arriva a un passaggio onirico che è forse il momento più interessante del film, quello che potrebbe farlo decollare come un Johnny Stecchino,  ma che rimane, purtroppo, solo una parentesi, ancora potenziale inesploso. Il personaggio della Autieri agisce anche lei da “normalizzatore”, allontanando il sogno impossibile (ma che sarebbe stato davvero interessante) di una relazione tra i personaggi di Salemme e Cristina Donadio. Con tutto il cuore poteva fornire una interessante e sagace critica al “fascino del mondo criminale”, ma non riesce a graffiare. Come spesso accade in Salemme, manca forse la forza o la voglia di uscire dai binari rodati e ben conosciuti  del suo teatro popolare per scatenare appieno le potenzialità del cinema, magari riscrivendo in parte il lavoro originale. Per un istante sembra davvero possibile arrivare a Johnny Stecchino, ma dura troppo poco e quello che rimane è per lo più una barzelletta sagace recitata da Salemme sui titoli di coda. Una barzelletta, surreale e sagace, a base di persone cremate e mangiate, che se fosse stata trasposta in immagini sarebbe stata degna dei Monty Python e magari poteva essere una geniale e surreale parte del film. Ma alla fine è solo una barzelletta che rimane “narrata”, come recitata a teatro.

Si esce contenti dalla sala, se si ama il teatro di Salemme. È un po’ come rincontrare un amico e stare con lui un paio d’ore, tra battute di spirito e un po’ di malinconia. Per chi non può andare a teatro a vedere gli spettacoli di Salemme è un buon modo per approcciarsi al suo teatro popolare gentile e accogliente. Forse la prossima volta Salemme asseconderà chi ama di più il cinema e confezionerà un film che “sappia di più di cinema”, qualcosa di più esplosivo e meno spezzettato in gag recitate. Ma i suoi spettatori continueranno a voler bene al regista napoletano e al suo modo garbato e fuori dal tempo di raccontare storie, anche se rimarrà immutato. 

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domenica 10 ottobre 2021

I nostri fantasmi - la nostra recensione del film dì Alessandro Capitani

 


“Ci sono gli alieni in casa nostra, ma possiamo combatterli, travestendoci da fantasmi! 

La mamma è nello spazio in missione per conto del governo mondiale proprio per contrastarli ed è per questo che gli alieni, che esteticamente sono uguali a noi come gli “ultracorpi”, adesso stanno cercando di occupare la nostra abitazione. Ma secondo i nostri scienziati gli alieni non hanno fatto i conti con il “paranormale”. Non lo capiscono e li può spaventare. Può mandarli ai matti e mandarli in fuga. Così noi ci nascondiamo in soffitta per tutto il giorno, li lasciamo entrare in casa e poi, con il calare delle tenebre, ci trucchiamo da fantasmi e li spaventiamo a morte. Loro scappano e il governo mondiale ci dà dei “punti resistenza” per ogni alieno scacciato. Saremo pieni di medaglie e riconoscimenti, in attesa che la mamma torni dallo spazio.”

 


È con questa pazzesca “supercazzola a fin di bene”, dal sapore vagamente “benignano”, che un padre di famiglia, vedovo e squattrinato (interpretato da Michele Riondino), convince il figlio (Orlando Forte) a “combattere per il territorio”. La realtà è un’altra è decisamente più terra terra: i soldi per pagare l’affitto sono finiti, il lavoro non si trova e per rimanere con un tetto sopra la testa l’unica pittoresca via è far passare l’appartamento per infestato dai fantasmi e quindi “invendibile”. Poi c’è la bugia più difficile: continuare a far credere al figlio che la mamma è nello spazio e un giorno ritornerà. Ma il sodalizio per ora funziona e Padre e figlio, “truccati e lenzuolati”, fanno rumore, aprono armadi, accendono e spengono le luci, appaiono all’improvviso e fanno in pratica tutto il campionario “allontana-intrusi” da guida ai film horror sulle case infestate (tipo la guida alla Beatlejuice). L’impegno, le strumentazioni elettriche e i trucchi per dare vita a dei fantasmi ci sono. C’è poi tra i nuovi inquilini chi si spaventa, ossia quasi tutti, ma qualche volta si incontra chi a queste cose non dà peso e non vuole sloggiare. Magari qualcuno che se la passa così male nella vita reale da non impressionarsi certo per un paio di fantasmi che vivono sotto lo stesso tetto. È il caso di una giovane madre con la sua bimba che ancora non parla (interpretata dall’attrice israeliana Hades Yaron), che sta fuggendo da un “vero mostro” come un marito violento. Riusciranno i fantasmi a mandare via da casa loro una donna che in un casa infestata si sente per una volta in vita sua “tranquilla e al sicuro”?

Quanto potenziale pazzesco può evocare un incipit di questo tipo? Quanti registi con in mano un soggetto simile avrebbero fatto le capriole e magari il film della vita? 

Se fosse stato un film di Shinichiro Ueda si sarebbe chiamato “Fantasmi contro Alieni” e poteva diventare il nuovo High Spirits in salsa escapista. Se fosse stato un film di Bong Joon Ho, magari un “Alien Parasite”, ci potevamo trovare davanti ad una nuova riflessione sociale sulla coabitazione degli spazi. Se ci fosse stato dietro Daniel Lowery si poteva chiamare “Storia di un fantasma-alieno” e sarebbe stato un film malinconico-esistenzialista muto, a telecamera immobile, pieno di colorati poster di film di fantascienza e con al centro due fantasmini con il lenzuolone lungo e i buchi per gli occhi. Cosa ne avrebbero fatto di questa idea Ti West, Kevin Smith, Michel Gondry, Edgar Wright, Guillermo del Toro? Blumhouse ne avrebbe tirato fuori un franchise, Netflix magari un paio di serie tv e quanto poteva avere effetto questa idea sul web? 

Invece Capitani non rischia. 


Non arrivano i venti minuti e subito si sgonfia un’idea enorme come questa, che Tarantino approverebbe come celebrazione del “cinema di genere (horror e sci-fi) che sovverte le regole della vita per migliorarla”. Il giochino dei fantasmi si spegne subito, arrivano le riflessioni sull’accoglienza, sulla famiglia, sulla difficoltà di trovare una casa popolare (unico momento davvero “horror” in cui il film si riprende, questo), i servizi sociali, la nuova occasione di vita, il vicino di casa burbero ma che alla fine è bonaccione (un Alessandro Haber comunque molto in forma, una delle note migliori della pellicola). Insomma, ci presentano subito il pacchetto ideale da essere trasmesso su Rai 1 in una serata in cui non va in onda Don Matteo, che è peraltro una serie che ha già diretto Alessandro Capitani. I nostri fantasmi arriva coerentemente nelle sale pensando a quel tipo di pubblico televisivo di riferimento. Un pubblico che ha a cuore le tematiche sociali, ha in mente il dramma delle case popolari e delle nuove forme di povertà, ha vissuto “l’isolamento in casa” dell’era Covid (e l’emergenza affitti correlata alla mancanza di lavoro), ma magari non si ritiene che vorrebbe conoscere la sotto-cultura dei film di genere. È un pubblico attento, che sa commuoversi, che forse aspetta un lieto fine e che non si ritiene voglia in prima serata spaventarsi a morte con un horror nichilista o sopra le righe. Perché gli horror non vanno in prima serata in generale. Così il “fantasma” Michele Riondino, truccato e vestito di bianco, ricorda magari di più Pulcinella o una figura del teatro di Eduardo de Filippo o i fantasmi di Magnifica presenza di Ferzan Ozpetec. Accanto ai fantasmi “buoni e bonari” si fa spazio una visione favolistica del mondo infantile, che tra balocchi polverosi come un telescopio dorato e un microfono vintage vorrebbe avere sfumature di rimando ad Antoine de Saint-Exupery. Si preferisce poi il tono espositivo dei fatti a posteriori di un “Chi l’ha visto” piuttosto che realizzare una possibile (e bella) scena d’azione che magari potrebbe essere “troppo emozionante”. Come se i veri “nostri fantasmi”, da tenere a noi buoni e cari, fosse proprio quel pubblico televisivo a cui la pellicola è indirizzata. Un pubblico che si ritiene voglia ricordare Totò e Sordi, non Fulci, Argento e Bava. È una scelta legittima, da prodotto per famiglie, e I nostri fantasmi potrebbe andare benissimo come film che i nipotini potrebbero vedere insieme ai nonni. Preso in questa “dimensione”, il film riesce a mettere in scena una spettacolo appropriato. Molto brava e bellissima, materna, l’attrice Hades Yaron. Un po’ compassato Riondino ma con un paio di guizzi niente male, specie nella bellissima scena da “vero orrore” nelle case popolari di notte. Paolo Pierobon, che interpreta il terribile e manesco marito della Yaron, il “vero mostro” del film, ha lo sguardo vitreo e la fisicità enorme del classico cattivo da film horror/slasher e questo poteva essere un magnifico spunto di trama che però non è stato colto. Una nota su Orlando Forte, che interpreta il piccolo Carlo. È davvero bravo, espressivo, molto affiatato con Riondino ma poco aiutato dalla sceneggiatura che forse non mette a fuoco la sua età anagrafica.

I nostri fantasmi è un film ricchissimo di spunti non adeguatamente assecondati ma che spero possano venire in seguito ampliati ed esplorati, magari come un secondo capitolo o una serie televisiva. La messa in scena è adeguata per chi si aspetta un film per la famiglia sui buoni sentimenti, ma pellicola si segnala anche per la voglia di affrontare tematiche sociali attuali. Talk0