mercoledì 8 maggio 2024

The Fall Guy: la nostra recensione del nuovo film action di David Leitch, con Ryan Gosling ed Emily Blunt, sul “supereroistico”mondo degli stunt-men

Siamo all’interno del grattacielo panoramico dove si tiene il famoso Comicon di San Diego, nel 2019. 

Si stanno tenendo le riprese più spettacolari di uno dei film più attesi al botteghino. 

Il biondo e atletico stunt-man Colt (Ryan Gosling) è chiamato a rigirare una scena particolarmente complessa in quanto l’attore principale della pellicola, il precisino e vanitoso Tom Ryder (Aaron Taylor Johnson), ritiene che nella sua performance abbia sfoggiato una inopportuna “faccia a patata”. 

Colt, professionalissimo, si avvia verso la sua postazione, il punto più alto del palazzo. Sale ascensori, scale di metallo e carrucole, fino a giungere su una specie di cornicione, a centinaia di metri dal suolo. Nel frattempo si intrattiene al telefono con l’assistente alla regia, la bionda, romantica e talentuosa Jody (Emily Blunt), con la quale di recente ha una bella storia. 

I due parlano in modo intimo e rilassato, ridono e sognano di prendere insieme un weird margarita davanti a una spiaggia assolata e poi tuffarsi nell’oceano, mentre Colt viene imbragato a  funi e micro telecamere per un altro genere di tuffo. 

Una gru a comando remoto è pronta a gestire la caduta dello stunt-man per la scena clou: una caduta nel vuoto drammatica quanto spettacolare (simile a quella di Last Action Hero), sperando che questa volta nell’accelerazione e pericolo di rottura di tutte le ossa, in caso di contraccolpo, il nostro riesca ad apparire in volto “meno a patata”.

Un ultimo sorriso.

Tutto è pronto. 

Il volo. 

Buio.

Diciotto mesi dopo Colt non si è ancora ripreso dalla terribile caduta del Comicon. Ha mollato tutto e tutti, pure il suo lavoro al cinema. 

Vive con la barba lunga e vestiti appiccicaticci in un appartamento incasinato tra birre e cartoni della pizza, fa il parcheggiatore. Non è più riuscito a sentire Jody, il suo mondo era troppo cambiato, sentiva che “la corazza” era rotta. Di fatto la sua caduta è diventata qualcosa di virale e c’è gente che per strada chiede di farsi delle foto con Colt, proprio in ragione a quello stunt finito male. 

Ma ecco la svolta: la sua manager Gail (Hannah Waddingham, vista nella serie Ted Lasso) gli proporne il nuovo film di Tom Ryder.

È un post apocalittico da girare in Australia, davanti alla Opera House, tra auto truccate alla Mad Max, astronavi giganti in computer grafica dietro un Blue screen, costumi in gomma piuma di alieni armati di aggeggi che sembrano chitarre laser e una grande storia d’amore interspecie umano/aliena. 

Colt vestirebbe, da controfigura, il cappello e i panni color oro glitterato di un cowboy spaziale, in scene di combattimento con pistola e fucile laser finto, inseguimenti in auto, salti e sportellate sulle dune. Lo stunt-man ufficiale già attivo sul progetto ha avuto dei problemi, solo Colt può sostituirlo all’ultimo minuto e c’è un altro motivo irrinunciabile per partecipare al progetto, di fatto l’unico motivo che risvegli l’attenzione di Colt per questo lavoro: è il primo film di Jody da regista e se le cose andassero male sarebbe pure l’ultimo. 

Lui l’ha persa di vista per qualche mese e lei ha fatto carriera, richiedendo  espressamente la sua presenza sul set come unica persona che può “salvarla”, il suo moderno principe azzurro. E allora Colt parte, si sottopone ai soliti preliminari motion capture del volto per gli effetti speciali ed è subito sulla scena, al volante di un'auto post apocalittica. È una scena di massa a base di esplosioni multiple rosso magenta su sabbia dorata. È  “vecchia scuola”, con quasi zero post produzione e solo professionisti e cameraman presenti lungo un tracciato con annesse cariche esplosive a timer, tutta gestita dall’amico e coordinatore degli stunt-Man, l’enorme ed enciclopedicamente competente Dan (Winston Duke).

Colt dà il meglio di sé mentre nulla sembrava girare per il verso giusto e viene portato in trionfo da tutta la crew, ma Jody si accorge di lui quasi per sbaglio, perché ha quasi demolito una telecamera di scena. Lei non sembra neanche capire perché lui sia lì. 

Per prima cosa deicide di “vendicarsi” per il fatto che lui non l’ha richiamata in tutti i mesi in cui lo stunt-Man è scomparso: lo sottopone più volte a una scena in cui lui viene ricoperto di benzina, incendiato e lanciato contro a delle rocce appuntite. I due piano piano si riappacificano, si scopre che c’è solo Gail dietro l’ingaggio, ma Gail ha una nuova richiesta urgente e drammatica per Colt, che poi è il vero e unico motivo per cui lo ha voluto in Australia nel giro di poche ore: deve trovare Tom, il grande attore. 

Sparito da ore, nessuna presenza nella sua stanza d’albergo di lusso, telefono staccato. Tom è solito fare la vita esagerata e piena di eccessi da star e frequentemente si caccia nei casini tra locali notturni, vizi e stravizi, soldi e donne. Colt in passato si è già occupato di salvare Tom da strane situazioni ed è l’unico che può ora risolvere la questione senza che la polizia o la produzione intervengano, bloccando tutto e facendo perdere l’ingaggio a cast e troupe. 

La vita del film è appesa a un filo.

Colt “indaga” nel sottobosco di Sidney, tra sedicenti amanti armate di katana, spacciatori tatuati di droghe che ti fanno vedere unicorni, criminali da cabaret e mercenari sorprendentemente bene armati in grado di mascherarsi da netturbini (come in Commando). Di giorno Colt gira con Jody le scene di un film action e ogni tanto ascoltano insieme nel van delle canzoni di Taylor Swift. Di notte e nel tempo libero Colt “vive” in un film action alla ricerca di Tom e ad ogni angolo sembra palesarsi una nuova minaccia e grandi esplosioni. 

Riusciranno Colt, Dan e il “cane stunt-Man” di nome Jean Claude a salvare la pellicola? Riuscirà Colt tra un'autocombustione e l’altra a spiegare a Jody perché non la ha richiamata negli ultimi mesi?


Il guru degli stunt-man David Leitch, dal 2017 anche acclamato regista action dopo opere come Deadpool 2 e Atomica Bionda, torna in sala a pochi mesi dal divertente Bullet Train

Dirige questa volta un film scritto da Drew Pearce, l’autore di pellicole action moderne come Hotel Artemis e Mission Impossible Rogue Nation, che in questo caso va alla ricerca di qualcosa di più “vintage”, quasi in controtendenza. 

Il plot è infatti liberamente ispirato a una serie tv anni '80 scritta della leggenda Glen A. Larson (Magnum P.I., Battlestar Galattica), con protagonista la star Lee Majors, il famoso interprete anche de L’Uomo da sei milioni di dollari, che qui compare anche in un piccolo cameo. 

L’idea che gli “addetti ai lavori del cinema action” possano essere di fatto “autentici action hero”, in grado di contrastare minacce reali una volta usciti dal set, ha permesso a Larson all’epoca di creare situazioni molto divertenti e autoironiche, pervase di quell’umorismo anni ‘80 giocoso e proprio anche dei film come Cannonball  con Burt Reynolds. 

Pearce, gioca anche lui con travestimenti ed esplosivi colorati, effetti speciali e trucchi visivi. Non si distacca dalla cifra ingenua e goliardica del modello, pur aggiornando leggermente la ricetta sulla base di pellicole successive come FX-Effetto Mortale, la serie tv Jean Claude Van Johnson, Tropic Thunder e se vogliamo anche il recente C’era una volta a Hollywood di Tarantino. Proprio la pellicola numero 9 del regista di Pulp Fiction sembra avere, sul lato della caratterizzazione dei personaggi, molti collegamenti interessanti con questo Fall Guy, in modi anche sorprendenti. 

C’è un po’ dello stunt-man di Brad Pitt (che ricordiamo come l’ideale “fratello buono” dello stunt-Man Mike di A prova di morte) nel Colt di Gosling. Entrambi guardano il mondo in ragione di quanti colpi sono pronti a parare e restituire, entrambi non hanno problemi a muoversi a diversi metri di altezza come fossero dei gatti. Possono affrontare a mani nude, alla pari, “qualcuno del loro livello”: quando per “loro livello” può intendersi anche Bruce Lee. Possiedono la innata capacità di rispondere istintivamente alle minacce anche in stato catatonico o da sbronzi, alla Jason Bourne

Quello che invece sta al di sotto di questa corazza, quasi “Nietzschiana”, rimane misterioso, interessante da indagare quanto potenzialmente pericoloso, fragile, irrisolto. Passando dagli stunt-man agli attori, c’è un po’ dell’egocentrismo sgangherato e infantile dell’attore semi-fallito interpretato da Di Caprio, nel Tom di Aaron Taylor Johnson. 


Sono entrambi “creature” in grado di commuoversi visceralmente per una loro performance, anche se atroce, quanto nel mondo reale arrivare a vette di cinismo e vigliaccheria inaspettate. Grandiosi solo di facciata, di fatto bambinoni che non sanno assumersi le proprie responsabilità. Forse solo genuinamente “infantili”, ma con riserve inquietanti. 

Tanto in C’era una volta a Hollywood quanto in Fall Guy compare al centro della scena e della vita una donna bellissima. È una musa e forse un sogno a occhi aperti, in qualche modo rappresenta “la settima arte”, il cinema stesso in tutta la sua magia e ingenuo stupore. 

Per Tarantino c’era l’attrice forse simbolo del sogno e poi disillusione di Hollywood, interpretata con tanta ingenuità quanta solarità dalla bellissima Margot Robbie. Per Leitch c’è una sorprendentemente timida Emily Blunt, che ricordiamo in ruolo decisamente più “risoluti”, nella parte di questa regista “gioiosamente nerd”, adolescenziale quanto romantica. 

Jody ci ricorda che dietro ad ogni action movie, anche quello più sgangherato e sopra le righe, c’è la voglia di rappresentare una favola semplice, il bene contro il male: l’amore che come valore vince su tutto. 

È una semplicità ricercata, spesso come sinonimo di “spettacoli senza troppe pretese narrative”, ma che si può fare comunque “epica”, attraverso la sicurezza dell’eroe/stunt-man nell’affrontare le concitate scene d’azione a cavallo di auto veloci, astronavi e alieni armati di chitarre/mazze/fucili-laser. È una semplicità che altrettanto velocemente che può diventare allo stesso tempo “grottesco”, quando un attore, come Tom, per incapacità o superbia, non riesce a cogliere il profondo bisogni di leggerezza e sospensione dell’incredulità che si cela dietro a ogni battuta del suo personaggio: di fatto lo stesso “eroe” che condivide sul palco con lo stunt-man  . 

È così, per un meccanismo del tutto meta-cinematografico, che gli stunt-man possono assurgere quasi al ruolo di principi azzurri moderni. Elevando a volte anche pellicole che hanno poco di elevato. È questa la “magia”, che nella pellicola si carica spesso di autoironia.

Leitch “ci crede”, forse perché prima di tutto lui è davvero uno dei più grandi esperti di stunt viventi. Ci crede così tanto che tiene l’asticella dell’azione sempre molto in alto, andando a costruire coreografie tanto sontuose e innovative quanto affettuosamente citazioniste. In questo senso diventa un altro personaggio chiave della meta-narrazione il divertente Dan di Winston Duke: che prima di compiere una determinata azione o mossa speciale action, in un combattimento reale, “cita” enciclopedicamente la fonte di riferimento. Il colpo d’ascia de L’ultimo dei mohicani, un calcio alla Matrix, un supplex tipico di Dwayne “The Rock” Johnson. Tutto ha una sua derivazione codificabile secondo il grande libro degli stunt-man e del cinema action, quasi parlassimo di una estensione “credibile” delle arti marziali. 


Ma le citazioni per Leith abbracciano davvero tutto, la scena come la scenografia, la fotografia come le musiche. 
Da un ambiente alla Mad Max passiamo agli acquari che esplodono di Arma Letale, agli inseguimenti con auto che progressivamente si rompono di Beverly Hills Cop

C’è l’epico fantasy “plasticoso e al rallenty” alla Snyder nelle sequenze nel deserto, c’è 48 ore nelle scene tra i Night club. C’è un tocco di Die-Hard e c’è un cane fantastico, che “si mangia” il film meglio di Turner il casinaro e il pastore tedesco di John Wick 4.  

Tutti sembrano essersi divertiti anche a solo a girarlo. 

Un Gosling, in cerca di leggerezza dopo le prime fasi “cupe” della sua carriera, si lancia muscolarmente e ironicamente a capofitto in un ruolo alla Ryan Reynolds, senza però sacrificare troppo la sua vena malinconica, quella di La La Land, che riesce comunque a fare qua e là capolino. Aaron Taylor Johnson continua il suo percorso da “Bad Guy”, di fatto rappresentando tutto ciò che non era in Kick-Ass con tonnellate di ironia e autoironia. Pure Emily Blunt ha voluto per lei delle coreografie di combattimento e le affronta con grande impegno.     

Fall Guy è un enorme parco giochi con all’interno un mare magnum nel quale ogni appassionato di action può dolcemente naufragare. È uno spettacolo carico di azione e sovraccarico di mille dettagli da gustare a volte frame by frame, un film leggerissimo quanto pieno di amore. È un film che oggi, per una volta, non si prende mai, mai sul serio, con il rischio concreto che i fan dei “film seriosi” un po’ non lo capiscano, ma vale la pena tuffarcisi dentro comunque. Nel migliore multisala con schermo panoramico e impianto sonoro ultra: per guardare appieno i botti e le esplosioni, per ammirare i magnifici balletti action e ironia che contiene e elargisce a piene mani. Il top per divertirsi senza pensare a nulla per un paio d’ore, totale libera uscita, tra pop corn e patatine. 

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martedì 7 maggio 2024

Come Fratelli - Abang e Adik: la nostra recensione della struggente opera prima scritta e diretta del talentoso Lay Jin Ong, con protagonisti Wu Kang Ren, Jack Tan e Serene Lim


Malesia. In una Kuala Lumpur dei giorni nostri, tra i cantieri loschi dove lavorano i clandestini e gli ambulanti del mercato della frutta e verdura, vivono i giovani Abang (Wu Kang-Ren) e Adik (Jack Tan). Abang, il più grande, è magro e riservato. Ama cucinare e riordinare le cose, è un lavoratore instancabile e un uomo dall’animo gentile e generoso. È muto, forse dalla nascita, ma riesce benissimo a farsi capire a gesti o grazie al campanello di cui ha munito il suo carrello della frutta fresca, con il quale riesce sempre a farsi largo nel mercato. Adik è più giovane, disordinato, attraente e dall’animo tormentato. Ha più volte cercato un lavoro onesto, ma alla fine, alla costante ricerca di denaro, è caduto tra le maglie della malavita, finendo anche con il prostituirsi. 

La “strada” li ha fatti incontrare per caso. Abang orfano senza documenti di identità che gli permettano di accedere a una vita migliore, a causa di un terribile incendio. Adik in fuga dalla sua stessa famiglia, (in)felice di vivere in clandestinità.

Si sono conosciuti da bambini girovagando nello stesso quartiere, tra poveri e clandestini che li hanno accolti nella loro grande e unica famiglia. 

Condividono da sempre lo stesso locale abitativo di due stanze e lo stesso letto, si raccontano ogni cosa, mangiando e ricucendo i loro vestiti usurati, raccogliendo in una scatola di latta le poche banconote, tirando a campare uniti, come fratelli.

Ogni volta che in tavola arrivano le uova sode, con un rituale buffo tutto loro ne rompono il guscio, “facendo toc toc”, uno sulla fronte dell’altro.

La “mamma” che la strada ha trovato per loro è la dolce transessuale Miss Money ( Tam King-Wan), ma gli anni passano e ora lei è troppo anziana per continuare a vivere in quel posto, nonostante faccia fatica a staccarvisi. 

Una giovane assistente sociale, Jia En (Serene Lim), sta cercando di occuparsi attivamente della zona come di Abang e Adik, anche forzando la macchina burocratica a operare meglio, ma l’iter per ottenere nuovi documenti sembra interminabile e i “muri di gomma” che deve abbattere sembrano non finire mai. All’ombra dei ricchi palazzi e delle luci del centro, il piccolo bilocale decadente ma accogliente di Abang e Adik, si fa sempre più stretto e spoglio. 

Il vecchio e claudicante ventilatore non riesce più a mitigare l’estate più calda di sempre. La partenza improvvisa di amici e amori si fa sempre più rapida e soffocante. Gli animi andranno a ribollire e forse a dividere la strada comune di Abang e Adik per sempre. 

Succederà qualcosa di brutto e irrimediabile. 

Ma il destino può davvero dividere due fratelli? 


Dopo essere stato il vincitore indiscusso della edizione n.25 del Far East Film Festival (2023), arriva in tutte le sale italiane 
Come fratelli, l’opera prima di Lay Jin Ong.

Nella presentare la sua opera, il regista racconta di come nella sua terra, la Malesia, la condizione di non avere dei documenti di identità sia un problema ancora diffuso, in grado di colpire migliaia di persone. Senza un'identità, difficile da ottenere perché manca di fatto una coordinazione efficace tra gli apparati burocratici periferici e centrali, non si può accedere agli ospedali come ai servizi pubblici, non si può trovare un lavoro regolare e pagato, non si può vivere in un appartamento se non in modo abusivo. 

Esposta costantemente al rischio degli sgombri e delle carceri, questa “umanità diseredata” è finita con il vivere nelle periferie, creando un “mondo a parte” sempre più complesso e ramificato, dove convivono con fatica, ma anche altruismo e solidarietà, decine di etnie diverse.

È un mondo di grandi palazzi fatiscenti pieni di camere strette, travolto da mille colori e sapori, lingue e culture. Una piccola gioiosa Babilonia, ma anche un mondo molto rischioso, di cui si avvantaggiano i più avidi e i più forti. Che sia per trovare forza lavoro come nuovi disperarti da taglieggiare, la delinquenza, che spesso abbraccia la corruzione della polizia, può decidere da un momento all’altro chi vive e chi muore.

Tutti sono in perenne scacco e scoppiano in un lampo guerre tra poveri.

La “macchina sociale del futuro”, rappresentata simbolicamente dal personaggio “tragico quanto volenteroso” della brava Serene Lim, ancora non è in grado di essere efficace, risultando presto causa esterna di ulteriori dolori.  

Le figure di riferimento della comunità, come la struggente Miss Money di Tam King-Wan, progressivamente “spariscono”.


Tra i “giovani senza documenti” c’è Abang; si “adatta”, fa ogni lavoro a testa bassa, non protesta o alza la voce. Abang si comporta da perfetto ingranaggio sociale, ma in fondo non crede quasi più al motivo per cui dovrebbe continuare a vivere in questo mondo-prigione. 

Poi ci sono quelli come Adik, che provano a cambiare il loro destino, finendo per scavarsi la fossa da soli. Di fatto sembra che inconsciamente rifiutino con tutte le forze di dare nuovamente fiducia a una istituzione-matrigna (comprendendo nella definizione la prima delle istituzioni, la famiglia), che da sempre li ha emarginati.

Non ci sono vincitori né terre promesse o felicità da raggiungere, nella simbolica “guerra sociale” che si estende lungo tutta la pellicola. Ogni “prova di sentimento” si avverte con malinconia e rimpianto, nella sfiducia assoluta che questo possa ripetersi. 

Ogni momento di ilarità e tenerezza, a volte quasi ritualmente auto-imposto, è fugace; poco più di una boccata d’aria in attesa di affogare di nuovo nel pessimismo cosmico imperante. Anche il richiamo a una comunità melting-pot ricca e inclusiva, con assonanze felici anche al cinema di Ozpetek, non è che una piccola nota di colore al grigiore emotivo che bene rispecchia un grigiore istituzionale: uno Stato che con ricalcata indifferenza, considera l’empatia alla stregua di un crimine, non guarda più ai cittadini e ai loro bisogni.

Si può voler bene a tutti questi “dimenticati” e al modo, anche eroico, con cui affrontano il loro destino. Si può parteggiare anche con chi, pur ingenuamente, cerca di cambiare le cose ma non riesce ad arrivare alla fine della sua “missione salvifica”. Tutti gli interpreti sono davvero bravi e convincenti, dando voce a personaggi comuni, spontanei quanto sfaccettati, spigolosi e a volte contraddittori, profondamente e fallacemente “umani”. Umani e ricchi di sfaccettature come lo sono i vicoli e le strade di questa periferia sovraffollata e sovraccarica di ogni tipo di oggetto e cultura. 

Certo non si fanno sconti e non ci sono finali adatti a un pubblico assuefatto da visioni favolistiche stile “e vissero felici e contenti”. Non c’è traccia di “American Dream” nella Malesia realistica e quasi psicotica che ci racconta il regista. 

Con il suo film, Lay Jin Ong ha prima di tutto voluto veicolare un forte messaggio politico: la sua pellicola è un atto d’accusa diretto alle istituzioni, con la preghiera di intervenire per salvare da una “rovina annunciata” i molti Adik e Abang che vivono e sognano un futuro nelle periferie. È un film per stimolare un forte cambiamento sociale, realizzato con tutta la passione e potenza che il cinema può dare nel veicolare questi messaggi.

Ci è piaciuto molto.

È un film molto tragico ma anche vitale, genuino, davvero imperdibile. 

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lunedì 6 maggio 2024

Coincidenze d’amore (What happens later): la nostra recensione della commedia romantica scritta, diretta e interpretata da Meg Ryan, con co-protagonista David Duchovny, adattamento della piece teatrale Shooting Star di Steven Dietz


In un cielo notturno e freddo, due fiocchi di neve calano dalle nuvole, sospinti dal vento in  traiettorie autonome che infine li incastrano uno con l’altro. Iniziano una danza avvolgente, quasi un valzer. Vorticano sempre più veloci e infine si respingono. Continuano il loro volo in caduta, verso le luci fioche di un aeroporto americano dei giorni nostri. 

Di nuovo si incrociano, ballano, forse si amano, ma poi si allontanano di nuovo. 

In costante moto centrifugo e centripeto, simili a questi fiocchi, sono anche due passeggeri in attesa. In attesa di prendere un aereo per ricominciare anche loro a volare, mentre ora vagano stanchi e un po’ annoiati tra i sedili della sala d’attesa. 

Più volte intimi, ma al contempo destinati a tornare ciclicamente distanti, Bill (David Duchovny) e Willa (Meg Ryan), si trovano di nuovo insieme per caso, dopo dieci anni, dopo la fine “confusa” della loro storia d’amore e di tante altre cose. 

Lui è un uomo sulla sessantina, ancora atletico e impeccabile in completo scuro, brizzolato e inamidato, trolley di classe. La voce calda, compassata e calma, mentre risponde pur meccanicamente al telefono. Vaga tra le poltroncine, alla costante ricerca di una presa di corrente per il caricabatterie del cellulare, determinato a collegarsi a costo di dover spegnere l’insegna elettronica di una pubblicità dell’aeroporto. Nelle cuffie e tra le mani, dei manuali su come sviluppare una mentalità vincente.

Lei per candore sembra avere una età indefinita, tra la ragazzina e la signora più matura, al contempo atletica ma stanca. Si siede ovunque, a gambe incrociate, e canticchia qualcosa per passare il tempo. Veste un lungo abito bianco abbinato a giacca in pelle nera e anfibi, come Madonna negli anni ‘80. Capelli lunghi biondi e ricci che esplodono da tutte le parti quasi a coprire tutto il volto, gli occhi azzurri quanto le rughe. Aria spaesata, un curioso bagaglio a mano costituito da un “bastone della pioggia” per purificare dalla malasorte. 

I due si trovano scrutando tra la folla, si riconoscono ma non si avvicinano. Si sono già “rivisti” in passato, proprio in quel luogo di partenze e arrivi, ma hanno fatto finta di nulla e lo possono fare ancora! Non è obbligatorio! Poi però il destino li pone sadicamente uno davanti all’altro e non c’è più fuga che tiene, devono parlarsi. 

Bill e Willa, per esteso William Davis e Willhelmina Davis: nessun rapporto di parentela pregresso, sono un generico “W.Davis” appuntato su una simile borsa da viaggio che una volta li avrà accomunati in un posto come quell’aeroporto. Forse per quella annotazione comune è avvenuto il loro primo incontro, in quel di Madison, venti o venticinque anni prima. 

Poi erano successe tante cose, tra un paio di concerti dei Radiohead e una convivenza all’inizio felice, che hanno segnato ancora più le loro differenze. Lui troppo cerebrale, amante della programmazione e timoroso delle sorprese. Timido quasi a essere introverso, si è sempre sentito nelle relazioni come una solida e fiera zavorra. Lei troppo estroversa, fanatica della new age e della spiritualità, della libertà a tutti i costi e in tutti i campi. Disordinata e smemorata, si è sempre sentita come “un palloncino sospeso”.

Un palloncino e una zavorra che lo tiene a terra, i presupposti della coppia perfetta “equilibrata”. Forse. Forse una volta. Giusto il tempo di scambiarsi uno sguardo e due battute, poi ripartire per le rispettive vite, ma ecco che il fato ci mette lo zampino. Di nuovo. I due rispettivi voli vengono cancellati, per lo stesso motivo anche se per mete diverse, lasciandoli vittime della stessa tormenta meteorologica ed emotiva.

La neve ha coperto tutto, gli alberghi in zona sono pieni degli altri passeggeri che più velocemente si sono impossessati di una camera. Bill e Willa hanno cincischiato troppo sperando in una ripartenza impossibile o due, ora hanno tutta la notte per aggirarsi da soli in un aeroporto vuoto, tra un bar vuoto o duty free vuoto, cercando di convivere civilmente. 

Dall’alto, “a confortarti e illuderli”, la voce quasi ultraterrena degli annunci: ogni tanto metallica, qualche volta così intima che pare dialogare proprio con loro. In filo diffusione dagli altoparlanti tanta musica pop del passato, che a volte suona fin troppo allegra o troppo forte per gli umori dei nostri eroi: più prossimi a tirare fuori gli scheletri dagli armadi che godersi insieme una birra o una carezza. Forse. 

Come passeranno la notte Bill e Willa? 

Torneranno di nuovo a volare e magari a incontrarsi sulla stessa strada?


A otto anni da Ithaca - l’attesa di un ritorno, termina l’attesa per il ritorno alla regia Meg Ryan, con questo piccolo film girato a Bentonville, nello stato del Nebraska nell’autunno del 2022, insieme a David Duchovny. Un film a due, un continuo contrappunto di battute e tenerezze, che ha il sapore di Harry ti presento Sally come di Prima dell’alba giusto un po’ più pensoso, a volte anche troppo. 

L’aeroporto incarna al meglio una ipotetica “stanza dello spirito del tempo” dove tutto è immobile, sospeso e “provvisiorio” come in Terminal di Spielberg, prima che i personaggi possano tornare Tra le nuvole, come George Clooney, a distaccarsi salvificamente dai dolori della realtà.  

Siamo in un aeroporto del Nebraska, ma potrebbe essere benissimo il palco di un teatro off Broadway, tanto intime e distillate solo le interazioni tra i due attori rispetto a uno scenario “sconfinato ma vuoto”, che li ingloba senza correre mai il rischio emotivo e fisico di “schiacciarli uno contro l’altro”. Uno scenario che viene reso dalla fotografia ancora più etereo e avvolto di bianco del normale, quasi un'infinita e fredda pista di pattinaggio. 

A “riscaldare la scena” servirebbe il calore che è ancora in grado di esprimere la coppia dei protagonisti, ma conviene forse tenere il cappotto per tutta la visione, perché la Ryan non sembra intenzionata a percorrere le strade della commedia romantica per cui è diventata famosa.

Non c’è qui quell’intesa adolescenziale/cinico/giocosa come con Billy Crystal in Harry ti presento Sally. Manca quella ricerca di “gentili attenzioni impossibili” tra estranei, come con Tom Hanks in C’è posta per te e Insonnia d’Amore. Siamo lontani da quella amabile comunione spirituale ultra kitch scattata con Nicolas Cage in City of Angels. Non c’è al fianco dell’eroina moderna il romantico viaggiatore temporale Hugh Jackman di Kaye e Leopold, a farle riscoprire la bellezza del romanticismo ottocentesco. 

C’è Duchovny, impeccabile ed elegante come il suo agente Fox Murder, ma con la Ryan manca quasi programmaticamente di intesa. Quasi lo avremmo preferito affiancare Gillian Anderson, in una semi-rimpatriata di X-Files dove la tormenta di neve che li blocca all’aeroporto è dovuta a qualche complotto dietro cui è nascosto un uomo che fuma.

Meg Ryan è distante, altrove.

Il suo personaggio sembra inseguire ancora quel look e quel mood da eterna fidanzatina d’America, ripete a piccoli tratti lo schema di una seduzione giocosa e buffa, ma sta molto malinconicamente “sulle sue”. Non capisce più cos’è una relazione o il mondo che la circonda. Non riesce forse più a capire neanche se stessa. 


È un personaggio perseguitato da un enorme senso di vuoto, problemi di memoria, cocci di una vita vissuta male. È un personaggio che forse come la stessa Ryan è andata in cerca di una nuova identità, intraprendendo un percorso a scossoni come quello che l’attrice aveva già intrapreso da prima, nei primi del 2000, quando aveva scelto quel ruolo super sexy in In the cut di Jane Campion e poi quel ruolo da manager scafata di Boxe per Against the rope. Ruoli più disperati che romantici che forse non è riuscita ad abbracciare fino in fondo. 

Così ora Meg Ryan, vestendo il personaggio di una piece teatrale da spettacolo off che sembra cucirsi addosso con forza, si trova ad affrontare le crepe di una immagine da fidanzatina d’America ormai vintage, fuori tempo: una Sally che non ha più incontrato Harry, aspettandolo per trent’anni in aeroporto. Una donna senza un Tom Hanks che illumini per lei tutto un palazzo a Seattle, una eroina moderna senza che un angelo disceso dal cielo con il volto di Nicolas Cage o uno scienziato vittoriano con il volto di Hugh Jackman la salvino da un destino avverso. 

Meg, nel film “Willa”, è sola e spaesata. 

In cerca di affetto, poca fiducia sulla sua memoria (forse malata) e intenta a manovrare un bastone sciamanico portafortuna, ma soprattutto sola, anche se circondata da molte persone. Duchovny è gentile e quasi paterno, ma la regista, sceneggiatrice, interprete è come se ponesse costantemente un pesante muro emotivo sulla loro relazione, una “impossibilità fattuale” di avvicinarsi, al di là dei piccoli giochi con le poltroncine e i carrelli porta bagagli. Piccoli momenti di quiete a quel moto centrifugo/centripeto delle relazioni che infine appare più duro, concreto e vero del classico finale “e vissero felici e contenti”. Di conseguenza il confronto tra i personaggi sulla scena diventa quasi una seduta di analisi, ermeneutica più che emotiva. Quasi un'autopsia più che una ballata malinconica, dove ogni tentativo di empatia suona solo nostalgicamente come una eco triste. 

Il testo di Steven Dietz aveva potenzialità brillanti, a partire da quella voce fuori campo che annuncia la cancellazione dei voli per poi diventare quasi un confidente emotivo (come la voce del Signore in Aggiungi un posto a tavola), ma la Ryan sceglie di porre, anche coraggiosamente, un grosso tappo a quello sviluppo, depotenziando ogni siparietto leggero e prediligendo inquadrare la solitudine della neve che cade, il buio notturno dell’aeroporto quando tolgono le luci, il vuoto di corridoi enormi. 

È un film sincero e doloroso, onestamente sbiadito nei colori.

Con una musica che non si sintonizza con i sentimenti, con una fotografia quasi glaciale per schematicità e “plasticità” dei luoghi, con personaggi che seppur invogliati, interiormente, all’idea di iniziare un lungo valtzer, sembra che pregustino la fine del ballo fin dall’inizio.

Tutto questo dona un sapore peculiare a Coincidenze d’amore, che forse chi va in sala aspettando una commedia romantica come le classiche della Ryan potrebbe non voler cogliere al volo, magari rimanendo deluso da tanto potenziale “inespresso”. 

È una Ryan a nudo, con rughe e dolori, davvero inedita. 

Forse è l’inizio di una nuova fase della sua carriera, gliela auguriamo di cuore. Ma la spensieratezza che da sempre accompagnava i suoi ruoli un po’ già ci manca.

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mercoledì 1 maggio 2024

Il posto: la nostra recensione del secondo surreale e intimista film del regista de La sedia, Gianluca Vassallo, con protagonista Michele Sarti

Pietro (Michele Sarti) è un regista cinematografico sardo in ascesa dopo la sua opera prima: un film che gli ha portato un grande successo, quanto la paura di affrontare una “opera seconda” che confermi l’entusiasmo di pubblico e critica. 

Ha in mano un soggetto peculiare, su cui crede molto, che sta cercando ancora di elaborare anche se nel frattempo non gli sta dando troppi “feedback positivi”. 

È una specie di film alla Ocean’s 11 ma con un cast di anziani, gag di stampo comico-geriatrico, forse una sottotrama sull’uso del computer per realizzare il furto a una grande banca, per la quale vuole chiedere aiuto al suo poco convinto amico informatico, che lavora in una sartoria. 

Pietro cerca di parlare della sua nuova pellicola con “chiunque ha a tiro”, con entusiasmo e infilandola in ogni tipo di conversazione, per capire se è sulla strada giusta e magari pregustare reazioni positive sul volto di chi lo ascolta. Ma sembra che a nessuno freghi nulla di vederla. 

Così come sembra a tutti gli “intervistati involontari” che il suo primo film non è che fosse la cosa migliore al mondo: sì, bellissimo per fotografia e trama originale ma troppo triste, troppo politico, troppo intellettualmente arrogante…

Pietro, che vaga nella sua cittadina in cerca di conferme, si tormenta.

Le persone e i paesaggi della sua Sardegna, anche il mare, non sembrano ispirarlo o confortarlo verso una nuova epifania creativa. 

Con la sua compagna, ha ormai solo una relazione a distanza telefonica, che forse non è più neanche una relazione o forse è qualcosa di semplicemente infelice. 

Nella sua casa gira un tizio vestito in un elegante smoking bianco, che sembra a tutti gli effetti un'allucinazione. Ricorda a Pietro le telefonate da fare che si è dimenticato di fare, gli parla di come avere successo nella vita, seguendo i consigli di un libro motivazionale che impugna come una reliquia. 

Quando va al bar, Pietro incontra sempre più di frequente, accanto al barista, un altro tizio strano: uno che fa discorsi filosofici/metafisici sullo spazio e sul tempo e forse è un alieno, o comunque ha per moglie la persona che comanda su ogni cosa. 

Tutto sembra caotico e senza senso.

Poi Pietro ascolta una voce femminile al telefono. Prima cerca di liquidarla come chi ti vende un nuovo piano tariffario, poi prova ad ascoltarla e scopre che è un lavoro su commissione: vogliono lui a Milano per un documentario sulla vita di una azienda, la DEGW: una società che realizza spazi per uffici e imprese da 50 anni. Ora Pietro ha “un posto dove andare”, potendosi sottrarre momentaneamente dal vagare di meta in meta. 

Le persone della DEGW sembrano entusiaste e lo possono sommergere di attenzioni, storie e tutti i materiali che saranno necessari per questo lavoro. Pietro accetta ma sa che per poter realizzare la pellicola dovrà prima capirci qualcosa su quella ditta, trovare una buona storia e il suo cuore. Ma Pietro sarà in grado di mettere alle spalle la sua crisi creativa e realizzare un film su commissione “come vuole lui”: ossia un film “personale e d’autore”? 

Forse basterà solo trovare la giusta ispirazione, nel giusto posto. 

Ma esisterà, per Pietro, questo posto giusto?


Torna in sala dopo il folgorante La Sedia il regista sardo Gianluca Vassallo, come ritorna protagonista della scena il suo attore/alter ego Michele Sarti. Il film è nuovamente scritto, diretto, prodotto è in questo caso anche musicato da a Vassallo, che ama curare le sue opere dalla A alla Z. Ritorna in Sardegna, ma poi passa in zona Milano, per una storia ancora una volta ironica e simbolica. Una storia che in qualche modo “espande” la sua opera prima e al contempo sa strutturasti in un modo davvero inconsueto, spiazzante quanto sarcastico.   

La vicenda si collega ancora una volta a filo doppio con la passione del regista per l’architettura e il design. 

Nel primo film era “protagonista sulla scena”, teatralmente, come potente “oggetto Beckettiano”, la “Sedia 1” di  Enzo Mari. Un oggetto realizzato nel 1974, lo stesso anno di nascita di Vassallo, che una trasmissione radiofonica culturale, inserita nella pellicola nell’autoradio del protagonista, descriveva come semplice, essenziale, simbolicamente “costruita con gli stesso materiali poveri della croce di Cristo”. 

Di fatto la Sedia 1, nella trama unico lascito di un padre scomparso al figlio, anche per la sua semplicità realizzativa puntava a essere la “sedia di tutti”, quella che poteva essere presente in tutte le famiglie, anticipando il “do it yourself” dei mobili prefabbricati Ikea. Come oggetto “comune/familiare” e al contempo così “mistico”, la sedia veniva durante la pellicola portata da Sarti lungo luoghi da sogno bucolico della Sardegna, divenendo più volte un giaciglio sul quale il protagonista si adagiava per parlare con gli altri personaggi in scena, di fatto creando così un piccolo “spazio mobile relazionale”. In Il posto Vassallo, espandendo il concetto, riflette sulla possibilità di trovare spazi relazionali anche in ambienti “più grandi”, industriali. Spazi in grado di legare funzionalmente, ma anche “amorevolmente”, un “fattore umano disperso” anche all’interno di una grande azienda dell’Italia anni '70. Come canterebbe Jovanotti, a Vassallo importa “l’elemento umano nella macchina” e riesce a curarlo con una particolare sensibilità e originalità nella costruzione narrativa, proprio attraverso una riflessione sul design.

È così che piano piano nel film si fa largo la storia della DEGW e la filosofia di coniugare lavoro e relazioni, in modo diretto e “democratico”, che viene espressa a livello architettonico attraverso gli ambienti cosiddetti di “open Space”. 

Ancora una volta interviene sulla scena un media che “racconta l’arte”, nello specifico proprio la costruzione degli spazi attraverso l’architettura, nella forma di un surreale televisore in bianco e nero, che trasmette un documentario in inglese, in un bar sardo dei giorni nostri. Un momento criptico quanto Lynchano, che va poi chiarendosi funzionalmente, ma che subito appare autoironico e dissacrante, quanto la poetica dell’autore sardo impone. Un autore che qui alla seconda opera, ascoltando le sue stesse dichiarazioni a margine della produzione, sembra anche voler mettere proprio se stesso sulla scena, senza filtri, raccontando in modo divertito, ma anche “timoroso”, una crisi artistica occorsa al fatidico momento della realizzazione della seconda opera cinematografica. 


Vassallo con tanta autoironia “incasina” la vita personale e artistica del suo regista/protagonista/alter-ego fin dal primo minuto. Gli fa affrontare le grandi aspettative e i grandi dubbi del pubblico e della critica. Mette in luce la sua poca costanza e mille dubbi su “cosa vuole fare da grande”. Lo fa affiancare da allucinazioni (certo più simpatiche di un coniglio gigante alla Harvey/Donnie Darko), lo fa vagare come un detective alla ricerca dell’ispirazione e infine gli fa trovare il suo “posto”, il suo “scopo di narratore”: una storia comune e su commissione su una grande azienda, che però può valere la pena essere raccontata anche perché legata a una storia umana.

Il sempre più bravo Sarti dà voce e corpo a un personaggio complesso ma simpatico, che bene riesce a raccontare il tour de force emozionale, sempre più vorticoso e caotico, a cui progressivamente va incontro. Il suo Pietro sa essere sognatore quanto disilluso, malinconico quanto sarcastico, sfuggente quanto centrato. Il suo è un one man show che convince, dalla sua camminata inarcata, goffa e quasi timida, ai surreali momenti di “confronto onirico”, alla malinconia delle telefonate a distanza con un amore lontano. In alcuni punti, come gli “incontri con il pubblico e critica” del regista, Sarti riesce anche a ricordarci gustosamente il Nanni Moretti degli inizi e i suoi surreali dialoghi meta/cinematografici con il pubblico dei suoi film. 

Il film sa divertire molto, a tratti anche  commuove, al netto di un finale forse un po’ contratto, incentro sul rilanciare o sospendere la narrazione. 

Davvero originale, ma anche coraggiosa (e il coraggio spesso paga), la scelta di DEGW di avvallare la pellicola di Vassallo per raccontare i 50 anni della loro realtà imprenditoriale. Non è certamente un film convenzionale sulla storia personale e imprenditoriale del loro gruppo, anche se sono presenti alcuni dirigenti che simpaticamente hanno interrogato se stessi. È certamente un film che riesce a rappresentare al meglio la filosofia di un design funzionale ma anche “etico”. È interessante che Vassallo non si limiti a esplorare delle aziende recenti, ma vada anche a ricercare i siti delle aziende del passato, ora dismessi e diventati dei campi fioriti in segno di una attuale fase industriale di “ricongiungimento alla natura”. 

Il posto funziona, a volte spiazza, spesso diverte.

Aiuta a riflettere, in modo non banale, sulle implicazioni della “forma di un luogo di lavoro”,  in ragione ai rapporti umani che al suo interno potrebbero svilupparsi.

È una pellicola che conferma il talento di Vassallo come regista unico nel suo genere: personale e fuori dagli schemi, ma anche sensibile e originale narratore di temi difficili come l’arte e il design. 

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mercoledì 24 aprile 2024

Tatami - una donna in lotta per la libertà: la nostra recensione dell’adrenalinico, eroico e drammatico film sul judo di Guy Nattiv e da Zar Amir Ebrahimi, con protagoniste le straordinarie Arienne Mandi e Zar Amir Ebrahimi

Georgia dei giorni nostri, mondiali di Judo. 

Nella squadra femminile della Repubblica Islamica dell’Iran gareggia la giovane e determinata Leila (Arienne Mandi), assistita dalla sua allenatrice, la rigida e silenziosa Maryam (Zar Amir Ebrahimi). 

Il viaggio in pullman dall’Iran è lungo e avvolto per lo più nel deserto e nel buio. L’atleta lo affronta cercando di rilassarsi, con nelle cuffie una playlist di musica pop creata affettuosamente tutta per lei dalla sua famiglia. Leila, dopo una serie di banchetti e presentazioni pubbliche piene di applausi e riconoscimenti, si sente quasi schiacciare dal peso di tutta la fiducia che ripongono in lei, la federazione come la sua famiglia. 

I parenti e gli amici sono già pronti per fare il tifo davanti alla tv, ma sembra quasi che tutto il paese stia trattenendo il fiato, come se fosse un momento di straordinaria importanza che va al di là dello sport.

Maryam durante il lungo viaggio trattiene ogni sentimento ma sente di essere sicura del risultato: Leila è forte quasi dieci volte le avversarie e se rimarrà concentrata potrà vincere ogni incontro, anche in pochi secondi. 

All’arrivo nello stadio, la prima doccia fredda: Leila alla pesatura è oltre il limite di categoria di mezzo chilo e forse non potrà gareggiare. 

Ha solo un’ora per sistemare le cose e la ragazza, con rabbia e determinazione, si lancia nella palestra comune, diretta alla cyclette, dove tra dolore, sudore e lacrime, quasi spogliandosi del tutto di ogni energia, riesce a perdere settecento grammi. Incazzata quanto spettinata e arruffata, è ora pronta per la lotta. 

Davanti a sé tutto il suo mondo si riduce al quadrato delle gare: il tatami. È lì, al centro della scena, tra avversarie di tutte le nazioni e giudici di gara, che dimostrerà il suo valore. 

Le sfidanti sono forti e fin dal primo scontro di qualificazione mostrano i denti, sfuggono agli attacchi alle gambe, kimono e alla cintura, evitano gli assalti e dimostrano stabilità d’acciaio. L’esito di ogni incontro non risulta mai semplice, perché non lo è: tra prese a tenaglia, proiezioni e leve articolari, tutte vogliono la vittoria, non arretrano né si arrendono. 

Leila avanza, raccoglie dolori e stanchezza come medaglie, procede dritto dimenticandosi dei lividi e di tutto il mondo che si trova al di fuori del tatami, quasi sentendo nelle orecchie il tifo del marito e dei parenti.

Maryam, a bordo ring, a dispetto del suo atteggiamento sempre composto e impeccabile,  ringhia a ogni errore e impartisce ordini. È severa quasi al punto da apparire spietata con la sua protetta. Anche lei ha “fame di vittoria” lo fa per dimenticare quando in passato era arrivata vicino alla vetta, ai campionati, prima che un infortunio fermasse per sempre la sua vita agonistica. 

Leila vince veloce come era previsto, ma qualcosa di inaspettato inizia a muoversi oltre il tatami. 

Lo vuole lo Stato. 

In Georgia si è qualificata per le gare anche una atleta israeliana e dall’alto hanno deciso, in modo incontrovertibile, assoluto e intrattabile, “sacro”, che un incontro contro di lei, per l’Iran, non è auspicabile per questioni politiche. 

La direzione vuole obbligare l’atleta a ritirarsi, subito, promettendo che ci saranno altre occasioni per dimostrare il suo valore. Maryam riceve la telefonata e prova a parlarne con Leila con la morte in cuore, anche lei in passato si era trovata in una situazione simile e l’Iran ha più volte ritirato le sue atlete per motivi di questo tipo, al punto da far sollevare sospetti a livello di regolarità sportiva. 

Maryam spiega e Leila rimane incredula: perché la hanno supportata e fatta partire festanti fino a poche ore prima? Poi cerca di mediare: Il campionato è “mondiale”, ci sono ancora tanti incontri e la possibilità concreta di incrociare proprio l’israeliana è quantomeno remota, anche solo seguendo l’andamento del tabellone. L’israeliana poi non è favorita, potrebbe lasciare ai primi turni la competizione. 

Leila vuole andare avanti, Maryam per il momento capisce che non ha senso fermarla. 

L’Iran vince ancora e ancora, riscuotendo molto interesse anche da parte degli osservatori internazionali. Purtroppo va avanti anche Israele. 

Dopo ogni vittoria, lo Stato Iraniano telefona a Maryam, ma non per complimentarsi. Il tono è sempre meno accomodante. Questa “ostinazione a non ritirarsi” parla per loro di un inaccettabile affronto alle autorità religiose da parte di un paio di donne. Si ventila la fine della carriera per l’atleta insubordinata, poi si minacciano “conseguenze indesiderabili” per il futuro di entrambe. 

Infine si arriva alle vie di fatto. 

Lo Stato prende in ostaggio la famiglia dell’allenatrice Maryam: le mostra da un cellulare il padre con dei fucili davanti al volto. Il padre la maledice e rinnega, la supplica di sottomettersi alla decisione. Presto lo Stato riuscirà a fare lo stesso con la famiglia di Leila, questione di minuti. 

Tra gli spalti del palazzetto dello sport iniziano a farsi largo loschi figuri governativi, magari pronti a strangolare personalmente le due donne in caso di vittoria. La ragazza deve smettere subito di combattere anche se sta vincendo, se tutto l’Iran con lei, di fatto, sta vincendo. 

Un tentativo disperato di farsi squalificare per commozione cerebrale, prendendo a testate lo specchio del bagno, non risulta credibile. Tuttavia qualcuno sembra intenzionato a schierarsi dalla parte delle due atlete, fornendole una via d’uscita.


Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi confezionano un film potente e  doloroso, con al cento la vita di due donne coraggiose quanto profondamente umane.

È un film sul mondo del judo, rappresentato in tutta la sua dinamicità agonistica e velocità da un cast tecnico di primissimo livello. Le professioniste del combattimento coinvolte sono in grado di esprimere sempre con assoluta chiarezza e competenza le dinamiche di lotta. Un montaggio veloce e accurato rende sempre diverso quanto intellegibile ogni confronto, il reparto sonoro in presa diretta conferisce la giusta spazialità e profondità all'azione. Lo sport diventa vivido, quasi frenetico, rabbioso come epico: la pellicola è perfettamente ascrivibile tra i migliori film d’azione di stampo “sportivo realistico”. 

Una fotografia quasi in bianco e nero, unita a una scenografia semplice fino all’essenziale, rende il tatami, quanto i luoghi limitrofi al torneo, simili a uno “spazio a parte”: una zona fuori dai colori e sfumature del mondo. Un “altrove”, agonistico quanto democratico, dove tutti sono uguali per uniforme e spazio sulla scena, uniti da ritualità di stima e disciplina. Un luogo in cui si può dialogare in modo universale, proprio grazie allo sport. 

Il mondo esterno e i suoi colori ocra, caldi ma sbiaditi, presto interferiscono con la sacralità del tatami e del torneo, conferendo nuove sfumature al film, altrettanto riuscite.

Tra telefonate e flashback sempre più invadenti, ci troviamo spostati dalla scena principale al retroscena, dalle luci dello sport alle ombre interiori. I personaggi sono costretti a fare i conti con una realtà più dura delle botte, soprattutto perché avvertita come rigida, assoluta: un luogo in cui ogni possibilità dialogica muore.  

Lo sport diventa di colpo “altro”, quando forse narrativamente, nelle intenzioni iniziali “di chi comanda”, doveva essere per lo più una parentesi frivola. 

Lo sport diventa prima vittima di una “politica prudente” e poi, in rapida escalation, mezzo per “un’eresia”, in quanto possibile atto di ribellione a un comando “di principio”. Non importa più l’esito dell’incontro, il destino delle atlete o delle loro famiglie: si deve reprimere.

Quasi in tempo reale assistiamo quindi agli scontri sul tatami, esaltanti quanto splendidamente ripresi, mentre tra un incontro e l’altro si dipana una “tragedia greca” sotto forma di thriller psicologico/politico, in cui l’esito fino alla fine è incerto, con la vita delle due protagoniste sempre più a rischio . 


I personaggi interpretati dalle bravissime Arienne Mandi e Zar Amir Ebrahimi, riescono, con i loro corpi contratti e feriti e con la loro mente sempre messa a dura prova, a comunicare un intero universo di passione, impegno e sofferenza. Possenti quanto fragili, sono chiamate a dover “resistere o perire” a un deus ex machina profondamente sordo ai loro ideali positivi e impegno. Un deus che le “vuole e  impone” come pedine sacrificabili, “per un bene più grande”, seguendo logiche ineluttabili, che appaiono prima di tutto tragicamente ingiuste e infine quasi sadiche.  

Tatami forse parte come un episodio di Rocky, Warrior di O’Connor o Million Dollar Baby di Eastwood, ma arriva presto a giocare nel campo di Rollerball di Norman Jewison. Con la variante significativa che se il capolavoro con James Caan era di fatto un’opera di fantascienza distopica, la pellicola di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi parte da situazioni reali ben documentate, sulla base delle quali sono nati sistemi di sostegno agli atleti internazionali come la “squadra degli atleti rifugiati”. Tatami, in un modo originale quanto rispettoso, riesce a parlarci anche di queste realtà internazionali e di come agiscono. 

Tatami in un modo asciutto, e più universale di quanto si voglia credere, ci parla di come il ruolo della donna sia ancora contratto in molte parti del mondo. Ci parla di come la politica possa di fatto non seguire gli interessi delle persone che pur operano per il successo nel mondo del loro paese. 

Tatami, come faceva Rollerball, sottolinea quanto lo sport di fatto possa assumere un ruolo importante nella società odierna, a livello di simbolo, di “nuovo eroismo”. Un messaggio che Tatami condivide anche con il film sulla ginnastica artistica Olga, anche lui tratto da una storia vera. 

Tatami un film che vale la pena di vedere tanto se siete appassionati di Judo che di diritti umani. 

È un film importate e ben recitato, che sa scorrere via in un attimo e fa uscire dalla sala con la voglia di “cambiare il mondo”: magari iscrivendosi a una palestra per praticare judo. 

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sabato 20 aprile 2024

Monkey Man: la nostra recensione dell’action movie “spirituale” scritto, diretto e interpretato da Dev Patel

India. In un piccolo villaggio immerso nel verde una madre racconta al suo bambino, per farlo addormentare, la sua storia preferita: la leggenda di Hanuman. Il piccolo rimane più che sveglio, sovraeccitato, ascoltando le gesta dello scimmiotto che volle avvicinarsi a un frutto di mango sull’albero più alto della foresta, finendo per mangiare infine il sole, diventando invincibile ma scatenando l’ira degli dei.

Siamo ancora in India, alcuni anni dopo, nei bassifondi della grande megalopoli di Yatana, al “Tiger’s Temple”, dove si tengono combattimenti clandestini senza regole tra guerrieri mascherati, tra fango, sangue e stranieri che scommettono pesante.  Contro l’uomo serpente si scontra quel bambino che una volta amava la storia di Hanuman, che ora diventato adulto, nascosto dietro a una maschera e pieno di muscoli, si fa chiamare Monkey Man. Si scontra e perde sempre, per agevolare le scommesse più ghiotte e “concordate” del padrone di casa, maneggione e grande anfitrione Tiger (Sharlto Copley), ma tra una nuova cicatrice e l’altra pensa a ben altro. 

Progetta un grande piano per lasciare i bassifondi, salire in cima alla grande città e alla catena alimentare, alla corte di Queenie (Ashwini Kalsekar), nel suo “Kings”, un castello/albergo/Night Club da cui, tra prostitute, gioco d’azzardo e droga, governa i traffici loschi di tutto il paese. 

Nella stanza più in alto dell’edificio, come sul ramo più alto della foresta, Monkey Man raggiungerà il suo “mango”, il suo “premio”, la sua grande “vendetta”. 

Forse scatenerà anche l’ira degli dei.

Forse diventata l’eroe che il suo paese sta cercando dopo essere caduto nella corruzione e dissolutezza morale, a causa del capo della polizia Rana (Sikander Kher) e del finto guru spiritual/televisivo Baba Shakti (Makarand Deshpande). Ma la salita, a suon di pugni e pistole, sarà lunga e difficile. Comporterà nocche rotte, cadute vertiginose e una dolorosa “rinascita” per il nostro eroe. 

Serviranno la guida spirituale e marziale del saggio Alpha (Vipin Sharma), che eleveranno Monkey Man alle tecniche e onore dei guerrieri Veda. Servirà soprattutto una pace interiore che guidi l’uomo fino a non renderlo più cieco a causa della vendetta. 


È decisamente un periodo florido “per le scimmie”, tra i trasformers scimmie dell’ultimo film Hasbro al nuovo Kong e Godzilla al cinema per Warner, passando per l’imminente Regno del pianeta delle scimmie di 20th Century Fox. 

È un periodo interessante anche per gli uomini-animale, tra la dolce e combattiva mutaforma di Dungeons&Dragons,” l’airone umano de Il ragazzo e l’airone di Miyazaki  e il sorprendente Dog Man di Luc Besson.

Dav Patel, l’attore di The Milionaire, Humandroid, Marigold Hotel e Lion, scrive e costruisce personalmente, fin dal 2018, questa pellicola per il suo debutto da regista. La produzione è dal già leggendario Jordan Peele e nella sceneggiatura Patel si fa accompagnare anche da un “esperto di epica”, come quel John Collee di Master & Commander

Le coreografie di lotta sono  sotto la direzione di un veterano come Brahim Chab, con in curriculum le acrobazie in motion capture per i videogame della serie Assassins Creed e molti action movie con protagonisti Jean Claude Van Damme, Scott Adkins e addirittura sua maestà Jackie Chan. 

Lo stunt Double di Patel per le scene più complesse è poi Wut Kulawat (stunt di Tyler Rake) e come coordinatore degli stunt c’è un’altra leggenda, Udeh Nans, che ha lavorato a quei capolavori senza tempo di The Raid e The Raid 2 di Gareth Evans.

Il direttore della notturna e psichedelica fotografia è Sharone Meir e viene dritto dal recente Silent Night, dove la sua fotografia, già notturna/industriale/psichedelica, era una delle cose più riuscite dell’ultimo film di John Woo. Le musiche, un felice mix di tamburi tribali e techno-trance che ricorda il sound design dell’anime Akira, di Otomo, sono di Jed Kurzel (Assassin’s Creed). 


Monkey Man è un film semplice ma anche simbolico, quasi un cine-fumetto sui Veda. 

La storia dello scimmiotto che vuole raggiungere il mango, che simboleggia il sole e si trova nel punto più alto della foresta, scatenando l’ira degli dei e trasformandolo in eroe tragico, è un topos felicemente trans-culturale. Un po’ Icaro e un po’ Prometeo, un po’ il Goku di “viaggio in Occidente” (la stessa fonte di Dragon Ball, un romanzo cinese del XVI secolo). 

Il bambino diventa grande diventando lui stesso lo “scimmiotto”, sui ring colorati di un wrestling clandestino onorevole ma dimesso, che richiama colori e urla di pellicole come Lionheart quanto Danny the Dog (un altro uomo-animale). 

Il Monkey Man diventa “grande per vendetta” e sfida i “nuovi dei”, inaccessibile quanto crudeli come da tradizione, che hanno residenza ai “piani alti del mondo” della nuova India cosmopolita, tra grattacieli sgargianti costruiti ai margini delle baraccopoli. Luoghi che hanno il sapore e colori accesi della Neo Tokyo di Akira, così come la sopra menzionata colonna sonora, carica di sonorità house/trance e tamburi, idealmente in bilico tra passato e presente, tra spiritualità e consumismo, in grado di  trascinarci in atmosfere new age vibranti, dove grazie anche ai canti tribali e a effetti speciali “trascendenti” (interessanti e particolari gli effetti visivi) sembra possano prendere forma i leggendari “Veda”. 

Dopo un incipit quasi super-eroistico e una descrizione del sottobosco del mondo criminale indiano veloce, sarcastica e concitata come in un film di Guy Ritchie (vedi la sequenza del “furto collettivo” del portafoglio), quella a cui assistiamo è in sostanza una trama simile a una “Anabasi in verticale”. 

Sul piano visivo abbiamo un viaggio dai bassifondi verdeggianti, rugginosi e poveri, ma pieni di spiritualità, agli attici luminosi e metallici del “nuovo potere”, dove domina solo il denaro, in un continuo percorso a ostacoli e scontri fisici “duri” che ricorda il The Raid di Gareth Evans, con uno stile che passo dopo passo si fa sempre più psichedelico, sporco e concitato. Ogni pugno fa male e lascia cicatrici su corpi in costante dissoluzione fisica quando morale, che si possono riconoscere e identificano prima di tutto per le cicatrici di una lotta (come nel caso del capo della polizia), prima ancora che per una narrazione esplicita, che spesso è “posticipata al visivo” in un modo narrativamente interessante. A contrapporsi a gangster in doppio petto e poliziotti corrotti arrivano poi, tra sogni e realtà, guerrieri armati di lance e spade vestiti in abiti tradizionali indiani, che citano per il trucco pure Shiva, in un meltin pop marziale ancora sospeso tra passato e presente, che ricorda l’incipit del terzo John Wick. 


Sul lato emotivo, Patel sceglie di interpretare una specie di eroe metafisico, un “deadman immortale” guidato dalla vendetta, per molti versi non distante dal Corvo di Proyas. È un uomo cupo, affranto e quasi silenzioso, che si carica mano a mano nel viaggio anche di valori morali positivi, procedendo verso una spiritualità più completa. Molti personaggi come Alpha e Queenie sono davvero riusciti e tragici, alcuni comprimari riescono invece a sviluppare anche una sottile linea comica. Il tono generale è quindi tragico, ricercatamente “teatrale”, ma non mancano momenti surreali quanto divertenti come la corsa coi i tuk tuk truccati. 

Patel dimostra di avere le idee molto chiare nella gestione della pellicola e la visione trascorre senza intoppi o cali di ritmo, in uno scenario che dal naturalistico al decadente/industriale si fa sempre più stretto, contratto e claustrofobico, a tinte rosso sangue come in The Raid. Un sangue che “fa pendant” con le luci da Night Club rosso lussuria delle vip room più esclusive del “Kings”, seguendo idealmente l’armocromia di un'unica arteria marcia della modernità orientale, oggi per i ricchi occidentali più paradiso del business, del piacere e dissolutezza, piuttosto che il massimo luogo di meditazione che rappresentava in passato. 

Si sente quasi la malinconia e il marciume di corpi in vendita e mazzette che passano sotto mano all’ombra dei palazzoni, mentre il “ritorno al primitivo”, il gioco della lotta tra maschere animali, come la fuga verso le foreste che avviene a metà pellicola, sembrano qualcosa di più salvifico che regressivo. 

Patel sembra didatticamente e titanicamente ricercare nuove basi/radici, simboli/spiriti, per la “ricostruzione” di questo piccolo microcosmo che “sente suo”, anche al di là di una poetica action fieramente da b-movie (che a tratti fa anche tanto “Uomo Tigre”, per i fan dei cartoni animati “vintage”), estrema e quasi griffata, cool e glam come in John Wick. Ma oltre ai capi firmati e alle musiche disco il regista riesce a farsi coerente e originale proprio nella rappresentazione dell'iconografia cinematografica del mito: seguendo le orme di una “tradizione orientale” che abbraccia anche i cinesi Wuxia. Gli dei e gli eroi del resto nel cinema wuxia debellano interi eserciti a mani nude, tra balletti di calci e pugni, proprio come gli artisti marziali anni '80 come Van Damme faranno in seguito nel genere action e nel 2000 faranno i “nuovi dei”: i supereroi Marvel. C’è una sottile ciclicità in questo percorso ed è in questo senso stimolante il momento in cui Alpha insegna le millenarie tecniche Veda a Monkey per debellare un guru 2.0 del nuovo millennio.

Dav Patel sa confezionare un “action spirituale” dinamico, esteticamente ricco tanto visivamente che sul piano sonoro, divertente e movimentato nelle coreografie di combattimento e con un animo tragico/epico profondo. Anche se qui i personaggi per lo più non parlano molto e le mazzate stanno al primo posto, la storia funziona e lo spettacolo è garantito da un'idea di cinema movimentato, “ginnico” quanto intrigante. 

Un film da gustarsi in sala, con gli amici e con i pop corn di ordinanza, che i fan degli action non dovrebbero farsi scappare. 

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