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venerdì 9 agosto 2019

Quel pasticciaccio brutto dell'Evangelion di Netfix



Invoco Gadda con questo titolo, per raccontarvi il mio punto di vista su una faccenda che ha riscaldato gli animi degli spettatori italiani di Netfix (e non solo ) verso il finire di giugno. Non so quando questo prezzo verrà programmato in scaletta, probabilmente ne avrete già sentite "di ogni" in merito dalla rete. Cosa è successo?

-Riassunto della vicende 1: dal 1996 alla sala di doppiaggio del 2019. (Saltare oltre se già informati):  In sostanza, nel 1996 Fabrizio Mazzotta e Gualtiero Cannarsi si sono occupati di tradurre/adattare/dirigere il doppiaggio di Neon Genesis Evangelion per Dynamic Italia. Oggi nel 2019, dopo che Evangelion è diventata una delle opere più importanti dell'animazione giapponese, Netfix per comodità, invece di andare a pagare i diritti di tutti gli adattamenti e doppiaggi dell'opera realizzati in tutto il mondo, decide di fare degli adattamenti/traduzioni/ecc. ex novo. Le costa meno. Con un ragionamento logico, Netfix assegna i lavori a uno studio italiano che con altrettanta logica richiama per la versione italiana Mazzotta e Cannarsi, che negli anni sono sempre stati attivi nel campo, sono conosciti e (in genere) stimati dalla maggior parte del pubblico italiano appassionato di anime. Preciso, anche Cannarsi è stimato e ci sono adattamenti di anime che si rifanno (anche se in un modo un po' più soft) direttamente al suo modo di lavorare, come per esempio avviene per le opere di Makoto  Shinkai di Dynit. Fine della precisazione. Viene richiamata anche parte del cast dei doppiatori coinvolti nella prima versione in italiano di Evangelion. L'idea di Netfix era anche riuscire a fare un lavoro veloce e senza troppi intoppi, sulla base di quanto già realizzato e ragionato nel 1996. Fossi stato in Netfix, grosso produttore internazionale e non un "misero fan" italiano degli anime, credo che pure io avrei trovato logico lavorare così. Secondo le fonti (di recente in qualche modo rese non così sicure) l'adattamento dei primi episodi di Evangelion nel 1996 era stato di Mazzotta, con Cannarsi che era subentrato in seguito. Nel 2019 Mazzotta si è occupato della direzione del doppiaggio e Cannarsi dell'adattamento, lavorando "separati" anche in ragione dei "tempi stretti" in cui è stato chiesto il lavoro. Sappiamo da una recente intervista a Mazzotta di Repubblica che già nel periodo della lavorazione le cose non sono andate benissimo. Cannarsi aveva chiesto di rimettere mano all'adattamento del 1997 in quanto "suo lavoro giovanile" e Mazzotta non aveva avuto in merito obiezioni, pensava che la revisione occupasse qualche dettaglio. In realtà Cannarsi ha poi riscritto tutto, sulla base di un suo particolare stile di lavoro che ha affinato negli anni con i lavori da lui svolti per adattare principalmente le opere dello studio Ghibli. Come risultato, sempre secondo quello che racconta Mazzotta a Repubblica, l'adattamento sarebbe risultato subito di difficile interpretazione, al punto che i doppiatori in sala non capivano i nuovi testi adattati, alcuni minacciando di non doppiare. Possibile che l'adattamento fosse tanto ostico?


- Riassunto delle vicende parte 2: Il metodo Cannarsi (anche qui se vi è noto saltate): Cannarsi di fatto, in un mondo in cui non esistono scritte sulla roccia le regole che definisco un buon adattamento e dove non esiste una specifica deontologia, ha un suo personale stile. Vuole, anche se spesso non lo fa trasparire in modo netto, (per come sono riuscito a interpretare la cosa dalle interviste recenti sui forum, YouTube e altro, compreso un incontro pubblico con lui cui ho partecipato nel 2006 vicino a Milano) che l'adattamento in italiano dell'opera giapponese riesca a cogliere "la più grande quantità di significati" dell'opera originale, sia dal punto di vista del pensiero dell'autore sia da quello della grammatica e cultura giapponese stessa. Lui ti dice "io rispetto l'opera originale e solo quella", ma di fatto esiste un "doppio binario": adattamento della storia come l'ha pensata l'autore o adattamento del contesto culturale. È questa doppia esigenza a essere il tratto distintivo dei lavori di Cannarsi. In genere per la maggior parte degli adattatori italiani vale solo il primo passaggio, il rispetto del punto di vista dell'autore circa la storia da raccontare. Adattare la "cultura", ossia le informazioni dell'opera che riguardano il modo di esprimersi e le peculiarità culturali di un popolo è una cosa che non fa nessun altro a parte Cannarsi, perché è un lavoro che da noi in genere è più materia da documentaristi. Se vogliamo sapere come dicono i giapponesi il loro equivalente di "buon giorno" o quali riti scaramantici fanno in vista degli esami di fine anno possiamo vedere un documentario sugli usi e costumi dei giapponesi medi. Se in un manga accade che i personaggi facciano qualcosa di particolarmente peculiare dal punto di vista culturale, come andare a suonare una campana, il traduttore può mettere a bordo pagina un approfondimento, che di fatto ha lo stesso valore divulgativo di un documentario, per specificare quello che sta avvenendo nell'ottica del "i giapponesi - tipo suonano la campana per la tal ragione". Solo che ti serve una nota a pie di pagina o un documentario per specificare certe differenze culturali. Gli adattamenti italici medi di un'opera audio-visiva per questo tendono ad azzerare le differenze culturali tra paese di provenienza e paese di destinazione, per fare in modo che lo spettatore si concentri sono sul "messaggio dell'opera", rendendo invisibile quello "che per l'autore è invisibile in quanto scontato nella sua cultura". 
Faccio qualche esempio. In inglese dicono "How old are you?" per chiedere ad una ragazza la stessa risposta che noi in Italia vogliamo sentire dalla domanda "Quanti anni hai?". Se andiamo a tradurre letteralmente "How old are you? ", guardando alle parole effettivamente usate, suonerebbe però quasi come "Quanto vecchia sei?". Un adattatore italiano standard davanti a "How old are you?" tradurrebbe senza indugio "Quanti anni hai?", perché riterrebbe, in ragione del modo di pensare degli italiani, che tenere il letterale "quanto vecchia sei?" può di fatto aprire a problemi di interpretazione della frase dal punto di vista di chi la ascolta. Immaginiamo di vedere un film giallo in cui lo spettatore è chiamato a "trovare un assassino". Sentendo "Quanto sei vecchia?", potremmo pensare che il personaggio che dice quella fase, immaginiamo magari un impiegato della banca che chiede alla "futura vittima dell'omicidio" dei dati per aiutarla a calcolare la pensione, sia maleducato o cerchi di creare un conflitto con una sua interlocutrice. Probabilmente prenderemmo quella frase come un elemento narrativo importante della vicenda. Penseremmo magari "forse l'assassino è il bancario!". In realtà l'autore dell'opera della lingua di partenza non voleva darci questa informazione, quanto fare una domanda alla quale noi italiani in genere rispondiamo dichiarando la nostra età anche in modo del tutto "meccanico". 
Ecco, Cannarsi nel suo adattamento, poiché ama l'aderenza all'originale ma non vorrebbe comunque che si arrivasse a un fraintendimento, ci terrebbe, in via ipotetica, al fatto che si lavorasse "grammaticalmente e culturalmente", stando quanto più sulla "sponda originale del significato" su quel "Quanto sei vecchia?". Proprio per farci ragionare sul fatto che un inglese ha modi di esprimersi differenti da un italiano, come invece farebbe in modo più costruttivo e meno equivoco un documentario. Con questa logica lo spettatore sarebbe "più dentro" la cultura del paese dell'opera. In pratica, per dare "quel gusto", Cannarsi potrebbe adattare "Come, riguardo all'anzianità, siete?". E non direbbe magari "Quanta anzianità avete maturato?", perché il verbo originale è "essere" e non "avere". È una frase italiana sgraziata e artificiale, che anche se lessicalmente pare forzata, può funzionare e secondo la recitazione del doppiatore apparire più o meno elegante. Il punto è che questa frase non è per lo spettatore meno ambigua di "Quanto vecchia sei", e sospetterebbe comunque del bancario, anche se l'autore non voleva che lo facesse. Perché il cervello elabora, sempre, quando gli vengono fornite informazioni non presenti nel suo database. Immaginate ora che tutte le frasi di un film o un cartone animato siano così. Che questo ragionamento valga e si estenda a ogni gioco di parole (che Cannarsi non può sostituire con uno diverso o tradirebbe il senso), a ogni terminologia tecnica (che lui riferirebbe al modo in cui esiste in giapponese una parola), dialogo tra bambini e tra adulti, canzoni, cartelloni stradali. A un certo punto si smarrisce del tutto il senso di quello che si sta vedendo. Mi ha colpito molto una cosa detta in questo periodo da Sabaku, uno youtuber che stimo molto per competenza e cultura. Ripensando ai lavori Ghilbi adattati da Cannarsi, nella specie Totoro e Ponyo, ha ammesso che proprio per la pesantezza lessicale non aveva più avuto voglia di vedere quei lavori, che visivamente dovrebbero essere emblema di leggerezza e adatti ai più piccoli. 


Si può forse parlare, per ricchezza e studio dei termini, quasi di una nuova lingua, che negli anni di adattamento Cannarsi codifica e alimenta di volta in volta di nuovi elementi ricorrenti (in La collina dei papaveri si trova un orrido saluto che suona come "Le auguro un buon giorno" che ora è ripreso in un dialogo del nuovo adattamento di Evangelion). Cannarsi è molto elegante in certi contesti, anche se per rendere questo stacco linguistico/culturale "il più piccolo possibile" a volte fa uso di parole che nella lingua corrente vengono percepite come vetuste, di stampo regionale, spesso aggrovigliate in costruzioni verbali e sintattiche complicate. Costruzioni lessicali che prestano il fianco qualche volta anche a problemi di sintassi, con frasi e parole che dovendo/volendo rispettare anche il labiale spesso risultano di  difficile comprensione  in ragione della velocità di ascolto e di termini spesso poco in uso e che il nostro cervello fa fatica a ricercare nella sua memoria storica. Spesso fa uso di neologismi che di fatto trattano l'Italiano corrente come un cestino dei rifiuti da riempire di cose a caso che lui ritiene sensate foneticamente (in una diretta su YouTube quando un esperto di Giappone gli parlava di un particolare tipo di fornaio che produceva delle cose tipiche, Cannarsi aveva già adattato, in tre secondi, "negozio di panificati").
Senza potersi fermare a leggere quello che vuole dire Cannarsi attraverso degli eventuali sottotitoli e senza avere qualche volta spiegazioni diretta da lui su cosa intende per l'uso di un suo particolare neologismo,  il lavoro finale risulta criptico. Soprattutto se non si può accedere ai sottotitoli subito, specie se si è al cinema o non si sa leggere perché si è bambini piccoli o non vedenti (con assente qualcuno che possa spiegare). Soprattutto la comprensione latita perché in molti casi il doppiatore è chiamato a recitare una frase che è innaturale e non riesce nemmeno lui a dare la giusta disinvoltura nell'esprimerla. Perché Nessuno, né oggi né in passato né in futuro, che sia di origini nobili, povere, intellettuale o spiantato, parla l'italiano usando i termini, pur presenti nei dizionari, girati nel modo e nelle frasi che usa Cannarsi. Sentendolo parlare dal vivo neanche Cannarsi stesso, che pure si esprime in un un modo molto peculiare, parla come nei suoi adattamenti. In genere se l'opera è ambientata nel medioevo o ai giorni nostri, i personaggi degli adattamenti di Cannarsi tenderanno sempre a parlare in questa particolare "lingua" ricca di espressione e terminologie che per la storia della lingua italiana vengono da posti, ceti e tempi a volte molto distanti, laddove non siano parole inventate proprio di sana pianta. Se non ci appoggiassimo a dei disegni che ritraggono un personaggio come un principe o un soldato o un contadino, spesso non è facile capire con chiarezza dalle parole la distanza culturale tra i personaggi. Con l'ulteriore problema che se qualcuno dovesse essere "scoperto dallo spettatore" in ragione di dettagli lessicali, come un principe che si finge povero, lo spettatore non è in grado di cogliere queste sottigliezze! 
Quella di Cannarsi è una strana lingua che però, ripeto, è elegante, può piacere a un certo pubblico, che probabilmente abbagliato da una raffinatezza estetica del linguaggio che né conosce né padroneggia pensa che sia corretto. 



Poi con il tempo a questo "stile" di Cannarsi ci si abitua. Come fanno i turisti che d'estate vanno a soggiornare in un paesino di montagna di ventisei anime che parla una lingua tutta sua. Alla quarta volta hai già metabolizzato un po' il loro modo di parlare, è chiaro quello che vogliono dirti anche se si esprimono a modo loro. E qualche volta già a un secondo ascolto, già dopo aver avuto l'opportunità di comprendere il testo usufruendo di sottotitoli, la "lingua cannarsiana" diviene di massima meno ostica. Ma al primo ascolto, sempre, torniamo inevitabilmente quasi al problema iniziale di quel "Quanto vecchia sei?". Perché quel  "Come,  riguardo all'anzianità, siete ?" è ugualmente strano e fa pensare che la persona che lo dice non sia il classico impiegato che troviamo nelle banche. Magari pensiamo che quel bancario è uno straniero che parla un italiano tutto suo, oppure pensiamo che il tono con cui dice quelle parole debba avere un significato importante per la vicenda. L'ambiguità resta. Ma in genere siamo travolti da un mare di parole che ci impegnano la testa a elaborare informazioni senza farci concentrare sul messaggio che l'autore originale del giallo dell'esempio voleva trasmetterci . Perché trasformare una lingua straniera in una lingua che non è l'italiano fluente, pur nella convinzione di dare lustro alla parola originale del testo, sposta per molti, e per me, l'attenzione dello spettatore dall'autore dell'opera all'autore dell'adattamento. Ripeto, non ci sono regole scritte che dicano che è da preferire un adattamento standard, anche detto "invisibile", rispetto a un adattamento "visibile" come quello delle opere di Cannarsi. Se il committente di Cannarsi è contento, lo paga e il pubblico finale gradisce il prodotto, la questione è finita lì. 
Di sicuro Cannarsi, pur nella maniera più criptica possibile e con enormi sacrifici di fruibilità, fornisce nelle sue opere di adattamento "qualcosa in più" a livello culturale, laddove magari gli altri piallano tutto. 
Leggendo i gialli della serie Millennium di Stieg Larsson, adattati in italiano, mi sono convinto che gli svedesi si nutrano unicamente di pizza e caffè. Credevo di trovare tra le migliaia di pagine di questi libri almeno un paio di volte le polpette che si trovano all'Ikea o un riferimento a qualche pesce cucinato strano che si prende a colazione e i cui resti finiscono poi nell'acquaio di casa (mai che si dica "lavello", sempre e solo "acquaio". E dalle immagini che la rete abbina ad "acquaio" sono abbastanza convito di vedere un lavello senza particolari differenze estetiche... misteri dell'adattamento... ma nei gialli svedesi ci sono solo "acquai", sempre). Ho quasi l'impressione che in Millennium si siano voluti semplificare degli elementi narrativi, magari in un'ottica di maggiore fruibilità/commerciabilità internazionale dell'opera, badando solo al succo, azione e indagini. E meno alle polpette Ikea. Il lavoro di Cannarsi magari mi dà informazioni sui modi di dire e tradizioni lessicali giapponesi che potrei trovare soltanto andando a vivere in Giappone, affrontando il Lost in translation illustrato da un bellissimo film di Sofia Coppola. Cannarsi vuole perdere il meno possibile da questo passaggio interculturale per svelarci in fondo quello che magari sta già davanti agli occhi di molti: il fatto che sono opere di giapponesi che forse parlano e pensano in modo diverso da noi italiani. Come il fatto che per superare queste differenze culturali e fruire di un prodotto straniero si faccia uso di professionisti "chiamati adattatori" a Cannarsi non lo tange poco. Lui vuole e "deve" essere anche un divulgatore culturale, anche se lo fa in un modo che rende del tutto inaccessibile la divulgazione culturale, confondendola dentro la narrazione di un'opera. Ma se ci teneva tanto a dirci come si esprime un giapponese-medio non poteva auto-prodursi un documentario sugli usi e costumi dei giapponesi-medi? Perché a scanso di equivoci in Evangelion i personaggi hanno tutto tranne del giapponese-medio. A meno che ogni giapponese-medio sia un adolescente con problemi di relazioni interpersonali, che guida un robot gigante, nel futuro post-apocalittico, ascoltando musica Jazz, vivendo una rapporto con un clone di sua madre morta, venendo a contatto con creature aliene.  Veramente si pretende che tramite Evangelion io comprenda come agisce e come parla un giapponese-medio? Per me non si può capire come si comporta in Giapponese-medio nemmeno guardando un'opera di Ozu di tre ore in cui le persone a un tavolo prendono il the. E questo perché un'opera che non sia un documentario non potrà mai avere il valore divulgativo di un documentario. Questo "secondo me", sottolineo. Ma allora, sorge la domanda: Tutta questa necessità di approfondimento culturale c'era già nell'adattamento del 1996? 


- Riassunto delle vicende 3 ( come sempre, se già sapete saltate il paragrafo, ecc.ecc) dal vecchio al nuovo adattamento. Una delle sensazioni che trasmette Cannarsi quando è intervistato, a parte la difesa ferrea e quasi implacabile, feroce, del suo modus operandi,  è la voglia e gioia di condividere le sue esperienze e conoscenze. Le sue. In genere quello che esprimono gli interlocutori prima viene accolto con sorpresa, poi del tutto ignorato. Nel 1996, vuoi anche perché era più giovane o forse perché il lavoro iniziale dei primi episodi di Evangelion era stato realizzato da Mazzotta (cosa che non sapremo mai per vera, visto le voci discordanti e anche "autorevoli" che ho trovato in questi giorni ), l'adattamento di Cannarsi era meno integralista. Seppur forbito al punto da svettare anche all'epoca in molte scelte lessicali, l'adattamento era decisamente comprensibile e allineato per terminologia e sintassi all'adattamento di Evangelion che si faceva nel resto del mondo (o quasi, in America il doppiatore di Shinji si racconta che era una specie di star che faceva il bello e cattivo tempo, mettendo mano e imponendosi dappertutto, pure nelle scelte di adattamento e doppiaggio). Solo che Cannarsi nel 1996 non si limitava ad adattare e poi dirigere i doppiatori (si racconta facendo ripetere mille volte ai doppiatori le frasi, alla maniera di Nanni Moretti per accrescere l'espressività), curava approfondimenti chilometrici di ogni episodio dal punto di vista narrativo, terminologico, bellico, filosofico, culturale, dalle curiosità dei dietro le quinte e quant'altro, contenuti in autentici volumi di approfondimento, scritti fitti fitti, inclusi nelle videocassette di Dynamic Italia. Erano lavori così poderosi che le date di uscita delle videocassette slittavano di mesi solo per permettere a lui di realizzarli!!!!  Era con quegli approfondimenti che Cannarsi veniva incontro alla sua voglia di approfondire, spiegare ed insegnare come forse mai non è riuscito a fare in seguito sui forum. Spiegare "tutto", soprattutto la cultura giapponese!!!
In un intervento su YouTube Cannarsi, in uno dei suoi momenti di più bassa modestia, si complimenta con se stesso per aver insegnato al pubblico italiano cosa solo gli spaghetti al ramen. A volte ho la sensazione che se gli avessero permesso anche in seguito di realizzare approfondimenti come le mini-enciclopedie-di-Eva del 1996, da allegare ai dvd dei lavori da lui adattati, Ghibli su tutti, forse (e dico forse con poca convinzione però) alcuni aspetti della cultura nipponica, per lui davvero irrinunciabili nel suo lavoro, li avrebbe riportati lì, su quelle pagine come legittimissimi approfondimenti. Avrebbe potuto fare li, dove la fruizione sarebbe stata più facile, l'approfondimento cultuale dell'opera. 
Con il nuovo adattamento del 2019 di Evangelion, Cannarsi poi riesce a stupire e a far esplodere letteralmente la testa ai fan in virtù di questa sua volontà di approfondire a tutti i costi. Conosce il rischio e se lo prende. È come se, nelle intenzioni del Cannarsi, l'attenzione mediatica dovesse essere per lui catalizzata non dal ritorno della serie al grande pubblico dopo molti anni, quanto dai cambiamenti rivoluzionari dell'adattamento della terminologia che sarebbero stati da lui apportati. Cannarsi si espone, creando la sua opera di adattamento più barocca e senza limiti, così vistosa che il fatto che nessuno al mondo avrebbe sollevato delle rimostranze era per me inconcepibile, ancora prima che il "bubbone" esplodesse. Era una "sfida al cielo" (per dirla come uno sceneggiato di Canale 5) e per essere davvero "epocale" doveva contenere delle soluzioni di adattamento forti, di rottura con quanto i fan rientravano di più consolidato, come la scelta di "Apostoli" in luogo di "Angeli". Detto in due righe, Evangelion parla (tra le sue varie trame interne di stampo fantascientifico, bellico, mistico, sociologico, filosofico, psicanalitico e altro ancora ) della lotta di una organizzazione segreta losca, la Nerv, contro delle creature venute dallo spazio che vengono identificate come Angeli, attribuendogli anche dei nomi di angeli, con proprie caratteristiche peculiari, presenti nella Bibbia. La religione cristiana è quindi un elemento narrativo dell'opera, come accade anche in Devilman di Nagai, con tutto un "corredo mitologico collegato" fatto di lance di Longino, fantomatiche pergamene del Mar Morto, Santo Graal et similia. Ora, il termine che compare nel cartone animato sui monitor della sede Giapponese dell'organizzazione segreta losca, che ha filiali in tutto il mondo, per designare questi nemici è e rimane "Angel", in inglese (che dovrebbe tradursi "tenshi"). Solo che nel copione originale la parola è inequivocabilmente "Apostoli" ("Shito"). C'è pure una specifica battuta, che nel 1996 per forza non si poteva nemmeno comprendere, detta dal protagonista, che recita "Cosa sono questi Apostoli con il nome di Angeli?". Questo aspetto è stato da sempre un cruccio per Cannarsi (che non a caso sui forum ha per nickname da sempre "Shito"), con tutto il resto del mondo che parlava e ha sempre parlato di Angel. Anche, sembra, per espressa indicazione della Bandai, che commercializzava i giocattoli dei "pupazzi dei cattivi" chiamandoli sulla confezione "Angel" con tanto di nome da angelo. Ora, secondo Cannarsi non era stata distribuita da Gainax, casa produttrice di Evangelion, alcuna "linea guida sull'uso internazionale dei termini" all'epoca del doppiaggio del 1996 e quanto è scritto nel testo giapponese dell'opera originale è inequivocabile "Apostoli". La prima lettura della questione, sposata da Cannarsi, è che all'epoca della realizzazione del cartone animato non c'era per il regista dell'opera, Anno, chiarezza su "Angeli  e Apostoli". Erano termini "naïf", utilizzati per "suonare naïf" in una cultura, quella nipponica, in cui la religione cristiana non è centrale o troppo conosciuta. Scrivere sui monitor "Apostle" poteva risultare meno bello ed elegante foneticamente o esteticamente, per un giapponese di "Angel" e magari la scelta finale del nome è solo quella. Ci verrebbe da dire quasi un adattamento ambiguo da un riferimento colturale straniero, per stare in tema a questo articolo. Però ci può essere per me un "però grande come una casa". Immaginiamo che tutte le sedi della organizzazione losca, che spesso sono collegate tra loro con dei monitor, pensassero che quelle  creature erano "Angeli". La sede Giapponese sapeva che invece erano "Apostoli", magari delle creature che nella finzione narrativa dell'opera sono "Creature più potenti", che arrivano in seguito nello scontro, dopo le truppe di base, come una specie di generali. Questo naturalmente lo immagino io, non è scritto da nessuna parte. La trama di Evangelion è molto criptica, ma parla di eventi drammatici che devono susseguirsi secondo le cosiddette "pergamente del Mar Morto", documenti cui ha un particolare accesso Gendo, padre del protagonista e direttore della sede giapponese dell'organizzazione losca. Mettiamo che Gendo sapesse che, in questo contesto religioso-fantasy, era "già il turno" che arrivassero gli apostoli, mentre tutte le altre sedi dell'organizzazione si immaginavano ancora che fossero gli angeli. Con l'ultimo "Angelo" (di fatto la creatura finale dopo gli apostoli) che di fatto ha una forma umana e non astratta o bestiale come i precedenti "Apostoli". Una creatura simile ad un Angelo che "si è fatto carne" umana, per cui il protagonista prova subito amore. Una creatura che si sacrifica, facendosi uccidere, per salvare la razza umana. È dal 1996 identificato con Tabris, l'angelo del libero arbitrio e il suo significato simbolico e funzione sono cruciali per l'evoluzione del protagonista. Ma il suo modo di apparire, dopo schiere di Apostoli che quando vengono sconfitti esplodono trasformandosi in croci di luce, può rimandare anche a una più nota figura biblica. Queste sono solo speculazioni, per quanto  interessanti. 


Questa cosa degli "apostoli in luogo degli angeli" è stato forse il primo vagito di una incontenibile manifestazione di dissenso da parte della rete, contro Cannarsi, contro il nuovo doppiaggio di Evangelion e infine contro Netfix stessa. Percepita come la pietra dello scandalo, la manifestazione più eclatante (per quanto la più giustificabile) della qualità del lavoro svolto dell'adattatore. La prima critica cui sono susseguite a fiume le critiche sul cambiamento di altre parole tecniche note del lavoro di adattamento del 1996 (come "lo stato di furia") per poi arrivare alle critiche più importanti quanto più difficili da motivare. Quelle che riportano appunto al nostro tema principale, il linguaggio "cannarsiano" in toto. Critiche che spesso in passato sono state mosse e subito decadute inefficaci davanti a un muro di persone che evidenziava come chi le muovesse fosse un "bifolco ignorante". Ma perché oggi c'è stata tanta sollevazione popolare, considerando che Cannarsi lavora così da 20 anni, adattando le opere dello studio Ghibli  senza che le critiche, pur sostanziose e foriere di pagine Facebook dal sapore satirico favolose, non sono mai arrivate a smuovere tanta gente e indignazione mediatica?
- Riassunto delle vicende 4: i fan di Cannarsi e gli influencer di Evangelion (pure qui se sapete la storia non state a leggere ecc. ecc.): Ho sempre pensato che tra i fan del Ghibli fossimo in quattro gatti in Italia. Lucky Red, che detiene tuttora i diritti, per accontentare questi quattro gatti, all'inizio della sua distribuzione delle opere ha risposto a una richiesta sensata di un gruppo di fan che frequentavano un forum ufficiale: "Diteci chi è per voi uno bravo, terremo in considerazione il suo nome". E il popolo di quel piccolo forum, peraltro popolato da persone che per loro dichiarazioni preferiscono vedere le opere sottotitolate e non parlate in italiano, ha eletto il suo "campione", uno di loro del forum, il più competente, perché forse anche il più pignolo nonché quello che dava più sfoggio di competenza, cultura generale e sicurezza di sé. Una persona che non solo è solita citare Voltaire, De Sade e Platone, che spesso usa espressioni in latino e una lingua italiana forbita. Ma anche la stessa persona che aveva già adattato Evangelion, che ribadisco è considerato tra le lavorazioni delle opere animata Giapponesi in italiano una delle punte più alte di sempre. Una persona che peraltro aveva già adattato alcune opere Ghibli per il precedente distributore, Disney. E come Netfix ha fatto oggi con Evangelion, in assoluta buona fede sulla base delle premesse, Lucky Red ha trovato sensato chiamare Cannarsi ad adattare cose come Laputa, che aveva già in precedenza adattato. Così come la vecchia versione di Evangelion, anche le opere Ghibli realizzate per Disney erano state adattate in un modo più standard e allineato con i normali adattamenti cui siamo abituati. Mi pare che il primo lavoro di Cannarsi per Lucky Red fosse Howl. Mi ricordo che già all'epoca, come nell'adattamento di Evangelion del 2019, i sottotitoli erano di più facile comprensione del doppiaggio italiano, perché non realizzati da lui. Sarebbe un approfondimento a parte trattare dei lavori di Cannarsi per il Ghibli, richiederebbe tempo e pazienza. Alcune cose le trovate qui sul blog, cercando le recensioni di Si alza il vento, Pioggia di Ricordi, La collina dei papaveri, I racconti di Terramare, Porco Rosso, Si sente il mare. Il succo del discorso per me può essere che Lucky Red ad un certo punto era diventata consapevolissima del modo di lavorare di Cannarsi, che più passavano gli anni e poi trasformava il linguaggio in aulico, caricava di regionalismi e neologismi e in qualche modo assecondava sempre più la metrica giapponese. Solo che andava bene così, si rispettava l'impostazione elitaria ed intellettuale dei prodotti Lucky Red, lo sposalizio era perfetto e il committente felice. I rapporti con Ghibli e Cannarsi erano buoni (anche se non credo personalmente che in Ghilbli sapessero come cavolo adattava Cannarsi, c'è da dire che Cannarsi può essere una persona umanamente gradevolissima) i film andavano bene al cinema e in home video. A monte di un paio di scontenti, che li trovi ovunque, che rapportati a un pubblico di "quattro gatti" sono davvero "nessuno". Nonostante Laputa e alcune altre cose riadattate per Lucky Red suonassero ostiche, l'effetto di "avversione per Imprinting" (il fatto che quanto si aveva già ascoltato nell'adattamento per Disney non corrispondesse più e si avvertiva una forma di disagio) negli acquirenti è stato piuttosto basso. Eravamo in pochi a storcere il naso e ci davano in più degli ignoranti. Lucky Red non ascoltava e Cannarsi irradiava competenza e fermezza di carattere in tutte le sedi dove compariva, spesso in trasmissioni Rai culturali. Qualsiasi critica nei suoi confronti portata nei forum ed agli incontri pubblici era da Cannarsi combattuta e annichilita con un talento dialettico puro, capace di sviare gli argomenti più insidiosi e mettere a nudo le mancanze intellettuali, sociali e lessicali degli interlocutori. Un leone abituato a sbranare avversari che si dilettava a combattere in arene mediatiche, quotidianamente, per puro diletto. Lo schema era ed è tuttora semplice quanto inesorabile. Prima della tenzone il C. saluta con gentilezza, magari si complimenta con l'interlocutore per l'arguzia di una domanda sul suo lavoro, finge di essere umile e indifeso, aperto a qualsiasi critica. Poi alle prime domande arrivano le risposte, per lo più di sgomento e di commiserazione, dove lo stato intellettuale dell'interlocutore che ha chiesto lumi al Cannarsi viene con desolazione descritto quale lo specchio di una crisi strutturale delle istituzioni e cultura media italiana. Da "Ciao, sono contento di parlarti", si passa quindi a "Povera Italia, tutte le persone sono ignoranti come questo giovane che ho davanti per colpa tua". Seguono finte note di paternalismo, sotto forma di una lezione privata (spesso non attinente alla domanda) che Cannarsi concede all'interlocutore per dargli un contentino per "averlo sfidato". Si finisce con l'enunciazione del giuramento del buon adattatore secondo Cannarsi: fedeltà totale all'opera, totale disinteresse per le mancanze culturali del destinatario dell'opera. E tutto questo senza offendere direttamente le madri e apparendo calmo e metodico come un gentilissimo e distaccato matematico. Cannarsi è apparso dal mio punto di vista in questi casi davvero come un leone dialettico. Una eminenza intellettuale che  "dialoga con gli sfidanti" come un entomologo affronta la curiosa vita degli insetti. Un insegnante severo che quando è "in buona" redarguisce l'interlocutore che sostiene di non capire i suoi lavori definendolo un "pigro". Antipaticissimo, mellifluo in modo viscido e supponente, ma assolutamente di carattere e di una integrità professionale rara (queste mie personalissime opinioni sul Cannarsi che ho visto attraverso i media e dal vivo, non mi esprimo sulla persona a carattere personale). 


Per abbattere "professionalmente" una persona così sicura di sé e del suo lavoro, era necessaria una legione di persone scontente e casiniste come non se ne erano mai viste su internet. Perché se i pochi fan delle opere Ghibli (anche scontenti) sono persone in genere rilassate e tranquille, che abbozzano e "vabbeh",  le torme dei fan di Evangelion dell'era Netfix, con il top della visibilità che consentono i social media ai giorni nostri, urlano la loro rabbia e dissenso con la potenza di uno tsunami. Non solo, alla missione diretta a piallare mediaticamente Cannarsi si è subito offerto di partecipare ogni youtuber in cerca di visual, solo per il fatto che era un argomento "caldo" e che anche se non conosceva minimamente l'opera sarebbe riuscito con due meme e tre argomenti a incrementare una cassa di risonanza continua. Tra queste anche persone che non hanno problemi o fisime a essere bollate per ignoranti, perché lavorando su YouTube capita tutti i giorni e questo ti fa indossare una corazza forse più spessa di quella che Cannarsi indossa nelle arene dei forum. Tanti gladiatori mediatici contro un solo gladiatore mediatico. Poteva finire solo come l'Eva "unità terza" conto gli Eva da produzione di massa. E allora il titanismo cannarsiano non ha potuto niente. Anche se il nostro eroe ha lottato come un titano, solo contro tutti, in un paio di live di youtube (piene di persone critiche ma davvero competenti). Anche se ha giustificato sui siti di cinema le sue scelte di adattamento come il discorso degli "Apostoli" (cosa fatta peraltro per tutti i suoi adattamenti), apparendo piuttosto sensato nelle argomentazioni. Non ha potuto nulla, perché per lui era davvero inutile e senza senso abbassarsi a "far ragionare e redarguire" h24  un esercito di ragazzini che per visuals caricava video in cui faceva vedere la propria reazione mentre guardava Evangelion, esibendosi in facce buffe alla prima "parola strana cananesiana" come "recalcitranza". Non puoi offendere chi è impermeabile alle offese. È stata la shit-storm ed è partita sì dalle cose più evidenti come "Apostolo al posto di Angelo", facendo eco agli scontenti del nuovo adattamento di Harry Potter (che hanno perso "Tasso Rosso" in ragione e di "Tasso Frasso"), ma poi la shit-storm ha attaccato ogni cosa  dell'Evangelion adattato nel 2019, fino ad esporre al pubblico ludibrio tutto, anche i peccati più gravi "dell'italiano di Cannarsi", da sempre criticato da "quei tre scontenti dei fan Ghibli", da sempre sua bandiera nel riconoscersi professionalmente competente difendendosi personalmente da tutto un intero mondo che la pensava e la pensa  diversamente da lui. 


-Riassunto delle vicende 5 ( dai che siamo quasi alla fine, se volete saltate pure questo paragrafo ecc. ecc.): Si muove la stampa e pure l'enciclopedia Treccani. Quando una torma di persone fa casino sulla rete, la stampa in genere si interessa all'argomento quanto a una manifestazione non programmata in centro a Milano piena di fumogeni. Ma credo a mia memoria che sia davvero la prima volta che l'enciclopedia Treccani, stimolata da questo fracasso, interviene sull'uso di una parola in un cartone animato. È stata una cosa molto petalosa. La "recalcitranza" sopra citata, uno dei topoi per cui in rete si "sfotte" Cannarsi, è stata oggetto di analisi di una pagina dell'enciclopedia, che ha attestato essere un termine non di uso comune, comparendo solo nel dizionario dei sinonimi e contrari come sinonimo del già non usatissimo "ritrosia". Come a dire che è un termine che non sta nemmeno nel dizionario di base, alla faccia dell'adattamento all'italiano fluente. Non meno spigolosi sono quotidiani come La Stampa, con l'intervista a Mazzotta a inizio di questo post già richiamata. Mazzotta parla di mancanza totale di comunicazione con il Cannarsi, che nonostante i molti inviti non è mai arrivato in sala di doppiaggio a spiegare le sue scelte per orientare meglio i doppiatori, al punto che per recitare alcune battute nel modo più naturale si è andati a cercare il vecchio adattamento Dynamic Italia. Mazzotta parla pure di disperati tentativi di correggere in corsa l'adattamento in sala di doppiaggio, che paiono essere stati deliberatamente ostacolati dall'alto per accordi non specificati con Cannarsi. Ora che "il re è nudo", sembra che molti addetti ai lavori rimasti in silenzio per anni abbiamo trovato la forza di attaccarlo, dissociandosi tutti insieme, con forza, dal suo modo di lavorare. Se l'adattamento in Italia rimane un lavoro privo di limiti e troppe regole, sembra che questa faccenda, diventata "vox populi", abbia messo un paio di paletti su cosa l'adattamento "sarebbe meglio che non fosse". Almeno per la massa urlante (e pagante). 


- Riassunto delle vicende 6 ( ok, come sopra, leggete se volete, se già sapete saltate il paragrafo ecc. ecc.): Netfix ritira il prodotto, ora la shit-storm attacca Lucky Red per far riadattare tutte le opere Ghibli, ma sembra che i quattro sfigati che comprano Ghibli rimarranno tali. La tempesta è passata. Siamo all'epilogo, per ora. Abbastanza inaspettatamente, perché non ci sono davvero precedenti, Netfix ha ritirato l'adattamento di Cannarsi di Evangelion del 2019 e ha promesso quanto prima un lavoro più adeguato alle richieste dei fan. Lo ha fatto con una comunicazione non priva di ironia ma assolutamente decisa. Con la voglia espressa di far cadere del tutto quel brutto luogo comune che circola in ragione del quale Netfix lavorerebbe al risparmio senza tenere conto della qualità e soprattutto del feedback, del parere del suo pubblico. Un pubblico che Cannarsi, forse con troppa sicurezza di sé e del suo lavoro, ha sempre giudicato ininfluente dinnanzi alla sacralità dell'opera che lui doveva "rispettare con le sue forme grammaticali e culturali". Un pubblico verso il quale ha dimostrato poco amore, che fosse costituito da adulti come da bambini. Ma in fondo i sentimentalismi non rientrarono nella matematica grammaticale cannarsiana. Con Netfix che fa dietrofront e si scusa, speriamo che anche gli adattatori che imitano Cannarsi lavorando ai titoli di Makoto Shinkai la piantino. 
-Cosa ne penso io: Credo che l'ambiente degli appassionati di cartoni animati in Italia debba molto a personalità come Gualtiero Cannarsi. Personalità che nella maggioranza dei casi non ci sono e che se ci fossero saprebbero sempre alzare l'asticella dei dibattiti su qualcosa di più grande, in grado  di smuovere e catalizzare la cultura degli anime in Italia. Di fronte a un'attenzione dei media su questo argomento spesso deficitaria, distaccata, che punta gli occhi alla nicchia dei cultori di animazione giapponese scuotendo la testa, considerandoli strani, infantili, esterofili. Con le sue citazioni a Voltaire, con il suo latino e il suo ferreo stile di lavoro Cannarsi è uno straordinario artista e uomo di cultura, che opera in un settore in cui fino ad ora non costituisce reato fare arte come la fa lui. Inevitabile gli sta stretto il modo di pensare che l'adattatore debba essere "invisibile", che la cultura giapponese debba essere piallata, come tutte le altre culture del mondo, da un adattamento che guarda agli intrecci narrativi ma non al quotidiano specifico dell'essere nati e cresciuti in una certa nazione. Pur con tutti i suoi difetti, Cannarsi fa parlare di anime e ti spinge quasi con la forza a provare a fruirli in lingua originale, per farti ascoltare la musicalità dei dialoghi originali che lui ha scovato e ha cercato di riprodurre con strumenti grammaticali e logici complessi. Utilizzando l'italiano come un Jazzista. Titanico nell'affrontare i dibattiti al punto da stimolare anche chi la pensa diversamente a essere più preciso, pignolo e serio sul lavoro. Magari ogni tanto "blastando" con la retorica qualche malcapitato, per ricordargli quanto un lavoro apparentemente libero come quello dell'adattatore non debba essere un lavoro blando, molle, succube di scelte esterofile o della strada sempre più semplice  da percorrere del "piallare tutto".


Detto questo, ora che ho consumato i dvd e blu ray delle opere Ghibli adattate da Cannarsi, sarei felice di spendere di nuovo per un adattamento più standard degli stessi. Avrei davvero un punto di paragone, così potrei decidere io quale soluzione preferire. Magari usando l'adattamento più standard per capire al meglio l'adattamento grammaticale e "culturale" di Cannarsi. Soprattutto, con un adattamento standard, diciamolo a Lucky Red, so che il mio socio Gianluca riuscirebbe a portare i bambini delle elementari a vedere con la scuola Ponyo, Totoro e Laputa, magari anche Porco Rosso. Gemme ai bambini  precluse nella comprensione proprio dalla sovrastruttura concettuale di Cannarsi, ma che da quegli stessi bambini potrebbero essere scoperte, da adulti, anche comprendendo meglio il punto di vista di Cannarsi. 
Circa la volontà di Netfix di cancellare tutto, un adattamento per quanto contestato non andrebbe mai cancellato ma archiviato, tenuto da conto. Come tutti i libri che nascono per approfondimento di un opera. 
In ultimo confesso che mi ha fatto un po' paura questa gogna mediatica rivolta ad una persona che, pur fallibile, ci ha messo sempre la faccia per esprimere le sue convinzioni e professionalità. Anche se è una persona per me sincerante odiosa. La gogna ha agito in pochissimo tempo, è arrivata in altissimo (la Treccani!!) e alla fine ha piegato una multinazionale a fare, immagino, un grosso investimento per "scusarsi", al fine di avere al più presto un nuovo adattamento. In questo caso i motivi per lamentarsi c'erano ed erano ben documentati da siti che archiviano da oltre un ventennio materiale a riguardo. Ma che peso specifico hanno davvero avuto queste prove? Non sarebbe bastata  per avere lo stesso effetto oggi  una manciata di youtubers che fa le facce buffe e fa finta di vomitare alla parola "recalcitranza"? Quanto davvero hanno fatto le critiche di testa più di quelle di pancia? È davvero una vittoria "culturale"? Probabilmente qualcuno avrà visto in questo epilogo degli eventi come una vittoria dell'Italia più ignorante rispetto a quella acculturata. Ignoranti assecondati da un gigante dei media che bada al numero dei dislike più che alla qualità, perché in fondo è solo una "questione di soldi". Una risposta sul fatto che sia davvero così non ce l'ho, ma spero di non rivedere nell'immediato altre gogne mediatiche così chirurgiche, devastanti e di rapida esecuzione. Che abitiamo in Italia o in Giappone dovrebbe adattarsi allo stesso modo un concetto universale, l'autodeterminazione, che ci redarguisce dal non dimenticarci di essere tutti esseri umani rispettosi delle opinioni degli altri. Anche se Cannarsi per me se vuole davvero insegnarci qualcosa del Giappone potrebbe scrivere dei libri, magari di approfondimento ai cartoni che adatta. Come ai tempi delle storiche mini-enciclopedie di Evangelion. 
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martedì 15 novembre 2016

Si sente il mare - le perle nascoste dello studio Ghibli


Kochi, da qualche parte nel Giappone, nella prima metà degli anni novanta. A quanto ci dicono  (lo dice il film) il modo di parlare dei "Kochesi" è tutto particolare, almeno per l'abitante di Tokyo medio, in quanto "si esprimono come nei romanzi storici". Di contro per il "kochese" medio il modo di parlare di Tokyo è troppo super-veloce e inquisitorio-snervante. Tuttavia, sia vera o meno 'sta cosa, questa, di 75 minuti a opera Ghibli è la commovente (?), dolcissima (?) e profonda (?) , divertente (?) love story (?) adolescenziale tra un "kochese" e una "tokyese". E i punti di domanda non sono un errore di capslock o roba così, ma chiari segni di sconforto del vostro blogger preferito (io, immodestamente) nel constatare, anche in questa pellicola, i più drammatici topoi dell'adolescenza giapponese media, come tradottami da un numero sempre più cospicuo e quasi quarantennale di "prove audiovisive" da me raccolte e fornitemi da letteratura, tv e cinema orientale. Da osservatore occidentale con il cuore "latino" (e quindi con un punto di osservazione esterno-sbagliato) per me è un assoluto mistero, sulla base di ritenere vere le informazioni fornite da pellicole come questa e in genere di tutta la produzione recente di Makoto Shinkai (che qui richiamo per vicinanza tematica), comprendere come la razza giapponese non si sia ancora estinta. Ma procediamo con ordine. 
Un "kochese" e una "tokyese", a Koiche, nell'ultimo anno del liceo. Poiché la vita scolastica è tremenda al punto che il fallimento comporta l'impossibilità di trovare un'università e conseguente lavoro dignitoso, lo studente giappo medio "sa" che il tempo del cazzeggio a quel punto della vita è finito. Bisogna dire addio all'adolescenza e buttarsi sui corsi di preparazione universitaria. Tutti i manga ad ambientazione liceale sono drammaticamente univoci in questo: senza l'ingresso in una università prestigiosa a fine anno o si diventa atleti professionisti come nei manga sportivi (e la cosa in genere non succede) o si sfonda nel teatro-musica-cinema-disegno grazie alle attività del club liceale (e pure questo non accade... Sono realisti i giapponesi) o si va a vendere il pesce nell'impresa di famiglia. A meno che, come moda recente, fuori dalla scuola il mondo non stia implodendo per apocalissi zombie, invasioni aliene o fallout vari. Non c'è alternativa né scampo. La scuola è vita e LA vita è un doposcuola. In caso contrario l'emarginazione e gli istinti suicidi della condizione di hikikomori. Per tagliare la testa al toro, per "sdrammatizzare ", i nostri due piccioncini (?) ci vengono presentati come dei maledetti geni nella graduatoria-voti nazionale. Delle infallibili macchine da dieci e lode senza troppo impegno, a prescindere da qualsiasi uragano che travolge la loro esistenza umana. Largo ai sentimenti, allora!


Morisaki è il nostro eroe (?), il classico protagonista da storia scolastica tipo: inconsistente, privo di carisma, belloccio ma neanche troppo. Vorresti dire "timido ma gentile" ma ti esce "anaffettivo e bidimensionale" per la totale indifferenza con cui lo colpiscono gli eventi esterni, per il non avere un difetto che sia uno, forse anche per il mio gap culturale sopra rimarcato. Tuttavia per gli standard nipponici Morisaki è un "ribelle". Lo è a ragione perché una volta in terza media ha battuto con forza i pugni contro il marcio sistema scolastico nipponico. In pratica la sua scuola non è andata bene nelle medie-voto dei test nazionali degli alunni del liceo e quindi gli insegnanti e genitori hanno deciso di non far fare la gita di tre giorni agli alunni delle medie. Coerenza nipponica. Morisaki, da novello Che Guevara, allora parte con una delegazione di quattro-cinque studenti alla volta dell'ufficio della dirigente scolastica. Bussa, entra e chiede gentilmente delucidazioni illustrando in modo sintetico e pacato il suo disappunto. La qual cosa in Giappone in effetti è estrema, in quanto è vista come aggressione e danneggiamento dei locali del corpo insegnanti. La dirigente scolastica alla sola vista dei  quattro ragazzetti di terza media infatti sbianca, è una situazione non contemplata nel manuale!!! E' così in crisi che un collega lì nei pressi redarguisce democraticamente i pischelli, vietando il diritto di parola  a tutti coloro che nella stanza non siano tra i primi cento migliori studenti della graduatoria nazionale nella categoria scuole medie. Solo che Morisaki è un fiero 92 dei migliori del Giappone, l'insegnante sbianca dinnanzi a tale primato superomistico e indice un'assemblea in cui, molto democraticamente, chiunque fosse d'accordo con Morisaki (implicitamente senza la protezione sociale fornita dalla sua media-voti) potesse dichiararlo pubblicamente, ad alzata di mano sotto gli occhi adirati del corpo insegnanti. Al che la rivoluzione entra nel vivo. Il drappello di Morisaki, mentre il nostro eroe non si sottrae alla pugna alzando la mano, gli fa vuoto intorno. Solo un ragazzo tra tutti risponde alla chiamata, Matsuno. Anche lui un genio (e quindi intoccabile), ma appartenente alla categoria dei character "misteriosi e intelligenti" perché portano gli occhiali. Perché storicamente per la cultura dei giappi chi vede la vita con occhio semi-chiusi in quanto "miope" è in realtà una persona molto acuta e riflessiva. Morisaki e Matsuno vengono quindi invitati a una "riunione esplicativa" ultra-democratica nella quale i due, in assenza di qualsiasi insegnante o contraddittorio (strategicamente assenti), potranno scrivere su un foglietto, con specificato nome e cognome e media-voto, i motivi del loro disappunto. Morisaki viene profondamente colpito dalla risposta di Matsuno, che scrive come la mancata gita potrà avere per lui ripercussioni negative quando da lì a una decina di anni ci ripenserà. Matsuno è un ragazzo acuto, pensa, non è solo miope. E da lì parte l'adorazione e "l'amicizia profonda", che si concretizza su schermo nel parlare ancora con Matsuno in almeno quattro o cinque occasioni nel resto della sua intera vita, sempre in momenti scazzati, non più di tre battute per volta. Vera bromance. Un giorno però a guastare l'idillio arriva "la donna". Si crea subito tra lei e i due amici un avvincente (?) triangolo sentimentale (le cui relazioni interpersonali nell'arco dell'ultimo anno non credo sfiorino più dei 23 minuti complessivi, salvo un evento particolare che deve essere di fatto molto ridimensionato). 


Lei si chiama Rikako, viene da Tokyo, è affascinante e introversa e ha una media voto da genio. Matsuno vuole provarci (lo vogliono tutti ma lui di più) ma siccome è miope-intelligente-introverso decide di fissarla intensamente da lontano senza combinarci mai niente di niente, guardando malissimo chiunque le si avvicini entro i trecento metri. Questo porta Matsuno a odiare tantissimo l'amico Morisaki, che ha avuto solo la sventura di frequentare (???) brevemente Rikako per una serie di circostanze strane partorite dalla mente contorta della ragazza. Una frequentazione (?) che per l'occhio inesperto del vostro blogger occidentale (sempre io) ha più a che fare con la pietas umana piuttosto che con il trasporto amoroso. Rikako ha dei grossi voti scolastici quanto grossi problemi a casa e non riesce a integrarsi tra le sue invidiose compagnucce di classe di Kochi per il solo fatto che è la ragazza più carina e intelligente della scuola e probabilmente di tutta la prefettura. Morisaki sembra l'unico che non la giudichi ed è l'unico con una certa indipendenza economica (si direbbe il contrario per quanto dirò da qui a breve, ma la ragazza ritiene che sia così) che conosce a Koiche, anche perché oltre allo studio fa un secondo lavoro in un ristorante (l'adattatore Gualtiero Cannarsi, qui comunque meno eccentrico del solito, cosa di cui mi rallegro, regala al "secondo lavoro" di Morisaki il termine "lavoretto". Ed è  esilarante perché non usa mai un termine diverso da "lavoretto" per descriverlo, con le assurde ambiguità che tale espressione comporta per chi non sia davvero una "anima candida"..."Morisaki, come è andato il lavoretto"; "Ho appena finito un lavoretto", "Mamma esco, vado a fare il lavoretto"... Se non lo vedevo nelle cucine di un ristorante a un certo punto iniziavo a pensare male...). Peraltro il primo rapporto che la ragazza ha con lui consiste nel chiedergli unicamente dei soldi, che la ragazza in un attimo ficca in borsa per scappare via di soppiatto senza salutare o parlare con lui per i futuri quattro mesi. Morisaki siamo convinti poi, per davvero, che non possa essere gay, visto il modo, più "partecipe" con cui guarda Matsuno? Ma sarà davvero amore? Come si evolverà il rapporto (???) dei tre? Cosa sarà di questa amicizia e di questo amore quando le tre tappe classiche della apocalisse adolescenziale nipponica (gita, golden week e festival scolastico..Tre eventi più traumatici che felici) saranno ormai storia passata? E alla fine del film converrete con me sul fatto che, se i rapporti interpersonali tra nipponici si limitano a quelli descritti, sia davvero un miracolo che il popolo di Yamato non si sia ancora estinto?


Lucky Red sta ultimando la raccolta definitiva, l'adattamento e traduzione per mercato italiano di TUTTE le opere dello studio Ghibli al netto de "La tomba per le lucciole" (unico titolo fieramente nelle mani di Yamato Video). L'orgasmo completistico massimo per l'appassionato del decaduto ma sempre prestigioso studio animato di Totoro ma non solo. Una occasione ghiottissima, unica e forse irripetibile al mondo per noi occidentali "medi" per scoprire TUTTO ma proprio IL DANNATO TUTTO di quello che è uscito nel corso in TUTTA LA COMPLETA STORIA di una casa di produzione nipponica, TUTTO L'IMDB STRAMALEDETTO dal più famoso e amato film alla più misconosciuto mediometraggio uscito solo Direct to video. Forse alla fine mancherà il blu ray solo questo...




E ora, grazie alla wiki e anche al fondamentale documentario Il regno dei sogni e della follia, anch'esso uscito per Lucky Red e per me a tutti gli effetti il "film horror del secolo", sappiamo davvero il "perché e il percome" negli anni siano arrivate le fortune avverse e i grandi trionfi, le sperimentazioni e le conferme delle strategie produttive dell'arci-amatissima casa di Totoro, dal suo inizio sfolgorante ad opera del genio di Miyazaki alla distruzione perpetrata dal "terribile e autodistruttivo" (produttivamente parlando ma forse non solo...) ultimo progetto dell'ugualmente geniale Takahata. Quindi, oramai che i titoli più noti di Miyazaki e dello studio Ghibli in genere sono già stati pubblicati, ecco che ci capita tra le mani questo Si sente il mare, di Mochizuki, produzione "minore" del 1993 ma pur sempre "produzione Ghibli", dalle atmosfere vicinissime a quelle del pluri-osannato recente nuovo genio dell'animazione nipponica Makoto Shinkai, con la medesima maniera di trattare la delicata, quasi ectoplasmatica, natura sentimentale degli amori adolescenziali nipponici. C'è un lui, c'è una lei, a volte c'è un terzo incomodo ma non lo nota quasi nessuno. Ci sono tanti viaggi in auto, treno, aereo in cui nessuno parla. Poi si fermano in un posto e stanno tutti zitti per ore. Non ci sono dichiarazioni d'amore vere e proprie, mancano le più innocue effusioni se non sfioramenti accidentali e assolutamente non voluti. L'amore è visto nella sua accezione più pura, zen, nello "stare insieme nei momenti che contano", soprattutto i più dolorosi. Tuttavia il "fattore umano" per via della cultura orientale (così rappresentata) non riesce mai (non vuole proprio farlo!!) a infrangere quella parete spessa di incomunicabilità che le persone ergono altissima, un po' l'emblema di quel "dilemma del porcospino" esposto da Anno in Evangelion. Stare insieme è collegato sempre al comprendere le "giuste distanze" tra le persone, cercare di non invadere troppo il privato altrui (non pungersi con gli aculei per i porcospini) senza però al contempo essere troppo distanti, navigando a vista quel tanto che permette di captare fortunosamente dei segnali dall'altra parte. In qualche modo è una buona cura questa visione del mondo per chi si nutre eccessivamente delle melensaggini e smancerie infinite delle pellicole Hollywoodiane, ma qui il sottile è così sublimato che davvero si fatica a vedere dove ci sia amore e dove non ci sia. 


I personaggi sono davvero poco empatici e il "non detto" assume davvero spesso la forma del "non pensato". Non voglio esagerare, ma se qualcuno davvero ritenesse di riuscire a conquistare il cuore di una ragazza (pretendendo qualsiasi tipo di "segnale" da parte sua) in ragione delle stesse azioni che, meccanicamente, compie il protagonista di questa pellicola, starebbe davvero a un passo dalla follia e presto sarebbe noto alle forze dell'ordine. Due parole "in più" andavano necessariamente spese nella costruzione di un pur tanto platonico rapporto. Forse la caratterizzazione grafica, gradevole ma parecchio convenzionale, che fa riferimento a un fumetto magari già conosciuto e famoso e "più approfondito", non aiuta molto in questo. I volti dei personaggi passano dall'allegro al cupo senza vie intermedia. Tuttavia non è difficile "ritrovarsi" in questa Kochi del 1993, almeno per me che in quegli anni avevo effettivamente l'età dei protagonisti e se non avevo il castello di Kochi illuminato strano dai fari notturni avevo pure il Castello Sforzesco di Milano illuminato strano dai fari notturni. Se la relazione tra i due - tre convince poco (Shinkai in questo è più bravo) ci sono dei bei momenti di "slice of life" adolescenziale. Sembra davvero di tornare ai banchi di scuola, di partecipare a una gita vera (e quindi non divertente), di respirare la gioia delle cose semplici come fare una camminata insieme a una persona amica o bere in compagnia ricordando i tempi passati. La scena con il nostro protagonista che dorme in una vasca da bagno, incurante del mal di schiena che avrebbe in età adulta a fare la stessa cosa, usata anche nel menù del dvd e blu ray è splendida ed emblematica di una innocenza ancora non perduta alla quale, se comunque non riusciremo mai a credere, ci fa piacere almeno poter "pensare". Così alla fine riusciamo almeno con il nostro vissuto e la nostra immaginazione a far quadrare i conti con la pellicola, temperando le peculiarità del nipponico sentire e una certa omologata inespressività facciale dei protagonisti. Riusciamo a fare nostra questa storia e c'è da ammettere che la visione scorre via veloce nei suoi essenziali e non stiracchiati ottanta minuti scarsi. Le animazioni come i fondali non sono impressionanti e il Ghibli Touch si avverte solo in parte, il prodotto non nasconde una produzione più economica del solito ma risulta gradevolissimo. Il titolo non ho ancora capito a cosa cacchio si riferisca, ma comunque a Kochi c'è il mare e quindi pensare alla gioventù per il nostro protagonista significa pensare anche al mare. Forse. 
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giovedì 28 aprile 2016

La ricompensa del gatto - la nostra recensione!



Haru è una ragazza giapponese che frequenta il liceo. E' un po' pigrona e sognatrice, altruista e indecisa, solare e magari un po' allocca. Ama i gatti. Li ama a tal punto che un giorno rischia la vita per salvare un micetto che sta per finire sotto a un camion. Un gesto nobile che avrà delle stranissime conseguenze. Il gattino salvato è il principe del regno dei gatti e il sovrano ha in serbo per lei un mastodontico programma di "ringraziamento" che culminerà con la visita del regno dei gatti. Solo che le cose che piacciono ai gatti sono diverse da quelle che amano gli umani e ben presto la nostra Haru sarà tramortita da "gentilezze" che spaziano da montagne di topolini da mangiare (tutti in bellissimi pacchetti regalo), il prato di casa trasformato in una piantagione di erba-gatta e torme di gatti adoranti che la seguono in ogni dove. Si fa concreta la prospettiva che anche andare nel regno dei gatti possa essere qualcosa di parimenti strano per lei, motivo per cui una voce misteriosa arriva in suo soccorso consigliandole di recarsi all'Ufficio del Gatto. Un luogo dove il misterioso barone, un gentiluomo vestito di bianco con cappello a cilindro e dall'aspetto felino, potrà aiutarla a uscire da questa strana situazione.


Prosegue la bella iniziativa di Lucky Red di proporre tutte le opere dello studio Ghibli con questo anime del 2002, rimasto fino a oggi ancora inedito, a firma di Hiroyuki Morita. Il bel documentario allegato come extra all'home video ci racconta come in quel periodo lo studio cercasse nuovi registi, giovani che potessero apportare nuovi stili visivi al marchio oltre a quello degli arcinoti due grandi maestri dell'etichetta. Morita aveva a curriculum esperienze diversissime che spaziavano da Akira di Otomo a Tenchi Muyo e al contempo non era estraneo in casa Ghibli. Aveva infatti lavorato a Kiki delivery service di Miyakazi quanto a I miei vicini gli Yamada di Takahata. Il regista di Pom poko in particolare era rimasto piacevolmente soddisfatto dal suo modo tanto di lavorare che di vedere le cose, semplice ma nel contempo pieno di sfumature. La ricompensa del gatto, un progetto nato in modo bizzarro come "corto" commissionato per un luna park e poi espansosi a pellicola vera e propria, era l'occasione giusta per provare Morita come regista, dandogli carta bianca per esprimersi e benedicendolo con personaggi (la cui inclusione era stata fortemente voluta da Miyazaki) e una sceneggiatrice che venivano direttamente da I sospiri del mio cuore, l'opera che forse più univa idealmente MIyazaki e Takahada. Morita accetta la sfida e crea una pellicola dall'aria moderna e realistica che si discosta tantissimo dallo stile visivo dello studio, pur conservandone sotto traccia un legame intimo e mantenendo una buona qualità generale. Ugualmente interessante è la sceneggiatura in cui l'autrice de I sospiri del mio cuore torna a parlare dei giovani giapponesi e come sono cambiati a distanza di 15 anni dal quell'opera. E come sono questi nuovi virgulti, com'è la nostra protagonista Haru? Non mancano le qualità e le buone volontà, anzi solo il top dell'altruismo e gentilezza, ma questi giovani si fanno troppo trascinare dagli eventi e dalle bugie della società (sebbene qui abbia dei contorni fantastici), rimanendo "inguaiati" in una brutta situazione lavorativa o di vita dalla quale possono scappare (attraverso un percorso classico del romanzo di formazione) solo riflettendo a lungo e prendendo decisioni concrete  su "chi sono e cosa voglio fare da grande". Perché il furto della giovinezza è un dato che succede anche, e soprattutto, se non di fa nulla per impedirlo, se si lascia che gli eventi facciano il loro corso. Il lassismo porta inevitabilmente a finire male. Un argomento importante e "urgente" per i giapponesi (ma anche per noi), che viene sottolineato anche nella precedente opera Ghibli, La città incantata, dove un'altra strana e fantastica "società" arrivava addirittura a privare la piccola protagonista del suo nome, costringendoli a una dura vita lavorativa da cameriera di un centro termale abitato da fantasmi. Un concetto di nuovo presente nell'opera successiva, Il castello errante di Howl, dove una strana "maledizione sociale" priva la protagonista della giovinezza, costringendola, anche questa, a diventare una cameriera. E sono sempre lavori duri ma anche di riscatto, umili ma che se affrontati con impegno temprano e fanno crescere le protagoniste. Ma ne La ricompensa del gatto c'è una sfumatura diversa rispetto alle grandi pellicole appena citate, una differenza che sta nella "condotta furtiva" portata a compimento dalla società, potremmo dire. Nei due casi sopra citati la società è implacabile, le sventure e accadono senza che le protagoniste possano di fatto avere parola in merito. Qui è più subdola la questione. Si potrebbe dire che Haru appartiene alla generazione del "nì". Per il fatto di non prendere una posizione precisa Haru finisce in una girandola di eventi allucinanti (ma che all'inizio appaiono in effetti anche allettanti) che si potrebbero risolvere forse solo con un "no grazie". Il mondo dei gatti assomiglia in effetti al Paese dei balocchi, anche se in una accezione meno estrema, ma tuttavia non è un luogo in cui Haru vuole fortemente andare, è più la curiosità che una fuga effettiva dalla realtà quello che cerca. Da questa prospettiva la storia risulta quindi interessante, con molto più da dire di quanto apparentemente sembra dire. A ogni modo la trama è agile e snella, nei suoi settanta minuti e poco più pieni di scene assurde. Anche se l'umorismo giapponese è un po' criptico (a vedere il making of sembra si divertano un casino a fare le voci dei gatti e io li guardo ammutolito come fossero alieni) e magari il coinvolgimento emotivo che scaturisce da altre opere Ghibli viene  meno, il film si vede con piacere. Graficamente è effettivamente diverso dal solito, al punto che non sembra quasi un Ghibli tanto nelle animazioni che nei colori che nei fondali. Me è animato bene e comunque piacevole.


Insomma stringi stringi è un film che merita una visione e fa emergere un buon regista, che anni dopo affronterà nuovamente l'adolescenza e le sue sfumature nella struggente e spietata trasposizione animata di Bokurano (che è un vero delitto non sia mai arrivata in italiano, come invece accaduto nel resto del mondo). Un appuntamento comunque immancabile per avere tutto di tutto dello Studio Ghibli. 
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venerdì 4 dicembre 2015

Nausicaa della valle del vento

Considerazione post visione con il nuovo adattamento "cannarsiano"


Come ampiamente anticipatovi e pubblicizzato da noi con il banner, Nausicaa (di cui abbiamo parlato già qui link) è finalmente giunto nelle sale italiche, presentato come evento speciale nel circuito The Space. E pur con tutti i suoi annetti, c'è da dire che la pellicola-capolavoro di Miyazaki si trova davvero ancora in splendida forma dal punto di vista della qualità dell'immagine e del sonoro. La curiosità non mancava però per tutti coloro che hanno letto Nausicaa negli anni o spolverato periodicamente la VHS con la versione Rai presentata da Frizzi. Il nuovo adattamento di Gualtiero Cannarsi, tanto favoleggiato negli anni è ora davanti alle nostre orecchie.
I gusci di mostro - tarlo sono diventati "eluvie". E con questo ci metto un bel errata corrige al vecchio post (qui sempre il link) in cui avevo confuso il termine con l'oscuro e probabilmente inesistente "evulve". Chiedo venia, mi sto rincoglionendo. E in effetti la sfumatura è diversa da "guscio". Sono "eluvie" i depositi residui di suolo, polvere o particelle di roccia prodotti dal vento. Più che una parte del mostro mi appare quindi come una specie di sporco che ha sulla corazza. Io avevo sempre capito che fossero tipo gli occhi e forse ho sempre cannato. Ma può essere che ho capito male io, probabilmente l'elusivo vocabolo maledetto non me lo ricordo bene o non l'ho sentito bene. Parimenti pure i mostro-tarli, da millenni di traduzioni confermate tanto in Granata Press che Panini, mi vengono qui lasciati in jappo originale "Ohmu", che tradotto letterale pare una specie di "dio verme", che tradotto letterale italiano pareva una imprecazione da osteria. Io avrei tenuto mosto-tarli, che un suo perché lo avevano. Ma forse era un termine denigratorio per i vermi? In effetti può essere se si passa da "dio" a "mostro"... a Nausicaa stessa non sarebbe piaciuto. Tuttavia da piccino "mostro-tarlo" mi era rimasto scolpito in testa subito,  non era male come "impatto".  Sempre in ragione di una traduzione più esatta, non abbiamo più il "gigante invincibile", che mi diventa "gigante titano" e scompare il nome "ala" per il mezzo volante di Nausicaa, come il rango il suo rango di "cavaliere del vento", soppiantato da "addomesticatrice del vento" ( mi pare). Per traduzioni sempre più appropriate e convincenti, non questiono né polemizzo. Ma quello che mi ha più destabilizzato di tutto è stato sentire chiamare la "giungla tossica" con la nuova traduzione (più fedele): "mare marcio". Di sicuro un'espressione piena di fascino e difficilmente traducibile anche perché questo "mare marcio" è di fatto una giungla verde. Una giungla sotto la quale c'è dell'altro ma sempre una giungla è, se di fatto nessuno sa quello che c'è sotto. Il mitico Lord Yupa mi diventa Onorevole Yuta e "ce la si è fatta" pure a ficcare sul finale il classico cannarsiano "sorellona". In genere comunque devo dire che il lavoro di adattamento e doppiaggio mi sono molto piaciuti. Termini dal gustosi sapore marinaro e guerresco molto ricercati e termini squisitamente tecnici come "miasma" per le emissioni venefiche della giungla, cioè del mare, cioè ci siamo capiti. La ricchezza lessicale del nostro bel vocabolario è sempre omaggiata e in questo specifico caso devo dire che le frasi suonano meno "difficili" di precedenti adattamenti dello studio Ghibli. E' bello che anche questo film Ghibli sia arrivato in Italia in una versione così accurata. Non ne mancano molti all'appello ormai. Ricordiamo che il 19 e 11 novembre koch Media e Yamato Video porteranno nelle sale con un nuovo adattamento, sempre di Gualtiero Cannarsi, Una tomba per le lucciole.  E dopo che tutte le lacrime che avete in corpo saranno esaurite per quello che è uno degli anime più drammatici di sempre in effetti sarà curioso scoprire cosa vedremo. Gli Yamada? The cat's return? Sarà una bella attesa. Con la speranza che in futuro possano arrivare anche opere nuove, di un rinnovato Studio Ghibli che ha passato solo di striscio il momento più brutto della sua vita . Perché uno studio come il Ghibli non può morire. 

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mercoledì 24 settembre 2014

La principessa splendente - nuovo trailer in inglese


La principessa Kaguya è un racconto popolare giapponese del decimo secolo, amato e conosciutissimo nel Sol Levante da grandi e piccini. Per wikipedia addirittura il più antico esempio di narrativa nipponica, la fiaba della buona notte per eccellenza. Si hanno tracce del racconto anche in Cina e Tibet, probabilmente diffuso su audiobook. Roba che si menano ancora per attribuirsene la paternità, comunque, anche se pare che il Giappone sia il referente più accreditato. Io l'ho sbirciata, per puro caso, una vita fa. Poi ne avevo visto una "versione"anche in un film di Inuyasha. A me la storia comunque ricorda un po' anche una nota fiaba europea, con cui condivide alcune "meccaniche", ma non voglio andare oltre, non vik voglio rivelare sorprese.
Non è esattamente una favola tradizionale per come la intendiamo noi, anzi è parecchio strana. In reta la trovate in milioni di salse ma vi consiglio di non spoilerarvela, di aspettare la sala. Metti poi che il Ghibli touch la migliori...


Piano piano sta arrivando il momento di vedere nelle sale di tutto il mondo una delle più ambiziose opere dello studio Ghibli, il suo atto d'amore massimo per la narrativa popolare. Lucky Red peraltro ha già confermato che la porterà anche da noi in Italia e gentilmente ringraziamo.
L'interesse è molto in ragione della lunga gestazione, dell'enorme costo produttivo, di uno stile visivo unico, antico quanto modernissimo, della notorietà della storia in Giappone e soprattutto del ritorno alla regia, a quasi 15 anni di distanza dal suo ultimo lavoro, gli Yamada (ancora inedito da noi... ma non credo per molto, spero) di Isao Takahata, cofondatore con Miyazaki dello studio Ghibli.  Takahata ha peraltro firmato un capolavoro come Una tomba per le lucciole e il (solo) simpatico Pom poko.  Ma purtroppo c'è dell'altro, un triste rovescio della medaglia. Come I cancelli del cielo di Cimino fece la fine della United Artist, La principessa splendente l'anno scorso fu disastroso per il Ghibli. Costato 5 miliardi di Yen, ne incassò solo la metà a fine corsa, febbraio 2014, patendo anche la concorrenza nelle sale di un film acchiappapubblico come Frozen, autentica rinascita del brand Disney, più visto quasi di Titanic. Con il senno di poi (ma anche di prima, direi) putare a sbancare il botteghino con una opera tanto autorale, così diversa da roba colorata commerciale acchiappapubblico,  poteva essere un azzardo. Ma con la Città incantata ai vertici degli incassi giapponesi di sempre, lo studio ha voluto tentare la carta, riconfermarsi, ribadire la superiorità della animazione nazionale. Andata male. Quella che ne è seguita è la crisi interna Ghibli che ancor oggi tra conferme e smentite angoscia i fan della storica etichetta di Totoro.  Oggi però il film sta per essere visto nel resto del mondo, in America dal 17 ottobre, poi non si sa. C'è ancora la possibilità che a livello internazionale il film riesca a portare buoni incassi.  Speriamo di non dover attendere molto noi italiani per poter gioire di questa perla, di cui qui in calce reco il trailer, datato 22 settembre, freschissimo...


Sembra davvero eccellente, peraltro con in americano le voci della bellissima Chloe Moretz e del sempre mitico James Cann. Chissà, magari anche da noi vorranno stupire con effetti speciali chiamando Anna Tatangelo e Flavio Insinna!
Già pregusto quanto questo tratto bellissimo, sinuoso e artistico, possa rendere al meglio nella alta definizione. Roba da metterlo in fermo immagine e far credere ai nostri vicini che al posto del televisore abbiamo comprato un quadro.
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