venerdì 4 settembre 2026

Couture: la nostra recensione del film drammatico, scritto e diretto da Alice Winocour, con protagonista una Angelia Jolie inedita: mai così lontana dal sembrarci “diva” e “aliena”

La regista di film horror indipendenti Maxine (Angelina Jolie) è a Parigi per la promozione del suo primo grande film. È una pellicola gotica con protagonista una donna vampira e nella capitale francese si stanno per girare le prime sequenze, in collaborazione con una importante maison di moda che ha organizzato per l’occasione anche una sfilata. 

Modella d’onore per l’evento è Ada (Anyer Anei), una bellissima ragazza del Sudan, scelta dal Maxine per il suo primo ruolo cinematografico. Timida, rigida, seria, fino a pochi mesi prima frequentava solo la facoltà di medicina ed è del tutto nuova al mondo “apparentemente frivolo” delle sfilate e agli eccessi della “vita delle modelle”. Essendole stata assegnata in hotel una stanza condivisa proprio con alcune modelle, scoprirà in poche ore le sfumature nascoste dietro questa strana professione. Scoprirà che qualcuna di loro, grazie al mestiere di modella, oggi è riuscita a salvarsi da una vita sotto le bombe. Ma può bastare un piccolo infortunio, dovuto a una piccola distrazione, per spegnere per sempre i riflettori. 

L’abito che dovrà indossare Ada è stato affidato alle cure di Christine (Garance Marillier), una giovane, sorridente e silenziosa sarta con le extension rosa, che tra mille istanze e ripensamenti della produzione, avrà l’arduo compito di “sintetizzare tutto” nella forma finale del vestito. Lavorando su modelle dalle forme simili, intrecciando più volte linee, pizzi e perle, ha l’obiettivo di definire “una bellezza eterna, quanto sfuggente” e in genere dorme pochissimo. 

Sfuggente è anche la truccatrice Angele (Ella Rumpf), costretta da tempi strettissimi a lavorare più veloce che può, scontentando in parte i committenti. Lottando ogni giorno contro i minuti liberi, cerca di cambiare vita provando a farsi valutare da un critico il libro che sta scrivendo, un libro sulla vita difficile dietro a un backstage di moda. Argomento dagli editori ritenuto “non troppo interessante”, ma lei è decisa a insistere. Alla miglior realizzazione possibilmente del conto cinematografico, è invece particolarmente interessato l’attento e un po’ nevrotico direttore della fotografia Anton (Louis Garrel). Mal tollera i ritardi o i cambi di programma, i cambiamenti meteorologici e di umore, a partire dalle bizze della sua “quasi fidanzata” Maxine. 

Arrivata alla soglia dei 50, la ancora radiosa Maxine è sulla cresta dell’onda per la prima volta nella sua vita e decisa a godersi a pieno questa “follia momentanea parigina” senza restare alla finestra della sua suite: che si affaccia su un gioioso parco di divertimenti di poco distante dalla Torre Eiffel. Ha superato indenne una dolorosa separazione, cerca come può di essere una buona madre, per la prima volta qualcuno sta dando un vero valore al suo lavoro e il giovane Anton è un “passatempo interessante”, anche se un po’ petulante. Ma presto tutto si blocca. 

Nel modo più brusco e perentorio, gli ultimi esami medici urlano al telefono che sono andati male, con il medico che ordina di non aspettare il ritorno a Los Angeles, ma correre direttamente in un reparto di oncologia di Parigi. 

Mentre tecnici del suono ed effetti speciali, sarti e truccatori, danno vita alla sua dama vampira e ai primi scampoli del suo primo “futuro successo”, Maxine cerca di dirigere come può i lavori dalla sale d’aspetto dell’ospedale, tra un nuovo esame e un altro consulto, in un misto di paure e speranze che non sembrano mai trovare un giusto equilibrio. 

Attaccarsi “al lavoro” è forse la cura, ma il tempo stringe e la porta spesso troppo lontana dalla serenità. Attaccarsi “alla vita”, insieme a un seppur labile sentimento di gioia e passione per le piccole cose, è forse l’unico buon modo di sopravvivere, seppur questo comporti vivere un giorno alla volta.

Ma, magicamente, nel fuggente mondo della moda parigina in cui Maxine si è momentaneamente fermata, in qualche modo tutti, tra tante delusioni e speranze, cercano come possono di vivere la vita un giorno per volta. Focalizzati sul giorno dopo con tutte le loro forze.

La sfilata è alle porte e potrà essere per Maxine, Ada, Anton, Angele e Christine il momento ideale per “piccoli e grandi cambiamenti”. 


Il film corale Couture porta in scena una Angelina Jolie del tutto inedita, in un ruolo che ce la mostra meno diva e “aliena”, spontanea e convincente come ai suoi esordi in Gia. Recita in sottrazione, usando poche parole, quasi senza trucco, probabilmente attingendo moltissimo dal suo doloroso passato e problemi di salute. 

È il film in cui la diva sa mettersi più a nudo, con tutte le sue fragilità e disincanto, dando corpo a una performance ideale per dar vita a personaggio complesso, in perenne sospensione tra leggerezza e dolore, quasi una equilibrista emotiva. Un personaggio “titanico” che subito conquista e al quale ci si affeziona. 

Ma Couture è anche un film corale: racconta il “gioco di squadra” per la realizzazione del corto e della sfilata che coinvolge le vite e sogni di più personaggi. Alcuni rimangono più in ombra, altri sanno prendersi la scena anche con poche battute. Come il personaggio della sarta Christine, che ci ricorda le tante sarte a addette ai costumi dell’ottimo Diamanti di Ferzan Ozpetek . Come il personaggio di Ada, che va a raccontarci un mondo delle modelle che, sotto una apparente patina di eccessi e glamour, è ben distante da quel mondo “glitterato quanto un po’ cinico” raccontato anni prima da Pret’a’Portet di Robert Altman. Qui le modelle la notte, dopo gli “after party” telefonano ai familiari rimasti in Ucraina sotto le bombe, vivono come compagne di stanza cercando di sopportarsi a vicenda e condividere un materasso extra. Alcune inviano soldi a casa per evitare che un padre manesco e disoccupato si sfoghi sulla madre. È un mondo articolato e per nulla frivolo, dove anche il più piccolo incidente fisico può compromettere il futuro. Un mondo che viene “narrato” dal personaggio della truccatrice/scrittrice, con afflati realistici, crudi, ma a tratti quasi “eroici”, epici. Una scrittura puntuale da report di guerra che però infrange il sogno delle “modelle creature perfette e aliene” (un po’ come tanti personaggi della Jolie de passato...) che la gente vuole continuare a sentire: motivo per cui gli editor bocciano i sui libri. 

Ma più di tutti ovviamente emerge la Jolie, che sembra aver letto e ben compreso tutto il fascino e fragilità di un’opera come L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello. La sua Maxine è una anti-eroina che vorrebbe rallentare il tempo e alla fine, non riuscendoci, sceglie di vivere istante per istante. La sarta Christine per Maxine diventa quasi “la signora che fa i pacchetti” dell’opera di Pirandello. Perché centrale per lei diventano le “piccole cose”: il tempo di sbucciare un’arancia, la voglia di aprire la finestra della stanza d’hotel e ascoltare le persone in festa nel parco giochi. Il tempo magari per immaginare, pur fallendo, un piccolo amore passeggero. 


È un film duro, sul “cogliere l’attimo”, ma che parla “di come non arrendersi”. Un film in cui il medico, interpretato dal bravo Vincent Lindon, ha quasi l’aspetto di un generale che invita a combattere, masticando poche parole di conforto e spingendo all’azione, proponendo piani d’azione a raffica. Il personaggio di Lindon trova tutta una sua strana sinergia con quello della Jolie: rende subito ben chiaro che questa, nonostante tutto, non sarà solo una storia di lacrime, quanto una “storia di passaggio”, solo un capitolo di un libro più grande ancora all’inizio.

Anche se sul piano della scrittura la regista forse non inventa mai qualcosa di nuovo, il film sa essere sempre elegante, visivamente ricco e ben stratificato sui piani narrativi, con un montaggio che dà il giusto peso a tutti gli interpreti sulla scena. Dei personaggi  che riescono ad essere davvero unici e non scontati, anche grazie a un bravo il cast degli interpreti. 

Ma soprattutto brilla lei, l’eterna algida e aliena diva, che qui per una volta sembra guardarci negli occhi senza “intimorirci”. Qualcuno direbbe (io l’ho detto poco sopra), “come agli esordi, un po’ come ai tempi di Gia. Forse non si sbaglierebbe. Sta di fatto che qui abbiamo una Angelina Jolie come non l'avevamo quasi mai vista, di cui attendiamo con piacere di vedere i prossimi lavori. 

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