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sabato 28 dicembre 2024

Mufasa - Il Re Leone: la nostra recensione del nuovo film Disney, diretto dal premio Oscar Barry Jenkins, che racconta l’infanzia del papà del leone Simba ispirandosi al “Padrino - Parte 2” di Coppola

 


Sinossi: Ci troviamo tra le magnifiche foreste della Tanzania, poco dopo gli eventi raccontati ne Il Re Leone (film uscito nel 2019, diretto da Jon Favreau).

Simba (in originale con la voce di Donald Glover e in italiano con quella di Marco Mengoni) e Nala (con la voce di Beyoncé Knowles-Carter e da noi di Elisa), ormai diventati i nuovi re e regina, devono lasciare momentaneamente la Rupe dei Re per recarsi lontano dal territorio. La piccola “principessa leoncina” Kiara (con la voce in originale di Blue Ivy Carter, figlia di Beyoncé) viene affidata alle cure di uno strampalatissimo duo di babysitter: il cinghiale Pumba (Seth Rogen, da noi Stefano Fresi) e il suricato Timon (Billy Eichner, da noi Edoardo Leo).

La notte è particolarmente buia, spaventosa e tempestosa. Le storie raccontate dal duo sono assurde quanto sconclusionate e manca l’ispirazione per una bella canzone che sollevi il morale. Per placare la paura dei tuoni è richiesto a gran voce l’intervento di un vero “raccontastorie professionista”: il saggio mandrillo Kafiki (John Kani, da noi Toni Garrani). Kafiki ha in mente una storia vera, grandiosa, di molti anni prima: una storia di quando il nonno di Kiara, Mufasa, era poco più che un cucciolo della sua stessa età.

Era un giorno come tanti altri quello in cui Mufasa ascoltava dai suoi genitori la grande leggenda di Melene: una terra lontana e rigogliosa, dove regnava la pace tra gli animali. Il territorio dove vivevano era da mesi arido, spoglio, con il letto del grande fiume ormai prosciugato e forse era giunto il momento di iniziare il viaggio verso questa “terra promessa”, quando all’improvviso dal cielo arrivò la tempesta.

La gioia durò il poco tempo che bastò al fiume per ingrossarsi, fagocitare ogni cosa, rompere gli argini e abbattere la grande diga. Gli animali che non erano riusciti a mettersi in fuga, arrancando tra pioggia e fango, venivano inghiottiti dalle correnti. Tra questi dispersi c’era anche il piccolo Mufasa, strappato letteralmente dalle zampe dei suoi genitori dalla forza dell’acqua, per finire a fare lo slalom tra tronchi, elefanti e sassi aguzzi, fino a cadere in immersione, diventando una specie di palla da flipper sospinta dalle correnti sottomarine, fino a fermarsi immobile, a galleggiare privo di sensi.

Poi una luce dall’alto e l’aiuto di un piccolo tronco lo riportarono in superficie.

Il bel tempo si era ristabilito e il leoncino era ora in un luogo del tutto nuovo, rigoglioso ma in qualche modo minaccioso. Non Melene ma una “terra d’altri”, piena di coccodrilli affamati, dove lui era solo un “randagio”.

Tuttavia, tra tanti denti aguzzi pronti ad azzannarlo, incontrò un cucciolo come lui, avventuroso quanto gentile, curioso quanto fragile: il “principe leoncino” Taka. Nonostante il parere contrario del suo aristocratico e scostante padre, re Obasi (con la voce in originale di Lennie James e da noi di Pasquale Anselmo, doppiatore di Nicolas Cage) Taka fin da subito decise che Mufasa sarebbe diventato a tutti gli effetti “suo fratello”. Con in passare del tempo i due divennero grandi amici, inseparabili. Obasi però dispose che Simba vivesse lontano da lui, nel branco delle femmine: imparando a svolgere incarichi di “basso profilo regale” come “la caccia”, sotto la guida della dolce ma severa regina Eshe (con la voce in inglese di Thandiwe Newton e da noi di Daniela Calò, doppiatrice di Evangeline Lilly).

Presto tra i due fratelli arrivarono le competizioni, volute dal sempre più tirannico Esche per dimostrare che Taka (da adolescente con la voce inglese di Kelvin Harrison Jr. e in italiano di Alberto Malanchino), suo figlio, era l’unico degno erede del trono, in virtù della sua discendenza di sangue.

Mufasa (da adolescente con la voce in inglese di Aaron Pierre e da noi con quella di Luca Marinelli) era più forte e anche senza volerlo vinceva ogni confronto: alimentando l’insicurezza di Taka e l’odio nei suoi confronti di Esche.

Poi un giorno arrivarono nel territorio i leoni bianchi, da tutti soprannominati gli “Emarginati” (The Outsiders, in lingua originale). Creature più grosse e forti del normale, già espulse dai vari branchi della savana in quanto “strane” e ora molto numerose, unite sotto la guida del minaccioso e imponente Kiros (in originale con la voce di Mads Mikkelson e da noi interpretato da Dario Oppido, doppiatore di Raoul in Ken il Guerriero), ben disposto a sterminare tutti i gruppi fino a diventare l’unico e solo re leone. Taka e Mufasa sarebbero fuggiti insieme per salvarsi dallo sterminio, alla ricerca della leggendaria Melene, incontrando nel loro viaggio molti personaggi che forse Kiara già conosceva. Come sarebbero riusciti a salvarsi? Ma soprattutto, chi era o dove si trova ora un leone di nome Taka? Pumba è così confuso dal racconto di Kafiki che è quasi convinto che Taka potrebbe essere in realtà lui…

 


La costruzione del secondo capitolo del Re Leone del 2019: A metà degli anni ’90 la Walt Disney Pictures iniziò a sperimentare dei veri e propri remake di alcuni dei suoi più fortunati film di animazione, scegliendo un approccio più “realistico e moderno”. Attori in carne e ossa, creature digitali frutto della più moderna computer grafica e storie e canzoni “al passo con i tempi”, andavano ad affiancare così disegni, musiche e racconti realizzati anche una cinquantina di anni prima: spesso allontanandosi molto dal modello di riferimento, ma comunque destando grande interesse e curiosità da parte del pubblico.

Antesignano di questa nuova onda fu il divertente live action de Il libro della giungla di Stephen Sommers, uscito nel Natale del 1994, cui seguirono nel 1997 e nel 2000 due pellicole che riprendevano ed espandevano anche il classico Disney La Carica dei 101, con mattatrice assoluta una Crudelia di eccezione interpretata da Glenn Close. Nel gruppo non c’era The Lion King, ma nel 1997 il film animato ispirò un incredibile musical, che il 13 novembre arrivò anche a Broadway, vincendo negli anni tantissimi riconoscimenti a livello internazionale e che oggi fa ancora il tutto esaurito nei molti teatri del mondo in cui viene allestito.

Dal 2010 Disney ha invece iniziato a produrre remake e riadattamenti di sue opere classiche in modo quasi sistemico, con la media di uno o due all’anno, con la punta di ben quattro pellicole a tema nel 2019.

Il re leone del luglio 2019 era il secondo live action Disney firmato dal regista di Iron Man Jon Favreu, dopo l’ottimo Il libro della giungla del 2016, ma anche se vogliamo uno dei remake più singolari: la prima pellicola di questo tipo in cui erano completamente assenti attori in carne e ossa. Il primo impatto non era dissimile a uno special sui leoni prodotto dal National Geographic, ma dietro a un così elevato grado di realismo, frutto anche del talento dei maghi degli effetti speciali della Moving Picture Company (premiati con l’oscar per Jungle Book ma anche per Life of PI),  Favreu era forse riuscito a produrre il remake più dinamico e interessante: quello che tradiva di meno l’opera originale grazie alla sua spettacolarità e anzi riusciva a rilanciare in pieno alcuni dei personaggi Disney più amati.

Nel settembre 2020 entrava già in produzione il secondo capitolo, scritto ancora una volta dallo sceneggiatore Jeff Nathanson (Prova a prendermi, The Terminal). Tornavano le voci originali, i maghi della Moving Picture Company, la colonna sonora firmata da David Metzger (Frozen, Moana), questa volta accompagnato da canzoni nuovissime realizzate ad hoc del premio Oscar Lin-Manuel Miranda (Hamilton, Oceania, Encanto).

Per la regia veniva scelto Barry Jenkins, nel 2016 vincitore del premio Oscar per il miglior film con il drammatico Moonlight, che da Moonlight portava qui anche il suo direttore della fotografia James Laxton, la montatrice Joi McMillion, il musicista Nicholas Britell, la produttrice Adele Romanski.

 


Segni di stile: “Al chiaro di luna i ragazzi neri diventano blu”. In questa frase, poetica quanto volutamente provocatoria, frutto di una ardita e quasi sognante “suggestione cromatica”, si poteva forse sintetizzare tutto il complesso messaggio alla base del bellissimo film Moonlight, scritto e diretto nel 2016 da Barry Jenkins.  Una pellicola che invitava a guardare oltre alle apparenze di una pelle “più scura”, che per qualcuno veniva percepita quasi intrinsecamente “più pericolosa”: il blu al chiaro di luna sembrava avere il potere di mettere in luce i tratti più dolci e vulnerabili anche di chi, all’apparenza, nei suoi stessi lineamenti, sembrava sempre dover indossare, per sopravvivere, la più forte delle corazze emotive. Il blu “smontava l’inganno”, svelando come “l’etichettamento” delle persone può essere solo un punto di vista o di luce, fallace quanto mutabile: raccontandoci la storia di un uomo che fin da bambino ha dovuto costantemente combattere in virtù di come gli altri lo percepivano dall’esterno. Degli “altri” che non arrivavano mai ragionare su come, sotto la superficie, a partire dal colore del sangue fin su nell’animo umano, siamo di fatto tutti uguali, con i nostri sogni e fragilità. Una persona poi, per la prima volta, lo “riconosceva blu”, di fatto permettendogli di cambiare per sempre la direzione della sua esistenza.

Il Mufasa di Jenkins, con i suoi leoni bianchi “Outcast”, il leoncino “randagio” e il leoncino “vittima delle aspettative di sangue del padre”, non distano troppo lontano dal mondo dei “non accettati” di Moonlight. Allo stesso modo in cui i “supereori senza dimora” di The Eternals di Chloe Zhao non si distanziava molto dagli homeless, fuori dal tempo e dallo spazio, del suo precedente film drammatico, Nomadland. Ancora una volta Disney ha scelto di avvalersi di un grande autore per reimmaginare i suoi cinecomics e classici animati in una chiave molto speciale, quasi unica.

Il classico The Lion King ci parlava di debiti di onore difficili da estinguere. Ci raccontava del peso della eredità e del sanissimo bisogno, ogni tanto (alla Cowboy Bebop), di staccare la spina e la testa dalle preoccupazioni: Hakuna Matata! Una fuga e un ritorno al cerchio della vita, cantato da Ivana Spagna, in ragione di un'armonia universale più grande e difficile da capire.

Jenkins riprende questi temi e li amplifica, raccontandoci un mondo spietatamente ancora più cinico, drammaticamente attuale. Ci racconta, attraverso il viscido personaggio di Obasi, di come il massimo dei poteri di chi detiene il comando politico stia nella capacità di mentire e ingannare il prossimo. Kiros è un re potente e in grado di unire le persone (come il Raul di Hokuto no Ken, doppiato forse non a caso sempre da Oppido), ma il cui ego è tenuto insieme unicamente dalla volontà di una vendetta, pur comprensibile ma del tutto incompatibile con ogni forma di convivenza. Il futuro per Kiros non può e non deve esistere. Taka è un anti-eroe in cerca di affetto costante, che vive ogni tipo di legame come una catena rigidissima e immutabile, di fatto confondendo i sentimenti con i doveri. Sono tutti personaggi difficili quanto “umani”: accomunati e avvelenati dalla medesima sfiducia nei rapporti interpersonali; poco propensi a credere in un utopico mondo felice come Melene.


Poi naturalmente ci sono “i buoni”, ma anche loro si sentono spesso vittima di un ingranaggio sociale dal quale non gli è permesso fuggire fino in fondo. Mufasa non sente di poter essere un leader, in quanto concepisce quel ruolo adatto solo a persone come Obasi e Kiros ed è ormai “troppo abituato” a mettersi da parte in favore degli altri.

Molto belli e sfaccettati, forti quanto tragici, sono i personaggi delle leonesse Eshe e Sarabi, quest’ultima interpretata vocalmente dalla cantante Elodie. Combattive quanto purtroppo spesso destinate a stare nelle retrovie, parlando sottovoce o sacrificandosi nel totale silenzio come molte donne del passato.

Anche un amatissimo personaggio storico della serie rivela un passato in cui è stato preso “per pazzo”, in virtù di una positività e fiducia che forse non sembrano più abitare questo mondo. E che dire di quanto sono pazzi e super positivi di solito i divertentissimi e immancabili Pumba e Timon?

Ogni interprete vocale ha lavorato con molto impegno anche nella versione italiana, al netto di qualche piccola increspatura nel tono. Davvero encomiabili le interpretazioni di Marinelli e Malanchino, che insieme sono riusciti a dare molta personalità e tenerezza al complesso legame tra Mufasa e Taka. Molto belli anche i momenti in cui Adriano Trio, interprete per la parte delle canzoni di Mufasa, affianca Elodie in un duetto molto riuscito.

Jenkins disegna per ogni personaggio percorsi difficili e tortuosi, a volte amari quanto messianicamente “ironici”, ma riesce a ricoprire tutta la pellicola di colori sgargianti, momenti genuinamente divertenti e un grandissimo senso dell’azione. Le canzoni di Liu-Manuel Miranda riescono ad essere sempre precise, ritmante quanto coinvolgenti nella narrazione.  Mufasa diviene così a tutti gli effetti un classico Disney, moderno quanto nel suo sviluppo narrativo familiare.

Finale: Il film è bellissimo da vedere, viaggia veloce, intrattiene tra tanta azione e divertimento, ma riesce anche a far riflettere attraverso personaggi non banali. Uno spettacolo quindi adatto a ogni età, molto colorato e accompagnato da magnifiche canzoni. Disney conferma di avere un occhio di riguardo per la saga del Re Leone ed è possibile che questa non sia certo l’ultima pellicola a parlarci di Simba, Pumba e Timon.

La scelta di puntare su un Barry Jenkins e i suoi collaboratori è stata davvero vincente.

Talk0

giovedì 5 dicembre 2024

Oceania 2: la nostra recensione del nuovo film animato Disney, che prosegue le avventure della “esploratrice” Vaiana

Siamo ancora nei dintorni dell’isola Motunui, nell’arcipelago polinesiano. 

Sono ormai passati tre anni, da quando la giovane “principessa” Vaiana ha restituito all’isola madre Te Fiti il suo “cuore”: la magica pietra verde con il potere di dare la vita, rubatale in passato dal semi-dio mutaforma Maui per aiutare gli uomini. 

Sono solo un ricordo l’epica lotta tra cielo e terra contro il gigante di lava, quanto le imbarazzanti e poco epiche scaramucce con i minuscoli pirati Kakamora, corazzati con buffe noci di cocco e armati di dardi anestetici. 

L’enorme e un tempo temibile granchio Tamatoa è ancora fuori combattimento, con il guscio ribaltato, come forse sono sempre più lontani dal “Reef” (la barriera corallina) molti altri colossi marini, dopo che l’equilibrio tra il mare e le isole si è ripristinato.

Solcando onde più benevoli, Vaiana può ora andare in esplorazione delle nuove isole nei dintorni di Motunui, finalmente con la benedizione del padre Tui Waialiki (in originale Temuera Morrison).

Ad accompagnarla ci sono ancora il “pollo porta fortuna” Heihei, il porcellino Pua e la misteriosa e gentile “forza dell’oceano” (simile agli alieni del film Abyss di James Cameron). Insieme solcano i mari con la piccola vela di legno delle avventure a fianco di Maui. Attraccano sulla spiaggia e cercano il promontorio più alto, da scalare. Giunti in cima suonano una conchiglia con forza, come un richiamo.

Purtroppo per ora nessuno risponde, le isole dell’arcipelago appaiono tutte lussureggianti quanto disabitate. Ma ecco apparire per caso, tra erba e fango, i cocci di un vaso rotto, decorarti in superficie con uno strano disegno: due montagne gemelle, sormontate in alto da una costellazione, in basso un piccolo gruppo di omini stilizzati. Forse la prima traccia reale che può condurre verso nuovi popoli.

Vaiana ritorna a casa per comunicare la scoperta, preparandosi a seguire gli indizi forniti da quel manufatto come in passato seguì una costellazione a forma di amo da pesca, per ritrovare il leggendario Maui. Solo che ora sull’isola le leggende locali raccontano anche delle imprese di Vaiana: molti giovani si preparano a esplorare come lei il mare, ci sono ragazze con il suo look e tra i maschietti va fortissimo il taglio di capelli selvaggio e riccioluto di Maui.

Il capo villaggio vuole che la figlia attraverso un rituale venga insignita ufficialmente del titolo di “navigatrice”, per saldare il suo legame con gli antichi esploratori dei mari del passato. Durante l’evento un fulmine cade dal cielo su Vaiana, che perde i sensi. In un sogno mistico le viene rivelato dagli spiriti che l’isola che sta cercando si chiama Motufetu e si trova al centro di una grande maledizione, voluta dal dio Nalo per tenere i popoli del mondo deboli e divisi.

Spetta a Vaiana sciogliere il malefico e ripristinare una importante rotta maggiore e per aiutarla gli antichi fanno apparire una cometa in cielo a indicarle il tragitto.

Il viaggio potrebbe essere però molto lungo, con la piccola sorellina di Vaiana, Simea, che già è rattristata all’idea di separarsi da lei per oltre tre giorni. Sarà necessaria una nave più grande e un equipaggio più ampio. La giovane e vulcanica ingegnere navale Loto è specializzata nel trovare soluzioni veloci e può essere fondamentale nei momenti di navigazione più difficili. Il timido e imbranato cartografo Moni, il più grande fan di Maui, può tracciare una mappa del viaggio e conosce tutte le storie e leggende riportate nei documenti archiviati su Motunui. Il vecchio e scorbutico agricoltore Kele può far sopravvivere tutti per mesi, con la frutta e verdura che riesce a curare nel piccolo orto costruito nella stiva.

Certo nessuno di loro è ancora un lupo di mare e Vaiana dovrà prodigarsi per supportare e motivare tutti nell’affrontare al meglio l’impresa, ma l’entusiasmo generale non manca, al netto di qualche momento di smarrimento, mal di mare e “vele mobili” stile wind-surf forse troppo pioneristiche da padroneggiare.

Manca invece di sicuro il potente Maui, che, come solito, si sarà fatto imprigionare dopo uno scontro sfortunato contro qualche creatura mitologica e ora cerca invano di fuggire da qualche caverna o dal covo di una strega dei mari. A questo giro la sua carceriera misteriosa si chiama Matangi (in italiano canta con la voce di Giorgia) e ha il potere di guidare torme di pipistrelli.

Riusciranno Vaiana e il suo gruppo a trovare l’isola misteriosa e sciogliere la maledizione di Nalo? 



Oceania 2 è diretto dall’artista degli storyboard David Derrick Jr. (Zootropolis, Encanto), dall’animatore e scenografo Disney Jason Hand (Lilo e Stitch 2, Trilli, Big Hero 6) e dalla sceneggiatrice di serie tv Dana Ledoux Miller (Narcos, The Newsroom, Thai Cave rescue), tutti al loro debutto in regia. La sceneggiatura è ancora opera di Jared Bush, autore anche di Zootropolis, Raya, Encanto e dell’imminente live action di Oceania, accompagnato qui da Dana Ledoux Miller. Le musiche sono di Marc Mancina, vincitore del Tony Award per The Lion King nel 2019, accompagnato dal compositore samoano Opetaia Foa’i. Oceana 2 è il primo film a essere realizzato nei Walt Disney Animation Studios di Vancouver, struttura supervisionata dai veterani Mark Henn ed Eric Goldberg, entrambi grandi protagonisti delle principali opere del “rinascimento Disney” iniziato con La Sirenetta.

Il primo Oceania diretto dagli autori de La principessa e il ranocchio, John Musker e Ron Clemens, scritto da Jared Bush e accompagnato dalle bellissime musiche di Lin-Manuel Miranda, ci raccontava la storia di una inedita “principessa Disney esploratrice”: navigatrice di un mondo che nessuno voleva più esplorare. Un mondo ritenuto “troppo pericoloso”, al punto da preferirvi una “decrescita felice” su di un’isola in cui le risorse ormai scarseggiano, dritta verso l’estinzione. Vaiana era un’eroina in un mondo che non amava più gli eroi e per questo, per “imparare il mestiere”, iniziava la cerca del semidio dimenticato Maui. Un eroe del passato, un po’ Ercole e un po’ Prometeo, grandioso quanto ricco di amabili umanissimi difetti, in grado di supportarla in una difficile impresa che alla fine lei riuscirà a portare a termine quasi del tutto da sola. Armata del suo solo coraggio, della “fiducia” nei confronti di un mare “vivo” e in grado di “dialogare con lei” e guidata dallo spirito combattivo della nonna.

Vaiana prendeva il largo verso l’età adulta e verso il mondo: imparando da Maui a navigare per mare, ristabilendo un rapporto di fiducia tra uomo e natura (simboleggiato dal personaggio di Te Fiti), dimostrando al suo villaggio che non era più un’impresa impossibile uscire dal proprio guscio e che il “villaggio stesso” da allora poteva diventare “globale”.

Nuovi esploratori dopo di lei sarebbero potuti arrivare su strane, nuove isole, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun abitante di Motunui era mai giunto prima.

Oceania 2 parla proprio della possibilità che nuovi esploratori, tutti insieme, riescano con le tecniche nautiche e la tecnologia navale a creare una grande rotta maggiore “alla One Piece”, sulla quale tutti i popoli potrebbero infine incontrarsi. Del resto già solcavano impavidamente i mari nel primo film i Kakamora, come buffi “antenati” di Jack Sparrow, ma ora la sfida consiste nell’affrontare e superare uno dei massimi ostacoli reali che si pongono davanti a ogni marinaio esperto: la grande tempesta. Una tempesta perfetta degna dell’omonimo film del 2000 di Wolfgang Peterson con George Clooney, una tempesta “coprotagonista” della epica serie tv DMAX sui pescatori di tonno.

Ci sono dietro le quinte ancora gli dei e i loro giochi di potere, ma Oceania 2 ci parla di più di “team building”, “gioco di squadra”, “bilanci di piani quinquennali”.

Oceania 2 vede una Vaiana cresciuta, con il “Know How” adatto a mettersi al comando di una nave più grande, con un proprio equipaggio da spronare e di cui fidarsi che non sia più composto solo da pupazzi buffi, in partenza per un lungo viaggio sullo stile davvero della ormai classica “missione quinquennale” alla Star Trek.

La narrazione si fa ancora più di ampio respiro, aumentano i personaggi sulla scena e le dinamiche di squadra, i mostri marini si fanno sempre più grandi, nemici potenti prima nascosti nell’oscurità iniziano a far sentire la loro presenza e il loro bisogno di “controllo” sul mondo.

Vaiana guida la sua piccola ciurma seguendo la cometa e gli altri astri nel cielo come i vecchi marinai, ma deve ancora imparare un concetto importante per chi decide di solcare il mare: la bellezza di saper vivere senza stelle e senza bussole le incertezze della navigazione. Accettare la possibilità di “perdersi” senza timore e timone, riuscire a “reinventarsi” a volte anche solo assecondando le correnti, scoprendo così anche rotte migliori per continuare il proprio viaggio.

 


Tanti temi che il film decide di trattare con il massimo ordine e chiarezza, prendendosi tutto il tempo necessario e senza correre, delegandola soluzione di molti misteri alle future avventure di Vaiana pur di non fare torto a quella che sta progressivamente diventando una saga fantasy di ampio respiro.

Bellissime le animazioni, che confermano ancora una volta il grandissimo talento degli artisti Disney. Ben realizzate le musiche, sulle quali spicca il magnifico brano cantato da Giorgia, anche se forse il lavoro di Miranda era più frizzante. Lodevole le interpretazioni dei doppiatori e cantanti originali come di quelli italiani.

Tornano al cinema gli amatissimi Vaiana e Maui, in una pellicola inizialmente pensata per dare il via a una serie animata su Disney plus, poi diventata a tutti gli effetti il secondo capitolo di quella che può apparire realisticamente almeno come una trilogia. Contemporaneamente si trova in post-produzione anche un film in live action su Oceania, diretto da Thomas Kail, con protagonisti Dwayne Johnson e Catherine Laga’aia, che ci dimostra quanto Disney stia scommettendo sui personaggi creati da Jared Bush.

Il mondo di Vaiana diventa con il tempo sempre più grande, colorato e descritto con amore anche nei minimi dettagli.

Al cinema lo spettacolo è garantito da un’immagine sempre cristallina e da un sonoro avvolgente. Un ritmo narrativo che non presenta momenti di stanchezza e personaggi con i quali voler stare insieme più tempo possibile.

Una bella storia pensata per spronare i giovani a staccarsi un po’dalla propria “personale isola di Motunui”, incuriosirli su nuove culture e stili di vita, fino a fargli sognare di solcare con fiducia verso l’infinito e oltre. 

Talk0

sabato 19 ottobre 2024

Il robot selvaggio: la nostra recensione del bellissimo film d’animazione Dreamworks, diretto da Chris Sanders, basato sull’omonimo libro illustrato di Peter Brown

Sinossi: 

Futuro prossimo venturo. L’Unità robotica ROZZUM 7134, per gli amici “Roz” (doppiato da Esther Elisha, in originale Lupita Nyong’O), fiore all’occhiello della Universal Dynamics nel supporto ai “consumatori umani”, a seguito di un tifone finisce, ancora imballata, su un’isola sperduta e popolata solo da animali.

Il robot, nello specifico dalla voce e dai modi “una robottina”, ha una corporatura solida e compatta, arti super-articolati che la rendono particolarmente versatile in ogni tipo di lavoro, un'intelligenza adattativa che le permette di apprendere dal contesto in cui si trova. 

Nonostante tutto, dai primi minuti Roz non fa che incassare calci e umiliazioni da parte di una fauna locale che “non capisce cos’è”, non accettando i mille amorevoli servizi di “customer care” che lei cerca costantemente di offrire. 

Non serve una “corsa assistita” per un cervo che sa già correre. Non serve abbassare un ramo per agevolare animaletti piccoli nella raccolta del cibo, se poi maldestramente togli la presa, finendo per lanciarli in aria come con una fionda. Non serve chiedere a un enorme orso se ha bisogno di “qualsiasi cosa” in generale. Guai a spostare i tronchi che il nevrotico castoro dispone nel fiume già con una logica specifica tutta sua, che i comuni robot non possono neanche immaginare!

Roz è su quell’isola decisamente poco utile e spesso finisce in situazioni tragiche. Inoltre la natura selvaggia del luogo sembra poco propensa ad adattarsi al programma adattativo preposto dalla Universal Dynamics, a partire dalle voci: “mobilità e risparmio energetico”. 

Il suolo è sempre impervio o carico di fossati, rocce aguzze o appigli cedevoli che espongono a brutti ruzzoloni, cadute alla Willie Coyote o peggio. Il clima è ricco di sbalzi bruschi, con pioggia e fulmini che costantemente mettono la robottina a rischio black-out. 

Serve un approccio decisamente diverso alla connettività del luogo. Così Roz decide di andare per un bel po’ di tempo in stand-by (ai tempi del Commodore Amiga avremmo detto in “guru meditation”). Si ferma, analizza tutto da capo e a lungo: prima di fare un passo impara da zero territorio, clima e linguaggio di “tutti” gli animali presenti in loco. 

Passa molto tempo, ma ora  sì che può supportare bene i consumatori del posto conoscendoli nei loro reali bisogni: di fatto limitandosi a lasciarli un po’ in pace, come vogliono loro. 

Incontra così l’esaurita mamma opossum Coda Rosa (Nadia Perciabosco, in originale Chaterine O’Hara), che vaga ricoperta costantemente da cuccioli casinisti di cui non riesce a liberarsi. Un po’ per amore materno, un po’ per spirito di autodistruzione, non riesce a volersene liberare. 

Incontra la manipolativa ma in fondo simpatica volpe Fink (Alessandro Roja, in originale Pedro Pascal), che dopo aver cercato più volte di eludere la “programmazione” di Roz inizia a non farlo più. Avere a che fare con lo stressatissimo castorino Sguazza è invece troppo complicato: limitarsi a non toccare i suoi tronchi. Come è fallimentare cercare di trovare i giusti argomenti di intesa con il belligerante orso Spina  (Francesco Prando, in originale Mark Hamill)

Proprio a seguito di un fraintendimento culturale con l’orso, Roz a seguito di una caduta nel vuoto, disordinata quanto spettacolare, si imbatte in un uovo: la prima creatura che riesce attivamente a supportare senza che questa si lamenti. 

La robottina come da manuale cerca di offrire all'uovo calore al micro-onde, ma senza esagerare. Lo difende dai predatori grazie a un vano metallico della sua armatura e portandolo sempre con sé in attesa che l’uovo si schiuda e da “pasto veloce” si trasformi in “pulcino”. 

Poi l’uovo si schiude. È un pulcino d’oca e vendendo Roz la scambia per la sua mamma, iniziando a seguirla ovunque. Per la regola naturale dell’imprinting, Roz dovrà quindi assumersi un grosso impegno di “consumer care”. 

Lei però ci sta: lo chiama Beccolustro.  

Roz si impegna per far crescere al meglio Beccolustro, anche dopo essersi consultata con gli  altri animali su cosa dovrebbe di preciso fare un robot per soddisfare i bisogni di un’oca. Si conviene che Beccolustro debba diventare più grande per sfuggire ai predatori. Deve poter migrare con le altre oche che ora sono tutte già altrove. Deve prima di tutto imparare a volare. 

Toccherà a Roz e agli altri animali crescerlo e insegnargli a volare. Se è vero, come dice un celebre proverbio africano, che “per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, Roz costruirà sull’isola intorno a Beccolustro una piccola comunità di animali. 

Riuscirà Beccolustro a volare? Che fine hanno fatto gli uomini che costruiscono i robot in questo strano mondo futuristico ? Saprà una macchina scoprirsi “mamma”?


Portare su schermo un classico dell’infanzia: 

Il Robot Selvaggio è una fiaba ricca di ironia, azione e sentimento, che riesce a parlare a tutte le età di ecologia, inclusività e intelligenza artificiale. 

Nel raccontarci la natura ha lo stesso sapore romantico e malinconico de La gabbianella e il gatto di Sepulveda. Nei meccanismi di Roz, come nei paesaggi  lussureggianti, si possono trovare richiami all’estetica di produzioni Ghibli come Laputa e TotoroNel descrivere l’incontro tra reale e artificiale, un tema che oggi “scalda” particolarmente in relazione al dibattito sulle nuove intelligenze artificiali, lo scrittore dimostra lo stesso tatto e spirito gentile di opere come Il Gigante di Ferro di Bird. 

Il robot selvaggio è quindi una storia piena di sfumature, che dal 2016, l’anno della sua prima pubblicazione, affascina lettori di ogni età che, di fatto, a ogni lettura riescono a cogliere al suo interno sempre nuove sfumature e suggestioni. È quindi un libro prezioso, consigliatissimo anche come regalo per il prossimo Natale. 


Animare Il robot selvaggio: 

Adattare il libro illustrato di Brown era quindi una sfida stimolante, che i “rinati” Dreamworks Studios  hanno deciso di affrontare cercando di incantarci fin dal primo “sguardo”. 

Da Il gatto con gli stivali 2 lo Studio ha deciso di caratterizzare le sue produzioni attraverso una scelta di stile molto originale, che ha coinvolto anche il film Troppo Cattivi. I suoi film avrebbero miscelato le più dinamiche animazioni in computer grafica a delle “tempere digitali” quasi acquarello, in grado di ricoprire la scena conferendo alle opere una sensazione visiva quasi “pittorica”. 

Una “matita digitale” davvero moderna e versatile, fresca quanto capace di farsi  vicinissima anche all’estetica dei libri per bambini, proprio come quella usata in The  Wild Robot di Peter Brown. 

Per far sì che anche la narrativa di Brown fosse riprodotta nei modi migliori, per la  regia hanno scelto il veterano  Chris Sanders, che si è fatto amare per Lilo e Stitch, Dragon Trainer ma anche per il recente Il richiamo della foresta con Harrison Ford. Un autore in grado di farci tuffare in avventure mozzafiato ambientate in rigogliosi paesaggi naturalistici, quanto capace di conferire a ogni personaggio una sorprendente “dolcezza espressiva”, capace di farci guardare con luce tenera anche mostri spaziali e draghi millenari.

Per il cast vocale si sono scelti nomi illustri e provenienti da Star Wars come Lupita Nyong’O, Pedro Pascal, Mark Hamill, ma abbiamo anche Bill Nighy, Ving Rhames. 

Per la colonna sonora si è scelto di fare affidamento sul bravo Kris Bowers, artista poliedrico autore della colonna sonora di Bridgerton ma che ha lavorato anche con Jay-Z, Alicia Keys e Kanye West.


In sala: 

Fin dal primo minuto Il robot selvaggio porta lo spettatore all’interno di un affascinante viaggio sensoriale. Insieme alla robottina Roz veniamo lanciati su un’isola sperduta carica di pericoli e misteri, dove imparare a comunicare è prioritario anche per imparare a sopravvivere. 

Poi il ritmo cambia, la storia si riempie di divertimento e azione caricaturale come nei cartoni slapstick dei Looney Tunes, mentre la trama lentamente evolve, iniziando a parlarci di temi sempre più sottili e stimolanti. 

I bambini in sala, forse perché già abituati alla tecnologia, capiscono sempre al volo cosa la robottina Roz cerca di fare, ridendo “quasi con senso critico” delle situazioni  surreali in cui si immerge per problemi legati alla sua “programmazione”. 

I piccoli spettatori riescono anche ad avvertire con chiarezza le difficoltà comunicative di Roz con il resto degli animali e forse, guardando ai mille tentennamenti e slanci eroici che la robottina mette in atto per cercare di far crescere al meglio Beccolustro, i bambini vengono stimolati a riflettere su quanto può essere difficile il mestiere di genitore, a prescindere dal fatto di avere o meno un corpo robotico. 

Non mancavano nel libro di Brown i momenti commoventi, quelli che fanno tirare fuori i fazzoletti. 

Come non manca mai la “fantascienza”, che piano piano trova tra le file della narrazione un posto sempre più centrale, letteralmente esplodendo nella seconda parte del racconto verso un finale davvero spettacolare, che rivoluziona quasi tutto quello che abbiamo visto fino ad allora.  

È un film tutto da “raccontare”, pieno di personaggi interessanti, eventi inaspettati e cambi di scena originali che vi lascio scoprire in sala.

Un film in grado di appassionare e stimolare anche il pubblico degli adulti: facendoli “tornare bambini” nei modi più inaspettati, coinvolgendoli anche grazie alla sottile intelligenza di cui tutta la storia è pregna.


Finale: 

Il robot selvaggio è un film meraviglioso che sarebbe un vero peccato lasciarsi scappare al cinema. Le animazioni sono bellissime e l’azione è sempre coinvolgente, la trama è ritmata e carica di sputi interessanti, le scenografie sono coloratissime e cariche di effetti visivi e sonori avvolgenti. 

I personaggi sulla scena sono molto simpatici e presto ci si affeziona a tutti loro anche grazie a un doppiaggio italiano riuscito. Le musiche sono molto belle e sempre appropriate. 

Se amate l’animazione, cercate un film bello ma anche intelligente o volete solo passare una bella serata con i più piccoli, Il robot selvaggio fa al caso vostro. 

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martedì 24 settembre 2024

Cattivissimo me 4: la nostra recensione del nuovo divertente film di animazione sui folli e divertenti personaggi creati dallo studio francese Illumination

L’ex “cattivissimo” Gru (con la voce di Max Giusti), signore incontrastato del crimine ma in fondo “omone dal cuore d’oro”, ha ormai del tutto cambiato vita. 

Sposato, padre devoto e “redento” membro di spicco della Lega Anti-Cattivi, torna ancora una volta a fare i conti con il suo tormentato passato di genio del male. Questa volta la minaccia proviene da Maxime Le Mal (voce di Stefano Accorsi) un arci-arci-super nemesi dei tempi della sua frequentazione della scuola per cattivi per antonomasia, il Liceo Pas Bon. L’odio risale a quando un giovanissimo e ancora capelluto Gru, in modo abbastanza “cattivissimo” e vigliacco, aveva rubato a Maxime l’idea per la performance canora nella gara di talent delle medie, impedendogli di fare il suo show. 

Oggi Maxime, nel tempo specializzatosi nella guida di legioni di insetti senzienti, nella costruzione e controllo di robot giganti a forma di scarafaggio e nella propria auto-trasformazione in uomo-insetto, è prontissimo per farla pagare a Gru e, se avanza tempo, conquistare il mondo intero. La situazione è così seria che il capo della Lega Anti-Cattivi decide di assegnare a Gru e famiglia una casa protetta, cambiargli nome, occupazione e città come si fa per i super testimoni. 

Sarà la Lega a occuparsi di Maxime, usufruendo anche delle nuovi tecnologie che permettono ad alcuni dei buffi minions/subordinati di Gru (i suoi misteriosi e buffi aiutanti gialli a “forma di ovetto kinder”,con pantaloncini da operaio e occhialoni da aviatore) di trasformarsi in veri e propri supereroi: “i mega-minion”.  

Bisognerà giusto aspettare, magari fare amicizia con i nuovi vicini, riposarsi e considerare questo strano momento come una specie di vacanza di famiglia. 

Gru dopo tante avventure ne ha poi decisamente bisogno: da poco è anche diventato papà del piccolo Gru Jr, la sua sputata copia esatta in miniatura, caratteraccio ombroso compreso, con cui ha un rapporto un po’ conflittuale per via dell’amore comune per “mamma Lucy” (voce di Carolina Benvenga). Per aiutarlo con il piccolo, lo hanno seguito nella nuova casa tre minion professionisti, che si occupano della cura del bebè con velocità e solerzia, come tre meccanici specializzati nel cambio gomme in formula 1. 

Lucy ha finalmente tutto il tempo necessario per fare la mamma e “donna comune” a tempo pieno: dismettendo il ruolo di supereroina e scoprendo la sua poca dimestichezza nel ruolo di parrucchiera. Per le piccole Margo, Edith e Agnes è invece l’occasione per trovare qualche nuovo amico, anche se per la tenera Agnes questa storia della nuova casa, dei nomi nuovi da usare, della mancanza in zona di unicorni e di tutto il resto delle cose sotto copertura, non piace per nulla. 

Non tutto procede come programmato. 

La nuova piccola vicina di casa, super fan dei Cattivi e aspirante nuova cattiva, riconosce subito Gru e lo coinvolge nello strampalato e complesso rapimento dell’animaletto/mascotte della scuola per cattivi Pas Bon. Maxime è sulle sue tracce armato di robot-insetti giganti sempre più grossi. 

I Mega-Minion si rivelano supereroi decisamente poco super è abbastanza casinari. Ma soprattutto sono le public relations con il vicinato a essere un vero incubo.

Ce la faranno Gru e la sua famiglia a sopravvivere anche a questa nuova sfida? 


Per la gioia di grandi e piccini tornano al cinema Gru e i suoi Minions, in una pellicola leggera e divertente che conferma, ancora per una volta, come la fortunatissima e vincente formula originale riesca ancora a reggere senza problemi a distanza di molti anni. 

Merito di un protagonista amabilmente unico, torvo quanto tenero, uomo di azione inarrestabile e al contempo “uomo della strada” maldestro e impacciassimo, interpretato con molta personalità dal nostro Max Giusti e in originale da Steve Carrell. 

Merito di trame “familiari” e cariche di humor ma pur sempre piene di giocattoli da spy-movie, veicoli steampunk, raggi mutanti, trasformazioni mostruose assortite, palazzi che crollano come nei Kaiju Movie. 

Merito di personaggi di supporto che sono ben più di riempitivi sulla scenografia:  le tre piccole ragazzine, il dottor Nefario, Lucy, Dru e i minions sono tutti dotati di grande personalità e simpatia. 

Merito di uno studio indipendente francese, Illumination, che proprio da quel 2010, anno in cui è uscito il primo Cattivissimo Me, ha saputo crescere e imporsi sulla scena dell’animazione con grandissima originalità e stile, tra i vari film legati alle avventure di Gru e ai minions, le storie di Pets, Sing, Prendi il volo, Lorax, il Grinch e di recente Super Mario Bros

Eccoci quindi al 2024 e al capitolo 4 di Cattivissimo me, con Illumination che a gonfie vele crea un corto per le Olimpiadi di Parigi e già pianifica un Supermario Bros 2 e Minions 3 da qui al 2027. Del resto la compagnia sembra essere in grado di auto-alimentarsi economicamente con i soli diritti dei gadget legati ai Minions: dai pupazzi ai vestiti, caramelle, accappatoi, bagnoschiuma, carta da parati, quaderni, videogame, figurine, spazzolini, creme depilatorie…

Alla regia Chris Renaud (Cattivissimo me 2) e il debuttante Patrick Delage. Alla produzione, il patrono di Illumination Chris Meledandri e Brett Hoffman. La trama, che funziona meglio di quella del terzo capitolo, è opera di Mike White (autore di Prendi il volo ma anche dei film di Jack Black School of Rock e Super Nacho) e dello sceneggiatore Illumination di lungo corso Ken Daurio. 

Siamo sicuri (e contenti) del fatto che non ci “libereremo” di Gru e soci per molti anni, ma Cattivissimo me 4 sa essere un’opera dal sapore molto auto-celebrativo, nella quale per la gioia dei fans fanno capolino, anche solo per pochi istanti, un po’ tutti i personaggi di tutti i film e spin-off.

Simpatici i nuovi personaggi, tra cui si segnala la buona prova di Stefano Accorsi, anche se a rubare la scena su tutto e tutti sono come sempre i Minions, qui intenti in una allucinata sottotrama demenziale che mette alla berlina il “mondo dei supereroi”.

Non mancano neanche per un istante l’umorismo, i buoni sentimenti e l’azione a fiumi a cui il brand ci hanno da sempre abituato: confermando ancora una volta che se siete in cerca di un film di animazione per tutte le età, leggerissimo e spensierato, demenziale quanto romantico, stralunato quanto sarcastico con cui trascorrere una serata al cinema, Illuminations sa il fatto suo.

Cattivissimo me 4 ci è piaciuto, anche più del precedente capitolo. 

È ancora in sala e io un giro lo farei. 

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venerdì 30 agosto 2024

La bicicletta di Bartali: la nostra recensione del film di animazione di Enrico Paolantonio, nato da un’idea di Israel Cesare Moscati, su come lo sport sia “l’arma migliore” per superare le differenze culturali, porre fine alle guerre e cambiare la storia

Secondo il libro del Talmud: Chi salva una vita, salva il mondo intero. 

Se è possibile cambiare la vita di qualcuno anche con piccolo gesti, a volte può essere facile diventare eroi. 

Certo, serve la volontà di impegnarsi in imprese che possono essere pericolose. Serve essere consapevoli che non si avranno medaglie, se non dopo molti anni. Occorre avere come unico fine l’aiutare gli altri a cambiare in positivo il mondo e nel rispetto di tutti. È complicato. 

Ma con la loro volontà e le loro azioni, grandi o piccole, anche gli eroi più osteggiati e isolati possono dare inizio a piccole e grandi rivoluzioni, diventare “esempio”.  Se è vero che “le persone non sono cattive per indole”, ma semplicemente quando hanno paura tendono a chiudersi in se stesse, un esempio di coraggio può “risvegliare le coscienze”.

Gino Bartali (con la voce di Tullio Solenghi), uno dei più grandi e riconosciuti “eroi dello sport, non è stato “solo” uno dei più straordinari ciclisti di sempre, ma anche, in assoluto segreto, un “eroe della Storia”: un uomo che con il suo coraggio ha salvato la vita a centinaia di ebrei. Lo ha fatto con lo stesso impegno con cui si sfidava con Coppi. Lo ha fatto con la sua bici a tre rapporti, facendo più volte la staffetta da Firenze ad Assisi, superando i posti di blocco con la più semplice delle motivazioni: “mi sto allenando per le mie gare, sono Gino Bartali, mi conoscete tutti”. 

Lo fermavano comunque, lo perquisivano, non gli trovavano nulla e non riuscivano a capire cosa stesse facendo di sospetto; anche se in effetti “era sospetto”. Ci doveva essere un trucco, che ben nascosto di fatto c’era. 

Era all’interno della bici che Gino trasportava dei documenti da falsificare, per permettere alle famiglie ebree di uscire dall’Italia e salvarsi presentando carte di identità con nomi diversi. I documenti erano arrotolati nella canna del veicolo, simili a piccoli salami, legati insieme a un sistema di ganci a uncino ideato da Alberto (Richard Benitez), un piccolo meccanico delle bici. Un trucco piccolo, semplice quanto efficace. Quasi invisibile, ma che senza il coraggio di Bartali di fare avanti e indietro, rischiando che lo scoprissero, non avrebbe funzionato.

La guerra era finita, la bici fu regalata dal campione al piccolo meccanico, che anni dopo è diventato “nonno Alberto” (Augusto di Bono) e oggi vive in Medio Oriente, a Gerusalemme, non troppo distante dalla striscia di Gaza. 

La tre rapporti di Bartali rispetto alle biciclette moderne è con il tempo diventata uno strumento estremamente “pesante”, non adatto a competere. Ma rimane ancora fieramente appesa sulla rastrelliera più bella di Alberto, come un cimelio inestimabile, lucidata e riverita ogni giorno, al centro del suo negozio di bici a gestione familiare. Un negozio che ora sta per “sfornare” un nuovo piccolo campione delle due ruote: il suo giovane nipote biondo David (voce di Sebastiano Tamburrini). 

David, membro di spicco della squadra israeliano palestinese, è impegnato anima e corpo nel torneo Juniores. È quasi ossessionato dal riuscire a migliorarsi in un tortuoso quanto complesso percorso di montagna, al punto da svegliarsi sempre all’alba per inforcare la bici e affrontarlo. 

Il ragazzo è teso per la necessità di stare concentrato sul percorso per tutto il giorno, mangia poco e rincasa tardi. Si addormenta in pochi secondi, senza nemmeno avere la forza di ascoltare le bellissime storie della piccola sorellina Sarah (Bianca Donati). Per Sarah, David è già a tutti gli effetti un eroe: con carta e pastelli ama ritrarlo mentre in bici combatte contro la strada di montagna, che si trasforma progressivamente in un terribile serpente. Come un supereroe, David riesce sempre a sconfiggerlo. 

Un giorno, nella sua lotta mattutina contro il grande serpente, David incontra Ibrahim (Jacopo Cioni): un ciclista come lui, dai capelli scuri, che corre per la squadra araba. Ibrahim è veloce e forte quanto David, al punto che i loro scontri quotidiani, tesi quanto carichi di sforzo agonistico, aiutano entrambi a diventare ciclisti più competitivi e resistenti.

Sono “rivali”, ma le rispettive squadre e famiglie li vorrebbero “nemici”. Figli di culture che non dovrebbero nemmeno comunicare tra loro. Non viene accettato di buon grado soprattutto il fatto che i due inizino ad avere un forte rispetto e stima reciproca, quasi un'amicizia. Piuttosto che fargli fare “comunella”, la squadra di Ibrahim gli toglie la bici. La squadra di David, parallelamente, lo butta fuori dalla rosa impedendogli di concorrere. 

Allora David e Ibrahim, il cui impegno ha contagiato entrambe le famiglie, decidono di correre insieme. Come terzo necessario componente della squadra Ibrahim riesce a ottenere che suo cugino, che vive nella striscia di Gaza, possa avere un permesso speciale per correre con loro, solo quel giorno. 

La situazione si fa ancora più difficile. 

La montagna-serpente sulla quale ogni giorno i due si allenano viene coperta di cocci e ostacoli per farli cadere dai rispettivi ex compagni. Arriva la gara e con lei i sassi, scagliati su di loro dal pubblico. Una bici della squadra si rompe, tutto appare finito.

Ma nonno Alberto ha con sè una bici tre rapporti che anni prima aveva cambiato la sua vita è quella di molte famiglie. La bicicletta di Bartali torna così a fare la Storia.


La bicicletta di Bartali è un film di animazione che nasce da un’idea del regista Israel Cesare Moscati, purtroppo scomparso nel 2019. Moscati era un esperto documentarista, che aveva dedicato gran parte della sua vita alle storie dall’Estremo Oriente e sopratutto del periodo della Shoah: alla ricerca di racconti di vita vissuta “di frontiera”, ma anche di possibili vie d’uscita da una realtà, quella del conflitto israeliano-palestinese, che negli anni è diventata sempre più complessa quanto tragica. 

Come ne I Bambini di Gaza, il romanzo di Nicoletta Bortolotti da cui è stato tratto di recente l’ottimo film di Loris Lai, anche per La Bicicletta di Bartali il futuro della martoriata terra di confine passa attraverso lo sguardo di nuove generazioni, a cui viene permesso di guardare il mondo come bambini, anziché come piccoli soldati. Ne I bambini di Gaza un ragazzino arabo e uno israeliano si incontrano, scoprono l’amore comune per il mare e il surf, diventavano sulla stessa spiaggia, entrambi, allievi di un surfista americano. Ne La bicicletta di Bartali è ancora lo sport a unire le due culture: attraverso un linguaggio più semplice e più umano, impastato di “fatica”, sudore e rispetto reciproco. 

Un linguaggio che porta i due a guardare il mondo circostante con uno sguardo diverso: un unico circuito di gara sul quale correre insieme con la bici, in cui i confini geopolitici non hanno più lo stesso peso e dove anche i muri, compreso il terribile e sovrastante muro che divide Gerusalemme dalla Striscia di Gaza, non sono altro che un provvisorio brutto paesaggio costruito dall’uomo. Confini che possono dissolversi e essere “sconfitti” come la montagna-serpente, (seppur qui ancora e solo con la fantasia, una “dirompente fantasia”) se ad affrontarla sono due piccoli eroi che si tendono la mano e non credono più nella necessità di quei muri. 

Due eroi armati di una bici-Excalibur, la cui storia/leggenda diventa sempre più grande e coinvolgente: laddove questo “oggetto magico”, con la sua livrea ben conservata, ci racconta che le guerre, anche le più terribili, possono finire.   


Sulla base del bellissimo soggetto (e prima bozza di sceneggiatura) di Moscati, Rai Kids raduna alcuni dei suoi attuali nomi di spicco nell’animazione. Il regista Enrico Paolantonio, il chara design Corrado Mastantuono, lo sceneggiatore Marco Beretta, il background design Andrea Pucci li abbiamo infatti già conosciti e apprezzati come  autori della serie tv dedicata al fumetto Bonelli Dragonero

La realizzazione delle animazioni, che mescolano lo stile classico a quello tridimensionale, adatte a rappresentare bene le gare di bici quanto momenti onirici decisamente riusciti, sono opera in partnership dell’italiana Lynx Multimedia Factory, del gruppo indiano Toonz e dello studio irlandese Telegael.

Le musiche, evocative nella loro scelta di mixare elettrico e sinfonico, sono opera di Marcello De Toffolo. La bella canzone dei titoli di coda è firmata da Noa e Gil Dor. 

Davvero molto convincente tutto il cast vocale. 

Semplice ma incisiva la storia, nel suo raccontarsi in modo chiaro e non stereotipato, pur considerando che il pubblico di riferimento sono i bambini più piccoli. Gradevoli e chiare le animazioni, molto brillanti e carichi di colore i disegni. 

La Bicicletta di Bartali è un film per ragazzi interessante e realizzato con molto cuore, che ha esordito da poco al Giffoni Film Festival e a cui auguriamo ancora un lungo periodo nelle sale, soprattutto in ottica didattica. 

È una pellicola intelligente, semplice ma incisiva, carica di spunti sulla attualità ma in grado di far leva anche sulla fantasia e su una non banale rappresentazione dello sport agonistico. Un film particolarmente adatto a essere visto dai bambini delle elementari come dai ragazzi delle medie, che a settembre ripartiranno con il loro ciclo di studi, mentre i ragazzi che vivono in Medio Oriente purtroppo si trovano ancora in una realtà da incubo, che nemmeno anni fa Moscati avrebbe mai voluto vedere. Una realtà dura quanto tragica che la scuola ha però il dovere di raccontare e studiare, anche con strumenti narrativi ideali come questa pellicola. 

La bicicletta di Bartali è un film che guarda con rispetto al passato e racconta con ottimismo e speranza. 

È uno di quei film di cui in questi tempi abbiamo maggiormente bisogno per immaginare il futuro. 

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venerdì 29 marzo 2024

Kung fu panda 4: la nostra recensione del film sulle nuove avventure del eroico e pasticcione panda di Dreamworks, diretto da Mike Mitchell e Stephanie Ma Stin

C’era una volta il panda Po (in originale con la voce di Jack Black e in italiano con quella di Fabio Volo), un ragazzotto un po’ nerd e pasticcione che serviva ravioli al vapore nella locanda del padre papero, mr. Ping (James Hong), sognando “senza particolare sforzo” di diventare il più straordinario maestro di Kung Fu di sempre. 

Un panda per natura cicciotto, senza zanne o artigli o agilità di alcun tipo, non era mai diventato nella storia un maestro di arti marziali, ma come amava dire (più o meno) il saggio Oogway “quello che può accadere oggi, rispetto che in passato, è sempre un regalo, una sorpresa: per questo lo chiamiamo “presente”. 

Cosi un giorno, del tutto inaspettatamente, Po divenne un grande eroe. Ci vollero molti allenamenti con i mitici super guerrieri conosciuti come “i Cinque Cicloni”. 

Furono necessari duelli incredibili contro avversari temibili come la tigre Tai Lung (Ian McShare), il pavone Lord Shen (Gary Oldman) e il toro generale Kai (J.K.Simmons). Po dovette scoprire il suo “potere interiore” grazie a maestri saggi come il piccolo panda rosso Shifu (voce Dustin Hoffman) e la tartaruga di mare Oogway (in originale Randall Duk Kim). 

Ma piano piano, tra un inciampo e una sconfitta bruciante, la mente di Po, al pari del suo corpo rotondetto, si plasmarono benissimo con la disciplina e la filosofia orientale. Riuscì a diventare il leggendario guerriero dragone, imparò ad accettare i suoi difetti insieme ai suoi pregi, intraprese un viaggio per trovare la sua “origine” (perché i panda non discendono dalle papere, seppur amorevoli) e il proprio posto nel mondo. Le sue gesta eroiche iniziarono a girare per tutto il regno, diventando canzoni e leggende. 

Per Po, che prima del suo “viaggio dell’eroe” riteneva che la cosa più faticosa al mondo fosse “salire le scale”, era diventata routine affrontare a pugni, per ore, eserciti di coccodrilli o mantidi volanti. Pirati pellicani come cinghiali tagliagole provenienti delle più infide bische di periferia. 

Volando con il suo mantello dorato e colpendo con la sua super forza. Trovando sempre il tempo di presenziare all’apertura di centri commerciali e soprattutto ristoranti in franchise. 

Fama, gola  e gloria. 

Solo che tutto passa e in un attimo è giunto anche per Po il tempo di compiere la tappa successiva del suo viaggio “spirituale”. Non più essere guerriero dragone per sempre, deve dedicarsi anche lui all’insegnamento (cosa per altro già rimandata) e soprattutto è arrivato il momento di diventare il successore di Maestro Oogwai: la nuova guida spirituale della valle della pace. In fondo è per questo che ha ora un bastone magico in pugno. 

Il primo atto di questa “nuova vita” sarà scegliere il suo successore, ma non è certo un momento facile per Po. 


Vorrebbe non appendere il mantello dorato al chiodo proprio ora che è all’apice. Preferirebbe svolazzare come un supereroe piuttosto che dedicarsi alla meditazione. E chi inaugurerà ora i ristoranti?

Come il testo della canzone portante del film ci suggerisce, una cover di un celeberrimo brano di Britney Spears interpretata da Jack Black (la voce di Po) con il suo gruppo dei Tenacious D (interpretandolo in versione adatta a un pubblico più piccolo), Po ci supplica: “Hit me baby, One more time!!!”. Ossia: “Fatemi combattere/colpire ancora una volta!!”.

Anche se il maestro Shifu conta moltissimo su un'evoluzione spirituale di Po, rapida quanto indolore, il panda sente di essere nel marasma più totale. 

Il nome del successore non riesce proprio a farlo, nonostante al tempio si siano già presentati dei candidati pazzeschi in grado di evoluzioni marziali fighissime. Temporeggia, fino a che il destino non fa incrociare Po con una volpina scaltra e agilissima di nome Zhen (in originale doppiata da Awkwafina). Una volpina che è stata inviata da un paese lontano per sottrarre notte tempo al tempio delle armi leggendarie, per conto della terribile e misteriosa super boss del crimine conosciuta come  “la Camaleonte” (Viola Davis). 

La Camaleonte sembra all’apparenza piccola e dimessa, quasi una mezza tacca, rispetto ai gorilloni e cinghiali pompati che comandano uno crimine in genere. M è potente e ambiziosa, nonché in grado di trasformarsi, sotto certe condizioni, in chiunque lei voglia, possenti draghi compresi. Sta ultimando i preparativi per un rito magico che le permetterebbe di evocare dall’aldilà, in una notte di luna rossa, i guerrieri più forti del passato. Vuole potersi impadronire del loro Kung fu “rubandolo”, assorbendolo con i suoi poteri camaleontici.  

Zhan, che è conterranea della Camaleonte e può portare Po al suo covo, viene da un mondo difficile, dove anche i coniglietti più tenerelli sono assetati di sangue. Ha imparato a vivere ai margini della strada, tra bar malfamati, truffatori e bische clandestine, senza poter mai contare sull’aiuto di nessuno e affidandosi solo sul suo istinto di sopravvivenza, “rubando quello che poteva”, come la camaleonte. 

Zhan ha un caratteraccio ma ha il “potenziale”, potrebbe essere lei il nuovo guerriero dragone se riuscirà a “imparare a esserlo”,  seguita da un maestro degno di questo ruolo. 

Come un seme di pesco non è in grado di vedere il suo “potenziale”, ossia l’albero che diventerà da adulto, Zhen per Po può essere guidata. E Po, riuscendo a elaborare da solo questo concetto (che è in fondo una parafrasi della teoria della “ghianda” dello psicologo James Hillman, padre della psicologa della corrente “archetipica”)  stava iniziando a esprimersi per metafore profonde come Oogway!!! 

Forse anche il cammino spirituale di Po, insieme all’addestramento di Zhan, poteva iniziare. 

Certo il buffo Panda che, inaspettatamente, inizia così a comportarsi con lei anche come un maestro è un'ulteriore novità, che andrà gestita di volta in volta, nei modi più buffi e assurdi possibili. Specie quando dovrà insieme a lei confrontarsi con un mondo più complicato e “cattivo” di quello che conosce. 

Riusciranno Po e Zhan, dopo un nuovo viaggio dell’eroe rocambolesco, a salvare il mondo e i segreti del Kung Fu dalla ambizione della Camaleonte? Chi sarà il guerriero dragone che inaugurerà i futuri ristoranti in franchise?

Quarto appuntamento cinematografico con il celebre e amatissimo Kung Fu Panda di Dreamworks Animation, insieme a Shrek uno dei personaggi più amati della casa fondata da Spielberg. 

La saga cinematografia in computer grafica, alla quale si sono aggiunte con il tempo serie televisive e film in animazione tradizionale, è iniziata nell’ormai lontano 2008 con la pellicola diretta dai registi Mark Osborne (regista di Spongebob il film, nel 2004, poi de Il piccolo principe nel 2015) e John Stevenson (animatore di lungo corso del Muppets Show, esordio alla regia con Kung Fu Panda e regista nel 2018 di Sherlock Gnomes). 

L’impegno dichiarato, sulle note della storica Kung Fu Fighting cantata da Carl Douglas, era quello di divertire e insieme far conoscere al grande pubblico internazionale il cinema action come la cultura orientale, la filosofia come le arti marziali. 

Assieme a un cast vocale pieno di attori Hollywoodiani come Jack Black, Angelina Jolie, Hoffman e Seth Rogen, avevamo quindi la presenza di storici attori di origini asiatiche come Lucy Liu, Jackie Chan, James Hong, Randall Duk Kim. Un team di esperti marziali tra cui Jackie Chan stesso aveva contributo, con la motion capture, a conferire il corretto stile Kung fu a ogni personaggio e gran parte del cast tecnico impiegato nella creazione di scenografie e personaggio era asiatico al 100%, per offrire una visione meno stereotipata e più rispettosa possibile. 

Possiamo dire che è anche merito del buffo Kung Fu Panda, se molti bambini si sono avvicinate oggi alle arti marziali, ed è un risultato davvero meraviglioso. 

Con il tempo e il successo si è andata a formare produttivamente, proprio grazie a Kung Fu Panda, una “sezione orientale” di Dreamworks, con il secondo e terzo capitolo della serie affidati anche alla regia della prima donna asiatica in campo animato, la bravissima Jennifer Yuh Nelson, nel 2011 e poi nel 2016, avvicinando ancora di più a livello creativo Oriente e Occidente, anche per temi e sviluppo dei personaggi. Nello specifico il secondo capitolo, tra tutti quello più “crudo”, con un villain la cui voce veniva offerta da Gary Oldman, possedeva anche la “struttura drammatica” imponente, da film epico/wuxia “autentico” come quelli degli Shaw Brothers, dimostrandosi ancora oggi un’opera particolarmente adulta e sfaccettata tanto sul piano visivo che tragico. Grande successo di critica e amore soprattutto da parte di una platea “più grandicella”. 

Il terzo capitolo, co-diretto dall’italiano Carloni e con il maestro Crock doppiato dal mitico artista marziale Jean Claude Van Damme, vedeva la saga tornare su binari più “mainstream”, in una prospettiva narrativa più “positiva”, più “giocosa e gioiosa”, pur riuscendo ancora ad affascinare il pubblico. Veniva acquisita un'estetica più patinata e conferire alle scene action un approccio più “leggero”, quasi da videogame. Dopo il viaggio dell’eroe e la grande “battaglia” con uno dei nemici più crudeli di sempre, Kung Fu Panda 3 arrivava a parlare di temi come la paternità e l’inclusione, onore e rispetto per le minoranze, disegnando un cattivo più sfortunato che crudele, a cui dava voce il bravo J.K.Simmons.

Fu ancora successo e questo nuovo approccio viene in parte sposato anche per questo quarto capitolo, che però torna in alcuni toni, di nuovo, ad avere un gusto narrativo quasi crepuscolare, vicino al tragico. 

Come ulteriore cambio di rotta, alla regia arriva il regista di Shrek 2 e Mostri contro Alieni Mike Mitchell, affiancato dalla brava Jennifer Ma Stine, che esordisce qui alla regia cinematografica (già regista della serie televisiva di She-ra), dopo essersi fatta le ossa come addetta alle scenografie in Raya, Dragon Trainer e opere tv legate a Big Hero 6 e Il gatto con gli stivali. Mattatrice indiscussa dell’opera, a fianco dei sempre bravissimi Hoffman e Jack Black, è la rapper di origini cino-coreane Awkwafina, che riesce a rubare la scena anche alla “cattiva”, interpretata della pur straordinaria e sempre luciferina, Viola Davis.


Kung Fu Panda 4 tra tantissimi inseguimenti, gag e arti marziali ci parla di “passare il testimone”, fare largo alle nuove generazioni, supportarle e sorvegliarle da vicino, per aiutarle a crescere al meglio. Potremmo intenderlo come il perfetto “film da vedere con il papà”, specie per i bambini più piccoli. Il perfetto film per chi vuole intraprendere la professione di insegnante. 

Narrativamente Po è quasi costretto a “diventare adulto”, di colpo e senza possibilità di tornare indietro. Un'evoluzione repentina che ci ricorda molto anche quanto avviene nel bellissimo Il gatto con gli stivali 2, dove lo spadaccino interpretato da Banderas viene posto di colpo davanti alla sua “età adulta”, quasi ad affrontare la morte stessa nella scelta di dare o meno un senso alla sua esistenza. Crepuscolare, come crepuscolare era anche Toy Story 4 se vogliamo: forse intrinsecamente per la natura stessa di queste pellicole, per il fatto di richiedere ai loro autori spesso degli anni, per la loro realizzazione. 

Po il Panda invecchia e forse in futuro avremo una Kung Fu Volpe, facendo sentire tutti gli adulti in sala un pochino più vecchi, ma così è la vita.

Tuttavia la trasformazione di Po in mentore e il viaggio dell’eroe della volpe convincono, anche grazie a una messa in scena come sempre colorata e movimentata, veloce e avvolgente come una corsa sulle montagne russe. 

Torna ancora e ben gradita la filosofia orientale tra i dialoghi sulla “spiritualità”. 

Si parla in positivo del valore della scuola e dell’insegnamento rispetto al “codice della strada” e alle sue scorciatoie, in un periodo storico in cui questi temi sono particolarmente difficili quando attuali, senza banalizzarli. 

Tornano le arti marziali in grande stile, con una “rentrè“ di tutti i principali villain affrontati da Po nel tempo, riuniti stile amarcord a celebrare anche loro l’evoluzione del Kung Fu Panda. 

Si torna per un attimo anche a parlare di genitorialità, con “i due padri di Po”, il Panda Li (Bryan Cranston) e Mr. Ping (James Hong) che diventano co-protagonisti di una simpatica sottotrama comica in cui si confrontano e supportano a vicenda, ripercorrendo insieme più o meno le stesse tappe di Po e Zhen. 

La ricetta funziona ancora, le musiche sono ancora di Hans Zimmer e il divertimento rimane garantito anche in questo clima più “malinconico”, da cambio della guardia.

Le animazioni si assestano qualitativamente sui livelli del terzo capitolo, di fatto rinunciando alla rivoluzione estetica che Dreamworks ha operato con Il gatto con gli stivali 2, dove la computer grafica ha assunto quasi un “espressionismo da stop-motion”. Ma la maggior parte del pubblico forse non sentirà il bisogno di questo “upgrade” e riuscirà comunque a godere “One more time”, “una volta ancora”, delle avventure del buffo Panda con la voce di Jack Black. Sperando che questa non sia davvero la sua ultima avventura.

Torna invece a doppiare Po in lingua italiana Fabio Volo, che rispetto a tutta l’energia che Black infonde da sempre nel suo panda resta sempre un po’ con il freno tirato a mille. Ma alla fine molti amano Po anche per la voce di Fabio Volo e in genere tutto il doppiaggio italiano fornisce una prova di buon livello, con un plauso per la Zhan di Alessia Amendola e lo storico Carlo Valli su Shifu.

Il Panda più amato dell’animazione torna al cinema in ottima forma, sebbene senza particolari stravolgimenti della formula originale: sarebbe un peccato perdersi il suo Kung fu e le sue mille battute sullo schermo panoramico di un cinema, tra pop corn e coca cola. 

Buona visione.

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