lunedì 1 aprile 2024

Un mondo a parte: la nostra recensione della nuova commedia di Riccardo Milani con Antonio Albanese e Virginia Raffaele

Un paesino di montagna di 200 anime scarse, in capo al mondo e circondato da boschi, branchi di cervi e di lupi, neve e gelo. Poco meno di 150 chilometri da Roma, ma siamo letteralmente in “un mondo a parte”, nel cuore del parco nazionale d’Abruzzo. 

Questa è la nuova meta per il maestro elementare Michele (Antonio Albanese), che dopo 40 anni di esperienza viene trasferito, “in sostituzione temporanea” dalla capitale, tra il ghiaccio, la neve e la tormenta eterna che perseguita la cittadina di Rupe (paese immaginario, di fatto “ispirato e ambientato” a Ope, con scorci di Pescasseroli). Lo reclama la scuola gestita dalla vicepreside Agnese (Virginia Raffaele), l’istituto “pluriclasse unica”, 7-10 anni, Cesidio Gentile, detto “Jurico”, poeta pastore. 

Pochi bambini ma vitali per tutto il borgo: perché quando da quelle parti una scuola chiude è tutto un paese a scomparire, con tutti che vanno via. “La montagna lo fa”, questo effetto. 

La notte fa freddo e i lupi ululano, anche se tutti rassicurano Michele che in genere non aggrediscono. In genere. Ruspe e spazzaneve sono sempre all’opera fin dalle 6 del mattino, ma se fiocca all’infinito e il cellulare non prende è un problema, e l'eroica vicepreside, pur di tenere la scuola aperta, è disposta a usare la sua auto per raccattare lungo la strada gli altri insegnanti la cui vettura è rimasta sepolta da una slavina. 

Le persone che si incontrano per strada a Rupe in genere hanno poche parole per via del freddo e il massimo di comunicazione è “Oh?”. Un “Oh?” che suona come un affettuoso “Eh, come va?!”, ma può suonare anche per un impropero, con la giusta intonazione, perché non si ha la forza di dire o pensare ad altro mentre si arranca in questo piccolo mondo artico e freddissimo. 

Come se non bastassero i vestiti super pesanti da indossare, le scarpinate quotidiane per raggiungere l’istituto e tutta la complicata fase di ambientamento cui è sottoposto il nuovo professore, in cui è particolarmente vitale scoprire come si usa la caldaia, pare che ci siano problemi più grossi. Se non si trovano quattro ragazzini per formare la classe per giugno, è da poco stato messo pure nero sul bianco che l’istituto rischia la chiusura. 

Lo vuole il preside, perché vuole costruire un centro commerciale sulle rovine di Rupe, e ha già le firme per i lavori. 

Servono soluzioni positive, anche perché i bambini dello Jurico, poeta pastore, sono incredibili, gentili e geniali, lavoratori e poeti. Sono pure i soli bambini in Italia a sapere la storia dettagliata della vita del poeta che dà il nome alla loro scuola ed è una cattiveria portare via loro la casa e il futuro su quelle montagne.

Anche se l’unico lì per lì a essere entusiasta di quei luoghi sperduti, a parte i bambini, sembra solo il nuovo prof.: che predica la “restanza” al posto della fuga verso la città. 

Tutto il resto del borgo si è ormai arreso alla “estinzione”, a parte la vicepreside, un bidello e un ragazzo che ostinatamente ha deciso di rimanere lì a coltivare i campi, ultimo tra gli ultimi nella zona. Forse il professore ragiona solo da “turista”: stanco del traffico cittadino e felice della nuova realtà giusto per i primi mesi, dopo di che si romperà pure lui le scatole per il gelo perenne. Ma l’ottimismo, come sempre, può essere contagioso.

E il fascino che irradia dall’ottimismo del prof può far breccia anche sulla disillusa, ma non per questo arrendevole, vicepreside. Al punto da aiutarla a “restaurare” la sua vita oltre che la sua casa. 

Trovare quattro bambini per continuare a tenere viva Rupe è però possibile, insieme. Si può chiedere di avere allo Jurico i figli dei lavoratori africani non distanti dalla zona, promettendo alle famiglie alloggio e Netflix “per sempre” a spese del comune. C’è poi la guerra in Ucraina e molti bambini necessitano di una scuola che possa accoglierli: con il sociale che si sta muovendo in zona Pescasseroli e l’albergo locale che può accogliere i genitori durante la bassa stagione, Rupe può aiutare sicuramente qualcuno di loro. Certo siamo sempre fuori dal mondo, ma qui si può anche trovare un modo di vivere, magari anche meglio, in un “mondo nuovo e diverso”. 


Riccardo Milani torna al cinema dopo il documentario Io, noi, Gaber e l’ottimo Grazie Ragazzi, film sulle carceri dove era sempre protagonista Antonio Albanese, in un ruolo da “insegnante” che gli sta sempre meglio,  pellicola dopo pellicola. 

In Un mondo a parte prosegue per il regista romano anche la collaborazione con lo sceneggiatore Michele Astori, per una storia “civica” sull’insegnamento e la conseguente disillusione, che in qualche modo ci rimanda al primissimo lungometraggio di Milani, Auguri Professore, del 1997. 

Un mondo a parte è però una storia più positiva, quasi solare. 

Solari sono i volti dei piccoli interpreti e degli abitanti di “Rupe”, tutti attori non professionisti, presi la maggior parte a Pescasseroli e dalla zona tra i locali: piccoli studenti come vigili del fuoco, postini e artigiani. La loro recitazione è spontanea quando divertita, il lavoro generale ricorda, per freschezza e spirito, la felice esperienza di Paolo Villaggio con i bambini della provincia di Napoli, per Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmuller. 


Sono solari anche Albanese e la Raffaele, molto carini anche come coppia inedita, che si trovano perfettamente a loro agio in personaggi che suonano “autentici”, protagonisti di un storia di “piccoli eroi civici” che si ispira in larga parte a situazioni reali, srotolandosi con semplicità, in modo quasi invisibile, tra gli scorci più belli del parco nazionale d’Abruzzo, città semi deserte e città abbandonate. Non c’è quasi nulla di patinato, ci arrivano scorci di una realtà spesso ruvida e irrisolta: ma per questo, quello a cui assistiamo ha anche un profumo più autentico.  

Spesso bastano solo i volti di queste persone prese dalla strada a raccontare, con ironica ma anche dura e realistica consapevolezza, la quotidianità e precarietà cui vanno incontro molti paesi di montagna della nostra penisola. Paesi dimenticati “per necessità o profitto”, che lottano per continuare ad esistere tenacemente quanto eroicamente. Persone che smettono di credere nel futuro perché ancorate a uno stato delle cose che appare ineluttabile e già precostituito dall’alto, ma che sono pronte a cambiare idea quando un nuovo nato arriva al mondo.

Milani con garbo, anche grazie ad Albanese e alla Raffaele, riesce a dare voce a queste realtà, mandandoci in sala a guardare una cartolina bellissima di luoghi che non vorremmo venissero mai dimenticati. 

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venerdì 29 marzo 2024

Kung fu panda 4: la nostra recensione del film sulle nuove avventure del eroico e pasticcione panda di Dreamworks, diretto da Mike Mitchell e Stephanie Ma Stin

C’era una volta il panda Po (in originale con la voce di Jack Black e in italiano con quella di Fabio Volo), un ragazzotto un po’ nerd e pasticcione che serviva ravioli al vapore nella locanda del padre papero, mr. Ping (James Hong), sognando “senza particolare sforzo” di diventare il più straordinario maestro di Kung Fu di sempre. 

Un panda per natura cicciotto, senza zanne o artigli o agilità di alcun tipo, non era mai diventato nella storia un maestro di arti marziali, ma come amava dire (più o meno) il saggio Oogway “quello che può accadere oggi, rispetto che in passato, è sempre un regalo, una sorpresa: per questo lo chiamiamo “presente”. 

Cosi un giorno, del tutto inaspettatamente, Po divenne un grande eroe. Ci vollero molti allenamenti con i mitici super guerrieri conosciuti come “i Cinque Cicloni”. 

Furono necessari duelli incredibili contro avversari temibili come la tigre Tai Lung (Ian McShare), il pavone Lord Shen (Gary Oldman) e il toro generale Kai (J.K.Simmons). Po dovette scoprire il suo “potere interiore” grazie a maestri saggi come il piccolo panda rosso Shifu (voce Dustin Hoffman) e la tartaruga di mare Oogway (in originale Randall Duk Kim). 

Ma piano piano, tra un inciampo e una sconfitta bruciante, la mente di Po, al pari del suo corpo rotondetto, si plasmarono benissimo con la disciplina e la filosofia orientale. Riuscì a diventare il leggendario guerriero dragone, imparò ad accettare i suoi difetti insieme ai suoi pregi, intraprese un viaggio per trovare la sua “origine” (perché i panda non discendono dalle papere, seppur amorevoli) e il proprio posto nel mondo. Le sue gesta eroiche iniziarono a girare per tutto il regno, diventando canzoni e leggende. 

Per Po, che prima del suo “viaggio dell’eroe” riteneva che la cosa più faticosa al mondo fosse “salire le scale”, era diventata routine affrontare a pugni, per ore, eserciti di coccodrilli o mantidi volanti. Pirati pellicani come cinghiali tagliagole provenienti delle più infide bische di periferia. 

Volando con il suo mantello dorato e colpendo con la sua super forza. Trovando sempre il tempo di presenziare all’apertura di centri commerciali e soprattutto ristoranti in franchise. 

Fama, gola  e gloria. 

Solo che tutto passa e in un attimo è giunto anche per Po il tempo di compiere la tappa successiva del suo viaggio “spirituale”. Non più essere guerriero dragone per sempre, deve dedicarsi anche lui all’insegnamento (cosa per altro già rimandata) e soprattutto è arrivato il momento di diventare il successore di Maestro Oogwai: la nuova guida spirituale della valle della pace. In fondo è per questo che ha ora un bastone magico in pugno. 

Il primo atto di questa “nuova vita” sarà scegliere il suo successore, ma non è certo un momento facile per Po. 


Vorrebbe non appendere il mantello dorato al chiodo proprio ora che è all’apice. Preferirebbe svolazzare come un supereroe piuttosto che dedicarsi alla meditazione. E chi inaugurerà ora i ristoranti?

Come il testo della canzone portante del film ci suggerisce, una cover di un celeberrimo brano di Britney Spears interpretata da Jack Black (la voce di Po) con il suo gruppo dei Tenacious D (interpretandolo in versione adatta a un pubblico più piccolo), Po ci supplica: “Hit me baby, One more time!!!”. Ossia: “Fatemi combattere/colpire ancora una volta!!”.

Anche se il maestro Shifu conta moltissimo su un'evoluzione spirituale di Po, rapida quanto indolore, il panda sente di essere nel marasma più totale. 

Il nome del successore non riesce proprio a farlo, nonostante al tempio si siano già presentati dei candidati pazzeschi in grado di evoluzioni marziali fighissime. Temporeggia, fino a che il destino non fa incrociare Po con una volpina scaltra e agilissima di nome Zhen (in originale doppiata da Awkwafina). Una volpina che è stata inviata da un paese lontano per sottrarre notte tempo al tempio delle armi leggendarie, per conto della terribile e misteriosa super boss del crimine conosciuta come  “la Camaleonte” (Viola Davis). 

La Camaleonte sembra all’apparenza piccola e dimessa, quasi una mezza tacca, rispetto ai gorilloni e cinghiali pompati che comandano uno crimine in genere. M è potente e ambiziosa, nonché in grado di trasformarsi, sotto certe condizioni, in chiunque lei voglia, possenti draghi compresi. Sta ultimando i preparativi per un rito magico che le permetterebbe di evocare dall’aldilà, in una notte di luna rossa, i guerrieri più forti del passato. Vuole potersi impadronire del loro Kung fu “rubandolo”, assorbendolo con i suoi poteri camaleontici.  

Zhan, che è conterranea della Camaleonte e può portare Po al suo covo, viene da un mondo difficile, dove anche i coniglietti più tenerelli sono assetati di sangue. Ha imparato a vivere ai margini della strada, tra bar malfamati, truffatori e bische clandestine, senza poter mai contare sull’aiuto di nessuno e affidandosi solo sul suo istinto di sopravvivenza, “rubando quello che poteva”, come la camaleonte. 

Zhan ha un caratteraccio ma ha il “potenziale”, potrebbe essere lei il nuovo guerriero dragone se riuscirà a “imparare a esserlo”,  seguita da un maestro degno di questo ruolo. 

Come un seme di pesco non è in grado di vedere il suo “potenziale”, ossia l’albero che diventerà da adulto, Zhen per Po può essere guidata. E Po, riuscendo a elaborare da solo questo concetto (che è in fondo una parafrasi della teoria della “ghianda” dello psicologo James Hillman, padre della psicologa della corrente “archetipica”)  stava iniziando a esprimersi per metafore profonde come Oogway!!! 

Forse anche il cammino spirituale di Po, insieme all’addestramento di Zhan, poteva iniziare. 

Certo il buffo Panda che, inaspettatamente, inizia così a comportarsi con lei anche come un maestro è un'ulteriore novità, che andrà gestita di volta in volta, nei modi più buffi e assurdi possibili. Specie quando dovrà insieme a lei confrontarsi con un mondo più complicato e “cattivo” di quello che conosce. 

Riusciranno Po e Zhan, dopo un nuovo viaggio dell’eroe rocambolesco, a salvare il mondo e i segreti del Kung Fu dalla ambizione della Camaleonte? Chi sarà il guerriero dragone che inaugurerà i futuri ristoranti in franchise?

Quarto appuntamento cinematografico con il celebre e amatissimo Kung Fu Panda di Dreamworks Animation, insieme a Shrek uno dei personaggi più amati della casa fondata da Spielberg. 

La saga cinematografia in computer grafica, alla quale si sono aggiunte con il tempo serie televisive e film in animazione tradizionale, è iniziata nell’ormai lontano 2008 con la pellicola diretta dai registi Mark Osborne (regista di Spongebob il film, nel 2004, poi de Il piccolo principe nel 2015) e John Stevenson (animatore di lungo corso del Muppets Show, esordio alla regia con Kung Fu Panda e regista nel 2018 di Sherlock Gnomes). 

L’impegno dichiarato, sulle note della storica Kung Fu Fighting cantata da Carl Douglas, era quello di divertire e insieme far conoscere al grande pubblico internazionale il cinema action come la cultura orientale, la filosofia come le arti marziali. 

Assieme a un cast vocale pieno di attori Hollywoodiani come Jack Black, Angelina Jolie, Hoffman e Seth Rogen, avevamo quindi la presenza di storici attori di origini asiatiche come Lucy Liu, Jackie Chan, James Hong, Randall Duk Kim. Un team di esperti marziali tra cui Jackie Chan stesso aveva contributo, con la motion capture, a conferire il corretto stile Kung fu a ogni personaggio e gran parte del cast tecnico impiegato nella creazione di scenografie e personaggio era asiatico al 100%, per offrire una visione meno stereotipata e più rispettosa possibile. 

Possiamo dire che è anche merito del buffo Kung Fu Panda, se molti bambini si sono avvicinate oggi alle arti marziali, ed è un risultato davvero meraviglioso. 

Con il tempo e il successo si è andata a formare produttivamente, proprio grazie a Kung Fu Panda, una “sezione orientale” di Dreamworks, con il secondo e terzo capitolo della serie affidati anche alla regia della prima donna asiatica in campo animato, la bravissima Jennifer Yuh Nelson, nel 2011 e poi nel 2016, avvicinando ancora di più a livello creativo Oriente e Occidente, anche per temi e sviluppo dei personaggi. Nello specifico il secondo capitolo, tra tutti quello più “crudo”, con un villain la cui voce veniva offerta da Gary Oldman, possedeva anche la “struttura drammatica” imponente, da film epico/wuxia “autentico” come quelli degli Shaw Brothers, dimostrandosi ancora oggi un’opera particolarmente adulta e sfaccettata tanto sul piano visivo che tragico. Grande successo di critica e amore soprattutto da parte di una platea “più grandicella”. 

Il terzo capitolo, co-diretto dall’italiano Carloni e con il maestro Crock doppiato dal mitico artista marziale Jean Claude Van Damme, vedeva la saga tornare su binari più “mainstream”, in una prospettiva narrativa più “positiva”, più “giocosa e gioiosa”, pur riuscendo ancora ad affascinare il pubblico. Veniva acquisita un'estetica più patinata e conferire alle scene action un approccio più “leggero”, quasi da videogame. Dopo il viaggio dell’eroe e la grande “battaglia” con uno dei nemici più crudeli di sempre, Kung Fu Panda 3 arrivava a parlare di temi come la paternità e l’inclusione, onore e rispetto per le minoranze, disegnando un cattivo più sfortunato che crudele, a cui dava voce il bravo J.K.Simmons.

Fu ancora successo e questo nuovo approccio viene in parte sposato anche per questo quarto capitolo, che però torna in alcuni toni, di nuovo, ad avere un gusto narrativo quasi crepuscolare, vicino al tragico. 

Come ulteriore cambio di rotta, alla regia arriva il regista di Shrek 2 e Mostri contro Alieni Mike Mitchell, affiancato dalla brava Jennifer Ma Stine, che esordisce qui alla regia cinematografica (già regista della serie televisiva di She-ra), dopo essersi fatta le ossa come addetta alle scenografie in Raya, Dragon Trainer e opere tv legate a Big Hero 6 e Il gatto con gli stivali. Mattatrice indiscussa dell’opera, a fianco dei sempre bravissimi Hoffman e Jack Black, è la rapper di origini cino-coreane Awkwafina, che riesce a rubare la scena anche alla “cattiva”, interpretata della pur straordinaria e sempre luciferina, Viola Davis.


Kung Fu Panda 4 tra tantissimi inseguimenti, gag e arti marziali ci parla di “passare il testimone”, fare largo alle nuove generazioni, supportarle e sorvegliarle da vicino, per aiutarle a crescere al meglio. Potremmo intenderlo come il perfetto “film da vedere con il papà”, specie per i bambini più piccoli. Il perfetto film per chi vuole intraprendere la professione di insegnante. 

Narrativamente Po è quasi costretto a “diventare adulto”, di colpo e senza possibilità di tornare indietro. Un'evoluzione repentina che ci ricorda molto anche quanto avviene nel bellissimo Il gatto con gli stivali 2, dove lo spadaccino interpretato da Banderas viene posto di colpo davanti alla sua “età adulta”, quasi ad affrontare la morte stessa nella scelta di dare o meno un senso alla sua esistenza. Crepuscolare, come crepuscolare era anche Toy Story 4 se vogliamo: forse intrinsecamente per la natura stessa di queste pellicole, per il fatto di richiedere ai loro autori spesso degli anni, per la loro realizzazione. 

Po il Panda invecchia e forse in futuro avremo una Kung Fu Volpe, facendo sentire tutti gli adulti in sala un pochino più vecchi, ma così è la vita.

Tuttavia la trasformazione di Po in mentore e il viaggio dell’eroe della volpe convincono, anche grazie a una messa in scena come sempre colorata e movimentata, veloce e avvolgente come una corsa sulle montagne russe. 

Torna ancora e ben gradita la filosofia orientale tra i dialoghi sulla “spiritualità”. 

Si parla in positivo del valore della scuola e dell’insegnamento rispetto al “codice della strada” e alle sue scorciatoie, in un periodo storico in cui questi temi sono particolarmente difficili quando attuali, senza banalizzarli. 

Tornano le arti marziali in grande stile, con una “rentrè“ di tutti i principali villain affrontati da Po nel tempo, riuniti stile amarcord a celebrare anche loro l’evoluzione del Kung Fu Panda. 

Si torna per un attimo anche a parlare di genitorialità, con “i due padri di Po”, il Panda Li (Bryan Cranston) e Mr. Ping (James Hong) che diventano co-protagonisti di una simpatica sottotrama comica in cui si confrontano e supportano a vicenda, ripercorrendo insieme più o meno le stesse tappe di Po e Zhen. 

La ricetta funziona ancora, le musiche sono ancora di Hans Zimmer e il divertimento rimane garantito anche in questo clima più “malinconico”, da cambio della guardia.

Le animazioni si assestano qualitativamente sui livelli del terzo capitolo, di fatto rinunciando alla rivoluzione estetica che Dreamworks ha operato con Il gatto con gli stivali 2, dove la computer grafica ha assunto quasi un “espressionismo da stop-motion”. Ma la maggior parte del pubblico forse non sentirà il bisogno di questo “upgrade” e riuscirà comunque a godere “One more time”, “una volta ancora”, delle avventure del buffo Panda con la voce di Jack Black. Sperando che questa non sia davvero la sua ultima avventura.

Torna invece a doppiare Po in lingua italiana Fabio Volo, che rispetto a tutta l’energia che Black infonde da sempre nel suo panda resta sempre un po’ con il freno tirato a mille. Ma alla fine molti amano Po anche per la voce di Fabio Volo e in genere tutto il doppiaggio italiano fornisce una prova di buon livello, con un plauso per la Zhan di Alessia Amendola e lo storico Carlo Valli su Shifu.

Il Panda più amato dell’animazione torna al cinema in ottima forma, sebbene senza particolari stravolgimenti della formula originale: sarebbe un peccato perdersi il suo Kung fu e le sue mille battute sullo schermo panoramico di un cinema, tra pop corn e coca cola. 

Buona visione.

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venerdì 22 marzo 2024

Imaginary: la nostra recensione del nuovo film horror di Blumhouse, diretto da Jeff Wadlow, che ci fa guardare agli orsetti di pelouche con un certo timore

America dei giorni nostri. Jessica (DeWanda Wise) è una giovane autrice di libri per l’infanzia che si è affermata grazie a dei poco buffi ma tanto inquietanti racconti su dei “ragnetti”. Disegnati po’ alla Gaiman di Coraline e un po’ alla Tim Burton, sono nello specifico libretti colorati di scuro, tra il grigio e nero tenebra, con al centro l'avventura di una “ragnetta” che viene inseguita nottetempo da un ragno più grosso di lei e tanto arrabbiato, per un mondo sotterraneo e labirintico super tetro e pieno di porte chiuse. Un mondo che Jess ha “sviluppato positivamente” rielaborando un qualche suo irrisolto trauma infantile, di cui lei non ha più memoria, che è avvenuto probabilmente quando aveva meno di cinque anni e si trovava in una vecchia casa con giardino insieme al padre, uomo affetto da grave disturbi mentali oggi allettato in via permanente in ospedale. Un mondo che Jess “rivive sfuocato” quasi tutte le notti, in terribili incubi dove lei è ancora bambina e i ragnetti sono giusto più inquietanti di un 15% rispetto ai suoi disegnetti. 

Però sono libri che piacciono tantissimo ai bambini e Jess sta lavorano giusto a un seguito, in cui vuole sviluppare un “rapporto positivo” tra la ragnetta e il suo terribile e perenne inseguitore, che forse non è così cattivo ma solo un po’ “incompreso”. 

Oggi Jess frequenta una rockstar “tipo Jared Leto” di nome Max (Tom Payne) e ha deciso di iniziare a convivere con lui e le sue due figlie: l'adolescente Taylor (Taegen Burns), che la odia in quanto “intrusa”, e la più piccola e a lei abbastanza “indifferente” Alice (Pyper Brown), che comunque trova inquietanti i suoi ragnetti. Entrambe, per un gioco del destino, sono nate da una relazione di Max con una donna affetta da gravi disturbi mentali, ora internata. 

Certo la casa che hanno adesso è piccola, ma si può andare tutti a vivere nella casa con giardino dei traumi infantili di Jess, ora che il padre è sedato e allettato a pochi chilometri da loro. Del resto Alice ha più o meno cinque anni  quindi…”perché no”?

L’arrivo nella nuova/vecchia casetta è dei migliori. 

Jess straborda di creatività per il suo nuovo lavoro, Taylor esterna il suo odio per lei ma sta per i cavoli suoi dopo che si invaghisce del vicino di casa fessacchiotto Liam (Matthew Sato), Alice si affeziona a Teddy, un orsetto di pelouche dall’aria tetra che trova una notte, chiamata da una strana voce tetra, nella parte più tetra del sotto-cantina-nascosto della già tetra cantina standard della tetra casetta con giardino. Teddy potrebbe essere qualcosa di “buffo e utile” secondo tutti, una sorta di buffissimo amico immaginario per Alice, che la aiuta a vivere “al meglio e con creatività“ l’arrivo nella nuova casa. Jess non si ricorda di avere mai avuto quel pelouche, ma di fronte alla gioia di Alice, che gira nottetempo per casa con Teddy, disegnando e scrivendo roba inquietante sui fogli di carta e sulle pareti, cercando di portare a compimento uno strano rito demoniaco “di quelli che amano fare i bambini”, la novella mamma è tutta contenta. 

Del resto se servisse una mano c’è nel vicinato ancora la vecchia babysitter di Jess, Gloria (Betty Buckley), che vive una malatissima ossessione per il soprannaturale relativo all’immaginazione infantile, il cosiddetto “mesocosmo”, non è stata di nessun aiuto a Jess quando era piccola e sarebbe prontissima a “fare lo stesso”, con entusiasmo, per la nuova famigliola. 

Vista la calma apparente (???) Max, uomo di casa responsabile e presente, se ne parte in tour con la band mollando le figlie a Jess e non lo vedremo mai più fino alla fine del film. 

Vivendo a stretto contatto Jess e Alice scoprono presto per caso di avere qualcosa in comune, ossia dei lividi permanenti da maltrattamento sulle braccia. Jess e Alice iniziano a interagire soprattutto a livello creativo, partendo dai loro disegni, scambiandosi suggerimenti sulla espressività del ragno “inseguitore” della ragnetta. Forse anche la piccola sarà da grande una brava illustratrice.

Solo che la bambina non è sempre disponibile in quanto il suo Teddy la sta guidando nell’allestimento di un rituale che porta a una dimensione parallela che si trova sotto la loro abitazione. Un luogo labirintico e pieno di porte che forse Jess ha già visto e dimenticato. 


Ci sono diversi spunti interessanti in Imaginary. Abbiamo al centro della vicenda un meraviglioso orsacchiotto inquietante che ci viene raccontato espressamente come un “amico immaginario”,  rappresentandocelo tecnicamente come un “oggetto del mesocosmo”: parte di una realtà terza tra il mondo interiore e la realtà. La realtà viene a volte “mediata” dai bambini piccoli attraverso dei pupazzi a cui loro danno voce (o parlando con amici invisibili), per magari esprimere verso i genitori o insegnanti/adulti un dissenso nei loro confronti, che forse sono troppo timorosi di manifestare in prima persona, attribuendo quei pensieri “al pupazzo”. Nel quotidiano all’ora dei pasti un orsacchiotto può quindi sussurrare all’orecchio di un bambino frasi come “a Teddy i broccoli per cena non piacciono”. In psicologia si parla più propriamente di “oggetti transazionali” quando osservando i bambini giocare con dei pupazzi (magari donandogli vocine proprie e anche facendogli così “interpretare personaggi cattivi”), degli esperti, dai movimenti e toni, possono scorgere la “rappresentazione artistica” di un vissuto reale. Di più, a volte ciò che ha rivissuto attraverso il pupazzo il bambino, durante il “gioco”, può avere la forza di essere percepito come “esterno al bambino stesso”, permettedogli (o almeno “provandoci”) di archiviare un brutto evento come una storia passata e “separarsene emotivamente”. Uno stesso discorso si può fare sulla base dell’analisi dei disegni, su carta o sulle pareti di una cameretta, che a loro volta vanno a descrivere un contesto più di mille parole, agendo magari inconsciamente sugli ingranaggi della memoria con una emotività che traspare dal tratto o dai colori utilizzati. Imaginary ha nella sua scrittura originaria, nel suo “soggetto”, entrambi questi elementi suggestivi, rimandando con i suoi personaggi anche a situazioni reali di abusi compatibili (ma non esclusivi) con questo tipo di manifestazione “artistica”. 

Il rapporto tra Jess ed Alice avviene proprio attraverso i disegni dimenticati, dispersi, a volte ben nascosti e ritrovati nella stessa casa che entrambe vivono,  “leggono” e “abitano da bambine” in periodi diversi. Forse proprio il fatto di non essere più bambina pone un piccolo muro per Jess nella comprensione delle brutte cose passate. O forse si può dire che la sua immaginazione sia stata così florida da riuscire a riscrivere i traumi e farne un lavoro anche positivo, con i suoi racconti per l’infanzia. Forse anche Alice sta facendo, in un modo similare, uno stesso percorso. Le due hanno comunque una “affinità artistica” ed è vero che molto del bagaglio personale relativo al vissuto dell’infanzia può diventare un ottimo combustibile, per l’arte di futuri autori e artisti grafici. 


Se la piccola Alice proietta sull’orsacchiotto il suo stress, la più grande Taylor proietta sulla “matrigna Jess” tutto il risentimento che ha nei confronti della madre abusante: per Jess riuscire a instaurare un legame con lei equivale a riuscire prima di tutto a ricucire, pur idealmente, la sua personale immagine paterna, cercando di tornare in contatto con un padre che prima che “violento” è “malato”. 

Imaginary parla di una famiglia nuova che si sta “ricostruendo” con difficoltà da traumi passati separati, attraverso l’arte e attraverso la ricerca di un dialogo tra generazioni diverse. Una famiglia che sta “immaginando una sua forma”. 

Anche sul piano prettamente artistico, che annovera una ventina di professionisti impegnati nella realizzazione del piano “fisico e astratto”, grazie a un budget di 12 milioni di dollari (cifra consistente per la media Blumhouse, che ultimamente è comunque per trend  in ascesa), Imaginary presenta un comparto di tutto rispetto. Il piccolo e inquietante Teddy bear realizzato da Daniel Carrasco ha una sua precisa personalità ben resa dalla computer grafica e dagli effetti pratici, anche nei momenti in cui la sua fisionomia si deforma fino a farlo sembrare un inquietante grizzly da cartone animato horror. Il “mondo sotto la cantina” si apre favolisticamente con una maniglia disegnata, come in BeetleJuice e Il labirinto del fauno, nascondendo una realtà fatta di corridoi piene di porte chiuse come in Silent Hill, alternati a locali onirici quasi tratti da libri illustrati per bambini, pieni di colori, nuvole e cuscini vaporosi. Una realtà visivamente ricca ed elaborata che viene poi sintetizzata meravigliosamente proprio dalle illustrazioni attribuite al personaggio di Jess, realizzate da Logan Ledford. 

C’è quindi stata molta cura nella realizzazione del “soggetto”, sul piano visivo e anche nella scelta di attori adeguati. C’è stata tanta cura sul piano visivo. Buoni presupposti in gran parte infranti da quella che è stata la “direzione originale” su cui ha deciso poi di muoversi la trama. Ossia la domanda: “Ma se immaginare fosse di per sé, come attività, un male? “

È ponendosi questa domanda anti-intuitiva e “autodistruttiva”, specie perché sviluppata in un modo poco convincente, che un film con ottime premesse crolla sotto una montagna di cliché che annebbiano e incasinano il tutto, rinunciando all’orrore psicologico per battere caoticamente e con poca convinzione la pista di demoni, dimensioni parallele e bambini inquietanti. Del resto le produzioni Blumhouse e James Wan ci sono sempre andati a nozze con i pupazzi indemoniati in pellicole come Saw, Dead Silence, Annabelle e recentemente Five Night at Freddy’s. Ci hanno già parlato di dimensioni spirituali/parallele in Insidious, di drammi familiari attribuiti a basi soprannaturali in saghe come The Conjuring. Ci hanno rappresentato con tutti i mezzi di registrazione audio e video, con ogni tipi di pellicole a bassa e alta definizione, il feticismo di cogliere le presenze inquietanti che si nascondono nell’ombra di una casa comune, come  nella saga di fatto “capostipite” di Blumhouse stessa: Paranormal Activity. Pure i giochi comuni e quasi infantili dei più piccoli, come il “gioco della bottiglia” dei più grandicelli, sono in Blumhouse diventati un rituale acchiappa-demoni, sulla scorta delle nuove “challenge social”, in concept-movie come Obbligo o Verità, per altro sempre diretto dal regista di Imaginary Jeff Wadlow. Un Waldow a cui era stato affidato pure un controverso rilancio horror di Fantasy Island, di cui parleremo tra poco. 


È legittimo e pure in molti casi “riuscito al botteghino” capitalizzare sul fantasy e sull’horror, specie se come Blumhouse e Wan si dispone di un certo talento artistico e produttivo e si sanno sfornare franchise molto amati. 

Ogni tanto pure Blumhouse “si ripiglia” e dopo infinite saghe a base di fantasmi, pupazzi, pazzi e tavole Ouija fa qualcosa di diverso: è lì che arriva Whiplash, scoprono Daniel Chazelle e incassano dalla critica oltre che dal pubblico. Se vogliamo anche Whiplash è un horror sull'ossessione della perfezione artistica, un duello sulle immaginazioni di un adulto e di un ragazzo nella creazione di un loro “mesocosmo” attraverso l’arte.  Imaginary similmente dava durante la visione tutta l’idea di essere una riflessione sull’horror più che un horror a sé: poteva essere un nuovo Wiphlash, potevano venderci qualcosa di “diverso” quando Blumhouse ci aveva già venduto più volte storie di pupazzi, pazzi, dimensioni parallele e fantasmi in franchise più definiti, più “solidi” nella forma e sostanza. Così come è, Imaginary prova a fare, e male, un po’ tutte le cose insieme, creando una realtà alternativa meno affascinante di Insidious, con al centro un pupazzo bello ma meno riuscito di quelli di Five Nights at Freddy’s (dietro c’era del resto il Jim Henson’s Studio dei Muppets), con fantasmi nell’ombra meno incisivi di Paranormal Activity

Tutto per ripercorrere lo stesso “errore” di Fantasy Island, sempre scritto e diretto da un Wadlow fuori fuoco con medesimi intenti: sacrificare una narrativa “simbolica” riuscita (e spontaneamente funzionale) in ragione di una prospettiva “originale a tutti i costi” (e per questo artificiale), magari “a caccia di un nuovo franchise”, che anche qui non serve. Perché hai già tanta carne al fuoco che si può risolvere benissimo senza un soprannaturale quasi forzato, che pare anche qui inseguire disperatamente Lovecraft senza i mezzi giusti per farlo.

Per una precisa volontà produttiva in Blumhouse non c’è infatti quasi mai nei loro film splatter, sesso e tutto il “Body horror” necessario al misticismo “freudiano” di Lovecraft, anche perché con queste componenti i loro film sarebbero tutti VM18.

 E allora perché farlo?

Imaginary risulta quindi “interessante ma pasticciato”, cade a volte tragicamente nel “generico.” Confonde in positivo ma spesso è più confuso. Ben confezionato e recitato ma strozzato e abbozzato dalla scrittura. 

Anche se prendendolo per le sue singole componenti e suggestioni si può un po’ “volergli bene”, facendoci trascinare tra gli occhioni scuri e tristi del suo orsacchiotto, come facendo il tifo per la nuova famiglia che si sta formando sulla scena dai cocci di brutte vite passate “attraverso l’arte”, alla fine della visione si esce con una sorta di amaro in bocca. 

Lo stesso amaro che per motivi diversi ci ha accompagnato all’uscita di altri recenti lavori imperfetti di Blumhouse come Night Swim (buono per la messa in scena e attori e carente per tutto il resto) e il nuovo Esorcista (ben confezionato ma del tutto “affogato nel mainstream” dei luoghi comuni odierni, fino quasi a sembrare “riuscitamente autoironico”). 

Come consuetudine Blumhouse, la pellicola in un paio di settimane è già ampiamente rientrata dei costi almeno del doppio, pur senza un successo faraonico: La strategia produttiva della casa funziona sempre a quanto pare e i “collezionisti” magari saranno poi alla caccia anche all’home video. Si poteva fare di più e un po’ dispiace…

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mercoledì 20 marzo 2024

Race for glory - Audi vs Lancia : la nostra recensione del film di Stefano Mordini sulla gloriosa stagione del campionato mondiale di rally del 1983, con protagonisti Riccardo Scamarcio, Daniel Bruhl e Volker Bruch

 


Siamo nel 1983, un anno leggendario per la storia del rally. 

Tra i ruggenti circuiti mondiali, i tracciati di prova e le fabbriche, si perfeziona la nuova tecnologia delle quattro ruote motrici, si testano leghe leggere per rendere più veloci i bolidi da corsa, si “manipolano creativamente” i regolamenti, ci si scontra e forse ci si innamora. 

Qualche volta, molto rispettosamente, un po’ ci si odia. 

Il rally per Cesare Florio (Riccardo Scamarcio), ex pilota nonché direttore tecnico della Lancia Abarth, è uno sport che deve restare moderno e popolare. Si fonda sulla scienza ingegneristica e si evolve con essa, come se fosse sempre in atto tra le scuderie una gara a chi è più intelligente come ai tempi di Oppenheimer. Si corre su strade cittadine come di campagna, conosciute e vissute dalla gente comune, vicino a una scuola o a una fabbrica o a un campo arato, a diretto contatto con il pubblico. La gente ama le corse, esulta e applaude, circonda e quasi si butta sotto le auto “come per abbracciarle”, gioiosa e incosciente, mentre i bolidi sgommano a pochi centimetri da loro a tutta velocità. Qualcuno tra di loro poi magari, come spera il marketing, farà il mutuo sulla casa per comprarsi una di quelle auto da sogno, rivivere in prima persona quel rombo e quella frenesia. Forse qualcuno in futuro diventerà un meccanico e qualcun altro un nuovo pilota del circo dei motori.  

Il rally è uno sport che mette titanicamente gli uomini in lotta tra loro ma prima ancora contro il tempo, il “dio Chrono”, con le armi dell’esperienza, la tecnologia, l’istinto e un po’ di follia. Tutto per essere più veloci e quindi più competitivi in un mondo diventato “veloce e ultra competitivo” come gli anni ‘80, un mondo “tutto da bere” bevendo gli avversari più lenti in quanto “più lenti” e a volte pure “meno spregiudicati”. 

Ma forse qualcuno da battere “di umano”, poco filosoficamente e anche per “tigna”, c’è. 

Specie quando il tuo rivale è la Audi Sport, i tedeschi, i rivali “naturali” di sempre in quanto figli di una cultura quasi opposta all'italiana. 

Hanno fondi quasi illimitati, hanno il supporto nella ricerca e sviluppo pure della loro tecnologia bellico/militare nazionale. Sono precisi e metodici, imbattibili o quasi, specie da quando il loro direttore è il freddo e meticoloso Roland Gumpter (Daniel  Bruhl), uno che sui tracciati ci passa anche tutta la notte, stremando piloti, meccanici e famigliari, dormendo in camper, mai un sorriso o una pausa, pur di massimizzare la pratica di una pista. 

La tecnologia delle quattro ruote motrici poi, i crucchi l’hanno già sviluppata e implementata nei loro veicoli, mentre tutti gli altri team annaspano tra budget inaccessibili e tempi tecnici ancora improponibili. La possono usare in gara grazie anche a un regolamento che sono riusciti a farsi approvare all’ultimo minuto. Una nuova regola scritta tutta per loro che per Lancia è un KO tecnico, politico, scientifico e morale, ancora prima di inizio campionato. 

Contrastare l’Audi per la scattante ma “già vintage” due ruote motrici prodotta a Torino, è complicato e impegnativo sul lungo periodo, quasi come andare in guerra, specie se alla prova pratica sui tracciati sterrati l’auto italiana non tiene più la pista dopo due o tre dossi, le sospensioni si rompono e i piloti anche più bravi si deprimono, se non “crasciano” o esplodono. Florio sa che bisogna puntare su tattiche di gara originali, non scontentare “l’avvocato”, trovare la pubblicità giusta per infiammare il pubblico, lavorare sulle falle del regolamento per barare un po’, fare affidamento su un pilota in grado di fare miracoli. 

Florio il pilota ce l’ha, si chiama Walter Rohrl (Volker Bruch). È un genio in grado di ascoltare il suono di ogni componente meccanica come se facesse parte di una unica armonia cosmica; riesce a trovare sempre possibili “stonature del motore” e a contrastarle. È un uomo “poco degli anni ‘80”, “analogico”, che non è ossessionato dalla voglia di vincere “a tutti i costi” e per questo particolarmente riflessivo, quasi zen, se non a volte del tutto disinteressato a correre: preferisce allevare le api a casa sua, in piena tranquillità, anche se il ronzio delle piccole operaie somiglia molto a quello di un motore da gara e la voglia di correre lo assale. Almeno a giorni alterni. Walter accetta di aiutare Florio, ma correrà solo su circuiti asfaltati, quelli dove sa di non ammazzarsi prendendo un dosso. In pratica la metà delle gare. Florio accetta ma avrà così nuove originali gatte da pelare per far quadrare i conti, come trovare un nuovo pilota abbastanza valido. 

Riuscirà la Lancia nell’impresa di battere Audi?


Stefano Mordini, regista di film molto belli e interessanti come Acciaio e La scuola cattolica, porta in scena una coproduzione Italo-Inglese molto ambiziosa. La sceneggiatura, quasi un atto d’amore per le quattro ruote, è dello stesso Mordini ed è realizzata insieme a Filippo Bologna e Riccardo Scamarcio, che qui figura anche come protagonista, come produttore (insieme a Jeremy Thomas), nonché autore del soggetto.

Le riprese sono iniziate a Torino nel 2022, tra Italia e Grecia, la sede della Lancia e il circuito di Balocco, alcuni tratti del rally di Sanremo. Anche se non è stato possibile andare in altri circuiti europei la voglia di ricrearli al meglio è stata nella maggior parte dei casi davvero meticolosa. 

Tutto trasuda amore e passione infinita per la descrizione più puntigliosa e spettacolare possibile di quel mondo glorioso e dei suoi “eroi”. Tecnica ed epica. 

La trama si srotola attraverso tutta la stagione motoristica, intrecciando storie umane e tattiche da gara, srotolando mille dati tecnici, ricreando sfide leggendarie, rappresentando con intelligenza e sarcasmo i dietro le quinte, perfino i piccoli “giochi politici” dietro a ogni corsa. 

Il tutto è approfondito e appare intrigante più che complesso, fruibilissimo anche a una platea di non appassionati, grazie a un'ottima messa in scena, dialoghi brillanti e attori molto attenti a cogliere il lato umano quanto ironico delle “vere leggende” che sono chiamati a impersonare. 

Pur non troppo versatile dal punto di vista espressivo, Scamarcio con gli anni e l’esperienza dimostra di compensare sempre meglio, con l’ironia, una fisicità “mobile” quasi alla Buster Keaton, la scelta di apparire sempre quasi defilato dalla macchina da presa. Bravissimo il come sempre “malinconico e arrabbiato” Daniel Bruhl, che non a caso è già stato il pilota Lauda al cinema e mastica bene “l’ambiente dei motori”, ma soprattutto pazzesco Volker Bruch, il cui Walter Rohrl sprigiona carisma e umanità da tutti i pori, di fatto rubando sempre la scena a tutto il resto del cast. Rohrl vive al di sopra delle corse e delle logiche di gara, si ferma seraficamente tra i boschi a comprare miele greco durante una competizione a cronometro, vive ogni conflitto come un monaco buddista, sorride quasi “etereo” alle critiche più aspre sul “non essere competitivi” e snocciola perle di saggezza sublimi (come: chi ha troppo l’ossessione di vincere in fondo “non l’ha mai fatto” e forse è il vero “perdente”).  Cannibalizza il film ed è uno spettacolo a sé, all’interno della trama, quanto le mille citazioni storiche (la storia della neve spalata nottetempo prima di una gara) e l’ossessione per la componentistica delle auto (il carbonio). Molto belle anche le scene di guida, dinamiche e accurate, che ci fanno pensare, specie dopo Veloce come il vento, che sarebbe davvero ora che in Italia ricominciassimo seriamene e con più continuità a fare come negli anni ‘70 dei film sulle auto e gli inseguimenti, come i famosi “poliziotteschi.” 

Dopo l'atroce “deriva minimal” del cinema italiano (quella sui filmetti drammatici sulla  crisi della coppia media e ambientata in genere a Roma, con protagonisti due attori tristi e una pianta grassa sul tavolo) che ha voluto con forza tarpare le ali alle pellicole di genere, agli action e agli horror, sembra che qualcosa in controtendenza finalmente si muova, “pulsi”. 

Del resto siamo un paese amante dei motori e fare nuove pellicole su corse ed auto veloci è nel nostro dna, come fa un po’ rabbia che siano registi e attori stranieri a stendere le biografie di personaggi come Ferrari, che potremmo benissimo, con un po’ di orgoglio,  girare anche da noi (o almeno come qui in co-produzione). Race of glory va nella “direzione giusta” e non annoia dal primo all’ultimo minuto, a meno di avere un po’ di mal di pancia per le automobili o per una visione degli anni ‘80 che, in effetti, in più punti può apparire piuttosto “patinata”, anche se non diventa mai la cifra preponderante della produzione. 


Race for glory è un film per appassionati e non del rally, ricchissimo di dettagli tecnici e di una narrazione che, seppur romanzata e forse patinata, fa sentire con forza l’idea di trovarsi dentro quel mondo sportivo frenetico quanto affascinante. Il ritmo è concitato e travolgente, molto belle le scene di gara ma anche la rappresentazione dei piccoli e grandi “giochi di potere”, molto riuscita la fotografia e le scenografie “storiche” ricreate ad arte.

Validi anche gli attori, su cui tra tutti svetta  Volker Bruch. 

Il film ideale “d’azione e Storia” da vedere al cinema, su grande schermo, magari con figli o nipoti, per assaporare al meglio la velocità e un sonoro avvolgente e potente come il rombo dei motori, a volte spiritualmente attraente ed estatico come il brusio “quasi zen” di api arrabbiate. 

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martedì 19 marzo 2024

Chi segna vince (Next goal wins): la nostra recensione della divertente commedia sportiva di Taika Waititi con protagonisti Michael Fassbender e dei simpatici samoani

Isole Samoa Americane. 

Un autentico paradiso naturale, ottima cucina, meravigliose tradizioni popolari locali, persone cordiali, generose e buffe a ogni dove. Un luogo da sogno, ma in cui si gioca a calcio malissimo. 

I peggiori al mondo. 

Dopo una partita particolarmente umiliante i pochi giocatori seri/professionisti si sono dileguati, lasciando il posto a improvvisati bonaccioni da “dopo lavoro” che non hanno la minima cognizione di come funzioni il gioco, amano per lo più pascolare per il campo, si scambiamo il cinque gioiosi ogni minuto con il sentiment:  “è bello stare insieme su un campo verde, senza che il senso di competizione rovini la nostra gioia interiore” . 

Ormai ogni partita finisce con un punteggio tennistico, Il presidente pro tempore della associazione Tavida (Oscar Kightley), saltuariamente ristoratore nonché unico cameraman dell'unica televisione locale samoana, sta arrivando alla disperazione. Specie da quando, in seguito all’ennesima partita persa, ha perso pure una importante “scommessa di onore”. Gli hanno per penitenza disegnato, sulla faccia e sulla pelata, con il pennarello indelebile, un gran numero di tette (umorismo samoano). Tavida sognava che almeno la squadra riuscisse a segnare un gol, un solo dannato gol. Per un colpo di fortuna o di disperazione, almeno quel piccolo miracolo. Ma non è arrivato, con i suoi samoani in campo che sembrava non sentissero per nulla l’esigenza di vincere e si accontentassero dell’abbagliante splendore infantile del giocare insieme felici a palla. 

La situazione era stagnante e le tette disegnate sulla faccia pesavano, specie fin pubblico.


L’allenatore Ace (David Fane), che dormiva a casa di Tavida senza riuscire a combinare qualcosa di più emozionante nella sua vita, non riusciva a farsi rispettare e la compagine, pur guidata dalla trascinante “fa’afatine” Jaiyah (la bravissima attrice non binaria Kaimana), nel tempo libero cameriera del locale di Tavida, non era ancora riuscita a giocare insieme come una squadra.  

Serviva una spinta esterna, qualcuno che vedesse il calcio non come gioco amichevole tra amici ma come cloaca composta da sfida fratricida, frustrazione bestiale, odio esistenziale, rancore agonistico e rabbia profonda. 

Così viene chiamato a Samoa il celebre Thomas Rongen (Michael Fassbender): un allenatore americano che quando una squadra gioca male e poi perde si incazza come una iena. Thomas lancia sedie in campo e contro i giocatori, urla fino a farsi buttare fuori dagli arbitri, fa piangere con gli insulti chiunque ha intorno a sé e ha una voglia maledetta di vincere. 

L’uomo ideale, anche se un po’ cinico.

Per i pacifici samoani sarebbe una specie di terapia d’urto e guarda caso Thomas è “disponibile”. La federazione sotto la guida di Alex Magnussen (Will Arnett), capo carismatico nonché da poco compagno della ex moglie di Thomas, Gail (Elisabeth Moss), cosa che lo ha reso ulteriormente incazzatissimo, ha deciso di mettere il rissoso allenatore “in pausa”. Fuori dai grandi giochi dei grandi team per un po’: per riprendersi e rigenerarsi dopo un periodo piuttosto brutto, farsi una nuotata, stare un po’ immerso tra le palme e il mare, mangiare cibi sani.

Più che un esilio una vacanza, nelle intenzioni. 

La federazione è stata felicissima di regalarlo alle Samoa Americane ma l’adattamento alla nuova squadra al nuovo coach necessita di alcuni accorgimenti. Starà al presidente e a Jaiyah portare Thomas dalla loro parte, facendogli sbollire l’istantanea incazzatura che l’incazzato allenatore sentirà all’istante di provare nei confronti dei suoi nuovi giocatori della domenica. Un po’ con la filosofia e la ricca tradizione folkloristica samoana, un po’ con “momenti motivazioni”, tragicomici e molto Disneyani, volti ad ammorbidirlo, l’impresa pare subito abbastanza ardua.

Se nel progetto ci crederà Thomas, ci crederà forse anche la squadra. 

E forse pure alcune vecchie glorie del passato calcistico samoano potrebbero appendere la depressione al chiodo e tornare in campo da titolari.


Il geniale e irriverente Taika Waititi ci porta in campo con il più classico film per famiglie Disney “a tema sportivo”.  

I temi sono noti: si parla certo di agonismo e della relativa malattia, ma si enfatizza subito sul gioco di squadra che si oppone all’individualismo. La storia evolve sul saper andare gioiosamente oltre i propri limiti per sentirsi più forti “con se stessi”, prima che “vincenti”. Si aggiunge alla forma un po’ di assurdo e di sogno impossibile, si shakera con la figura di un allenatore che è sempre in bilico tra la figura paterna e il professore pignolo della scuola superiore. Si sprizzano sopra i buoni sentimenti, le relazioni dentro e fuori dal campo, magari l’ispirazione da “una storia vera”: la ricetta è fatta.

 Un po’ Cool Runnings e un po’ Miracle

Un po’ buffo e un po’ malinconico, il nuovo film dell’autore neozelandese è intriso dei temi più classici, ma appena può vira sullo scorrettissimo humor alla Monty Python amatssimo da Waititi, quando sulle meravigliose stilettate drammatiche che sono da sempre un suo personalissimo marchio di fabbrica. 

Il regista di Jojo Rabbit sa farci ridere in tutti i modi. 

Dalla risatina più gioiosamente e candidamente infantile delle gag fisiche, alla risata più liberatoria e demenziale offerta dell’immagine assurda e dal personaggio più surreale. Dal sorriso strutturato che sale quando si gioca con la nostra intelligenza, fino alle risate satiriche e sarcastiche, quelle “cattive”, con cui ci sfoghiamo delle miserie sociologiche, politiche e fisiche di tutto il genere umano. È un dono saper far ridere con tante sfumature, che spesso al giorno d’oggi pure confonde, perché non siamo più abituati ai Monty Python, agli Zucker, Mel Brooks o Leslie Nielsen. 

Waititi costruisce una trama comica a orologeria proprio partendo dal modello Disney “su commissione” e ribaltandolo, non prendendo mai sul serio l’estetica patinata del momento sportivo, mettendo alla berlina gli stereotipi epico/narrativi “hollywoodiani” classici come “l’ex campione redento”, “l’allenatore che riscopre la passione”, sottolineando che sono solo illusioni prefabbricate a basso costo e sforzo. 

Ma fa un abbondante e scorrettissimo uso del Black Humor, anche in un paio di scene in cui questo uso sembra proprio “tanto cinico”, quasi del tutto fuori dal “contesto”. È un aspetto così spericolato e coraggioso che in sala può dividere il pubblico: un pubblico che magari si domanderà specificamente sul valore di due scene quasi “a specchio” . 

C’è una prima scena, che riguarda un incidente d’auto. Si parla poi, più avanti nel film, di una situazione analoga. La prima volta quei fatti sono percepito come buffi, perché Waititi usa un registro spiccatamente comico/demenziale. La seconda è decisamente drammatica, ma è veramente lo stesso accadimento, con la differenza che i fatti riguardino personaggi principali e non di contorno.

Waititi gioca qui sul senso stesso del “ridere delle disgrazie altrui”, facendoci riflettere su come la situazione emotiva dello spettatore stesso muti, pure in prospettiva di “senso di colpa”, una volta acquisito un differente punto di vista, pur nella consapevolezza che i registri narrativi utilizzati, prima comico e poi drammatico, sono differenti. 

È roba da studiare. 


È un bel Trigger, anche perché quando con decisione quel giocherellone di Waititi vira sul drammatico “sul serio” sa mandarci in pezzi, solo come lui sa fare.  

Magari svelandovi di colpo quanto possano essere “profondi” i sentimenti che albergano negli stessi personaggi che fino a un secondo prima ci sono risultati  buffi, protagonisti di siparietti stile “gara di rutti”. 

Waititi parte leggero e poi colpisce bassissimo, in modo del tutto inaspettato, spesso al cuore, anche perché ha per le mani degli attori molto bravi quanto duttili, in grado di cambiare in un istante tutta la gamma delle loro emozioni. 

Si parla quindi di calcio, di gioco di squadra, di orgoglio e redenzione, peraltro sulla base di una storia ancora una volta vera, autentica (che ha ispirato tutto il progetto e nei titoli di coda mette a fianco le foto dei personaggi quanto le persone reali di questa storia). Si parla di sport ma anche di integrazione gender, in modo per niente scontato o superficiale, perché è vera anche la storia della giocatrice in transizione Jaiyah. Interpretata dalla meravigliosa Kaimana con tanta sensibilità, orgoglio e spirito positivo, Jaiyah al contempo riesce a far emergere la gioia e l’impegno ma anche tutti i tormenti e le difficoltà di una vita complessa quanto autentica, vissuta anche contrastando l’odio. 

Come autentica e tragica è la storia dell’allenatore, interpretato da Fassbender, che anche noi “viviamo” narrativamente dal “suo lato positivo”, quello con cui lui cerca con un particolare “rituale” di sopravvivere a un momento umano e professionale molto difficile. 

Poi ci si diverte, tantissimo e in modo surreale. Tutta l’isola samoana sembra trasformarsi in un parco giochi per sempre nuove gag, a cui partecipa anche Waititi stesso ritagliandosi un ruolo di guida religiosa di una comunità sopra le righe ma anche calorosa e simpaticissima. 

Il campo da calcio diventa un luogo sempre più astratto per questi strani personaggi alteti/non professionisti, quasi una zona bimbi di un centro commerciale, almeno fino a che non cambia la prospettiva di squadra, arriva il campionato e tutto un po’ si “normalizza”. Ma il viaggio è stato folle fino ad allora e rimane il pezzo forte dell'esperienza.

Il nuovo film di Taika Waititi, produttivamente sfortunato e non sempre capito dalle critiche, è il classico prodotto della generosa sovrabbondanza comica dell’autore neozelandese. In questo caso Waititi si è preso forse dei rischi in più, facendo ragionare troppo il pubblico sul “valore di una risata” e sul momento inaspettato in cui la commedia si trasforma in tragedia. Non la sua prova più centrata, in effetti, anche se sempre molto divertente e mai banale. 

Ma “avercene” di registi in grado di stimolare un tale caos emotivo sulla base di un progetto semplice e lineare, quasi “istituzionale” come questo.

Bravi tutti gli interpreti, colorata e gioiosa la fotografia, calde e avvolgenti scenografie spesso da cartolina, dalle ottime tempiste comiche il montaggio. 

Waititi continua a farci ridere e piangere in un prodotto mainstream. È come sempre un regalo. 

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sabato 16 marzo 2024

Povere Creature! (Poor Things!): la nostra recensione del nuovo film di Yorgos Lanthimos, trionfatore agli Oscar, con protagonisti Emma Stone, Mark Ruffalo e Willem Dafoe

 


Ci troviamo in una sgargiante Londra blu notte, nell’epoca vittoriana di un mondo alternativo, tra macchine a vapore, dirigibili e novelli Prometeo. 

Una donna bellissima, aristocratica  e misteriosa, in un bellissimo e sgargiante abito blu da sera (Emma Stone), si getta da un ponte nelle fredde acque dei Tamigi. 

Ritroviamo subito dopo sulla scena una donna uguale a lei, di nome Bella Baxter, viva, ma dall’atteggiamento del tutto incompatibile a prima, eccentrico e quasi infantile.

Ama sporcarsi il volto con ogni genere di cosa, correre su e giù, giocare con piccoli animaletti anche in modi crudeli e fare i capricci con il cibo. Spesso ha in mano armi da taglio e indossa vestitini sporchi di terra. 

Questa donna non la vediamo più muoversi in una Londra sgargiante e colorata ma in un surreale piccolo mondo in bianco e nero, dai contorni dell’immagine “sbordati”: esteticamente ci sentiamo di colpo proiettati nell’atmosfera degli horror delle Hammer degli anni '50 e al contempo ci pare di scrutare attraverso l’immagine di una antica telecamera medica per laparoscopie degli anni '70. Stiamo forse assistendo “clinicamente” alla nascita di una creatura fantastica. 

Questa Bella si trova nella sfarzosa e immensa villa di un eccentrico e imponente figuro, uno scienziato con il volto e il corpo rappezzato e ricucito come un puzzle umano, dall’aria buona ma dalla voce quasi atona, che la ragazza chiama “God” (Willem Dafoe): un “God” che pur essendo il diminutivo di un nome, Godwin, in italiano si può tradurre come “Dio”. 

Il dottor Godwin Baxter, da perfetto ed elegante “scienziato pazzo” vittoriano, seziona cadaveri e qualche volta li ricompone cercando di “riportarli in vita”, conservando l’immagine pubblica di stimato docente di una rinomata facoltà di medicina. 

In facoltà insegna e redarguisce sui limiti della chirurgia, nel tempo libero crea, tagliando e ricucendo, ibridi con la testa di una papera e il corpo di un cane: piccole povere creature ibride che gironzolano indisturbate nel suo parco. Lo stesso corpo a mosaico di God, a sua volta, sembra essere stato “ricomposto” da qualcun altro: è fragile e percorso da continui dolori e per essere conservato al meglio ogni tanto deve essere collegato a degli enormi macchinari. Come effetto collaterale e surreale qualche volta l’uomo-mosaico, con uno strano rumore, riesce ad emettere dalla bocca  quelle che sembrano enormi bolle di sapone. 


God guarda a Bella come lo farebbe un buon genitore, anche se ha decisamente dei brutti ricordi di chi lo è stato per lui: di fatto sente di aver contribuito attivamente alla nascita della ragazza, anche se in un modo incredibile e per la scienza quasi impossibile. Ma prima di ogni cosa le è affezionato. 

Bella ricambia a suo modo, pur essendo involuta nei modi e nell’eloquio come una bambina piccola. Scostante nelle emozioni, passa da felicità a ira in pochi secondi. È lunare nell’approcciarsi alle cose ma soprattutto agli altri esseri viventi, come se non distinguesse il gioco dalla violenza, non afferrando la differenza della vita dalla morte. Spesso è autolesionista, più per la curiosità spericolata di scoprire il suo corpo e i suoi limiti che nel trovare piacere nel dolore. 

Questa strana donna-bambina sta crescendo in fretta in pochi giorni e in modo sempre più bizzarro, così “il suo God” ha bisogno di un aiuto esterno. 

Un aiuto che potrebbe essere offerto dallo studente di medicina  Max McCandles (Ramy Youssef), un uomo posato e attento, premuroso quanto sensibile nell’annotare nel suo taccuino ogni singola variazione fisica e caratteriale di Bella. 

Max inizia a frequentare l’eccentrica Villa Baxter, trovando una sempre maggiore confidenza con la ragazza e il suo strano mondo di animali ibridi, governanti arcigne e autopsie e “riassemblaggi” a cui lei attivamente partecipa come assistente maldestra. Tra un nota e l’altra i due si avvicinano e forse la ragazza prova qualcosa per lui. Il corpo di Bella, ancora prima della sua “testa”, sembra rivolgere sempre più attenzione alle zone erogene, al punto da sviluppare una precoce sessualità. Parallelamente, sale in lei l’insofferenza nel dover essere costretta a vivere in quella villa e Max decide di perorare questo bisogno, offrendosi di accompagnarla personalmente “fuori da quel piccolo mondo”, con tutte le cure e premure necessarie. Anche Max sente di essere legato a lei, forse anche innamorato, decidendo così di proteggere quella creatura con tutto se stesso. 

God accetta i tanti mutamenti di Bella e le riflessioni accorate di Max. Pur rattristato, in virtù di una libertà che lui stesso non ha potuto sperimentare, decide di assecondarli, magari gradualmente, magari con tutte le precauzioni possibili. 

Ma ecco che nella vita della ragazza irrompe l’avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), formalmente chiamato per redigere un accordo scritto tra God e Max. Duncan è affascinante, ambiguo, egocentrico, perennemente eccitato e amante del gioco d’azzardo. In un attimo seduce e rapisce Bella, la porta in giro per l’Europa facendole conoscere un mondo che la ragazza non aveva mai immaginato potesse esistere. 

È un mondo che torna ad essere anche per noi spettatori tutto a colori: sgargiante e infinto, pieno di macchine volanti, architetture vittoriane, cavalli meccanici, vapori steam-punk. Un mondo che sembra uscito da una graphic novel di Jodorowsky o Moebius o da un videogame come Bioshock Infinite.

Un mondo tutto da esplorare per Bella, anche se Duncan non vorrebbe mai farla uscire da una camera da letto. Duncan scatena costantemente sulla ragazza tutta la sua energia sessuale e libido su un corpo che sembra non averne mai abbastanza. Bella sembra presto averlo a noia, preferendogli la compagnia di altre persone, l’esplorazione di luoghi ed esperienze sempre nuovi. 

L’eccentricità continua della ragazza, unita alla incapacità di Duncan di controllarla e alla sua sempre più frustrata gelosia e inadeguatezza come compagno, spingono l’avvocato a portarla in una lunga crociera: ponendola così su una nave bellissima, ma dove per lo meno la ragazza non può fuggire continuamente alle sue attenzioni. Sulla nave Bella incontra prima la gentile appassionata di filosofia Martha (Hanna Schygulla) e poi il cinico e malinconico Harry (Jerrod Carmichael), che durante una fermata del viaggio ad Alessandria le mostra come il mondo possa essere un luogo anche brutto, iniquo per i più poveri, più simile a un inferno che a un paradiso. Nonostante le continue angherie e insicurezze di Duncan, qualche volta “guardata a distanza” da God e Max, Bella continuerà a viaggiare, conoscendo sempre più qualcosa su se stessa e sul mondo. 

Progressivamente trasformandosi in donna emancipata anche con la testa. 

Arriverà forse a conoscere qualcosa anche sul suo passato: i dettagli più tragici e inaspettati della sua strana origine. Dettagli che inevitabilmente riportano ad una donna in elegante vestito blu che un giorno si gettò nel Tamigi, che forse venne raccolta da un novello Prometeo.

Il regista greco Yorgos Lanthimos, autore di film “disturbanti”, affascinanti quanto surreali come Dogtooth, The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro e La favorita, adatta con la sceneggiatura del sodale Tony McNamara (già insieme a lui ne La Favorita) un romanzo dello scozzese Alasdair Gray, autore di “low-fantasy” considerato dal The Guardian come uno dei pilastri della letteratura del ventesimo secolo. 

Sperimentatore, sensuale, surreale e per alcuni critici anche “post-moderno” (in riferimento alla costruzione della sua più opera monumentale, Lanark), Gray in qualche modo “reinterpreta” nel suo romanzo Povere Creature! il Frankenstein di Mary Shelley, quasi fosse un “seguito”, quasi fosse una “versione al femminile”. Giocando con temi cari alla scienza come alla psicologia, creando infiniti giochi di specchi e rimandi tra religione ed etica, passato e presente, Gray va a delineare personaggi complessi, simili a  mosaici: personaggi a cui mancano però sempre delle tessere per essere “completi” e che per questo, nell’imperfezione, ci appaiono ancora più profondamente umani. 

Umane e imperfette creature “sospese” come God e Bella, ma anche un po’ come l’Edward (Mani di Forbice) di Tim Burton,  come il Pinocchio di Collodi. 

Creature “pure”, di fatto “neo-nate”,  in costante confronto e critica verso un mondo “moderno”, con i suoi usi e costumi ricchi di chiaro-scuri, affascinante quanto respingente, una “realtà” nei loro confronti spesso troppe volte “giudicante”. Creature libere di pensare, quanto poste più volte nella condizione di essere rinchiuse in gabbie sociali sempre più elaborate.  

Lanthimos ci ha raccontato più volte nella sua cinematografia di personaggi rinchiusi in gabbie sociali e morali opprimenti, costretti a decisioni difficili se non impossibili, al solo scopo di sopravvivere a un ingranaggio “più grande” che li contiene. Nell’horror Il sacrificio del cervo sacro, come nel surreale fantascientifico/esistenziale The Lobster, un destino beffardo incombe sulla vita di persone che non possono fare altro che accettarne la crudeltà: accogliere la melanconia degli eventi o impazzire. 

Lanthimos ama immergerci nel caos emotivo che vivono i suoi personaggi, un caos che il regista vuole farci assorbire in tutta la sua anarchica ma inestinguibile potenza anche a livello uditivo, affidandosi a musiche sperimentali, dissonanti e quasi ipnotiche, per le quali in questo caso ha scelto il compositore Jerskin Fendrix. 

Più che una colonna sonora, il musicista crea un “rumore avvolgente”, spigoloso, che sono dopo qualche minuto si riesce a comprendere, introiettare e infine accettare e apprezzare. 

Se il sonoro esprime un caos che poi “riverbera nelle relazioni umane”, il caos rimane invece nascosto tra le pieghe di uno scenario caratterizzato da una geometrica precisione formale (quasi alla Dario Argento). Una “scenografia statica” simile a quella di un palco teatrale sulla quale si muovono i personaggi, qui improntata su una fantascienza “estetizzante” di stampo quasi pittorico, con rimandi sì alle Graphic Novel e Moebius, ma con tratti oscuri e viscerali anche vicini alla scene espressionista tedesca. 

Lanthimos con questa formula ha spesso parlato di disperazione, dell’impossibilità dei suoi personaggi di gestire il proprio destino in un momento di particolare caos esistenziale. 

Ma in Povere Creature! a “cavalcare il caos” e “piegare il destino al suo volere” è un personaggio in controtendenza su tutto e tutti. Bella Maxwell diventa lei stessa, con la sua vitalità e poliedricità un “motore del caos, gioioso, per una volta quasi un caos “positivo”. Forse sono vere le voci che vorrebbero Lanthimos innamorato della sua attrice al punto da mettere da parte per lei il suo pessimismo cosmico. 

Emma Stone, da sempre considerata alla stregua di “fidanzatina d’America” dopo l’esordio di SuXbad, Zombieland e pellicole come La La Land, è sempre più sgargiante e spregiudicata al suo secondo incontro “cinematografico” con Lanthimos dopo La Favorita (e al terzo incontro con lo sceneggiatore McNamara, che ha scritto per lei Crudelia). La diva riesce a dare vita a un personaggio unico, fuori da ogni schema e per questo nella condizione di spezzare ogni tipo di gabbia che provi a reprimerla. Un'eroina che con la forza della sua interpretazione è in grado di gettarsi a testa alta, con coraggio e incoscienza, in scene di stampo horror/fiabesco, momenti carichi di sensualità esplicita, “giochi infantili”, soliloqui drammatici, parentesi oniriche, scene sarcastiche, situazioni dalla forte carica emotiva. Senza mai vergognarsi o trattenendosi, esprimendo al 100% lo spirito libero e anticonformista di una creatura che va al di là della morale costituita, Emma Stone piano piano riesce a far evolvere Bella, aiutandola a smarcarsi, diventare sempre più “proprietaria e consapevole” della sua esistenza e del suo pensiero. 

Una bambina, una donna, un'amante e una creatura artificiale sono tutte racchiuse dalla Stone nello stesso tempo e nello stesso corpo: ognuna di esse riesce a trovare la sua voce con assoluta naturalezza attraverso i mille volti e la corporatura quasi mutante di Bella Baxter. L’attrice offre in assoluto la sua performance più complessa e riesce in ogni frangente narrativo a trovarsi a suo agio, dando prova di un talento eclettico quanto generosa, anche grazie a un Lanthimos che riesce sempre ad illuminarla al cento della scena rendendole satellite ogni altro personaggio, offendo a quella che è stata definita come la sua nuova “musa” la possibilità di improvvisare e dominare ogni spazio con eleganza quando “sfacciataggine”. Un po’ Pinocchio, un po’ Edward Mani di Forbice, Bella Baxter è forse più di tutto la sorella segreta della Barbie di Margot Robbie. Anche se la chiave di lettura di Povere Creature! è più vicina a una sensibilità adulta, il tema dei corpi e ruoli femminili in evoluzione e rivoluzione è il medesimo di Barbie, risultando forse per qualche spettatore scomodo quanto per altri magari affascinante, ma sempre gioiosamente scorretto, intelligentemente cattivo e ben coperto sotto una patina di glamour. 


Dicevamo che Bella ha quasi il potere di rendere satelliti tutti gli altri personaggi sulla scena, ma ce ne sono almeno due che vanno oltre questo ruolo. 

Uno è il dottor Godwin Maxwell di Willem Dafoe, che ogni giorno sul set si è sottoposto a lunghe sessioni di trucco, per incarnare idealmente una “creatura di Frankenstein pentita”: un uomo/meccanico, plasmato dalla cattiveria paterna, che ha saputo rinascere da un dolore che ci viene raccontato, più che da mille parole, dalle mille cicatrici e disfunzioni del suo complicato corpo-mosaico. C’è nel tragico God qualcosa del paterno Vincent Price di Edward Mani di Forbice, ma il riferimento principale sembra essere proprio il Frankenstein di Boris Karloff. God è per lo più assente alle emozioni, afflitto nel suo modo di incedere, poco loquace. Ma riesce a sprigionare la sua grande umanità in ogni piccolo movimento e sguardo, anche solo giocando con la sua stessa ombra. È un mostro “inattuale”, che non fa più paura ma in cui rimane una piccola forza vitale che lo spinge ad amare, anche le piccole cose, come L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Del tutto opposto, in corpo e spirito, al God di Dafoe è il Duncan di Ruffalo: un esagitato ed esagerato omuncolo vanitoso, tragicomico in una ostentazione di virilità e potenza che viene più volte, con facilità e quasi indifferenza, disarcionata proprio dal personaggio della Stone. Ruffalo, giocando con intelligenza e sarcasmo con lo stereotipo dell’uomo tutto di un pezzo, dimostra ancora una volta di possedere incredibili tempi comici, quasi una “allure fantozziana” al contempo respingente quanto travolgente. Lo fa in un modo così spazzante che conquista. 

Lanthimos con Povere Creature! crea una delle sue opere più anarchiche e sarcastiche, divertente quanto ricca di spunti narrativi e visivi. Emma Stone è straordinaria e non a caso ha vinto per la sua interpretazione gli Academy Awards come miglior attrice per questo ruolo, ma molto bravi sono anche Dafoe e Ruffalo. Magnifiche le scenografie, curate da Shona Heath, che anche loro, insieme ai ricchi costumi vittoriani di Holly Waddington, hanno ricevuto le onorificenze della Academy. Belli anche gli effetti visivi che senza essere troppo invasivi sono riusciti a ricreare la “fantascienza a vapore” vittoriana del romanzo originale. Strane ma infine quasi “accoglienti” le musiche. 

Anche solo per la performance di Emma Stone e per il bizzarro e complesso mondo in cui la storia è ambientata Povere Creature! meriterebbe una visione, magari sul grande schermo ora che è tornato in sala. Ma l’ultimo film di Lanthimos è un'opera carica di mille dettagli e suggestioni in grado di affascinare anche oltre una prima visione, andando a dipingere un nuovo piccolo surreale mondo di celluloide, sospeso tra passato e presente, dove è ancora bello e affascinante perdersi. 

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