venerdì 28 ottobre 2022

ll principe di Melchiorre Gioia: il nuovo film di Andrea Castoldi dal 27 ottobre al cinema

 


C’era una volta un principe che passava le notti tra sexy club e appartamenti borghesi, in cerca di affetto, sballo e amori clandestini. Di giorno, cadendo come vittima di una maledizione, lavorava sottopagato in un luogo senza sogni e prospettive, cercando solo di tirare avanti fino a sera, ricordando i tempi dell’amore e del liceo, quando aveva ricevuto da una ragazza carina il più dolce dei regali: una audiocassetta con tutte le canzoni più belle di quei tempi. Viveva con la nonna in una casetta piena di mobili antiquati e oggetti consunti, spostandosi tra le stanze quasi senza far rumore e senza lasciare traccia. Simile a un gatto, la sua vera casa non era lì, era ovunque, tra le mille stradine che si diramavano da Melchiorre Gioia, sempre in cerca di brividi, sogni e cantonate. Insieme a lui c’erano altre persone simili a gatti, che vivevano ai margini delle regole del mondo girando su se stesse, cercando di toccare con il muso la loro coda. Alcuni spostandosi nottetempo sui tram, affascinati dalla puntualità ed efficienza del trasporto pubblico e trovando pace in quel movimento costante che sa sempre “giungere a destinazione”. Altri sognando e rincorrendo lo sballo, nascondendo la droga dentro armadietti simili alle femmine robottone degli anni ‘70. Altri organizzavano orge scatenate aperte a tutti senza limiti di età, ma pretendendo dai partecipanti il silenzio assoluto, per non turbare i vicini e il proprio equilibrio interiore. Tutti questi uomini-gatto, al contempo trasgressivi quanto compressi, guardavano il mondo come si guardano i treni che passano, in un eterno trainspotting di noia e attesa di “qualcosa di meglio” che sembrava irraggiungibile. Fino a che il principe non si fece licenziare e comprò con la liquidazione una pelliccia, che lo rese ancora più simile a un gatto. 


Andrea Castoldi, regista di Non si può morire ballando (già recensito sul blog qui), ci racconta con un piglio quasi documentaristico della vita di una persona reale, incontrata in un bar dove era abitudinario avventore. Una persona buona ma forse sfortunata, misteriosa quanto gentile, sfuggente quanto malinconica. Silvio Cavallo viene scelto per darle corpo fin nei dettagli, dal mondo di muoversi e camminare al modo di affrontare la vita con garbo quanto timore. Così l’attore comico scompare e lo stesso film, che sembrava all’inizio, dai trailer, una commedia leggera prende strade diverse, esilaranti quanto però tragiche, infuse di quell’esistenzialismo proprio della vita vissuta ai margini cantato da Irvine Welsh. Tra farsa e sogno, dove la farsa è purtroppo il mondo reale. 

Oggi si semplifica tra Boomers o Millennials, ma tra gli anni ‘70 e ‘80, all’ombra della Milano da bere, iniziava a muovere i primi sbilenchi passi una intera generazione di falliti e perdenti, oggi diventati per lo più tra i più scapestrati e “randagi” dei quarantenni. I loro genitori e nonni avevano visto gli orrori delle guerre ma anche la ripresa economica, si erano costruiti con tenacia e impegno un lavoro e una casa, avevano offerto ai loro figli il meglio e “tutto quello che loro non avevano avuto da piccoli”, da un posto caldo e sicuro in cui vivere all’educazione scolastica superiore e universitaria, dalla scuola calcio ai giocattoli e i cartoni animati, dai sani valori sociali alle carezze. Nel frattempo le “vecchie regole del mondo”, saltate con la guerra, erano tornate in vigore, insieme alla “necessità” della società di smettere di continuare ad espandersi. Trovare un lavoro prestigioso era tornato a essere una questione di nepotismo e raccomandazione o di straordinaria fortuna. La scuola era in ritardo con il mondo, non solo dove nei corsi di informatica si studiava basic quando era già da tempo uscito il pacchetto Office, ma soprattutto laddove non si studiava la Storia oltre alla “resistenza” e al 1948, ponendo un limite alla coscienza culturale/politica ancora non superato. La tecnologia di suo  è decollata e ha fatto in modo che servissero sempre meno persone nelle fabbriche e uffici, l’economia si è aperta al mondo e ha deciso che era più redditizio aprire fabbriche all’estero che in Italia, delocalizzare. Il tasso di mortalità legato alle migliori condizioni di vita ha decretato che chi aveva già un lavoro dagli anni ‘70, magari subentrato dopo il genitore nella stessa mansione secondo un’usanza consolidata, non lo avrebbe mollato prima del massimo limite di età consentito, che ulteriormente esteso al netto della legge Fornero oggi in alcuni casi arriva al 2030. I genitori e nonni, un po’ all’oscuro di questi meccanismi e credendo ancora alla favola del “se ti impegni realizzarsi quello che vuoi”, avevano investito tanto sulle nuove generazioni e iniziarono a domandargli “Perché non ti trovi una brava ragazza e metti su famiglia?”; “Perché non cerchi un lavoro a tempo indeterminato?”; “Quando uscirai dalla tua cameretta per farti una casa tutta tua?”. I giovani degli anni ‘70 e ‘80, specie quelli nati ai margini delle grandi città come Milano e quindi principalmente lanciati in un mondo ultra competitivo, iniziarono presto a sentirsi non indispensabili per quella società. Non per un discorso politico di “contestazione”, quanto per una autentica “mancanza d’aria”. I migliori tra loro comunque ce la fecero e come la “legge naturale della competitività” vuole realizzarono imprese e sogni spettacolari. Gli altri, molti altri, quelli più emotivamente “schiacciati” e quelli che non hanno mai trovato un lavoro stabile o i soldi per comprarsi una casa o anche solo un’automobile, iniziarono la “fuga di cervelli” o “fuga dal cervello”. La fuga di cervelli vuole che qualche intrepido cerchi un lavoro all’estero, laddove la politica italiana si preoccupa solo di agevolare i contribuenti anziani e quindi maggiormente solvibili e affidabili pagatori di tasse. La “fuga dal cervello” è qualcosa di più pragmatico e consiste nel rimanere con il corpo in Italia, simili a zombie, ma con la testa tra le nuvole, cercando una propria identità e scopo. Rimestando nelle poche gioie del passato, cadendo nelle dipendenze e vivendo in quel mondo della notte dove è più facile incontrare altre persone “fratturate dalla vita” in cui riconoscersi. Solo l’ironia e l’autoironia, insieme ai ricordi felici di quando si era “bambini e per questo felici”, possono aiutare. Si parla oggi di hikikomori, di Net, di ragazzi che si uniscono in bande dove trovano una “vera famiglia”, ma non si parla abbastanza di questa generazione di quarantenni a cui la società ha negato il futuro quasi senza accorgersene, preferendo bollarli come bamboccioni e falliti, viziati e ingrati, politicamente poco interessanti e rilevanti. Castoldi mette un bel faro su questo mondo grazie al suo cinema asciutto e mutante, che parte dal registro di genere per poi umanizzare la maschera oltre la facile risata. C’è una domanda pressante che aleggia nell’aria senza risposta: cosa faranno questi uomini-gatto quando chi oggi si occupa di loro economicamente non ce la farà più, anche solo per sopraggiunti limiti di età? Possiamo chiedere a questi uomini-gatto di sistemare da soli i loro problemi, del fatto ignorando la loro esistenza? Silvio Cavallo dà corpo a una persona autentica quanto sfaccettata, umana quanto complessa, divertente quanto tragica, “contratta nelle emozioni” ma generosa nei fatti. È una persona che non si arrende perché è già andata “oltre la resa” e che resiste giusto inseguendo ricordi e affetto impossibili, ma a cui il mondo, da primo il mondo familiare, ha dato e  dà molto poco. 


Il principale di Melchiorre Gioia è un film piccolo, coraggioso e interessante, ricco di alcuni personaggi davvero unici, divertenti quanto fantozzianamente titanici, pieno di situazioni cariche di un quotidiano surreale quanto crepuscolare, qualche volta sognante. Il taglio delle riprese è quasi documentaristico ma la fotografia, giocando con i contrasti, rilascia una Milano dall’anima triplice. C’è una Milano dai colori e toni più caldi, che disegna il “sogno del passato”, il periodo felice della scuola e dell’amore in cui tutto è possibile. C’è la Milano della notte, carica di luci artificiali e quasi psichedeliche, ovattate. Luci che per questo, in qualche modo, rimandando anche loro a una realtà ugualmente sognante, sfumata nei contorni. C’è infine la Milano “di giorno”, dai contorni e colori spietatamente definiti, iper - reali, in cui la fuga dal reale è impossibile. 

I giovani attori coinvolti si dimostrano molto bravi e al netto di una storia che prosegue ondivaga tra accelerazioni e frenate, alla fine della pellicola si ha molta voglia di saperne di più, di scoprire dove il principe e gli altri anti-eroi di Castoldi andranno a finire. Perché sono personaggi  dentro i quali per molti sarà facile riconoscersi o riconoscere qualche amico. 

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mercoledì 26 ottobre 2022

My Soul Summer : la nostra recensione del film di Fabio Mollo con la cantante Casadilego e Tommaso Ragno, evento specie al cinema il 24-25-26 ottobre

La giovane Anita (Casadilego), studentessa di pianoforte di musica classica, si sta impegnando anima e corpo nella preparazione di un importate esame del conservatorio quando improvvisa e inaspettata “sopraggiunge” l’estate. L’insegnate di piano che doveva seguirla durante le vacanze in Romagna  purtroppo ha un contrattempo e non è più disponibile e così la madre (Anna Ferzetti), all’ultimo minuto, decide di spedirla in una “vacanza detentiva” di solo “studio e passione” in Calabria dalla nonna (Lunetta Savino), dove in una ridente villetta di campagna non troppo lontana dal mare Anita, per lo più chiusa nella sua cameretta, dovrà esercitarsi in proprio, magari sorvegliata a vista h24 perché non si allontani dal pianoforte. La nonna invece, che un tempo lavorava nelle carceri e non se la sente più di fare la carceriera, decide di lasciare che la nipote viva questo periodo in totale autonomia, offrendole di gestirsi da sola il sul tempo e per ogni necessità di chiedere aiuto a un ragazzo carino tuttofare che si occupa del giardino, Vittore (Luca Zunic). Ben presto di notte, direttamente alla finestra di Anita, arrivano i migliori brani della musica Soul. Arrivano dallo stereo a tutto volume del suo nuovo, strano e disordinato, ubriaco e curioso vicino di casa ultra cinquantenne: Vince (Tommaso Ragno), che un tempo era noto come una rockstar.  Anita viene travolta dalla voce di Ella Fitzgerald e inizia per magia a librarsi nell’aria. Il giorno dopo al pianoforte improvvisa quella melodia e il vicino la ascolta, dando inizio a un dialogo a distanza che presto si trasforma in complicità e poi in amicizia. Un'amicizia che potrebbe diventare anche un sodalizio artistico se solo potranno una ragazzina e una star sulla via del tramonto riuscire a condividere gli stessi sogni. Riuscirà Anita, travolta tra la musica classica e il soul, a scoprire il proprio legame con la musica e il mondo e trovare in questa estate strana la forza di affrontare il saggio, l’amicizia e l’amore e infine trovare nel mondo “la sua voce”?


Fabio Mollo costruisce un delicato film sulla musica soul, principalmente dedicato a un pubblico giovane, con protagonista la vincitrice di X Factor 2020, che qui si dimostra molto brava e spontanea anche come attrice. Quello che accade sullo schermo ha fin dall’inizio tutti gli ingredienti del romanzo di formazione estivo per ragazzi: dal difficile rapporto con i genitori alla paura (e voglia) di diventare grandi, dalle costrizioni della scuola alla libertà dei primi amori, dalla necessità di studiare chiusi in una stanza mentre all’esterno c’è un mondo sfavillante sotto un sole da cartolina che ci aspetta. Queste sono le premesse, nessuna delle quali vivente tradita dalla narrazione, ma My Soul Summer in breve prende quasi la felice forma di uno spigliato e riuscito corso di educazione musicale. Insieme a Casadicarta, attraverso i dischi d’epoca e le improvvisazioni al pianoforte, andiamo alla scoperta di Ella Fitzgerald, Nina Simone e Aretha Franklin. Nel frattempo, la storia e la filosofia di vita di queste importanti personalità ci vengono “omericamente cantate” da un Fabio Ragno molto ispirato e partecipe, che presto diventa anche lui interprete musicale, non appena il suo personaggio, Vince, riesce a “ritrovare la sua voce”. Anita è alla ricerca di un suo posto e scopo nel mondo e in questo non è differente da Vince, con le voci e interpretazioni di entrambi che attraverso il “parlare di musica” passano alla necessità di “trovare una propria musica”. I due personaggi così si avvicineranno, confonderanno e sovrapporranno, insieme ai loro sogni in un percorso artistico ed emotivo non scontato. My soul Summer riesce in questo anzi a svilupparsi in un modo non dissimile dal recente A star is born con Bradley Cooper e Lady Gaga. Anche  se qui va in scena un rapporto diverso,  quasi tra padre e figlia, nel film di Cooper come nella pellicola di Mollo la vicenda trova uno sviluppo che ha poco di favolistico quando la musica si spegne le dissonanze emotive tra i personaggi iniziano a spuntare fuori, producendo qualche nota amara. È un percorso emotivo forte, non banale, quasi crudele, non privo di slanci positivi, di voglia di riscatto e di autentica passione per l’arte. Tommaso Ragno e Casadilego nell’esprimere questo sanno trovare una buona intesa sulla scena, conferendo molta umanità e spontaneità ai loro personaggi. Il resto del cast è abbastanza funzionale al ruolo e il risultato finale è apprezzabile. 

C’è quindi il romanzo di formazione “estivo”, c’è l’amore per le grandi interpreti della musica e c’è la voglia, necessità e urgenza di “fare musica” come mezzo per trovare un proprio scopo nella vita. My soul Summer è un piccolo film che riesce a sposare bene queste sue anime attraverso una narrazione semplice ma coinvolgente, personaggi a cui è facile affezionarsi e un’ottima musica non solo ascoltata ma anche “raccontata”. Un'ottima occasione per avvicinare i giovani alla passione per la musica, magari da tenere in considerazione prima di intraprende un corso. 

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lunedì 17 ottobre 2022

Il ragazzo e la tigre: la nostra recensione della favola ecologista di Brando Quilici

 


Nepal, giorni nostri. Un bambino ricciolino, il piccolo Balmani (Sunny Pawar), in seguito a un terremoto che ha colpito la città di Kathmandu in cui ha perso la madre, vive in un orfanotrofio diretto da Miss Hannah (Claudia Gerini), ai margini di una grande foresta dove risiedono anche delle tigri in cattività.

In difficoltà nel trovare nuovi amici e chiuso in se stesso, il ragazzino decide di fuggire per tornare nella città dove abitava e durante il viaggio incontra il cucciolo di una tigre, Mukti, con il quale scopre di avere molte cose in comune. Tra avventura e sentimento, li porterà a conoscere persone di tutti i tipi, da degli hippie motorizzati a nomadi, passando per i fantomatici raccoglitori di miele dell’Himalaya e forse raggiungeranno in alta montagna il tempio misterioso di Tiger’s Nest. Miss Hannah cercherà di raggiungere Balmani nel corso della sua avventura.


Brando Quilici porta in sala una storia che parte dalla dura realtà delle conseguenze di un terremoto ma riesce a “diventare favola”, accompagnando lo spettatore in un viaggio nel segno dell’amicizia e dell’identità, alla ricerca del proprio “posto nel mondo”, lungo la cultura e i magnifici paesaggi himalayani. Il ragazzo e la tigre protagonisti della storia diventano presto un po’ come quel Bimbo sul Leone della favola musicale di Celentano e Altan: ci invitano con la loro avventura, in un momento particolarmente grigio e “piovoso” della nostra storia recente, a guardare oltre le nuvole, a un futuro carico di colori in cui può esistere ancora della “gente allegra”. “Gente allegra”, ma proprio per questo anche profondamente spirituale, come le persone che accompagneranno lungo il viaggio il giovane orfano e il suo tigrotto che beve latte da un biberon, a volte come guide e a volte come figure paterne, lasciando che siano però i due “cuccioli” a decidere la loro meta. Nessuno degli adulti teme la tigre e nessuno nega un supporto o un consiglio al ragazzino, a parte il temibile cacciatore di frodo, l’unico vero cattivo della vicenda, l’unico, per puro spirito di arricchimento personale, a non rispettare le leggi della convivenza tra uomo e natura. Il ragazzo e la tigre ci porta per un paio d’ore in mondo di persone allegre rispettose della natura e disposte a guidare i più giovani, pur nella consapevolezza “naturale” che questi, come le tigri, un giorno potrebbero abbandonare il biberon e affilare i denti e diventare adulti. Un mondo di persone con la consapevolezza che guerre e terremoti continueranno ancora, ma con la pari consapevolezza che con un sorriso si può sempre rimettersi in viaggio e costruire il domani. È un film che “fa stare bene” e fa venire voglia di prendere un biglietto di sola andata per il Nepal, anche grazie all’ottimo lavoro svolto nella ricerca delle location e in una fotografia dai colori caldi, avvolgenti. Tra il giovane e bravo attore protagonista e Claudia Gerini si crea una buona intesa, i momenti in cui dividono lo schermo sono molto teneri e carichi di vicinanza emotiva. Quando appare il tigrotto Mukti, addestrato a sembrare docile come un micetto, questo ruba ovviamente la scena a tutto il cast, catalizzando tutte le attenzioni del pubblico. Verso il finale Il ragazzo e la tigre vanno un po’ dalle parti del Richiamo della foresta e fin dal primo trailer ci sono assonanze da Vita di Pi, ma il film riesce comunque ad avere una propria identità. Quilici ha già raccontato nel 2014 una storia di amicizia tra un bambino e un orso con Il mio amico Nanuk e si riconferma anche in quest’opera un attento e capace narratore di storie rivolte a un pubblico di giovanissimi. 

Forse un po’ “zuccherino” per una platea adulta, che potrebbe però apprezzare i bellissimi paesaggi, Il ragazzo e la tigre è uno spettacolo ideale se volete portare il sala dei bambini, soprattutto in un momento in cui le opere che parlano di futuro, ambiente e buoni sentimenti non sono mai abbastanza. 

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giovedì 13 ottobre 2022

fACTORy 32, stagione 2022-23

 


Con grande piacere anche quest’anno siamo stati invitati al teatro fACTORy 32 di via Watt 32 a Milano, in zona Navigli, per una anteprima della stagione teatrale. Il teatro diretto da Valentina Pescetto sceglie quest’anno per slogan “Comeback Home” e offre molte interessantissime proposte. Ci sono opere ispirate al Vangelo Secondo Gesù Cristo di Saramago a opere che richiamano a Cechov. Torna il Caliprazi di Harold Pinter, va il scena Le serve di Jean Genet con un cast di giovani promesse. Sul palco tornano anche gli spettacoli  dedicati ai più piccoli, arrivano opere psichedeliche che omaggiano figure come NICO, artista e musa di Andy Warhol, fanno il debutto gli studenti dell’Università Statale di Milano insieme agli ex studenti del Centro Teatro Attivo in un’opera che omaggia i film horror. Tornano tra le compagnie I diavoli, I Viandanti Teatrali, Le ore piccole e la compagnia Dunamis, il Teatro Pedonale, Odemà, Eccentrici Dadarò, Anime Sceniche e la compagnia del fACTORy 32. Per dare il giusto spazio a tutti e cercare di parlare degli spettacoli nel modo più puntuale, aggiorneremo sulle uscite tramite la nostra pagina Instagram “iltroppotempolibero”. 

Buon teatro a tutti. 

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domenica 9 ottobre 2022

Gli orsi non esistono: la nostra recensione del film scritto, diretto e interpretato dal regista iraniano Jafar Panahi

 


Il regista Jafar Panahi si trova nell’Iran dei giorni nostri, in un piccolo villaggio vicino al confine con la Turchia, per girare un documentario su una coppia in procinto di varcare il confine con dei documenti falsi. Mentre la troupe realizza le riprese Panahi, che non può lasciare l’Iran per una restrizione decisa dal tribunale, segue le operazioni a distanza, dallo schermo di un computer portatile, cercando di migliorare la connessione con antenne di fortuna. I lavori sembrano procedere per il meglio, gli abitanti del paese dove risiede Panahi sono cordiali e affettuosi e il regista, allegro e curioso, ha tanta voglia di conoscere le usanze locali, a partire da una cerimonia che si tiene a ridosso di un fiume per celebrare davanti a tutta la comunità l’amore di due persone. Una notte, per ragioni tecniche legate ai problemi di connessione, Panahi si trova quasi sulla linea di confine per ricevere “avventurosamente” degli hard disk relativi al girato, percorrendo una strada sterrata conosciuta solo dai trafficanti di uomini. Il regista osserva da vicino le mille luci di una vicinissima città turca, ma decide di non varcare quella “soglia” che forse idealmente sta già varcando con la realizzazione del suo film. Dal giorno dopo la situazione inizia a precipitare, con le riprese del documentario che si fanno sempre più difficili e pericolose e con Panahi che rimane kafkianamente coinvolto in una questione locale a causa di una foto compromettente su due amanti clandestini che lui non si ricorda di avere mai scattato. Senza nemmeno rendersene conto, la sua vita sarà presto in pericolo a causa delle complesse tradizioni locali. 


Academy Two distribuisce in Italia l’ultimo film di Jafar Panahi, acclamato con il Premio Speciale nella recente Mostra del Cinema di Venezia. Il regista ha dovuto girare in clandestinità Gli orsi non esistono e non ha potuto ritirare personalmente il premio in quanto da luglio deve scontare una pena di 6 anni, per attività di propaganda contro il regime iraniano, in ragione di una sentenza che dal 2010, per vent’anni, gli ha inibito la possibilità di viaggiare, girare, rilasciare interviste dentro e fuori l’Iran. Come nei precedenti lavori di Panahi, anche in questo film il regista parla del suo difficile rapporto con l’Iran: una terra che ama profondamente per la bellezza dei luoghi e la cordialità delle persone, ma della quale non riesce a comprendere in pieno i meccanismi alla base dell’intricato sistema giuridico e tradizionale. Panahi ci parla qui di come anche all’interno di un bucolico paesino di confine, circondato dalla natura, non si possa vivere in armonia a causa di immaginari “orsi” che ne sorvegliano i confini. Gli orsi sono di sicuro i criminali che ossessivamente sorvegliano le piste per i loro traffici, ma in senso lato esistono per il regista anche degli “orsi figurati”, incarnazione delle leggi e delle tradizioni, non meno pericolosi e insidiosi. È per non scatenare questi orsi, temuti e accettati quanto interiormente accolti come un tratto identitario, che spesso la vita di tutti i giorni si complica fino ad arrivare a delle spirali senza uscita. Panahi “combatte questi orsi” esponendoli con chiarezza nelle loro contraddizioni: dall’anacronismo e infelicità cui possono portare i matrimoni combinati, a un sistema giuridico che non può accogliere la prova testimoniale di un minorenne. Il suo è un cinema che usa un linguaggio semplice e diretto per andare al nocciolo dei problemi, senza però dimenticare mai, nonostante tutto, di inquadrare la complessità dell’animo umano, mettendone in luce con rispetto dignità e frustrazioni. Se la critica di Panahi è al sistema, non manca mai di uno sguardo bonario nei confronti delle persone che con questo sistema devono pur conviverci. È un cinema che agli occhi di uno spettatore occidentale risulta di importante valore sociale, proprio per il modo in cui punta a costruire un dialogo costruttivo, etico quanto urgente, necessario quanto difficile. È un cinema che fa riflettere sui diversi sistemi culturali in cui si può osservare il mondo, un cinema che ci spinge a cercare difficoltose ma possibili strade comuni lungo le quali riuscire a convivere pacificamente, con la consapevolezza che non può esistere sempre un modo giusto o sbagliato di vedere le cose e che tutti possiamo sbagliare lungo il percorso. Panahi non è esente dal commettere errori e anzi evidenzia lungo tutto il film i molti fraintendimenti culturali che lui stesso finisce per causare pur in buona fede, per il solo fatto di essere un regista cinematografico. Gli orsi non esistono è un film sull’importanza del dialogo ma pone così anche una grande attenzione sull’enorme responsabilità che il cinema deve avere nel raccontare la Storia. Nella Storia non esiste quasi mai un finale sul noto adagio “e vissero felici e contenti”, motivo per cui le opere di stampo documentaristico dovrebbero rifuggire l’idea di farsi ingabbiare in consolatorie finzioni cinematografiche. Inoltre nella Storia la presenza di un’immagine, una qualsiasi immagine pur ritratta di sfuggita, può avere sempre, a livello giuridico, più valore di una testimonianza diretta. È il motivo per il quale le immagini possono conferire e togliere immensi poteri ed è forse il motivo per il quale registi come Panahi, che pur non si arrendono davanti a nessuno, tutt’oggi sono messi all’indice o incarcerati. 


Gli orsi non esistono è un film fortemente autobiografico, potremmo dire “alla Nanni Moretti”, su un regista iraniano che coraggiosamente e forse imprudentemente cerca di cambiare il paese che ama, attraverso il dialogo, l’amore e gli errori. La narrazione è asciutta, il ritmo veloce e quasi da film Polanskiano nella discesa kafkiana che va sempre più a delinearsi verso il finale, lo sguardo è documentaristico e gli attori si esprimono nella più assoluta spontaneità, risultando sempre credibili e ricchi di sfaccettature. È un film sulla forza e paura che possono infondere le immagini, forse l’unica cosa al mondo che può certificare davvero che “gli orsi non esistono”. 

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sabato 8 ottobre 2022

Omicidio nel West End (See how they run) : la nostra recensione di un gustoso giallo meta-cinematografico in salsa Agatha Christie per la regia di Tom George

 


Siamo negli anni ‘50 a Londra, nel West End, la celebre via dei teatri. All’Ambassadors Theatre va in scena con il tutto esaurito l’adattamento del romanzo giallo Trappola per topi di Agatha Christie (interpretata da Shirley Henderson). Al termine della rappresentazione, dopo essersi accordato con il pubblico di tenere il segreto sull’identità dell’assassino una volta usciti dalla sala, tutto il cast si cambia d’abito e insieme ai dirigenti e ai produttori si appresta a festeggiare il traguardo delle cento rappresentazioni. A turbare la quiete della festa c’è Leo Kopernick (Adrien Brody) altezzoso regista americano fortemente voluto dal produttore cinematografico John “Wolfy” Wolf (Reece Shearsmith) e decisamente intenzionato a stravolgere lo spettacolo per il grande schermo. Leo in breve tempo dal suo arrivo a Londra è riuscito a inimicarsi gli attori teatrali principali,  Dickie Attenborough (Harris Dickinson) e Sheila Sim (Pearl Chanda), la produttrice teatrale Petunia Spencer (Ruth Wilson), lo sceneggiatore teatrale Mervyn (David Oyelowo) e il suo compagno Gio (Jacob Fortune-Lloyd), svariate altre persone e lo stesso Wolfy. C’è tensione nell’aria, fino a che la festa viene interrotta da un omicidio. Il cadavere viene ritrovato sul palco del teatro, su un divano al centro della scena.  L’agente Stalker (Saorise Ronan) e l’ispettore Stoppard (Sam Rockwell) radunano tutti i presenti tra le prime file del pubblico e iniziano le indagini, convinti che l’assassino sia tra di loro. Chi avrà commesso questo omicidio nel West End? 


Omicidio nel West End è un divertente giallo “alla Agatha Christie” in cui “va in scena” un celebre libro di Agatha Christie e in cui compare, tra i protagonisti, la stessa Agatha Christie. Il film di Tom George parla del modo in cui una storia “cambia narrazione” nel passaggio dal fatto reale al teatro, poi dal teatro al cinema, fino a fare ritorno alla realtà, modificandola a sua volta. È un continuo gioco di specchi in cui tutti i piani si intrecciano, confondono e sconvolgono e dove la presenza sulla scena della grande scrittrice, interpretata in una piccola ma gustosissima parte da Shirley Henderson, non fa che rendere il tutto ulteriormente surreale, sarcastico e labirintico. Adrien Brody è il curioso “ma non troppo“ narratore di questi eventi, Sam Rockwell è un investigatore disincantato “ma non troppo”, la Ronan è la classica collaboratrice/spalla empatica “ma (non) troppo”. Tutti i personaggi, pur nolenti, rispondono agli schemi più rodati della narrativa gialla e nello specifico alla trama di Trappola per topi, in una specie di “dannazione liturgico/narrativa” che li condanna a vivere, fino alle ultime scene, dentro noti e quasi profetici cliché. Noi come spettatori non siano da meno estranei dal loro senso di sconfitta e dannazione, laddove l’abile e un po’ luciferino sceneggiatore Mark Chappell, come faceva il buon Kevin Williamson di Scream, è sempre pronto e attento nel ricordarci, spesso attraverso il personaggio di Leo, i più classici trabocchetti e aspettative in cui è destinato a cadere ogni personaggio e ogni spettatore. C’è sempre un delitto che avviene in un luogo isolato dal resto del mondo, c’è sempre un detective disincantato, non mancano personaggi che a prima vista ci appaiono odiosi e che per questo consideriamo fin dall’inizio potenziali assassini. C’è sempre una serie di molti indizi “robusti” volti a portarci fuori strada, quando invece è sempre un piccolo particolare, apparentemente insignificante, “per veri detective”, quello che smaschera il colpevole. Tutti possono essere i colpevoli e noi possiamo e dobbiamo sospettare di tutti. In un film, a differenza di un libro giallo, deve poi accadere qualcosa di eclatante negli ultimi 20 minuti, perché il pubblico in sala, statisticamente, alla fine si ricorderà quasi solo esclusivamente di quel lasso di tempo. 


Le “trappole” narrative scattano sempre puntuali, i personaggi-vittime “ci cadono dentro” e noi, come pubblico, possiamo giusto aggrapparci all’ironia delle cose e a un'“appagante” chiarezza della messa in scena, che coccoli il “piccolo detective che vive in noi” a partire da una costruzione visiva ludico-elegante, una Londra anni ‘50 “perfetta per un giallo”, che cita molto e bene lo stile di Wes Anderson. Se molti personaggi finiranno “vittima dei cliché”, la follia dei personaggi più assurdi e sopra le righe, come in questo caso l’amabilissima/mattissima Agatha Christie, saprà regalare per lo meno una liberatoria risata. La “lezione” che vorrebbero impartirci Mark Chappell e Tom George, citando forse più Cluedo che Agatha Christie, sembra essere che anche per quanto riguarda il genere giallo, così come in molto del cinema horror, noi, da spettatori, ci appassioniamo troppo allo schema, guardando invece ai personaggi come a meri ingranaggi. Personaggi per lo più intercambiabili, pezzi di un puzzle che devono combaciare in un “disegno enigmistico”. Come i puzzle di legno che intaglia per hobby il detective di Sam Rockwell, personaggio più volte nel film (forse per contrappasso?) trasformato a sua volta ”in deus ex machina”, come un pezzo del puzzle adatto a più ruoli. Caratteristica che non può che confondere il personaggio della Ronan, dichiaratamente “esperta giallista” come si immagina parte del pubblico in sala. Sam Rockwell, dando fondo alle sue doti di artista sempre mimetico, riesce a a farci perdere del tutto nel “dolore nascosto” del suo ispettore Stoppard: ci fa guardare oltre al cliché, fisando quasi negli occhi (e facendo sentire un po’ in colpa) tanto la Ronan che lo spettatore appassionato di “enigmistica gialla”. È con la sua interpretazione sottile, che va oltre al quadro superficiale del detective “underdog”, vistosamente fallito e ubriaco, che Rockwell fa cadere la quarta parete (il muro immaginario tra spettatori e personaggi su schermo) più importante, tra le tante quarte pareti che Omicidio nel West End dissemina, rendendoci di riflesso più umana, nel fallimento, la Ronan. Anche per l’aggiunta di questa doppia prospettiva, unite alla voce narrante disincantata e “spoilerosa” di Brody, il resto dello spettacolo diverte, si apprezza per la complicata laboriosità della messa in scena, fa emergere spesso con l’ironia la classe con cui ogni personaggio (pur nolente) e ogni ambiente bene si incastrino nello schema. Sta alla fine allo spettatore valutare quanto l’ingranaggio per lui possa risultare ”stretto”, quanto sia in grado di “sorprendersi da giallista” in uno schema che scientemente e sadicamente anticipa che “non ci saranno e non ci potranno essere sorprese”. Quanto funziona per un horror meta-narrativo come Scream può quindi infine funzionare per gli amanti dei film gialli? Sta a voi scoprirlo. Noi abbiamo amato perderci nel raffinato esercizio di stile di questo continuo gioco di specchi. Abbiamo amato i personaggi che “urlano interiormente” per fuggire al cliché e siamo impazziti per una Agatha Christie come ce la siamo sempre immaginata (ma non abbiamo mai avuto il coraggio di confessarlo).


Disney dopo due lettere d’amore al genio di Agatha Christie (e anche un po’ a Indiana Jones), firmate da Kenneth Branagh (parliamo di Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo), porta in scena un altro divertito e divertente omaggio alla celebre scrittrice e drammaturga inglese. La trama è molto elaborata e gioca con gusto e sarcasmo nel confondere i diversi piani narrativi tra realtà e finzione, gli attori vivono e combattono dentro i cliché in cui sono incatenati, dal punto di vista tecnico è tutto ben confezionato e il ritmo, al netto di qualche “ingranaggio un po’ più allentato” funziona a dovere. Un modo certamente coraggioso e raffinato per mettere in scena un racconto giallo. 

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sabato 1 ottobre 2022

Smile: la nostra recensione dell’horror scritto e diretto da Parker Finn con Sosie Bacon

 


Siamo a Newark, New Jersey, in una notte di autunno dei giorni nostri, in un ospedale del centro. La psicoterapeuta Rose (Sosie Bacon, figlia di Kevin Bacon) a causa di uno sfortunatissimo cambio turni con il collega Joel (Kyle Gallner), che collabora abitualmente con le forze dell’ordine per i crimini violenti, si trova davanti alla giovane Laura (Caitlin Stasey). La ragazza, reduce da quello che sembra un forte shock post traumatico e al momento in preda ad allucinazioni, decide di suicidarsi davanti a lei, aprendosi il mento con i cocci di una tazza da the. Lo fa guardando Rose negli occhi, sorridendole sinistramente. La terapeuta da quel momento cade anch’essa in un vortice di angoscia, vuoti di memoria e allucinazioni, iniziando a sentirsi costantemente perseguitata dallo stesso “mostro che sorride” che diceva di vedere Laura. Scoprendo infine di essere anche lei  vittima di una vera e propria maledizione, la cui origine è sconosciuta ma risalente molto indietro nel tempo, Rose decide per sopravvivere di affrontare il “mostro sorridente” quanto i suoi personali demoni, superando in questa lotta tutti i confini tra mondo razionale e interiore. 


Prendete una atmosfera alla The Ring USA version by Gore Verbinski, innaffiate con un high-concept visivo semplice e diretto (possibilmente a basso costo) sullo stile Obbligo o Verità di Blumhouse o It follows di Mitchell, aggiungete gustose suggestioni psicoanalitiche da Nightmare 3: i guerrieri del sogno e condite il tutto con infamissimi “bubu-settete” sonori e visivi direttamente da Le verità nascoste di Zemeckis. Potrebbe uscire un brutto mostro di Frankenstein e invece, se saprete prenderlo bene, il film scritto e diretto da Parker Finn è una piccola mina. Un piccolo horror certamente e dichiaratamente derivativo, ma in grado di cavalcare con gusto le sue già ben codificate influenze narrative, regalare qualche sano e tremendo brivido “a sorpresa” e magari aprire la strada a un possibilissimo franchise “box Office piacendo”. Parker Finn, regista e sceneggiatore alla sua opera prima cinematografica dopo un paio di illuminati corti horror, sceglie di affidarsi a un mostro che vive nella mente delle sue vittime e grazie a questo, lavorando tra piano reale e suggestioni come il buon Freddy Krueger insegna, costruisce una pellicola in cui per fare paura “vale tutto”, perché lo spavento può nascere in ogni circostanza e momento. Parker Finn è consapevole di questo stato di “onnipotenza creativa” e decide gioiosamente di scatenare contro gli spettatori tutto l’arsenale narrativo, visivo e sonoro di cui il cinema horror enciclopedicamente dispone da sempre. Finn applica lo “spavento leggero”, quello da “bu bu settete” delle casa delle streghe del luna Park e di molti slasher: le porte che sbattono all’improvviso, una presenza inquietante che appare per un istante al buio in un veloce cambio di inquadratura e poi riappare dietro alla protagonista, vari rumori disturbanti che ci stordiscono nel silenzio come il miagolio improvviso di un gatto, una macchina che frena o il suono di un clacson. Lo spavento leggero è quello che “dopo essere stato subito” fa più ridere e al contempo incazzare il pubblico, che in qualche modo si sente “truffato emotivamente”. 


Non contento di giocare con porte che sbattono, fantasmi dietro lo specchio e gattini urlanti, Finn nell’uso specifico della macchina da presa e del comparto audio cerca di aggiungere il “senso di angoscia” degli horror di Ari Aster e Polanski, Kubrick e Friedkn. Guardiamo spesso il mondo direttamente dagli occhi della protagonista, muovendoci lungo corridoi bui dove il mostro infine appare e ci guarda dritto negli occhi. Ogni tanto una innocente inquadratura che ritrae una macchia che percorre una strada piano piano si rovescia a 180 gradi, dando la prospettiva di un mondo ribaltato, una realtà “specchiata” che ci fa letteralmente girare la testa vertiginosamente nel cercare di leggerla. Qualche volta Finn ci spara dritte al nostro cervello delle immagini subliminali, naturalmente così veloci che nemmeno ce ne accorgiamo. Spesso la protagonista non riesce a distinguere distintamente le parole di chi la circonda, che risultavano al sonoro anche per noi ovattate, oppure è circondata da persone che non la ascoltano nonostante lei parli con loro. Tutte strategie basate sulla nostra percezione del film che amplificando il senso di solitudine ed isolamento, che alzano nello spettatore il tasso di paranoia. 

L’horror è poi anche una faccenda di carne, per lo più recisa o disarticolata in forme raccapricciati a ricordaci della fragilità e caducità umana. Finn di certo non manca di scontentare gli amanti dell’horror più “fisico ed estetico”, riempiendo appena può la pellicola di truculenti scene splatter, cadaveri trovati in condizioni orribili (che ricordano da vicino il lavoro fatto da Rick Baker per The Ring), mostruosità oniriche mutanti e deformazioni diaboliche assortite, in un gioioso crescendo “emoglobinico e artistico” da incubo, che ci porta sul finale quasi dalle parti “più dantesche” dove finiva lo spagnolo Rec

Come ciliegina sulla torta, non ancora contento di spaventarelli e angoscia, sangue e mostri, Finn sceglie di mettere in campo fin dall’inizio la cosiddetta “liturgia della paura”: quella magnificamente descritta da David Lynch nella scena della tavola calda di Mulholland Drive, presente nei dialoghi tra madre e figlio in Nightmare il nuovo incubo di Craven e presente come struttura interna in molti horror orientali. Prima delle forza delle immagini truculente in Smile è quindi la pura narrazione a farsi strada nello spettatore, nel senso della suggestione scaturita dai “racconti di paura intorno al fuoco” (omaggiati nel cinema recente da Scary Story to tell in the dark di André Overdal). Secondo la liturgia ogni storia dell’orrore che inizia deve giungere alla fine secondo un preciso schema a tappe, già note e conosciute, che inesorabilmente dovranno ripetersi dalla prima all’ultima in una sorta di infinto e immutabile destino. L’orrore diventa così attesa di tappe inevitabili, scandite dal linguaggio del cinema di Finn con precisi codici visivi e sonori, dal quale non è possibile sfuggire: l’arrivo a una “nuova tappa” viene sottolineato con una precisa distorsione audio, simile al rumore di una stazione radio fuori sincrono, dopo la quale da spettatori sappiano sempre che accadrà qualcosa di spaventoso. Finiamo per spaventarci quasi ”pavlovianamente”. Finn inoltre per tutta la visione alimenta la mitologia dietro al “mostro che ride”, in un continuo racconto del terrore che si carica di testimonianze, scritti, pitture che ce lo fanno percepire come qualcosa di eterno, ineluttabile come Thanos. 


Parker Finn ha studiato bene l’horror e il suo Smile e si è messo nella condizione ideale per creare un esaustivo saggio sulle conoscenze tecniche e stilistiche da lui apprese sul tema. Chi ama l’horror a 360 gradi si divertirà un mondo nell’assistere e decodificare questa pioggia incessante di trucchetti visivi, rumori improvvisi, splatter e suggestioni varie atte a spaventare, trovando inoltre (e non è mai scontato!!!) in Sosie Bacon una meravigliosa interprete, in grado di esprimere al meglio e con credibilità il continuo turbinio degli stati emotivi in cui cade il suo personaggio. Rose è affascinante ma dimessa, gentile ma spaventata, si tiene sempre con un timoroso “passo indietro” da una realtà che sa di non poter gestire ma che nonostante tutto dovrà affrontare, trovando una forza interiore che non crede di possedere. Ricorda nello spirito il personaggio della bravissima Lily Taylor nel sottovalutato e un po’ bistrattato Haunting di Jan de Bont. Forse anche tutto questo Smile però ricorda un po’, proprio per similari aspetti legati alla messa in scena, all’apparato psicologico e al linguaggio scelto per spaventare, il sottovalutato Haunting. Sono opere che pescano entrambe a piene mani tra le molte anime del genere horror, tra il luna Park dell’horror e l’angoscia esistenziale, scegliendo “di non scegliere” di seguire uno specifico filone. Ed eccoci dunque alla domanda che può mettere in luce il più grande, possibile, limite della comunque gustosa e ben confezionata opere di Parker Finn: cosa cercate voi, da spettatori, in un film horror? Siete disposti a farvi spaventare da tutto questo arsenale visivo, sonoro e narrativo “insieme”? C’è chi ha odiato Le verità nascoste di Zemeckis (ma anche i Final Destination) perché c’erano troppi “spaventarelli”, da porte che si aprono di botto e gattini che strillano, che “avrebbero ridotto il fascino” del “vero horror” alla base del film. C’è chi non ha apprezzato Hereditary di Aster perché era troppo angoscioso e non si rideva mai, come anche in Rosemay’s Baby di Polanski, perché mancavano gli spaventarelli. C’è chi ha voluto bocciare Rec di Plaza e Balaguerò, o pure Haunting, perché il momento finale “non è compatibile con l’atmosfera generale del film” (secondo loro) e “non mi piacciono gli effetti speciali”. Si possono mettere insieme in Smile tanti elementi narrativi diversi, senza scontentare nessuno? Quali sono i vostri “gusti” in merito alla paura e dove invece la paura cinematografica vi fa “reagire male” alla visione? È possibile poi, in qualche caso, che qualcuno esca scontento dalla visione di un film horror (pur bello), e si aggrappi di conseguenza a qualsiasi cosa per criticarlo ferocemente, magari proprio perché il film horror è riuscito a spaventarlo per davvero (e quindi fosse una sorta di lesione d’onore)? Qualunque sia la vostra risposta, da amante in modo olistico di tutte le espressioni cinematografiche della paura, dalle montagne russe emotive degli slasher ai corridoi silenziosi e tutti uguali dell’Overlook Hotel, passando per le creature che si insidiano per rancore nel buio del mondo interiore dei J-horror, vi invito ad abbandonarvi alle mille facce della paura di Smile, sfoggiando anche voi un bel sorriso. Qualcosa nel film di Parker Finn vi farà sicuramente incazzare, qualcosa vi farà tremare di brutto, qualcosa vi lascerà magari indifferenti ma siete in un all you can eat e alla fine qualcosa che vi sarà davvero piaciuto in questa pellicola lo troverete e magari attenderete un bis. La formula c’è, il mostro c’è, le premesse per raccontare almeno un’altra storia che possa effettivamente arricchire l’immaginario di Smile senza battere le stesse strade ci sono. Certo non è facile “abbandonarsi alla paura”, soprattutto quando si è sotto un attacco incrociato che procede spedito su più fronti. Non è  facile per qualcuno guardare all’horror senza poterlo vedere come quella prova di forza iniziatica di “dimostrazione di coraggio” per vivere la vita adulta. Non è facile per qualcuno guardare all’horror senza aspettarsi per forza di trovarci una finestra sul proprio mondo metafisico e interiore e certo non è per qualcuno facile accettare di essere stati “spaventati a tradimento” da un gatto che miagola. Smile ci interroga sui nostri limiti nell’affrontare la paura nella finzione cinematografica e in questo è provocatorio non meno di Midsommar di Ari Aster.  


A sorpresa, operando un approccio olistico al genere “della paura” e senza nascondere i molti omaggi al genere che l’opera prima di Parker Finn sceglie di compiere, Smile è una pellicola divertente, carica di suspence e suggestioni interessanti, molto ben recitata e confezionata, che un fan dell’horror non dovrebbe lasciarsi scappare. Un buon motivo per andare al cinema se si è giovani, magari portandoci la ragazza e tenendosi per mano nelle scene che fanno più paura… in pratica per tutto il film. Un bel modo per uscire dalla sala con il sorriso stampato dopo un horror.  

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