giovedì 23 luglio 2026

A new dawn (The Day Paris Green Dawns) - la nostra recensione del malinconico e “folgorante” film di debutto alla regia di Yoshitoshi Shinomiya, storico animatore di Makoto Shinkai. Evento speciale in sala con Dynit dal 23 al 29 luglio


Ci troviamo in Giappone, in una zona immersa nel verde e a due passi dal mare, alla periferia della città di Niura, nella prefettura di Kanagawa

Il signor Obinata, proprietario della grande fabbrica di fuochi d’artificio della zona, è ormai sparito nel nulla da quattro anni, diventando una specie di fantasma. Dopo la morte della moglie il grande imprenditore aveva iniziato a disinteressarsi di tutto, alcuni speculatori avevano iniziato a farsi avanti in modi “scorretti”, la piccola comunità che girava intorno allo stabilimento in poco tempo si era sgretolata. Poi si era chiuso del tutto. La grande struttura abbandonata, subissata dai debiti quanto dal maltempo, era infine stata “inghiottita”  dal fango e dagli alberi della vicina foresta.

E dire che il festival estivo tradizionale dei fuochi d’artificio era un evento che richiamava centinata di turisti, la cui tradizione si tramandava da almeno 330 anni: da quando, proprio nella zona della fabbrica, era stato edificato il “covo” dei pirati che per primi, usando i materiali del posto, avevano messo a punto la tecnica originale per creare quei particolarissimi fuochi d’artificio. Fiori di fuoco nati come un’arma di difesa, poi di gioia e “stupore”.

Lo stabilimento è ormai in attesa di abbattimento, al centro di un grande piano di riqualificazione territoriale che sta per iniziare a breve. A “difendere l’eredità del covo” non ci sono più i vecchi operai, ormai troppo vecchi, né quelli più giovani: progressivamente stati ad andare via e cercare fortuna nelle grandi città. 

Ma qualcuno, un “ultimo pirata, è rimasto. Agguerrito, arrabbiato e nascosto all’interno del fabbricato pericolante, assalendo chiunque ci si avvicini come una specie di fantasma vendicativo. È il figlio più piccolo di Obinata, il ribelle e scapestrato Keitaro. Ha deciso di continuare a lavorare a polveri e fuochi pur vivendo lì come un eremita, aspettando l’arrivo delle ruspe di demolizione. Anche a costo di rimanere sotto le macerie, è pronto a difendersi anche usando le antiche lance arrugginite dei pirati. Tutto per un grande sogno: realizzare e lanciare in cielo in una notte stellata lo “Shuhari”, il fuoco d’artificio più grande e spettacolare mai immaginato dal padre. Un’opera ciclopica rimasta incompleta, ardita e difficile da capire quanto gli appunti per ultimarla: tra formule chimiche complesse, erbe rare e pietre da miscelare, innovativi prototipi da intagliare nel legno.

Un lavoro di mesi e mesi il cui risultato finale avrebbe portato a un fiore di fuoco color “verde Parigi”, visibile a centinaia di metri di distanza, per forma e stazza simile a un piccolo pianeta comparso all’improvviso a cento metri da terra.  

Per salvarle Keitaro dalla sua ossessione, il fratello maggiore del ragazzo, Chicci, diventato per qualcuno forse un ingrigito dipendente statale, è tornato nella vecchia fabbrica insieme a una amica di infanzia, Kaoru, che aveva abbandonato la cittadina quattro anni prima per andare a vivere e lavorare a Tokyo. 

Dopo aver dissuaso Keitaro dai suoi propositi: spronandolo a lasciarsi il passato alle spalle, “andare avanti”, rifarsi come loro una nuova vita e magari essere parte attiva, come loro, di un possibile piano di riqualificazione della loro “vecchia casa”, Chicci e Kaoru alla fine si fanno trascinare nella folle impresa.

Sarà una faccenda ben più complessa di quanto avrebbero mai immaginato, anche perché il vecchio inventore di fuochi d’artificio aveva pensato a uno spettacolo pirotecnico davvero unico nel suo genere: realizzabile non solo grazie ai materiali rari reperibili sul territorio, ma anche in ragione delle particolari condizioni ambientali del luogo di innesco stesso: il centro della fabbrica e il suo territorio limitrofo. 

Solo che il luogo con gli anni è mutato e servirà qualcosa di davvero innovativo per “ricostruirlo”: soprattutto per ripristinare una baia che non esiste più. 

Servirà qualcosa per ripristinare l’illuminazione e qualcosa per bloccare temporaneamente una decina di ruspe e un manipolo di cinquanta operai, poliziotti e burocrati. Come se questo non bastasse, un terribile tifone partito dalle Marianne starebbe per abbattersi sulla zona, potendo potenzialmente rovinare tutto. 

Riuscirà la messa in scena dell’ultimo, grande festival pirotecnico del villaggio dei pirati?


Yoshitoshi Shinomiya, giapponese, classe 1980, iniziava la sua carriera come animatore nel 2011, a fianco dell’astro nascente Makoto Shinkai, nel film Viaggio verso Agartha. Una pellicola realizzata come una vera lettera d’amore verso le opere del maestro Hayao Miyazaki, dalla quale il “romanticismo metropolitano” di Shinkai avrebbe iniziato ad “evolversi e arricchirsi” di tematiche di stampo più “ambientalista”. Nel 2013 Shinomiya era ancora con Shinkai nel mediometraggio Il giardino delle parole, dove un piccolo e appartato parco cittadino diventa a tutti gli effetti il “terzo interprete sulla scena”, di una tenera e complessa storia d’amore. Il parco, realizzato con tecnica mista tradizionale e digitale, non era solo il “luogo di un incontro”, ma diventava grazie all’animazione e a una regia particolarmente attenta qualcosa di vivo, pulsante, “quasi umorale”. Aveva una sua “voce” che schermava dai suoni del traffico cittadino. Rami che si muovevano come danzando sotto il vento e la pioggia, una “pelle” che cambiava a secondo delle stagioni almeno quanto il sentimento che provano i due protagonisti. Nel 2016 Shinomiya è di nuovo al fianco di Shinkai per Your Name, dove nella seconda parte del racconto venivamo letteralmente travolti da una potente rappresentazione della forza della natura. Una forza che quasi riusciva a fondere  e sintetizzare una love story con un disaster movie, con vortici d’aria in grado di trasformarsi in vortici emotivi.

È interessante osservare come questo occhio di particolare riguardo nella rappresentazione “realistica ed espressiva” della natura, descritta e animata fin nei minimi dettagli, dalla consistenza del fango fino al movimento delle foglie e delle nuvole, sia anche una delle principali cifre stilistiche di A New Dawn, film di esordio alla regia di Shinomiya. 

Un racconto in cui la natura è di nuovo co-protagonista, in un racconto di stampo realistico “piccolo ma potente”, che sa parlare, con malinconia, una “goccia di speranza”, ma anche con grande spettacolarità, dell’ormai irreversibile esodo dei giovani dalla provincia verso le grandi metropoli. Una trasformazione culturale ben nota in Occidente fin dagli anni ‘70, ma che in Oriente oggi va a spezzare quel particolare legame tra “tradizione e modernità” che, da sempre, è uno degli  aspetti-cardine della cultura giapponese. 

Una trasformazione che riscrive inevitabilmente i rapporti tra uomo e natura, proponendo soluzioni ancora considerate “difficili”. 

In una intervista, il regista e sceneggiatore Yoshitoshi Shinomiya ha raccontato di come  l’ispirazione per il film sia venuta durante un viaggio in autostrada con il figlio. Mentre superavano un lungo ponte, il bambino si sarebbe illuminato e tutto sorridente avrebbe detto al padre “Il mare! C’è il mare”. In realtà ai margini del ponte non c’era acqua, ma una lunga distesa di pannelli solari. Con la complicità di una bella giornata e del cielo azzurro, i pannelli raccontavano l’illusione nostalgica del mare, in uno scenario che guardava già al futuro: una soluzione sostenibile ma che nascondeva, a livello emotivo, una piccola amarezza.


Una malinconia che è diventata premessa di una storia adulta, di “trasformazione” non solo sociale ma anche “urbanistica”: dove i siti dei vecchi capannoni, un po’ come i vecchi operai, sono destinati a essere abbandonati  per “far spazio”. Spazio a nuovi palazzi, centri commerciali e nuovi lavoratori, in un processo di “ripulitura” che sembra di fatto cancellare ogni macchia di un passato importante, della cui preservazione solo qualcuno, con fatica, come i nostri protagonisti, riesce a occuparsi. Qualcuno di loro cerca di opporsi, qualcuno cerca di “cambiare le cose”: su un piano prettamente burocratico o dando “nuova vita” alle tradizioni. 

Aspetti narrativi che conferiscono all’opera, pur nel suo tono sempre leggero e godibile, una complessità tematica per nulla banale. Ma al di là di tutto, il regista vuole almeno glorificare, “per un’ultima volta”, un passato che sembra destinato a scomparire: dando ai tre protagonisti la missione di realizzare l’ultimo  grande fuoco d’artificio artigianale delle industrie Obinata. Una storia di riscatto sociale e amicizia diventa così parallelamente anche un racconto squisitamente “tecnico”. Un racconto ricco di dettagli e informazioni di stampo scientifico, su progettazione, prototipi, scelta di polveri e inneschi dei fuochi artificiali, da sembrare a tutti gli effetti “quasi un piccolo Oppenheimer in miniatura”. Anche qui come nel film di Nolan guardiamo per gran parte del tempo alla costruzione di impianti, assistiamo ai test, fallimenti e soluzione di problemi, aspettando con un po’ di paura il momento del grande innesco. Che in questo caso riguarda un decisamente più innocuo fuoco d’artificio.

Un fuoco d’artificio reso davvero spettacolare grazie a un'animazione vivida e quasi pulsante, che riesce a fondere al meglio animazione tradizionale a mano con tecniche al computer, frizionandole in uno stile quasi pittorico che diventa “potente” anche grazie all’ottima colonna sonora.

Uno stile che diventa subito un ottimo biglietto da visita per il neonato studio di animazione Outrigger. 

Una prima regia che ci presenta un autore eclettico, pieno di potenziale. Un autore capace di smuovere le corde emotive quanto costruire scene visive complesse. Un regista in grado di raccontare un tema non banale come la modernità, in un periodo in cui sembra infinitamente più facile “fuggire nel fantasy”.  

A new dawn ci è piaciuto moltissimo. Può sembrare a un primo sguardo una “storia piccola”, ma il grande amore e impegno con cui è stato realizzato ne fanno un film di assoluto pregio, in grado di parlare con disinvoltura più linguaggi narrativi e di portare sullo schermo una messa in scene sontuosa, malinconica quanto “potente”.

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lunedì 13 luglio 2026

Supergirl: la nostra recensione del cinecomic diretto da Craig Gillespie, con protagonisti Milly Alcock, David Corenswet e Jason Mamoa


Sinossi

Kara (Milly Alcock) indossa perennemente occhialoni scuri, un’aria trasandata e sballata, un sorriso solare ma malinconico. Il sorriso di chi non sembra più capace di prendere sul serio niente e nessuno. Lei e Clark (David Corenswart) sono gli ultimi superstiti del pianeta Krypton, dopo che questo è stato distrutto dall’instabilità del suo nucleo. “Clark il nerd”, il boy-scout perfetto, è finito sulla Terra che era ancora un bambino in fasce, è cresciuto in una famiglia umana che lo ha adottato e solo di recente ha scoperto nel sue origini, da quando si sono manifestati in pieno i super poteri tipici della razza kryptoniana. Ora lavora come reporter per un giornale di Metropolis e usa i suoi poteri per fare del bene, indossando il mantello di Superman. Il passato di Kara è qualcosa di completamente “diverso”. Il futuro una tela bianca confusa. Anche lei ha “qualcosa di simile a un mantello”, stipato male nell’armadio della piccola “astronave-Van” che momentaneamente usa come casa. Un luogo piccolo, disordinato e accogliente, pieno di a varie cianfrusaglie, una raccolta di film di Bogart, merendine e cereali, varie bottiglie di superalcolici e i “giochini” del suo cagnolino Krypto. È sempre divertente giocare con Krypto, lanciandogli una palla da riportare nel vuoto dello spazio. Con la sua piccola astronave, la ragazza vaga insieme al suo Krypto per i peggiori bar e localacci della galassia, cercando i luoghi che le permettano di ubriacarsi. I kryptoniani, se bagnati dai raggi di un sole giallo, sono dotati di un fattore di guarigione straordinario, possono volare, sono  fortissimi, quasi invincibili ed espellono le sostanze nocive in pochi secondi. Ma alla presenza di un sole rosso, la loro forza e resistenza diventano poco più che quelle di un umano, permettendogli “per lo meno” di ordinare un whisky  senza che faccia lo stesso effetto del latte. 

Kara predilige i pianeti con sole rosso, perché “riuscire a non pensare” è diventato troppo importante: a costo di finire in bettole piene di alieni bavosi che ti sparano in faccia il loro moccio, dove può capitare di condividere una birra spaziale con i peggiori fuorilegge della galassia, spesso in balia di creature cento volte più forti di lei. 

Un giorno Kara si trova in un bar vicino a una catena montuosa di un pianeta qualunque, ovviamente con sole rosso, per bere e ballare musica “dance revival” all’interno di un suo personale “maxi-tour” per la celebrazione dei suoi 23 anni. È arruffata e accartoccia come sempre, con gli occhialoni neri che fissano il vuoto, quando una ragazzina, armata di spada, fa spegnere la musica.

Si chiama Ruthye Marye Knoll (Eve Ridley) ed è l’ultima sopravvissuta di una famiglia di costruttori di spade. L’unica a essere stata lasciata in vita dal terribile Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts) e dai suoi briganti, perché ai suoi occhi “irrilevante”, prima di derubarla di tutto e dare fuoco alla sua casa. 

Ruthye ha occhi di fuoco e vuole vendetta. Offre l’ultima spada del suo clan a chi la aiuterà nell’impresa. In un secondo viene derubata da un alieno senza scrupoli. La piccola riporta nella mente di Kara un sentimento che pensava ormai archiviato da tempo: una sorta di “tenerezza”. Decide di aiutarla, attirandosi subito le cattive intenzioni di Krem e i suoi. I briganti rubano l’astro-Van (nello spazio una assicurazione furti è indispensabile), colpiscono il suo cagnolino Krypto con un dardo avvelenato, cacciano in corpo a Kara una gran voglia di infuriarsi. Magari “da sobria”.

Kara e Ruthye partono insieme per uno stranissimo “viaggio spaziale on the road”:  in cerca di Krem e un antidoto per Krypto. Attraverseranno pianeti su uno sgangherato “pullman spaziale”, stipato di tutte le più strane e moleste creature pendolari dell’universo. Incontreranno ladri di “diligenze spaziali”, pochi amici, scopriranno che Krem dispone di un intero pianeta pieno di briganti con cattive intenzioni ai suoi ordini e cerca nello spazio “donne”, per dare alla vita nuovi ai briganti delle future generazioni. È per Kara forse l’occasione di “fare qualcosa di buono”.

Ma sullo stesso cammino troverà, con intenzioni e obiettivi simili, anche il cacciatore di taglie Czarniano Lobo (Jason Mamoa). Una montagna di muscoli enorme, spaventosa quando imprevedibile, che viaggia nel cosmo con il suo Chopper seminando morte e distruzione come un tornado. Sarà un loro nemico o un alleato? Di sicuro la nuova amicizia con Ruthie, così piccola, testarda e piena di determinazione, sta iniziando a cambiare la “prospettiva sul mondo” di Kara. Diventerà anche lei una “super boy scout” come Clark?


Ma chi è Supergirl?

Superman: un supereroe di origine aliena con un corpo a prova di proiettile in grado di volare alla velocità del suono, super muscoli che possono sostenere a mani nude un grattacielo, occhi azzurri che sparano laser, polmoni che permettono di respirare senza problemi nello spazio profondo e possono generare piccoli tornado, solo “soffiando intensamente”. Poteri immensi quanto “standard” per chiunque sia nato sul pianeta Krypton, nelle mani di un eroe dal cuore così puro che può sfruttarli solo a difesa dei più deboli, solo quando è strettamente necessario. Ma se questi poteri non fossero una “sua esclusiva”?  

Se esiste “un altro Superman” o magari una Supergirl? 

Questo interrogativo iniziò a farsi largo per la prima volta nel maggio 1943, tra le pagine nel numero 60 del leggendario “Action Comics”, ipotizzando uno scenario in cui i super-poteri sarebbero finiti momentaneamente alla storica fiamma di Clark Kent, Lois Lane, dopo una trasfusione di sangue. Nel 1949 sulla testata “Superboy”, che presentava storie di Superman da giovane (un po’ come la serie tv Smallville), il nostro eroe incontrava una donna che sembrava avere super poteri come i suoi…ma era solo la finzione di un gioco di prestigio. Il tema di una Supergirl tornò nell’agosto del 1958, sulle pagine del numero 123 della testata “Superman”, in un racconto in cui il buffo coprotagonista fotografo Jimmy Olsen, servendosi di un “totem magico”, creava, ancora in questo caso “solo momentaneamente”, una super-donna in grado di aiutare il super protagonista in una situazione di emergenza. 

Le idee c’erano, ma erano tutte abbastanza delimitate, “a termine”, provvisorie. Fino a che arrivò qualcuno che presentò Supergirl come un personaggio effettivo, autonomo e originale. Era Kara e possedeva gli stessi superpoteri in quando cugina kryptoniana quasi coetanea di Clark/Kal-El/Superman. Figlia dello scienziato Zor-El, fratello del padre di Superman Jor-El, era scampata alla distruzione del pianeta natale grazie a una cupola per le emergenze climatiche costruita dal padre nella città-stato di Argo. Era stata infine anche lei mandata sulla Terra come il cugino, ma la sua astronave aveva preso un altro percorso e destino: cadendo davanti alla porta in un orfanotrofio. Solo dopo alcuni anni, ideali per “giustificare” la sua iniziale assenza sulla scena, sarebbe diventata come il cugino una delle eroine più celebri. 

Supergirl nasceva così “ufficialmente”, come Kara, nel maggio del 1959, grazie alla penna  di Otto Binder e le matite di Al Plastino, sul numero 252 della celebre testata “Action Comics”. Fu un successo. 

Un successo che già nel 1959 spingeva timidamente a esplorare nei fumetti tematiche “gender”. Al punto che solo sette mesi dopo, nel gennaio 1960, con il numero 78 della testata “Superboy”,  fu il giovane Superman stesso (con ingenuità ma anche anticipando temi che sono ancora “caldi” 66 anni dopo) a “trasformarsi in una super-ragazza”, almeno per un giorno. 

Intanto Supergirl cresceva di popolarità come co-protagonista di varie storie, fino a che nel 1972 riuscì a ottenere una propria testata autonoma. 

Nel 1985 il personaggio venne poi “ucciso”, all’interno del mega crossover: Crisi sulle terre infinite. Un evento dai risvolti narrativi “drammatici”, quanto editorialmente “pratici”. Un ciclo di storie che serviva per rilanciare e riorganizzare tutti i fumetti DC Comic, tagliando magari qualche testata economicamente in perdita. La testata di Supergirl “chiudeva”, ma era già scritto che prima o poi “una Supergirl” sarebbe tornata: magari in una forma “nuova” che la avrebbe resa più interessante per il pubblico. 


Nello specifico, in pochi anni, saremmo andati incontro a ben tre nuove “versioni”. Nel 1988, con le storie scritte da John Byrne, “divenne Supergirl” Matrice, una forma di vita artificiale creata da Lex Luthor. Se il supercattivo Lex Luthor non poteva avere i poteri che tanto invidiava a Superman, poteva dimostrarsi quasi “innamorato” di questa Supergirl. Nel 1996, grazie al fumettista Peter David e al disegnatore Gary Frank (celebre coppia che avrebbe scritto anche il classico La psicanalisi di Hulk), fu il turno di Linda Denvers: una ragazza terrestre che “fondendosi con Matrice”, diventava la nuova supereroina. Nel marzo 2003 a rivendicare il titolo di Supergirl fu invece Cir-El: una donna venuta dal futuro, convinta di essere la figlia di Clark Kent e Jois Lane (qualcosa di “mefitico” quando già familiare, almeno a chi guardava in tv Sailor Moon). Dal 2006, a partire da una run sulla testata Superman-Batman, i piani alti di DC Comics decisero di “reintrodurre ufficialmente” il personaggio di Kara Zor-El, la cugina kyriptoniana di Superman, sebbene con alcune piccole “variazioni narrative”, come le circostanze del suo arrivo sulla Terra. Un ritorno alle origini che dal 2006 sta ancora “reggendo” 20 anni dopo, che dimostra ancora una volta quanto il personaggio sia ancora “giovane”, gioiosamente imprevedibile e indefinito, in grado di apparire spesso in modalità originali. 

Dal punto di vista cinematografico, il personaggio di Supergirl iniziò a interessare  a partire dagli anni ‘80.   


Secondo una prima stesura, Supergirl avrebbe dovuto esordire al cinema nel 1983, insieme al villain Braniac, al fianco del mai troppo compianto Christopher Reeve, nel pasticciato, ma buffo (grazie a Richar Pryor), Superman III di Richard Lester. Il progetto cambiò in corso d’opera, ma la nostra eroina trovò subito un film fanciullesco  e pieno di romanticismo  “tutto suo”, nel 1984: Supergirl - la donna d’acciaio, per la regia di Jeannot Szwarc. Per interpretarla venne scelta la biondissima e  innocente Helen Slater: il volto adatto per un film dichiaratamente “per ragazze”, frizzantino, iper colorato quanto innocuo, gioiosamente camp.

Arrivando più vicini a giorni nostri, fin all’inizio del “DC Movie Universe” inaugurato da Zack Snyder e il suo Man of Steel nel 2013, un progetto su Supergirl venne messo in cantiere. 

Dal 2015 al 2021 Supergirl ha goduto parallelamente di una serie TV prodotta da CBS, creata da Greg Berlanti, Ali Alder e Andrew Kreinsberg, considerata come una sorta di “espansione” delle serie tv su Green Arrow e Flash. Una serie “leggera”, con più di una assonanza, a partire dalla presenza nel cast dell’attrice Teri Archer, con la storica serie tv Lois & Clark - le nuove avventure di Superman, andata in onda dal 1993 al 1997. Qui per impersonare Kara è scelta la biondissima e autoironica Melissa Benoist, che ne fa anche “lavorativamente” un personaggio quasi “parallelo” a Clark Kent, spesso invischiato in trame “intergalattiche” gustosamente alla Man in Black

Ma per ritrovare Supergirl sul grande schermo,  avremmo dovuto aspettare il 2023 e il film The Flash. È una versione dell’eroina del tutto nuova, “alternativa” e  spiazzante, decisamente diversa da quella classica. Tragica, marziale, disperata. Con corti capelli corvini, in catene, piena di rabbia e voglia di rivalsa: una creatura aliena ferita e pericolosa, solo in attesa di tornare a “mordere”. Un personaggio quasi Shakespeariano, interpretata da una tosta e bravissima Sasha Calle, pronto a farsi largo, da grande co-protagonista (al fianco del Batman di Michael Keaton), nella spettacolare, “tragica e inevitabile”, battaglia finale “multi-dimensionale” del complicato, sfortunato ma divertente, The Flash di Andy Muschietti.

Un anno fa, nel 2025, dopo il “reboot” dell’Universo cinematografico DC a firma James Gunn, abbiamo ritrovato al cinema una nuova Supergirl, ancora una volta “diversa”. Una sorridente e un po’ sballata “festaiola intergalattica”, con il volto di una bionda, disordinata e arruffata Milly Alcook: una attrice straordinaria che si era da poco fatta notare anche per la serie HBO House of the Dragon. Faceva capolino solo sul finale del bellissimo e malinconico Superman, riuscendo in due soli minuti a rubare la scena al bravo David Corenswart: non solo per il buffissimo e “strano comportamento affettuoso” che manifestava nei confronti del cane Krypto, ma anche per dettagli più sottili e enigmatici. Kara poteva essere “solo” una festaiola intergalattica? A rispondere a questa domanda,  il nostro film del 2026: primo “film titolare” di Supergirl dopo 32 anni. 


La sceneggiatrice Ana Nogueira, per DC Comics e Warner già al lavoro sul prossimo film dei Teen Titans e un progetto relativo a Wonder Woman, ha scelto di adattare liberamente, per il grande schermo, una delle versioni più moderne e amate del personaggio. Quella del celebre ciclo a fumetti in 8 numeri, uscito nel 2021/2022, a firma Tom King e Bilquis Evely: Supergirl : la donna del domani. Una serie (che oggi Panini Comics ristampa in formato lusso) che, fin dal titolo, avrebbe riportato alcuni “richiami tematici forti” alla celebre saga a fumetti di Superman a firma Alan Moore: Che cosa è successo all’uomo del domani?. Una saga, che per il regista di Supergirl Craig Gillespie (regista anche del disneyano Crudelia, dell’horror Fright Night e del folle Lars e la ragazza tutta sua) sembrava ispirarsi al western Il grinta, portato sullo schermo prima da John Wayne e poi dai fratelli Coen. Una storia dalla forte componente “intima/introspettiva”, che portava la nostra eroina, con tanta autoironia e un po’ di disperazione, in giro per “pianeti sporchi e cattivi”: non-luoghi spaziali/decadenti come le bettole di Star Wars, rugginosi/alcolici/western, in storie tra il tragico e il crepuscolare. Pianeti futuribilmente arrugginiti e sporchi, pieni di alieni eccentrici, risse e tragedie dietro ogni angolo. Luoghi ideali per incontrare alcuni dei personaggi più assurdi e terrificanti del DC Universe. Gente come Lobo. Tim King avrebbe voluto far comparire proprio in questa run a fumetti il cacciatore di taglie Lobo, ma all’epoca non gli fu permesso dalla produzione. Al cinema avremo quindi una versione 2.0 di quella storia. 



Ma chi è Lobo?

Un po’ come Krypton, il pianeta di Superman e Supergirl, esisteva un tempo nell’universo il pianeta Czarnia. Un luogo all’avanguardia per cultura, arte e scienza, abitato da persone tecnologicamente evolute, quasi immortali, aristocratiche, generose e illuminate. Tutti perfetti, tranne “l’eccezione che conferma la regola”, la pecora nera, l’unico “vero ribelle”: Lobo. 

Krypton è stato distrutto dall’instabilità del suo nucleo e da una classe politica tronfia che non voleva “vedere il problema”. Czarnia è stato fatto detonare, con esplosioni atomiche “a grappolo”, direttamente da Lobo. Un Lobo particolarmente “contento” di vendicarsi così dei suoi concittadini e mettersi nella condizione ideale di iniziare una vita spensierata e indipendente, da “biker dello spazio”. 

Una montagna di muscoli. Un covo sporco di capelli ispidi e disordinati che  nascondono un volto dai lineamenti perennemente in ombra, illuminato solo da penetranti occhi rosso sangue e dalla fiamma di un sigaro. La pelle bianco-bluastra di un cadavere, spesso ricoperta da borchie, catene arrugginite, cartucciere di polvere da sparo, coltelli da macellaio ancora sporchi, mitragliatrici e ogni genere di arma “grossa e cattiva”.

Violento, viscido e grezzo, del tutto insensibile a ogni forma di compassione o empatia, allergico alle più basilari regole di convivenza intergalattica, Lobo sceglie di essere controvoglia un cacciatore di taglie: per ricavare quei quattro crediti che bastano per riempire il serbatoio della sua moto spaziale, comprarsi nuovi sigari, birra, qualche “compagnia per adulti” e i “crostini”. Crostini per i suoi delfini spaziali da compagnia e il suo bulldog. Oltre che amante degli animali, Lobo sostiene di essere una “persona di parola”, anche se spesso interpreta le promesse in modo  “esotico”. Non è decisamente tipo da romanticismo, unicorni e politicamente corretto. Negli anni, nella sua “lista di criminali”, consegnati rigorosamente “morti”, per lo più a pezzi, è rientrato anche Babbo Natale e tutti gli aiutanti elfi (nella miniserie Paramilitary Christmas Special del 1990), ma anche la persona che più di tutte gli ha rovinato la vita: la sua ex maestra delle elementari (nella miniserie Lobo The Last Czarnian, del 1990). Una volta Lobo è stato ucciso (in Lobo’s Back, nel 1992) ma ha fatto “così casino” nell’Aldilà, seminando morte e disperazione tra inferno e paradiso, che “da quelle parti non ce lo vogliono più”: al punto da aver siglato un contratto che Lobo che, in caso di morte, le autorità ultraterrene sono costrette a  resuscitarlo subito, anche se con il corpo ridotto in poltiglia.

Il fattore di guarigione Czarniano farà il resto.

Certo all’inizio, “non era così cattivo”. Parliamo editorialmente del 1983, anno in cui il personaggio, creato da Roger Slifer sui testi di quel genio mai troppo celebrato Keith Giffen, esordiva nel numero 3 della testata Omega Men, come “membro scomodo” di un super gruppo di poliziotti spaziali, spesso impegnati in missioni “alla Star Trek”. Burbero e con poteri di auto-guarigione “utili al gruppo”, quasi una specie di Wolverine, caratterialmente era però decisamente troppo complicato da gestire. Sebbene nel maxi-evento Crisi sulle Terre Infinite del 1985 il personaggio “sopravvisse” e piacque al pubblico tanto da comparire in seguito come anti-eroe sui fumetti della Justice League, presto ai piani alti decisero di metterlo in un “freezer editoriale”, fino agli anni ‘90. Anni in cui Keith Giffen e Grant, “ragazzacci inglesi” che avevano reso grande il Giudice Dredd, ottenuta per meriti sul campo “totale carta bianca”, riuscirono a ingaggiare il disegnatore cult (nonché batterista Metal) Simon Bisley, convincendolo a creare insieme a loro un fumetto di Lobo con storie totalmente fuori di testa, strapiene di parolacce e non-sense, completamente punk per il tratto febbrile e i colori acidi, spaventosamente splatter (roba da tavolo operatorio), assurdamente intrise di cattiveria e umorismo nerissimo. Il “Lobo definitivo”, il più amato/temuto/ricordato, ma che nessuno da lì a tre anni avrebbe più avuto il coraggio/follia di replicare a fumetti.

Piuttosto hanno provato a renderlo “family friendly”, quasi slap-stick, con zero violenza e zero parolacce. Innocuo e per lo più “sopra le righe”, lo resero nei cartoni animati della Justice League alla stregua di un ridicolo epigono del “diavoletto della Tazmania” dei Looney Toons. Nel frattempo il ciclo di Grant, Bisley e Giffen viene periodicamente ristampato integralmente: diventando un vero cult.

Nessuno ha avuto il “coraggio” di portare al cinema un personaggio sul genere di Lobo, ma ci hanno “fantasticato” in molti. Qualcuno prima aveva immaginato un Lobo con il volto di Danny Trejo. Anni dopo qualcun altro, dice la leggenda non confermata, era riuscito a ingaggiare proprio Jason Momoa per la parte. Momoa che alla fine era stato “dirottato” su Aquaman, creando di fatto un Aquaman vincente quanto inedito: l’Aquaman più vicino a Lobo che si potesse immaginare. Era destino che Momoa “tornasse” a impersonare l’ultimo Czarniano e oggi già si parla di un film “stand alone”, tutto su Lobo, rigorosamente vietato ai minori, splatter e scorretto come il fumetto anni ‘90 di Giffen, Grant e Bisley. Roba che poteva succedere solo dopo i grandi risultati su schermo di un eroe parimenti “controverso” come Deadpool. Roba che poteva succedere in Warner solo con le gestione del Comics DC Universe di un matto come James “I guardiani della galassia” Gunn. Un visionario gentile, amante dei personaggi di carta un po’ strani, estremi e meno mainstream, che una volta passato in DC aveva fortemente voluto raccontare una “sua versione” della “Suicide Squad”: la più disperata, cattiva, insensata, ironica, splatter e malinconica possibile. Riuscito a farsi approvare successivamente un “suo” Superman, ha tirato fuori dal cilindro, come coprotagonista, altri personaggi meravigliosamente strani e di nicchia come Metamorpho e la Lanterna Verde Guy Gardner, interpretata da Nathan Fillon. Un supereroe, quest’ultimo, che molti qui in Italia si ricordano di aver conosciuto per la prima volta, come guest-star, proprio dei fumetti di Lobo. E tutto magicamente “torna”. La presenza di Lobo in Supergirl è quindi una specie di super antipasto di quello che potrebbe aspettarci in futuro. 



In Sala

Il nuovo film di Supergirl arriva nelle sale non tradendo l’anima “Hardcore” e per “fan di vecchia data” che caratterizza tutte le produzioni di James Gunn. Ritroviamo anche qui, come ne I guardiani della Galassia,  rugginose case-astronavi stipate da strani coinquilini e piene di chincaglierie. Bettole spaziali fumose e pericolose, in cui si può ascoltare il meglio della produzione rock/disco terrestre. Personaggi inquietanti, pieni di borchie e piercing, in genere cattivissimi,  che vivono come pirati spaziali e non sono minimamente in cerca di redenzione. Antieroi strani, “perdenti volenterosi”, spesso alla stregua di “freak”: “falliti in cerca di redenzione” ai quali non si fa troppa fatica a volere bene, come la nostra Supergirl, perché riescono a trasudare eccentricità quando umanità. 

In più, grazie all’interessante approccio alla scrittura della sceneggiatrice Ana Noriega, il racconto prende la felice forma di una “origin story decostruita”. Il personaggio, spesso trincerato in una sorta di “armatura cinica”, riesce a svelare al meglio, con “piccole fiammate emotive”, spesso inattese, il suo reale carattere e sentimenti. Sentiamo quasi “cadere la maschera”, quando ci troviamo davanti a questi piccoli flashback frammentati, che riescono al meglio a rendercela un personaggio unico quanto tragico e che vanno “inseriti nel giusto ordine”. Complicata, tenera e sbruffona, eroica come autodistruttiva, già adulta ma ancora molto bambina, più “fragile” di quando lei stessa mai ammetterebbe, la Kara interpretata dalla bravissima Milly Alcock è uno dei personaggi più convincenti e profondi che si possano trovare nei recenti cinecomics. 

Kara è un personaggio davvero ben scritto e interpretato ed è davvero originale il modo in cui Craig Gillespie, enfatizzando sulla interazione con il personaggio “giovane e puro” di Eve Ridley, sia riuscito effettivamente a rinnovare senza tradire lo “spirito originale” dello scorbutico e amabile “cavaliere acciaccato” del western Il Grinta. Ma ci sono anche momenti narrativi di profonda introspezione, di “caduta e rivalsa”,  in cui la pellicola riesce a volare pure dalle parti di un altro grande western: Un dollaro d’onore con Dean Martin. Come nei frangenti più crepuscolari della trama, quelli in cui si riflette sul destino di “essere ormai soli”, figli di un mondo che non esiste più, viaggiano felicemente dalle parti de Il Cavaliere Elettrico con Robert Redford. 

È stranissimo ma esaltante, vedere così “attuale” un genere ormai dimenticato come il western, messo al servizio dei cinecomics. 

Anche se veniamo portati a spasso per i pianeti per tutto il tempo, sembra sempre di percorrere le strade di una Route 66 di frontiera: con tutti i sogni di libertà e disincanto che questa tratta ha ispirato ai registi dei Western, come a Dennis Hopper per il suo Easy Rider (che di fatto possiamo considerare anche lui un western crepuscolare). 

Tra viaggi e assalti alla diligenza, bar trucidi, predoni senza scrupoli, Supergirl ci regala anche un cattivo “davvero cattivo”. Certo meno affascinante del Sentenza di Lee Van Cleef, Krem delle Colline Gialle, con il volto di Matthias Schoenaert, sa mettere davvero paura. Pirata spaziale, trafficante di organi ed esseri umani, leader carismatico implacabile con la pelle d’acciaio, Krem è sempre due passi avanti alla nostra eroina, non fa mai battute, sottopone le sue vittime a continui giochi mentali sadici, gode della incapacità degli altri di essere brutali quando lui lo è con loro. Un cattivo fiero, sanguinario e senza possibilità di redenzione. Un cattivo verso il quale, come ne Il Grinta, la sua principale piccola vittima, Ruthye, dopo mille angherie, dovrà cercare di trovare un briciolo di pietà, per non “sporcare il candore della sua anima” e scendere sul suo stesso piano di “disumanità”.  Un rebus psicologico quasi impossibile, la grande “sfida morale” che il film approccia con grande tatto e disincanto, scegliendo vie non banali ma neppure facili. 


E poi c’è ovviamente Lobo, Easy Rider trucido, cacciatore delle taglie western 2.0. Carismatico e scostante, perfettamente integrato nelle atmosfere crepuscolari della pellicola, amabilmente brusco e scorretto come lo volevamo. Certo “ne volevamo di più”: lo volevamo “più cattivo”, più sulla scena principale, più controverso, splatter, anarchico. Quando Momoa ha interpretato per il film Fast X il villain Dante Reyes, quel personaggio esagerato e fuori dagli schemi era già “Lobo al 120%”. Qui invece è quasi che Lobo si metta da solo da parte, “”da signore””, per dare il giusto respiro alla storia di caduta e redenzione di Kara. Ma Lobo tiene tutto costantemente “sotto controllo”, “vigila” a pochi passi dall’azione e può così intervenire con tutta la sua potenza distruttiva, quasi come un deus ex machina. Ma quando decide di entrare davvero in azione, in una maxi rissa o a bordo del suo chopper volante, dispensando esplosioni e distruzione, sa essere davvero carismatico e protagonista. In alcuni frangenti più che Lobo potrebbe quasi sembrare un felicissimo epigono di Bud Spencer. Perché Bud Spencer nei western, e Supergirl a tutti gli effetti “è” un western, ha sempre funzionato benissimo.

Invece un po’ costretto, in una parte forse troppo piccola, è  il Superman di David Corenswet. Ma riesce comunque a ritagliarsi almeno una scena davvero interessante: quella del suo primo incontro con Kara. Davvero tenera e commovente.


Commento finale 

Supergirl ci è piaciuto molto. Bellissimi pianeti polverosi, bellissima colonna sonora pop rock vintage “James Gunn Style”. È un film decisamente “più piccolo” del precedente Superman, con meno azione roboante, effetti speciali psichedelici e scontri con creature grandi come palazzi. È invece un western crepuscolare on the road che convince, per la particolare cura della scrittura, la “giusta polverosità“ degli scenari, ma soprattutto per la bravura di tutto il cast, tra cui spicca una interprete meravigliosa come Milly Alcock. Una attrice in grado di rendere Kara un personaggio davvero indimenticabile. Se le scene action funzionano bene, le scene drammatiche portano la narrazione a un livello davvero più alto e spesso inedito per i cinecomics.

Nasce così una Supergirl come non l’avevamo mai vista. Non vediamo l’ora di vederla tornare in azione. 

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