sabato 12 settembre 2026

Don’t look back in anger: la nostra recensione del docu-film sugli Oasis, scritto da Steven Knight, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace

 


C’erano una volta, dagli inizi degli anni ‘90, gli Oasis: un gruppo che in pochissimo tempo divenne seguitissimo, amatissimo in tutto il mondo, tra i capofila del cosiddetto “Brit-Pop”.  

Parlavano un rock grintoso, con accordi indiavolati, una voce graffiante e arrabbiata, dei testi anche “duri” ma profondi, “necessari”: per dare voce a una generazione che ancora si sentiva inascoltata.

Il cuore del gruppo erano due fratelli di Manchester: il cantante Liam e il chitarrista, seconda voce e autore dei testi Noel. 

Liam era il più trasgressivo, sarcastico e collerico. Usava in pubblico parole affilate come rasoi, amava gli eccessi, era al 100% tutto quello che potevi aspettarti da una rockstar “maledetta”: perennemente imprevedibile e senza limiti. Ma al contempo, dietro a questa che poteva essere pure una specie di “maschera”, (almeno così la dichiara Liam oggi) Liam sapeva essere schietto, diretto, sapeva parlare al suo pubblico come può farlo solo un amico sincero. Era solito andare in giro con un cappello da pescatore e in un attimo centinaia di cappelli da pescatore invasero il mondo. 

Noel era l’autore di quelle incredibili canzoni, che se erano un autentico “distillato” dei pensieri e passioni dei giovani della working class di Manchester di inizio anni '90, sapevano diventare universali, toccando il cuore dei giovani più disparati, dall’Argentina al sud est asiatico. Noel era più timido, preciso e pignolo: quello che arrivava sempre puntuale alle prove, mentre Liam alle prove spesso neanche si presentava. Era quello che “faceva gruppo” con la band ma, al contempo (almeno così dichiara Noel oggi), quello che sapeva inconsciamente di non poter esserne “il leader”. 

Liam aveva “coolness” e non era merce in vendita. 

Le canzoni di Noel erano uniche, ma funzionavano perché cantate da Liam. 

I grandi successi di critica e pubblico fin dagli esordi furono accompagnati da storie di ferocissimi litigi tra i due fratelli, quasi sempre accompagnati da fiumi di alcol, camere e camerini distrutti, botte da orbi in cui “chi aveva iniziato” non era mai chiaro. Ogni tanto Liam, oramai vittima del “demone della rockstar maledetta”, si esibiva sul palco completamente ubriaco, non ricordando le parole. Tra troppi eccessi, incomprensioni, concerti annullati all’ultimo minuto per litigi dell’ultimo minuto con il pubblico già in sala, nel 2009 la barca degli Oasis affondava. Il pubblico, sempre numeroso, pur tradito, continuava ad amarli ancora alla follia e sperava in un ritorno. 

I due fratelli non si parlarono per 15 anni, annullando ogni tipo di rapporto con le rispettive famiglie.

Si erano persi in strade diverse o forse erano stati troppo vicini per percorrere la stessa strada.


Sono tra i fortunati che nel 2015 erano per un gioco del destino alla stadio O2 Arena di Londra, a vedere gli U2, quando, a sorpresa, sul palco saliva Noel Gallagher intonando con Bono Vox “I steel haven’t found what I’m looking for” seguita da “All you need is love”. Anche attraverso i testi delle canzoni, forse più con speranza che concretezza, si parlava di “ritrovare una direzione”, del bisogno di rimettere i sentimenti e non solo la musica al primo posto. Tra le righe si parlava di un ritorno e rappacificazione degli Oasis.  

Alla fine, dieci anni dopo la O2 Arena, nel 2025, qualcuno ha deciso di abbassare l’ascia di guerra e gli Oasis tornano in sala prove.

Il docu-film di Knight, dopo una veloce celebrazione dei primi anni del gruppo e i duri filmati del pubblico incazzato al concerto saltato di Stafford, del 22 agosto 2009, di fatto parte da qui: dai primi tesi giorni di maggio 2025 nella sala prove, prima che il nuovo tour mondiale iniziasse il 4 luglio a Cardiff, nel Millennium Stadium. 

All’inizio delle prove c’è solo Noel con la band, che timidamente riprendono contatto con il vecchio sound in una nuova sala, riscoprendo energie sopite e un po’ commuovendosi. Si pensa a dare il 100% ora per poi solo divertirsi, vivere spensierati questa nuova occasione di incontro con il pubblico, trasmettere buone vibrazioni.

Ore dopo arriva in sala Liam e l’atmosfera si fa subito tesa, i silenzi diventano pesanti, sembra di soffocare, ogni parola pare troppo affilata anche se pare pronunciata con ironia. 

Come i due fratelli trovino l’equilibrio necessario per andare avanti, “non guardare al passato con rabbia”, viene raccontato con grande garbo e sensibilità, un raffinato montaggio, tante scene inedite tratte dal tour del 2025, da questo prezioso documentario di Steven Knight. 

Un documentario che parla di Liam, Noel, ma anche dei fan sparsi in tutto il mondo degli Oasis di ieri e di oggi. Fan della prima ora e fan in quanto figli di altri fan. Un mosaico di piccole storie, intime quando diversissime, in cui la musica degli Oasis ha avuto un ruolo importante, trasformativo, per cambiare alcune prospettive di vita. 

E da queste piccole storie il film arriva a parlare anche del “potere misterioso” della musica: di come le canzoni non siano solo “del gruppo” ma si trasformino, diventino dopo l’ascolto “personali”, di tutti. Come un ottimo vino che invecchia migliorando, canzoni del 1990 possono parlare a una platea del 2026, creando un unico ponte emozionale. Un ponte emozionale che è un peccato “interrompere”, nel caso nessuno canti più sul palco quelle canzoni. 

Il documentario confezionato da Steven Knight è un grande atto d’amore nei confronti di una band storica e della sua musica, ma in puro “stile Oasis” non si limita a essere un esercizio “consolatorio e celebrativo”. Tra le pieghe dei dialoghi e tra scorci rubati dalle telecamere, emergono infiniti “non detti”, attimi di tensione improvvisa, piccoli “sgarbi”. Come ogni “stretta di mano” tra i due fratelli, di fatto l’atto che suggella l’inizio di ogni esibizione, può far immaginare che uno dei due “la stringa un po’ troppo”. Gli anni sono passati, non sono più dei ragazzini, qualcuno è andato in analisi, ogni tanto si dichiara apertamente “aria di grande conciliazione”. Ma quella tensione emotiva, quella “tossicità latente” che li vuole tuttora “vicini ma non troppo vicini”, sembra essere un mostro ancora in agguato. Qualcosa da gestire, che non si può cancellare. Del resto, come sempre e anche qui, gli Oasis non ci vogliono “raccontare balle”: la vita non è tutta rose e fiori. 

In playlist, alcuni dei brani più iconici di sempre, rigorosamente eseguiti dal vivo e anche “cantati dal pubblico”, da gustare in una sala cinematografica con un degno impianto stereo. Tra le tante, “Wonderwall”, anche in una versione adattata dai fan argentini, la “Don’t look back in Angel” che dà il titolo, “Champagne supernova”, “Rock’n’roll rockstar”. 

Un film per chi ama gli Oasis o anche solo vuole tornare con la mente agli anni del brit-pop, per sentirsi più giovane. Ma anche un raffinato racconto emotivo su quanto sia difficile (ma possibile) la riconciliazione tra due persone che per molti anni non sono riuscite a parlare tra loro. 

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