sabato 7 dicembre 2019

Jagan (titolo originale Jagaaaaaaaaaaaaaan, titolo inglese il più sobrio Jagaaan"): la nostra recensione dei primi numeri del manga scritto da Muneyuki Kaneshiro disegnato da Kensuke Nishida




Shintarou è un poliziotto di quartiere timido e costantemente bullizzato dai colleghi e pure dagli stessi delinquenti. Per questo sviluppa un'indole arrendevole, ma che lo porta a sogni ad occhi aperti in cui vuole uccidere tutti, pur conscio del fatto che è un poliziotto e ama il suo lavoro più di ogni cosa. Un giorno, come in Magnolia di P.T.Anderson, iniziano a piovere rane dal cielo. In quanto di origine aliena, le rane pazze iniziano a "entrare nei corpi" delle persone, trasformandole in "uomini guasti" che, in ragione della propria specifica indole, mutano anche esteticamente in mostri "specifici". In pratica, una persona che era solita essere aggressiva a parole può mutare in una creatura che per gran parte del corpo è composta da una lingua allungabile per metri e metri, coperta di denti aguzzi dappertutto. Sì, può ricordare roba che accadeva in Sailor Moon.
Una rana si impossessa anche del nostro poliziotto, facendolo mutare in una specie di uomo-arma dalla mano-pistola piuttosto fallica, votato alla distruzione di ogni uomo guasto. Un supereroe che prenderà il nome di "Jagan"! Ad aiutarlo nell'impresa di search 'n' destroy di uomini guasti, compare un gufetto superdeformed stile animale buffo dei cartoni animati di maghette. Il gufetto dice di essere una specie di poliziotto spaziale, racconta la storia degli uomini guasti al nostro eroe e fornisce a Jagan un modo per rallentare la sua trasformazione progressiva e inevitabile in uomo guasto, un particolare oggetto da masticare. Si tratta di sfere nere che il gufo "espleta dalla sua parte posteriore" una volta che un uomo guasto viene sconfitto e lui si è mangiato la rana pazza al suo interno. Riuscirà Jagan a sopravvivere e a sterminare gli uomini guasti malvagi? Con il tempo al nostro si uniranno altri uomini guasti non malvagi, formando una sorta di team di supereroi tutti fuori di testa, disfunzionali, con manie suicide e roba così. Tutto sommato non saranno granché utili ai fini della trama, ma faranno sentire Jagan meno solo e daranno un'impennata alla sua ritrovata fiducia per un genere umano che, guarda sfiga, si sta dimezzando a causa dei mostri.
Riuscirà Jagan a vincere per lo meno la sua depressione cronica? 


Vengono in mente le raccapriccianti mutazioni di uomini in diavoli e la volontà di questi di coalizzarsi in gruppi di Devilman di Go Nagai, c'è un lato psicologico che si esaspera e riplasma la forma fisica delle come in Homunculus di Yamamoto e come i Meganoidi di Daitarn 3. C'è una componente weird splatter-alien come in Kiseiju di Iwaaki, che combina esseri pucciosi a schifezze visive inenarrabili, c'è una umanità allo sbando ma ancora ironica nello sguardo e matta negli intenti come in I am a Hero di Hanazama. C'è un lato erotico, sempre presente e raccapricciante come in Last Man di Egawa. Non è un'opera adatta ai minori, ma questo manga, con tutte le derivazioni che in qualche modo lo rendono un bel mix, diverte un sacco. L'azione è concitata e si muove di escalation in escalation, puntando al risultato visivo più esagerato ed estremo numero dopo numero. Gli scontri sono pieni di tattiche folli alla Jojo che riescono a essere ben gestite. La componente narrativa è ricca di ironia ma gli eventi sono spesso grotteschi, estremi e tragici. Tranne forse il protagonista, il cast è del tutto esposto all'umore dell'autore, che spesso sembra decidere chi eliminare come R.R.Martin. Lo stupore dei primi numeri sembra attenuarsi sui canoni del battle shonen e mi auguro che sia solo una fase non "tutto il resto della narrazione". Per ora mi sto divertendo ancora, speriamo duri.
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venerdì 6 dicembre 2019

Il diritto di contare (Hidden Figures) - la nostra recensione



Credo che sia davvero sublime la traduzione italiana del titolo di questo film, che in originale si chiama Hidden Figures perché, a ragione, parla delle "figure meno note", ma non meno importanti nella corsa allo Spazio. 
Il film parla di donne che per lavoro si occupano di fare calcoli e che al contempo vengono discriminate dalla società perché sono di colore in una America vintage un po' razzista. Quindi il titolista italico si è inventato una supercazzola, che fa l'occhiolino a Grisham, con questo incredibile Il diritto di contare
Applausi.
Ci sono capitato un po' per sbaglio a vedere questo film, facendo zapping e finendo su Rai 1. La pellicola vuole raccontarci appunto delle grandi donne che hanno fatto grande la NASA. Gente come il genio matematico Katherine G.Johnson ( nterpretata da Taraji P.Henson), la prima esperta-capo programmatore di un super computer Dorothy Vaughan (Octavia Spencer), l'astrofisica Mary Jackson (Janelle Monae). Tutte donne, che era già un problema grosso in un mondo molto maschilista, e "di colore", in tempi in cui in America questo significava segregazione, dai posti in autobus e bagni pubblici dedicati, dalle sezioni (in)accessibili della biblioteca o ai semplici posti di scuola. Queste donne,  perché "fottutamente brave", si sono rese indispensabili e hanno spinto la NASA a prendere per loro delle decisioni di stampo pratico quanto sociale, per questioni profondamente economico-liberiste (ma anche no), che hanno portato a una piccola rivoluzione interna all'agenzia. Perché se hai un genio "donna e di colore", alla fine è da pazzi non farlo brillare per quelle due condizione ancora negative per via di un retaggio medioevale. Quindi se hai nel team che manda astronauti nel cielo (il film affronta il periodo della missione Mercury cui prese parte Scott Glenn, qui interpretato da Glenn Powell) un genio informatico che per andare in bagno deve attraversare mezzo paese, alla ricerca dell'unico, sporco e rotto "bagno per persone di colore", non è detto che quella persona possa essere sempre presente per gestire il tuo razzo spaziale e, se non sei un totale cretino e non vuoi bruciare i miliardi del programma spaziale, prenderai dei provvedimenti. Così gran parte de film si concentra sul modo in cui la NASA, a differenza di un paesino di bifolchi medio dell'America anni '60, ha affrontato una interna questione razziale. In pratica assomiglia tantissimo a The Help, ma con gli astronauti. Con Kirsten Dunst nei panni della "Bianca stronza" stile Brice Howard e la fantastica Octavia Spencer che quasi fa lo stesso personaggio fantastico di Octavia Spencer dell'altro film. Molto brava e bellissima la P. Jackson, molto brava la Monoe. Con un Kevin Costner capo progetto NASA che sta all'inizio su un piano pragmatico utilitaristico e se ne frega di razza e sesso, per poi sviluppare anche una certa sensibilità. Con il suo vice, interpretato da Paul Stafford, che rimane su un punto più rigido, ligio al protocollo, in pratica replicando il suo personaggio di Sheldon in Big Bang Theory. Con lo Scott Glenn di Glenn Powell, l'uomo del futuro, l'astronauta, che proprio perché riconosce un talento nella protagonista dice: "Io non scopro lo spazio se non chiedete a quel genio matematico donna e di colore che va tutto bene". 


Il resto degli attori "Bianchi" incarna la banalità del razzismo socialmente accettato e proprio di quel periodo storico, esibendosi per lo più in un infinito campionario di volti allibiti, frasette cattive dette sottovoce, sopracciglia corrucciate e corpi che si bloccano increduli quando avviene il passaggio di una persona di colore nel raggio di tre metri. Non fanno molto altro. 
Il resto degli attori di colore sono fighi, generosi e sorridenti. Si godono la vita tra auto decappottabili e le grandi praterie americane quando sono lontani dai bianchi razzisti, ne sanno a pacchi di bella musica e affrontando con orgoglio e impegno i due tipi di attività lavorativa che i nazi-bianchi offrono, quella umile e quella  "molto più umile". 
E poi c'è la "magia della matematica", scene con la colonna sonora che parte piano, dimessa, per poi diviene pomposa con trombe, tamburi, stile Braveheart. Scene in cui tutti guardano questa donnina che butta sulla lavagna, con un gessetto che pare la bacchetta di Harry Potter dei muri di numeri e formule. Tutti, come se sapessero effettivamente quello che sta scrivendo, con la sicurezza totale che quei calcoli sono esatti, interrompono i loro lavori attratti da questo "miracolo", la scrutano con l'aria sorridente, una lacrima che scende dalla guancia, segni di assenso e pacche sulle spalle, applausi, bambini che appaiono dal nulla e ballano felici guardando a un cielo di speranze per l'armonia e il progresso umano e scientifico.  
Un po' stucchevole.


È un fatto vero, la Johnson è stata una delle menti più prodigiose e geniali del secolo, ha rivoluzionato il modo di pensare e ha permesso agli esseri umani di andare nello spazio senza disciogliersi nell'atmosfera o senza essere dispersi in mare chissà dove. Sapeva fare operazioni più complesse e precise di un computer, ha portato più cambiamenti sociali lei che 60 picchetti e manifestazioni per la parità di genere e contro il razzismo ed era pure esteticamente una ragazza più che discreta. C'è oggi una intera ala degli edifici della NASA che porta il suo nome. 
È un fatto vero che la "magia della matematica" al cinema è improponibile, sfotte la nostra intelligenza e ci fa esultare per "esibizioni di ingegno" che con una musica pomposa e qualche sorriso dovrebbero apparirci chiare, evidenti e spettacolari come Indiana Jones che illumina con il bastone di Rah il punto dove si trova l'Arca dell'Alleanza. Ma perché nessuno aspetta a vedere se quei dati portano da qualche parte effettivamente? Perché ce lo dice la colonna sonora che è la strada giusta! Poi se ve lo hanno già venduto in A beautiful Mind, Will Hunting-genio ribelle, in Imitation Game (e in genere in tutti i film e telefilm con Benedict Cumerbatch) alla fine non avete problemi con questa "super matematica con numeri carismatici che commuovono chi in genere non li capisce".
La pellicola ha un buon ritmo, ottime interpretazioni e un paio di sequenze da incorniciare e da portare ai corsi di sociologia, come quella dei "bagni" o della biblioteca. Espongono realtà sociali così incredibili, soprattutto per noi italiani nel 2020, che possono essere decodificate proprio grazie al cinema. Le vi piacciono le cose spaziali, il film è pieno di cose spaziali. Così se siete feticisti della tecnologia, vedrete in scena un vero esemplare di IBM gigante in uso alla NASA. So che alcuni miei amici si ecciteranno per questo ultimo dettaglio. Come quasi tutte le pellicole che celebrano delle persone realmente esistite, c'è un po' di glassa e timor reverentialis ad avvolgere la confezione generale, ma non intoppa. Bella pellicola. 
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giovedì 5 dicembre 2019

Il paradiso probabilmente: la nostra recensione del film di Elia Suleiman




Il regista Elia Suleiman, eroso dalla routine e dai soliti luoghi e persone della sua terra, decide di lasciare la Palestina e girare il mondo, provare a proporsi in Francia, negli USA. Almeno si risparmierà la visione del vicino di casa che ogni giorno ruba la sua frutta e la gente che più che parlare urla. La  fuga di Suleiman  risulta presto vana, perché scopre, fin dalle piccole cose, che tutto il mondo sembra "funzionare allo stesso modo", lo stesso caffè accompagnato da un dolcificante solo apparentemente diverso. Tutto è uguale o speculare, ovunque ci si sente soli ed "etichettati", la bellezza si nasconde nel silenzio e la paranoia irrompe in una invasione sonora e visiva costante. L'ossessione di pulizia e controllo si palesa nei luoghi e modi più impensati, materializzando poliziotti su monoruota a caccia di chi cerca di portare a qualcuno un regalo floreale, nel rumore del camioncino della spazzatura che segue a tre metri una parata a cavallo ossessionato a raccoglierne in pochi secondi gli escrementi ordinatamente e consequenzialmente da loro espletati. Se tutto è uguale nel mondo, non si trovano ovunque creature come la  bella portatrice di acqua che con modo elegante e sinuoso, a piedi nudi e in abito tradizionale, cammina muovendosi come in una danza, in pochi e misurati passi, avvolta nella natura di un verde lussureggiante. Forse il paradiso è a casa?


Con grazia ed eleganza, parlando di piccole cose e piccole paranoie, Elia Suleiman, qui regista, interprete e autore a 360 gradi del film, confeziona una pellicola quasi muta, un ambiente che si trasforma in una lunga sequenza umoristica che scaturisce dal suo montaggio, dal modo di ritrarre il quotidiano e immaginare al suo interno il surreale. Al centro della scena come Buster Keaton, un (muto) Woody Allen o il più lunare Kitano, Elia si presenta come parte del paesaggio, cercando di integrarsi o mimetizzarsi in esso, facendo il meno baccano possibile, assecondando il modo in cui tira il vento. Ma non ci riesce alla fine mai, rimane "esposto" insieme all'umorismo dei molti quadri visivi, spesso davvero pittorici, di cui la pellicola è intrisa. 
Il paradiso probabilmente è un film che nelle sue "stanze visive" simili a vignette umoristiche, culla e diverte per tutti i suoi 97 minuti, senza che si avverta mai l'esigenza di un intreccio narrativo o di uno scenario più costruito che vada "oltre il quadro". L'autore con rapide pennellate arriva allo zenit comico, riesce a trascinarci nel suo senso dell'assurdo/del quotidiano, riesce a commuoverci e a farci riflettere. La fotografia sa intrecciare i colori caldi della natura e degli ambienti più vissuti, "invasi dall'uomo", facendoli fraseggiare con i non-luoghi freddi e asettici delle zone "di passaggio" come gli alberghi o le "zone da tenere pulite" delle città. È tutta una lunga e continua, contraddittoria, fuga e ricerca del chiassoso calore umano e della silenziosa pace, con il sonoro che cerca di invadere il meno possibile lasciando spazio ai mille rumori piccoli e assordanti del mondo. Tre scenari, Nazareth, Parigi e New York, che partono alieni e si incontrano piano piano con colori e suoni. Una identità culturale, quella di Elia, timidissimo protagonista e uomo "in fuga nel mondo e da se stesso", che va con il tempo a trovare pace e quiete con un trasporto e un'empatia che anche il pubblico a fine pellicola si sentirà a casa, nella sua Nazareth, ammirando una donna velata che porta l'acqua come una delle creature più belle del mondo. 
Abbiamo bisogno come l'aria, oggi, del cinema garbato e umoristico di Suleiman. Un film che non conosce barriere e bandiere e ci fa sentire tutti parte dello stesso posto. 
Godetevelo nei suoi paesaggi e invenzioni visive e passate di qui a dirmi se è piaciuto anche a voi. 
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martedì 3 dicembre 2019

Momenti straordinari con applausi finti: la nostra recensione del nuovo fumetto di Gipi




- In due righe: C'è un comico che assiste la madre morente nei suoi ultimi giorni di vita, una pattuglia di cosmonauti dispersi in un mondo misterioso che li inghiotte nel nulla, un consulente di guerra che insegna agli attori lo stato d'animo che un soldato prova quando il suo compagno di plotone riceve a pochi centimetri da lui un colpo in testa. 

- Il nuovo "incontro con Gipi": Dire altro è quasi criminale e non permette di assaporare l'intreccio. Non tanto per i colpi di scena a effetto, elemento a cui Gipi non ha mai dato troppo peso, quanto perché l'autore sa creare dei magnifici fraseggi visivi e narrativi da assaporare "al buio", fino a farsi travolgere. A questo si accompagna nelle opere un girotondo infinito sui temi universali a lui più cari, però approfonditi ed elaborati più volte nel corso della sua vita personale. Così in Momenti straordinari con applausi finti Gipi è in cerca del suo posto nel mondo come in Unastoria, parla con garbo di famiglia come in S, si mette a nudo in modo anche umoristico come in La mia vita disegnata male, disegna un'infanzia-arcadia lontana come in Racconti di fiume, si interroga sul futuro come ne La terra dei figli, richiama le sue esperienza recenti come regista di corti per Propaganda Live e in genere a tutto il suo mondo narrativo e personale. Anche quando non parla direttamente di lui, Gipi ci fa accedere al suo mondo, dipingendolo ora di bellissimi acquerelli ora di un bianco con neri insistentemente tracciati a penna ora con bozzetti umoristici. 
Ogni opera è davvero come incontrare un caro amico che vive lontano, con cui si può condividere una pasta al pesto e "le cose che contano (che proprio perché contano alla fine sono sempre le stesse,  le più importati)" per un paio d'ore ogni due anni, per poi sentirsi magari quotidianamente sui social ogni tre ore sul più e il meno. Fa strano sentire un livello di così alta intimità con un autore, pur essendo cose "che capitano" proprio quando si è molto bravi nel trasmettere al pubblico le emozioni attraverso le proprie opere. E Gipi ha la rara capacità di trasmettere ad altri autori questa capacità, per me uno del motivo per cui Cheese di Zuzu, da lui supervisionato da Coconino, presenta la stessa altissima cifra emotiva dei suoi lavori. Oltre al fatto che Zuzu ha un talento pazzesco che non può che portare a risultati futuri ancora più belli.



  • - Come ho conosciuto Gipi (paragrafo dalla natura prettamente di blog intimista, non necessario ai fini della recensione ma che se lo volete leggere è qui): Io ho conosciuto Gipi nel modo più strano possibile, mentre era intento a lavorare a Bruti, un gioco di carte di stampo medioevale/fantasy. Ricordo che alla Feltrinelli di Galleria Vittorio Emanuele a Milano erano esposte le bellissime illustrazioni di questo gioco da tavolo, con vicino un Artbook semplicemente favoloso che le raccoglieva in tavole giganti, venduto però a un prezzo che soppesato alla qualità effettiva era giusto ma all'epoca ancora troppo elevato per il mio budget. Cavalieri pestati e segaligni in armature consunte di ruggine, scheletri, giganti e paesaggi sfuocati di nebbie e castelli diroccati. Un mondo a metà tra L'armata Brancaleone, Il Mercenario di Segrelles e Le torri di Bois-Maury. Non so quanti mesi ho provato ad avvicinarmi a quel volume per studiarlo e ammirarlo, mentre subito mi ero impossessato del volume Coconino legato a Bruti con il fumetto e il regolamento di gioco. Impossessarmi delle carte da gioco e dell'espansione è stato un mezzo martirio, ho cercato infruttuosamente da più rivenditori, le ho recuperate mesi dopo, in due fiere diverse, manco in edizione completa. Potevo inoltre avere l'autografo di Gipi sulle scatole, ma una coda chilometrica e di ore d'attesa si frapponeva tra me e l'autore e questa è comunque una storia poco interessante per voi, perché era quel regolamento di Bruti che già possedevo "il punto", ciò che mi aveva colpito. In pratica c'era quel magnifico fumetto a colori che fungeva però da semplice introduzione di poche pagine al gioco di carte, anche se avrei pagato oro se fosse stato un'opera di diecimila pagine (e mi pare che a un incontro per l'uscita de La terra dei figli Gipi aveva confermato che c'erano dei lavori in tal senso, che vedevano peraltro la partecipazione di un disegnatore molto bravo con lui che rimaneva ai testi). Poi ho capito che in qualche modo il fumetto "era il gioco di carte". Bruti di fatto comportava scegliere un bruto e fargli affrontare nell'arena altri bruti, con delle meccaniche di gioco a volte davvero imprevedibili dovute alla fortuna e alla sfortuna. Gipi voleva all'epoca che chi giocava scrivesse di quegli scontri, condividesse le proprie gesta. Era stato un Dungeon Master in gioventù e con Bruti stava facendo rivivere ai giocatori / lettori quella sua esperienza di vita, tanto con il fumetto che con quelle regole, che ho letto e riletto (pure un versione "aggiornata" grazie a un gift cartaceo allegato ai mazzi in fiera) come favole della buona notte allo stesso modo in cui leggevo i manuali di D&D. Mi ha fatto tornare bambino. Il passo successivo è stato quello di recuperare il volume con la storia dei pirati della sigla di testa delle Invasioni Barbariche, rappresentati visivamente con uno stile ugualmente ganzo. Così io, da stronzissimo esteta del "disegno fatto da paura o fotte sega", finivo con tra le mani La mia vita disegnata male, in cui l'unica cosa disegnata da paura erano, per il me stesso dell'epoca, solo quegli inserti di storie dei pirati. E così scopro che le storie intimissime e umanissime disegnate volutamente male da Gipi come fossero degli schizzi improvvisati erano pazzesche. È stato come il big bang, è stato come scoprire Quentin Tarantino e poi andare a ripescare tutte le opere da lui citate che non conoscevo. Ho iniziato a comprare fumetti della Coconino, Eris Edizioni, Canicola, Oblomov. Da Topolino ai Bonelli ai Manga ai grandi autori dei Comics (passando per i Marvel e DC pure più commerciali), passando per l'argentino e la linea chiara conosciuti sull'Eternauta, ero giunto all'underground, al "di nicchia". Ai fumetti più intimisti e astratti, ai disegnatori più malinconici, caricaturali, fuori di testa e lontani "dai miei canoni estetici e narrativi". Dai quaderni giapponesi di Igort a La notte del corvo di Marco Galli, dal Diario di un fantasma di De Creci agli Arcanoidi di Maicol e Mirko al Dottor Pira, Jesse Jacobs, Ratigher, Spugna, Cammello, Akab e tanti altri che prima di allora militavano sulle librerie di sinistra del piano terra di Supergulp, quelle che per lo più ignoravo. E questo grazie a Gipi, di cui ho recuperato in pratica ogni cosa in poco tempo. Il fatto che lui cambi sempre stile per sfidare i suoi limiti narrativi e figurativi, il fatto che sia attivo un po' su tutti i media, anche con film e musica, ha reso la ricerca stimolante. Ogni opera è "sua", riconoscibile per cura e volontà di sperimentazione. Anche quando l'opera è forse per alcuni minore, come i primi lavori di stampo erotico, trovo una forte energia comunicativa e una precisa filosofia narrativa. Ho trovato stimolante leggere i lavori anche in ordine cronologico, tematico, random. Per sapere di più sull'artista, ho cercato ogni intervista, video e materiali connessi a mostre. Ho l'impressione che molto del materiale di questo ultimo libro abbia radice in quanto detto da lui in un'intervista rilasciata ai tempi dell'uscita di Unastoria, naturalmente implementata dal suo punto di vista aggiornato al 2019, ma potrei essere pazzo. Una volta per buone tre settimane ho ascoltato questo brano, con la famiglia certa del fatto che fossi impazzito... Auauaua... Forse ho un po' esagerato, al punto che una volta ero stra-convinto che Gipi fosse sul mio stesso treno locale di Milano - Cadorna, direzione Milano - Bovisa, a fianco a me. Peraltro quella persona, che gentilmente mi ha informato di aver preso un abbaglio prima che mi inchinassi davanti a lui dicendogli come i suoi lavori mi avessero colpito e forse cambiato la vita, sapeva un sacco di cose sulla scuola di fumetto di Milano, compresi i nomi dei professori, alimentando le mie certezze che fosse davvero lui (é timido e riservato come lo immaginavo)... ma potrebbe essere stato un abbaglio nell'abbaglio. 


- Commento finale: Il nuovo volume di Gipi mi ha colto come un fulmine a ciel sereno, trasmettendomi vibrazioni del tutto positive e la sensazione di incontrare un amico dopo tanto tempo. Il volume edito da Coconino è di grande formato, rilegato con sovracoperta di un bianco luccicante,  molto curato e adattissimo per un regalo. Dal punto di vista visivo Gipi sfoggia la sua straordinaria abilità nel realizzare disegni acquarellati visti al meglio in Unastoria e S, aggiornata al suo tratto in bianco e nero ultradettagliato del recente La terra dei figli, con passaggi narrativi di stampo più stilizzato e umoristico come in La mia vita disegnata male, stile scelto anche per la sovra-copertina del volume. Lo stile narrativo sceglie la via delle sue opere più intimiste e non sbaglia, la suddivisione in brevi capitoli dona alla storia ritmi e toni sempre frizzanti che fanno volare via la lettura senza momenti di stanca. Si ride, ci si sorprende di alcune soluzioni visive, si piange. Ci si sente letteralmente immersi nel racconto ed è una qualità propria solo dei più grandi autori. Non so quanto della vita reale dell'autore venga tradotta nel fumetto, ma le emozioni arrivano e sono fortissime. 
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lunedì 2 dicembre 2019

Light of My life: la nostra recensione dello straordinario film scritto, diretto e interpretato da Casey Affleck



Futuro non troppo lontano. Una malattia molto virulenta definita come la peste del nuovo millennio ha decimato la popolazione mondiale, in particolar modo le donne, che ora sono "come genere" quasi estinte. Una bambina, "Rag" (Anna Pniowsky) è però sopravvissuta e con suo padre (Casey Affleck) cerca di sopravvivere tra i boschi delle grandi pianure americane, evitando con cura i centri abitati da un'umanità ormai regredita alla barbarie, minacciosa e affamata di donne. Da buon padre, le insegnerà come lavarsi i denti, fare i compiti, non dire le bugie, non fidarsi degli sconosciuti, scappare dalla finestra, costruire tane dentro agli alberi e non chiedere mai, mai, di portarla a vedere il tour mondiale di una boy band coreana. 
Light of My life è la dichiarazione di amore di un padre a una figlia su pellicola. Un lungo dialogo fatto di favole, insegnamenti e speranze che attraversa un mondo alienato, pericoloso quanto sinistramente florido a livello naturale, quasi "rinato" sotto le ceneri di una civiltà scomparsa. L'ambientazione, che già dai trailer farà viaggiare l'immaginazione di molti spettatori verso gli zombie movie, è però più un pretesto che un fine. Uno scenario abbastanza taciturno e sinistro dove costruire un racconto davanti al fuoco, mentre i lupi ululano nei boschi. Ovvi gli echi ad opere come il film The Road, The Walking Dead, A Quiet Place. Molto i rimandi al videogame The Last of Us che di fatto per vie diverse segue la stessa traccia narrativa, ma che differisce per rapporto che si viene ad instaurare tra Rad e suo padre, "unico" anche per l'età della bravissima interprete. Rag non è la bambina dei film horror che si caccia nei casini per esigenze di trama, il padre non è un isterico che impazzisce in momenti melodrammatici. È un film sull'amore paterno, che non ha nulla da invidiare a quello materno e anzi è cento volte più fico, e sul senso di responsabilità reciproca che lega una famiglia. Da guardarsi prendendo appunti su come instaurare un buon rapporto con i propri figli. Accidentalmente è ambientato in un mondo pazzo alla Mad Max, che ci regala un paio di brividi e inseguimenti in più del classico sabato mattina al centro commerciale, ma non ci formalizziamo. Il nuovo film di Casey Affleck è un piccolo gioiello narrativo che sfrutta le apocalissi horror per dire qualcosa di intelligente. Non ho capito se mancano gli zombie o ormai sono diventati così ininfluenti che non ci faccio proprio più caso. 
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domenica 1 dicembre 2019

A Tor Bella Monaca non piove mai - la nostra recensione




Se c'è sempre il sole a Philadelphia, nella Torbellamonaca di Bocci non piove proprio mai, l'afa ti assale, l'aria è come assente, la gente "bolle" e di conseguenza si arrabbia, con la testa che annebbia. Sul punto di esplodere, Tor Bella Monaca diviene un formicaio inquieto di umanità al limite, dove tutti si conoscono e si odiano, si spingono e urlano contro nei pochi metri quadri che il destino ha deciso debbano condividere. Non c'è lavoro o il lavoro fa schifo, chi ha sbagliato in passato e ha pure pagato è comunque un delinquente, si sogna di scappare o per lo meno di non iniziare ad avere lo stesso odore di quei palazzoni fatiscenti in cui si rimane inghiottiti, forse sepolti a vita, per sempre e ormai incapaci di sognare qualcosa di diverso. Così una famiglia senza una goccia di pioggia in cielo a refrigerare il cervello esce pazza, si prepara all'attacco contro il mondo. L'affittuario che non paga da mesi, il vicino con il volume dello stereo a palla notte e giorno, il padrone che odia i cinesi e forse anche te, il truffatore locale che promette e inguaia il prossimo. Così dei soldi sporchi, letteralmente coperti e impregnati di piscio, sembrano il biglietto di addio da quei luoghi. Ce ne sono altri di quei soldi, piovono da una grata e prima ancora da dei sacchi blu che si portano appresso per Tor Bella Monaca dei cinesi. Sempre i cinesi, che stanno un po' dappertutto e tanto sono tutti uguali. Poco senso di colpa se gli dai una botta in testa per fregargli un sacco blu, di quelli che sempre quel giorno a quella ora rischiano di finire coperti di piscio. Hai svoltato e ti togli la puzza dei palazzoni, aiuti la famiglia e giri pagina. Prima però bisogna trovare la motivazione giusta per agire.
In sala c'è ancora il capolavoro coreano Parasite di Bong Joon Ho, un film che descrive la miseria umana al punto che entra sottopelle, ti fa sentire gli odori, ti affoga nella melma e ti fa apprezzare il gusto dei crostini per il cane caramellati. Il film di Marco Bocci, il suo esordio alla regia, è anche lui un'esperienza sensoriale, soffocante e crudele. Sceglie una telecamera a mano per inquadrare le persone "gnappe", a livello del suolo dove non si può anelare al cielo. Anche quando un personaggio fuma sul tetto di un palazzo l'inquadratura indugia, allarga, rivela che la cima è solo il lato poco più alto di una gabbia architettonica dove le persone stanno stipate metro per metro in appartamenti piccoli piccoli. La musica è l'assalto ingiusto dello stereo del vicino, con i suoni che escono distorti dai muri e i bassi che fanno immaginare un costante martello pneumatico che sta a un metro da noi. Sembra di respirare, o per lo meno di percepire una qualche brezza, solo quando di notte uno dei protagonisti scorrazza con il motorino, rigorosamente senza casco. 


Bocci dirige un cast di ottimo attori come Libero De Rienzo, Andrea Sartoretti, Antonia Liskova, Giorgio Colangeli. Libero De Rienzo interpreta Mauro, un ragazzo dall'aria dolce e impacciata, pervaso da una insicurezza perenne, che dopo il diploma in geometra e tanta sfortuna vive ancora con i suoi genitori, barcamenandosi tra un lavoro e l'altro. Antonia Liskova è il suo vecchio amore, quello che l'ha lasciata per mettersi con "il dottore", uno che almeno ha realizzato qualcosa nella vita, ma torna sempre da Mauro, come se fosse una brutta malattia. Spettinata, depressa ma ogni tanto euforica, con Mauro prova qualcosa che il dottore non gli offre. Andrea Sartoretti dà il volto a Remo, il fratello di Mauro. Un uomo brusco e pratico, con trascorsi penali che lo seguono come una macchia ovunque vada. Remo è "quello che è stato già dentro" e diviene quindi un alibi per tutto, anche per la polizia. È il lupo cattivo da inguaiare se non si vuole o si può arrestare qualcuno di più "grosso". Sartoretti lo interpreta come un gladiatore pronto a ricevere l'ennesimo schiaffo dalla vita, deciso a non far finire il fratello in brutti giri. "Tu non ti devi permettere di parlare male di mio fratello" è la minaccia concreta che entrambi i fratelli ripetono, in momenti diversi e verso interlocutori diversi, per sottolineare l'importanza e la sacralità del loro legame, magari suggellando la frase con un pugno verso chi ha osato dire qualcosa di male del fratello. È un film pieno di pugni e di mazzate, con qualche occasionale sparatoria, spesso inferti per una dignità calpestata e che richiede "giustizia divina" anche se occorresse  aspettare anni per averla. Se c'è un messaggio positivo nella pellicola, oltre all'ammirare il modo in cui una famiglia può auto-sostenersi davanti a tutto se rimane unita, è che il tempo può aggiustare tutto. Magari dopo anni, ma lo farà. 
Quest'opera prima di Bocci ha forza, è girata molto bene e ha buoni interpreti. Avrei voluto una terza parte, qualcosa che potesse sedare un po' gli animi filtrando una "urgenza espressiva" che forse a un certo punto fa correre troppo forte la narrazione, lasciando l'amaro in bocca al comparire dei titoli di coda. Ma non è per me un errore, è più una scelta punk. Se questo è il biglietto da visita di Bocci registra, attendiamo la prova numero 2.
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sabato 30 novembre 2019

Midway- la nostra recensione del nuovo film di Roland Emmerich




La battaglia di Midway è uno dei più celebri eventi bellici del secolo scorso e nel tempo ha assunto l'alone di vera e propria leggenda. Le navi da guerra coinvolte hanno ispirato opere della fantascienza moderna come Starblazer (si parla dell'incrociatore giapponese Yamato) e Star Trek (per la celebre porta-aerei americana Enterprise), non si contano i libri, fumetti, film e videogame che ne fanno rivivere i momenti salienti (tra cui lo sparatutto 1942 di Capcom). I nomi di Richard "Dick" Best, Jimmy Doolittle, Isoroku Yamamoto e Chuichi Nagumo risuonano, insieme ai nomi di centinaia di altri eroi sui libri di storia. Come omaggiare al meglio l'evento, scegliendo una strada nuova di leggere gli eventi? Con qualcosa che sembra molto simile a una partita di football americano. 
Sembra una follia, forse è una follia, ma Emmerich imposta i 130 minuti di Midway come se fosse tutto un grande show sportivo. Ci sono i personaggi eroici, ci sono i discorsi motivazionali, le paure, i dubbi dei soldati, le lacrime delle mogli che lo attendono a casa e la struggente canzone di una vedette stile pin-up alla festa di ballo della marina. Non mancano le situazioni kafkiane come soldati a penzoloni tra due navi che affondano (roba che sarebbe stata benissimo in Dunkirk di Nolan), non mancano momenti di eroismo spiccio dell'eroe per caso (roba ripresa diretta da Pearl Harbour di Bay). 

Ma il fulcro della pellicola è la tattica e il "segnare il punto", non troppo diversamente da Ogni maledetta domenica di Stone. I caccia si buttano in picchiata contro gli incrociatori schivando selve di proiettili come gli X-Wing nella corsa alla Morte Nera di Star Wars (scena che già si ispirava proprio ai filmati storici di Midway girati in un documentario sul luogo dello scontro dallo stesso grande regista John Ford, interpretato qui da Geoffrey Blake). Una volta arrivati a tiro, i caccia devono sganciare le bombe e rimettersi dritti per non cadere in mare e scappare via più veloce possibile, mentre l'artigliere di coda cerca di liberarsi degli inseguitori, e questo momento Emmerich lo carica di una tensione quasi erotica. Il pilota spinge sulla cloche, soffre con lo sguardo carico di sudore e sgancia. Ogni tanto la bomba manca la nave nemica, ogni tanto la bomba non esplode o esplode tardi, con tutto il pubblico che fa un "noooooooo" come quando si sbaglia un rigore. Ma quando la bomba centra il bersaglio sono solo applausi, esplode tutto in modo liberatorio con l'aeroplanino che ricompare tra gli sbuffi di fumo e fiamme e schizza via fino al prossimo attacco. Nella fuga, da veri atleti, i piloti si esibiscono in giri della morte, repentine picchiate e manovre che fanno quasi galleggiare i biposto a pelo d'acqua e poi sulla pista di atterraggio, come fossero degli Skateboard. Essenziale, "divertente da guardare" e così stilizzato da non farti pensare a tutta la montagna di morti di questi scontri. Sul piano tattico del "gioco" il film imputa anche il fallimento della mentalità collettivista e conservatrice nipponica (disposta a seguire ordini folli perché impartiti da un vecchio generale che agiva di istinto samurai, seguendolo fino alla morte), con la vittoria a punti pieni dei self-Made-Men americani (che si rifiutano di seguire gli ordini di attacco che venivano dalla madrepatria perché viziati per questioni logiche). Ma ripeto, è un po' come criticare la tattica di Allegri per l'ultima partita della Juve alla fine, non si va più a fondo di così. Il vero problema del film è che tre ore non bastano per raccontare da tutta Pearl Harbour fino a Midway, anche solo se badiamo allo spostamento degli aeroplanini sul Risiko. Sul finale viene raccontato cosa fecero dopo Midway degli eroi, con annesso medagliere, di cui alla fine conosciamo dal film pochissimo e per cui, da semplici spettatori, ci importa poco. Non aiuta il recente talento di Emmerich nello scovare per i protagonisti principali attori un po' inespressivi. Se con Indipendence Day 2 ci aveva inflitto quel totano di Liam Hemsworth, qui ci infligge quel salmone di Ed Skrein, la cui unica cosa memorabile, per gli amanti delle parole zozze, è che qui interpreta un tizio soprannominato "Best Dick", quando in Malefica 2 interpreta un tizio di nome "Borra". Poi ovviamente, come sempre ci ha abituati Emmerich, il cast brilla di ottimi caratteristi in ruoli minori, da Harrelson a Eckhart, passando per Luke Wilson, Luke Evans, Dennis Quaid e, per premio simpatia, anche l'ex Jonas Brothers Nick Jonas! Con i baffi! A dire il vero quasi tutti con i baffi, peccato che durino sullo schermo pochi secondi l'uno. 
Non conoscendo troppo il football americano, non so quanto questa battaglia di Midway ad esso chiaramente ispirata possa toccare i cuori del pubblico statunitense, ma l'ho trovata pur nei limiti un'idea curiosa, di sicuro originale, per parlare di Storia. Una narrazione interessante che potrebbe portarci a cose tipo "Grecia - Troia 3 a 1", con Goal di Achille, Diomede e Ulisse per i vincitori. C'era pure quella azione dubbia di Menelao in fuorigioco, ma goal è "solo quando arbitro fischia". E questa è comunque Storia. 
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