martedì 8 gennaio 2019

Bumblebee: la nostra recensione!



 - Sinossi fatta male: Cybertron, anni '80 del calendario terrestre. A seguito di un conflitto bellico piuttosto caldo tra autobot e decepticon (riprodotti con dovizia di nostalgia e particolari con la  massima adesione al cartone animato anni '80) il soldato Bumblebee viene mandato su un pianeta qualsiasi vagamente conosciuto dai Transformers (ehm...), il nostro. Qui, il nostro eroe dovrà nascondersi e prepararsi a future comunicazioni. Bumblebee appena atterrato finisce in poche sequenze sotto il tiro di un militare anni '80 interpretato da John Cena (wrestler simpatico e semplicemente perfetto per incarnare l'action hero classico dell'action movie anni '80), ha un incontro ravvicinato con un terribile decepticon finito pure lui lì non si sa come e infine diventa l'E.T./Gigante di Ferro di una tosta ragazzina gnocca e maggiorenne (come ci tengono ad una certa a precisarci). Charlie (Hailee Steinfeld, già bravissima ne Il grinta dei Cohen e qui cresciuta benissimo) ha un po' di problemi a casa, ha delle insicurezze da affrontare e un posto nel mondo da trovare. Bumblebee ha da fare i conti con altri decepticon e con John Cena. Il film parlerà per un buon 80% dei problemi della ragazza e della bella amicizia con il robottino giallo. 


- Per me un grosso e deciso "NO!": Travis Knight è una persona molto interessante. Non solo è figlio dell'uomo che ha creato l'impero delle scarpe Nike (e ha pure un posto oggi nel consiglio di amministrazione), non solo è presidente di quella magnifica realtà che è la società di produzione di animazione in stop-motion che è Laika, ma è anche un regista giovane, pure molto bravo, da tenere in altissima considerazione. Il suo Kubo e la spada magica, quarto lungometraggio di Laika, è un vero gioiello animato e questo Bumblebee è la sua prima prova con attori dal vivo, il primo film del franchise Hasbro dei Transformers non diretto (ma qui comunque prodotto) da Michael Bay. 
Bumblebee ha tutti gli elementi di un film dei transformers.
Una trama che si muove da premesse senza alcuna attinenza logica con i capitoli precedenti (in fondo se un capitolo vi da l'impressione di essere legato al precedente per una trama di ampio respiro "non è un film dei transformers"). 
Bellissimi effetti speciali e visivi ad accompagnare la caratterizzazione (roba da spaccare la mascella e far piangere di commozione soprattutto se siete fan del brand di vecchia data) e combattimenti (con la classica "violenza velata ma non troppo" del brand, che presenta in fondo botte degne di un Mortal Kombat) di robottoni da favola. 
Una bella figliola al centro della scena, Hailee Steinfeld, possibilmente resa ancora più sexy da una fotografia che ne evidenzia le bellissime gambe.
Un tono generale divertente, condito da battute sceme in genere delegate a un personaggio simpaticamente sopra le righe (Cena è una bella, insolita e curiosa fusione degli storici personaggi i Turturro e Duhamel). 
Knight cucina seguendo di massima la ricetta. Non si limita a scaldare i quattro salti in padella ma ci mette del suo nella ricetta, ha una sua visione della storia, ha qualcosa di suo da voler innestare nel franchise. Cita e reinterpreta  il cinema per ragazzi anni '80, tenendo conto dello stupore e magia che sapeva suscitare nei più piccoli. Ha attenzione e garbo nel descrivere in immagini la vita, realistica ma non banale, di una adolescente e del piccolo mondo che la circonda, soffermandosi dove serve e alleggerendo dove serve. Sa evidenziare il cuore del racconto e sa gestirlo nel modo migliore attraverso la storia. Ha  pulizia e logica formale nel gestire le scene d'azione, che deriva dall'effettiva sua competenza nel campo dell'animazione. Come già emergeva in Kubo, Knight sa animare con molta sensibilità  i personaggi "virtuali", motivi per cui i primi venti minuti, autentico "status tecnico" della pellicola, tripudio animato/ digitale a trecentosessanta gradi, sono davvero magnifici.
Tutta questa cura, amore e attenzione, per me che in fondo sono un cretino, rendono il film di Bumblebee una palla colossale. 


Un perfetto lavoro di garbo e di stile che rendono evidente come i Transformers, posti in questi termini e in questo contesto, non hanno per me davvero nulla da dire. Forse perché io Il gigante di ferro di Bird l'ho già visto e amato (scovandolo in dvd quando in Italia una distribuzione miopissima non l'ha valorizzato per nulla), così come E.T. ce l'ho nel DNA perché è stata una delle esperienze più belle della mia infanzia, come come gli anni '80, in cui ero bambino e sono diventato adolescente. 
Posso rendermi conto che per un bambino, che non ha "vissuto negli 80" E.T. e "nei 2000" Il gigante di ferro, questo Bumblebee sia qualcosa di magico, che vada a nobilitare, per i fan, anche "il ricordo" dei cartoni animati dei transformers.
Solo che questo per l'appunto è per me un revival di E.T. e de Il gigante di ferro, e ha pochissimi a che vedere con il cartone animato e il mondo dei Transformers, la cui "sottotrama" è così poco importante per il regista che di fatto la relega ai primi venti minuti iniziali e in poche scene sul finale. 130 minuti di cui si parla di transformers per una 40ina, con i primi venti minuti da urlo, gli ultimi cinque da ponte per il futuro possibile film e nel mentre scenette riciclate dai due film di cui sopra e dalle "scenette dei transformers a casa del protagonista" per lo più riprese dal primo film di Bay del franchise. Il resto è un magnifico affresco sul percorso di crescita della bravissima ragazzina protagonista, sul suo modo di affrontare i problemi e paura per risolverli, anche grazie al suo "amico spaziale" che, come per tutti gli adolescenti, "è solo, incompreso, bistrattato dal mondo, come loro". Una "bella copia" per qualcuno del rapporto tra Sam e Bumblebee del primo film. Ma di fatto una trama che se togli Bumblebee e ci metti un tostapane spaziale o un cane venusiano non cambia di nulla. Non frega in fondo al regista il fatto che Bumblebee sia un transformers e tutta la sua sottotrama abbozzata male (come tutte le trame di tutti i film dei transformers) che gli gira intorno sembra scritta (e magari, per imposizione della famosa "writing room sui transformers" che si occupa della serie, lo è per davvero) da qualcun altro. Ha quasi una marcia diversa. 
Michael Bay aveva a che fare su uguali "trame transformers" strampalate, ma nella sua follia e anarchia visiva dava al film molta più "benzina" di più di così. Knight in 130 minuti (per me pure troppi) va sul racconto di crescita e ci incentra (bene, con tridimensionalità) più o meno tutto il film, con una colonna sonora di brani vintage e strizzate d'occhio a Breakfast Club. Di sicuro a fine visione so tantissime cose su Charlie e ho una nuova sensibilità nel guardare le adolescenti. Bay in 130 minuti faceva lo stesso "percorso di amicizia" ma in un sesto del tempo, ti faceva la sottotrama militare, ti faceva la sottotrama del presidente e della decifrazione del messaggio alieno (o comunque una trama relativa a come il mondo istituzionale/impresa/sociale affrontava i transformers), ti faceva la sottotrama sui men in Black del settore 7, ti faceva il disaster-movie su vasta scala dell'ultimo atto di tutti i film, ti faceva la sottotrama ambientata in un diverso periodo storico, aggiungeva la sottotrama della ricerca di un qualche strano e oscuro manufatto alieno. C'era pure sempre una sottotrama che riguardava animali buffi o mini-transformers o bambini. Bay era spesso bulimico, eccessivo, sopra le righe, confusionario nella gestione del tutto e soprattutto "estenuante" della messa in scena. Bisognava essere pieni di Red bull e carta per appunti per sostenere l'enorme e inutile matassa di informazioni che si affastellavano, che non si amalgamavano mai bene e che si scopriva non avere alcun costrutto e seguito nel film successivo. La visione era frustrante e pesante come una peperonata, ma era una esperienza visiva (fin troppo) completa. Dopo la visione di un qualsiasi transformers di Bay non ho mai imparato qualcosa di nuovo sulla mia visione del mondo, ero solo contento per aver visto uno spettacolo figo e sopra le righe che mi ha bombardato gli occhi e la testa per più di due ore.


Passare da Bay a Knight è come passare da un doppio menù King di Burger King a una insalatina leggera con un the verde. Il "Bay menù" ti riempie lo stomaco per ben oltre i 130 minuti di visione, ne subisci gli effetti per almeno una settimana, tra scene assurde e buchi logici, tra esplosioni continue e immotivate e innumerevoli personaggi assurdi da definire, tra riprese vorticose e psichedeliche. Lo "Knight menù" lo hai già digerito dopo 40 minuti e devi stare in sala fino a 130, con uno dei nodi narrativi centrali che riguarda la voglia della protagonista di tornare a far parte della squadra di tuffi della scuola. Non ci sono indugi sexy nel riprendere la bella protagonista, nessun eccessivo compiacimento per morte/distruzione (anche se un minimo sindacale soddisfacente in questo campo rimane garantito), non ci sono persone/robot/Animali che scorreggiano, niente sottomarini/astronavi/terremoti/invasioni che a un certo punto "accadono", niente politici né dinosauri né esploratori né cavalieri medioevali sullo sfondo, niente feticismo per le auto di lusso, niente o pochissimi botti/squarci/città esplose. Niente Turturro/Tucci/Hopkins/Malkovich che si coprono di ridicolo. Questo Bumblebee ha tutta la sensibilità e gli occhioni dolci per aiutare ogni ragazzina a risolvere i suoi problemi famigliari. Questo Bumblebee può essere un Totoro (o meglio un gattobus) o un piccolo alieno/cucciolo da salvare, magari con l'aiuto di un orribile fratellino in over-acting come la Drew Berrymore di E.T. (che io odio, ma so essere imprescindibile in qualsiasi film per per-adolescenti). MA è per me troppo leggerino, troppo derivativo, troppo per bene ed educato per colpirmi come mi ha colpito la nefanda cinquina di Bay, l'abominevole "abbuffata visiva" con cui mi sono deliziato negli ultimi 10 anni. 


Leggo commenti entusiasti in rete, leggo di gente che ama il franchise che dice che è "questo il modo giusto" per proporre i film dei Transformers. Che questi 130 interminabili minuti sono stati per loro una brezza felice di Amarcord e dolcezza. Per loro questo equilibrio è buono e probabilmente due conti li avranno fatto anche i produttori. Probabilmente hanno ragione loro, tutti, probabilmente a me, che sono un po' strano, dei film dei transformers di Bay interessava di più il fatto che fossero film di Bay, produzioni male-compresse e per me indecifrabilmente attrattive dello squinternato, eccessivo, discutibilissimo e anarchico Bay. Senza di lui questo brand è per me come il sushi senza wasabi. C'è a chi può piacere di più così. 
Io invece sogno ancora il sesto film dei transformers di Bay che non si è fatto è forse mai si farà, quello in cui la Terra diventava il pianeta -transformers Unicron, trasformando tutto lo scenario in un corpo in movimento costante. Sarebbero stati svegliati gli altri cavalieri transformers, i quintessenziali sarebbero arrivati con diecimila astronavi sopra la Muraglia Cinese, si sarebbe disputata la battaglia definitiva tra un rinato devastator contro tutti i transformers combinabili, tutta Londra, New York e Pechino sarebbero esplose sotto attacchi alieni e John Turturro, in mutande e coperto da sperma di lontra aliena, circondato da tutte le conigliette della Playboy Mansion, avrebbe salvato tutti. E insieme a un TurTurro, finalmente protagonista e circondato dalle più grandi fighe della terra più Angela Lesbury, Optimus Prime, combinato a Ultra Magus, avrebbe condotto una battaglia campale di quarantasei minuti, ambientata sulla Luna in collisione con la Terra. Al suo fianco e diventato buono Megatron, alla guida di elefanti in tuta spaziale, contro un campo di meteoriti comandati mentalmente da Steve Buscemi. Il disaster movie definitivo, il war/space/fantasy più eccessivo, l'assurdità finale che sarebbe stata il testamento artistico ultimo alla follia visiva di quel pazzo di Bay. 
Ma non tutto è perduto.
Nel prossimo film Bumblebee potrà sempre aiutare un ragazzino dislessico a far fonte agli attacchi dei bulli della sua scuola, mentre sullo sfondo gli autobot avranno a che fare con gli effetti di un manufatto raro chiamato "qualcosium".
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venerdì 4 gennaio 2019

Vice: l'uomo nell'ombra - la nostra recensione dell'ultimo film del geniale Adam Mckay



 - Premessa: Adam Mckay è il regista e sceneggiatore dei migliori film comici di Will Ferrell quando un paio di anni fa compie un triplo salto carpiato in avanti e realizza quella bomba di La grande scommessa. Un film che trasuda dell'ironia per cui è diventato famoso ma che con intelligenza e complessità affronta di petto la Storia Americana, peraltro un periodo e un contesto difficilissimo da rendere su schermo, la crisi finanziaria del 2008. Con un manipolo di interpreti in ottima forma, tra cui Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling e Brad Pitt, Mckay scarica sulla sala cinematografica inerme 139 minuti di date da memorizzare, nomi su nomi, spiegazione di meccanismi finanziari complessi, doppi giochi da intuire più che da capire, riferimenti diretti alla cronaca americana. Un'esperienza visiva e auditiva provante per il pubblico italiano medio che dopo il trailer credeva di assistere ad un nuovo film del regista sullo stile di Anchorman o al massimo ad un divertente "film di rapine". Non siamo lontani, per fare un paragone, dall'effetto sul pubblico medio del JFK di Oliver Stone, e parlo di quel tipo di pubblico che (innocente) si aspettava da Stone (illusi) un film-TV sul modello Rai con al centro della trama le esperienze scolastiche di Kennedy da piccolo e una apparizione o due della Monroe. E invece no, pioggia di dati costante da integrare fruttuosamente con ricerche sul tema e magari seconda visione della pellicola che effettivamente, ai bene informati, risplende in tutte le sue sfumature più accattivanti, ti trascina dentro e solo allora si fa amare, in modo completo e appagante. La grande scommessa è diventato uno dei miei film preferiti insieme a JFK e Vice, che riprende in gran parte lo stesso cast tecnico e artistico de La grande scommessa, dopo la seconda per me necessaria visione, ha un posto riservato allo stesso tavolo. Quindi il mio consiglio alla fine di tutta questa premessa: vedere + documentarvi + rivedere = godere. Questo ovviamente  vale per me, e vi assicuro che ne è valsa la pena, anche sulla base del fatto che già alla fine della prima visione ero folgorato dalla pellicola. Ok, questa era la premessa. La sintesi non mi è nota certe volte. 
- Un film sul potere dal punto di vista di chi non lo condivide: Vita e opere di Dick Cheney (interpretato splendidamente da Christian Bale), politico dell'ala Repubblicana più conservatrice che dal 1969, per lo più agli inizi sotto l'ala protettiva di Donald Rumsfeld (un ottimo Steve Carell), arriva nel 2000, sotto George W. Bush (interpretato con molta ironia da Sam Rockwell), a diventare vice - presidente. Un uomo riservato e integerrimo per gli amici, per i detrattori dell'ala Democratica più polemica (cui rientra con moltissima autoironia anche il regista McKay e lo staff delle pellicola) un oscuro burattinaio con in mano un potere spropositato non inferiore al villain interstellare Marvel "Galactus - il divoratore di mondi" (citato in una scena "esplicativa" divertente quanto dissacrante). Favorevole al Vietnam, favorevole all'impiego militare in Afganistan, mano invisibile dietro ad alcuni degli scenari più controversi della Storia Americana, Mckay lo ritrae spesso come un abile pescatore silenzioso, che conosce ogni amo e ogni pesce, che sa aspettare anche tutta la vita prima di attaccare una preda con decisione e ineluttabilità. Uno stratega, un uomo solo apparentemente bonario e dimesso, che rimane tutta la vita sullo sfondo della politica come un comune burocrate, al punto che quando emerge e si insedia nella cabina di comando supplendo a un presidente un po' "assente", prendendo in mano il destino del mondo, nessuno sa davvero chi sia e come sia arrivato lì. Per McKay nessuno conosce davvero Cheney, al punto che lo stesso regista già dall'inizio della pellicola mette le mani avanti, ammettendo che per la ricostruzione dei fatti sono state compiute tutte le indagini e ricerche che sono state "fottutamente" possibili (parole sue). 


Così il regista crea un personaggio - narratore davvero peculiare, Kurt, un "uomo della strada" interpretato dal bravo Jesse Plemons, che ci presenta Cheney dal suo personale punto di vista se vogliamo autorevole in quanto "giustificato" da un geniale e inedito Mcguffin che andrà a svelarsi sul finale. Kurt che ama vedere Spongebob con suo figlio, Kurt che ci tiene a salvare il mondo, non inquina e si tiene in forma. Un po' macchietta e un po' no, in un film che sa quanto l'ironia e autoironia possa essere un'arma, Kurt funge da "coro greco", evita un taglio delle vicende troppo documentaristico (che non potrebbe né vuole davvero avere), alleggerisce i toni ed è davvero simpatico, sarcastico, forse anche un po' complottista. Anima tutti i dubbi che l'americano - medio - democratico nutre per la figura di Cheney, si flagella per "non averlo visto" mentre si avvicinava al potere e permette così al Cheney di Bale di essere oscuro, predatorio, distante e insondabile. Bale, abile a cambiare la forma del suo stesso corpo per incarnare una parte, spesso abbrutendosi fino a martirizzarsi (si ricordi il suo mostruosamente magro Uomo del Treno) incarna davvero il suo Chaney come un predatore a sangue freddo, una creatura dallo sguardo basso inaffondabile quanto spietata, capace di cogliere un affare anche davanti a una tragedia. Il degno "pargolo politico" del Rumsfeld impersonato da Carell, che per occhi mobili e denti aguzzi incastonati in un sorriso cattivo pare quasi una iena, regalandoci un'altra interpretazione forte e potente dopo Foxcatcher. Il Colin Powell di Tyler Perry è in quanto razionale e moderato una vittima designata della ferocia altrui, il George W. Bush di Rockwell è un omino goffo e ingenuo che spera di dimostrasi all'altezza del padre senza avere alcun artiglio e consapevolezza per far sentire la propria voce. Powell e Bush sono poco più che giocattoli nelle mani di questi grandi predatori che hanno una visione spesso mercantilista e commerciale del mondo (geniale un certo utilizzo dei Focus group che lascio a voi scoprire), che non hanno paura di qualche fischio della folla pur di continuare a gestire il potere. Se quindi McKay decide di esporre il lato più primitivo, quasi animale, di questi uomini politici, dove il più forte schiaccia il più gentile, non riesce ad essere altrettanto cattivo con la Lynne Cheney di Amy Adams. Personaggio complesso, dal difficile passato e dalla grande autorevolezza emotiva, Lynne spesso riesce a orientare le scelte del marito, riesce a farcelo apparire più umano, quasi amorevole, quasi succube. Le dinamiche che questo rapporto sottende sono sottili e laboriose, affascinanti. La Adams riempie la sua Lynne  di fragilità, di occhi di fuoco, di sorrisi tirati e di gesti d'affetto, quasi sempre materni, nei confronti del marito. È il suo porto sicuro quanto il suo unico bene da proteggere, insieme a una famiglia per la quale Cheney riesce ad essere pure più liberale dei liberali, assecondando la tesi cattivella di McCay (palesata nei primi minuti) per cui a Cheney di stare a "destra o a sinistra" non gliene è mai importato nulla. 


Al di là di questa "struttura drammaturgia", Vice, come vi ho anticipato nelle prime righe è un film complesso, che si nutre di "prove storiche" per costruire questa precisa visione di Cheney. La trama è un flusso di dati a conferma di questa tesi,  " evidenze" legate a fatti piccoli e grandi, abilmente intrecciati e affastellati in un mosaico colorato quanto pop che ripercorre quasi cinquanta anni di storia americana. Fatti da contestualizzare o in cui lasciarsi trascinare. Tra stanze del potere istituzionali e saloni per i comizi, tra salotti domestici turbolenti e anonimi bar in cui vivere il privato. Tra il fragore di terribili squarci di guerra in giro per il mondo (spesso lontani dalle leve di potere, come espressi in un tagliente monologo di Carell) e lungo il corso di un fiume dove un uomo anonimo e appesantito, per lo più antipatico, ha tutto il tempo del mondo nell'attendere che una preda abbocchi. E McKay sceglie non a caso un'inquadratura in cui la telecamera è a mezz'acqua, che ci fa sentire anche noi come quei piccoli pesci che stanno improvvidamente per abboccare all'amo. Forse il quadro più sinistro del potere dell'uomo politico dopo la "pecorella" all'inizio di Loro di Sorrentino (c'è anche un altro parallelo possibile con Sorrentino, a Il divo, tra le scene finali). Questo film sa davvero prendere all'amo lo spettatore. Sarà perché racconta di un villain potente come Galactus nell'era cinematografica dei cinecomics. Sarà che i film dei supereroi sono gli unici oggi che affrontano problemi politici come la l'inclusione sociale e accettazione delle diversità (X-Men), la sovrapposizione (Infinity War), l'integrazione multiculturale (Black Panther) e i problemi di uno sviluppo tecnologico (Iron Man 1) e bellico (Age of Ultron) non sostenibile. Sarà perché come in un film Marvel è giusto non uscire subito di sala, per godere di un extra dopo i titoli di coda. 
È di sicuro un bel modo di fare cinema, che appaga la mente e riempie gli occhi, nonché la dimostrazione di un certo coraggio nel trattare al cinema di politica e attualità, nel tradurre questi temi in drammaturgia. 
McKay si conferma un grande narratore, ""a-critico"", della storia moderna. 
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martedì 1 gennaio 2019

Ralph spacca internet : la nostra recensione



- La trama in breve: c'era una volta, nel piccolo mondo virtuale di un cabinato da sala giochi (mooolto "primi anni 90"), il cattivo di un videogame "alla Donkey Kong" (Felix l'aggiustatutto): Ralph (in originale doppiato dall'attore John C.Reilly). Ralph dalla cima di un palazzo cercava di abbattere lo stesso a pugni, inimicandosi i condomini virtuali di "Belposto" e aspettando di essere ogni volta sconfitto dall'eroe del gioco. Ralph non era contento della sua vita "da cattivo", non si sentiva supportato dai gruppi di "auto-mutuo-aiuto per cattivi dei videogame", in genere vedeva tutto nero e non capiva. Non capiva perché doveva essere lui il cattivo della storia, non capiva perché per una volta non potesse essere anche lui un eroe. Poi è arrivata la grande occasione di riscatto e la prospettiva è cambiata. Il nuovo manthra di Ralph è diventato: "il lavoro di cattivo non è tutta la vita ma solo un lavoro", ha scoperto che "si può essere eroi anche solo di chi ci vuole davvero bene" e questo può bastare. Da allora le cose sembrano ingranare per Ralph, nella sua piccola sala giochi di provincia. Ha trovato davvero il suo posto nel mondo, ha soprattutto incontrato un'amica del cuore, Vanellope (doppiata in originale da Sarah Silverman), a cui è legatissimo e con cui ogni giorno è una meravigliosa routine fatta di impegno/cazzeggio/divertimento. 
Prima di incontrare Ralph, Vanellope era la principessa digitale del game di corse stile "Super Mario kart" chiamato "Candy Rush", relegata da un malvagio cattivo digitale nel ruolo di eterna perdente, la più scarsa dei corridori selezionabili del gioco. L'incontro con Ralph le ha cambiato la vita, ora è realizzata, è sua amica ed è felice, senonché, magari, non è contenta che la sua vita si ripeta tutti i giorni, vuole intraprendere nuove avventure, esplorare nuove strade, la routine la ammazza. L'animo avventuroso da "pilota da rally" le fa ribollire il sangue. 
Un giorno, complice l'arrivo del wi-fi nella sala giochi e una particolare circostanza nefasta, Ralph e Vanellope si trovano ad abbandonare i cabinati dei rispettivi giochi e a girovagare su internet, in missione. Mentre Ralph si ingegna per risolvere la situazione, Vanellope trova un posto in rete che le piace, un Game-racing-open-world alla "Grand Theft Auto/carmageddon/need for speed" in salsa ultra - esagerata / tamarra in cui incontra anche un'amica (che in originale è doppiata dalla mitica Gal Gadot) e in cui si sente davvero realizzata. Vorrà tornare a casa Vanellope?


- Non tutte le principesse risolvono tutti i loro problemi quando entra nella loro vita un uomo: nei trailer si presentava per lo più come una pellicola leggera, vicina per temi allo sfortunato Emonji, con qualche strizzata d'occhio ai "brand" più popolari della rete e tanti simpatici cameo legati all'industria di Topolino, Star Wars incluso. Sotto questa patina, Ralph Spacca Internet è invece interessante, molto stratificato, per nulla banale e accomodante. Prende temi e personaggi del primo bellissimo film ed effettivamente continua ad arricchirli in modo tridimensionale e non banale, allestendo una intelligente allegoria del mondo virtuale che gioca e si fonde bene con la favola classica Disney (molto originale l'effettivo approfondimento del ruolo della "principessa Disney"). Ed è bello veder crescere i personaggi e il loro mondo in un modo così convincente quanto umano, realistico. Lo studio Disney Animation negli anni, oltre che una sempre maggiore abilità tecnica, conferma la stessa modernità  e capacità nell'approfondimento emotivo dei personaggi quanto nella creazione di mondi complessi che ha reso grande la Pixar Animation (anche se le due case parlano ancora un "linguaggio diverso", come viene autoironicamente evidenziato in una gag fulminante quanto spassosa della pellicola). Così il film Pixar che accosterei con maggiore disinvoltura a questo Ralph Spacca Internet è quel piccolo gioiello per la regia di Pete Docter di nome Inside Out, ma di fatto questo secondo film di Ralph prosegue anche il discorso sulla "emancipazione femminile Disney" iniziato con Frozen e tra le strade digitali di Ralph si può godere della complessità multiculturale di Zootropolis. Per i più piccoli Ralph 2 è utile anche dal punto di vista educativo, spiegando il mondo di internet con una chiarezza cristallina e per nulla didascalica, funzionale effettivamente alla trama. In parallelo osa rappresentare, con medesima competenza, meccanismi di relazione tra i personaggi che stanno davvero diventando adulti. Non vado oltre per non svelare troppo, ma Ralph 2 non gioca facile proponendo una storiella buffa e preconfezionata ad arte (cosa che gli sarebbe stata facilissima), ma vuole "colpire basso" sul piano emotivo. Si va al di là della semplice e consolatoria morale del "e vissero felici e contenti", si parla di " inseguire i propri i desideri", "cambiare casa", "comprendere le scelte di vita degli altri". I nostri personaggi crescono e crescono anche i personaggi secondari, il cuore del film diventano le relazioni, le "relazioni ai tempi dei social" diremmo e il modo che ha internet per assecondarle oppure ostacolarle. Molto più sofisticato della missione da superare o del cattivo da sconfiggere nel classico percorso dell'eroe. È come se il mondo virtuale di Ralph si spostasse effettivamente dal "momento del gioco" alla "vita virtuale". Ed è prodigioso come tutto scorra tranquillo e con leggerezza, coprendo leggermente di malinconia la storia. 


- In sintesi: Ralph spacca internet ci è piaciuto. Ci ha commosso, ci ha fatto divertire, ci ha mosso dentro sentimenti non banali. Merito dell'ottimo cast vocale, Reilly e Silverman su tutti (ma anche merito di una grintosa e sensuale Gal Gadot), merito di registi come Phil Johnson e Rich Moore che hanno saputo coniugare un grande senso dello spettacolo e dell'azione con una gestione non banale dei personaggi. Preparatevi a inseguimenti a rotta di collo, infinite trovate visive condite da esplosioni di colori e all'effetto speciale migliore di tutti, incontrare personaggi virtuali a cui affezionarsi come vecchi amici. 
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mercoledì 19 dicembre 2018

Il ritorno di Mary Poppins : la nostra recensione!




Riassunto breve: siamo nella Londra della depressione, circa vent'anni dopo gli avvenimenti del primo episodio. Stessa casa al 17 del viale dei ciliegi, abitata ora dal vedovo Michael Banks (il bambino del primo, interpretato oggi da Ben Wishahw) e dalla sua prole. Il buon Michael non paga le rate del prestito bancario per cui il direttore della banca (Colin Firth) decide che quella bella casetta sarà sua. Mancano pochi giorni per poter estinguere il debito e ad aiutare Michael c'è solo sua sorella Jane (Emily Mortimer). In quel momento si alza il vento e una giovane tata si materializza dal cielo. Sembra non essere passato un giorno da quando risolse i problemi dei genitori anche se questa volta ha le sembianze di Emily Blunt e non di Juile Andrews. Ci sarà una canzoncina sui benefici del botox?
Basta un poco di zucchero: La regia di Rob Marshall è quanto di più auspicavo e sospirato per una produzione di questo tipo. Ha girato trasposizioni di musical come Chicago, Nine, Into The Wood, ci ha portato nell'oriente magico di Memorie di una geisha ed è salpato per i mari Disney de I pirati dei Caraibi, il capitolo con Penelope Cruz, cui virtualmente "tornerà" con il film live de La Sirenetta.  E se abbiamo un ottimo regista nelle corde del musical quanto della favola, le musiche di questo Ritorno di Mary Poppins sono di Shaiman e Wittman, che hanno lavorato insieme in Hairspray come anche nelle indiavolate musiche della Famiglia Addams del mai dimenticato Raul Julia, il duo che ha musicato i film di Sister Act


Mary Poppins è da sempre anche animazione e i talenti qui coinvolti sono molti, da Jared Beckstrand che ha lavorato a Hercules, Tarzan, Fantasia 2000 e Pocahontas, a James Baxter, con esperienze in DreamWorks, che vanno da Kung Fu Panda ai Croods, e aveva iniziato proprio in Disney ai tempi della Sirenetta, a Tony bancroft, animatore di Aladdin e regista di Mulan
La passione e la cura di questo team tecnico ha permesso a Mary Poppins di non invecchiare col cambio di attrice e di presentarsi ancora oggi con una storia fresca e nostalgica, molto vicina nei toni all'ultima trasposizione di Winnie The Pooh con McGregor, come all'oggi sempre più lunare Hook - Capitan Uncino. Citazione del passato e cambiamento: le favole sono "il passato" di bambini cresciuti, ma la loro magia non smette ancora di sprigionarsi, se stimolata al momento giusto. C'è quindi ancora l'ammiraglio Boom che vive all'inizio della via in una casa a forma di nave (anche qui cambio di attore). C'è Dick van Dyke che balla e interpreta mr Dawes junior, il proprietario della banca ( Nell'originale interpretava, oltre allo spazzacamino, anche Mr Dawes senior, truccato da anziano). 
Al posto degli spazzacamini ci sono oggi " gli acciarini", delegati ad accendere e spegnere i lampioni della città. Si spostano in bici, sono armati di scala e straccio e sono capitanati da Jack  (Lin Manuel Miranda). Le cose cambiano, ma sono per lo più sfumature, la favola rivive.


È un musical: Allora... Oggettivamente cantano tanto. In due ore siamo siamo oltre i dieci pezzi musicali abbastanza lunghi. La regia però è veloce, quindi in fin dei conti non annoia. Ha un buon ritmo. I brani più belli quella con una sempre brava Meryl Streep (che torna dopo Into the Woods a essere diretta da Marshall) e lo spettacoloso brano centrale, ambientato "all'interno di un vaso" in cui i protagonisti sono affiancati da disegni di animali come lo erano anche in Pomi d'ottone e manici di scopa (a quando il restyling anche di questo? Non vedo l'ora di vedere l'armata della magica Lansbury contro i nazisti!! Passerei con slancio dal Supercallifragilistichespiralidoso al supercallipagicextramotus...) 
Il ritorno di Mary Poppins è un salto indietro nel tempo con buone note di modernità, reso molto piacevole dall'ottima confezione, da una sezione animata davvero ben fatta e adrenalinica, da una Emily Blunt che riesce ad essere il vero effetto speciale del film, un inconsueto e complicato mix di sorrisi dolci e occhiatacce severe / autoritarie. Cura e controllo, come la migliore delle tate da cui vorremmo imparare a essere genitori migliori. La sfida con la Julie Andrews si pone a un certo punto, ma la Blunt riesce a dare una sua versione del personaggio che conquista. 
C'è una cameo tenero di Angela Lansbury sul finale.
In conclusione: Ballano tanto e cantano tanto. L'ho già detto, lo ripeto perché siate sufficientemente pronti, se non siete avvezzi del genere (se poi vi piace, andate di corsa a recuperare). 
Visivamente impeccabile. Colorato, ben caratterizzato, sceglie una messa in scena di matrice molto teatrale, carica di dettagli e coralità, all'interno di sontuose scenografie (musical in arrivo?). Da vedere per tornare un po' bambini e passare insieme un paio di ore con i propri cari.
Gianluca e Talk0 

domenica 16 dicembre 2018

Bohemian Rhapsody: la nostra recensione



Vita e opera di Freddie Mercury e dei Queen, attraverso un film che interpreta alcuni degli eventi principali in chiave di musical, attingendo direttamente dallo straordinario portfolio musicale della band. Non è una biografia fedele ma una rielaborazione, peraltro approvata dai membri della band, che ci spinge tutti ad andare al cinema per sentire con l'impianto sonoro più grande che possiamo immaginare le canzoni dei Queen, mentre un attore straordinario, Rami Malek, si impossessa della fisicità e intensità dell'indimenticato ed indimenticabile cantante Freddie Mercury. C'è una dolcissima Lucy Boytnon che da corpo e cuore alla sua interpretazione di Mary Austin, donna amata da Freddie per tutta la vita (in tutte le forme che l'amore può conoscere), c'è un carismatico Gwilym Lee che dà una versione cazzuta e convincente dell'astrofisico Brian May. Il resto è nella norma, ma tutto confezionato in modalità extra-lusso, con i colori e ritmo delle produzioni di Brian Singer (regista che qui per divergenze creative è stato sostituito quasi alla fine dal geniale Dexter Fletcher di Eddie the Eagle, ma di cui il tocco non si è perso). Gli ultimi minuti, gli ultimi 30 minuti, sono pura adrenalina e potenza fisica. Rami Malek è lì che dà tutto se stesso e quasi si trasforma nel Rocky di Stallone o nel Mohamed Ali di Will Smith. Recita con il corpo e con le sue protesi dentali, sprigiona sudore e impegno, non lesina in passione e coinvolgimento. È mimesi, passione e resurrezione: la cifra irraggiungibile a cui deve puntare un attore che è chiamato a interpretare un'icona. Una sfida impossibile dalla quale Malek esce a testa altissima, coperto di applausi. 
Appena finita la visione ho avuto la voglia di buttarmi di nuovo in una sala. Appena sono arrivato a casa ho avuto la voglia di tirare fuori il dvd di un famosissimo concerto a cui hanno preso parte i Queen e rivederlo di nuovo, tre volte. 
Forse ci troviamo davanti ad un nuovo genere cinematografico. L'avevo già pensato ai tempi di The Doors di Oliver Stone, lo ripenserò all'uscita di Rocketman di Fletcher (che non a caso ha "completato" questo Bohemian Rhapsody), gli incassi stratosferici al botteghino di questo Bohemian Rhapspdy mi danno fiducia assoluta della mia convinzione. La Musica che diventa "Opera Rock Filmica". Un modo diverso di celebrare la grandezza di un gruppo musicale, che si affianca ai revival, alle tribute band e ovviamente a tutta la produzione originale ben conservata, in triplice copia e su tutti i media possibili. Forse è un'utopia. 
Forse è un'utopia perché, a giudicare dalla rete, è difficile dialogare con i fan che non capiscono la ricchezza di questa nuova "forma di celebrazione".  


Rami Malek è straordinario, ma non sarà mai Freddie. Basta ascoltare gli album e perché non ascoltare direttamente gli album! La storia dei Queen è diversa da questo "spettacolo ispirato agli eventi" (per altro molto diversi nella realtà) di un paio di ore scarse e ci sono tonnellate di documentari meravigliosi e libri ricchissimi di dettagli su ogni aspetto dei Queen! 
Ogni tanto può apparire favolistico, ogni tanto può sembrare semplificato, c'è di sicuro l'intenzione di portare in scena la carica positiva e la forza di volontà di un uomo complesso e unico, non potendo raggiungerlo in quanto irraggiungibile. 
Questo che arriva in sala però più che la storia dei Queen vuole essere appunto un trattamento di "Bohemian Rhapsody" , una visione libera della vita della band in un significato assimilabile al testo della canzone. In scena la vita del gruppo rock dei Queen che "si fa" Bohemian Rhapsody. Una canzone che è un autentico overture di stili e linguaggi musicali, diviene brano-guida e summa espressiva delle molte anime e delle uniche abilità del gruppo, accorpando così a sua volta, nella narrazione "musicata", molte altre delle più importanti canzoni del gruppo (a loro volta geometricamente centrate della personalità  dei diversi membri della band). La vita dei Queen si aggancia poi al Faust di Goethe come parabola della ricerca dell'immortalità, che qui si fa a tutti gli effetti autentica, abito dell'arte del loro frontman Mercury e sua eredità. Un Freddie che rivive, giovane, su schermo, grazie a al corpo di Malek e all'architettura energetica messa in scena da Singer per descriverne la grandiosa e turbinosa esistenza, nonché gli accennati (ma potenti) conflitti interiori. Un Freddie che rivive tutti i giorni mentre intoniamo, magari sotto la doccia, le sue canzoni. Un omaggio sentito, che mi è parso "di cuore" e che pertanto, per quanto patinato, imperfetto, troppo sintetico e celebrativo, ha reso possibile, a me, il piccolo miracolo di assistere a un'intera sala che felice se da un lato teneva il tempo della musica e cantava i ritornelli di ogni canzone (perché sono sempre i Queen), dall'altro si commuoveva per le buone interpretazioni degli interpreti e per la ricercatezza delle ricostruzioni storiche. Persone che magari come me a fine visione hanno tirato fuori i dischi e li hanno sentiti per una settimana o due. Potenza dei Queen. Potenza di una buona messa in scena. 
E questo, lo ripeto, visto il successo è solo un inizio. Malek e Singer sono solo i primi che affrontano Mercury e i Queen. Ne seguiranno altri, che con altre sfaccettature e punti di vista non faranno che arricchire il mito di una delle band più importanti della storia recente.  
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giovedì 13 dicembre 2018

Amici come prima: la nostra recensione



Cesare (Christian De Sica) è il direttore del Grand Hotel Colombo di Milano, conosce undici lingue e ha ai suoi piedi il mondo fino a quando, un brutto giorno, la proprietaria (Regina Orioli) lo convoca sul terrazzo dell'ultimo piano dell'albergo e lo licenzia. C'è di mezzo una fusione con i capitali cinesi, servono persone più giovani e dinamiche, grazie per il tuo impegno e tanti saluti. Cesare a casa tiene una moglie (Lunetta Savino) spendacciona, una suocera che ha voluto farsi il lifting da poco e un figlio giovane, rapper di belle speranze, con primo disco da produrre, minimo 30 mila euro con 10 da anticipare, con il singolo già pronto dal titolo "like me Silvia" (che sarebbe poi " like me Silvio", con la "o", in quanto lui è in realtà omosessuale ma teme che questo possa essere visto come uno stigma e canta canzoni dedicate a donne che non può amare... aspetto di trama che si poteva approfondire). Cesare sta in bolletta ed è senza lavoro, urge improvvisare qualcosa. La soluzione potrebbe essere il padre della proprietaria, il signor Massimo Colombo (Massimo Boldi), che cerca una badante e offre più di cinquemila euro al mese. In sedia a rotelle, sessuomane e amante delle eccentricità, il Colombo vuole però solo badanti donna. E così, controvoglia (ma si poteva e doveva approfondire) Cesare si traveste da donna, con un look e acconciatura a metà strada tra Crudelia, Paola Marella e Simona Ventura, si carica di seno finto prosperoso preso al pornoshop, scopre di camminare incredibilmente bene e con naturalezza nelle scarpe da donna (ma pure qui si doveva e poteva approfondire) e di proporsi come badante del Colombo.


Scorrono sulle note dell'amarcord gli 83 minuti della nuova pellicola cinepanettone, che riunisce dopo molti anni il duo comico Boldi - De Sica. La regia questa volta è di De Sica stesso e traspare evidente il lavoro di ri-armonizzazione dei tempi comici del duo, l'uso delle modalità migliori di "ricercarsi nelle battute" anche con l'uso dei più amati tormentoni. Il buon De Sica sfoggia il suo repertorio di "Aiutatemi!", "Ma questa è una cafonata!", "Questo strucco mi svacca", " Ettelevidallepalle!!!" mentre cavalca la sua ormai quarantennale versione di Tootsie di Dustin Hoffman. Boldi, con una parrucca in testa che lo fa assomigliare a Takeshi Kitano (oh, ma ci rendiamo conto del potenziale??? Gli vogliamo dare una pistola e un ruolo pulp da killer in un film noir a Boldi?) è un po' un bambinone stile l'Arturo di Dudley Moore e non rinuncia alla sua vena da autobiografia (ama i tamburelli) e alla sua cifra di comico lunare. In un primo frangente sembra che la coppia voglia mettere in scena la sua versione di Quasi Amici e una divertente e malinconica corsa in "semi go-kart" è forse il punto più riuscito del film. Manca forse il coraggio di far piangere, cosa che riesce nelle commedie francesi e si arranca invece a inserire, come in passato, nelle commedie italiane. E qui Neri Parenti mi bacchetterebbe, perché Amici come Prima è come genere, come tutti i cinepanettoni, una farsetta, un componimento leggero da "dopo pranzo di famiglia" fatto per scacciare le malinconie in modo leggero. Però buoni spunti per approfondire i personaggi in chiave non solo macchiettista qui ci sono, seppur tra le righe, e forse un pochino di più doveva e poteva emergere circa il loro rapporto, anche con un paio di minuti di film in più. Quindi "se fosse stato una commedia francese" il tema della solitudine di entrambi i personaggi principali sarebbe emerso ed esploso con la "svolta", che avviene quasi a fine film come presupposto narrativo (e Boldi poteva diventare "matto" dopo quella svolta, acquisendo più spessore). "Se fosse stato una commedia francese" si sarebbe indagato di più sulla naturalezza di De Sica di indossare abiti femminili, sulla relazione non idilliaca con la moglie, sull'accettazione senza riserve della natura del figlio. Però questo non è farsa ma commedia, toccare certi temi fa sì che le maschere diventino troppo diverse rispetto a quanto ce le immagineremmo, perché così ce le siamo immaginate da anni. Anche se, prive della carica sovversiva e scorretta di un tempo (ma quanto erano cattivi i personaggi alla "trivellone?"), prive della gioiosa sessualità che strabordava dai primi film della coppia (perché qui non c'è come ai tempi d'oro una Emanuela Foliero nuda coperta solo di bolle nella vasca da bagno? Che fine hanno fatto le donne nude?), prive del pantheon surreale di personaggi di supporto anarchicamente irresistibili e scureggioni (Casagrande non regge il confronto con i qui dolosamente assenti Enzo Salvi, Biagio Izzo, Ceccherini, i fichi d'india), le maschere storiche di De Sica e Boldi qui sono troppo depotenziate per far deflagrare la risata, ma al contempo troppo trattenute per far evolvere il film in una commedia alla francese. Obiettivo raggiungibile con poco sforzo e che avrebbe elevato il film su un altro piano rispetto agli altri, proponendosi come qualcosa di diverso! 
Insomma. Mi avete tolto le parti scoreggione e con queste se ne sono andati i momenti più gioiosamente matti della farsetta (a parte la classica, immancabile scena del "cambio d'abiti), ed è un peccato mortale. Mi avete tolto la "leggerezza" della figura femminile, anche di stampo erotico, per offrire alle donne dinamiche tragiche e non comiche. Regina Orioli e Lunetta Savino hanno personaggi costruiti in modo così razionale e credibile che sembrano davvero uscite da una commedia alla francese e non da una farsa. Si sente l'assenza ad alleggerire i toni una figura femminile più sbarazzina e stralunata come poteva essere stata in anni passati la Del Bufalo, la Francini o la Chillemi (c'è solo la macchietta sottosfruttata della zia col botox). Oppure la trama poteva rendersi più sfaccettata scegliendo di percorre un paio di vie. Da un lato (perché no?) si poteva ragionare su una "Drag queen" (nel film a un certo punto compaiono pure a un tavolo due possibili drag queen...) che avrebbe potuto insegnare a De Sica a muoversi sui tacchi (sarebbe stato interessante in questa ottica un trainer, se non si voleva prendere di petto lo spinoso argomento della sessualità)... ma poco altro, perché il personaggio di De Sica qui è quasi un santo, ben lontano dalle sue maschere più irriverenti, dotato di un certo realismo. 
Tirando le somme. La coppia si è riformata e come prima uscita ha scelto il terreno sicuro della Greatest Hits/Revival. Se lo hanno fatto i Litfiba, pure qui non ho di massima nulla in contrario e i fan della coppia gradiranno. Se non che, piccolo rimpianto, il film sembra sfiorare/volgere a/propendere verso, senza avere però la volontà di cogliere davvero, una dimensione nuova e che poteva dare nuova prospettiva  al "cinema panettonaro": perché  a questo punto, tolto l'umorismo più ruspante e la sensualità più esibita, costruiti alcuni personaggi pure realistici e con "i piedi per terra", la commedia sofisticata non sembra poi una meta così distante.  
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lunedì 10 dicembre 2018

Colette : la nostra recensione





Siamo in Francia, agli inizi del '900. Parigi è una calamita per la cultura e l'arte, per le strade si parla di progresso, moda, emancipazione, sessualità. La nostra protagonista (Keira Knightly) è francese, sarà nota come alle cronache (e parecchio gossip) come Sidonie-Gabrielle Colette, come scrittrice, attrice, performer, femminista, ambasciatrice del "gender", musa e voce della rivoluzione sessuale e di costume, divenendo l'incarnazione stessa dello spirito della Belle Epoque. Ma facciamo un passo indietro, quando la nostra eroina era giovane e non abitava proprio a Parigi, ma in una non troppo distante provincia francese coloratamente bucolica e un po' noiosa, nella città di Saint-Sauveur-en-Puisaye. E non sembrava all'epoca neanche un'eroina, quanto la classica ragazzina della porta accanto. È la figlia di un militare che abita in una bella casetta con granaio, ha gli occhi castani, è un po' imbranata, caruccia ma assolutamente nella media, unico segno distintivo estetico di rilievo una massa di capelli lunghi/stopposi/orribili/invadenti girati a trecciolona gigante. Pare una pigotta, la pigotta di una damina del secolo precedente. Lui (perché in tutte le storie arriva a un certo punto un lui) è Henry Gauthier-Villars, per gli amici Willy (Dominic West), per i suoi lettori il "grande Willy", un po' dandy, più maturo di lei, affascinante e sciupa femmine, seduttore e seducente per passione, decisamente moderno. È uno scrittore di talento di Parigi, pure con casa editrice propria, appassionato di del bel vivere, del gioco e della seduzione in tutte le sue forme. Willy vede questa pigotta con trecciolone a casa del suo amico commilitone in Saint-Sauveur-vattelappesca. Scopre che in fondo è un tipo interessante, una che ama scrivere dei raccontini anche con forse del talento e in fondo non è bruttina, così le tira un amo piuttosto economico: le regala una palletta triste con la neve finta con la Tour Eiffel da articoli per turisti. Lei pensa: "Beh, perché no?". E così Willy la seduce, vince un paio di evoluzioni nel granaio, la sposa e la porta a Parigi, dove lui "mentre scrive" continua a giocare ai cavalli e a frequentare ragazze più carine, sputtanandosi pure la casa editrice. Lei, non proprio felice, scopre di non amare poi molto un marito che per indole "scherzosa" per lo più diserta il talamo nuziale e ama scorreggiarle da vicino, ma come ogni donnina pigotta del secolo scorso fa spallucce e tira avanti. 


A un certo punto la creatività che ha reso famoso Willy è in un momento non fantastico, zero incassi. Poi l'illuminazione. Willy prende la pigotta  e le dice: "Ma tu non scrivevi quelle cosine buffe che mi hai fatto leggere ed eri pure bravina? E se ti do una mano? Se coltiviamo insieme una tua nuova coscienza artistica? Tu mi parli delle cose buffe che mi raccontavi che facevi quando eri piccola, cambiamo i nomi e creiamo un libro che anticipa di 100 anni la moda dei social? Che ne pensi?" E lei, un po' sorpresa e un po' motivata, sicuramente incosciente, risponde tranquilla: "Beh, è perché no?". Lui vede che la trappola è tesa e come nei più rinomati corsi di scrittura creativa la butta in una stanza con un block notes e una penna, la chiude a chiave e le dice: "Ora per quattro ore scrivi roba da best seller sulle tue buffe avventure adolescenziali o di qui non esci più". E lei lo fa. Il primo tentativo non soddisfa l'autore. Willy, che è preveggente sulla moda dei social del secolo successivo, sa che ci manca il dato della maialaggine. Il secondo, complici i debitori alla porte di casa, vede Willy collaborare di più a creare il personaggio principale "davvero social". Quindi  di fatto prende la moglie e le istilla dentro più pepe, modernità e umorismo, spregiudicatezza e stile di vita senza freni. E via quel cacchio di trecciolone brutto che pare una pigotta: capello corto a caschetto. Nasce il personaggio letterario di Claudine ed è subito best seller, Claudine a l'ecole, che va così bene che da avvio ad una collana tutta sua e con tanto merchandising che pare Guerre Stellari. La moglie di Willy trova un nome d'arte, "Colette". Il personaggio piace, le piccole donne si immedesimano in lei, nasce un modo di tagliare i capelli alla Claudine, uno shampoo, la linea profumi, i vestiti, i pupazzi. I libri, un po' da retrogrado marito di Mary Shelley, li firma Willy. Perché anche se le storie sono vita vissuta della moglie in fondo è lui l'artista, è lui il proto-influencer, il marketing gira così, le tasse, il pubblico. La moglie abbozza: "Beh, è perché no?" e la vita continua. Ma le cose iniziano a girare in modo imprevedibile. Colette e Claudine iniziano a fondersi tra letteratura e riduzioni teatrali, realtà e finzione. Willy sfoggia in pubblico una moglie che è "troppo ricalcata" sul "suo" personaggio best sellers. La vuole più spregiudicata per appassionare il gossip, in competizione con l'attrice che interpreta Colette a teatro (Aiysha Hart) e lei: "Beh, è perché no?". La vuole oggetto di una storia lesbica (con una bella e disinibita donna altolocata interpretata da  Eleanor Tomlinson) e lei: "Beh, è perché no?". A un certo punto vuole trasformare la cosa in un rapporto a tre e lei:  "Beh, è perché no?" (anche se sulle prime si incazza). La vuole libera di esprimere un pensiero profondamente femminista e lei: "Beh, è perché no?". Willy crede di stare facendo una manipolazione, ma in realtà sta liberando tutti i freni inibitori di Colette, che diviene sempre più consapevole di essere un'artista, di avere molto da dire, di essere lei il vero talento, di amare le donne, in special modo la nobildonna Missy (Denise Gough). Sarà ora che i diritti di sfruttamento delle "Claudine" tornino alla legittima proprietaria?


Tra corsetti e cappellini, strade chiassose e salotti altolocati, Wash Westmoreland, regista del favoloso Still Alice con Julianne Moore, dirige Keira Knightley in una delle prove più complesse e riuscite della sua carriera. Il compito era arduo, il risultato finale nell'economia dell'opera è di rilievo. La Knightley si mette a nudo e rinasce in una delle personalità più complesse e affascinanti della letteratura e arte francese, abbracciando a 360 gradi il suo estro e multiforme ingegno. Una prova non dissimile per intensità dalla trasformazione in Freddie Mercury di Rami Malek nell'ultimo Bohemian Rhapsody di Singer. Anche Dominic West dimostra una complessità interpretativa per lui inedita e insieme la coppia funziona, come funziona anche il "triangolo", con la bellissima e sensuale Tomlinson, come funziona anche il "quadrato" con straordinaria, algida e aristocratica Gough. È un film sulla conquista del ruolo sociale della donna, un film sulla ridefinizione della lotta tra i sessi, un film sulla strabordante forza dell'arte. È un film che funziona anche al di là dell'affresco storico, che spesso si identifica in una sorta di documentario per far conoscere o riscoprire un talento come quello di Colette. Il film di Westmoreland tuttavia è uno "starting point" alla lettura e "cultura" delle opere di Colette, ha un taglio agile che sfoltisce  un certo "documentarismo" della narrazione, ma rinuncia a essere qualcosa di più "vicino" alle opere di Colette. Allora si può forse sognare come questa materia vulcanica, la vita di Colette, che ha il profumo delle migliori chine di Crepax e di Manara, poteva essere maneggiata da un Cronenberg, un Verhoeven, un Almodovar, un Jordan, un Fellini o, perché no, un Brass. Cosa avrebbero fatto le sorelle Wachowski? E Ryan Murphy? Come avrebbe lavorato sugli sguardi e pose ipnotiche della performer Colette (ho in mente la parte del teatro di cui si fa un veloce accenno nella pellicola), ancora vive in rari filmati d'epoca, una mano come quella di Lynch? Vorremmo "averne di più" del mondo elegante e per ora solo qui "sbirciato" di Colette, perché a livello epidemico lo riconosciamo, il suo fascino ci ha già attraversato per anni, grazie alle mille influenze che ha generato nel cinema e delle arti. Valentina di Crepax viene da lì, le pose di Betty Page vengono da lì, molta della passione per il trasgressivo e al contempo per la ridefinizione del gender, argomento modernissimo, viene da lì, pure la pulsione e possibilità di fare della propria vita una "forma d'arte", viene da lì. Ne vogliamo ancora. Ma questo "primo assaggio", con una Knightley mai in passato così tanto convincente e sensuale, ha saputo già conquistarci e farci sognare. 
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