mercoledì 2 maggio 2018

Fate /Stay Night - Heaven's feel 1. Presage flower


 ... non sapevo che la Wertmuller facesse animazione giapponese, ma dalla lunghezza del titolo pare evidente... comunque, la nostra recensione!!...  e sapere che Sakura porta la coppa E? 



Per rendere più fruibile l'articolo senza fare spoiler ma cercando di spiegare cosa cavolo si va a vedere, ho deciso di seguire una rodata tecnica socratica, con certificato maieutico tarocco. In pratica darò delle risposte a delle domande possibili sul "fenomeno". 

- "Che cos'è 'sto Fate/ Stay Night?"
Va bene, domanda base per scaldarsi. È una storia in cui alcuni liceali vengono coinvolti in una guerra tra maghi in ragione del fatto di essere discendenti di maghi. C'è molta (pure troppa) vita scolastica che si contrappone a pirotecnici duelli fino alla morte che i maghi combattono con incantesimi e mediante l'evocazione di spiriti eroici, i cosiddetti "servant", armati di armi super distruttive. A metà strada tra Harry Potter e Hunger Games, durante il racconto i maghi e i servant si legano tra di loro a livello tanto sentimentale che militare, dando corpo a drammoni esistenziali, tradimenti e accoppiamenti, colpi di scena multipli e scontri tanto esagerati, assurdi e imprevedibili da costituire una delle punte più alte, tanto per la tecnica di disegno che per l'originalità della messa in scena, dell'animazione giappa degli ultimi anni. Il protagonista è il classico ragazzo troppo bravo e buono per esistere realmente, circondato da folle di donne adoranti ma alla fine non così antipatico. Un po' perché assomiglia esteticamente (anche se pochissimo) ad Amuro Rey, un po' perché è circondato da co- protagonisti che spesso lo mettono in ombra per carisma, rendendolo infine più sopportabile. Fate è un ampio progetto multi-mediale che nasce come una visual novel del 2004 ad opera della Software House Type-Moon, poi aggiornato nella versione "Realta Nua" (su PlayStation 2) si trasforma in un manga nel...

- "Scusa se ti interrompo, ma che roba è una Light Novel?"
Una light Novel è un romanzo illustrato giapponese, come Sword Art Online o La malinconia di Harumi Suzumiha, per capirci.


-"Ma quindi è come quella roba sui videogiochi in cui un mondo prossimo al reale si sovrappone alla realtà? Un mondo pieno di personaggi umanamente discutibili in ragione di particolari "skill" ma tutti di età scolare, con una storia che ti abbindola con due spunti fantasy in croce per parlare soprattutto del liceo come ultimo squarcio di  vita sociale prima di essere legati ad una prigione lavorativa a vita? Ed è la solita furbata produttiva con presenti così tante gnocche differenti da poter soddisfare tutti i gusti possibili dei pipparoli/tipo, giappi e non, che per ulteriore perversione amano identificarsi in un  eroe principale emo- impotente, buono e bravo fino a rasentare il masochismo, che alla fine salverà il mondo dalla minaccia "xy" ma non se ne farà mai nessuna delle gnocche di cui sopra?... insomma, è quella roba lì?"
Beh, si, ci hai preso abbastanza sul contesto, le light novel sono prevalentemente robe così, ma il termine light novel indica solo il fatto che è un romanzo con illustrazioni, nel caso di Fate Stay Night un romanzo digitale in cui il lettore può  prendere alcune scelte. Scelte tipo andare in un posto invece che un altro, parlare con un tizio invece che un altro o affrontare un nemico invece che un altro. Tutti mattoncini narrativi che fanno cambiare il proseguo della storia, sviluppano i personaggi in modo diverso, ti fanno provare la sensazione di essere ne "Il giorno della marmotta" con Bill Murray. Tipo... hai presente i romanzi libro-Game di Lupo Solitario di Joe Dever ?

- "No, perché non ho quarant'anni come te e, ti prego, non raccontarmi dell'estate del 1989 quando nella ridente cittadina ligure di Laigueglia una sera hai letto il primo volume della collana dal titolo Il signore delle tenebre, che tanto mi hai già detto che ti aveva fatto cadere le palle perché all'epoca stavi già ingrifato per via delle ragazzine,  e comunque anche se oggi ristampano Lupo Solitario non mi interessa... e poi... Ma si legge solo? Se è in forma di videogioco una light novel non posso fare qualcosa tipo risolvere enigmi o combattere come in un picchiaduro?"

Non sempre, anche perché se vuoi risolvere enigmi o combattere come in un picchiaduro ti compri direttamente una avventura grafica o un picchiaduro. Comunque se vuoi un titolo più action in tema  c'è Fate/Extella: The umbral Star sullo store PlayStation, che è comunque legato a questa serie. Ma se vuoi qualcosa che leghi picchiaduro e light novel in qualche forma in modo "ortodosso", nel senso 80% lettura e 20% "altro", vai su prodotti ps4 come Under Night IN-Birth exe: late[st]  (che ha una modalità alla light novel a sé) o su Persona 4 Arena, se vuoi il lato picchiaduro, o su Danganrompa, se vuoi gli enigmi. Preparati con il dizionario comunque, che è tutta roba in inglese, per lo più scritta su chilometri e chilometri di testo... se vuoi delle quasi light Novel sui 60% lettura e 40% altro, sempre in inglese, prova Catherine (lettura più puzzle game) o Persona5 (lettura più gioco di ruolo). Se vuoi Catherine ha un'impostazione per certi versi simile a come funziona Fate/Stay Night, nel senso che la storia si modifica a seconda che scegliate di stare con una delle due ragazze che il gioco propone. Tre ragazze per tre storie in Fate, due ragazze per due storie per Catherine, ma che diventeranno 3 in Catherine: Fullbody, espansione/remastered in uscita presto per ps4. La differenza di fondo è che in Catherine fare il galletto con una ragazza crea delle sfighe cosmiche nel rapporto con l'altra o con le altre, in Fate invece si può fare i paraculi senza ripercussioni di quel genere. Nella light Novel di Fate oltre alla cornice fantasy e ai soliti topoi giapponesi fatti di vita scolastica e relazioni di lavoro c'è pure una moooolto soft componente sexy-hentai (che pure in Catherine non è male).


-"Ok, una sorta di simulatore di fidanzate con la scusa del fantasy?"

Eh, più o meno. Ma realizzato comunque in modo sublime. La light Novel di Fate ha molto successo, riceve il primo adattamento manga nel  2006, ha una prima versione animata firmata Studio Deen nel 2007, riceve un prequel animato, Fate Zero (basato a sua volta su una light del 2006) e una seconda versione animata (Unlimited Blade Works), nel 2011 e nel 2014, ad opera dello Studio Ufotable e oggi, inizio 2018, ha un nuovo adattamento (Heaven's Feel), sempre a firma Ufotable che sarà composto da tre capitoli cinematografici di cui questo film è il primo. Poi dovrei parlarvi di altri videogiochi, fumetti e light novel e serie animate prodotte da Netflix, che sono tutte opere sensate in quanto ripropongono uno "schema" dalle iterazioni infinite...

-"Ok, saltiamo per ora queste menate e andiamo al nocciolo, al nucleo di riferimento più piccolo, autonomo e di facile comprensione del tutto... cosa devo guardare e come lo devo guardare per capirci qualcosa?" 

Per quanto riguarda il lato anime possiamo funzionalmente ridurre l'esperienza al prequel Fate/Zero, al Fate/ Stay Night della Deen, Fate/ Stay Night Unlimited Blade Works, Fate / Stay Night Heaven's Feel. Il prequel, Fate/ Zero, che è pure un anime bellissimo scritto da Gen Urobuchi (Puella Magi Madoka Magica, Psycho Pass, Black Lagoon) si potrebbe vedere come un'opera unica a sé stante, se non fosse che nelle altre opere di cui sopra viene richiamato in millemila modi e la voglia di metterci gli occhi sopra diventa sul serio impellente (e speriamo quindi che Dynit ce lo porti presto in italiano,  in home video magari). Gli altri tre titoli sono letteralmente lo stesso arco narrativo con gli stessi personaggi, ma sviluppato in modo differente, come in tre ipotetici "Giorni della Marmotta" di Murray, a seconda che il protagonista scelga di innamorarsi di una delle tre principali ragazze del racconto. 


- "Ma quindi posso vedere a caso l'anime della Deen o Unlimited coso o Heaven's qualcosa?"

In effetti... no. Certo è tragica da dire, ma è proprio così. Peraltro non ti ho detto che lo studio Deen dopo il suo cartone animato ha provato a fare pure lui un film su Unlimited Blade Works, che è venuto malino, per essere gentili, perché ha compresso di brutto tutti gli avvenimenti principali. Per dare un senso aggiunto a Unlimited Blade Works, Ufotable ha dovuto ricominciare tutto da capo e farci ventisei episodi di cui tre di durata doppia. Incredibile a dirsi, oggi Ufotable fa la stessa cazzata che all'epoca fece Deen!!! Certo, l'animazione è da paura come in tutte le opere Ufotable mentre gli anime della Deen sono meno bellini e, a volte, pure più distanti dall'originale light Novel. Ma vedere al cinema Heaven's Feel senza avere tatuato in testa almeno Unlimited Blade Works è impossibile. È vero che la nuova trama ci porta a una ragazza diversa e a situazioni nuove in una sorta di domino causa/effetto, ma per le parti che giocoforza rimanevano invariate (e a volte non solo per quelle parti, mannaggia a Ufotable) la produzione ha operato una scelta che ha del criminale, decidendo di saltarle a pie' pari. Certo, il "fan sa a memoria" e se avete comunque visto di recente Unlimited Blade Works non avrete una difficoltà che sia una a orientarvi (forse una o due difficoltà alla fine permangono sempre però), salvo i millemila riferimenti a Fate/Zero che comunque si fanno sentire qua e là. Ma per il neofita è dal mio punto di vista proprio ostico, e a livello di distribuzione home video se c'è un po' di onestà intellettuale bisognerebbe per lo meno pensare a una edizione con re-integrate tutte le scene dell'anime precedente date qui per scontate. E  magari, a fare i fighi si potrebbe pure ragionare su inquadrature nuove degli stessi eventi. Ho l'impressione comunque che nelle future pellicole ci saranno meno salti narrativi, visto il punto a cui arriva la trama alla fine di questo film. Certo si potrebbe pure vedere prima il film e buttarsi dopo su Unlimited Blade Works, ma è un controsenso, alla stregua di auto-infliggersi degli spoiler. 

- "Va bene, ma metti che sono fan della serie... mi piacerà?"

Assolutamente e senza riserve. Visivamente è bellissimo e la nuova trama è davvero interessante, molto cupa e per certi versi anche molto più sexy. Pur negli ammiccamenti, la trama di Unlimited Blade Works non concedeva troppo al lato sentimentale della narrazione e questa era una vera contraddizione concettuale, visto che la storia cambia in base alla ragazza che il protagonista vuole tampinare. Tuttavia è una contraddizione che vale "per me" e non per i giapponesi più perversi. Infatti il love interest n.2 incarna quella che per i giapponesi è una tipologia di carattere femminile codificato come "tsundere", ossia il modo di fare di una ragazza dal carattere forte che spesso fa battute sprezzanti e idealmente allontana le smancerie, pur rimanendo sotto traccia una timidona. Per fare "L'Esempio" per antonomasia, pensate a Sabrina di È quasi magia Johnny o ad Asuka di Evangelion o alla Taiga di Toradora. Il love interest di Heaven's Feel è invece una più procace, esteticamente più morbida, arrapante e sessualmente pure disponibilissima. Peccato giusto che sia l'incarnazione della stalker emotivamente così scoppiata da meritare un trattamento sanitario obbligatorio. Una figura da brivido vero, che si presenta ogni giorno e ogni ora a casa del protagonista, ossessiva nel ripetere certi gesti in modo quasi autistico, ha un lato oscuro molto oscuro, viene da un passato di probabili abusi familiari, si veste senza alcuna concezione climatica con gli stessi abbinamenti (tipo in sandali sotto la neve). Fa una paura fottuta!!! È in genere il tipo di persona che negli horror asiatici muore male per poi tornare in vita come fantasma, con gli occhi ribaltati, i capelli davanti alla faccia e in camicia da notte, a perseguitare in eterno il suo vecchio amore. E i Giappi si arrapano pure per personaggi così!!! "L'Esempio" speculare è la "Tinetta" di È quasi magia Johnny, la Feye di Cowboy Bebop o Andromeda dei Cavalieri dello Zodiaco (si, lo so che è un uomo... ma lui lo sa?). Poi ci sono altri zilioni di altri casi ma io le cagacazzo preferisco dimenticarmele. Anche se quindi la possibilità di avere amplessi si scontra inevitabilmente con la paura di morire, questo Heaven's Feel gioca un po' di più con la fisicità e, battute a parte, il love interest è davvero una ragazza sexy e avvenente, dolce e quasi materna. 
La trama fantasy poi procede bene ed effettivamente scompiglia molto le carte rispetto alle storie precedenti, alimentando già a mille le elucubrazioni per le future evoluzioni narrative (almeno per chi non ha letto la Novel). 

- "Quindi vado a vederlo?"

Sì, ma solo se hai visto almeno Fate Unlimited Blade Works di Ufotable per via delle "sintesi narrative" di cui vi dicevo prima. Al cinema rende di brutto, è visivamente una delle migliori animazioni che potete trovare in giro di questi tempi e la storia non è affatto niente male (pur con dei cliché ogni tanto assurdi e comici, tipo il fatto che ogni due ore il protagonista è coperto di bende), carica di colpi di scena, di una bella azione adrenalinica, tanta, ma tanta, tanta, tanta, tanta gnocca. Talk0

lunedì 30 aprile 2018

Venom - il primo trailer in italiano del nuovo film di Ruben Fleischer con Tom Hardy



Alla guida del progetto c'è il da noi amatissimo regista di Benvenuti a Zombieland (il cui sequel sembra vicino). La sceneggiatura è il parto curioso di un così variegato pool di un sacco di autori diversi che ci voglio spendere almeno due righe. Kelly Marcel, ha lavorato come scritp editor per Bronson, di fatto uno dei film più belli di Tom Hardy. Ha poi scritto  per Disney Saving Mr Banks ed è tuttora coinvolta anche in un loro futuro film, Crudelia, ha sceneggiato scontrandosi più volte con l'autrice del libro Cinquanta sfumature di grigio ed era dietro alla interessante ma sfortunata serie TV Terra Nova. Will Beall con il regista di Venom ha scritto il produttivamente complicato Gangster Squad (martoriato dai produttori) ma ha a curriculum anche Training Day, la serie TV Castle e ha scritto il prossimo Aquaman di James Wan. Scott Rosenberg mi ha sceneggiato quella perla di Alta fedeltà, era dietro ai copioni del noir Cosa fare a Denver quando sei morto, per la TV è dietro all'interessante thriller animalesco ZOO ed è recentemente pure sui testi dell'oggi lanciatissimo e di stra-successo Jumanji: welcome to the jungle, con sequel previsto per il 2019. Jeff Pinkner è uno dei ragazzi di J.J. Abrams e ha un curriculum TV lungo così, che annovera Ally McBeal, Alias, Lost, Fringe. Anche lui era dietro ai testi di ZOO e sulla barca del nuovo Jumanji, in ambito "supereroistico" è il più "in tema" di tutti, avendo scritto The Amazing Spiderman 2 (che nonostante Garfield, che non sopporto per spocchia e piattezza recitativa,  non era poi così male, anzi). Sembra inoltre al lavoro sull'adattamento live action della serie a cartoni anni '80 M.A.S.K., cosa che fino a tre minuti fa non sapevo e che ora attendo più del prossimo film degli Avengers (amavo la serie, speriamo venga un film favoloso, il regista è F.Gary Gray che dopo l'ultimo The Fate of The furious potrebbe di fatto farmi felice se per Mask facesse un film per lo meno simile... speriamo di riparlarne e bene). Dopo esserci domandati come potrebbero andare ad incastrarsi tutte queste persone ai testi, senza osare ipotizzare il numero di trattamenti a cui lo script si è nel corso sottoposto, torniamo sul pezzo, cioè sul trailer. 
Più o meno deduciamo quanto segue. La bionda Annie Weying (la sempre bellissima Michelle Williams) lavora per nel settore legale della Life Fundation, una società  di ricerca scientifica estrema con a capo il losco e megalomane dottor Carlton Drake (Riz Ahmed, il simpatico e "tragico" Bodhi Rook di Rogue One). La ragazza sospetta che Drake attui delle sperimentazioni poco chiare e pericolose su persone indigenti e decide di parlarne con il giornalista Eddie Brock (Tom Hardy) perché lui indaghi e denunci la cosa. Il nostro eroe con lo stile del muflone, va nella ditta con le telecamere accese e il microfono in pugno e assale  il dottor Drake, sperando in una reazione emotiva di pentimento. Forse doveva vestirsi prima da Capitan Ventosa, ma il risultato che ottiene è il medesimo: si fa buttare fuori dallo stabile attapirato. Mentre sfoga la sua frustrazione in un Lidl lì vicino, Eddie viene avvicinato da quella che pare una collaboratrice di Drake (mi pare l'attrice Jenny Slate), che gli permette di andare a sbirciare nei laboratori dove gli scienziati di Drake stanno lavorando con delle cavie umane alla cosiddetta evoluzione dell'uomo tramite creature chiamate simbionti. Sono alieni? Sono senzienti? Sono nano-macchine? Sono biodegradabili? Di fatto i simbionti sembrano gelatina nera della consistenza dello slime skifiltor dotati di intelligenza e fisicità proprie. Eddie "vede cose", Eddie viene in contatto con un simbionte e vi ci si fonde insieme. Seguono "possessioni demoniache", corse in moto e trasformazione in una action figure della McFarlane Toys. 


Non è che questo sia poi il trailer definitivo - definitivo, vediamolo come un "primo assaggio più sostanzioso" dopo i mini - trailer visti fino ad ora. Non compaiono ancora i personaggi di Woody Harrelson e Tom Holland, ma per lo meno il faccione di Venom, nero e cattivo, pieno di denti e iconica lingua lunga, finalmente lo vediamo. È viscido, ha il vocione e avvolge la testa di Broke come uno squalo che ne divora la testa. Questo casco nero e dentuto mantiene gli "occhioni" della versione a fumetti, che gli conferiscono l'aria di un power ranger e permettono un distacco tra Broke e il simbionte. Gli arti del nostro eroe si allungano in fighi agglomerati di muscoli neri intrecciati, si intravede il peso e la potenza fisica del mostro, ci sono anche delle protuberanze random che alla bisogna escono da tutto il corpo, ma la cui realizzazione per ora non convince troppo. È uno Spawn. La cosa può sembrare logica, visto il lavoro grafico di McFarlane sui fumetti di Venom, ma il "gusto visivo" sembra proprio per ora quello del film di Spawn e Venom pare per ora un film da supereroi anni '90 come Daredevil. A me piacciono i b-movie, soprattutto quelli pieni di mostri dentuti, e qui mi sembra di trovarmi in zona Specie Mortale 2 o 3 o del Faust di Bryan Yuzna, magari in zona Guyver con Hamill. La fotografia e il contesto mi ricorda Alien vs Predator Requiem. Tutta roba per lo più esagerata, imperfetta, amorevolmente artigianale e qualche volta "cattiva" che a me non dispiace, che in genere mi diverte,  ma che non gioca minimamente "in serie a". Sembra un fumettone cupo che noleggerei in un blockbuster di fine anni '90 insieme a un Maniac Cop per farmi una doppia visione con i popcorn. Mi immaginavo da questo Venom qualcosa di più collegato o similare al recente Life di Espinoza, qualcosa magari con le suggestioni dello Splice di Natali, magari qualcosa che riprendesse le suggestioni drammatiche dell'Hulk di Ang Lee. Sapevo che per le scelte editoriali / contrattuali di Sony, per il suo rapporto con Marvel Disney, i legami con Spiderman sarebbero stati complessi o assenti, ma mi immaginavo comunque qualcosa di diverso, da questo primo trailer. Certo è del tutto demenziale e pretestuoso dare un giudizio su un film da questi due minuti, confido nel regista di Zombieland e nelle ottime capacità di Hardy come attore, sono pronto a stupirmi e a cambiare idea ma questo, davvero, sembra un b-movie anni '90. Ha quel giusto gusto Horror, ha le atmosfere notturne, un anti-eroe (per una volta) e una "spalla", il simbionte, pieni di potenzialità (già mi immagino Spiderman con la sua "tuta parlante" che si "confronta" con Venom e la rispettiva controparte). Boh. Vedremo. Un po' però l'Hype me lo ha tirato su. Questo Venom mi piace concettualmente di più di quello del terzo film di Raimi. Se andrà bene, già mi vedo un bel cofanetto in home video, tra cinque anni, con Carnage, Toxin e Antivenom. Sarà finalmente giunto il momento dei simbionti al cinema ? 
Talk0

sabato 28 aprile 2018

L'amore secondo Isabelle (Un Beau soleil interieur): la nostra recensione



Nuda e sudaticcia, scivolosa e volenterosa, con il fiatone e le gambe che fanno male. Isabelle (Juliette Binoche) resiste titanica, scalando sulla massa adiposa come una focaccia di Recco di un brutto amante ciccione. E mentre lei prova, con tutta l'anima, a scopare con l'entusiasmo della ventenne che non è più da troppo tempo lui, ingrato, la tratta come una amante incapace, riempiendola di scherno. Isabelle cerca di godere comunque, tra il sudore che inizia a confondersi con le lacrime. Cerca con la testa di accettare che "va bene così", che questo brutto e deprimente sforzo ginnico "è comunque amore" e in fondo niente non è. Ma la testa non ce la fa più e parte la domanda seria, lapidaria: "Come ci è finita a cercare di far godere un ciccione ingrato?". Sarà vintage o, come diceva Corinne Clery in Yuppies del 1986, si  sente ormai "targata Cartagine", ma in fondo è ancora nel fisico una ragazzina nella testa di una donna matura e accondiscendente sui problemi della vita, partner sfigati compresi. Isabelle alla fine da sempre trovate dentro di sé "un bel sole interiore" (come era il titolo originale del film) che aggiusta un po' le cose.  Il problema vero è che è rimasta a 50 e più anni, una ragazzina romanticona, pronta a saltare di fiore in fiore alla ricerca di un uomo perfetto che non arriva mai. Un uomo che sappia comprenderla per il suo essere artista (pittrice "corporale" come la Julianne Moore de Il grande Lebowski), il suo essere madre (magari un po' distratta), il suo essere indipendente (perché in fondo vive del suo lavoro) e un po' bambina (perché no?). Solo che questo uomo non lo trova mai, perché forse non esiste, ed eccola che finisce a cavalcioni di una ingrata e poco performante focaccia di Recco. Vincent il banchiere (Xavier Beauvois) è oltre che una focaccia di Recco vivente un vero porco, che la palpeggia in pubblico trattandola alla stregua di una zoccola, ma forse potrebbe infine lasciare la moglie e sposarla e sembra l'ultima spiaggia per un futuro tranquillo, dopo aver detronizzato anzitempo il marito Francois (Laurent Grevill), mollandogli pure tutta a carico suo la figlia. Non è meglio come alternativa sentimentale l'attore pazzo (Nicholas Duvauchelle), così pieno di ego e complessi (soprattutto risentimento per il tradimento della propria moglie) che lei non riesce che chiamare "l'attore", folle anche negli atti più comuni come il "parlare", dissennato costruttore di paletti e limiti infiniti a una qualsivoglia empatia. Non parliamo proprio manco dell'artista (Paul Blain), che potrebbe essere forse un serial killer. Magari tra tanti uomini convenzionali da scartare, Isabelle potrebbe trovare il vero amore nell'anticonvenzionale e a lei diversissimo per età, cultura, razza ed estrazione Marc (Alex Descas). 
La regista Claire Denis e la sempre brava e affascinante Binoche ci portano per un'ora e mezza nello strano mondo di una donna esasperatamente bisognosa di affetto, ma che in amore è una perdente seriale. Isabelle è profondamente tragica ma buffa, non lesina a fare le pulci ai fenomeni da baraccone che sceglie come papabili love-interest ma alla fine è lei che rimane al palo, sola, con il rimpianto che "se ci avesse provato per davvero" magari l'amore sarebbe sbocciato. Di fatto è una donna troppo intelligente e troppo complessa per concedere davvero a qualche pirla di avvicinarla, e così il film se da un lato mette Isabelle su un piedistallo altissimo, riduce a macchietta gli ominidi che si susseguono alla consista del suo cuore. Spassosi ma forse troppo vuoti omuncoli archetipici ridotti anzitempo a "spalla comica" o tetri monoliti anaffettivi o imperscrutabili che siano, le figure maschili del film sono tutte da buttare nel cestino dell'umido e questo è un po' uno dei limiti della pellicola, che diventa presto un pur esilarante e godibilissimo film a episodi slegati. Una impalcatura che risulta carente di un finale che davvero raccordi e ordini tutto magari per scelta cosciente, magari per dare al tutto un'aria da sit-com rinnovabile per una nuova stagione. Del resto se Isabelle non riesce in tutta una vita a trovare l'uomo giusto, chi siamo noi a pretendere a tutti i costi un lieto fine? La Binoche è mattatrice assoluta e fustigatrice indipendente e ultra-tabagista di un po' tutti gli standard di uomo francese (fantastico lo sbotto contro i noiosi e tronfi omini che elogiano continuamente il verde e la calma della provincia francese). Per verve mi sono tornate alla mente le commedie con Meg Ryan e Billy Crystal, romantiche ma (anche più amabilmente) acide. Devo dire che il minutaggio è volato via, caricandomi di una gran voglia di saperne di più, di vedere nuovi incontri con nuovi sfigati. Peccato che finisca presto perché alla fine a quella pazza, un po' spocchiosa e un po' autodistruttiva di Isabelle mi sono davvero affezionato. 
Talk0

mercoledì 25 aprile 2018

Avengers Infinity War - avete già comprato qualche porcheria a tema?



Sta per arrivare il film di tutti i film di supereroi, l'evento degli eventi, il momento per cui siamo tutti pronti a tornare bambini per due ore in un cinema di provincia. E pensare che quando... ok, la pianto qui, ho pietà di voi. Negli ultimi giorni in rete sono esplose piogge di parole sulla "Storia dell'universo cinematografico Marvel/Disney da Iron Man 1 a Infinity War". Tutti, comprese le make-up artist, vi bombardano di riassunti - bigini su film i film già usciti per "orientarsi meglio in sala". Poi ci sono i rumors sui forum e Facebook sugli attori che torneranno o meno dopo questo Infinity War, che deve "per forza" essere, nelle confuse teste di molti fan, un cinefumetto adatto anche ai bambini (come tutti i cinefumetti Marvel) in cui però moriranno almeno trenta persone.  C'è così tanta ossessione su chi "deve morire" in Infinity War, che in rete hanno pubblicato la track-list di questa colonna sonora "finta" del film.


C'è così tanta paura che, come schegge impazzite, i fan su internet, rovinando la sorpresa a tutti, facciano spoiler sul film (magari visto ad anteprime riservate e recensito "full-spoiler" 24 secondi dopo), che i registi, i Fratelli Russo, hanno scritto questa lettera.


Prontamente re-interpretata dal famoso sito di scherzi Funny or Die


Di Infinity War se ne parla ovunque. E anche la corsa ai gadget è diventata oggetto di conversazione. Lo volete un Guanto dell'Infinito da mettere in soggiorno? Cioè il "guanto" è un po' il "simbolo supremo" del fatto che oggi andiamo al cinema a vedere i supereroi Marvel/Disney. Il guanto ha incastonate le "gemme dell'infinito", i potenti artefatti che legano insieme un po' tutti i film con un filo rosso "kieslowszjano". Lo so, andrò all'inferno dopo aver fatto questo paragone. Comunque "il guanto" è figo. E' dorato, è "possente", è potente. E può costare 930 dollari.


Certo, magari ad accontentarsi c'è anche la versione "spada nella roccia". Ideale per uno studio, sobrio e di grande arredo. Per poco meno di 400 dollari chiunque saprà quanto voi siete attenti e raffinati nell'espletare le vostre passioni più fanciullesche.


Se però siete in bolletta ma "lo dovete avere", c'è anche a 99.90 dollari. È meno affascinante ma al buio, in controluce, magari messo nell'armadio dietro al trofeo di karaté...


E se siete spiritosi e "minimal"... che ne pensate di un "guanto dell'infinito da forno"?


Certo, sarebbe bello che un po' come tutto il merchandising Marvel - Disney ci fosse anche una "tazza celebrativa" del Guanto dell'Infinito. C'è il modello a "pugno verso il basso"


C'è il modello a "pugno sul tavolo" dorato... in qualche modo "simpatico"...


E c'è la variante giallo - barbone molto kitch, per l'uomo grezzo che non deve chiedere mai.


Ma amare i supereroi è a volte qualcosa di intimo. Da identità segreta. Se siete dei fan "nascosti tra la gente comune", c'è anche un guanto più piccolo, nascosto agli occhi dei più su una tazza più comune, ma sempre pronto a sprigionare tutto il suo potere.


Alla fine anch'io non ho resistito. Mi sono concesso un guanto piccolo piccolo, tenuto stretto da un possente omino Funko Pop! di Thanos, con la testa a molla.


È il mio primo e finora unico Funko. Ho paura che non sarà l'ultimo. Ma da quando l'ho preso, l'omino viola mi fissa minaccioso. Mi giudica sarcastico. Non so se anche a sessant'anni starò dietro a queste fesserie di film sui supereroi, ma a quarant'anni suonati è riuscito ancora a prendermi. E dire che i Funko mi hanno sempre fatto cagare. Anche se me lo sono portato a casa con un mega sconto del 30%, Thanos ora è a casa mia e mi ride contro con la sua enorme testa a molla. L'effetto che mi sta facendo questo nuovo film degli Avengers, ancora prima di essere in sala, è questo: mi sta facendo tornare bambino senza che me ne renda conto, senza che di fatto ne abbia "bisogno". Ho voglia di andare a vedere i supereroi che si picchiano al cinema contro i mostri, pur consapevole che la cosa più bella di tutte è proprio questa "attesa" e probabilmente dopo la visione tutto sarà come prima senza che questo film mi abbia davvero cambiato la vita. Non è Apocalypse Now, non è Quarto Potere, non è Shining. Sono film che non riesco a vedere che un paio di volte, anche se sono molto ben fatti e confezionati, vari e in mano a professionisti assoluti. Mi divertono sempre (quasi sempre... e per me i fratelli Russo sono quelli che divertono di meno tra le altre cose), ma il bambino che è in me e che mi ha spinto senza un perché a prendermi un pupazzo viola con testa a molla vuole vederli a tutti i costi. E io quel bambino interiore sono più che disposto a portarlo con me in sala, a vederlo tutto esaltato per quelle sei o sette ore di durata del film (sembra durerà un botto...) e a comprargli la "coppa Alaska" a fine visione. Spero però che non voglia a tutti i costi che gli  compri i pop - corn. Spero che non inizi a parlare per tutto lo spettacolo chiedendo "quando arriva Hulk?" e non si metta a correre vicino allo schermo durate l'intervallo, come tutti i bambini del resto. Alla fine anche i bambini interiori mi rompono un po' le palle e questo mi ha già minacciato di riempirmi casa con tutti i pupazzetti Pop! dei supereroi.
Mentre scrivo quel pupazzo viola con testa a molla continua a ridere di me. Inizio a volere che Tony Stark gli spacchi la faccia...
Talk0

martedì 24 aprile 2018

Hostiles - la nostra recensione!



Anno 1892. Il selvaggio West per ordini dall'alto non deve essere percepito più come così "selvaggio". Urge una "operazione simpatia" per raffreddare gli animi e godere della nuova e più grande scoperta del secolo, la ferrovia che presto (giusto una quarantina d'anni) porterà tutta l'America a Disneyland. E poi chi se lo ricorda più il motivo per cui gli indiani si picchiavano a morte con i coloni, è storia vecchia, parola d'ordine: distensione. Con questo diabolico piano ordito dai pr del nuovo presidente eletto, un omone pacioso e con la faccia un po' da scemo va a Fort Berringer, nel New Mexico, dove i rapporti tra nuovi coloni e indiani sono ancora amabili come le relazioni umane descritte in film tipo Non aprite quella porta. L'ormone parla con chi comanda e sulla porta dell'ufficio del capo compare il Christian Bale più allucinato degli ultimi dieci anni, la versione incazzata del personaggio che interpretava ne L'uomo senza sonno. Si chiama Joseph Blocker ed è un eroe di guerra ora ritiratosi a vita più tranquilla. Fa il carceriere a Fort Berringer per la gioia di sputare tutti i giorni in faccia ai criminali indiani catturati, da lui stesso raccolti in raid che descrive ancora come spaventosi bagni di sangue modello Starship Troopers. La circolare della operazione simpatia un po' lo spiazza. Gli si chiede di accompagnare a casa il detenuto Falco Giallo (Wes Studi) capo dei Cheyenne del Nord, perché gravemente malato possa ricongiungersi con la sua famiglia nella Valle dell'Orso, in Montana. A piedi. Senza i treni che saranno pronti per portare a Disneyworld. Senza Google Maps o Tripadvisor ad aiutare, in quello che ufficialmente è ora il "molto più civilizzato West". La circolare dell'operazione simpatia intanto non deve essere arrivata nemmeno nelle zone limitrofe a Fort Bennings, dove una allegra e gioiosa madre di famiglia coloniale (Rosamund Pike) si vede sterminare, scalpare e stuprare il nucleo familiare da una masnada di indiani pazzi - assassini. Quando l'ancora più depresso Bale raggiunge quelli che sono i cocci della casetta felice della Pike, con Coso Giallo, la sua famiglia e un piccolo drappello armato male per farsi la traversata più assurda del mondo, la donna è già fuori di testa come la Samara di The Ring (e da Gone Girl in poi sappiamo quanto alla Pike riesca bene la parte della matta). Così la donna che, rimasta sola al mondo, continua ossessivamente a cullare il cadavere del suo bimbo più piccolo e presto svilupperà una passione morbosa per l'uso delle armi da fuoco pesanti, si unisce al simpatico corteo diretto alla Valle dell'Orso. Tra indiani cattivi cattivi pieni di scalpi e piume, tra proprietari terrieri già pronti a conservare libere le terre appena conquistate a colpi di fucile, tra soldati scoppiati come Rambo e reclute troppo zelanti ricoperti di sporco e piombo, tra indiani/scarcerati con famiglia a carico taciturni e fieri come vulcaniani muniti di pigiami e treccine, in compagnia di una donna attraente seppure evidentemente pazza, Blocker dovrà cercare di portare a casa la missione ingrata. Ma forse troverà un alleato proprio in Falco Giallo. Perché Wes Studi passano gli anni ma rimane un figo assoluto e il suo vecchio generale pelle rossa ammazza-cowboy forse non è così distante dall'onore e gli oneri che il povero Blocker deve portarsi dietro controvoglia. 
Seguiranno tante sparatorie, scene piuttosto cruente e non adatte a un pubblico di minori, arriverà a un certo punto Ben Foster in un ruolo niente male, a seguire molto dramma (esistenziale quanto relazionale)  e poco eroismo, nel perfetto western crepuscolare del 2018. 
Hostiles è crudo, è cattivo quasi al punto da sembrare un Horror, è "irrisolto" anche se non riesce ad essere in fondo del tutto cinico. È una bella prova di attori, le location scelte sono molto suggestive e magnificamente fotografate da Masanobu Takayanagi, le musiche di Max Richter sono evocative, ma lasciano ampio spazio ai desolanti e inquietanti, quasi mistici, rumori di una terra del passato crudele quanto e selvaggia. 
Il regista e sceneggiatore Scott Cooper, che ho amato tantissimo in Crazy Heart, riprende qua gran parte della ciurma del suo Il fuoco della vendetta (Out of furnace) e adatta un romanzo di Donald E.Stewart (che ha scritto sceneggiature per Caccia a Ottobre Rosso, Missing, Giochi di Potere) davvero "scomodo" e cattivo come un pugno nello stomaco. Tra le pianure e gli infiniti paesaggi del sogno americano, ma  più sinistri del solito "pacchetto fordiano", i personaggi si muovono con passo insicuro e un codice morale sempre più appannato e nichilista verso un epilogo autodistruttivo al quale arrivano nudi, spogliati dei sogni di un raggiante futuro, destinati a una segregazione intergenerazionale, privi di qualsiasi fiducia verso il prossimo. Per Scott, un piccolo omino cicciotto armato di fucile che spara a chiunque (amico o nemico) urlando "fuori dalla mia terra" (e ricorda tantissimo il Boss Hogg della serie Hazzard) diventerà  un po' il simbolo del modo in cui andrà a finire la grande guerra senza quartiere tra indiani e cowboy. Il "mostro di fine livello" più atipico di sempre nella storia di tutte le grandi epopee western. Non vi dico altro. Cercatelo e godetevelo. Preparatevi però un po' alla sua brutalità, perché non è decisamente un film per tutti. 
Talk0

lunedì 23 aprile 2018

Ghost Stories - la nostra recensione




Philip Goodman (Andy Nyman) smaschera le truffe paranormali da tutta una vita. Non ci sta proprio a vedere delle persone per bene vittime di approfittatori che si arricchiscono giocando sulle loro debolezze e ricordi di cari estinti, ne ha fatto una missione e fino ad ora il suo lavoro lo ha portato a maturare una certezza assoluta: il paranormale non esiste. C'è però uno scienziato smaschera-imbroglioni come lui, un suo mito e modello che sembrava per la stampa essere morto da tempo, che di punto in bianco decide di contattarlo. Vuole che Philip torni a credere nel soprannaturale e di conseguenza gli sottopone tre casi che nemmeno lui è riuscito a smascherare. Tre storie "vere" che porteranno Philip a entrare in una zona oscura dalla quale il nostro eroe non riuscirà a scappare molto facilmente. 
Ghost Stories, basato su uno spettacolo teatrale di successo, è un film solido e disturbante. La struttura a episodi all'inizio appare frammentata e le tre storie in fondo, pur varie nelle tematiche e ricche di "spaventi", se prese singolarmente non sono da top ten dei migliori film horror a episodi come Creepshow, Body Bags, Ai confini della realtà, ABC of The death o V.H.S. La "promessa" del trailer, che stuzzicava con un approccio realistico - documentarista, con un passo procedurale e investigativo nell'affrontare e confutare il paranormale, ben presto cade, e sulle prime dispiace. Ma il film "monta" piano piano, saltano i nodi più convenzionali, cresce nel tempo un senso di disagio quanto di amalgama narrativo e alla fine tutto confluisce in qualcosa di diverso, di unico e a tratti geniale. Arrivando al finale interessante e spiazzante, forse non del tutto imprevedibile, ma carico di autentico terrore e che dimostra come nessun dettaglio sia stato messo in scena per caso dalla prima all'ultima scena. Per senso di straniamento mi ha ricordato un altro film horror a episodi a struttura simile, il recente  (e spesso sottovalutato) Southbound, ma Ghost Stories è ancora più solido. Da temi classici come la paura dell'ignoto, le premonizioni e l'incubo della vita familiare, il film arriva alla psicanalisi, al significato dell'esistenza, alla fede. Parte basso, ma viaggia alto. Parte da quelle che sembrano piccole urban legend, molto ludiche e se vogliamo schematiche, e arriva ad indagare sui motivi più profondi per cui c'è in molti l'esigenza di "credere nel paranormale". E la risposta a questa domanda è acida, caustica e umanamente tragica. Se l'Andy Nyman regista e sceneggiatore (fa tutto lui qui, insieme a Jeremy Dyson, che però non recita) ci è piaciuto per la (inaspettata) freschezza della formula narrativa e per il modo in cui ci stuzzica il nostro "bagaglio emozionale cinematografico" citando Lynch, Zemeckis, Cronenberg e Mangold (e c'è anche un bel rimando letterario a King), l' Andy Nyman attore, mattatore assoluto e cuore emotivo delle vicende, ha la facciona pacioccona giusta, la grande umanità, la sottile ironia e la corporalità bonaria simile ai migliori personaggi di Paul Giamatti. Ci ha subito conquistato il suo Philip, un inquieto, sensibile e imbranato indagatore del paranormale, ideale parente degli Specs e Tuker di Insidious. Tutto il cast funziona in genere bene, anche se Martin Freeman, su cui la struttura narrativa punta molto, forse non riesce a esprimersi al meglio. L'attore, in genere molto a suo agio nei ruoli di "uomo comune in situazioni non comuni", per i quali più volte è paragonabile a un gigante come William H. Macy, in questa pellicola appare per me troppo "ectoplasmatico" ed evanescente. Certo,  sono due aggettivi che possono pure essere utili in un film che parla fin dal titolo di fantasmi, ma purtroppo non è questo il caso.  Qui secondo copione (o secondo  come lo avrei letto io) Freeman doveva giocare dalle parti di Tim Curry, Anthony Hopkins, Gary Oldman o Jack Nicholson. Era la sua grande occasione di "fare il matto", reinventarsi e stupirci, ma Freeman tiene il freno tirato, nonostante provi comunque (ed è cosa apprezzabile) ad essere più "sopra le righe del solito". Peccato. Ma se togliamo questo "neo" (che magari ho visto solo io) Ghost Stories è una pellicola davvero piena di pregi e con pochi punti deboli, uno dei migliori thriller / Horror di questo periodo e la scelta ideale per una serata con qualche brivido. Lasciatevi trascinare dentro ai suoi incubi, non cercate di smontarlo e decostruirlo mentre lo state vedendo, fatevi sorprendere dall'ingranaggio finale e per me ve lo godrete al meglio. Ghost Stories non "spaventa facile" perché punta ad insinuarsi sotto la pelle e a terrorizzarvi piano piano. A me è piaciuto molto. Se ha colpito anche voi fatemelo sapere. Questa volta non ho voluto anticiparvi quasi nulla della trama, vi lascio tutte le sorprese. Ma state attenti al bambino con il cappuccio. 
Talk0

sabato 21 aprile 2018

Escobar - il fascino del male (Loving Pablo, Hating Escobar) - la nostra recensione




Pablo Escobar (Javier Bardem) era potente, era spietato, era il signore dei narcos. C'era però qualcuno che lo vedeva come una specie di Robin Hood e che in fondo era disposto a chiudere un occhio sul suo regno del terrore, se di fatto Escobar si impegnava concretamente a costruire case per persone non abbienti e in genere non era schivo a elargire parte dei suoi ricavi illeciti per opere di bene. Escobar così era temuto, ma anche amato. A sostenerlo si era spinta anche la giornalista Virginia Vallejo (Penelope Cruz), una barbaradurso (marchio registrato) colombiana. Questa barbaradurso (marchio registrato) era il suo migliore sponsor e, carica di sorrisi e occhioni adoranti come era, presto iniziò a far battere il cuore di Escobar fin troppo, fino a diventare la sua amante. Quello che segue è poi la sintesi della stagione 1, 2 e parte della futura 3 del telefilm "Narcos", solo che raccontato dal punto di vista tutto femminile di Virginia Vallejo, in quanto tratto dal libro autobiografico della stessa, condito con una buona dose di umorismo e spettacolarità. Ci sono aerei che atterrano sulle autostrade, ci sono feste per criminale vip stile Scorsese e un medesimo amore per i Bad guys, ci sono scenette in cui il personaggio di Bardem  invita il figlio a non drogarsi e seguire il consiglio di Nancy Reagan (una pubblicità-progresso usata in una campagna contro la droga che era rivolta a contrastare il business di Escobar stesso). Ci sono due interpreti da urlo come Bardem (enorme, complicato e shakespeariano, "mediterraneo" nelle passioni) e la Cruz (combattiva, disincantata ma al contempo fragile), che non per niente sono stati candidati entrambi come migliori attori ai premi Goya, c'è una ricostruzione storica meticolosa bei costumi e scenografie, c'è una colonna sonora vintage avvolgente. Il film di Fernando Leon de Aranoa è fresco e veloce, pieno di ritmo e con almeno un paio di scene epiche nella rappresentazione "larger then life" di Escobar. C'è un momento in cui Bardem è circondato dagli elicotteri mentre si trova nel suo covo a fare sesso con una minorenne. Si sentono le pale dei rotori in avvicinamento e lui è pronto, fieramente nudo nonostante una evidente pancetta, a contrastarli, faccia incazzata e pipino al vento, imbracciando una enorme mitragliatrice. Ma poi preferisce la ritirata, guadando il laghetto nelle vicinanze, sempre nudo e armato, con una convinzione tragica simile al miglior Godzilla di Honda che lentamente scompare tra le acque. E poi c'è lo spaccato di vita della Vallejo, che ha vissuto i lussi della vita di amante ma ancor di più le pene, in un paese in cui essere fedifraga è quasi peggio che essere innamorata di un narcotrafficante. "Escobar - il fascino del male " ci è piaciuto, sa essere divertente quanto tragico e spinge a saperne di più su quello strano e controverso periodo della storia colombiana. Come solo le buone pellicole riescono a fare. 
Talk0