lunedì 7 novembre 2022

Amsterdam: la nostra recensione del thriller di David O.Russell con Christian Bale, John David Washington e Margot Robbie

Siamo nel cuore dell’Europa in un periodo imprecisato dopo la prima guerra mondiale e Burt (Christian Bale), Valerie (Margot Robbie) e Harold (John David Washington): sono tre “sognatori”, liberi e in fuga in una solare Amsterdam. I due, commilitoni americani, sforacchiati dalle pallottole sul campo di battaglia mentre si difendevano a vicenda sono diventati quasi fratelli, al di là del colore della pelle e dell’estrazione sociale, condividendo lo stesso destino e gli stessi bossoli. Portati in un ospedale dal quale usciranno pieni di cicatrici e qualche occhio in meno, incontrano l’infermiera Valerie che il ricuce, li ricopre di affetto, rifonde e  trasforma i bossoli delle pallottole estratti dai due creando una tazzina da the. Valerie, Burt e Harold si prendono cura dei reduci, si occupano di arte, fotografia e danze spirituali sulla sabbia fino a che il mondo, almeno per qualcuno di loro, inevitabilmente “va avanti”. È Burt il primo a partire per New York, per la necessità di tornare a riabbracciare la moglie e riaprire il suo ambulatorio medico. Il secondo che dovrà lasciare Amsterdam per un gioco del destino è Harold e lo farà ancora più controvoglia, perché ormai Valerie è diventata tutto per lui e non sa quando e se la rivedrà.  Il tempo passa. Harold diventa avvocato, uno dei primi e ancora osteggiati avvocati di colore e torna a essere inseparabile con Burt, che ora con un matrimonio e una carriera sfumata alle spalle passa le giornate sempre più malinconico e ubriaco. Pur lontani da Valerie, i due continuano a occuparsi dei reduci nella periferia newyorkese. La morte improvvisa del generale che aveva messo Burt e Harold nello stesso battaglione apre per i due amici a una serie di eventi strani e misteriosi. Eventi “più grandi di loro” che coinvolgono politici corrotti, ricchi uomini influenti e lo spettro del nazismo. Di nuovo sotto le pallottole, come accaduto ad Amsterdam anni prima, forse incontreranno di nuovo sulla loro strada Valerie, pronta a ricucirli e dare di nuovo un senso alla loro vita. 


David O’Russell, regista di Three Kings, The Fighter, Il lato positivo e American Hustle, scrive e dirige l’affresco di uno specifico periodo della storia americana, poco esplorato ma basato su fatti reali e documentanti, facendo uso di una importante e accurata ricostruzione dell’epoca, quanto di un ricchissimo cast che oltre ai tre interpreti principali annovera anche Taylor Swift, Robert De Niro, Rami Malek, Chris Rock, Zoe Saldana, Michael Shannon, Mike Myers, Anya Taylor-Joy. C’è la grande Storia, che vuole la sua parte narrativa centrale quanto labirintica “alla Oliver Stone” e c’è la “storia”, quella con la “s” minuscola, la piccola storia dei personaggi di Margot Robbie, Washington e Bale che richiama ai Dreamers di Bertolucci e alle dolci eccentricità del cinema di Wes Anderson. Da un lato un poderoso elenco del telefono di personaggi ed eventi da assimilare e per lo più ricordare per non perdersi, dall’altro un viaggio intimista tra buoni sentimenti, arte astratta, occhi di vetro fashion e la potente fazione segreta delle “spie ornitologhe”. La Storia e la storia che si confondono e sovrappongono nel classico amabile caos visivo e narrativo convulso, in perenne lotta tra micro e macrocosmo, che O’Russell ama mettere in scena fin dai tempi di Three Kings, in un’opera che in questo caso non vuole trovare nella figura femminile, in Margot Robbie, un perno emotivo forte quanto lo era Jennifer Lawrence nei recenti lavori del regista. La Robbie è bellissima e dolcissima ma quasi sempre fuori dalla scena, come troppo fuori dalla scena, relegata a sporadici flashback, è la stessa favolistica e solare Amsterdam “del passato” carica di colori, invenzioni “artistiche” e quello spirito eversivo frizzantino che sa infondere nei protagonisti. O’Russell ci vuole “spettatori  malinconici”, volutamente persi nel labirintico svolgersi della trama “investigativa”, (sovrac)caricati dai toni grigi e piovosi di uno scenario da noir anni ‘30, alla disperata ricerca di quei colori del passato in cui “cullarci” per mettere da parte le “beghe del presente”. Questo succede almeno fino a che O’Russell decide di ribaltare di nuovo tutto e far ricomparire di nuovo la Robbie, in una sorta di cortocircuito spiazzante, cerebrale più che emotivo, caotico più che tragico. È qui che l’ingranaggio filmico si complica ma nel contempo si normalizza, sovrapponendo piano reale e ideale, presente e passato, (ri)portandoci a qualcosa di codificato, quanto comunque apprezzabile, godibile e sarcastico, che ha radici profondamente, “disincantatamente”, nel romanzo hard boiled. Qui nel celebrare l’hard boiled O’Russell (come poco tempo fa ha già fatto Tom George per quanto riguarda il giallo “alla Agatha Christie” con Omicidio nel West End) sa giocare abilmente con il genere, ma forse rimane troppo affascinato dagli ingranaggi narrativi. È una scelta di stile potrebbe per qualcuno risultare controversa, depotenziando così il risultato della pellicola al netto di un quadro generale di assoluto livello sia sul piano tecnico che artistico. Molto bravo Christian Bale nella sua ricerca continua e camaleontica di personaggio obliqui, contratti quanto umanamente vividi. John David Washington, figlio di Denzel e già visto in Tenet, risulta ancora un po’ ingessato nel ruolo del protagonista monolitico, nonostante sia spesso affiancato da una Margot Robbie qui davvero luminosa e coinvolgente che ne riesce ogni tanto a smorzare la corazza, rendendocelo più umano. Myers e Shannon sembrano scappati da una sottotrama di Austin Powers e sono esilaranti, Malek nonostante il suo Freddy Mercury non sembra ancora essersi distaccato dal mood di Mr Robot, anche se questo mood alla fine “funziona” anche per questa parte. Anya Taylor-Joy arricchisce qui gioiosamente (e molto bene!) la sua carrellata di personaggi ambiguamente gelidi sulla strada di Glenn Close, Bob De Niro offre un'interpretazione quasi “istituzionale” di un uomo politico realmente esistito. 

Più divertente e interessante nei momenti di tenerezza che nelle sequenze di indagine/ricostruzione storica, il thriller di O’Russell è uno spettacolo ben confezionato e pieno di spunti interessanti. Molto bravi Christian Bale e Margot Robbie. La durata della visione nelle sue tre ore è abbastanza “poderosa” ma lo spettacolo vale comunque il biglietto. 

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martedì 1 novembre 2022

Inconceivable: un film davvero “inconcepibile” sulle paure delle giovani madri partorienti, con protagonista per qualche strana combinazione del destino Nicolas Cage

 


L’uomo di mezza età Brian Morgan (Nicolas Cage), medico e padre modello, che ama tagliarsi il prato da solo e fare jogging mattutino con il berretto in testa, sogna di guidare la sua Harley Davidson e ritiene Purple Rain una canzone che parla di paternità. Peccato che Brian si trovi nel film sbagliato, perché in Inconceivable si parla quasi solo ed esclusivamente di maternità, amicizie femminili e come da titolo “problemi di concepimento”: motivo per cui il nostro eroe e “pure sua madre”, interpretata qui addirittura da Faye Dunaway, staranno per la maggior parte della narrazione fuori di scena. Avremmo voluto passare più tempo con Brian che tutto felice taglia il prato di casa con il suo trattore e invece i riflettori sono puntati sulla moglie di Brian Angela (Gina Gershon), donna sulla quarantina, mora, madre della piccola Cora e con tanta voglia di avere altri figli. Un giorno Angela incontra un nuova amica giovane, bionda, gnocca e appena arrivata in città: Katie (Nicky Whelan), madre della piccola Maddy, coetanea di Cora. Le due finiscono per caso nello stesso corso di ginnastica madre-figlia gestito dalla scattante personal trainer Linda (la bellissima wrestler Eva Marie) e da lì iniziano a fare pigiama party, corsi di ballo con bambini, shopping con i bambini, compleanni con i bambini, le cene la domenica con i nonni dei bambini e infine diventano inseparabili, come le loro due figlie. Angela è medico come Brian e naturalmente è ginecologa, parla solo di bambini, vuole un altro bambino o magari altri più bambini, oltre a Cora (che sembra le interessi di meno in quanto “ce l’ha già”), e li vuole a tutti i costi, perché ama le famiglie allargate con tanti bambini, ma ha problemi di concepimento di nuovi bambini, che la rendono perennemente infelice e frustrata per il fatto di non poter più allevare personalmente in futuro nuovi bambini. La soluzione sembra essere trovare una madre surrogata che porti in grembo l’ovulo del suo nuovo bambino e dopo alcune vicissitudini Linda punta fortissimo sulla sua nuova amica Katie, che essendo al momento spiantata e disoccupata potrebbe fare pure la babysitter h24 per tutti i bambini, dipingere in modo professionale la cameretta dei bambini con i disegni di orsetti che tanto amano i bambini e magari pulire casa mentre lei è al lavoro, a far nascere bambini di altre mamme. Angela si rivela una vera “amica” per Katie insomma, anche se forse un po’ monotematica nell’ossessione constante dei bambini. Ma la paga da mamma surrogata/baby sitter/arredatrice/colf pare adeguata e la bionda accetta. La suocera Faye Dunaway è dubbiosa sul piano di affidare alla nuova amica della nuora il suo futuro nipotino e incalza: “Ma cosa sappiamo davvero di Katie? E se fosse una pazza psicopatica? Ma lei lo vorrebbe davvero in grembo un nuovo bambino? Ma a lei piacciono davvero anche i bambini di altri che devono crescere nella sua pancia?” Lo scopriremo alla fine del film. Ma intanto Katie si insedierà stabile nella casa dei Morgan, facendo di notte il bagno in piscina in topless sotto gli occhi di un Brian casualmente nei paraggi, che per qualche istante vorrebbe pure pensare a qualcosa di diverso dai bambini. 

In questo film del 2017 ha gli stessi occhi di ghiaccio di Natasha Henstridge in Specie Mortale, la biondissima e super sexy attrice e modella australiana Nicky Whelan. Aveva già sollecitato, nel ruolo di hostess, le attenzioni di un pilota di linea “potenzialmente fedifrago” interpretato da Cage, nel thriller soprannaturale ultra-religioso Left Behind, del 2014. Ma ora la tensione erotica tra i due può farsi più “bollente”, appunto perché non siamo più in un film ultra-religioso e…no, non è vero e non voglio illudevi in quel senso…


Sembra qui invece decisamente “travagliato” il rapporto tra Cage e la Gershon, che si erano già incontrati sul set del mitico Face/Off di John Woo nel 1997, dove avevano vissuto su schermo una relazione altrettanto travagliata, se vogliamo sempre con alla base delle “persone surrogate”. Gina Gershon, la star californiana super sexy che sempre nel 1997 recitava in Bound Torbido Inganno, dove era al fianco di Jennifer Tilly, in Inconceivable interpreta una madre tormentata, dallo sguardo perennemente ansioso, i capelli meshati e vestiti abbondanti, che vive in un costante stato di paranoia anche a causa di una trama che, anche se parla per il 90% di volere o accudire bambini e per il 5% di Cage che vuole tagliare il prato con un trattore, alla fine riesce ad essere anche un thriller. 

Un thriller che magari colpirà maggiormente per le tematiche il pubblico femminile più sensibile alla questione “bambini”, ma dotato di alcuni spunti originali da “revenge movie”. Non è ovviamente A l’interieur di Bustillo e Maury, assomiglia se vogliamo di più a La mano sulla culla di Curtis Hanson, ma riesce a essere un filmetto gustoso anche solo per gli occhi magnetici della Whelan e per la grinta che come sempre quando serve sa elargire la Gershon. Le due sembrano molto affiatate nel portare insieme le bimbe alla festa dei nonni quanto nel cavarsi gli occhi con odio. Una bella amalgama. Spaesatissima Faye Dunaway, che sembra un po’ Valeria Fabrizi nella serie di Rai 1 Che Dio ci aiuti. La wrestler Eva Marie è purtroppo sotto sfruttata, anche perché riesce a dare corpo a un personaggio interessante e sensuale nei brevi momenti in cui è in scena. Evanescente “per motivi di trama” pure il nostro amatissimo Cage, che anche se sul finale sembra riprendersi un po’ dallo stato di torpore passivo in cui riversa, non riesce mai a mostrare nel film il suo “occhio della tigre”. La pellicola sul valore della paternità dei genitori divorziati che aspettano di vedere la loro bambina nel weekend, secondo il personaggio di Cage alla base della canzone Purple Rain di Prince, dovrà attendere un altro film. Un film da domenica pomeriggio, da gustare in caso salti la programmazione della Signora in giallo. Quando Cage esce di scena con la sua Harley Davidson dopo l’inizio del film, per ricomparire solo più tardi, vorremmo un po’ seguirlo e finire con lui in un’altra pellicola, ma Nicky Whelan non ci è affatto dispiaciuta. 

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venerdì 28 ottobre 2022

ll principe di Melchiorre Gioia: il nuovo film di Andrea Castoldi dal 27 ottobre al cinema

 


C’era una volta un principe che passava le notti tra sexy club e appartamenti borghesi, in cerca di affetto, sballo e amori clandestini. Di giorno, cadendo come vittima di una maledizione, lavorava sottopagato in un luogo senza sogni e prospettive, cercando solo di tirare avanti fino a sera, ricordando i tempi dell’amore e del liceo, quando aveva ricevuto da una ragazza carina il più dolce dei regali: una audiocassetta con tutte le canzoni più belle di quei tempi. Viveva con la nonna in una casetta piena di mobili antiquati e oggetti consunti, spostandosi tra le stanze quasi senza far rumore e senza lasciare traccia. Simile a un gatto, la sua vera casa non era lì, era ovunque, tra le mille stradine che si diramavano da Melchiorre Gioia, sempre in cerca di brividi, sogni e cantonate. Insieme a lui c’erano altre persone simili a gatti, che vivevano ai margini delle regole del mondo girando su se stesse, cercando di toccare con il muso la loro coda. Alcuni spostandosi nottetempo sui tram, affascinati dalla puntualità ed efficienza del trasporto pubblico e trovando pace in quel movimento costante che sa sempre “giungere a destinazione”. Altri sognando e rincorrendo lo sballo, nascondendo la droga dentro armadietti simili alle femmine robottone degli anni ‘70. Altri organizzavano orge scatenate aperte a tutti senza limiti di età, ma pretendendo dai partecipanti il silenzio assoluto, per non turbare i vicini e il proprio equilibrio interiore. Tutti questi uomini-gatto, al contempo trasgressivi quanto compressi, guardavano il mondo come si guardano i treni che passano, in un eterno trainspotting di noia e attesa di “qualcosa di meglio” che sembrava irraggiungibile. Fino a che il principe non si fece licenziare e comprò con la liquidazione una pelliccia, che lo rese ancora più simile a un gatto. 


Andrea Castoldi, regista di Non si può morire ballando (già recensito sul blog qui), ci racconta con un piglio quasi documentaristico della vita di una persona reale, incontrata in un bar dove era abitudinario avventore. Una persona buona ma forse sfortunata, misteriosa quanto gentile, sfuggente quanto malinconica. Silvio Cavallo viene scelto per darle corpo fin nei dettagli, dal mondo di muoversi e camminare al modo di affrontare la vita con garbo quanto timore. Così l’attore comico scompare e lo stesso film, che sembrava all’inizio, dai trailer, una commedia leggera prende strade diverse, esilaranti quanto però tragiche, infuse di quell’esistenzialismo proprio della vita vissuta ai margini cantato da Irvine Welsh. Tra farsa e sogno, dove la farsa è purtroppo il mondo reale. 

Oggi si semplifica tra Boomers o Millennials, ma tra gli anni ‘70 e ‘80, all’ombra della Milano da bere, iniziava a muovere i primi sbilenchi passi una intera generazione di falliti e perdenti, oggi diventati per lo più tra i più scapestrati e “randagi” dei quarantenni. I loro genitori e nonni avevano visto gli orrori delle guerre ma anche la ripresa economica, si erano costruiti con tenacia e impegno un lavoro e una casa, avevano offerto ai loro figli il meglio e “tutto quello che loro non avevano avuto da piccoli”, da un posto caldo e sicuro in cui vivere all’educazione scolastica superiore e universitaria, dalla scuola calcio ai giocattoli e i cartoni animati, dai sani valori sociali alle carezze. Nel frattempo le “vecchie regole del mondo”, saltate con la guerra, erano tornate in vigore, insieme alla “necessità” della società di smettere di continuare ad espandersi. Trovare un lavoro prestigioso era tornato a essere una questione di nepotismo e raccomandazione o di straordinaria fortuna. La scuola era in ritardo con il mondo, non solo dove nei corsi di informatica si studiava basic quando era già da tempo uscito il pacchetto Office, ma soprattutto laddove non si studiava la Storia oltre alla “resistenza” e al 1948, ponendo un limite alla coscienza culturale/politica ancora non superato. La tecnologia di suo  è decollata e ha fatto in modo che servissero sempre meno persone nelle fabbriche e uffici, l’economia si è aperta al mondo e ha deciso che era più redditizio aprire fabbriche all’estero che in Italia, delocalizzare. Il tasso di mortalità legato alle migliori condizioni di vita ha decretato che chi aveva già un lavoro dagli anni ‘70, magari subentrato dopo il genitore nella stessa mansione secondo un’usanza consolidata, non lo avrebbe mollato prima del massimo limite di età consentito, che ulteriormente esteso al netto della legge Fornero oggi in alcuni casi arriva al 2030. I genitori e nonni, un po’ all’oscuro di questi meccanismi e credendo ancora alla favola del “se ti impegni realizzarsi quello che vuoi”, avevano investito tanto sulle nuove generazioni e iniziarono a domandargli “Perché non ti trovi una brava ragazza e metti su famiglia?”; “Perché non cerchi un lavoro a tempo indeterminato?”; “Quando uscirai dalla tua cameretta per farti una casa tutta tua?”. I giovani degli anni ‘70 e ‘80, specie quelli nati ai margini delle grandi città come Milano e quindi principalmente lanciati in un mondo ultra competitivo, iniziarono presto a sentirsi non indispensabili per quella società. Non per un discorso politico di “contestazione”, quanto per una autentica “mancanza d’aria”. I migliori tra loro comunque ce la fecero e come la “legge naturale della competitività” vuole realizzarono imprese e sogni spettacolari. Gli altri, molti altri, quelli più emotivamente “schiacciati” e quelli che non hanno mai trovato un lavoro stabile o i soldi per comprarsi una casa o anche solo un’automobile, iniziarono la “fuga di cervelli” o “fuga dal cervello”. La fuga di cervelli vuole che qualche intrepido cerchi un lavoro all’estero, laddove la politica italiana si preoccupa solo di agevolare i contribuenti anziani e quindi maggiormente solvibili e affidabili pagatori di tasse. La “fuga dal cervello” è qualcosa di più pragmatico e consiste nel rimanere con il corpo in Italia, simili a zombie, ma con la testa tra le nuvole, cercando una propria identità e scopo. Rimestando nelle poche gioie del passato, cadendo nelle dipendenze e vivendo in quel mondo della notte dove è più facile incontrare altre persone “fratturate dalla vita” in cui riconoscersi. Solo l’ironia e l’autoironia, insieme ai ricordi felici di quando si era “bambini e per questo felici”, possono aiutare. Si parla oggi di hikikomori, di Net, di ragazzi che si uniscono in bande dove trovano una “vera famiglia”, ma non si parla abbastanza di questa generazione di quarantenni a cui la società ha negato il futuro quasi senza accorgersene, preferendo bollarli come bamboccioni e falliti, viziati e ingrati, politicamente poco interessanti e rilevanti. Castoldi mette un bel faro su questo mondo grazie al suo cinema asciutto e mutante, che parte dal registro di genere per poi umanizzare la maschera oltre la facile risata. C’è una domanda pressante che aleggia nell’aria senza risposta: cosa faranno questi uomini-gatto quando chi oggi si occupa di loro economicamente non ce la farà più, anche solo per sopraggiunti limiti di età? Possiamo chiedere a questi uomini-gatto di sistemare da soli i loro problemi, del fatto ignorando la loro esistenza? Silvio Cavallo dà corpo a una persona autentica quanto sfaccettata, umana quanto complessa, divertente quanto tragica, “contratta nelle emozioni” ma generosa nei fatti. È una persona che non si arrende perché è già andata “oltre la resa” e che resiste giusto inseguendo ricordi e affetto impossibili, ma a cui il mondo, da primo il mondo familiare, ha dato e  dà molto poco. 


Il principale di Melchiorre Gioia è un film piccolo, coraggioso e interessante, ricco di alcuni personaggi davvero unici, divertenti quanto fantozzianamente titanici, pieno di situazioni cariche di un quotidiano surreale quanto crepuscolare, qualche volta sognante. Il taglio delle riprese è quasi documentaristico ma la fotografia, giocando con i contrasti, rilascia una Milano dall’anima triplice. C’è una Milano dai colori e toni più caldi, che disegna il “sogno del passato”, il periodo felice della scuola e dell’amore in cui tutto è possibile. C’è la Milano della notte, carica di luci artificiali e quasi psichedeliche, ovattate. Luci che per questo, in qualche modo, rimandando anche loro a una realtà ugualmente sognante, sfumata nei contorni. C’è infine la Milano “di giorno”, dai contorni e colori spietatamente definiti, iper - reali, in cui la fuga dal reale è impossibile. 

I giovani attori coinvolti si dimostrano molto bravi e al netto di una storia che prosegue ondivaga tra accelerazioni e frenate, alla fine della pellicola si ha molta voglia di saperne di più, di scoprire dove il principe e gli altri anti-eroi di Castoldi andranno a finire. Perché sono personaggi  dentro i quali per molti sarà facile riconoscersi o riconoscere qualche amico. 

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mercoledì 26 ottobre 2022

My Soul Summer : la nostra recensione del film di Fabio Mollo con la cantante Casadilego e Tommaso Ragno, evento specie al cinema il 24-25-26 ottobre

La giovane Anita (Casadilego), studentessa di pianoforte di musica classica, si sta impegnando anima e corpo nella preparazione di un importate esame del conservatorio quando improvvisa e inaspettata “sopraggiunge” l’estate. L’insegnate di piano che doveva seguirla durante le vacanze in Romagna  purtroppo ha un contrattempo e non è più disponibile e così la madre (Anna Ferzetti), all’ultimo minuto, decide di spedirla in una “vacanza detentiva” di solo “studio e passione” in Calabria dalla nonna (Lunetta Savino), dove in una ridente villetta di campagna non troppo lontana dal mare Anita, per lo più chiusa nella sua cameretta, dovrà esercitarsi in proprio, magari sorvegliata a vista h24 perché non si allontani dal pianoforte. La nonna invece, che un tempo lavorava nelle carceri e non se la sente più di fare la carceriera, decide di lasciare che la nipote viva questo periodo in totale autonomia, offrendole di gestirsi da sola il sul tempo e per ogni necessità di chiedere aiuto a un ragazzo carino tuttofare che si occupa del giardino, Vittore (Luca Zunic). Ben presto di notte, direttamente alla finestra di Anita, arrivano i migliori brani della musica Soul. Arrivano dallo stereo a tutto volume del suo nuovo, strano e disordinato, ubriaco e curioso vicino di casa ultra cinquantenne: Vince (Tommaso Ragno), che un tempo era noto come una rockstar.  Anita viene travolta dalla voce di Ella Fitzgerald e inizia per magia a librarsi nell’aria. Il giorno dopo al pianoforte improvvisa quella melodia e il vicino la ascolta, dando inizio a un dialogo a distanza che presto si trasforma in complicità e poi in amicizia. Un'amicizia che potrebbe diventare anche un sodalizio artistico se solo potranno una ragazzina e una star sulla via del tramonto riuscire a condividere gli stessi sogni. Riuscirà Anita, travolta tra la musica classica e il soul, a scoprire il proprio legame con la musica e il mondo e trovare in questa estate strana la forza di affrontare il saggio, l’amicizia e l’amore e infine trovare nel mondo “la sua voce”?


Fabio Mollo costruisce un delicato film sulla musica soul, principalmente dedicato a un pubblico giovane, con protagonista la vincitrice di X Factor 2020, che qui si dimostra molto brava e spontanea anche come attrice. Quello che accade sullo schermo ha fin dall’inizio tutti gli ingredienti del romanzo di formazione estivo per ragazzi: dal difficile rapporto con i genitori alla paura (e voglia) di diventare grandi, dalle costrizioni della scuola alla libertà dei primi amori, dalla necessità di studiare chiusi in una stanza mentre all’esterno c’è un mondo sfavillante sotto un sole da cartolina che ci aspetta. Queste sono le premesse, nessuna delle quali vivente tradita dalla narrazione, ma My Soul Summer in breve prende quasi la felice forma di uno spigliato e riuscito corso di educazione musicale. Insieme a Casadicarta, attraverso i dischi d’epoca e le improvvisazioni al pianoforte, andiamo alla scoperta di Ella Fitzgerald, Nina Simone e Aretha Franklin. Nel frattempo, la storia e la filosofia di vita di queste importanti personalità ci vengono “omericamente cantate” da un Fabio Ragno molto ispirato e partecipe, che presto diventa anche lui interprete musicale, non appena il suo personaggio, Vince, riesce a “ritrovare la sua voce”. Anita è alla ricerca di un suo posto e scopo nel mondo e in questo non è differente da Vince, con le voci e interpretazioni di entrambi che attraverso il “parlare di musica” passano alla necessità di “trovare una propria musica”. I due personaggi così si avvicineranno, confonderanno e sovrapporranno, insieme ai loro sogni in un percorso artistico ed emotivo non scontato. My soul Summer riesce in questo anzi a svilupparsi in un modo non dissimile dal recente A star is born con Bradley Cooper e Lady Gaga. Anche  se qui va in scena un rapporto diverso,  quasi tra padre e figlia, nel film di Cooper come nella pellicola di Mollo la vicenda trova uno sviluppo che ha poco di favolistico quando la musica si spegne le dissonanze emotive tra i personaggi iniziano a spuntare fuori, producendo qualche nota amara. È un percorso emotivo forte, non banale, quasi crudele, non privo di slanci positivi, di voglia di riscatto e di autentica passione per l’arte. Tommaso Ragno e Casadilego nell’esprimere questo sanno trovare una buona intesa sulla scena, conferendo molta umanità e spontaneità ai loro personaggi. Il resto del cast è abbastanza funzionale al ruolo e il risultato finale è apprezzabile. 

C’è quindi il romanzo di formazione “estivo”, c’è l’amore per le grandi interpreti della musica e c’è la voglia, necessità e urgenza di “fare musica” come mezzo per trovare un proprio scopo nella vita. My soul Summer è un piccolo film che riesce a sposare bene queste sue anime attraverso una narrazione semplice ma coinvolgente, personaggi a cui è facile affezionarsi e un’ottima musica non solo ascoltata ma anche “raccontata”. Un'ottima occasione per avvicinare i giovani alla passione per la musica, magari da tenere in considerazione prima di intraprende un corso. 

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lunedì 17 ottobre 2022

Il ragazzo e la tigre: la nostra recensione della favola ecologista di Brando Quilici

 


Nepal, giorni nostri. Un bambino ricciolino, il piccolo Balmani (Sunny Pawar), in seguito a un terremoto che ha colpito la città di Kathmandu in cui ha perso la madre, vive in un orfanotrofio diretto da Miss Hannah (Claudia Gerini), ai margini di una grande foresta dove risiedono anche delle tigri in cattività.

In difficoltà nel trovare nuovi amici e chiuso in se stesso, il ragazzino decide di fuggire per tornare nella città dove abitava e durante il viaggio incontra il cucciolo di una tigre, Mukti, con il quale scopre di avere molte cose in comune. Tra avventura e sentimento, li porterà a conoscere persone di tutti i tipi, da degli hippie motorizzati a nomadi, passando per i fantomatici raccoglitori di miele dell’Himalaya e forse raggiungeranno in alta montagna il tempio misterioso di Tiger’s Nest. Miss Hannah cercherà di raggiungere Balmani nel corso della sua avventura.


Brando Quilici porta in sala una storia che parte dalla dura realtà delle conseguenze di un terremoto ma riesce a “diventare favola”, accompagnando lo spettatore in un viaggio nel segno dell’amicizia e dell’identità, alla ricerca del proprio “posto nel mondo”, lungo la cultura e i magnifici paesaggi himalayani. Il ragazzo e la tigre protagonisti della storia diventano presto un po’ come quel Bimbo sul Leone della favola musicale di Celentano e Altan: ci invitano con la loro avventura, in un momento particolarmente grigio e “piovoso” della nostra storia recente, a guardare oltre le nuvole, a un futuro carico di colori in cui può esistere ancora della “gente allegra”. “Gente allegra”, ma proprio per questo anche profondamente spirituale, come le persone che accompagneranno lungo il viaggio il giovane orfano e il suo tigrotto che beve latte da un biberon, a volte come guide e a volte come figure paterne, lasciando che siano però i due “cuccioli” a decidere la loro meta. Nessuno degli adulti teme la tigre e nessuno nega un supporto o un consiglio al ragazzino, a parte il temibile cacciatore di frodo, l’unico vero cattivo della vicenda, l’unico, per puro spirito di arricchimento personale, a non rispettare le leggi della convivenza tra uomo e natura. Il ragazzo e la tigre ci porta per un paio d’ore in mondo di persone allegre rispettose della natura e disposte a guidare i più giovani, pur nella consapevolezza “naturale” che questi, come le tigri, un giorno potrebbero abbandonare il biberon e affilare i denti e diventare adulti. Un mondo di persone con la consapevolezza che guerre e terremoti continueranno ancora, ma con la pari consapevolezza che con un sorriso si può sempre rimettersi in viaggio e costruire il domani. È un film che “fa stare bene” e fa venire voglia di prendere un biglietto di sola andata per il Nepal, anche grazie all’ottimo lavoro svolto nella ricerca delle location e in una fotografia dai colori caldi, avvolgenti. Tra il giovane e bravo attore protagonista e Claudia Gerini si crea una buona intesa, i momenti in cui dividono lo schermo sono molto teneri e carichi di vicinanza emotiva. Quando appare il tigrotto Mukti, addestrato a sembrare docile come un micetto, questo ruba ovviamente la scena a tutto il cast, catalizzando tutte le attenzioni del pubblico. Verso il finale Il ragazzo e la tigre vanno un po’ dalle parti del Richiamo della foresta e fin dal primo trailer ci sono assonanze da Vita di Pi, ma il film riesce comunque ad avere una propria identità. Quilici ha già raccontato nel 2014 una storia di amicizia tra un bambino e un orso con Il mio amico Nanuk e si riconferma anche in quest’opera un attento e capace narratore di storie rivolte a un pubblico di giovanissimi. 

Forse un po’ “zuccherino” per una platea adulta, che potrebbe però apprezzare i bellissimi paesaggi, Il ragazzo e la tigre è uno spettacolo ideale se volete portare il sala dei bambini, soprattutto in un momento in cui le opere che parlano di futuro, ambiente e buoni sentimenti non sono mai abbastanza. 

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giovedì 13 ottobre 2022

fACTORy 32, stagione 2022-23

 


Con grande piacere anche quest’anno siamo stati invitati al teatro fACTORy 32 di via Watt 32 a Milano, in zona Navigli, per una anteprima della stagione teatrale. Il teatro diretto da Valentina Pescetto sceglie quest’anno per slogan “Comeback Home” e offre molte interessantissime proposte. Ci sono opere ispirate al Vangelo Secondo Gesù Cristo di Saramago a opere che richiamano a Cechov. Torna il Caliprazi di Harold Pinter, va il scena Le serve di Jean Genet con un cast di giovani promesse. Sul palco tornano anche gli spettacoli  dedicati ai più piccoli, arrivano opere psichedeliche che omaggiano figure come NICO, artista e musa di Andy Warhol, fanno il debutto gli studenti dell’Università Statale di Milano insieme agli ex studenti del Centro Teatro Attivo in un’opera che omaggia i film horror. Tornano tra le compagnie I diavoli, I Viandanti Teatrali, Le ore piccole e la compagnia Dunamis, il Teatro Pedonale, Odemà, Eccentrici Dadarò, Anime Sceniche e la compagnia del fACTORy 32. Per dare il giusto spazio a tutti e cercare di parlare degli spettacoli nel modo più puntuale, aggiorneremo sulle uscite tramite la nostra pagina Instagram “iltroppotempolibero”. 

Buon teatro a tutti. 

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domenica 9 ottobre 2022

Gli orsi non esistono: la nostra recensione del film scritto, diretto e interpretato dal regista iraniano Jafar Panahi

 


Il regista Jafar Panahi si trova nell’Iran dei giorni nostri, in un piccolo villaggio vicino al confine con la Turchia, per girare un documentario su una coppia in procinto di varcare il confine con dei documenti falsi. Mentre la troupe realizza le riprese Panahi, che non può lasciare l’Iran per una restrizione decisa dal tribunale, segue le operazioni a distanza, dallo schermo di un computer portatile, cercando di migliorare la connessione con antenne di fortuna. I lavori sembrano procedere per il meglio, gli abitanti del paese dove risiede Panahi sono cordiali e affettuosi e il regista, allegro e curioso, ha tanta voglia di conoscere le usanze locali, a partire da una cerimonia che si tiene a ridosso di un fiume per celebrare davanti a tutta la comunità l’amore di due persone. Una notte, per ragioni tecniche legate ai problemi di connessione, Panahi si trova quasi sulla linea di confine per ricevere “avventurosamente” degli hard disk relativi al girato, percorrendo una strada sterrata conosciuta solo dai trafficanti di uomini. Il regista osserva da vicino le mille luci di una vicinissima città turca, ma decide di non varcare quella “soglia” che forse idealmente sta già varcando con la realizzazione del suo film. Dal giorno dopo la situazione inizia a precipitare, con le riprese del documentario che si fanno sempre più difficili e pericolose e con Panahi che rimane kafkianamente coinvolto in una questione locale a causa di una foto compromettente su due amanti clandestini che lui non si ricorda di avere mai scattato. Senza nemmeno rendersene conto, la sua vita sarà presto in pericolo a causa delle complesse tradizioni locali. 


Academy Two distribuisce in Italia l’ultimo film di Jafar Panahi, acclamato con il Premio Speciale nella recente Mostra del Cinema di Venezia. Il regista ha dovuto girare in clandestinità Gli orsi non esistono e non ha potuto ritirare personalmente il premio in quanto da luglio deve scontare una pena di 6 anni, per attività di propaganda contro il regime iraniano, in ragione di una sentenza che dal 2010, per vent’anni, gli ha inibito la possibilità di viaggiare, girare, rilasciare interviste dentro e fuori l’Iran. Come nei precedenti lavori di Panahi, anche in questo film il regista parla del suo difficile rapporto con l’Iran: una terra che ama profondamente per la bellezza dei luoghi e la cordialità delle persone, ma della quale non riesce a comprendere in pieno i meccanismi alla base dell’intricato sistema giuridico e tradizionale. Panahi ci parla qui di come anche all’interno di un bucolico paesino di confine, circondato dalla natura, non si possa vivere in armonia a causa di immaginari “orsi” che ne sorvegliano i confini. Gli orsi sono di sicuro i criminali che ossessivamente sorvegliano le piste per i loro traffici, ma in senso lato esistono per il regista anche degli “orsi figurati”, incarnazione delle leggi e delle tradizioni, non meno pericolosi e insidiosi. È per non scatenare questi orsi, temuti e accettati quanto interiormente accolti come un tratto identitario, che spesso la vita di tutti i giorni si complica fino ad arrivare a delle spirali senza uscita. Panahi “combatte questi orsi” esponendoli con chiarezza nelle loro contraddizioni: dall’anacronismo e infelicità cui possono portare i matrimoni combinati, a un sistema giuridico che non può accogliere la prova testimoniale di un minorenne. Il suo è un cinema che usa un linguaggio semplice e diretto per andare al nocciolo dei problemi, senza però dimenticare mai, nonostante tutto, di inquadrare la complessità dell’animo umano, mettendone in luce con rispetto dignità e frustrazioni. Se la critica di Panahi è al sistema, non manca mai di uno sguardo bonario nei confronti delle persone che con questo sistema devono pur conviverci. È un cinema che agli occhi di uno spettatore occidentale risulta di importante valore sociale, proprio per il modo in cui punta a costruire un dialogo costruttivo, etico quanto urgente, necessario quanto difficile. È un cinema che fa riflettere sui diversi sistemi culturali in cui si può osservare il mondo, un cinema che ci spinge a cercare difficoltose ma possibili strade comuni lungo le quali riuscire a convivere pacificamente, con la consapevolezza che non può esistere sempre un modo giusto o sbagliato di vedere le cose e che tutti possiamo sbagliare lungo il percorso. Panahi non è esente dal commettere errori e anzi evidenzia lungo tutto il film i molti fraintendimenti culturali che lui stesso finisce per causare pur in buona fede, per il solo fatto di essere un regista cinematografico. Gli orsi non esistono è un film sull’importanza del dialogo ma pone così anche una grande attenzione sull’enorme responsabilità che il cinema deve avere nel raccontare la Storia. Nella Storia non esiste quasi mai un finale sul noto adagio “e vissero felici e contenti”, motivo per cui le opere di stampo documentaristico dovrebbero rifuggire l’idea di farsi ingabbiare in consolatorie finzioni cinematografiche. Inoltre nella Storia la presenza di un’immagine, una qualsiasi immagine pur ritratta di sfuggita, può avere sempre, a livello giuridico, più valore di una testimonianza diretta. È il motivo per il quale le immagini possono conferire e togliere immensi poteri ed è forse il motivo per il quale registi come Panahi, che pur non si arrendono davanti a nessuno, tutt’oggi sono messi all’indice o incarcerati. 


Gli orsi non esistono è un film fortemente autobiografico, potremmo dire “alla Nanni Moretti”, su un regista iraniano che coraggiosamente e forse imprudentemente cerca di cambiare il paese che ama, attraverso il dialogo, l’amore e gli errori. La narrazione è asciutta, il ritmo veloce e quasi da film Polanskiano nella discesa kafkiana che va sempre più a delinearsi verso il finale, lo sguardo è documentaristico e gli attori si esprimono nella più assoluta spontaneità, risultando sempre credibili e ricchi di sfaccettature. È un film sulla forza e paura che possono infondere le immagini, forse l’unica cosa al mondo che può certificare davvero che “gli orsi non esistono”. 

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