giovedì 14 novembre 2019

Sono solo fantasmi - la nostra recensione del nuovo film di Christian De Sica



 - Sinossi: Due fratelli si riuniscono a Napoli per il funerale del padre, che li ha lasciati pieni di debiti e con un fratello di cui ignoravano l'esistenza. Uno è un mago televisivo che non chiama più nessuno (Christian De Sica), uno è un imprenditore ma di fatto è il giocattolo di una figlia di papà del nord, che viene apprezzato solo perché fa il caffè con la schiuma (Carlo Buccirosso). Il fratello acquisito entra ed esce dai centri di cura, sente le voci e parla di intrappolare fantasmi (Gianmarco Tognazzi). Su tutti e tre grava il fantasma di un padre assente, spendaccione e ingrato (interpretato da De Sica che nel look e i modi omaggia il vero padre Vittorio De Sica), i cui debiti di gioco presto li travolgeranno insieme alla casa che hanno ereditato. A meno che non esistano davvero altri fantasmi, come quello che forse sembra perseguitare la signora del piano di sotto. Fantasmi che loro fratello saprebbe cacciare grazie a un medaglione magico e a un manuale specifico, se solo il mago di famiglia, una volta mago famoso, avvallasse la credibilità del rito. Incredibile il trio inizia a catturare fantasmi e a fatturare con questa nuova impresa familiare. Napoli è una città magica e le creature da catturare non sembrano mai finire. Ma le azioni di "contenimento spiritico" del trio potrebbero aver avuto delle conseguenza e presto una entità pericolosa e non di questo mondo è pronta a risvegliarsi. 


- De sica come Bill Murray: dopo aver tentato la resurrezione della coppia comica con Boldi, anche piuttosto riuscita, il De Sica attore e regista si confronta di nuovo con il fantasma che gli è più caro e di cui ha spesso parlato a teatro, il padre Vittorio, sdoppiandosi in lui e vestendone con disinvoltura una delle parti più iconiche, quella del conte Max. Riproponendone lo spirito e le "mossette" Christian offre una rappresentazione paterna garbata e affettuosa, che riesce davvero a divertire quanto a commuovere in più scene. La sfida di proporre una versione italiana dei Ghostbusters, al netto di alcune ingenuità, è ugualmente è sorprendentemente vinta. Anche se siamo in una commedia molto divertente, i fantasmi sono terribili e le scene che lo coinvolgono trasmettono paura e disagio, come regola seguita da Reitman quanto da Landis. Alcuni fantasmi rimandano a grottesche e vernacolari visioni dantesche, alcuni citano Magritte come "riletto" nelle tavole di Dylan Dog, alcuni forse sono forse più "buffi" e quasi dalle parti del genio di Aladdin, alcuni appaiono come poltergeist. Il make-up e l'effettistica usata per loro è genuinamente da film horor di fiera matrice italica, citano i Demoni di Bava, gli zombie di Fulci e indugiano sulle streghe argentiane. La Napoli notturna offre uno scenario ideale per amalgamare presente e passato. Il suo fantasma forse più noto, quello della commedia passata, rimane un simulacro "diabolicus" all'ingresso di un teatro, muto giudice delle nuove generazioni di cominci davanti al suo cospetto. De Sica qui indugia, ma poi combatte a testa alta guidando il suo piccolo manipolo di comici in questa commedia dallo humor squisitamente nero, che parte con un coniglietto bianco tritato per errore da un prestigiatore incapace davanti a un gruppetto di attoniti bambini che subito irrompono in pianto. Bravo De Sica nel ruolo del prestigiatore cinico, ma in fondo dal cuore buono, con gloria passata nel trash televisivo. Davvero spassoso Buccirosso che si inventa un buffo omino depresso è insicuro sul suo posto nel mondo che parla una lingua tutta sua spassosissima tra il napoletano, il milanese e il padovano. Tenero e indifeso il personaggio di Gianmarco Tognazzi, segaligno e ripiegato su se stesso, con tutti i suoi tesori riversati in un piccolo marsupio e la paura che lo rimettano da un momento all'altro nella casa dei matti. Rappresentata il centro emotivo della pellicola e riesce davvero a legare i tre fratelli, a renderli autentici. 
Anche se i dettagli della "caccia ai fantasmi" sono forse un po' abbozzati (sembra un po' una variante della tecnica della "Mafuba" di Dragon Ball), le ricerche effettuate sull'argomento spiritico appaiono interessanti, affondando anche nel ricco folclore italico e offrono buoni spunti tanto alla trama che per le location.  Belle e appropriate le musiche di Andrea Farri. 
La pellicola riesce a prendere dall'inizio alla fine, spaventando e divertendo con una ingenuità di fondo che le si perdona volentieri. Ricorda un po' quel periodo felice degli anni '80, tra Scuola di ladri, Fracchia contro Dracula e Pompieri, a cui sono e sarò sempre legato. Possiede una certa nota malinconica e crepuscolare che ne impreziosisce la visione e ogni tanto fa commuovere. 
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martedì 12 novembre 2019

Blizzcon 2019 - annunciati Overwatch 2 e Diablo 4




- C'erano novità nell'aria: La nuova edizione dell'annuale show della Blizzard Entertainment era molto attesa dopo che nelle scorse settimane si rincorrevano voci di corridoio che facevano presagire qualcosa di grosso a bollire in pentola. Voci di corridoio per altro non tutte sorridenti e felici, spesso allarmate dalla possibile delocalizzazione degli studi, progetti delegati a terze parti, licenziamenti illustri per protesta dopo la cancellazione di alcuni progetti. Questo oltre all'eco di un vero e proprio "incidente diplomatico", che ha riguardato proprio una finale di un campionato di Overwatch, che negli ultimi mesi ha mandato per aria il fandom e i vertici aziendali (ma anche dimostrato che i videogame, come sport del futuro, sono oggi un importantissimo canale di espressione dove i campioni hanno anche un peso "politico"... sembra quasi il futuro pronosticato al cinema da Rollerball). 
Oltre a tutti questi scossoni social, il (mio amatissimo) gioco Overwatch negli ultimi tempi aveva dimostrato con i fatti che qualcosa stesse bollendo in pentola. Meno aggiornamenti del solito, eventi online rimandati, mappe che ogni anno comparivano nuove in un certo periodo assenti. Poi all'improvviso una decina di giorni fa un mega-aggiornamento di 8 giga su PC e intorno ai 20 su Ps4 (quando il gioco con disco su ps4 occupa in memoria poco più di 30, per darvi l'idea), senza che ci fossero poi dei particolari cambiamenti alla struttura di gioco oltre alla solita mini-mappa di Halloween, tre skin e il (devastante) nuovo meta (il "meta" per i non addetti ai lavori, è costituito dalle "regole interne di gioco" nell'accezione delle caratteristiche dei personaggi in termini numerici di punti attacco, difesa e abilità speciali, che salvo "rivoluzioni" grafiche dei personaggi, che qui non ci sono state, non occupano più di qualche megabyte). Qualcosa doveva bollire in pentola per Overwatch.


- Come gioco io a Overwatch (paragrafo che se vi interessano le news potete benissimo saltare): amo Overwatch, che definirei in due parole uni sopratutto a squadre ambientato a Disneyland. È colorato, è divertente, ogni personaggio è così bello visivamente da meritare una action figure o due, non occupa uno sproposito di memoria su disco (come un Battlefied o un For Honor per intenderci). In genere non giocavo giochi di cooperativa online, il mio primo "esperimento di lungo corso" è stata la modalità 2 contro due di Clash Royale. Ho trovato stimolante collaborare con persone via computer senza utilizzare strumenti di comunicazione che non fossero prestabiliti dal gioco. Overwatch mi ha dato lo stesso feeling, lo gioco senza la chat vocale con solo gli strumenti interni di dialogo e vedo davvero le persone collaborare per una vittoria comune. Sono sempre stato lontano dai multiplayer online proprio per la presenza di persone poco gentili che urlano e insultano continuamente al microfono, quasi che il gioco dovesse essere a volte solo un pretesto per insultare qualcuno. Con lo shooter Blizzard ho iniziato a godermi il gioco con meno stress, anche se sono conscio del fatto che questa mia scelta di gioco mi inibisce di passare al lato più "pro" dell'esperienza, che peraltro non ho mai toccato. In Overwatch sono un "casual", lo dico fieramente come un vecchietto che per la prima volta compra una canna da pesca. Gioco su Ps4 onestamente (che per me è "senza mouse customizzaro"), mi diverto con player occasionali in squadre "improvvisate dal destino". Trovo stimolanti i ruoli di chi difende con gli scudi o cura i compagni di squadra, mi appassiono di meno i ruoli di attaccante. Da quando con la "coda a ruoli" il gioco prevede squadre da 6 contro 6 con 2 tank, 2 di attaccanti e 2 guaritori mi trovo benissimo, considero l'esperienza (e parlo dell'esperienza "casual", con squadre di sconosciuti) più equilibrata. Il meta ha più volte cambiato i miei piani di gioco. Non ho mai avvertito però il meta come qualcosa di negativo, anche perché con il tempo sono riuscito ad apprezzare più personaggi e padroneggiare meccaniche diverse. Non fosse stato per il meta mi sarei come sempre incaponito sul primo personaggio giocato senza esplorare altro per poi abbandonare per noia. Oggi ho su Overwatch più ore che in un qualsiasi Final Fantasy, per la mia costanza di gioco negli sparatutto è qualcosa di unico. All'inizio della mia esperienza, dopo che per tre mesi ho fatto fare la polvere al gioco lamentandomi dell'assenza di un story mode e della frustrazione nei deathmatch (abbastanza ovvia perché i personaggi di Overwatch non sono pensati per i deathmatch tradizionali "uno contro tutti", ma per supportarli in squadre), trovavo interessante usare l'attaccante Soldato 76, un Hero con molti asset simili al soldato standard di Call of Duty ma soprattutto con delle ottime doti secondarie da curatore. Il fatto che il Pad non mi permetta una precisione di mira assoluta, mi ha fatto desistere da un uso (continuativo) di personaggi come Genji, Reaper, McCree, Hanzo. Soldato 76 faceva grossi danni senza troppa precisione e per me è stata la scelta migliore. Poi ho avuto una fase tank con Reinhardt, il tizio con scudo gigante e martellone. Non era più un problema con lui la mira! Questo colosso in armatura ha solo un attacco a distanza e sostanzialmente deve solo difendere con uno scudo energetico gli altri dietro di lui, roteando qualche volta un martellone più per spaventare e distruggere a casaccio (almeno per la mia esperienza, ci sono altri giocatori bravissimi). Reinhardt è stato per me una epifania, un modo di giocare mai provato prima in uno sparatutto, più simile ad una versione sotto acido di Dynasty Warriors, che per forza di cose richiedeva fiducia nei compagni di squadra. Ogni tanto ci torno volentieri, ma sono andato su altri lidi. Mi è piaciuta anche la mia "successiva fase" (troppo breve) con l'attaccate Pharah. Pharah vola grazie al suo jetpack e ha un lanciarazzi con danni così estesi che appagano il mio senso di inferiorità nella mira con il pad. Mi ha fatto provare il senso di verticalità degli scenari di gioco con il limite tattico del tempo di volo, la gioia di decollare, appollaiarsi sui tetti, risalire nel caso per sbaglio stessi cadendo in un pozzo. Molti personaggi di Overwatch hanno queste fichissime abilità che rendono possibile scalare e appollaiarsi ovunque, tra cui Widowmaker, Lucio e Genji, solo che necessitano a volte Skill sui salti che sul pad non riesco ad avere benissimo (magari, lo ripeto per la centesima volta, perché sono scarso io) e sono abbastanza fragili come punti ferita, al punto di necessitare di cure costanti. Il problema era che nessuno nelle partire casuali voleva usare il guaritore. Così mi sono stabilizzato, con grande soddisfazione, sulla guaritrice Mercy, di fatto l'unica possibilità per me di giocare decentemente "casual" prima che il gioco non sancisse la regola del 2+2+2. Mercy era una ira di dio come healer. Aveva dei suoi attacchi "tattici" importanti, una buona "stabilità nella mira", oltre che doti mediche favolose come la "resurrezione" che permettevano di farsi amici anche i compagni di squadra più kamikaze. Soprattutto era meno complicata per il mio pad da ps4 di un Lucio, che doveva coordinarsi con i salti. Anche quando in un meta successiva hanno reso Mercy meno performante non l'ho abbandonata, ma mutato il meta per l'ennesima volta, arrivato il 2+2+2, qualcun altro era "costretto" a fare il guaritore e potevo se necessario sperimentare nuovi ruoli. Un tank come Sigma è stato amore allo stato puro. Prima che lo limitassero con l'ultimo devastante meta era praticamente un Reinhardt più duttile nella difesa a scudi che poteva colpire anche a distanza (ma senza una particolare precisione richiesta), lento come un bradipo ma letale come una corazzata spaziale. Era inevitabile che lo rendessero meno forte, così da spingermi a metterlo da parte per nuovi lidi, nello specifico la guaritrice Moira. Moira è per ora il personaggio più potente che ho sperimentato, spettacolare in difesa quanto devastante in attacco. Per partire in attacco Moira deve come lanciare un "pallone", una sfera di cura/maledizione che sta per aria e nel caso volare verso gli alleati o verso i nemici. Poi è tutta questione di mira e con lei è  una cosa diversa dal solito, come disegnare dei cerchietti con il mirino. Lo stesso modo con cui, dopo mesi di tentativi poco soddisfacenti, ho capito come devo mirare con il tank Winston, il secondo personaggio che sto sperimentando ora. Con Soldato ero sulle 10 vittime, con Sigma sulle 20, con Moira ormai faccio almeno una trentina di vittime a partita, oltre ad elargire tonnellate di cure (come ho sempre fatto con tutti i personaggio del resto). Forse con il tempo sto migliorando anche nella mobilità, motivo per cui con Winston non finisco ogni tre minuti in un buco dopo un salto a cacchio di cane. 



- Io come giocatore di Diablo (pure questo è un paragrafo inutile, se non interessati passare alle news): In ambito Diablo, è una vita che non ci gioco. Punto. Avevo iniziato l'anno scorso progetti pazzeschi tipo giocarlo in singolo con tutti i personaggi. Non sono arrivato al livello 2 nemmeno con tutti. Ci voglio però tornare perché alla fine Diablo è uno dei miei giochi preferiti di sempre. Forse il mio titolo preferito su PC di sempre. Ho giocato e finito il primo con un godimento indescrivibile, ho giocato e finito il secondo, con uno stress pazzesco dovuto al fatto che il mio pc di allora non lo reggeva bene e scattava di brutto. Il terzo, vuoi per la difficoltà di giocarci con gli amici, vuoi anche per una direzione artistica diversa (meno sul gotico creepy realistico e più sul caricaturale alla World of Warcraft) e la mancanza iniziale del negromante (subito preso in dlc appena è stato rilasciato), mi ha coinvolto meno. Un bel problema è che ho un monitor piccolo piccolo e Diablo sembra pensato per chi gioca con lo schermo di un multisala. O sto diventando miope o tutti i testi e icone sono troppo piccoli, una vera tortura negli occhi. Pad alla mano è una gioia distruttiva senza pari, qualsiasi classe di personaggio può fare delle robe pazzesche che riempiono lo schermo di roba colorata. Forse un ulteriore problema è proprio questo, perché sullo schermo a un certo punto, con lo Shamano o il Negromante non si capisce più niente in un unico delirio di omini, luci, esplosioni, roba da raccogliere. Tutto figo, bene inteso, che gira senza nessuno degli sfigatissimi rallentamenti del pc che usavo per Diablo 2. Solo che Diablo 3, che ho preso per ps3 e poi per ps4, con un adattamento da mouse a pad per me anche molto ben riuscito, ora giace disinstallato. 


- L'annuncio di Overwatch 2: come avviene ormai da anni, è un cartone animato che annuncia all'inaugurazione del Bizzcom 2019 l'avvento di Overwatch 2. Overwatch parla di un futuro pieno di supereroi e supercriminali come in un cinecomics Marvel. In seguito ad una guerra contro una sorta di esercito di robot gli eroi si erano fatti notare ed erano diventati un simbolo di speranza. Dopo eventi non ancora meglio approfonditi il gruppo si è sciolto, qualcuno è passato al male e qualcun altro si è ritirato a vita privata. Il primo gioco partiva con Winston, una scimmia super-intelligente che richiamava gli Overwatch dispersi nel mondo per affrontare nuove minacce, tra cui quelli tra loro che sono inspiegabilmente passati dalla parte del male. Overwatch 2 parla del ritorno dei megarobot della guerra di cui sopra, che ora sembrano tornati pure loro a fare casino. 
Subito dopo il cartone animato si è passati ad un filmato del gameplay vero e proprio.
Pertanto se il primo gioco inscenava scontri tra due fazioni di eroi concentrandosi sulla difesa di un territorio o sulla scorta di un convoglio lungo un percorso (in gergo partites player vs players o PVP), Overwatch 2 oltre a implementare la formula originale crea livelli in cui una un gruppo di eroi deve fare fronte a un esercito di nemici controllato dal computer (in gergo modalità "orda" o "zombie" o players vs "event" generico, in acronimo PVE). Il primo Overwatch comprendeva degli eventi saltuari stagionali di modalità PVE, ma erano di fatto piccole porzioni di livelli più simili a un tiro a segno a tempo, qui si vuole fare le cose più in grande. In aggiunta, e questo non so se vederlo come un bene o come un male, Overwatch 2 vorrebbe introdurre un sistema di evoluzione dei personaggi, non ho ancora chiaro se si parla di implementazioni fisiche progressive (il che sarebbe per me un male, perché sbilancerebbe le partite e allungherebbe le code per la scelta solo del personaggio "potenziato") o di "sbloccaggio" di nuove abilità (che per me sarebbe un bene, in quando permetterebbe prima di una partita di scegliere un assetto diverso ma non superiore). Vedremo.
Quello che invece è chiaro è che il gioco originale non viene pensionato, ma verrà unificato con questo seguito. Quindi tutti gli sbloccabili e statistiche maturati con il primo gioco si trasferiranno sul secondo e ci sarà condivisione delle stesse mappe. Overwatch 2 quindi fungerebbe come una espansione (probabilmente chi compra Overwatch 2 avrà "incluso nel prezzo" tutto Overwatch 1) che aggiunge gli eventi PVE e forse qualche livello esclusivo, con tutti i nuovi personaggi e livelli che rimarranno condivisi tra Overwatch 1 e 2. Si parla di una nuova modalità PVP a "conquista mete" stile football americano. Si parla per il due anche di modalità storia, pensate per approfondire la trama generale e forse dei singoli personaggi anche con successive espansioni ad hoc. Mi va benissimo direi, il gioco si espande e non si stravolge. Si ritocca un po' dal lato visivo, così chi gioca usando come disco-base il 2 apprezzerà una grafica più evoluta, ma alla fine è tutto qui. Se dovesse uscire per play5, potrei ancora giocare per molto tempo ancora sulla play4, godendo delle implementazioni che anche il primo titolo comunque riceverà. Del resto Blizzard ha sempre avuto un occhio di riguardo per espandere i proprio prodotti con le relative community prima di passare al prodotto successivo vero e proprio ed Overwatch è una Proprietà Intellettuale che ancora va benissimo, con un livello visivo e di gameplay per nulla invecchiato nel tempo anche grazie ad un efficace (e infine "furbo") stile Cartoon Disneyano. 
Unico dubbio concreto per ora è il PVE. Se nel PVP mi trovo benissimo con una squadra a sei di "casual sconosciuti", se (come pare) il PVE prevederà squadre di 4, con una durata dei "livelli" più lunga e un maggior affiatamento, "giocare casual" potrebbe essere più difficile. Potrò appurarlo però sono nel concreto. 


-Diablo 4 "esiste": e sembra proprio che abbia abbandonato lo stile cartoon per ritornare al gothic fantasy dei capitoli 1 e 2. Più cupo, più cattivo, visivamente fuori dal mondo e speriamo che almeno giri bene su ps5 (ma non sono ancora state fornite piattaforme e specifiche tecniche). Anche qui è stato presentato un filmato seguito da un breve gameplay. Per ora sono state svelate tre classi di guerrieri, tra cui ritorna proprio dal capitolo 2 il Druido, uno dei miei preferiti. Mi attira un sacco. Sta già partendo una menata sul fatto che non esisterà di fatto una modalità offline, ma Diablo è solito esordire con affermazioni fuori di testa che poi si traducono con idee fuori di testa come case d'asta e amenità strane su cui poi Blizzard fa marcia indietro dopo giuste insurrezioni popolari. Vedremo come andrà a finire.
-Finale: Al Blizzcon sono state presentate anche altre cose, come la nuova espansione per World of Warcraft, ma sono titoli su cui Blizzard non investe nel settore console, quando io per giocare ho solo una console. Quindi nisba.  
Di sicuro Diablo 4 e Overwatch 2 potrebbero essere benissimo titoli che giocherò nei prossimi anni (Overwatch salvo inaspettato disinnamoramento, l'altro dipende dalla macchina che lo supporterà). Quello che si è visto per ora è molto interessante. Speriamo bene. 
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domenica 10 novembre 2019

Terminator Dark Fate: la nostra recensione/sfogo



 - Sinossi fatta male: nel presente del "Terminatorverso" per questioni varie non sono accaduti i fatti di Terminator 3, Salvation e Genisys, così andiamo a vedere al cinema il seguito "ufficiale" di Terminator 2. Solo la saga di Halloween ha fatto tali pasticci di continuity, ma tiriamo innanzi. Per questioni varie il futuro leader dell'umanità nella continua lotta contro le terribili macchine del futuro è una ragazzetta messicana che si fa portavoce di una debolissima vertenza sindacale contro i padroni plutocrati che vogliono mettere due macchinari in più in catena di montaggio. Ed è subito Che Guevara. Tra latinos proletari, mariachi e cani che si chiamano "Taco", arriva dal futuro pure un Terminator ispanico cattivo interpretato da Diego Luna. Come al solito la resistenza dovrebbe inviare un "Terminator buono", ma visto che siamo in periodo di girlpower a manetta, tra Jedi donne, Ghostbusters donne e Capitan Marvel che apre in due le astronavi, ci tocca a questo giro una "donna potenziata", rigorosamente mascolinizzata (capello corto, zero trucco, jeans e canotta da James Dean)  e che anche se nuda sembra priva di capezzoli (dai tempi del Terminator di Kristanna Loken va così). Ad aiutare la gnappetta "rivoluzionaria" e la sua T-woman arrivano la storica Sarah Connor (una ancora grintosissima Linda Hamilton) che evidentemente non è morta in Terminator 3 e presto si unisce alla combriccola una delle diecimila versioni del T-800 (Un Arnold Schwarzenegger in ottima forma, che abbandona i sorrisi creepy di Terminator Genisys) che Skynet ha mandato nel passato. Riusciranno ad avere la meglio sul Terminator latino, che da vero tarocco scopiazza il T-800 e il T-1000 con poca convinzione? 


- Aaaaaancora. aaaaaancora. aaaaaaaaaaancora. Perché io da quella sera non ho fatto più l'amoreeee seeeeenza te: Voi avete presente Terminator? Terminator 2? Terminator 3? Terminator Genisys (in omaggio al megadrive)? Stessa cosa. Sempre lo stesso canovaccio. Almeno Terminator Salvation aveva provato a mischiare la formula, male, ma ci aveva provato. Qui no, siamo sui soliti binari morti, con ancora (è la terza!!!!!!) la minaccia di iniziare una "nuova trilogia" in cui "succederanno cose nuove". Ma porco Skynet, è troppo almeno tentare di non riciclare lo stesso film mille volte e avventurarsi magari su qualcosa di diverso??? Perché già il primo Terminator di Cameron appariva come una copia di Halloween di Carpenter per l'80% delle inquadrature, salvo introdurre quel mondo futuro apocalittico da paura a fare giusto da sfondo. Ora quel mondo futuristico da paura a fare giusto da sfondo dopo quarant'anni è rimasto ancora quello stesso cavolo di mondo futuristico da paura a fare giusto da sfondo. Non è più nemmeno una parte di trama, è solo un "meme" con i T-800 scheletrici che escono da fumo/acqua/fuoco a seconda dello sfondo del desktop che preferisce la moglie del produttore. E se il futuro è un "meme" e il regista non si chiama James Cameron stiamo ancora girando una variante di un episodio a caso di Halloween. Di nuovo!! E la presenza del "mostro buono che combatte con noi" o il fatto che il nuovo Terminator sia fatto di gelatina o di pongo non basta a dire che la formula è diversa!! Se l'orizzonte narrativo è quindi canonico da far addormentare nell'ennesima giga-scena action con aerei e cascate che si dimentica dopo due minuti che si è usciti dal cinema, non è comunque da disprezzare la "salsa" che si sono inventati per servire quello che è sempre lo stesso piatto. 


- Personaggi a fuoco: quello che mi aveva colpito in Genisys era l'evoluzione "naturalistica" del nuovo T-800. In pratica il T-800 lì "invecchiava" per via della pelle che ricopriva il suo endoscheletro. I circuiti ammuffivano, arrugginivano, di fronte a un organico, un "retaggio umano" che era stato sottovalutato nella progettazione. La natura prima o poi avrebbe "preso il sopravvento" e battuto la tecnologia, i T-800 erano destinati a diventare un po' come quei gigantoni buoni di Laputa (o come Bastion di Overwatch, per i più giovani). Per questo i sentimenti umani nascevano in modo quasi schizzato sul volto di un cyborg che ancora non li padroneggiava a pieno (un po' come Data che in Star Trek Primo Contatto si innesta il chip emozionale. Bello anche se più propriamente creepy. Il T-800 di Dark Fate ha invece una evoluzione di stampo quasi esistenzialista, che se vogliamo rimane in linea con quanto visto in Terminator 2. In quanto macchina che ha assolto al suo compito e non può riceverne altri, il T-800 diviene privo di scopo e cerca un nuovo senso di vita presso un nuovo gruppo di appartenenza, guarda caso le sue precedenti "vittime" umane, di cui cerca di carpirne i sentimenti pur nella certezza di non poter mai essere considerato umano. È quindi una "aspirazione (infinita) all'umano" che lo muove, nella certezza che le macchine non potranno così mai entrare di fatto nel ciclo della natura. Mi piace anche questa interpretazione e Arnold vive la parte come una specie di Golem malinconico, un custode delle fragilità degli umani con cui ora convive e forse ama. Il T-800 diventa quindi una specie di cavaliere templare, uno stoico guerriero serio e dall'aura epica. Arnold è semplicemente magnifico in questa interpretazione. Ugualmente fantastica è Sarah Connor, che nonostante alcuni acciacchi dovuti all'età e all'accentuarsi del complottismo di cui ha sempre sofferto è veramente la guerriera definitiva. Dice di aver combattuto tutta la vita contro le centinaia di Terminator che le hanno mandato nel passato, trascorrendo i giorni tra scontri, allenamenti e ubriacature fino a svenire. Linda Hamilton trasmette benissimo tutto questo bagaglio di eroismo e dannazione, a cui associa un sense of humor macabro irresistibile. 


- Personaggi non troppo a fuoco: Il resto del cast è volenteroso ma non regge il confronto. Dopo che Robert Patrick con il suo T-1000 ha ri-definito i canoni della macchina di morte futuristica, non c'è stato un solo villain cibernetico degno di memoria. Diego Luna incarna una creatura che non si capisce letteralmente come funzioni. Sono due in uno? Ma non era più sensato che fossero separati? Ma "uniti" sono più forti secondo quale logica? Pare uno di quei pupazzetti del Doctor Skifiltor con la pelle che si scioglie per rivelare lo scheletro sotto, ma a cosa serve?? A livello di verve è moscio e indefinito allo stesso modo. La Grace di Mackenzie Devis è un soldato esasperato dalla necessità di essere utile e la paura di avere più limiti che abilità, molto interessante ma un po' trattenuta a livello emotivo, dei nuovi è il personaggio più bello. La gnappetta è invece davvero un "senza voto". Dovrebbe trasudare carisma e determinazione, come la Hamilton dei capitoli d'oro, ma il suo personaggio si avverte debba fare un percorso diverso, diventare una specie di "collante relazionale" in virtù della sua forte empatia. Sono che questo traspare poco, almeno in questo film, e considerando l'insieme ho paura che non ci saranno ulteriori sedi per approfondirlo. 

- Fuoco alle polveri e fuochi di paglia: Tim Miller è un regista esperto negli action movie e io mi ero immaginato che questo Terminator, per altro benedetto da James Cameron in persona, fosse un po' dalle parti di quel Deadpool 3 che da quando i mutanti sono passati in Disney probabilmente non ci sarà più. E invece niente, Miller fa capire che è ancora lui in un paio di momenti (Mitico Arnold con martellone), ma tutta la sua verve dissacrante e amore per lo splatter è saldamente con il freno a mano tirato, al punto da risultare spesso la pellicola poco incisiva anche se piacevole, "generica" e a tratti noiosetta quando appare inchiodata agli schemi più logori. Quando si cerca di (ri)fare Terminator 2 il confronto è spietato, e purtroppo capita spesso. Dopo che nel film entra Schwarzenegger, un bel momento, segue una fase del tutto dimenticabile fino al confronto finale, per altro ultra-derivativo pure lui. È una regia con il pilota automatico, mancano le follie, mancano delle scene iconiche al di fuori di quelle già viste nel trailer. L'ambientazione non aiuta molto, tra scenari spesso generici e intercambiabili. 


-Ritornerà ancora? Arnold e Linda sono carinissimi, quasi rincoglioniti a volte ma in modo assolutamente amorevole. Grace è una scheggia impazzita autolesionista ma anche sensibile, purtroppo poco esplorata. Tutto il resto è noia, no non ho detto gioia, ma noia noia noia... maledetta noia!!! Poche idee visive e narrative, poca voglia di vedere un capitolo successivo, una contenuta voglia di riscoprirlo in home video. Non c'è un'idea forte, di rottura, per rinnovare il brand. Non c'è neanche la volontà di creare un'azione sufficientemente originale o a rotta di collo per appassionare quanto meno l'occhio, alla maniera dei film di Bay o dei film orientali. Ma quanto sarebbe fico un Terminator con un numero infinito di scontri stile The Raid di Evans??? Quanto potrebbe essere matto e horror se girato come un claustrofobico nascondino da un Pascal Laugier? Servono nuove vie, rigirare di nuovo lo slasher con il pazzo che insegue la final girl fino a essere sconfitto da lei è roba trita, già vista, già pure amata, ma che ormai ci ha rotto le scatole. 
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giovedì 7 novembre 2019

Lucca 2019 - la sempre più diserbante conferenza Dynit



Sabato 2 novembre, verso le 16:30 in quel del Lucca Comics & games. Il grande Cavazzoni prende posto ed è pronto a scatenare l'inferno con degli annunci che scuoteranno dal di dentro i cuori di ogni animefan italiano che si rispetti. 
Mi arrendo, giuro che non ce la faccio più con questo speranzoso entusiasmo perennemente disilluso. 
Dopo l'estenuante catalogo di proposte manga che, mi spiace, incontrano il mio grado di interesse allo zero assoluto, ecco che arrivano le novità anime.
Le bombe ci sono, non posso negarlo. 
La prima è Demon Slayer, l'anime tratto da uno dei manga di maggiore successo degli ultimi tempi, edito in Italia da Star Comics. Quella rappresentata da Koyoharu Gotouge è una storia di demoni e mistero ambientata in un Giappone medioevale, caratterizzata da uno stile di disegno finissimo, dettagliato quanto tipico di opere horror classiche come il tezukiano Dororo. La serie animata è realizzata da Ufotable, il team dietro a Fate/Stay Night Unilmited Blade Works ed Heaven's Feel, nonché una delle più apprezzate realtà dell'animazione Giapponese contemporanea. Top+Top, Demons Slayer è visivamente sublime è davvero curato, senza fatica il titolo del momento e la scelta migliore in assoluto, per tutti noi fan dell'horror e del Giappone medioevale, da avere anche in italiano. La versione italiana sarà esclusiva VVVVID e partirà a fine anno, seguirà home video. 


Non di minore impatto è l'annuncio dell'acquisizione da parte di Dynit di Promare, film d'animazione per il cinema del blasonato studio Trigger di Kill la Kill e Gurren Lagann. Promare, un po' sulla linea di Fire Force, è un action sincopato e visivamente esasperato che mette in scena la guerra tra una particolarissima brigata di pompieri e quelli che sembrano dei demoni. L'animazione ha tutti i connotati tipici delle produzioni Trigger, dalla ricerca di una coolness senza senso per la caratterizzazione dei personaggi alle infinite esagerazioni grafiche nelle scene d'azione e a uno stile fortemente umoristico e dissacrante. Sul titolo erano girate voci discordanti circa l'interesse di altri editori, con Dynit che più volte ha fatto orecchie da mercante negando la possibilità di averlo. Non è quindi un caso che il titolo sia stato annunciato a sorpresa al termine della conferenza. 


Altra novità è il film Seven days war, tratto dalla graphic novel di Osamu Soda. Dei ragazzini "okkupano" una fabbrica sul fiume con gli adulti che si oppongono e i miei testicoli che raschiano terra per assoluta mancanza di interesse, mentre la mia mente torna a quell'abominio di "concetto di rivoluzione studentesca giapponese" visto ne La collina dei papaveri. Manca sono l'adattamento di Cannarsi, per cui temo che da Dynit vengano chiamati quegli adattatori  "figli di Cannarsi" che hanno già lavorato a quel (raro) Shinkai-pacco dal titolo "la mattonata del violino e dell'aereo dal nome stronzo" (non mi ricordo se il titolo originale fosse effettivamente quello, questo titolo è però migliore e più coerente. P.S. L'ultimo Shinkai al cinema, come in pratica il 90% di tutto il cinema di Shinkai mi è invece molto piaciuto e non presentava troppe fesserie grammaticali). Visivamente sembra molto carino, ma carico di quello stile educatino e pettinatino che mi rende subito i personaggi irritanti e molesti. Aspetto la visione per capire quanto sono fuori strada e scoprire magari che è il titolo dell'anno. 


Seguono due conferme, in un mondo in cui le conferme per altro sono tutto fuorché scontate: il nuovo film di My Hero Academia e il terzo film di Fate/Stay Night heaven's feel, entrambi al cinema. 
Si è parlato anche della stagione 2 di One punch man in italiano, che dovrebbe prima o poi uscire se va in porto un congiungimento astrale tra Dynit, Viz e Chruncyroll. Speriamo. 
Il resto sono le speranza del pubblico nel solitamente deprimente Q+A finale, con comunque al cinema a dicembre il già annunciato in precedenza film-evento dello studio 4C, Children of the Whales
E arriviamo appunto alla richieste disattesa più cocente, che per me e per molti non trova ancora un senso, il "no" a Gundam Narrative. Ogni volta che esce l'argomento, Cavazzoni dà l'impressione di cadere letteralmente dalle nuvole e non comprendere di cosa si stia parlando. Pare che gli stiamo chiedendo tutto di un botto e senza senso un recupero di Gundam Seed Astray o la quarta serie dei Gundam Build Fighters. In genere risponde con un sorpreso e sibillino "ma a voi è piaciuto?" come se gli stessimo proponendo una cosa del tutto fuori dal mondo. Pur comprendendo che Dynit non è babbo natale e può non essere interessata a qualsiasi cosa il pubblico le propone nello sconfinato catalogo delle produzioni animate nipponiche, in fondo Gundam Narrative è un film unico (che nessuno pretende sia portato al cinema) legato a Gundam Unicorn, titolo da Dynit pluri-venduto e ultra ri-stampato anche l'altro ieri, realizzato dallo staff di Gundam Thunderbolt, da Dynit pure portato al cinema, nonché "ponte" collegato alla prossima trilogia di Gundam, Hathaway's flash, che Dynit a ogni conferenza ripete di voler considerare con interesse. Ormai sono una decina e più di anni che Dynit propone almeno un titolo di Gundam, in genere legato all'Universal Century, e Narrative era il titolo nuovo di questo filone. Non sono un addetto ai lavori ma una di quelle persone  che hanno comprato da anni, grazie a Dynit, tutto Gundam Unicorn, poi Thunderbolt e quell'interminabile "coito interrotto" di Gundam Origin (che bello quanto volete se ci ripenso ancora mi girano per come il progetto "non" è finito) ed erano contente all'idea di voler spendere 30 euro per Gundam Narrative. Forse faccio però parte di un pubblico troppo di nicchia, anche considerando che in pratica il 90% delle persone che conosco che segue Gundam, tutti Over 40, non sa manco cosa sia VVVVID. Boh. Anche Birthday Wonderland uscirà solo in home video, Gundam Narrative ha proprio bisogno di avere pure lui il traino in sala? Io ringrazio con stima Dynit per tutto quello che ci ha portato e ci porta, comprendo che questa sia una scelta probabilmente sensata  in termini di aspettative di vendita, spero magari che ci ripensino. 


Dove il Cavazzoni mi è piaciuto, è nel come ha risposto alla domanda su Yamato 2202. Non ha confermato che ci siano piani immediati, ma ha detto che c'è ancora speranza, che il titolo gli interessa. Yamato 2202 è un gioiello e dopo lo straordinario lavoro svolto da Dynit per Yamato 2199 e film collegato è in effetti il titolo che più attendo. Incrociamo le dita. 
Cavazzoni ha parlato anche di Amazon Prime, servizio Streaming con cui sta portando nuovi titoli anche doppiati. Potrebbero tradursi in home-video, ma solo se il pubblico si dimostra interessato al progetto. 
Come sempre non parlo in questo articolo dello streaming, quanto dell'home-video. Ormai tutti i servizi streaming scoppiano di nuove produzioni interessantissime, ma l'home video in italiano sta scomparendo e per me è un peccato. Alla fine questa dei cartoni giapponesi in italiano è più una tradizione che per molti è (già da anni) anacronistica, me ne rendo conto. Però a questa tradizione sono ancora legato e supporto con gioia gli editori italiani che ancora si mettono in gioco in questo campo. Dynit a questo giro non sorprende negli annunci. Demon Slayer e un One Punch Man 2 "forse" è di fatto tutto quello che otteniamo come nuove serie TV. Mi sarei aspettato Goblin Slayer, Made in Abyss. Mi sarei ribaltato sulla sedia per l'annuncio di Megalo Box o di un Darling in The Franxx. Avrei partecipato con denaro vero ad un crownfunding per Space Dandy in italiano, a un certo punto ho sperato, leggendo gli astri, pure in JoJo ,vista la programmata anteprima lucchese della saga di Vento Aureo con i sottotitoli. Forse era troppo presto, ma avrei goduto per No Guns Life. Magari sarà per un'altra volta. 
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mercoledì 6 novembre 2019

Il Parassita - Parasite: la nostra recensione del nuovo capolavoro di Bong Joon Ho



I parassiti sono creature che si approfittano di un ambiente ricco di risorse, si nascondono nell'ombra ma sono facilmente identificabili dall'odore. Puzzano di strada, di sporco. Anche se fanno di tutto per mimetizzarsi con l'ambiente, magari nella vegetazione, la loro scoperta prima o poi diviene inevitabile e il ribrezzo da parte degli esseri umani, che guardano con disgusto la loro natura, porta inevitabilmente a schiacciarli con odio, a sopprimerli con i gas della disinfestazione. Nei sobborghi di una grande città una famiglia che vive di espedienti è così povera e piena di parassiti che quando la disinfestazione pubblica arriva nella loro zona aprono la loro finestra, situata a ridosso della strada, per far sì che i gas la inondino ripulendoli. Intossicarsi pur di ripulirsi è un po' il motto di questo strano gruppo di disperati, formato da una madre ex campionessa di lancio del martello, un padre ex autista, un figlio pluri-rifiutato all'Università e una figlia dall'incredibilmente prospero futuro da truffatrice. Un amico del ragazzo deve andare a vivere all'estero e lo invita a prendere il suo posto come insegnante di inglese di una ragazza di una ricca famiglia. Arrivato sul nuovo posto di lavoro, il ragazzo si rende conto della volubilità della padrona di casa, riesce in qualche modo a raggirarla e a far entrare nell'entourage di autisti, domestici e altre figure di sostegno della famiglia tutti i suoi parenti. Ovviamente tutti sotto falso nome, la famiglia, tra impegno effettivo e truffa manifesta, inizierà a vivere sulle spalle di questi ricchi. 


Parte come commedia degli equivoci, si trasforma in thriller, diventa quasi horror, si rivela una delle più vivide e lucide metafore sociali sulla disuguaglianza di status. Il mondo che viene dipinto è fatto a scale di reddito non accessibili se non tramite la raccomandazione e l'inganno, i poveri "puzzano", la natura sfoga la sua rabbia sui più deboli. Si potrebbe farci una risata sopra, ma non può che essere amarissima. Il nuovo film del talento coreano Bong Joon Ho, regista di vere perle sci-fi come The Host e Snowpiercer, torna a farci respirare le atmosfere urbane decadenti dei suoi primi lavori, nella specie penso a Memories of Murder, in questa satira carica di un humor nero sulfureo, spesso travolgente e qualche volta malinconico. La pellicola trasmette odori di abiti consunti dalla muffa, ci fa sentire la polvere tra le dita dei piedi scalzi, ci fa affondare nei liquami di un sistema fognario esploso, fa avvertire la fame e la gioia quasi magica di assaporare del bacon in realtà destinato a un cane. La povertà circonda l'animo e rende voraci, la povertà ha il volto di un'ombra che si muove nel buio con occhi accesi come un  gatto. Bong Joon Ho crea con il suo cinema degli spazi abitabili apparentemente solari per poi renderli angusti, sempre più stretti, febbricitanti di una umanità che arriva sempre più a invadere il paesaggio e installarsi come muffa in ogni dove. Così la finestra verso il mondo del povero appartamento della famiglia protagonista è innaffiata dal piscio di un ubriaco che l'ha scelta per latrina abituale. Le stanze della ampia villa nascondono stretti e sporchi cunicoli, delle mutandine prima raccolte come "prova" di un reato al senso comune divengono un trastullo erotico, un feticcio. In questo gioco olfattivo la puzza si fa respingente e a volte familiare, si nasconde (o si accetta di nascondere come segno di "comprensione") o si teme fino a che non non se ne può più, fino a che fa esplodere i sensi. È un cinema "materico" che avrebbe appassionato anche il primo Jean-Pierre Jeneut. Il "nostro" Ferreri, che sui sapori e odori ha impostato gran parte della sua arte, avrebbe amato questa pellicola probabilmente, ne avrebbe fatto una sua versione. Poteva in questa passata epoca immaginaria essere un ottimo film con Ugo Tognazzi e la Melato. Ma il sapore di questi temi è tuttora attuale e l'interpretazione degli attori non è meno affascinate. Grande come una montagna è come sempre Song Kang-Ho, attore prediletto dal regista (presente sia in Memories of Murder che in Host e Snowpiercer) ma conosciuto da noi anche per i lavori con Park Chan-wook (Mister Vendetta, Lady Vendetta) e di Kim Ji-woon (Il buono, il matto e il cattivo, L'impero delle ombre). Il suo padre di famiglia sa essere buffo, sa essere tragico, sa essere spietato e tutto nello stesso film, con una coerenza e umanità che rende unico il suo personaggio. Non è da meno Hyae Jin Chang (già protagonista dello struggente Poetry di Lee Chang-dong e diretta da Lee Dong-eun in Mothers), che da corpo ad una madre buffa quanto pericolosa come un Bud Spencer ed è tenero quanto maldestro il figlio, interpretato da Choi Woo-shik (Train to Busan). La palma di migliore però voglio darla alla meravigliosa Park So-dam, nel ruolo della figlia. Sua è la scena più struggente della pellicola, mentre cerca di contenere un'inondazione di melma che scaturisce dal water della casetta allagata sedendoci sopra, fumandosi una sigaretta con uno stile da Bogart. 
Credo di aver amato ed essermi gustato ognuno dei 131 minuti di questa pellicola, che insieme a Mademoiselle di Chan-wook Park è tra le poche e preziose finestre che la distribuzione italiana ci offre su un cinema coreano di eccellenza, che riesce a essere sempre altissimo, di riferimento. 
È davvero un peccato perderselo e pertanto vi invito a cercarlo nelle sale, scovarlo e godervelo. È un film che riesce a far ridere, piangere, inquietare e riflettere. Un'esperienza visiva e "sensoriale" unica.
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lunedì 4 novembre 2019

The kill team - la nostra recensione




"Ridi e saluta". "Dai le caramelle ai bambini". "Tratta con riguardo il capovillaggio e ricordati che stai a casa loro". "Non fare il cretino con il fucile, tienilo basso". Con un superiore che impartisce solo questo tipo di ordini, i soldati di un piccolo commando americano operante tra il 2009 e il 2010 in Afganistan (vicenda tratta da una storia vera), si rompono un po' le palle, non si sentono adeguatamente impiegati e realizzati, scherzano sui tempi morti di una routine giornaliera con poche occasioni stimolanti. Poi il loro superiore salta su una mina, arriva un nuovo superiore con i baffi, il sergente Deeks (il bravo Alexander Skarsgard) e allora sì che i giochi cambiano. Questo è un vero "bro". Condivide con loro la PlayStation, conosce dove trovare la roba buona da fumare, compra le riviste porno per tutto il plotone e personalmente cucina per tutti le bistecche più succulente, con il proprio barbecue. Inoltre è "uno serio". Mentre con il precedente capo non si andava da nessuna parte, il nuovo ha un fiuto supremo e scova a getto armi e terroristi, bonificando territorio dopo territorio. Tutti lo amano, tutti vogliono la sua stima. Come Rayburn (Adam Long), che si butterebbe nel fuoco per lui. Come Briggman (Natt Wolf) che per diventare il capo - mezzo ha deciso di compiacere Deeks scontrandosi a botte con gli altri pretendenti ma che dopo i primi tempi si fa dei dubbi sulla necessità di questo eccesso di cameratismo. Soprattutto quando compare una sacca pesante e piena di armi russe sotto il letto di Deeks. Soprattutto dopo che Briggman stesso ha visto con i suoi occhi che quelle armi sono state buttate vicino a un presunto terrorista appena giustiziato. Il ragazzo presto sa che i ragazzi sanno. Non tanto che le azioni di Deeks siano poco limpide, quanto il fatto che Briggman non le accetti e potrebbe presto tradire il loro gruppo. 


Il regista Dan Krauss porta sullo schermo una storia vera, una pagina oscura dell'esercito americano a cui aveva già dedicato nel 2014 un documentario accolto con molto clamore dalla critica. È una storia che potremmo definire di "nonnismo", sulla mancanza dell'empatia, sulle ipocrisie che ogni conflitto racconta. In poche parole racconta come un gruppo coeso di militari costringe qualcuno "che non vuole fare parte del gruppo" (e quindi ha già ricevuto per loro una sorte di "morte sociale") a fare qualcosa che non vuole, arrivando a minacciarlo psicologicamente e fisicamente. Il gruppo segue una dinamica da branco e ovviamente inneggia e si sottomette felice al potere di un leader maschio alfa, da seguire a testa bassa anche quando ci sono di mezzo dei reati e la possibilità di una carriera finita dietro le sbarre. Il gruppo peraltro per difendersi trova una giustificazione morale contorta ma che per assurdo qualcuno potrebbe vedere come "accettabile", addirittura utile all'impegno bellico contingente, quasi eroico. Se il meccanismo è chiaro, il film vuole evidenziare fino a che punto il branco potrà spingersi per attaccare e difendersi, soprattutto quando a contrastarlo è un singolo, già debole e demotivato in partenza. La trama, lineare ma non banale, si sviluppa principalmente nella relazione tra il personaggio di Wolf, il "divergente" dal gruppo, sempre spaventato, isolato e a contatto telefonico costante con i genitori in America, e il personaggio "alfa" sicuro, seducente e terribile di Skarsgard, che ha nel gruppo (per lo più indistinto) dei militari la propria "emanazione". È una danza di seduzione e minaccia continua, non dissimile dall'odio/amore visto di recente per esempio in Dogman di Garrone. Non mancano ovviamente le scene di tensione, che spesso nascono ingenue, come presunti "scherzi" dietro una giocosità infantile che sembra palese, per poi estremizzarsi, farsi pesante, avvicinandosi quasi a situazioni da film horror. L'insediamento americano è dipinto come una prigione emotiva in cui tutti sono felici o imprigionati e costantemente osservati a seconda di come vengono vissute le relazioni interne. Il "nemico da combattere" è una figura vaga e indistinta, di cui non si comprende la lingua né si familiarizzano i costumi, un ottimo espediente narrativo che alimenta nello spettatore la confusione morale circa quello che sta vedendo (come la scena che rende "proficue" le azioni del branco, in quanto portano allo svelamento di armi vere) e rende meno "evidenti" le difficili scelte morali dei personaggi. 
Non è un film leggero né manifesta mai la volontà di esserlo. Posso fare la giusta ironia sul fatto che spesso un attore amato dal pubblico "diventa cattivo" perché si fa crescere dei baffi. Ma Skarsgard ha baffi molto professionali che lo immergono benissimo nel ruolo del villain. 
Davvero una pellicola interessante. 
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venerdì 1 novembre 2019

Le storie n.85 - L'uomo temperato - disegni Matteo Mosca, storia Chiara Rufino



 In una Torino contemporanea Annalisa, giovane avvocato sottopagato che si occupa per lo più di sinistri stradali, difende la memoria dello zio, un dirigente che in un atto di follia ha ucciso due noti imprenditori per poi suicidarsi. Cosa avrà spinto un uomo apparentemente calmo come lui, quasi noioso, a compiere un gesto tanto eclatante? C'è qualche interesse economico dietro alla vicenda? Ad aiutare Annalisa nelle indagini, che si dimostreranno da subito molto pericolose, c'è il cugino Giampaolo, nonostante il difficile rapporto con il padre e la frequentazione di compagnie turbolente. Oltre a scavare nella vicenda, i due dovranno fare i conti con i forti e contrastanti ricordi del loro passato.
Chiara Rufino confeziona un thriller che riesce a catalizzare l'attenzione, lasciando attaccati alla lettura, dal primo minuto fino a più di metà dell'opera. Il meccanismo narrativo poi diventa più canonico, ma c'è davvero da elogiare questa bella partenza. Quando l'autrice decide di descrivere l'intimità dei suoi personaggi, soprattutto nei flashback riguardanti l'infanzia, riesce a raggiungere delle vette narrative molto interessanti, agrodolci, in grado di rievocare certe suggestioni del cinema di Comencini, su tutti Incompreso del 1969. Lo zio, il signor Temperini è il complesso ritratto di un uomo fragile, che affronta un limite morale per lui troppo grande da condividere e troppo difficile da gestire in modo sensato. Ma anche, meno titanicamente, è un uomo comune, con le sue difficoltà ad amare e a farsi amare. Più lineare il personaggio di Giampaolo, che vive con l'età (e letteralmente in poche pagine di una ridotta sequenza temporale) un cambiamento che necessiterebbe di maggiori approfondimenti. Annalisa allo stesso modo potrebbe essere esplorata di più ma, chi può dirlo, potrebbe non essere l'ultima volta che incontriamo questi personaggi.
Matteo Mosca è uno dei più grandi talenti che si è affacciato sulla collana antologica Bonelli. Il lato oscuro della luna, il numero 5, per i testi di Bilotta è per me ancora il migliore tra tutti i numeri. La Torino raccontata attraverso i disegni di Mosca è una città viva, brulicante, frutto di un amore del dettaglio che ha del maniacale nella ricostruzione di strade e monumenti, anche quando tali scorci sono avvertiti a delle scene prettamente d'azione. Ugualmente i personaggi sono molto realistici e sembra più volte di assistere a un film, con il buon Temperini che più volte ricorda nelle espressività l'attore Christopher Walken. 
L'uomo temperato è un piccolo thriller intimista dal buon ritmo, realizzato visivamente in modo magistrale. La storia vive dei suoi momenti migliori quando indaga i personaggi sul piano introspettivo, ma dispiace che una pari attenzione non sia riservata all'impianto investigativo e che il meccanismo che porta all'epilogo manchi un po' di forza e si basi su premesse poco esplorate. Tuttavia la somma dei punti positivi dell'opera supera di molto i suoi difetti. 
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