sabato 17 dicembre 2022

Orlando : la nostra recensione del nuovo film con un Michele Placido “nonno a Bruxelles”

Italia, giorni nostri. Da qualche parte nel nord, tra le montagne, vive Orlando (Michele Placido). Orlando non è “furioso”, non è nemmeno “cattivo, incazzato e stanco”. Parla una lingua tutta sua che nella valle in pochi comprendono, si veste fuori dal tempo come Tomas Milian ai tempi del Monnezza, se qualcuno lo cerca può lasciare detto al bar, dove c’è anche un telefono. Orlando è semplicemente lì, da un tempo infinito, uguale a se stesso, aggrappato tenacemente alla sua casetta e all’orto, con la sola compagnia della fisarmonica e di troppi notti buie da trascorrere da solo, in silenzio, dopo aver per un secondo dato uno sguardo alla foto della moglie che non c’è più. Orlando ha chiuso ogni ponte con il passato, ma il passato non è d’accordo e gli si ripresenta, sotto forma di un foglio di carta appallottolato: con sopra scritto un numero e il messaggio “tuo figlio ha bisogno di te”. Occorre andare al bar per usare il telefono e scoprire che è un numero estero, di Bruxelles. Occorre cercare nella valle un pastore che, richiamando quel numero, possa capire che cosa dicono dall’altra parte. Il senso arriva ed è tragico: il figlio di Orlando sta male e Orlando dopo un tempo infinito deve sradicarsi da quel posto tra i monti e prendere un treno. L’arrivo a Bruxelles è confuso: un’agente di polizia lo scopre con i documenti scaduti, vuole mandarlo all’ambasciata e per comunicarglielo dal tedesco utilizza un cellulare che traduce in italiano, lingua che Orlando comunque non mastica molto. Tra strade, treni e qualcuno che riesce a indirizzarlo Orlando arriva a destinazione e trova il figlio già morto, pronto per un funerale a cui dovrà andare tenendo la mano di una bambina che non conosce, Lyse (Angelica Kazankova). È la mano di sua nipote e ora è suo compito non mollarla, aiutarla ad andare avanti. La madre per la legge di quel posto non è stata tenuta a riconoscerla e Lyse non sa dove sia. Il padre viveva con una ragazza asiatica cui è scaduto il visto, Lyse avrà 13 anni ed è sola ma è autonoma, spigliata, più grande della sua età. Orlando prova a portarla a casa sua tra i mondi del nord Italia ma Lyse non molla, fino a che lui decide di provare a stare con lei a Bruxelles, pagando di tasca propria affitto, scuola, corso di pattinaggio e ogni altra cosa che serve per sopravvivere. Fino a che i soldi finiscono e Orlando inizia a cercare lavoretti di ogni tipo, sottopagati e usuranti. Gli stessi lavoretti che faceva a Bruxelles suo figlio, dal cameriere allo spazzino all’addetto alle aiuole, spaccandosi la schiena pur di non tornare in Italia. Solo che Orlando è un uomo anziano e anche se assomiglia a Tomas Milian quella schiena può spaccarsela presto e gli assistenti sociali locali sono pronti a togliergli l’affidamento di Lyse, se non potrà dimostrare di riuscire a mantenerla.


Ha molti aspetti vicini al western urbano, questa crepuscolare pellicola scritta (insieme ad Andrea Cedrola) e diretta da Daniele Vicari, prodotta da Rai Cinema, Tarantula e Rosamont. La fotografia di Gherardo Gossi fa un grande uso di insoliti campi larghi/larghissimi che rendono Bruxelles più ampia del deserto del Nevada, il montaggio di Benni Atria è lento e meditabondo come una cavalcata anche se ci muoviamo su treni superveloci, la colonna sonora di Teho Teardo annulla i rumori del traffico usa tanti giri di chitarra dal suono caldo, con naturalmente qualche tocco di fisarmonica in onore di Orlando, ma anche in onore di quel western di Morricone e Leone. Michele Placido assomiglia con gli anni e con il trucco sempre più a come sarebbe oggi Tomas Millian (cogliete l’occasione e dateci un Nico Giraldi con lui, non perdiamo questa occasione!): ha un volto eastwoodiano affilato e quasi “intagliato dalle rughe”, un fisico ancora invidiabile e muscolarmente attivo, lo sguardo abbassato ma  profondo, malinconico e al contempo titanico, di chi non molla. La brava Angelica Kazankova, biondissima e dalla chiacchiera infinita, non interpreta una damigella da salvare, anche se nei primi momenti può apparire come una bambina indifesa. La sua Lyse ha una “sensibilità corazzata” e riesce bene a tirare fuori il carattere di una piccola donna di frontiera da far West, una in grado di cavarsela da sola, rispondere a tono, azzerare le lacrime e contrattaccare. Placido e la Kazankova si muovono in questo paesaggio “western middle europeo contemporaneo” che come “italiani all’estero” percepiscono caldo e accogliente come un blocco di ghiaccio. Un luogo formalmente modernissimo, ineccepibile nella pulizia, multietnico e inclusivo, pieno di possibilità lavorative, ma nel quale vivere/sopravvivere non è per nulla scontato: la giusta immagine reale, confermata “da chi ci è stato”, di una Europa del presente non edulcorata dalla propaganda. Placido e la Kazankova si incontrano e si scontrano, cercano un linguaggio comune e una volta che si scoprono controvoglia “famiglia” aprono la pellicola a nuovi orizzonti. Dalle “atmosfere western” il film di Vicari qui vira, prova a creare piccole e felici incursioni nel cinema sociale belga dei fratelli Dardenne, qualche volta si fa documentario, qualche volta neo-realista, schivando di poco la “mina”, vicinissima, che lo farebbe finire dalle parti di Zappatore con Merola. Vicari ha buoni interpreti e personaggi solidi e così riesce senza difficoltà a dare corpo a una storia che sappia badare più al futuro che al passato, per nulla consolatoria e “pro-attivamente problematica”, “irrisolutamente” vitale nella ricerca della costruzione di un “domani”. In un cinema italiano come quello odierno, per lo più incapace di dare posto a pellicole che guardino al futuro, una pellicola come Orlando diventa quasi un film di fantascienza sociale. Un piccolo film, ben realizzato, dedicato a “chi non molla” e decide di poter cambiare la sua vita anche in età avanzata, con il coraggio e la malinconia dei cowboy. 

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venerdì 16 dicembre 2022

Flamingo party: la nostra recensione del film basato sul libro della influencer Charlotte M. che tanto può aiutarci nel comprendere il modo di pensare di molti ragazzini d’oggi e forse ci apre a un nuovo modo, un po’ “destabilizzante”, di fare cinema

Premessa doverosa dedicata al pubblico più adulto: negli anni ‘80 oltre alla scuola esistevano per “parlare ai ragazzi” le trasmissioni del pomeriggio dedicate ai più piccoli che ogni giorno, dalle 16 alle 18 circa (ma non solo), trasmettevano cartoni animati e offrivano un intrattenimento leggero, a volte didattico. Erano i tempi in cui, nel picco massimo di questa cultura televisiva, la trasmissione di Rai 1 Solletico, condotta da Fabrizio Frizzi, coproduceva insieme alla associazione in difesa degli animali WWF, la versione in italiano di Nausicaa della Valle del Vento di Hayao Miyazaki, un film sulla società e sull’ecologia particolarmente vicino alla sensibilità di un pubblico di giovani spettatori, cui seguiva in studio un dibattito di approfondimento che coinvolgeva tanto giovanissimi che esperti. Sul lato “Fininvest”, Alessandra Valeri Manera era la mente dietro a quel Bim Bum Bam che aveva tra i vari cartoni animati un angolo della posta importante, in cui i ragazzini scrivevano a dei giovani conduttori, educati a comportarsi con loro come fratelli maggiori, di piccoli e grandi problemi. Era un momento prezioso di supporto e confronto, gestito con leggerezza e simpatia e che metteva i ragazzini al centro dell'attenzione, per una volta prima dei messaggi promozionali. La tv parlava ai ragazzi, almeno nella fascia dalle 16 alle 18, facendogli compagnia mentre facevano i compiti di scuola. Poi fu il diluvio, poi il nulla. La tv per ragazzi di Mediaset divenne sempre più interessata alla pubblicità, Alessandra Valeri Manera abdicò e il suo lavoro a favore dei più giovani spettatori scomparve in breve. Solletico scomparì di conseguenza, avendo “perso di senso” la battaglia con il Biscione. Si diede più spazio (pur lodevolmente) a una televisione per un pubblico di bambini molto più piccoli, con prodotti come la Melevisione e per tutelare maggiormente questo “pubblico più piccolo” arrivò una massiccia censura su tutti i cartoni animati non dedicati a un pubblico strettamente di cinque anni (specie la terza stagione di Lupin III che fu resa del tutto incomprensibile dai tagli): sostanzialmente dei ragazzi in età adolescenziale non si curò più nessuno. Si parlò del fatto che erano cambiati i tempi, che alle 16 del pomeriggio ora i bambini erano al doposcuola o a judo, che le madri ora lavoravano e non facevano più le casalinghe e alle 16 o il bambino era al doposcuola o si doveva pagare una tata o (al peggio) doveva esserci una tv “omogeneizzata per l’infanzia”. Nessuno si curò nel mondo dell’intrattenimento dei ragazzini, almeno fino a che arrivò nel 2000 qualcosina agli albori di internet e in tv si cercò la via controversa del “telegiornale per ragazzi/adulti” Lucignolo. Intorno al 2010 YouTube iniziò a sfornare un nuovo tipo di intrattenitori per bambini/ragazzi: gli influencer. Influencer che nella maggior parte dei casi erano ragazzini che si rivolgevano come pubblico ad altri ragazzini coetanei spesso improvvisando, parlando con loro un medesimo “linguaggio” che con il tempo sarebbe stato per gli adulti sempre più criptico, autoreferenziale e incomprensibile.  Perché fuor di metafora, non me ne voglia il metodo Montessori, pure i genitori più volenterosi non riescono oggi a guardare certi youtuber per ore pur di comprendere cosa piace al proprio bambino: manca il tempo e la forza. Ed ecco quindi che il cinema nel 2022 ci viene incontro in modo insperato e prodigioso, con una “riduzione a 80 minuti” del succo di migliaia di ore di uno “spettacolo unico” che passa dal tutorial per il trucco e ai giochi proibiti con la tavola OuiJa, dalle  feste di compleanno con sfide a suon di palloncini da scoppiare a improbabilissimi momenti da pseudo fotoromanzi moderni con al centro bambini e bambine ben pettinati che cantano in autotune per poi scambiarsi momenti di tenerezza. In un solo film tutto l’influencer-pensiero di una numero uno come Charlotte M che da anni intrattiene con successo, nei vari modi sopra descritti, distinti in separate tipologie di video, un vasto pubblico di minori. Questo film rappresenta un distillato purissimo dell’esperienza che i ragazzini fanno ogni giorno su YouTube, viene “recitato” in prima persona dalla stessa influencer e da alcuni giovani attori e offre la sintesi/manifesto esistenziale il succo del pluriennale impegno della “Charlotte youtuber”: avendo per base un libro da lei stessa scritto, che in genere viene autografato al fan durante gli imprescindibili incontri che lei tiene con il pubblico. Eccoci quindi a questo Flamingo Party, che dobbiamo imparare a guardare con gli occhi giusti e nel contesto giusto, comprendendo e non giudicando, consapevoli che, se le nuove generazioni passano ore e ore a intrattenersi in questo modo e in questo “mondo” davanti a un pc, potrebbero magari oggi volerlo fare in una sala cinematografica, di fatto adibendola a uno spettacolo “diverso dal solito”. Uno spettacolo frutto della indubbia capacità dell’influencer come intrattenitrice, quanto della colpa di noi adulti nel non riuscire a condividere con i giovani le loro passioni o ispirarli a passioni diverse. Quindi viva Charlotte M e viva questo Flamingo Party, che per componenti narrative e recitative appare invero più simile a un video di YouTube che a un film vero e proprio, e che pertanto considereremo alla stregua di un “docu-film”, come quelli su Totti. Un “docu-film” dall’animo leggero che descrive la quotidianità dei giovani secondo il linguaggio dei social, che è comunque un indispensabile strumento didattico per comprendere i più giovani e per “migliorarci come adulti”: per farci magari sopportare maggiormente da loro e forse farci ragionare sulla eventualità, non troppo impossibile, di passare più tempo insieme a loro, magari con l’aiuto di qualche Gormita. 

Andiamo al succo.

In questo film Charlotte affronta il primo anno del liceo, sviluppa una particolare coscienza sulla necessità della preservazione della fauna, organizza un grande evento di beneficenza, scopre le difficoltà e gioie di una relazione con l’altro sesso e come questa può complicarsi in ragione di relazioni pre-esistenti e impegni lavorativi che giocoforza ne possono ridurre il tempo condiviso. Tutto questo accade in un mondo in cui i social sono pesantemente presenti. Prendete appunti sul modo in cui la nostra eroina vive queste situazioni, per sviluppare le strategie genitoriali più adeguate e aperte all’ascolto . 

Sinossi: Carlotta per il suo compleanno invita la sua amica del cuore Sofy nella casa dei nonni dove al centro del giardino c’è un Noce maledetto… no scusate, ho confuso influencer (ma temo che pure questo prima o poi me lo troverò in sala…). Nei pressi della casa dei nonni di Carlotta c’è un laghetto con i fenicotteri, che lei ama alla follia ma che non potranno più stare a lungo in quel posto a meno che non si trovino dei soldi per supportare un'associazione ambientalista. Carlotta subito dopo questa gita viene casualmente insignita dalla mitica Giulia, la studentessa dell’ultimo anno più in vista, come suo successore al ruolo di social media manager del prestigioso liceo Volta. È la prima volta che una “primina” come Carlotta ricopre questo incarico e lei lo ha ottenuto proprio per via di una foto che Carlotta ha postato che la ritrae insieme a Sofy e ai fenicotteri. Da qui l’idea del secolo per cogliere questo segno del destino: realizzare una festa per raccogliere i soldi per salvare i fenicotteri facendo buon uso del suo nuovo “super potere” di media manager, coinvolgendo tutto l’istituto Volta. Occorrerà trovare un dj, un luogo dove fare la festa, un luogo per organizzare scenografie e gadget, comprare spuntini e bibite e dei vestiti bellissimi per lei e Sofy da mettere in quella circostanza. Un piano ambizioso ma che sembra subito ingranare, con il dj più amato della scuola che si dimostra disponibile dopo le prime titubanze grazie a una estemporanea “sfida auto-tune” e la preside che subito supporta l’evento. Tuttavia sul “flamingo party” incombe l’antipatia per Carlotta di Sabrina, la arcigna star di atletica dell’istituto che avrebbe voluto essere lei la nuova media manager e farà di tutto per contrastare l’evento dei fenicotteri, dalla creazione di un canale social “hater” alla progettazione di una festa alternativa che dovrà tenersi lo stesso giorno del Flamingo Party. Presa da tante preoccupazioni e da un amore appena sbocciato, Carlotta inizia a diventare troppo rigida e scostante con chi la circonda. Riusciranno i fenicotteri a restare nel laghetto? 

 


Punti di interesse per uno spettatore adulto/genitore: in Flamingo Party va in scena tutta la gioiosa confusione del passaggio dall’infanzia all’adolescenza di Carlotta (o se preferite Charlotte), in una specie di Mean Girl/Mondo di Patty 2.0 aggiornato molto pesantemente all’era social. Ogni azione e sentimento per “esistere” in questo “mondo estremizzato” devono essere documentati su Instagram/Facebook/altro e le qualità di una persona vengono brutalmente misurate dal numero di followers al suo seguito e mooolto più raramente (ma nel film capita) dalla originalità dei contenuti che propone. La condivisione mediatica spinta annienta ogni confine tra pubblico e privato, dando vita a due tipologie di persone ben distinte. I “content creators/influencer/youtubers”, che diventano protagonisti assoluti sul palcoscenico della scuola e della vita, quelli che “fanno cose” in contrapposizione ai “followers”, che vivono di luce riflessa dei primi, lasciano come traccia di sé qualche buffo commento nei social e al più costituiscono un pubblico quasi muto e privo di autonoma volontà (però sorridente). L’amica di Charlotte, “super follower” di Sofy, ci tiene moltissimo al fatto che sui social l’amica pubblichi delle foto che la ritraggono insieme a lei e ai fenicotteri. Anche se questo apparentemente nel mondo reale non ha alcun senso nei termini della loro amicizia personale, che è molto profonda e cementata da anni di frequentazione, la pubblicazione nel film diventa qualcosa di molto “importante”, il motore stesso della trama. Allo stesso modo, l’amico follower del Dj vuole specularmente garantire a quest’ultimo che la sua fama venga ben capitalizzata, ragione per la quale decide, senza che gli sia richiesto, di comportarsi per lui come una specie di manager, permettendogli solo di “frequentare gli eventi giusti” e impedendogli di fatto di esprimersi creativamente e socialmente come meglio crede e dove si sente più ispirato per non perdere followers. Questi comportamenti di Sofy e dell’amico del dj sono un po’ estremi pur se magari vissuti da questi personaggi in assoluta buona fede, in quanto danno vita a delle meccaniche relazionali decisamente non troppo funzionali per una amicizia come la intenderemmo noi adulti “in modo vintage”. Meccaniche che saranno “premiate o stigmatizzate” dalla trama, ma che nel succo non appaiono troppo divergenti dalla relazione tossica “tradizionale” che riguarda il personaggio/follower di Zerbi che si mette a totale servizio della influencer Sabrina, compiendo di fatto atti di sabotaggio alla “fama altrui”, per garantirle un successo dal quale lui non trarrà alcun vantaggio nemmeno sul piano della sola riconoscenza. A Zerbi basta adorare Sabrina. Se tutto questo di base appare parecchio sconfortante, nella pellicola i follower “di rango ancora più basso” degli “amici elettivi/scudieri” sono creature non dissimili a zombie che non fanno che spostarsi in branco da una situazione all’altra, sotto le spinte spesso puramente emotive e umorali degli influencer. Ma torniamo proprio ai content creators, perché è qui che questa febbre da social “fa il giro”. I sentimenti/aspirazioni/passioni dei followers semplicemente non esistono e non fregano ai creators, se non come puro riflesso di una loro immagine di grandezza. Pertanto la comunicazione con loro può essere solo di facciata. Non c’è un singolo momento in cui nella pellicola si parli dell’importanza di salvare i fenicotteri spiegando perché sono a rischio, come possono essere salvati e quale sia la funzione della associazione che si cura di loro o come potrebbe la scuola attivamente fare parte del progetto. Charlotte vuole salvare i fenicotteri dietro la casa dei nonni e questo basta per muovere una rivoluzione. L’importante ai fini della trama rimane ingenuamente realizzare una campagna pubblicitaria con immagini di fenicotteri con foto in alta e non in bassa definizione e poi si finisce per porre al centro della festa “a favore dei fenicotteri” i problemi personali tra Sofy e Charlotte, Sabrina e il dj, imponendoli a tutti gli zombie-partecipanti senza alcuna priorità di scopo (senza cioè distinguere tra quella che “dovrebbe essere” una circostanza pubblica e quella che “dovrebbe essere” una circostanza privata), che tanto i followers seguiranno sempre e comunque qualsiasi cosa gli influencer facciano. Questa grandiosità di seguito fa credere ai creators che tutto ciò che fanno  o pensano sia “vitale, alla loro portata, sincero e importante”, facendo sviluppare in loro di riflesso un malcelato fastidio nei confronti di chi “oltre a sapersi vendere” qualcosa la sa fare (o almeno ci prova) come eccellere nello studio/lavoro o nello sport. Un esempio pratico di ciò avviene quando Charlotte prova per un istante a impegnarsi nella realizzazione della festa, decidendo a fine giornata di dedicare del tempo extra alla costruzione di una scenografia, dichiarando al resto del gruppo “io rimango qui ancora un po’ a lavorare”. Subito dopo interviene il dj, quel personaggio che crede a 14 che “non ci vuole nulla a studiare ingegneria aerospaziale” e si dichiara secchione anche se lo vediamo per lo più in moto, a cantare con l’autotune  e mai con in mano un libro. Il dj dice: “Per oggi basta così, abbiamo lavorato abbastanza, ci vediamo dopo”. Tempo un’ora scarsa e dopo più messaggi del tenore “Ma dove sei finita? Non dobbiamo uscire insieme dopo i lavori per la festa?”, la relazione tra il dj e Carlotta è già al capolinea, con Sofy “voce della coscienza/coro greco interiore/scudiero” che le dice: “Sei troppo cambiata Carlotta! Dedichi tutto il tuo tempo solo al lavoro e non agli altri! Cosa ti è successo??”. Allo stesso modo la rivalità tra Carlotta e Sabrina si palesa perché quest’ultima eccelle nello sport e decide di organizzare una festa per celebrare una possibile medaglia per una gara che si tiene nello stesso giorno della festa per i fenicotteri di Carlotta. La cosa che rimane sottotraccia “con fastidio” è che non ci sarebbe alcuna festa per la medaglia senza una medaglia, con Sabrina che di fatto si impegna nella corsa dei cento metri di atletica per vincerla. La circostanza che Sabrina vinca e ci sarà una festa è liquidata con un: “Ma tanto quella vince sempre, che volete che sia per lei vincere sempre??! Quella è perfetta, meglio le persone originali che quelle perfette! Ma quanto se la tira quella a vincere sempre??!”. Certo la trama ci tiene più volte a sottolineare come Sabrina sia una ragazza che vive di rancore e manipolazioni (volte anche a chiedere legittimamente sui social il motivo di una festa sui fenicotteri, ma tant’è…), ma qui il risultato sportivo per il liceo, che può dare un senso alla celebrazione di una festa, ha un senso logico, un senso che non è stato altrettanto chiaramente esposto da Carlotta nel proporre la sua festa sui fenicotteri all’istituto. Dietro a questa “paura della perfezione” si nascondono timori e insicurezze (oltre al “fantasma” della cugina di successo Matilde che perseguita dal primo all’ultimo minuto Carlotta) che potrebbero avvicinare emotivamente Carlotta a Sabrina, ma la pellicola non vuole o non può vedere ancora quel “passo”, perché possono essere ragionamenti che realisticamente un'adolescente magari non ha ancora maturato fino in fondo. Pertanto si procede a passetti, errori e timori, alimentanti dall’età ma anche da questa invasiva visione social del mondo che “tutto travolge”. 

Può essere che avremo sviluppi su questi temi in una pellicola successiva, con Carlotta che raggiungerà un'età più matura che la porterà a una consapevolezza diversa, ma per ora questo mondo degli adolescenti ci appare un perfetto scenario da film horror. Un horror dove l’ossessione per i social fa davvero tanto male alle relazioni umane.

 


Ricapitolando: il film va guardato come un docu-film, meglio se insieme a un'adolescente fan di Carlotta, cercando di accedere senza pregiudizi a un mondo che si camuffa un po’ tra “guerre tra feste”, dichiarazioni di amicizia eterna scritte a mano e sfide sonore nel segno dell’autotune, ma che rivela anche molti aspetti di vita reali, qualcuno anche sinistro. Aspetti sui quali da adulti poi parlare insieme con i ragazzi, per trovare insieme un senso a questi argomenti con animo aperto, ascoltando e comprendendo, magari “tranquillizzando” ma non giudicando. I ragazzini più piccoli oggi potrebbero avere un rapporto con i social che li pone davvero davanti a situazione scolastiche e di vita simili, magari non così estreme ma comunque vicine a quelle trattate da questa pellicola. Circostanze che li possono porre in zone confuse o scomode come quelle che vive Carlotta, che comunque riesce alla fine a barcamenarsi cercando un suo equilibrio, magari iniziando a vivere il suo rapporto con i social in modo più “diluito”, realizzando contenuti multimediali più corti” e scegliendo al contempo di dedicare maggiore attenzione a chi ha intorno e alla propria famiglia . Almeno fino al nuovo film, in cui magari la nostra protagonista potrà riuscire a comprendere anche il mondo di Sabrina o prenderà una strada del tutto diversa, diventando come Paola Marella. 

Flamingo party è un docu-film sull’adolescenza, con al centro influencer adolescenti che provano teneramente a recitare, ma alla fine finiscono per replicare quanto fanno su YouTube. Può essere per un adulto un docu-film un po’ spiazzante, costruito come è su dei registri narrativi tanto più vicini ai gruppi social che alle regole comuni del cinema. Per il pubblico di riferimento, ossia i fan di Carlotta, recitazione e qualità della storia in questo specifico caso sono aspetti del tutto soggettivi, in quanto il film è legato a tripla mandata agli show social della influencer che qui vengono ripercorsi in ogni loro aspetto estetico e comunicativo da una trama e personaggi che non fanno nulla per stravolgerne la formula. Risulta quindi propedeutico per i non addetti ai lavori almeno vedere qualche video social di Carlotta, giusto per avere una idea preliminare di quanto si affronterà in sala, con la consapevolezza che il film è rivolto ad un target molto specifico che è già affezionato e apprezza lo stile della influencer. Flamingo Party punta a trasformare lo show di Carlotta in uno spettacolo non dissimile da una puntata di Il mondo di Patty, ma alla fine risulta una visione più vicina a una puntata del Ferragnez, non che la cosa per forza rappresenti un bene o un male. È che la recitazione e la drammaturgia sono davvero in un campionato diverso rispetto a un film tradizionale, laddove il modo di questi influencer di rivolgersi al pubblico ricorda proprio quello stile da tv per i ragazzi anni ‘80 di Bim Bum Bam, Kiss me Licia e in parte della Melevisione che, ingiustamente espulso dalla tv generalista, quasi qui ritorna, rigurgita e reclama un suo posto e podio nel mondo della comunicazione di massa, sebbene mancante di guide spirituali come Alessandra Valeri Manera. Diciamo che se un film tradizionale è simile a un ascensore, questo è più simile a un frigorifero: sono prodotti decisamente “diversi”. Può essere che nel futuro le sale saranno piene di film realizzati da influencer, con centinaia di critici cinematografici “classici” che decideranno per protesta di darsi fuoco davanti a Cinecittà, ma restiamo sul prodotto e i suoi meriti. Il prodotto è esteticamente ben confezionato, con una fotografia colorata, scenografie calde, musiche simpatiche e un comparto tecnico di buon livello, un ritmo narrativo non sconvolgente ma accettabile e rimane per peculiarità intrinseche un prodotto destinato ai soli fan. Tuttavia per chi non è fan Flamingo Party apparirà per più aspetti magari straniante, ma può rappresentare una esperienza che ben metabolizzata insieme a dei giovanissimi può portare anche ad alcune riflessioni interessanti. Gli influencer stanno per conquistare il cinema e come direbbe la la magnanima mente-alveare di un cubo Borg di Star Trek: “la resistenza è inutile”. 

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sabato 10 dicembre 2022

Improvvisamente Natale: la nostra recensione del film con Diego Abatantuono e Sara Ciocca da dicembre su Amazon Prime

Estate dei giorni nostri, notte di San Lorenzo, in una località di villeggiatura tra le Dolomiti. L’albergatore Lorenzo (Diego Abatantuono) a causa di alcuni problemi finanziari è sul punto di vendere il suo chalet  davanti al lago a dei compratori cinesi, quando all’improvviso vengono a trovarlo la sua nipotina Chiara (Sara Ciocca) insieme alla figlia Alberta (Violante Placido) e al genero Giacomo (Lodo Guenzi). In genere Lorenzo incontra la sua famiglia a Natale, ma questa volta Alberta e Giacomo sono lì da lui per una questione urgente: sono sul punto di separarsi. Alberta ormai vive solo per lo studio legale in cui lavora, Giacomo continua a cercare senza successo di fare l’attore, i due non riescono più a comunicare e non fanno che arrabbiarsi tra loro, stanno diventando come degli estranei. Non avendo il coraggio di comunicare a Chiara la loro decisione, la copia chiede l’aiuto del nonno, e Lorenzo, molto deluso dalla situazione, accetta a malincuore di parlare della questione con la nipote dopo cena. Ma quella sera, prima che il nonno riesca a parlare con Chiara dei problemi dei suoi genitori, ecco che dal cielo compare una stella cadente. Lorenzo chiede alla nipote di esprimere un desiderio, perché porta bene, ma Chiara risponde che ha al momento in testa solo una cosa un po’ strampalata. Lorenzo insiste e Chiara racconta di quanto sia stato strano trovarsi dal nonno in questo periodo diverso dalle vacanze di Natale. In quel ferragosto i suoi genitori le sono apparsi tanto strani e pure nonno Lorenzo oggi le sembra strano, triste. Perfino i suoi amici della montagna sono diversi dal solito, con il suo fidanzatino Walter, che ha incontrato nel pomeriggio, che per le vacanze estive se la spassa con una ragazzina diversa da lei. Chiara vedendo quella stella cadente ha desiderato che al posto di ferragosto fosse subito Natale, come se tutte le cose potessero tornare al loro posto in quel mondo. Lorenzo ascolta, sorride un po’ sornione e accoglie con gioia il desiderio della nipote, disponendo che proprio ora, da quella notte stellata di agosto “ci sarà il Natale”. Già la mattina seguente l’albergatore si fa aiutare dal suo buffo e strampalato cameriere/consierge/cuoco/tuttofare Otto (il Mago Forrest, Michele Foresta) a riempire tutto l’albergo di addobbi, ghirlande e pupazzi giganti di Babbo Natale. Fa preparare un menù delle feste e ordina un panettone, manda i figli a comprare dei regali. Attirato da luminarie così insolite e per qualcuno “blasfeme in pieno agosto”, arriva nello chalet anche don Michele (Nino Frassica), un amico di vecchia data di Lorenzo che si autodefinisce “don Attak”, per la sua fama di celebrare solo matrimoni dai quali le persone non si separano, rimanendo per sempre “felici e incollate” a vita le une alle altre. Dopo  aver spiegato il desiderio della nipote, i due decidono una sorta di strategia a tenaglia per spingere Antonia e Giacomo a riavvicinarsi, in cui sarà coinvolto un po’ tutto il paese. Ad aiutare nell’impresa accorrono anche i genitori di Giacomo, l’imprenditore Mario (Antonio Catania) e la maestra appena arrivata alla pensione Rosa (Anna Galiena). Ma a insaputa di Mario in albergo c’è Claudia (Gloria Guida), fascinosa donna single con la quale ha avuto una piccola tresca mai rivelata a Rosa, dalla quale sarà opportuno nascondersi. Nel frattempo Chiara escogita a suo modo, insieme ai suoi amici della montagna, un piano per liberarsi di quegli strani investitori cinesi che “per come ha capito lei” starebbero ricattando il nonno: li farà spaventare a morte facendogli credere che l’albergo è stregato grazie ai suoi amici della montagna e a tanti effetti speciali. Riuscirà la magia di questo Natale in pieno agosto ad aggiustare la famiglia di Lorenzo?


Francesco Patierno scrive (insieme a Neri Parenti, Federico Baccomo e Gianluca Bomprezzi) e dirige una favola di “Natale anticipato,” dotata di buoni sentimenti e qualche “altro elemento magico”, con un particolare occhio di riguardo a un pubblico di giovanissimi più che agli abitué del cinepanettone. Patierno aveva già diretto Abatantuono da protagonista in un satirico film ugualmente “magico”, Cose dell’altro mondo (2011), dove un imprenditore esprimeva in una trasmissione tv il desiderio, un po’ cinico, che tutti gli stranieri lascassero l’Italia e tornassero nel loro paese di provenienza, con le conseguenza che questi “sparivano davvero”. Dopo una notte di tempesta non se ne trovava in giro più nessuno, con l’imprenditore, un po’ come nel classico di Natale Mamma ho perso l’aereo, che tornava presto sui suoi passi, pentendosi di quel desiderio e cercando di trovare una soluzione. Ma Patierno ha anche diretto un Abatantuono del tutto diverso e meno favolistico in La gente che sta bene (film del 2014), nel ruolo ruolo dell’antagonista crudele di un Claudio Bisio in un ruolo per una volta drammatico, in una storia a tinte noir quanto la sua serie tv Donne assassine (del 2008). Oggi Abatantuono torna a ricoprire per Patierno un ruolo più tranquillo, quasi ecumenico, “da nonno”. Lorenzo è un uomo saggio ma bonario, malinconico ma ancora arzillo, pronto a “passare  di testimone” alle nuove generazioni. Simile per molti versi al personaggio di  Abatantuono in Una notte da dottore, che lo vedeva al fianco di Frank Matano, ma questa volta a rappresentare la nuova generazione non abbiamo un comico, ma una giovanissima e bravissima interprete come Sara Ciocca, attrice poliedrica ora al cinema anche con l’ottimo Io sono l’abisso, scritto e diretto da Donato Carrisi. La Ciocca è oggi per talento un po’ la “nostra” Dakota Fanning e sa instaurare sullo schermo, sia con Abatantuono che con il cast di attori più giovani, una intesa davvero unica. Riesce a trovare anche i giusti tempi comici, sfruttando al meglio, e con una certa autoironia,  il fatto di sembrare una ragazza molto più grande della sua età. È l’interprete ideale, in un ruolo di “adulta-bambina”, in una storia in cui gli adulti si rivelano per lo più bambini-adulti, buffi quanto sconclusionati. Gli adulti litigano sempre, fanno le cose di nascosto, e spesso male, e una volta scoperti si tirano l’insalata russa in faccia. Fanno di tutto per “tenere il broncio”, sono bravissimi con Super Mario Kart della Nintendo, anche quando gli tocca lavorare procedono a tentativi per improvvisazione. I bambini sono rispettosi della eco-sostenibilità ambientale, risolvono i loro diverbi e dispute amorose con pragmatismo, cercano di “salvare la baracca” (cioè lo chalet del nonno) e cercano di terrorizzare i cinesi con competenza e organizzazione: tra effetti speciali, trucco e tanta suggestione, portando in scena dei momenti da vero film horror. Momenti gustosi quanto sapientemente e ironicamente incorniciati anche dalle belle musiche di Pino Donaggio, in grado fin dall’inizio a mixare i campanellini da canzoncina natalizia con le note dello Shining di Kubrick.


È quindi un mondo un po’ al contrario quello di Improvvisamente Natale, ma che regge e diverte, per la trama ma anche per la presenza di molti mattatori. Come il Mago Forrest / Michele Foresta, nel ruolo di Otto, il tuttofare dell‘albergo che si esprime tra sagaci battute alla Groucho Marx e in mille gag fisiche alla Buster Keaton. Come il don Michele di Frassica costretto a fare l’investigatore maldestro o l’agricoltore stralunato di Paolo Hendel. Ha una incredibile faccia da cartone animato il personaggio dell’imprenditore Long di John Kennedy Ben Gomas, che dà il meglio di se nelle scene a “”tinte horror”” con i bambini . Bambini che risultano divertenti e simpatici; anche i due ragazzini che si contendono il cuore di Chiara, il “dinamitardo” Nicolò di Christian Dei e lo “sciupa femmine” Walter di Luca Charles Brucini. Un po’ sacrificata forse per motivi di “targettizzazione” del film verso il pubblico dei più piccoli, tutta la storia del triangolo sentimentale tra Antonio Catania, Anna Galiena e una sempre radiosa Gloria Guida: ci vengono raccontate delle cose interessanti sull’abitudine del personaggio di Catania di travestirsi da donna davanti alla sua amante, che a sua volta si vestirebbe da uomo, ma a questa cosa di fatto non assistiamo mai su schermo e un po’ ci dispiace. Simpatica ma non troppo amalgamata la coppia formata da Violante Placido e Lodo Guenzi. La Placido deve un po’ sobbarcarsi il ruolo “antipatico” della madre rigida, poco divertente e troppo assorbita dal lavoro. Guenzi sarebbe un papà buffo e scombinato ma l’attore, pur con tutta la buona volontà e una divertente espressività, non riesce troppo ad emergere nei dialoghi e viene relegato per lo più a gag fisiche che lo vedono “spostato e fatto cadere” più volte nel laghetto dello chalet, per circostanze sempre più strane. 

Improvvisamente Natale è una pellicola ben confezionata e adattissima per un pomeriggio in famiglia in questo mese di dicembre. È un film garbato sui buoni sentimenti, dedicato ai più piccoli, forse non sempre a tratti non troppo scoppiettante ma genuino, girato in posti da sogno tra le Dolomiti e con un’aria natalizia diversa dal solito ma frizzantina. Forse anche il fatto di ambientarlo ad agosto ha aiutato. Bravo e quasi commovente Abatantuono, specie nelle scene con la Ciocca dove tira fuori molto del suo lato paterno, anche se vorremmo vederlo nuovamente al di fuori dei panni del nonno, magari un Attila Anziano, non ci lamentiamo. La Ciocca sappiamo che conquisterà Hollywood e non vediamo l’ora di seguirla nei suoi prossimi passi e siamo contenti di conoscerla qui un po’ di più, scoprendo maggiormente le sue capacità comiche e autoironia. Ci manca un po’ il fatto di non vedere Catania che balla con Gloria Guida vestito da donna, ma è forse qualcosa che appartiene a un altro spazio e un altro tempo. O magari a un sequel. 

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venerdì 9 dicembre 2022

Pinocchio di Guillermo del Toro: la nuova pellicola di Netflix, dal 4 dicembre nelle sale, ispirata al celebre personaggio di Collodi e (forse) alla Stop Motion di Will Vinton

 


C’era una volta, in un paesino di montagna dell’Italia dell’inizio del ‘900, un bambino di nome Carlo, figlio di un falegname vedovo di nome Geppetto (in originale con la voce di Adam Bradley). Carlo voleva seguire la strada del padre e lo aiutava nella creazione di un crocifisso in legno nella chiesetta locale, quando degli aerei da combattimento a corto di carburante, per “alleggerirsi” e arrivare fino alla base, decisero di liberarsi della loro bombe. Carlo aveva ancora in mano la pigna che aveva deciso di piantare per creare il suo personale “albero per fare i giocattoli”, quando la piccola chiesa esplose e Geppetto rimase solo. Il falegname piantò la pigna di Carlo in alta montagna e iniziò a perdere ogni interesse per il suo futuro, incominciando a bere. Anni dopo un grillo istruito e girovago (in originale con la voce di Ewan McGregor, che sarà anche il narratore di tutta la vicenda) cercava una casa in cui soggiornare e la trovò all’interno dell’albero di Carlo, ma subito dopo, in una notte piena di fulmini, Geppetto in preda a rabbia e disperazione decise di abbatterlo. Il falegname portò a casa il tronco e colpendolo con forza, tritandolo, sminuzzandolo, levigandolo e fissandolo a martellate con dei chiodi che ne facessero uno scheletro, diede così forma a un burattino che chiamò “Pinocchio”. Sfinito ma soddisfatto, andrò a coricarsi. Quella notte la signora dei boschi (in originale con voce di Tilda Swinton), una creatura che viveva tra il mondo dei vivi e quello dei morti e aveva particolarmente a cuore Geppetto, non volendo più vedere l’uomo in quello stato decise di dare vita a quel burattino. Perché diventasse una persona per bene, in grado di discernere il bene dal male, la signora chiese all’istruito grillo di stargli vicino, come maestro personale. Il giorno dopo Geppetto, sorpreso e un po’ spaventato alla vista di quella creatura di legno che lo chiamava “padre” (con la voce in originale del giovane attore Gregory Mann), si muoveva da sola sinistramente come un ragno e non faceva che distruggere la sua bottega con azioni inconsulte, decise di rinchiuderla in casa. Fino a che Pinocchio non riuscì a scappare e riapparire davanti a Geppetto in chiesa, durante la funzione, tra i fedeli che terrorizzati lo guardavano come un demone e il podestà (Ron Perlman) che invece lo osservava con interesse: come una strana e potente arma magica da presentare a Mussolini. Nei giorni che seguirono Geppetto cercò più volte di farlo “rigare dritto”, offrirgli una istruzione e considerare sempre più Pinocchio come un bambino vero, pari a suo amato figlio Carlo, ma il compito gli risultò particolarmente gravoso. Fino a che Pinocchio, per aiutare economicamente il padre, divenne la star dello spettacolo itinerante di marionette del losco Barone Volpe (Christoph Waltz) e della sua scimmia “Spazzatura”. Presto Pinocchio, seguito da Geppetto e dal Grillo di paese in paese senza che i due riescano a raggiungerlo, avrebbe incontrato anche Mussolini e forse il suo destino. Riuscirà Pinocchio a riabbracciare Geppetto e a farsi amare da lui come un bambino vero e non sono come “rimpiazzo” di Carlo? 


Tra le mani di Guillermo del Toro e i maghi della stop motion rinasce a nuova forma il Pinocchio di Collodi, simile nella sostanza ma differente nel contesto. Abbiamo ancora negli occhi il cupo e “anticato” Pinocchio di un Garrone ancora attaccato a Il racconto dei racconti, già lontanissimo dal Pinocchio disneyano di Zemeckis del 2022 (il primo con un Geppetto “vedovo”), ma il burattino dell’opera originale negli anni (e secoli) si è declinato e aggiornato più volte. Ci sono stati autori che hanno smontato e rimontato il contenuto del romanzo di Collodi, attualizzandolo o espandendolo o rendendolo qualcosa di nuovo. Chi abbracciandone le suggestioni più satirico/sociali, come il fumettista Vincent Paronnaud. Chi privilegiandone gli aspetti più favolistici dell’opera come Disney ma anche Dreamworks. C’è stato chi si è avventurato nella fantascienza portando l’elemento umano nella macchina, laddove “c’è del Pinocchio” in Astroboy di Osamu Tezuka quanto nel David di A.I. di Spielberg, ma anche “estremizzando” in Roy Batty di Blade Runner, nel Ranxerox di Tamuburini/Liberatore e nel Tadashi di Galaxy Express di Matsumoto. In quanto alla “forma” abbiamo avuto dei Pinocchio disegnati “fatti di carne” (Ausonia), Pinocchio interpretati su schermo da attori adulti (come Benigni), dei Pinocchio realizzati con effetti speciali pratico/manuali (celebre quello di Rambaldi) o computer grafica (con il Pinocchio di Shrek), abbiamo avuto un “Burattino senza fili” alla scoperta delle pulsioni adolescenziali protagonista di una celebre canzone di Elio e le storie tese. Ora siamo arrivati a questo nuovo e sfolgorante film in stop-motion fortemente voluto, da anni, da Guillermo del Toro. È un Pinocchio che seguendo la particolare poetica del regista messicano non poteva che  prendere vita in un modo sanguigno, rumoroso, cruento e spaventoso: quasi “prometeico” nelle meccaniche di fulmini e viti che lo accomunano dalla creatura di Frankenstein di Mary Shelley. È un Pinocchio che vive come la piccola protagonista de Il labirinto del fauno all’interno di un cupo e tumultuoso periodo bellico, più fatto di incubo che magia, in cui può per qualcuno essere visto come un’arma, uno strumento inumano rinato dopo un sacrificio di sangue come il Kyashan della Tatsunoko. È un Pinocchio a stretto contatto spirituale con il culto dei defunti dei paesi latini, con rimandi alla stop motion de Il Libro della vita (prodotto da Del Toro) e La sposa cadavere, abituato a parlare con una “fata turchina” che è a tutti gli effetti una raffigurazione della Morte nemmeno troppo dissimile da come sempre Del Toro la rappresentava in Hellboy: The Golden Army. Il pescecane, seguendo l’amore di Del Toro per Lovecraft non poteva che essere una creatura tentacolare alla Chtulhu, il grillo non poteva che  avere dei rumori sinistri simili alla creatura di Mimic


Ma soprattutto per Del Toro doveva essere un Pinocchio “reale”, realizzato nel 2022 ancora in legno, con una tecnica antica che permette di scolpirne i sentimenti a mano, da veri “Geppetti”. Pinocchio in piena era digitale sceglie di rinasce “vintage”, come pura “marionetta cinematografica”, creatura in stop-motion che viene realizzata affettuosamente, come si faceva 50 anni fa, per lo scrivente  in diretto omaggio a uno dei più noti “Geppetti“ della clay-Animation, Will Vinton. A partire dal pupazzo in stop motion di Geppetto, che dal volto e movenze caricaturali ma estremamente umane richiama visivamente il protagonista di Le avventure di Mark Twain, la sfortunata opera di Vinton del 1985 realizzata all’apice della sua arte. Altri personaggi richiamano invece pupazzi animati della versione odierna di quelli che furono i Vinton Studios, la società Laika (nata a cavallo della realizzazione de La sposa cadavere di Tim Burton per volere della “famiglia Nike”), come il Conte Volpe, che per struttura, colori e movenze sembra uscito dritto da Boxtrolls, e come il dinamico Spazzatura, che riprende moltissime movenze e dettagli della scimmia di Kubo

La scelta della stop motion non è quindi casuale ed è interessante, laddove così sullo schermo, con la magia del cinema, prendono vita davvero ”marionette senza fili”. Le immagini in stop motion ci appaiono da spettatori in rapida successione, “vive”, ma in realtà richiedono agli animatori un lavoro di costruzione di giorni e giorni, continua rimodellazione e riposizionamento di personaggi e set, con ogni singolo movimento ed emozione scolpita per dare corpo a 60 fotografie di pellicola al secondo, con precisione e amore infinito. Per una tale magia era necessario che molto dello “spirito artigianale” di Vinton albergasse tra gli animatori di questo nuovo Pinocchio, che non a caso sono stati scelti tra i geniali autori del dissacrante tv show Robot Chicken, lo studio americano ShadowMachine, quanto tra gli inglesissimi maestri del Jim Henson Studios dei Muppets e The dark Crystal. Studi di esperti che si sono gettati a capofitto contemporaneamente nel progetto (per dimezzare i tempi) già da diversi anni, in quello che a tutti gli effetti, per gli alti costi della stop-motion è stato considerato un “Production hell”, fino a che Pathé e Netflix sono entrati nella partita, insieme anche a nomi come Daniel Radcliffe, che si è avvicinato all’opera prima come attore e poi come produttore. Un ulteriore tocco “alla Del Toro” è arrivato dalle musiche del compositore di La forma dell’acqua Alexandre Desplat, ma il regista messicano ha saputo anche distanziarsi dal suo mood malinconico e donare all’opera un tocco di “vivacità e freschezza”, affidandosi per i testi all’estro del canadese Patrick McHale, uno degli autori-chiave del fenomeno Adventure Time. Il risultato dell’unione di tutte queste suggestioni e artisti ha dato vita a qualcosa di davvero unico e sorprendente, originale quanto fortemente attuale, vitale quanto crepuscolare. Un’opera diversa nello sviluppo dei personaggi ma affine nello spirito con il testo di Collodi. Il burbero Mangiafuoco viene mixato con la scaltrezza della Volpe, dando vita a un “Conte Volpe” particolarmente seduttivo quanto cinico, più esperto di propaganda che di marionette. Il paese dei balocchi diviene il “paese della guerra”, dove i bambini sono spinti da sogno di grandezza e eroismo a diventare non asini ma carne da cannone. La cultura cattolica e la Storia entrano in dialettica con la favola quasi “collidendo contro Collodi”,  in forme che Collodi stesso ai tempi ha sapientemente schivato (con la metafora, trasformando i personaggi di potere in creature dai contorni zoomorfi) e che oggi invece è interessante e attuale affrontare. Mette un certo brivido ascoltare il personaggio di Mussolini, pur reso buffo e caricaturale dall’animazione, che a un certo punto dice: “Mi sono sempre piaciuti i pupazzi”. È un Pinocchio che apre a molte riflessioni su cosa comporti, ieri come oggi, essere considerati da qualcuno come un burattino: “una testa di legno” da manovrare più che ascoltare nelle sue reali inclinazioni come un libero essere umano. Per chi segue e insegue il burattino “ribelle” c’è in ballo sempre un “tornaconto”, che può essere emotivo come nel caso di Geppetto, quanto prettamente politico, socialmente o economicamente desiderabile. Nella costruzione di queste dinamiche narrative giocano molto bene in lingua originale, come performer vocali, Bradley ma anche Perlman e Waltz, senza dimenticare il ruolo fortemente ascetico di Tilda Swinton (dovessero girare dei film su Ghandi o il Dalai Lama oggi segnerebbero per interprete principale la Swinton). Poi ad alleggerire il carico arriva Patrick McHale e il suo umorismo (il pescatore sembra uscito dritto da Adventure Time), ci sono le sequenze più improntate sull’azione e la meravigliosa chimica che si sviluppa tra il piccolo e “squillante” Pinocchio di Mann e l’affannato Geppetto Bradley, c’è lo “spaesamento operoso” del divertente Grillo di McGregor. 


Una nota anche sulla poderosa e accurata ricostruzione del periodo storico, con un numero incredibile di dettagli realizzati con pignoleria, dalle architetture ai manifesti dell’epoca, dai veicoli ai vestiti. Un lavoro davvero immane quanto visivamente appagante che coinvolge ogni minimo fotogramma di girato. 

Il nuovo Pinocchio di Del Toro è denso di contenuti e amore per l’opera originale, pur reinventandosi in un contesto del tutto diverso. È realizzato con cura nei più minimi dettagli, dalla storia ai pupazzi e scenari, vantando un cast tecnico e artistico di alto livello e per molti versi è una lettera d’amore all’Italia. Come molti dei lavori di Del Toro può apparire come una favola gotica, un racconto dark che forse potrebbe spaventare i più piccini, ma in fondo anche il Pinocchio di Collodi era pieno di tocchi dark (ma ovviamente “non solo”). La maggior parte delle fiabe non ritoccate nel 1900 sono dark, ma in effetti per i suoi contenuti l’opera di Del Toro  per i più piccoli necessita di una visione guidata. L’invito è comunque di vedere il film magari in compagnia di un adulto, meglio se un genitore o insegnante che aiuti per lo meno a contestualizzare il periodo storico in cui è ambientata la vicenda. 

Questo Pinocchio profondo quanto divertente, malinconico quanto estremamente dinamico è la più brillante dimostrazione di quanto il burattino di Collodi sia ancora un personaggio attuale e importate per “l’arricchimento umano” delle nuove (e vecchie) generazioni. Del Toro con questo film firma una nuova meravigliosa lettera d’amore per il personaggio. 

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giovedì 8 dicembre 2022

Strage World: la nostra recensione del nuovo film animato Disney diretto da Don Hall, che esplora con un intelligente approccio moderno l’avventura secondo Jules Verne

 


Circondato da una catena invalicabile di montagne, prospera in pace e serenità il misterioso regno senza tempo di Avalonia. Le uniche persone che hanno cercato di varcare questi confini naturali sono una nota famiglia di esploratori: i Clade. Durante una spedizione ad alta quota, il possente ed eroico Jeager Clade (in italiano con la voce di Pannofino e in originale con quella di Dennis Quaid) decide di abbandonare il gruppo e proseguire da solo “oltre ogni confine”, quando il figlio Searcher (Marco Bocci, in originale Jake Gyllenhaal), in seguito alla scoperta di una pianta misteriosa con proprietà energetiche, il “pando”, vuole provare a tornare indietro in città per esaminarla. Passano gli anni e Jeager risulta ancora disperso mentre ad Avalonia il pando, coltivato da Searcher nella vasta “fattoria Clade” è diventata la principale fonte di energia, in grado di fornire in modo pulito tanto l’illuminazione, quanto l'alimentazione per i motori dei futuristici hovercraft e aeroplani che solcano il cielo. Un cielo dal sapore sempre più steam-punk ma “più ecologico”, un cielo pando-punk. Mentre l’adolescente figlio di Searcher, Eathan (Lorenzo Crisci) inizia a domandare al padre informazioni sul nonno, le colture di pando iniziano a dare degli strani problemi e il sindaco Callisto (in originale Lucy Liu) decide di coinvolgere Searcher in una spedizione su un’aeronave nello sconosciuto mondo sotterraneo di Avalonia, seguendo le radici più profonde da cui si dirama la pianta energetica. Eathan si unisce in gran segreto alla ciurma ma durante il viaggio Searcher, tra mostri misteriosi e paesaggi incredibili, finirà per incontrarsi anche con suo padre Jeager. Riuscirà la famiglia Clade a salvare la situazione e allargare i confini di Avalonia?


Ogni tanto in Disney mettono da parte le principesse e si occupano anche dei racconti di avventura per ragazzi. Abbiamo avuto a inizio 2000 I Pirati dei Caraibi, Atlantis l’impero perduto e Il pianeta del tesoro, più di recente gli sfortunati Tomorrowland e John Carter dalla Terra,  ma prima c’erano già stati 20.000 Leghe sotto i mari, L’isola del tesoro, The Black Hole, Tron, Taron e la pentola magica. Oggi molte pellicole per ragazzi vengono dalla casa di Topolino realizzate con progetti legati ai Marvel Studios o Star Wars, ma l’attrazione per “l’avventura classica”, quella tra Stevenson e Verne, non sembra essersi mai spenta e anzi c’è ancora voglia di rilanciare, aggiornare tanto l’avventura che la fantascienza “per tutta la famiglia”. Magari aggiungendo alla formula una punta dell’Asimov più organico/sistemico, ben fusa con la spinta “ecologista” della “grande onda” l’Alexander Kay, già ri-letta da Hayao Miyazaki in Conan il ragazzo del futuro. Greta approverebbe. Stevenson e Verne, Key e Asimov, che tutti insieme confluiscono nel nuovo film di Don Hall, regista di Raya, Oceania Big Hero 6, per una pellicola realizzata al 100% nel segno (e nel solco) dei tempi odierni. Inclusività massima, dialogo intergenerazionale, una visione politica che spinge all’unità di intenti al di sopra di ogni “fazione e interesse economico” e altri temi cari della amata fanta/cultura/sociale di Star Trek, sono tutti qui presenti, raccontati in modo ordinato e colorato, in un affresco umano così idilliaco che è quasi un augurio alle nuove generazioni. Forse un film che viene “troppo dal futuro” pure per il giorno oggi, facendoci interrogare (senza farvi spoiler) sulle possibili applicazioni future di quella che appare quasi come una “nuova formula per i film di avventura”: un film d’azione senza divisioni manichee tra buoni e cattivi. Ma questo non deve essere visto necessariamente come un male, in quanto non ci distrae per nulla dal godere al meglio di una avventura tanto ricca di sequenze d’azione fantasiose, astronavi, paesaggi che su grande schermo appaiono davvero mozzafiato, creature aliene fosforescenti e gommose di ogni foggia e colore a non finire e soprattutto, come da immancabile ricetta Disney, i buoni sentimenti e le relazioni umane. Jeager è un omone adorabilmente burbero, pesantemente armato di lanciafiamme e aitante, leader naturale, invincibile come Flash Gordon e sognatore come Indiana Jones . Quaid e Pannofino ce lo rendono subito irresistibile, carismatico ma non banale nel suo modo di vivere: estremo ma isolato, infelice ma grandioso. Searcher è all’opposto un uomo con l’animo più dell’agricoltore che dell’esploratore, un omino minuto e riccioluto che vive intessendo relazioni umane e condividendo le scoperte scientifiche che possono aiutare il suo popolo, con il solo grande sogno di essere un buon cittadino di Avalonia, padre e marito. Gyllenhaal ce lo mostra gentile ma insicuro, coraggioso ma fragile, con il continuo dubbio esistenziale di non riuscire mai a fare abbastanza rispetto alla ingombrante ombra paterna, pur fiero di aver percorso una strada diversa. Eathan è giovane, ricciolino e temerario e deve trovare la sua strada tra i due opposti, ma non decide di affrontare in modo passivo questo confronto, cerca e trova presto una sua voce e una sua idea precisa del mondo che vive e vorrebbe vivere che lo pone in una posizione nuova, del tutto personale. Padre, figlio e nonno si avvicinano, allontanano, scontrano e rincorrono per tutto il film, cercando di dimostrare gli uni agli altri il loro affetto quanto il proprio unico punto di vista sul mondo. È attraverso i ragionamenti che vengono a costruirsi tra questi tre personaggi che il film conquista il raro e prezioso risultato di aprire un molto interessante dibattito inter-generazionale. Un dibattito che nel segno della leggerezza, semplicità e incisività, riesce ad affrontare temi oggi davvero importanti come la convivenza, il razionamento dell’energia  e la cura dell’ambiente. Un’ottima occasione per parlare di scienza e società, che potrebbe essere colta anche da qualche scuola per una sempre divertente uscita cinematografica.


Certo il film può apparire forse troppo semplice per un pubblico già smaliziato, che magari può guardare più con sospetto che con il giusto stupore la favolistica società “avaloniana” e non sarà magari sorpresa dal “colpo di scena” che investirà la seconda parte del racconto. Ma per un bambino in età scolare la pellicola dispone di tutto il carico di avventura e stimoli educativi necessari per divertirsi e riflettere. 

Strange World è un film visivamente favoloso con una trama rivolta ai più piccoli semplice ma al contempo molto ben strutturata, ricca di spunti e riflessioni. L’azione a rotta di collo viene miscelata bene con dialoghi di stampo più riflessivo e l’effetto finale è quasi la versione 2.0 di un romanzo Urania dedicato a un pubblico di giovanissimi. Un film adattissimo per evadere ma non solo, che conferma le capacità di Hall come valido narratore per l’infanzia, ma anche come buon costruttore di scene action che possono sollazzare anche i più adulti. 

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domenica 4 dicembre 2022

Vicini di casa - una commedia afrodisiaca: la nostra recensione di un film con un Claudio Bisio, purtroppo molto poco afrodisiaco

 


Siamo in Italia, ai giorni nostri, in un condominio di lusso che può trovarsi nel centro di Roma come di Milano. Il maestro di musica Giulio (Claudio Bisio) ha una vita tranquilla, va a lavorare al conservatorio in vespa, è sposato con una donna affascinate come Federica (Vittoria Puccini), ha una figlia in età scolare e un bell’appartamento con un'ampia terrazza ai piani alti, circondato dal verde come un piccolo paradiso terrestre, con al centro una grande tavolata che permette cene romantiche all’aperto sotto alle stelle. Tutto il suo mondo è in armonia, pacifico e silenzioso, ordinato quanto di classe, non si spreca un euro. Tutto perfetto, tranne i nuovi vicini, Laura (Valentina Lodovini) e Fulvio (Vinicio Marchioni). 

Laura e Fulvio sono lì da poco e non è ancora chiaro che lavoro facciano per vivere, ma sono di sicuro persone rumorose e moleste. Con la musica alta a tutte le ore si accoppiano animalescamente nella loro camera da letto che la sfortuna vuole che si trovi esattamente sopra la camera da letto di Giulio e Federica, urlando di piacere come dei dannati. Pare il terremoto o una zona di guerra. E se poi,  per la paura di svegliarsi di notte sentendo rumori e urla, la loro bambina avesse dei traumi? Giulio non li regge questi vicini e non regge in special modo Fulvio, che quando si trovano insieme in ascensore “lo tocca”, prima gli sorride e poi lo abbraccia. Ma perché quel tizio lo abbraccia sempre? 

Un giorno Giulio rincasa e trova Federica con un vestito e un tappeto nuovo, dello stesso colore. “Si diceva di risparmiare” e la moglie compra tappeti e vestiti in abbinato, ma quello non è il peggio. Il peggio è che Federica ha deciso di invitare quella sera per cenare sotto le stelle i vicini di casa molesti, per parlarci e conoscerli un po’ mentre la loro bimba è dai nonni. Giulio è molto contrariato all’idea, specie quando scopre che oltre al vestito e al tappeto la moglie ha comprato pure un prosciuttone spagnolo “Patanegra”, che subito cerca di mettere al sicuro. Ma gli ospiti arrivano troppo presto, portando in dono un piatto afrodisiaco cucinato dalla bella e prorompente Laura, che in breve abbassa tutte le tensioni iniziali della serata. Laura è una psicologa, Fulvio un vigile del fuoco e a parlarci sembrano brave persone, qualcuno con cui a metà serata scatenarsi con qualche ballo country. La discussione passa presto però al nuovo tappeto, che i vicini trovano sarebbe molto comodo per farci sopra l’amore. Loro l’amore lo fanno ovunque, a tutte le ore, hanno pure un letto rotondo girevole che è comodissimo, da provare! Giulio prende la palla al balzo per chiedergli di farlo in modo meno rumoroso, magari senza urlare alle quattro di notte. Laura gli risponde che in genere non è lei a urlare ma una sua amica, perché sono soliti fare sesso con tre, massimo otto persone. Può capitare anche in dieci, ma solo se ci sono in ballo dei compleanni. Lo fanno in genere nella camera da letto sopra di loro e ora che hanno conosciuto Giulio e Federica potrebbero farlo anche in 12, perché no? In fondo c’è una bella chimica questa sera e anche se Fulvio continua a toccare Giulio con abbracci e pacche sulle spalle, che lui non sopporta, chissà… Il clima inizia a scaldarsi sempre di più con la conoscenza e a fine serata potrebbe forse seguire un dopo serata rovente, ma qualcosa interferisce con quei piani. Perché Giulio e Fede in realtà si toccano molto poco tra loro da troppo tempo. E l’idea di iniziare a toccare altre persone fa decisamente paura. 


Se mi promettono dal trailer un film con Vittoria Puccini e Valentina Lodovini che vogliono fare “una cosa a quattro” con Claudio Bisio e Vinicio Marchioni, la situazione si può fare intrigante. Intriga perché la Puccini e la Lodovini sono due attrici bellissime, che hanno già saputo giocare senza inibizioni con la propria sensualità… in pellicole guarda caso girate però sempre solo da registi tedeschi. Chissà perché in pellicole tedesche, poi. La Puccini era una baronessa sexy nel 2006 in un film sul periodo della principessa Sissi, Il destino di un principe di Robert Dornhelm. La Lodovini era un'operaia che diventava coraggiosamente attrice hard, nel 2007, in un film sugli anni '70 della liberazione sessuale, Pornorama, diretto da Marc Rothemund. La Lodovini e la Puccini, con la premessa del trailer, potevano farci assaporare, rigorosamente in versione 2.0 con la sensibilità del 2022, quell’immaginario da commedia italiana sexy anni ‘70 a base di ammiccamenti, tante docce e situazioni assurde in cui primeggiavano Edwige Fenech, Barbara Bouchet, o la “rossa” Dagmar Lassander. Intrigava anche Vinicio Marchioni, che quando è nel contesto giusto ha una “faccia da cinema” che ricorda tantissimo Tomas Millian, Angelo Infanti e Glauco Onorato, riportandoci anche lui in un attimo in una sala virtuale anni ‘70. Il pubblico odierno lo ha già visto bene in questo senso in un poliziottesco anni ‘70, ma versione 2.0, come Romanzo Criminale. Intrigava infine e soprattutto la presenza di Claudio Bisio, attore comico che a inizio carriera aveva numeri da cabaret dal titolo Quella vacca di  Nonna Papera, ma aveva pure realizzato dischi demenziali con Elio e le storie tese in cui si parlava di sesso ed è conosciuto per baciare con la lingua tutte le sue partner televisive (tra cui Vanessa Incontrada, che ricordiamo rimanendo in tema particolarmente sexy in un film con Luca Zingaretti, Tutte le donne della mia vita). Un comico all’avanguardia, cresciuto tra Dandini, Paolo Rossi, Zanzibar e approdato prestissimo alla corte di Gabriele Salvatores, in pellicole come il leggendario Kamikazen, ultima notte a Milano. Dal trailer di Vicini di Casa, per un attimo, ho pensato a film della commedia anni ‘70/80 come Zucchero, Miele e Peperoncino, quello in cui in un episodio il personaggio compassato e tranquillo di Pippo Franco veniva quasi convinto dalla moglie “di vedute più aperte”, interpretata da Dagmar Lassander, a stringere amicizia con una piccola comunità di nudisti capitanata da Glauco Onorato. Pur con gli imbarazzi del caso, tanti imbarazzi che finivano poi quasi in tragedia, in quel film si parlava tranquillamente di sesso e sessualità esplicita all’interno di una commedia, non dissimilmente che in Vedo Nudo di Dino Risi. Degli “aspetti piccanti della sessualità” ne hanno parlato Mastroianni e la Loren (Ieri, oggi e domani), Tognazzi (Cattivi Pensieri), Moretti (Bianca), Verdone (Stasera a casa di Alice), Manfredi (Questo e quello), Sordi (Quelle strane occasioni), Fellini (La dolcevita), Ferreri (Diario di un vizio), Antonioni (Al di là delle nuvole), le commedia anni '80 e '90, ma poi il cinema italiano negli anni ha smesso del tutto di parlare, anche solo con leggerezza, di sesso e sessualità. Con le ultime “provocazioni” a base di naked sushi che venivano dai cinepanettoni di Boldi e De Sica come Merry Christmas e un Sorrentino che oramai “solo” continua tutt’oggi con tenacia a non togliere una componente “sexy” dai sui film. La recente commedia ha provato a parlare di temi vicini al piccante con film come Pane e Burlesque, Come è bello far l’amore, Così fan tutte, ma con una timidezza tanto sconfortate da sembrare “colpevole”, come se fosse qualcosa ormai di impensabile al cinema. E allora ci speravo nel trailer di Vicini di Casa, che vedevo proprio come quell’episodio di Zucchero, Miele e Peperoncino in versione 2.0: con Bisio novello Pippo Franco, Vinicio Marchioni novello Glauco Onorato e la Lodovini e Puccini “novelle” Dagmar Lassander, tutti insieme ad affrontare con ironia la sessualità o per lo meno “a provarci”, con gli strumenti della commedia. Se il tono della commedia sexy anni ‘70 era “troppo”, come poteva risultare “eccessivo” un accostamento agli American Pie o alle commedie di Seth Rogen, si poteva andare verso la commedia allusiva francese, ossia il tipo di commedia che più importiamo e riadattiamo, guardando magari ai lavori di Bertrand Blier (Per sesso o per amore?) o Daniel Auteuil (Sogno di una notte di mezza età), consci del fatto che Bisio spesso oggi bene interpreta parti vicine ai ruoli di Daniel Auteuil o Christian Clavier o Kad Merad (Giù al nord, ma anche Just a Gigolo). Si poteva quindi sperare in una commedia sexy che potesse anche minimamente affrontare con il massimo garbo, sensibilità e tatto, con il massimo della classe e anche giusto un minimo accenno, un tema come lo scambio di coppia? No, non si può.


Chi dirige Vicini di Casa è Paolo Costella, regista di alcune commedie con Salemme, Biagio Izzo e Massimo Boldi ma anche (da molto più tempo) sceneggiatore, di recente premiato con lode per la sua ottima sceneggiatura di Perfetti Sconosciuti, che ha vinto nel 2016 il David di Donatello. Vicini di Casa nasce poi come remake di un film spagnolo tra i più timidi del paese di Bigas Luna e dei Matador, il castissimo Sentimental, del 2020, a sua volta nato in origine da una piece teatrale dello stesso regista Cesc Grey ugualmente castissima e timidissima. Un film candidato ai Goya per l’attore non protagonista, non poteva essere una commedia con Bombolo o un film con verdure erotomani alla Seth Rogen. Dalla visione di Vicini di Casa appare presto evidente che Costella voglia rimodulare Sentimental con pochissime variazioni, come una versione 2.0 di Perfetti Sconosciuti e niente più, senza entrare in qualsiasi modo “consentito o consentibile” nel 2022 dalle parti della commedia sexy. L’idea è un film molto parlato, ambientato in un unico spazio “teatrale”, in grado di giocare con il tema “piccante” unicamente in teoria, ma con la enorme differenza rispetto all’originale di avere dei personaggi molto più sessualizzati  e ammiccanti rispetto agli spagnoli. La Lodovini e Marchioni sembrano davvero la Fenech e Tomas Millian dei tempi d’oro, rispetto ai tranquillissimi e dimessi vicini di casa della pellicola spagnola. L’equivalente di Bisio è un attore più anziano e compassato e lo stesso vale per la Puccini. Dal casting italiano ci si aspettava un approccio più “energico” al tema e quando il personaggio di Bisio inizia a remare contro ogni evoluzione sexy della serata, da estimatori del comico è come se ci apparisse un fantasma, il fantasma dell’attore comico che interpretava proprio in Kamikazen di Gabriele Salvatores. In quel film Bisio interpretava Vincenzo Amato, un attore grossolano e insensibile che nel mondo del cabaret degli anni ‘80 faceva battutacce sessuali sulla sua compagna sovrappeso, finendo infine con il trovare successo ma perdendo per sempre l’amore. Vincenzo Amato finiva amato dal pubblico ma non dalla sua donna. Giulio, il maestro di musica interpretato da Bisio in Vicini di Casa, per contrappasso rispetto a Vincenzo (come se Vincenzo gli fosse apparso in sogno dicendogli: “non farlo! Non fare la mia fine!!!”), è praticamente sessuofobico, come sessuofobico è diventato il modo in cui si predilige fare cinema in Italia, cioè quanto si esprime al meglio nella commedia intimista/minimalista/borghese. Quella con in scena i problemi di coppia (e basta) e con interpreti Fabio Volo, Ambra Angiolini e una pianta grassa: il cosiddetto “dramma da tinello”. E quella terrazza tra il verde di Vicini di Casa, che di fatto è un attico di lusso, ricorda tantissimo la situazione del dramma da tinello, come Perfetti Sconosciuti era un riuscitissimo dramma da tinello con elementi thriller. Quindi che dramma da tinello sia, con al centro la crisi di coppia. Una coppia che davanti alla possibilità concreta di fare qualcosa che gli faccia pensare a qualcosa di diverso “del fatto che è in crisi” impazzisce, si chiude autoreferenzialmente a riccio e inizia a urlare in modo tremendo la sua “necessità di non affrontare i problemi” come nei film di Gabriele Muccino, ossia con la foga degli infetti in uno zombie movie. Quindi in Vicini di Casa c’è un “ammiccamento sexy” nell’atteggiamento dei personaggi, ma se guardate meglio vedrete la pianta grassa, Fabio Volo e Ambra Angiolini nel classico dramma da tinello. Il cinema può esprimere legittimamente la crisi da “coppia bloccata”, descrivere l’arenarsi nella quotidianità senza prospettive di una famiglia che passa sempre più poco tempo insieme, raccontare le sindromi di Peter Pan e tutti i tinelli del mondo, perché tutti i maledetti tinelli del mondo sono importanti. Vicini di Casa fa quello, come pellicola dichiara “io sto con i tinelli e non con la commediaccia sexy anni ‘70, perché quel mondo lì forse esisteva ma non c’è più e ricordarlo magari oggi mi fa un po’ male”. È una scelta e il film la persegue bene, con masochistica precisione, a partire dal personaggio della psicologa Laura, interpretato da una bellissima Lodovini che qui quasi diventa un personaggio da film horror. Laura ride e scherza, comprende e ascolta ma lancia di colpo della autentiche stilettate morali/mortali su come dovrebbe evolversi oggi un rapporto di coppia in crisi. Mette quasi paura il modo repentino in cui passa dall’essere un personaggio trasgressivo a essere uno scienziato dei sentimenti e l’attrice riesce a rendere molto interessante questo passaggio. Molti dialoghi del film sono anche divertenti, laddove gli attori maschi hanno trovato una buona intesa e tra loro funzionano, tra “irritate” pacche sulle spalle e confronti a cuore aperto che si chiudono con abbracci. La Puccini dà corpo a un personaggio sensuale quanto fragile, molto umano e nella cui voglia di “contatto” molte persone troveranno facile immedesimarsi. Vicini  di casa tecnicamente è un prodotto ben fatto. Manca un po’ di bilanciamento nelle sue parti e l’attesa per il “lo famo strano” (per dirla alla Verdone), che nei primi minuti è pure stuzzicante, viene drammaticamente disattesa in un secondo tempo che non è (e non vuole con tutte le forze essere) abbastanza di impatto, preferendo troncare piuttosto che sviluppare o anche solo sognare “una trasgressione”. Niente giocosità, niente burle o ammiccamenti. Niente sesso, siamo Italiani del 2022. E anche questa volta “lo famo strano” la prossima volta. 

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sabato 3 dicembre 2022

Mindemic: la nostra recensione del piccolo ma interessantissimo thriller psicologico scritto e diretto da Giovanni Basso, con protagonista uno straordinario Giorgio Colangeli

 


Italia, giorni nostri. Il regista cinematografico settantenne  Nino (Giorgio Colangeli) vive chiuso e recluso nella palazzina dove abita da sempre, per lo più guardando la tv e cucinando da solo. I pochi contatti con l’esterno avvengono con il telefono o con il pc e da quando Angela (Rosanna Gentili) non c’è più lui non esce proprio più di casa, come se il mondo oltre la porta non esistesse, come se lui stesso per gli altri non esistesse. Anche il suo lavoro è ormai fermo, nell’attesa perenne di qualcuno che si ricordi di lui e gli commissioni una nuova pellicola, ma Nino non demorde, si muove mezzo nudo per casa carico di energia, cantando, fiducioso che qualcosa possa cambiare. L’occasione buona arriva. Arriva con una strana telefonata del suo amico produttore Fredo (Claudio Alfredo Alfonsi). Gli propone di portargli un progetto, un “qualsiasi progetto” purché sia pronto a breve, perché ha trovato dei finanziatori che vogliono investire e partire subito. Carta bianca e nessun vincolo di spesa, basta che li stupisca. Nino sogna: potrebbe scrivere magari un western come ha sempre sognato, potrebbe finalmente avere l’opportunità di creare l’opera per cui sarà ricordato. Nino raccoglie al volo la sfida di Fredo con entusiasmo e sfodera la sua amata macchina da scrivere, la tira a lucido e si mette al lavoro, anche se il tempo concesso è davvero troppo esiguo e l’incarico presto assumerà probabilmente l’aspetto di una vera corsa contro il tempo. Nino cerca di coinvolgere nei lavori attori e amici, ma senza risultato. Nino si sente solo. La sua agente, che per anni non si è fatta sentire, ora lo tampina perché vuole essere maggiormente coinvolta nel contratto e Nino è ancora al palo, i giorni passano e non ha ancora scritto nulla. Così l’entusiasmo si mischia presto con la paura e infine con la paranoia. Se solo ci fosse ancora Angela al suo fianco a ispirarlo. Uno strano incontro, reale o forse sognato, e Angela riappare nella sua vita per un istante. È la scintilla e Nino inizia a scrivere la bozza di un film di guerra, che presto gli viene “dettata” da una versione di se stesso in uniforme militare, che si materializza nel suo soggiorno. Chi sarà davvero questa apparizione e cosa vorrà da lui? 


Il film è girato in un piccolo appartamentino con la telecamera di un cellulare o durante videochiamate al pc registrate senza tagli di montaggio. È ispirato per molti aspetti visivi, narrativi e sonori a Dillinger è morto di  Marco Ferreri, con la particolarissima colonna sonora con brani ad opera del compositore Teo Uselli, realizzati nel 1968 per il film La rivoluzione sessuale di Riccardo Ghione. Tra momenti onirici, depressione, thriller ed euforia creativa, l’opera di Basso è una vera sorpresa, inaspettata quanto gradita in un momento in cui il cinema italiano è un po’ avaro di opere così sperimentali. È un film che ci riporta emotivamente al periodo della pandemia, in cui tutti vivevamo isolati nelle nostre case, avendo conversazioni a distanza e lavorando a progetti che non eravamo sicuri di riuscire a ultimare. È un film sul potere dell’arte (e dello scrittore) di modellare la realtà che ci circonda per offrirci una via di fuga, quanto specularmente un film sulla difficoltà sotto stress di distinguere reale da immaginario. È un film sul linguaggio del cinema e sulla voglia di fare del cinema che lo interpreti nel modo più duttile, attraversando i generi in modo trasversale e permettendo allo spettatore di giocarci, trovare una sua personale lettura dell’opera. C’è quindi nel lavoro di Basso un omaggio al Ferreri più criptico e audace (Ferreri era sempre criptico e audace), ma anche un po’ del “mattino ha l’oro in bocca” dello Shining di Kubrick. C’è una realtà/finzione “plasmata dalla carta e dai fantasmi” come in Barton Fink dei Coen e c’è una punta malinconica che lo avvicina al mai troppo celebrato Una pure formalità di Tornatore, ma il bello risiede proprio nel modo in cui Basso riesce a giocare con la pirandelliana “inconoscibilità del reale”, spargendo a strati indizi e suggestioni narrative, anche forti e fuorvianti, che fanno di Mindemic un’opera complessa, stimolante. Un’opera che si muove quasi unicamente grazie alla presenza scenica di un attore, Giorgio Colangeli, protagonista (quasi) unico e mattatore della pellicola. Colangeli si mette a nudo, si sdoppia e si triplica, diventa vittima, carnefice e spettatore degli eventi, autore e personaggio. Grazie al grande talento e generosità espressiva di Colangeli, Nino è un rebus che si svela nel tempo, in modi imprevisti quanto titanici, tenendoci inchiodati alla sua storia con partecipazione e una punta di timore dalla prima all’ultima scena.

Girato in modo sobrio ed essenziale, con una narrazione veloce e ricca di suggestioni e un ottimo interprete, Mindemic è un film interessante quanto originale che per una novantina di minuti riesce a trasportarci in uno sfaccettato quanto intrigante labirinto emotivo. Giovanni Basso ha molto stile e conferma ancora una volta che, quando ci sono alla base delle idee interessanti, si possono produrre anche in Italia e a costi contenuti pellicole “di genere” originali e affascinanti. 

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