lunedì 4 maggio 2020

The Mandalorian - la nostra recensione della prima stagione completa


- Premessa: purtroppo le puntate sono finite, questa serie mi mancherà davvero. È stato uno degli appuntamenti settimanali immancabili di questo periodo di quarantena, insieme a Hunters su Amazon Prime. Mi sono ritrovato a guardare un telefilm dalla trama semplice ma carica di sfumature, che probabilmente da bambino avrei amato alla follia. Mi rincuora sapere che già per ottobre sia prevista una seconda stagione, con la numero 3 già in pre-produzione da questo aprile. Per me questo è il modo giusto di celebrare i molti mondi possibili dell'universo di Star Wars. Tra un baby Yoda e un inseguimento con gli speeder, tra i jawa e i robot mercenari sono tornato un po' bambino ed è stato bello, perché ho visto pure che lo spettacolo era atteso e gradito anche a miei amici che non hanno mai amato particolarmente Star Wars. Volevo quindi parlarvene un po', ma procediamo con ordine.


- Questa è la via: il culto dei mandaloriani impone di diventare i migliori combattenti delle galassia  e di indossare per sempre sul proprio volto un elmo e sul corpo una corazza. I mandaloriani vivono per acquisire un metallo prezioso con cui elaborare la loro armatura, raccontandolo sulla sua superficie il loro valore e scavandone tra le pieghe infiniti congegni per ampliare la propria letalità. Un tempo considerati pari dei re, oggi i mandaloriani, a cinque anni dalla caduta dell'impero, strisciano tra i bassifondi delle taverne come cacciatori di taglie, nell'unica e smodata ricerca di quella lega preziosa con cui scrivere la propria storia e valore sul loro acciaio.
Un mandaloriano senza nome arriva così sul punto di intraprendere un nuovo contratto, il recupero di un oggetto misterioso e molto ambito da persone pericolose. Solo che quell'oggetto si schiude, rivelandosi la culla di un bambino di una specie sconosciuta, forse estinta. Il guerriero incasserà la taglia passando a una nuova missione? 


- Lo spazio è "di tutti", "quindi è "pop": Le Guerre Stellari sognate da George Lucas, scritte su un quaderno dai figli giallo insieme ad American Graffiti, rappresentano a oggi una sintesi perfetta della cultura pop del '900. Tanto perfetta da generare, nelle mille declinazioni con cui sono esplose mediaticamente, materiale iconico, di moda e stile. Nella cattedrale di San Pietro e Paolo a Washington DC tra i doccioni o "Gargoyles" a difesa delle mura, ce n'è uno con l'elmo di Darth Vader. Come ogni opera di sintesi, Star Wars ha pescato ovunque. Nella sua ricetta magica c'è dentro la fantascienza di carta fatta di pianeti lontani, creature strane e grottesche, dittatori  e astronavi, che ha dipinto le storie di Flash Gordon, John Carter, Buck Rogers, Valerian. Ma in Star Wars si trova pure il western, dai paesaggi di Ford agli antieroi di Hawks, passando per i pistoleri senza nome di Leone. Se scaviamo nel suo cuore troviamo l'avventura classica di Dumas, tra La maschera di ferro e Il conte di Montecristo. Qualcuno nel magma lucasiano ritrova Asimov e i suoi protocolli per le intelligenze sintetiche, qualcuno vede le integrazioni multi-razziali care a Roddenberry. Ci trovi in fondo "tutto quello che vuoi" in Star Wars, compresa la seconda guerra mondiale, perché è un'opera che maneggia temi universali, potenti, ma questo non è che la cornice. La vera cifra della saga, ciò che la rende un prodotto unico e amato, è nel modo di raccontare questi temi, vicini e distanti, con il garbo e il cuore di una fiaba. 
C'è ovviamente anche molto cinema dell'oriente in Star Wars, come c'è molta filosofia orientale alla base dei suoi personaggi. Per me partire dall'Oriente è forse uno dei modi più stimolanti per approcciarsi a Star Wars, anche perché è da quello stesso oriente che è nato un genere come gli spaghetti western tra cui figurano i capolavori di Leone ho impressi nel DNA fin dall'infanzia.


- Katane Laser: Cos'è forse un Jedi, se non un moderno samurai che segue una propria Via della Spada, teso tra il "servire la nobiltà come potere" come impone l'Hagakure o il "servire la nobiltà che ogni vita sulla terra possiede" come prescrive Il libro dei cinque anelli? L'Hagakure di Yamamoto Tsunemoto, del 1716, come Il libro dei 5 anelli di Miyamoto Musashi, del 1642, due raccolte sul diverso modo di intendere il Bushido, la "via", potrebbero aver influenzato i Lati della Forza lucasiana? Forse, ma torniamo al cinema. 
Dietro alla prima trilogia di Star Wars, quella definita ora "classica" c'era,  per ammissione dello stesso Lucas,  La fortezza nascosta di Kurosawa, una storia di guerra in cui il punto di vista narrativo era quello di piccoli-grandi eroi, con protagonisti membri della classe sociale dei "contadini", che prendevano la forma  per Lucas di buffi droidi, ma anche di giovani dal cuore puro (e per questo "nobili") in grado di diventare nuovi samurai sotto la guida di un bravo maestro.  La trilogia del 2000 recava ancora temi e colori di Kurosawa ma differenti, rileggeva le opere più guerresche, cariche di battaglie in campo aperto, dove le tensioni tra potere e discendenze esplodevano prima nelle teste e poi nei muscoli di samurai, che Lucas rileggeva come cavalieri Jedi, lungo percorsi lastricati di intrighi e duelli narrativamente a metà strada tra  Il trono di sangue e Ran. La trilogia recente di Star Wars voluta da Disney è se vogliamo ancora figlia di Kurosawa, riflette sul "tema dell'impostore" che sconvolge i giovani nel passaggio all'età adulta, la grande paura di non essere all'altezza delle aspettative degli altri, adulti  che li hanno già etichettati fornendogli una "maschera" e uno scopo, spesso per loro irraggiungibile. La nuova trilogia è un susseguirsi di predestinati il cui volto è imbrigliato in maschere che li sostengono nell'autorità, li fanno impazzire fino a volerle rompere e infine li spingono ad aggiustarle, e "aggiustarsi", seguendo la tecnica decorativa orientale del Kintusi: "riparare oggetti rotti con materiali che ne evidenzino le fratture ma le nobilitino, come un atto di "crescita", evidenziando le cicatrici che hanno forgiato la resilienza interiore (la resilienza è un termine oggi usato in psicologia ma che rimanda alla siderurgia, proprio alla forgiatura del metallo). Eroi che devono "crescere controvoglia", rompendosi e riparandosi di volta in volta, in ruoli più grandi di loro, sentendosi comunque sempre inadeguati, come nel classico Kagemusha - l'ombra del guerriero. 


- Lo spaghetti bounty Hunter: The Mandalorian ha pure lui, importanti ispirazioni al western. Nello specifico "spaghetti" con in cattedra Leone, laddove il Mandaloriano protagonista spesso e non a caso è chiamato "Mando", che suona come "Biondo", il modo con cui ci si rivolgeva all'eroe senza nome di Eastwood nella trilogia del dollaro, un uomo che può vivere solo il presente, senza passato ne futuro. Una ulteriore ispirazione "spaghetti" dei mandaloriani lucasiani discende poi da Corbucci, e non è un caso se un altro celebre Mandaloriano del passato si chiamava Django. Anche il nostro nuovo eroe di Disney+  vive ai margini, spesso ammaccato e sconfitto, spesso appiedato e dalla parte sbagliata della fortuna e della legge. Come l'antieroe di Corbucci si trascina dietro delle "bare", siano pure messe su un'astronave. Anti-eroi protagonisti di storie semplici ma spietate, piene di azione quanto fumetti, ambientati in un mondo sporco e malfamato, ma eccitante, come le taverne di Mos Eisley. Pistoleri che però solo apparentemente rimangono, per dirla alla Hawks, senza un dollaro d'onore. Perché anche in chi spara per primo a Sartana, come a Greedo, può sempre battere un animo affine a quello di un Samurai, come ci raccontava Terrence Young in Sole rosso, tratto da una storia vera.


- Il mandalorian con gli occhi a mandorla: The Mandalorian parimenti alle altre pellicole sopra citate ha un suo Kurosawa di riferimento, soprattutto nella seconda parte dell'opera, dove eroe e comprimari vengono riuniti, come i noti "sette samurai" del regista giapponese, per consacrarsi non al servizio di un Nobile/Daimyo ma dei più deboli, di un ideale. Sono Samurai decaduti, scoraggiati e difettosi in cerca di riscatto. La serie Disney è ambientata 5 anni dopo il Ritorno dello Jedi, i mandaloriani sono un culto di guerrieri il cui destino è legato al perseguimento di una via, come il Bushido, la via del samurai. Sono ugualmente riconoscibili tra la folla per un oggetto distintivo che portano con sé, una armatura che sostituisce in qualche modo la katana, accompagnata da un elmo che ne rende i tratti imperscrutabili. I mandaloriani erano una congrega dal passato grandioso che si dice abbiano pure "gonfiato i Jedi" e depredato il loro tempio. Ma sono decaduti dopo i tempi della Repubblica, momento in cui sono finiti per essere clonati per divenire la truppa indistinta dell'esercito imperiale, destino che toccò al mandaloriano Django Fett e non fu una geniale "operazione simpatia". Da lì questi tizi con casco in brevissimo tempo finirono per ridursi a sopravvivere come mercenari per qualche Gilda comandata da gangster vermoidi e ciccioni, dove finì Boba Fett, figlio di Django, prima di "finire del tutto", nello stomaco di Sarlack, trovando una morte indegna e sfigata. "Eroi loosers" come quei Samurai che Hollywood aveva già declinato in pistoleri falliti nei Magnifici 7 di Sturges e pure già declinato al fantasy in Magnifici 7 nello spazio di Corman. Ma la prima parte della serie The Mandalorian, la sua anima più profonda, richiama per me un'altra opera nota dell'estremo oriente, l'immortale serie TV Lone Wolf and Cub, giunta a noi italiani, guarda tu la combinazione, con il titolo Samurai. Il Lone Wolf, conosciuto anche con il nome di  Itto Ogami, era un samurai decaduto come decaduto è il mandaloriano di questa serie, interpretato dal Pedro Pascal  di Narcos. Il samurai decaduto medio non è troppo diverso dal mandaloriano decaduto medio, ma i protagonisti di Lone Wolf e di The Mandalorian hanno in comune qualcosa in più. Si portano dietro nel loro peregrinare per un mondo deserto e pericoloso un bambino "miracolosamente sopravvissuto" ("Daigoro", il nome del bambino di Itto Ogami nella serie, significa appunto questo nella traduzione), trascinandone rigorosamente la culla. È il bambino che diventa di fatto il nuovo Daimyo per entrambi, una nuova "nobiltà da servire", una ragione di riscatto, una "nuova speranza" per il futuro, quanto il principale selling point delle rispettive serie TV. Grazie a "quel bambino" le storie di questi guerrieri  diventano davvero interessanti, anche per chi non ama particolarmente le storie di guerrieri. 


- Il Baby Yoda: Ricordo mia madre nei primi anni novanta che mi preparava la colazione mentre in TV guardavo Samurai, che già replicavano da tempo immemore. Lei buttava ogni tanto lo sguardo allo schermo e diceva: "Ma sempre roba con gente che si mena, stai a vedere? Ma te solo robe di mostri e squartamenti vedi? Ma non c'è qualcosa di più interessante di... OOOOOH MAMMA MIA QUANTO È CARINO QUEL BIMBO CON GLI OCCHIONI, LA FRANGETTA, LE MANINE PAFFUTINE E IL SUO PIGIAMINO!!!!". 
Oggi, 2020, passa mia sorella dal soggiorno mentre guardo The Mandalorian e dice: "Ma sempre roba con gente che si mena, stai a vedere? Ma te solo robe di mostri e squartamenti vedi? Ma non c'è qualcosa di più interessante di... OOOOOH MAMMA MIA QUANTO È CARINO QUEL BIMBO VERDE CON GLI OCCHIONI, LE ORECCHIE GRANDI, LE MANINE PAFFUTINE E IL SUO PIGIAMINO!!!!". 
Il cosiddetto "Baby Yoda" è la ragione più onesta e spietata del mondo del successo di questa serie, come lo fu Daigoro per Lone Wolf and Cub. È una creatura pucciosa, dolcissima, indifesa, pelouccosa che da quando entra in scena si divora ogni cosa, catalizza su di lui ogni attenzione, diventando per buona parte del pubblico, o almeno per TUTTO il pubblico femminile mondiale, compreso e soprattutto quello a cui di Star Wars non è mai fregato una ceppa, LA ragione per non perdersi una puntata della serie. Baby Yoda fa i passettini, sorride, muove le orecchiucce, fa la faccina preoccupata, si fa prendere in braccio, gioca con una ranocchia spaziale, tiene in mano la pallina del "cambio dell'astronave" (avrà le marce?). A prescindere da qualsiasi cosa capiti su schermo, in genere robe "da nerd", quando appare Baby Yoda arrivano i boati del pubblico femminile mondiale. Prevedo che con il solo marchendising legato al Baby Yoda che Disney sta approntando, tra pupazzi, peluche et simila, potrebbe col ricavato nei prossimi mesi sostenersi un piccolo stato. Lucas aveva già provato la "strada pucciosa" del fantasy, ma aveva fallito. Qui forse Disney farà meglio.


- Perché Il Mandalorian "sì" e i due film sugli Ewok "no":  Bambini, micetti, cagnolini e pupazzi. Le più pericolose e letali "armi di distrazione di massa". Mettili in una pellicola e loro "esisteranno", saranno "perfetti" senza minimamente sforzarsi di recitare, anche solo lontanamente in modo decente, una parte qualsiasi. Sulle prime commuovono, dopo una mezz'ora di abuso incondizionato fanno saltare i nervi. Il novanta per cento degli attori-bambini sono a livello recitativo "orrore puro", che compensano in quel "tempo limite" con un taglio di capelli a scodella, un brutto sorriso sdentato e il modo di ciondolare da fermi che, sa solo Dio perché, inteneriscono il pubblico femminile. Uguale per cani e gatti, stesso incomprensibile successo assicurato sul pubblico femminile. Ne Il ritorno dello Jedi Lucas voleva a tutti i costi aggiornare questa regola non scritta di "successo incondizionato" ai pupazzi di Star Wars. La saga aveva già un folle numero di creature buffe e pucciose degne di diventare peluche, primi tra tutti i robottini e i cosetti "incappucciati del deserto", i buffi Jawa. Ma Lucas voleva di più, voleva la carie istantanea e il diabete, voleva che già al cinema un genitore fosse stressato a tal punto dai suoi figli da dover comprare un pupazzo di Star Wars entro le successive 10 ore per non assistere alla più tremenda e incontrollata crisi di pianto della sua storia familiare. Così Lucas crea gli orsetti venuti dall'inferno e momentaneamente collocati sulla luna boscosa di Endor. Dopo i primi trenta minuti da inizio pellicola (l'unica cosa che rivedo del dvd da anni, prima di stoppare), Il ritorno dello Jedi diventa una nemmeno troppo celata pantomima per vendere questi orsetti, diabolicamente spalmati sul limite massimo della sopportazione del puccioso. Lucas "conosce la regola", riesce ad alternare gli orsetti quel tanto che basta a non farci alzare dal cinema, usa diabolici stralci dello Star Wars "vero", tipo un paio di troopers ogni tanto o un breve dialogo davanti all'imperatore di Luke, ma non un secondo di più. C'è pure una scena indegna che stupra l'epicità dello scontro tra ribelli e Camminatori Imperiali de L'impero colpisce ancora, sacrificandola sull'altare di una brutta parodia della stessa a base Ewok. Il film, dopo averci dato 3 minuti scarsi di spade laser ultra-spalmati, un paio di piccoli inserti di scene di inseguimento nella morte nera da 5 minuti totali massimi e semi-riciclati, e qualcosa di mostruoso per ogni rispetto dei diritti umani, tipo 49 minuti insensati di Ewok pucciosi (percepiti 189 minuti), termina addirittura con tutti questi orsetti orribili che cantano rubando la scena ad ogni cosa (manco c'era la fantasia di creare qualcosa di diverso, nuovo o fico tipo un'altra Morte Nera, ma a metà, mannaggia a loro!!), con una tale cattiveria di intenti che lo stesso Lucas anni dopo, tornò sui suoi passi in segno di pentimento, eliminando almeno l'orrenda canzoncina di questi pelouche da picco glicemico. Ma negli anni '80, complice magari Jim Henson, Lucas era drogato da questa ossessione per 'sti orsacchiotti, aveva deciso di fare dell'ultima parte della prima trilogia un film sugli orsacchiotti, aveva poi girato due spin-off e pure una serie TV animata sempre con protagonisti 'sti cacchio di orsacchiotti. Anche lì ti piazzava due Ala X e proiettori olografici ogni 29 minuti e 58 secondi, per preservare la "sopportazione limite", trattando i fan come una specie di tossici in costante attesa che compaia un Jedi o anche solo un elmetto di trooper. Era un vero dramma a livello di contenuti, nonostante il valore produttivo di queste opere non fosse formalmente diminuito e si riscontrasse anzi molta cura, specie nella serie animata . Ma  Star Wars intanto, se non per qui tre che sbavavano per un paio di tute della resistenza ogni 29 minuti del "prodotto Star Wars medio", era diventato i fatto un brand per bambini molto piccoli  amanti degli orsetti e sarebbe ripartito agli inizi del duemila con le stesse tremende premesse, se non si fosse levato da fans e critica un "no" di dissenso pressoché unanime a creature digitali pupazzose come Jar Jar Binks ancora prima dei test-screen. Questo dramma dell'assurdo grazie a dio non succede in The Mandalorian come non è successo nei primi Star Wars per un motivo semplice: la storia sa includere gli elementi buffi e ingenui di una cosmologia variegata, come i robottini e i Jawa, senza asservire a loro tutta la narrazione. Ma anche per un motivo ancora più semplice: oggi di Star Wars si vende a prezzo pieno di tutto, non solo gli orsetti. Ogni tanto a tradimento compare una poiana spaziale, ma non diventa il nuovo pikachu. La chiave è l'equilibrio, laddove sbaglia anche chi nega, sul fronte opposto, per esasperazione, che Star Wars non dovrebbe avere alcuna deriva buffa o infantile. Si sbaglia allo stesso modo, perché si attribuisce alla saga una visione "parziale" che la saga non vuole avere. Oggi Disney produce, ma il target centrale del business non è mai cambiato ed è costituito dalle famiglie, a monte di timidissimi cambi di approccio "più adulti" offerti da pellicole come Rogue One e, secoli prima, da videogame come Tie Fighter, Dark Forces, Knights of The Old Repubblic. Chi odia i pupazzetti di Star Wars deve rassegnarsi all'idea che non se ne libererà mai, ma questa sorta di "allergia" viene mitigata in Mandalorian da una storia con un buon equilibrio di parti buffe e parti serie. Saper sviluppare bene questa formula, che potremmo leggere come una declinazione della sociologia spaziale di Gene Roddenberry,  è l'aspetto che più lega Star Wars a una delle opere a cui più palesemente si è ispirato, il fumetto Valerian. Ogni popolo della Galassia, così come ogni animale della terra, vive la sua vita seguendo le proprie esigenze e diventa interessante osservare cosa succede se specie diverse si incrociano sullo stesso terreno rispondendo a proprie logiche diverse. In episodio I, i Jedi si trovano su un sommergibile a forma di pesce per raggiungere una città acquatica dove trovare degli alleati anfibi per la popolazione di superficie di Bianchi caucasici contro la Gilda dei mercanti e il loro esercito di robot. Ma al contempo stanno in acqua con un sommergibile a forma di pesce e per questo dei pesci enormi cercano di mangiarli immaginandoli come un fish-burger. Ogni personaggio sulla scena ha i suoi obiettivi e questo vale pure per i pesci. È una metafora semplice, che riesce a cogliere anche un bambino e apre a molti ragionamenti interessanti. The Mandalorian è pieno di "sfide culturali" di questo tipo, laddove il nostro eroe, pur intento nella sua difficile e "seria" missione, si imbatte in creature che dal mondo vogliono cose diverse. Per avere i pezzi di ricambio per la sua astronave, magari deve trovare l'uovo di una creatura da barattate con qualcuno che è ghiotto di quell'uovo. Valerian trabocca di situazioni di questo tipo, mettendo in campo più fazioni di specie diverse che vogliono cose diverse, tanto intellettuali che primitive, contemporaneamente. Lucas con gli Ewok stoppava le guerre stellari con uno spot pubblicitario sugli orsetti Ewok che una volta iniziato non finiva mai, dove i diversi livelli narrativi non collimavano più, con i genitori che si sentivano di colpo presi in ostaggio dal popolo del fantabosco della Melevisione. Invece tenendo i livelli narrativi separati ma sempre presenti il genitore non scappa e il mondo femminile può interessarsi anche alle zone narrative non popolate da un pupazzo. 
Il target diventa così davvero "trasversale".
Qualcuno vedrà la storia come una fiaba, qualcuno come un western, qualcuno come le avventure di una creaturina, qualcuno come il dramma di un personaggio i cui sentimenti sono sempre celati da un elmo. Qualcuno amerà le astronavi, qualcuno gli animali buffi, qualcuno si interesserà alla mitologia alla base di queste storie. E tutti staranno vedendo lo stesso prodotto, godendolo, da lati diversi. Certo che per lavorare così, riuscendo a tenere insieme nella visione tutta la famiglia,  bisogna essere bravi. La vera verità ignorante per cui Baby Yoda batte gli Ewok? Perché è Yoda, e Yoda è un Muppet con dottorato di astrofisica e filosofia Jedi armato di spada laser. Non esiste niente di più figo sulla terra, anche se gli togli le rughe e gli metti gli occhioni del gatto con gli stivali dreamworks. 


- cast tecnico: non mi stupisce che Disney per questo progetto metta in campo dei registi che l'hanno resa grande al botteghino, specie nel recente, come il bravo Jon Favreau e il folle Taika Waititi. Uno dei primi lavori da regista di Favreau, molto attivo e amato anche come attore, è la favola Elf, uno dei film di Natale che va per la maggiore sotto le feste, amatissima in uguale misura dai bambini ed estimatori di Will Ferrell, la perfetta tesi della idea di cinema a target trasversale. Ha uno stile "caloroso", che per me riesce sempre a unire pubblico giovane e adulto fin dalla paletta cromatica. Conosce e utilizza toni ironici differenti, umorismo visivo per i più piccoli combinato a battute sottili per i più grandi. Sa poi mettere in scena un plus malinconico "alla Pixar", come dimostrano le sue opere piccole e graziose come Chef. Favreau è anche un regista molto tecnico, in gradi di maneggiare bene action ed effetti speciali. Non a caso è il regista del primo Iron Man (e seguito), da cui è nato il Marvel Cinematic Universe, nonché del nuovo adattamento del Libro della Giungla (nonché del successivo Il re leone), il film che ha fatto davvero fare il salto di qualità ai Disney Live Action. Il suo film più ingiustamente sfortunato, nonché quello che forse amo di più, è Cowboys & Aliens, co-prodotto con Spielberg, ma figlio di un "periodo nero" dei western revisionisti, che ha travolto anche il meritevole Lone Ranger di Verbinski. Con The Mandalorian torna per me a quella idea di western-fantasy, elaborandola come sceneggiatore di quasi tutte le puntate, nonché da produttore esecutivo della serie (mentre come regista stava rifinendo il Re Leone). Come in quell'ingiustamente sfortunato film, Favreau sceglie di portare sulla scena "più da Cowboys che Aliens", stare sul modello del western classico più che stupire con giochi di luce. Nonostante la bellezza degli effetti visivi, il fascino della storia risiede nei personaggi e nelle loro difficili relazioni, nel deserto e nella vita nelle città di frontiera "tra le stelle", dove la fantascienza c'è ma stravolge solo minimamente le regole di quello che possiamo trovare in un buon fumetto di  Tex (dove la fantascienza è al 99% al netto di un paio di alieni) o in un episodio di Galaxy Express (dove la parte fantascientifica non supera comunque sulla preponderante western di un 30%). C'è la sfida tra cacciatori di taglie, anche se uno è un robot. C'è da organizzare la fuga da una prigione, anche se la prigione è nello spazio. Ci sono dei contadini da salvare da dei pistoleri, anche se i pistoleri usano al posto di una mitragliatrice un camminatore imperiale e al posto dei cavalli ci sono degli Speeder. 
Waititi è una amabile scheggia pazza, un regista che ama trasformarsi in personaggio di fantasia come Frank Oz. Che sia un uomo di roccia (Thor Ragnarock), un Hitler/Peter Pan immaginato da un bambino (Jojo Rabbit) o un robot cacciatore di taglie con il volto simile ad una caffettiera, IG-11 (The Mandalorian), Waititi infonde sempre una profonda umanità a queste creature e si conferma un sempre bravo regista, dirigendo anche la fondamentale puntata finale di questa prima stagione. Oltre a Favreau e Waititi ci sono alte belle sorprese in cabina di regia. Come Dave Filoni, regista dello spettacolare episodio 1 (il mandaloriano) e del malinconico 5 (il pistolero) che dopo aver diretto molti episodi di Clone Wars e Star Wars Rebels si trova benissimo nel live action, al punto che ha co-creato con Favreau molti episodi ed è accreditato come co-papà del Baby Yoda. Molto bravo il regista nigeriano Rick Famuyiwa, autore dell'episodio più teneramente favolistico (il numero 2, il bambino) nonché di uno dei più spettacolari per sparatorie (il numero 6, il prigioniero). Deborah Chow, già regista per Better Call Saul e Mr Robot, dirige l'episodio che forse farà più sbavare i cosplayer e amanti dei pupazzi articolati con armature  (il capitolo 3, il peccato) e il pre-finale (capitolo 7, la resa dei conti). Bella sorpresa anche Bryce Dallas Howard, che come il papà prima di lei è passata dietro la macchina da presa dirigendo il capitolo 4 (il rifugio), forse uno dei più belli, per poetica e paesaggi, quello che ricorda di più i 7 Samurai. 
Gli effetti speciali non potevano che essere della Industral Light and Magic di Lucas, che per l'occasione ha aperto una filale che si occuperà anche delle prossime stagioni dello show. Anche se dispiace vedere nei titoli di coda quell'Unreal Engine 4 di Epic, segno che la gloriosa ILM ormai prende in appalto la tecnologia 3D che lei ha inventato. La colonna sonora, da favola, che utilizza in luogo del classico John Williams brani inediti, ma con tutto un gusto epico alla Basil Poledouris tra trombe e taburi di guerra che urla "Starship Troopers", è di Ludwig Gorannsson, che si è fatto già notare con Creed, Black Panther, Venom ed è stato scelto da Nolan per il suo nuovo e attesissimo Tenet.
La fotografia, che ha trasformato le scenografie sugli sfondi della California meridionale e il Cile in un deserto spaziale, è firmata da quel genio di Greig Fraser, già direttore per Zero Dark Thirty, Lion, presto in sala con il prossimo Dune di Villeneuve e The Batman di Reeves, nonché amatissimo dai fan di Star Wars per il pazzesco lavoro svolto in Rogue One


- Gli attori: Pedro Pascal, che dà corpo e voce al misterioso Mandalorian, è un attore bravo e tosto. Se avete visto Narcos vi ricorderete dell'agente DEA Javier Pena, duro e malinconico. Se avete visto Il trono di spade vi ricorderete forse del suo temibile Oberyn Martell. Al cinema oltre alla versatilità si è dimostrato un fenomeno anche nelle coreografie di combattimento, roteando lance e spade tra cavi wuxia in The Great Wall di Zhang Yimou e utilizzando con stile un lazzo da cowboy laser alternato ad un revolver in Kingsman: The golden circle. Ha già recitato un film con un casco in testa per tempo, l'ottimo thriller sci-fi Prospect, di Earl e Caldwell, ma almeno lì il volto si vedeva dietro a un oblò, mentre qui in Mandalorian la situazione "casco" è peggio, sia in termini visivi che espressivi. Forse è peggio  pure di quello che toccava fare a Peter Weller in Robocop, che doveva in più  recitare muovendo la bocca a scatti. Anche  se, a ripensarci, per Weller era comunque peggio, perché doveva in più muovere tutto il corpo lento e a scatti simulando ingranaggi innaturali in un costume pesantissimo e caldissimo. Diciamo che il fastidio di portare un casco così invalidante è pari a quello che è toccato fare a Fassbender in Frank, al netto della assenza di stunt, magari sulla linea di quanto ha subito Hugo Wearing in V per vendetta, lasciando la corona dei martiri dello spettacolo per "trucco assassino" a Weller. Insomma, Pascal qui in The Mandalorian è chiamato a interpretare un personaggio senza volto ma che deve essere al contempo molto espressivo, umano e malinconico quanto misterioso e autoritario. Deve pure saper picchiare come una specie di super eroe pieno di pose plastiche, usando più armi, avendo visione dell'azione quasi azzerata, con intralcio continuo di mantelli, armature e arpioni. Deve inoltre stare una marea di tempo a giocare con personaggi immaginari in green screen, tra cui delle dino-mucche da cavalcare, che saranno solo in seguito aggiunti in post produzione. Insomma, il peggio del peggio, la difficoltà omega nel risultare credibile e adeguato e non "power ranger", il problema  eterno di dover esprimere sentimenti solo potendo fare uso del "collo", con cui inclinare leggermente la testa e poco più, senza uscire da una posa plastica. Potrebbe usare le mani per gesticolare qualcosa, ma per la maggior parte del tempo gli tocca brandire qualche arma, spesso gigante o complicatissima da gestire, come il lanciafiamme da polso. Risultato? Pazzesco, Pascal è bravissimo. Ci si riesce davvero ad affezionare al suo personaggio, sa muoversi con grazia e combattere come un ballerino. Il mandaloriano è un personaggio unico nel suo genere e memorabile, pieno di umanità e carisma al netto di una armatura che, almeno all'inizio, appare piuttosto anonima, perfino più bruttina di quelle di Django e Boba. È un grande lavoro di mimo quello che aiuta decisivamente alla resa complessiva del personaggio. 
C'è poi il Baby Yoda, di cui ho già accennato sopra. Non ho ancora chiaro quanto sia digitale o animatronico, ma è bellissimo, riesce a rubare la scena anche solo sollevando di tanto in tanto le orecchiucce verdi, ha degli occhi liquidi, profondi, una espressione buffa ma che sa diventare pensosa. Per riflesso, si può dire che più ci appare umano il Baby Yoda, più diventa ulteriormente umana ai nostri occhi la recitazione tutta fatta in sottrazione di Mandalorian, che riesce a enfatizzare  semplici gesti "mimici" di interazione come sollevare il piccolo da terra, coprirlo, offrirgli ogni tanto una pallina con cui giocare. 
Carl "Apollo Creed" Weathers interpreta un enigmatico trafficone di nome Greef Karga, che per molti aspetti richiama Lando Calrissian. Weathers ha una faccia da buono che non finisce più, ma qui riesce a essere insidioso e ambiguo come in Predator ed il suo character è molto riuscito. Nick Nolte da voce a un Ugnaught di nome Kuill, uno dei personaggi più complessi e affascinanti della serie, la wrestler Gina Carano è invece una specie di amazzone di nome Cara Dune, splendida, ironica e come uscita direttamente da un gioco di ruolo fantasy anni '80. Datemi Red Sonya con lei protagonista e il Grande Khali come Yago. 
Ci sono molti altri personaggi, ma credo che avranno una parte più consistente nelle prossime stagioni della serie.

- Finale: un cavaliere in armatura silenzioso e risoluto il cui volto è coperto da un elmo, come gli oscuri cavalieri di Dark Souls, diviene un empatico e generoso anti-eroe dopo l'incontro fortuito con un bambino. Insieme partono per un viaggio che alle volte ha i contorni della fiaba, come spesso, ma nei dettagli, ha il sapore amaro della guerra e della sconfitta. Visivamente magnifico, accompagnato da una bella colonna sonora, con un ottimo cast e registi che hanno saputo raccontare al meglio e con personalità le singole storie, The Mandalorian è la più bella e gradita delle sorprese del canale streaming Disney+. Un'ottima occasione per vedere una serie adatta a tutta la famiglia e che sa accattivarsi più sezioni di pubblico grazie a una trama stratificata e appagante per ogni fascia di età. Si rischia l'acquisto compulsivo dei mille gadget che presto inonderanno il mercato, primo tra tutti il peluche di Baby Yoda, ma è un piccolo scotto da pagare in relazione a prodotti così bene confezionati. Quasi otto ore da sogno. 
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lunedì 27 aprile 2020

Dragonero - il ribelle: "La voce della foresta profonda"



- Premessa - Dragonero e Jack London : 

Guardate come se la tira!

prima che diventasse l'anno delle maledette micro-palline con la coroncina, il 2020 aveva dei piani diversi, almeno per Disney: sarebbe dovuto essere l'anno della grande celebrazione del mito del "cane da slitta". Un revival cinematografico a tutto tondo, che parte addirittura da temi attuali e scottanti come i "grandi errori della Storia dei cani da slitta", con la riabilitazione del cane da slitta "Togo", con una pellicola di Ericson Core con protagonista Willem Dafoe. 

Locandina un po' ambigua, con ADfoe che pare essersi fatto un bel pellicciotto di cane da slitta

Togo, ora lo potranno gridare le nuove generazioni dei suoi cuccioli, è il vero vincitore della "corsa del siero del 1925 a Nome in Alaska (conosciuta anche come "grande corsa della Misericordia"), titolo rubatogli del raccomandato politico Balto, cui per la stessa impresa avevano dedicato un film animato Warner Bros, diverse statue e fama. Come nei peggiori scandali sportivi, la gran parte della corsa l'avrebbe fatta la slitta del cane Togo, con Balto che si è imbucato al comando negli ultimi otto metri di gara uscendo da un McDonalds in cui era stato da sei giorni e tagliando il traguardo per primo. Tutti sapevano ma hanno taciuto (immaginiamo per via delle potenti lobby dei cani da slitta), ma dopo quasi 100 anni "giustizia per Togo" è stata fatta. Messa questa pezza doverosa, la Disney è passata alla fase più filosofica del progetto, se vogliamo: l'esegesi attualizzata al "Disney Live-action" del mito massimo per ogni cane da slitta di sempre, l'immortale Il richiamo della Foresta di Jack London, papà di Zanna Bianca e più volte portato su schermo. 

Trova sei piccole differenze con il disegno di copertina di Dragonero

Il film omonimo diretto da Chris Sanders con Omar Sy e Harrison Ford è una vera bomba, il racconto del viaggio di ritorno alla natura eco-sostenibile e da green-economy di un "civilizzato" cagnone "alla Beethoven" (la razza non sarà quella ma l'attitudine sì) diverte, commuove e probabilmente, se mi concedete una riflessione personale, ne fa l'unico film con protagonisti dei cani che finora non mi faccia vomitare per quel misto di orticaria e diabete che mi procurano questo tipo di pellicole. Bello, per davvero. E quindi trovo doveroso e necessario che anche Dragonero, sulla scia del grande "anno del cane da slitta che non è stato" oggi declini la sua versione personale della mitologia di Jack London sul "richiamo della natura".


L'elfa Sera in questo numero di Dragonero - il ribelle non traina ancora nuda, sulla neve e con le sue gambette senza ceretta, una slitta carica di medicinali, posta e Omar Sy (magari lo farà nei prossimi numeri, attenzionando i per ora silenti "attivisti pro-elfi"), ma la struttura narrativa di fondo mantiene comunque molti punti di contatto con "l'altro richiamo", compresa la presenza di una creatura dai contorni magici "che richiama", che in questo caso non ha la forma di un grande lupo ma di una specie di Poison Ivy. Il "legame" tra Sera e questa Poison Ivy possiamo anticipare che trova le radici nell'incredibile capolavoro della "donna ragno" che abbiamo conosciuto come ottima artigiana internazionale, che "IKEA spostati" nel numero 64, quasi a livello del Garpez (e già sento le vocine nerd urlarmi: "Mannooo, guarda la foggia e le incisioni, è un omaggio alla prima suit di Battle Angel Alita di Kishiro! Sei troppo cattivo!"). Insomma, tutte le premesse di una trama a favore degli artigiani della qualità, solo che parliamo di un legno lontano dalle foreste innevate del Nord America, più vicino alle spaventose "foreste dalla notte infinita" di Blair Witch Project (omaggiato anche in una tavola di pag. 48 e nella prima tavola di pag. 64, dove un certo personaggio assume una posizione molto simile alle celebri "bambole di legno").



- Sinossi fatta male: Cosa può fare una Elfa adolescente erondariana con per genitori un orco e un biondino ultra-preoccupati/apprensivi quando viene sgamata di notte a scappare dalla propria cameretta in cerca di una cannetta di Owia, che ti fa fare i viaggi psicotropi? Può bastare inventarsi cose hippy come "sento il richiamo degli alberi di Owia, datemi tregua, prendo l'uccello gigante, metto il casco, esco, non mi aspettare svegli"? Ovviamente no, i genitori adottivi non se ne andranno! Ma l'Erondar è grande e ricco di sostanze psicotrope biologiche al 100%, così Sera riesce a convincere biondino e orchetto che il "richiamo" potrebbe portare tutta la famigliola dalle parti di Frondascura, dai sui genitori naturali, in un bosco guarda caso pieno di funghetti che "ti illuminano il cammino psicotropo", facendoti arrivare a sentire il richiamo di enormi alberi di Owia psicotropi. I nostri eroi partono, contenti di condividere un bel momento familiare con la piccola Sera e i simpatici elfi di Frondascura. Come finirà la vacanza? 


- Bel tempo di Sera: Fesserie a parte, ci mancava davvero l'elfa Sera, che abbiamo visto davvero troppo poco negli ultimi numeri di Dragonero. Tutti poi qui in redazione amiamo e attendiamo avidamente l'inside-joke  "cosa fa questo mese Sera con un uccello?", con cui possiamo esplorare le sempre diverse, a ogni numero, interazioni tra Sera e "il mondo dei volatili erondariani". Con queste nobili creature di stazza fantasy variabile (un intero mondo di "Uccellacci e uccellini", citando Pasolini) Sera condivide una sensibilità teneramente affine, che riesce a declinarsi in modalità di comunicazione sempre uniche e appropriate. Sera li accarezza tenendoli tra le mani, li porta al sicuro nel nido, ci monta sopra per volare e combattere, si sente anche lei stessa un uccello, molte volte in gabbia anche se dotata di una sua indipendenza, perennemente in volo e per questo lontana dalle proprie "radici". I volatili più piccoli sono un po' come le sue bambole, li cura come lei stessa vorrebbe essere curata e accudita, esplicitano un bisogno di "coccole" che spesso rimane inespresso. A cavallo dei volatili più grandi, un rapido mezzo di trasporto e battaglia, Sera diviene una guerriera, una unica creatura veloce e implacabile in grado di frantumare eserciti. A metà strada tra il pulcino da accudire nel nido e lo sparviero che domina il cielo, Sera stessa diviene quindi un "pettirosso da combattimento", per dirla come la Berté. Una creatura del cielo "oggi ancora più cazzuta", proprio perché adolescentemente "ribbbelle su questa testata ribbbelle", che non mi stupirebbe quasi immaginarla, tra i tanti sguardi cupi e azioni da ninja di una nuova sicurezza di sé, con una mitragliatrice al posto della gamba protesica come la Rose McGowan di Grindhouse - Planet Terror. Forse "troppo adulta?". Una mitragliatrice protesica tecnocratica fatta di sacro albero Owia in arrivo? ...io propongo...
Ma mettiamo da parte mitragliatrici falliche e uccelli fallici e torniamo a noi, torniamo a questa Sera divisa tra passato e presente, al centro della tempesta esistenziale e ormonale, in una ideale "terra di mezzo dell'adolescenza elfica", al punto che in questo numero è rappresentata "una e trina". Una Sera del passato, del periodo in cui aveva ancora due gambe e contorni infantili, che ha vissuto una avventura parallela agli eventi che hanno impegnato Gmor e Ian nel contrastare gli Algenti nei numeri 52-53. Una Sera del presente, dall'animo tormentato in cerca di risposte sul suo ruolo nel mondo. Una Sera che si proietta in un futuro misterioso, per un istante adulta. Barbieri, l'attuale curatore di Dragonero è autore principale della storia, quello che ha tratteggiato gli eventi passati e presenti con Sera protagonista. Vietti, uno dei due "papà" di Dragonero, ha invece aperto un misteriosissimo squarcio sul suo futuro, cupo e terrificante, molto "heavy metal" se vogliamo. Potremmo quasi dire che Barbieri e Vietti si sono quindi comportati come i i tre fantasmi del Racconto di Natale di Dickens. Forse anche Sera, come piccolo e fragile Timmy del racconto, riuscirà ad arrivare indenne alla fine della storia, ma per ora nessuno può dirlo.  Anche dal  lato visivo abbiamo davanti tre ritratti di Sera, uno diverso per ogni diverso squarcio di tempo, "tra passato, presente e futuro". Le straordinarie tavole dell'albo per questo sono state divise tra il primo copertinista della testata, Giuseppe Matteoni (pagg 84-89) il bravo Giuseppe De Luca (pagg 40-79) e l'attuale copertinista, Giuseppe Pagliarani (prime 39 pagine, da 79 a 83 e da 90 a 98). Sono disegni  che idealmente si specchiano e contrastano per diversità sottili, laddove anagrafica elfica in larga parte maschera il passare del tempo, l'espressività e "ingenuità" delle diverse "età di Sera" riesce a essere colta attraverso raffinate scelte visive. Ha gli occhi grandi, il viso ovale di una bimba e i contorni dolci, la Sera di De Luca. Vive di un corpo più maturo ma dalle linee rigide, uno sguardo cupo e un volto spigoloso e storto, la Sera di Pagliarani. La Sera di Matteoni, che secondo le note dovrebbe essere anche quella di pagina 87, nelle ultime tre vignette della pagina muta repentinamente il volto, si trasforma da ragazzina in una donna dallo sguardo sensuale ma gelido. I cambiamenti di Sera descritti in questo numero avvengono per successive "mutazioni" del corpo e dello spirito, attraverso una struttura narrativa interessante che si merita un approfondimento tutto suo nel prossimo paragrafo.


- Tagli e innesti: Sera non invecchia ma cambia nei dettagli quindi. Mi piace molto sul piano narrativo che sia la protesi della gamba il motore del tutto. Sera si trovi al centro di un percorso di crescita che promana da una parte del suo corpo che sta "cambiando", in un modo pur "fantasy". Il corpo che cambia, per dirla alla Litfiba, è un meccanismo funzionale noto a molte storie di formazione. Qui mi torna alla mente magari più l'incipit di Carrie, lo sguardo di satana di King che le Piccole Donne della Gerwig. Questa "parte di sé sta cambiando" letteralmente "brucia", polemizza con la visione di se stessi, scatena incubi e si impone all'attenzione con forza. La comparsa di un brufolo, le prime mestruazioni, il cambio della voce e dell'altezza, ma si può dire lo stesso, nell'età della crescita, anche di una infelice menomazione dovuta a una malattia o incidente. Non è una rivoluzione subito generalizzata quanto l'accettazione di nuove caratteristiche del proprio essere, resa più difficile dal fatto, non banale e molto importante, che Sera è pur in un mondo fantasy una portatrice di disabilità. La protesi non è per Sera un semplice oggetto (non lo è nemmeno "originariamente" nella testata) quanto una parte viva "del sé" che pulsa, incrina un equilibrio e la porta a scavare nel suo passato in un viaggio di ritorno alle origini, alla ricerca che il suo "vero spirito" accetti questo cambiamento. Un viaggio che si colora in ulteriori sfaccettature in quanto condiviso con la sua famiglia allargata composta da Ian e Gmor, non diverso, anche se "più fantasy", dal viaggio di ritorno al passato che intraprendono qualche volta, spesso a seguito proprio di momenti di crisi (qualche volta anche alla ricerca di risposte biologiche), i ragazzi adottati con adozione internazionale insieme ai loro genitori adottivi. Curioso che si parli di innesti tanto in ambito di protesi quanto di adozioni e botanica. Quello di Sera è quindi un percorso personale ma anche familiare e un ritorno alla natura. A livello psicologico questa simmetria di intenti (ontologico, culturale e multi-culturale, se vi piace) diviene l'humus su cui si inerpica, anche dolorosamente, la comprensione e accettazione condivisa della "storia comune" della attuale famiglia di Sera. Tematiche sociali all'interno di una narrazione fantasy, da sempre cifra pregiata della narrazione a nuvole parlanti di Enoch, che in questo numero 6 di Dragonero - Il ribelle prendono forma al meglio, come nei migliori lavori del mai troppo celebrato Eugene Wesley Roddenberry. Barbieri è stato molto bravo a imbastire una vicenda semplice, efficace e ricca di scene d'azione con all'interno anche una così pregiata chiave di lettura sociale. Ci piace... Ma torniamo a quello che "più ci piace" di Dragonero al di là dei sottotesti: spade e tette!!
- La parte "action" del pacchetto: in soldoni, questo mese ci viene proposta al di là dei preziosismi un'avventura dalle tinte horror, qualche volta anche splatter, ambientata all'interno di un bosco sinistro e pieno di tizi barbuti agghindati come Robin Hood e creature mezze albero e mezze streghe, in genere poco vestite e con le tette. L'incubo descritto nelle pagine da 5 a 7, il flash back da pagina 69 a 77 così come la apocalittica visione da pagina 88 a 93 sono i pregiati fiori all'occhiello del numero, per chi ama le "emozioni forti". La "donna albero" è un personaggio mooolto bello, a metà tra la strega di Blair e i fantasmi orientali stile The Ring, ha una grande presenza scenica. Per il resto ci sono delle scazzottate nella prima parte, ma non spiccano particolarmente. Possiamo dire che la parte action è quindi sostanzialmente promossa sul versante horror, fermo che il sottotesto narrativo e la realizzazione di insieme sono il vero piatto forte del numero. 
- Finale: il numero 6 di Dragonero - il ribelle è sontuoso e rappresenta il perfetto omaggio all'amatissimo personaggio femminile principale di questa serie. Del resto il numero 6 "è donna", come diceva Dante Alighieri intervistato dal settimanale Chi sul canto 6 di Inferno, Purgatorio e Paradiso. Sera è quindi qui al contempo descritta a 360 gradi, bambina, adolescente e donna, mai in modo scontato o banale, spesso seguendo una caratterizzazione tortuosa e asimmetrica, laddove per i classici la bellezza è solo simmetrica. I tre ottimi disegnatori coinvolti si esprimono al meglio della loro forma anche al di là della propria personale e accattivante interpretazione del character design di Sera. L'albo, che non si risparmia per quanto concerne tavole enormi e dettagliate, presenta magnifiche Splash - page di stampo paesaggistico come a pagina 16 e 42, nonché esaltanti splash page action, quasi da comics (con una tavola che si impone al centro "frantumando" in micro-pezzetti e buttando sullo sfondo la gabbia bonelliana), come quelle a pagina 68 e 72. L'impatto visivo generale è davvero notevole, il lato narrativo è ugualmente di spessore, al netto di una certa lentezza nella prima parte del racconto. Un numero molto buono, che apre anche a sviluppi futuri davvero accattivanti. 
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mercoledì 22 aprile 2020

The Thieves - la nostra recensione del sorprendente "Ocean 11 coreano" firmato Choi Dong-hoon


Esiste un diamante favoloso, la Lacrima del Sole, sul mercato nero quotato 20 milioni di dollari, ed è nelle mani di un leggendario e spietato super-criminale alla Kaiser Soze di nome Wei Kong (Ki Gook-seo), che governa occultamente Macao e ha agganci in tutto l'Oriente. Per rubare il prezioso gioiello un ladro ugualmente leggendario, Macao Park (Kim Yoon-seok, straordinario interprete di due classiche crime-story di Na Hong-jin Yellow Sea e The Chaser), mette insieme ben due super squadre di ladri. La squadra comprende due suoi ex-soci, la "mente" Popeye (Lee Jung-jae, visto nel romantico fantasy Il mare, che avrà un remake americani dal titolo La casa sul lago del tempo) e la scassinatrice Pepsee (Kim Hye-soo ), oltre a contare di due "acrobati", Zampano (Kim Soo-hyun) e Yenicall (Jun Ji-hyun) e di una esperta di travestimenti, Chewing-gum (Kim Kae-sook). La squadra cinese è capitanata da Chen (Simon Yam, visto in Election 1 e 2, capolavori crime-politici di Johnny To) e comprende la scassinatrice Julie (Angelica Lee, vista in The eye, il seminale horror dei Pang Bros.), e i rapinatori Andrew (Oh Dal-su, già visto nella celeberrima trilogia della vendetta di Park Chan-wook) e Jonny (Derek Tsang, visto in Eye 2). Questo mucchio selvaggio darà vita a un complesso furto che tra inseguimenti, sparatorie e acrobazie con funi lungo le pareti dei palazzi coinvolgerà un casinò e un Hotel di Wei Kong, trascinando del caos tutta la polizia e la criminalità di Macao. Riusciranno i ladri a coordinarsi, non essere scoperti e non fregarsi tra di loro il bottino?


Spettacolare. The Thieves, del 2012,  è senza dubbio uno dei migliori film di rapine che mi sia mai capitato di vedere. Ma come molti film coreani divenuti famosi anche in occidente è difficile inquadrare la pellicola "solo" in un genere di riferimento. Qui ci sono inseguimenti, sparatorie, acrobazie  e un articolatissimo piano criminale a più livelli, scatole cinesi, doppi giochi e tutto ciò che fa di un film di rapine un buon film di rapine, ma  c'è anche dell'altro. Si parla di sconfitta e rivalsa, si parla di fedeltà e libertà, passione e amore, si parla in modo disparato di famiglia. Lo si fa in termini generazionali, culturali ed etnici. Così prendiamo un personaggio apparentemente sbarazzino come Yenicall, la "Fujiko" del gruppo, interpretato da una attrice bella da mozzare il fiato e lo troviamo buffo e al contempo tragico nel suo essere una "poco di buono", una con tatuato sul piede "l'happy ending è la mia specialità. Scopriamo che è stata incarcerata per adulterio (essere amante di una persona sposata), che in Corea è un crimine, che fa la vamp ma tiene lontane le persone che sa potrebbero volerle bene, usa la sua sessualità e femminilità come uno strumento. Allo stesso modo Chewing-gum è una donna di mezza età buffa e autoritaria, sfiorita ma ancora romantica, che beve per non pensare ai problemi di comunicazione che ha con la figlia, che rinuncerebbe a tutto per essere di nuovo amata da qualcuno. Anche un personaggio apparentemente comico come Popeye nasconde qualcosa di diverso, più oscuro. Bastano pochi tratti, alcuni flashback e dialoghi apparentemente di contorno che raccontano gli eventi  a tappe, come flussi di coscienza, e scopriamo un sacco di cose, ci appassioniamo davvero ai nostri eroi, anche quando li troviamo di colpo vigliacchi, autodistruttivi, falsi. Nei 135 minuti del film c'è azione, divertimento ma anche dramma, i personaggi riescono a svilupparsi a 360 gradi e assumono una reale complessità. Da incorniciare e consegnare ai posteri la lunga sequenza del pre-finale, con scene di inseguimento dentro e fuori a dei palazzi, tra balconi, ascensori, ventilatori, proiettili, swat, criminali e cavi metallici con cui letteralmente "volare". Ma al contempo non è meno forte la scena al rallenty (simile in pare a quella di The Beast Stalker di Dante Lam, che in originale si chiamava proprio The Crash, in onore di un incidente stradale che diviene la chiave di lettura dell'intera pellicola) di un incidente d'auto, tragico e inaspettato, che arriva all'alba, con le gioiose insegne al neon del casinò che si spengono mentre la strada è ancora vuota, in attesa delle prime luci del giorno. The Thieves è un gioiello e dobbiamo ringraziare La Tuckerfilm e Cecchi Gori per l'home video. Vi consiglio spassionatamente di recuperarlo. 
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domenica 19 aprile 2020

La vedova Winchester - la nostra recensione post-datata


La vedova Winchester (una stupenda Helen Mirren), ultima titolare dell'impero economico del più grande costruttore di armi da fuoco e di pattini a rotelle al mondo, è pazza. Ha trasformato la sua mega-villa in un eterno set Lego con sempre nuove stanze che fa costruire o demolire h24 da un'impresa edile, farnetica di fantasmi di persone uccise dai fucili Winchester che incontra giornalmente, crede di essere maledetta e impone ai suoi ultimi parenti in vita, la nuora Marion (Sarah Snook, già vista bene in Jessabelle e nel tv drama Succession)  e il suo nipotino Henry (il piccolo Finn O'Prey), di non uscire mai dalla magione. Sta pure con in casa, pagato, Angus Sampson, che ha interpretato il cacciatore di fantasmi Tucker, di Specs e Tucker di Insidious, e qui pare interpretare il bis-nonno di Tucker, con lo stesso pallino per l'occulto. Insomma, per il Consiglio di Amministrazione della Winchester, futuro impero "anche" dei pattini a rotelle, la vedova ha perso le rotelle, va estromessa dai "soldi della ditta" e per questo debba essere quanto prima dichiarata pazza da parte di uno specialista. La vedova acconsente alla verifica ma designa per la sua stessa perizia un tipo strano, ombroso, con un passato difficile e una brutta dipendenza dal Laudano, il dottor Price (interpretato da  Jason Clarke, che ormai sguazza nell'horror mainstream come caratterista indispensabile, anche perché molto bravo a fare il pazzo). Il CdA risponde: "Ok, perché no?" e il buon Price, che già di suo vede allucinazioni h24 per lo "sballo da Laudano", viene mandato a villa Winchester a vedere se ci sono davvero i fantasmi che la vedova sostiene di vedere. Ci saranno davvero i fantasmi? 


In tempi in cui "si deve restare in casa" su Rai4 e Ray Play ci si può comunque divertire e imbattere in un film interessante quanto assurdo come La vedova Winchester. Un film diretto dai fratelli Spierig, i registi del brillante Daybreakers - l'ultimo vampiro, del buon Predestination e del non così orribile Saw Legacy, ma che mi era stato sconsigliato come la morte ai tempi dell'uscita in sala, facendomi salire a mille la voglia di vederlo. Così appena è uscito in home video sono andato a prenderlo approfittando di un'offerta, ma sono in realtà tornato a casa con La settima musa, che più o meno aveva la stessa copertina, mi dicono essere ugualmente brutto ma devo verificare. Aspettando che uscisse magari ex noleggio, ecco che te lo trovo su Rai4 e mi ci butto, consapevole dai trailer che sarà probabilmente una "baracconata deluxe" sul tema della casa stregata, in salsa vittoriana, a metà strada tra Haunting di Jan de Bont e I 13 spettri di Steve Back. Una pellicola "Deluxe", in un mare di film horror sempre più mezzi-indipendenti realizzati con tre lire e telecamera del cellulare (non dico "brutti", dico "per una volta qualcosa di diverso"), perché basata su una storia vera e famosissima, arricchita da un impianto scenografico davvero ricercato, sontuoso, realizzato con tutti i crismi estetici, benedetta da un cast di tutto rispetto che annovera anche Eamon Farren, distintosi nell'ultima serie di Twin Peaks. Una pellicola comunque "baraccona", con una concezione dell'horror prettamente escapista, da casa degli orrori da luna park, dove si guarda più alla quantità ludica dei jump-scare rispetto alla costruzione di quella sofferenza mentale e sottile di cui si sono fatti bandiera oggi Ari Aster, Jordan Peele, Guadagnino. Non siamo quindi molto distanti dal cinema, forse più prodotto che diretto, da James Wan, dove gli "spaventateli" vengono nobilitati da una qualità produttiva figlia dello stile Hammer. Da amante del genere in un horror, anche "da parco giochi",  mi appassiono alla costruzione degli ambienti e dei "mostri", dalla filosofia di fondo che muove l'ingranaggio. In questo La vedova Winchester, interpretando il mito della reale villa Winchester,  è molto interessante. La villa è una specie di calamita per gli spiriti, la vedova la usa per renderli manifesti e purificarli. Ogni stanza che viene creata è di fatto la riproduzione del luogo in cui è stato ucciso il fantasma e può fungere da amplificatore, per permettere il dialogo con lui, oppure da gabbia di contenimento, qualora l'entità non sia collaborativa. Se il fantasma viene aiutato a trascendere la stanza si abbatte e se ne costruisce una nuova, se il fantasma è violento la stanza viene sigillata con 13 chiodi diventando un "ecto-contenitore" (alla Ghostbusters), una prigione dalla quale cercherà di scappare. Le stanze sono collegate tra loro da un sistema di tubi con cui si può comunicare a distanza, sono piene di passaggi segreti, c'è una campana che suona a mezzanotte forse dividendo il tempo della giornata tra vivi e morti. L'impianto funziona anche dal punto di vista che ci siano i fantasmi e fosse tutta una allucinazione "condivisa", per i motivi sopra esposti nell'analisi della trama, tra lo psichiatra e la vedova. Il senso di colpa della vedova per essersi arricchiti vendendo armi si mischia bene al senso di colpa del medico, amplificato dalla sua dipendenza, di vivere sui dolori delle persone senza davvero avere la certezza di averle aiutate. Entrambi potrebbero sviluppare quella che in psicologia si chiama "follia a due", vedendo di fatto "spiriti". Una costruzione come la villa Winchester può poi scricchiolare e cadere se al suo interno c'è una entità spirituale furiosa, ma potrebbe avvenire lo stesso se la costruzione è perennemente sottoposta a lavori di demolizione e ricostruzione che ne minano la stabilità. Esiste un doppio binario interpretativo per tutto quello che vediamo e questo è davvero il fiore all'occhiello della pellicola. Se quanto finora esposto può essere affascinante, da "pepe" alla storia e allieta lo sguardo, il comparto narrativo sceglie in modo un po' pigro e poco coraggioso di ricalcare troppo situazioni già abusate nelle pellicole di genere e infila dentro pure un paio di supercazzole moleste. Visto con poco disincanto, seguendo le supercazzole, qualcuno potrebbe sostenere che il film punti ad avvalorare  l'american dream di poter sparare con un fucile ad ogni cosa, compresi i fantasmi. In un epoca in cui circola il Coronavirus e gli americani hanno deciso prima di saccheggiare i supermercati alimentari di svuotare le armerie, come se loro potessero con i fucili sparare anche ai virus, la cosa fa decisamente riflettere. Da un altro punto di vista e seguendo una diversa supercazzola, qualcuno può leggere questi fantasmi in larga parte come degli ipocriti, in quanto  morti per lo più in conflitto a fuoco alla pari, spesso durante eventi bellici, solo perché il loro fucile "funzionava meno bene di un Winchester". Come se avessero bevuto Pepsi per tutta la vita e in punto di morte scoprendo la Coca Cola, valutandola migliore ma non potendola più bere, andassero a prendersela con il CEO di Atlanta infestandogli casa. Se riuscite a schivare queste due supercazzole dandole il giusto peso, troverete ne La vedova Winchester un film horror più carino, un ottovolante ben confezionato anche se non travolgente, molto soddisfacente sul piano visivo e con ottimi attori coinvolti. Assolutamente non un capolavoro ma un discreto film per una serata scacciapensieri. 
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venerdì 10 aprile 2020

A dirty carnival - la nostra recensione di un classico gangster Movie coreano


Essere un gangster non è facile, serve impegno, fedeltà, avere mille occhi e zero punti deboli. Un gangster coreano "alla dirty carnival" deve in più impegnarsi in risse furiose ma senza "colpi letali", che la polizia poi si incazza e fa pagare le spese mediche alla gang. Deve poi stare tutto il giorno a giocare a nascondino con le gang rivali, distruggendo le rispettive sale da gioco e scappando via con il furgone. Deve entrare nelle case di chi non paga il pizzo e mettersi nel loro soggiorno in mutande a guardare la TV. Gli toccano gli incontri settimanali con il Boss in cui è obbligato a esibirsi al karaoke. Deve paradossalmente pagare il cibo della gang e l'affitto del "covo", perché i soldi non bastano mai. Specie in virtù di un assurdo sistema "gestionale" per cui se non ha uno "sponsor", una specie di finanziatore non-criminale, la fetta di ricavato dell'attività "criminosa standard" spetta al 90%, non trattabile, al capo, con tutti i picciotti che non hanno neanche i soldi per le mazze da baseball nuove. Poche botte, tasse da pagare, sponsor, karaoke, uniti a un apprendistato lunghissimo in cui si fa per anni poco più dell'attività di un buttafuori e se si "sale di livello" si rischia il carcere subito, senza passare dal via, con ancora le tasche mezze vuote... Insomma, non è Scarface!! Kim Byung-do (Jo In-sung) oltre a un promettente gangster vuole essere visto per questo come un ragazzone di 29 anni con la testa sulle spalle, tutto casa e famiglia, magari un buon partito per la sua ex compagna di classe che ora fa la commessa in un Feltrinelli coreano (Lee Bo-Young). Per questo decide di mettersi a nudo davanti al taccuino dell'amico di infanzia Min-Ho (Namkong Min), promettente sceneggiatore cinematografico, perché descriva al mondo, con realismo e passione, tutto quello che i film di gangster non mostrano. Questo porterà alla produzione di una pellicola che a tutti gli effetti sarà una specie di manifesto della "classe operaia gangster coreana" che subito suscita l'attenzione del narcisissimo mega-Boss di Kim Byung-do, il potente "presidente" Hwang (Chun Ho-Jin), bene intenzionato a far fare la carriera di attrice a sua figlia. 


A dirty carnival, già da tempo nel catalogo Cecchi Gori - Far East, è il distillato perfetto del thriller coreano di successo moderno, lo stesso che nel 2020 ha prodotto Parasite. Personaggi complessi tanto buffi quanto spietati, una storia libera di entrare e uscire dai limiti del "genere", molta azione, perfette scenografie e una scrittura articolata, mai banale. Ci si innamora presto dello sfigatissimo, romantico e finto-bullo Kim Byung-do. Ma il suo mondo tragicomico velocemente si fa tetro e senza uscita, relegandolo a un ruolo per lo più difficilissimo e ingrato di pedina senza futuro. Una pedina  circondata da pedine come lui, che ne vogliono prendere il posto e sono tutte condannate a stare lontanissimo dal re, con la sua mania del karaoke abbinato a canzoni "anima e core" coreane, in cui sono obbligati dal boss a cimentarsi quotidianamente, nel modo più stonato ma "impegnato" possibile. È un film kafkiano, l'afflato leggendario dell'etica e fedeltà  degli yakuza-samurai di Kitano è lontanissimo, la vita goduriosa ed esaltante, tra donne e soldi, dei malavitosi di Scorsese è ugualmente lontana. Si sta a soffrire ed esporsi per due soldi, pagare spese mediche a un avversario "picchiato troppo forte", pagare l'affitto del covo e ci si autoinfligge pure il karaoke, il "grande momento" della settimana. I 135 minuti volavo via in un attimo, gli interpreti sono davvero bravi e chi definisce A dirty carnival come uno dei migliori film coreani di sempre non sbaglia. C'è tutto dentro, dal melodramma all'action, e gli ingredienti sono sempre ben dosati. 
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lunedì 6 aprile 2020

Wolf warrior 2 - la Recensione del campione di incassi action cinese.



Wu Jing o se preferite "Jacky Wu" forse era un tempo semplicemente "un tizio che mena Brendan Fraser a inizio film" ne La mummia 3 nonché "il tizio che non so come si chiama di S.P.L" (da noi è arrivato solo SPL 2, con il nome Kill Zone e la presenza extra di Tony Jaa, presto arriverà SPL 3, per Blue Swan). Di sicuro era ed è un artista marziale da paura, con il pedigree, uno che come Jet Li ha fatto parte del Beijing Wushu Team, nonché un terza generazione di una famiglia di atleti marziali, ma mancava la grossa occasione per fare il botto, doveva arrivare il suo "periodo del lupo". Nel 2008, dopo che Jing partecipa come volontario della One Foundation per soccorrere le vittime del terremoto del Sichuan, il nostro, che continuerà una carriera di "solo attore" un po' su e giù, si fa notare con Wolf Fang (conosciuto anche come Legendary Assassin) di cui è protagonista e anche regista e tornerà regista e interprete con il mega successo Wolf Warrior, del 2015, e con questo Wolf Warrior 2, del 2017, uno dei più apocalittici successi della cinematografia cinese action. Uscito poco prima del similare Operation Red Sea di Dante Lam, Wolf Warrior 2 eleva ed esagera così tanto, ma così tanto, il tema del "machismo supereroistico del super soldato cinese standard", incarnato in Wu Jing stesso, che i cinema esplodono. I numeri di botteghino sono così alti e il militarismo "sbarazzino" esibito così anni '80 che per evitare che Wu Jing realizzi Wolf Warrior 3, riconfermandosi eroe nazionale e conseguentemente certo candidato a nuovo leader unico di tutta la Cina per consenso popolare, gli bloccano la produzione. Storia "quasi" vera, anche se suona come una supercazzola. 
Ma cosa ha di speciale e così follemente contagioso questo Wolf Warrior 2?


Wolf Warrior (da noi stranamente inedito) era un film su un manipolo di super-soldati impegnato in estreme azioni anti-terroristiche contro un villain cattivissimo e occidentale, interpretato da Scott Adkins.
Wolf Warrior 2 mette da parte la super squadra per concentrarsi sulle gesta del solo super soldato Leng Feng (Wu Jing stesso), eroe dai contorni apocalittici a metà strada tra Rambo e Piedone l'Africano. Feng, che è simpaticissimo, fortissimo combattente a mani nude, irresistibilissimo giocatore di Beach Volley, raffinato sociologo multiculturale, grande campione di bevute tra amici, sub provetto, eccelso pilota di ogni veicolo nonché sorprendente culturista coperto da shampoo Baby Johnson, si trova a ricercare in lungo e in largo per l'Africa il proprietario di uno strano proiettile levigato a mano. Quel villanzone è l'artefice dell'omicidio della sua bella, super-soldatessa pure lei, uccisa mentre Feng era in carcere per una "questione di onore e rispetto militare" (che scopriremo ad inizio pellicola). Ben presto il nostro eroe finisce per essere coinvolto nel salvataggio di un medico virologo (che ovviamente è una figa da paura, Celine Jade, sventola da Wu Jing scoperta in Wolf Fang), poi di un'intera fabbrica a conduzione mista cinese-africana, intraprendendo una guerra personale contro un villain che è di nuovo cattivissimo e occidentale, questa volta con il volto del bravo e simpatico Frank Grillo (La notte del giudizio, Captain America Winter Soldier e Skyline Beyond). Un mercenario spietato al comando di un manipolo di mercenari spietati, per lo più occidentali e caratterizzati quanto i cattivi dei G.I.Joe, tra cui figurano il gigantesco wrestler Oleg Prudius (di recente visto in Fast 8 e John Wick 2) e la fantastica Heidy Moneymaker (la stunt di Scarlet Johansson quando fa Vedova Nera, ma pure di Ruby Rose in John Wick 2).


La trama, che sorprendentemente ha un mare di similitudini con il Tolo Tolo di Checco Zalone,  è un semplice pretesto per montare in serie una lunga fila di scene d'azioni spettacolari, spesso sanguinolente quanto un Mortal Kombat, in cui il nostro eroe picchia, guida cose, nuota, spara, pugnala e fissa l'infinito con sguardo figo e pettorale lucente e unticcio. Infarcita di patriottismo ma ogni tanto non aliena a registri più leggeri, la trama a volte presenta dei pazzeschi momenti nonsense, come quando per salvarsi da degli infetti-zombie Feng gli distribuisce del ramen liofilizzato e loro vanno via contenti. L'azione è pazzesca, a partire dall'iniziale piano sequenza che segue il nostro eroe immergersi in mare, ribaltare una barchetta di pirati, combattere contro loro sott'acqua fino a legarli con filo di acciaio, riemergere, salire sulla loro barchetta, prendere un bazooka e con quello sparare a un'altra barchetta di pirati con il missile che viene sparato verso là telecamere come un James Bond. Wow!! La lunga scena dell'inseguimento in auto che coinvolge Heidy Moneymaker in una serie di salti con la moto e atterraggi su jeep in corsa è da paura. Tutto il film è zeppo di azione a rotta di collo, il volume di fuoco riesce quasi a superare Commando con Schwarzenegger e le arti marziali si esprimono con classe quanto a volte con una potenza "cartoon" tale da rivaleggiare con i film di Bud Spencer.  Frank Grillo gigioneggia nel ruolo di un cattivo così cattivo da non avere neanche un nome, nei titoli di coda definito "Big Daddy" come "il più cattivo dei mostri" in uno zombie Movie classico. Fa il suo lavoro alla grande e gli vogliamo bene, Frank dovrebbe essere più sfruttato al cinema.
Wolf Warrior 2 arriva come graditissima sorpresa nel catalogo degli Originals di Blue Swan, una serie di opere di grande successo all'estero e nei festival, ma in Italia poco conosciute, che stiamo imparando ad amare. È un action travolgente ed adrenalinico, con una trama un po' assurda e semplicistica ma tanta voglia di farvi divertire, sobbalzare sulla poltrona e elogiare un artista marziale ingiustamente ancora poco noto. Una bella giostra su cui farci un giro, a mente spenta e tutta adrenalina. 
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