lunedì 17 febbraio 2020

Dylan Dog n.401: L'alba nera - la nostra recensione




Londra, ai giorni nostri di un mondo che è (forse) il nostro. 
I morti parlano! (Cit). Nello specifico possono parlare i cadaveri all'obitorio di persone che dovrebbero essere morte da giorni ma a cui hanno ficcato una forbice negli occhi poche ore prima, perché misteriosamente ancora vive e forse pericolose. Nelle mani di un ricercatore abile si potrebbe forse ricavare qualcosa come la formula per rianimare i morti, ma la posta in gioco è alta, perché quel morto con la forbice degli occhi potrebbe rialzarsi di nuovo. Ma possono esistere gli zombie? Per Scotland Yard è meglio credere ai terroristi che ai non morti, questioni di politica del territorio. Per l'ex moglie del cadavere risorto e rimorto è meglio che gli zombie esistano, per non finire in carcere con l'accusa di omicidio, ma c'è un detective a Londra che può aiutare a scagionarla. Il suo nome è Dog, Dylan Dog. Sui quaranta, belloccio, barbuto, ex poliziotto, forse alcolista, amante del cinema horror e fantasy, probabilmente pazzo. Esercita e vive in Craven Road insieme a un assistente silenzioso e risoluto, cicciottello e senza baffi, che ripete costantemente e ossessivamente una sola parola (ma che ha moltissime variazioni di significato che solo Dylan sembra riconoscere): "'Gna". Tra oscuri uomini luciferini, mogli di non morti e agenti di polizia rissosi come ex moglii in cerca di terroristi, il nostro Dylan riuscirà a salvarci dai morti viventi?
C'era una volta Dylan Dog, oggi c'è ancora Dylan Dog. Forse. 


La meteora e il numero 400 lo hanno cambiato, Il personaggio si è quasi fuso e sovrapposto al leggendario Dellamorte Dell'amore, si è riassemblato rileggendo diversamente lo storico numero 100. In sintesi "riparte". Come fosse un remake o un reboot o un sequel o qualcosa di diverso, Dylan riparte "rigenerato in modo bizzarro", come capita al Doctor Who ogni tot anni. Con lui cambiano parzialmente il suo mondo e le sue relazioni, forse per i sei mesi su cui si dipanerà questa singolare saga o forse per più tempo, per me con l'unica certa sicurezza che Recchioni sta facendo qualcosa di nuovo e molto divertente, sinceramente spassoso, mentre una parte del fandom è di nuovo sul piede di guerra per le troppe modifiche allo status quo che dall'inizio della sua gestione si susseguono a flusso continuo. Com'è quindi questo nuovo e barbuto Dylan Dog? Assomiglia un po' al vecchio Morty di Rick e Morty, è un uomo che ne ha passate tante, ha la mente ridotta in pezzi ma proprio per questo è tanto folle quanto geniale. È un Dylan "da tre sedute di psicanalisi minime a settimana", la cura più easy per tutto quello che ha scoperto su se stesso e sopportato negli ultimi numeri, ultima la consapevolezza, alla Deadpool, che viene dal numero 400, di trovarsi il protagonista di un fumetto. È questo l'inizio di un percorso, come ho già scritto pianificato per almeno sei uscite, peraltro è davvero difficile prevederne gli sviluppi, non vedo letteralmente l'ora di sfogliare i prossimi numeri.
Questo quattrocentouno si presenta con una elegante copertina dorata, i disegni sono di un Corrado Roi molto ispirato, i testi di Recchioni sono davvero divertenti, carichi di umorismo. C'è molto World building, il Focus per ora è farci familiarizzare con il nuovo status dei personaggi, c'è un gustoso e spiazzante colpo di scena finale. Per ora è un viaggio intrigante, sulla storia, che muove i passi richiamando lo storico numero 1, ci sarà occasione di approfondire nelle successive uscite. Del resto le rigenerazioni sono dei processi lenti quanto affascinanti. 
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sabato 15 febbraio 2020

Memories of a murderer (memorie di un assassino). Finalmente in Italia, dopo il successo di Parasite, uno dei primi bellissimi film di Bong Joon-ho


Corea del Sud, anno 1986, siamo in un paesino della provincia avvolto in una vegetazione fitta e paludosa che fa continuamente sprofondare nel fango o rotolare giù in buche e dirupi chi prova a camminarci sopra.  Cammini per strada e di colpo rotoli in un burrone, vai a scuola e di colpo rotoli in un burrone, fai la fila alla posta perché ti hanno perso un pacco, torni a casa e rotoli in un burrone. Questo non aiuta l'umore generale della popolazione, anche se fa buffissimo da vedere le prime 73 volte, così è normale che un serial killer in città sarebbe saltato fuori. Predilige giovani donne che spesso assale di notte per strade isolate, che ha prima controllato per non cadere sul più bello in un burrone. Le lega e le riempie gli orifizi di oggetti strani, le fa ritrovare in mezzo alla natura. In genere in un posto isolato e pieno di burroni, dove tutti i poliziotti e stampa accorrono e iniziano a rotolare. Nel disorganizzatissimo distretto di polizia, dove tutti hanno i pantaloni coperti di fango, brancolano nel buio. Sembra, tolto il fango, che manchino sui cadaveri i classici peli pubici dell'aggressore-stupratore e qualcuno con una intuizione creativa pensa che l'assassino sia un pelato, un monaco o uno che si depila nei paesi bassi. Per questo motivo gli agenti si recano alle saune pubbliche a sbirciare in basso i numerosissimi avventori di un paese costantemente fangoso. Qualcuno dei più paranoici è invece sicuro che quando l'assassino uccide la radio locale trasmetta uno specifico brano, una nenia romantica che un ascoltatore misterioso chiede ai dj di mettere in scaletta nel caso il clima si guasti e inizi a piovere, il legame pare "molto" evidente. I ragazzini hanno poi messo in giro la storia di un matto che vive nel bagno dietro la scuola locale per uscire solo di notte a uccidere, pericoloso accompagnato da un tanfo di popò. I morti aumentano e la cittadinanza richiede risposte, i detective Park Du-Man (il grande Song Kang-ho, visto in ParasiteSnowpiecerMr Vendetta, Lady Vendetta, The Host e in genere il 90% dei film coreani che sono arrivati in Italia) e Cho Yong-gu (Kim Roe-Ha) vogliono chiudere in fretta la questione e puntano il dito, nell'assenza più totale di indizi, su persone spiantate, asociali e con deficit mentale, spingendole a confessare i delitti con sistemi che vanno molto vicini alla tortura e a volte creando prove artefatte. Il detective di Seoul Seo Tae-Yun (Kim Sang-kyung) cerca di contrastare questo modo di fare, fornendo argomentazioni inconfutabili di quanto tali indiziati siano inadeguati e spesso attaccando briga con la polizia locale. In tutto questo, il killer non si ferma. Forse un test del DNA farà luce sull'identità? Intanto come canta Vasco, tra una scena del crimine e l'altra, il mondo rotola. 


Abbiamo ancora negli occhi il folgorante e bellissimo Parasite, girato nel 2019 e trionfatore agli Oscar del 2020, in cui il regista Bong Joon-ho ci raccontava una storia di quotidiana incivilirà dei giorni nostri, con persone che ancora vivono in caste nette, ricchi e poveri, distinguibili per lo strano odore che emana il quartiere dove risiedono,  con case costruite a ridosso delle fogne. Ora con Memories of a Murderer, girato nel 2003 dallo stesso regista, la sua seconda opera, troviamo ancora un racconto con al centro due "classi sociali", distinte e nemiche, i normali e i "diversi dal normale". Chi è troppo taciturno, che è brutto fisicamente, chi non può ragionare correttamente perché handicappato, chi "si è sputtanato" per una piccola e sgradevole perversione che è diventata nota (in un mondo in cui perfino il protagonista ne ha una peggiore, ma occulta e per lui non rilevante). Chi è "diverso" deve essere infelice e questo non può che portarlo a essere "cattivo", per una logica distorta approvata dalla popolazione "sana", che fa quadrato comune in quanto a gruppo. I detective del paesino di provincia sud coreano arrivano a credere, con questo modo di pensare, che il fantomatico Killer debba essere, in assenza di alcun riscontro effettivo, "per forza, un diverso". Perché è più accettabile, meno traumatico per la comunità, più facile da individuare. Le prove delle indagini allora non sono altro che  pezze d'appoggio per certificare una pericolosità certa e considerata latente, al punto che sono considerate formalità da falsificare per ridurre i tempi delle indagini. Siamo nel 2000 e siamo ancora non troppo lontano dalla misurazione scientifica del grado di devianza sociale sulla base delle anomalie del foro occipitale di Cesare Lombroso, classe 1835. 
Con la grande sensibilità che lo contraddistingue, Bong Joon-ho prende la tragedia di questo atteggiamento mentale e crea un'opera "totale", drammatica, vivida, pervasa dallo humor nero di cui i coreani sono maestri, ricca di colpi di scena e spietata. Un capolavoro che, come Parasite, punta a stravolgere ogni certezza su chi fa affidamento lo spettatore, prima tra tutte il fine ultimo del "mistery" cinematografico, gettandolo in continui e suggestivi vicoli ciechi dove è gustosamente bello perdersi. Con un minutaggio di tutto rispetto, durasse altre sei ore dopo i titoli di coda se ne vorrebbe ancora. Il ritmo è sempre incalzante, le interpretazioni degli attori meravigliose e mai banali. 
Dopo Parasite arriva l'occasione ghiotta di gustare un altro capolavoro di un grande cineasta, come quando ai tempi di Pulp Fiction ritornò in sala Le Iene. Non fatevi scappare l'occasione. 
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venerdì 14 febbraio 2020

#Uomoincamicia - La nostra recensione del divertente fumetto edito da Noise Press



Porta una camicia sgargiante e da pugno nell'occhio come quelle Hawaiane. Le sue principali occupazioni sono bere cocktail e fumare. È troppo Figo e vanitoso per condividere con altri personaggi le vignette, tanto che compare sempre e solo lui al centro di tutto, con lievi baloons da chiacchiericcio indistinto sullo sfondo, dei quali comunque sta sempre attento, con l'orecchio teso. È superiore a tutto e tutti, incarnando un po' il "pistola", come si dice nel Nord Italia e come celebrano il Dogui, il Marco Ranzani ed epigoni. Odia tutti e odia tutto, da buon infelice autodistruttivo, sperando che la fatica dell'esistenza mediocre a cui è stato condannato finisca presto, a modo suo, in una nube infinita di sigarette e un mare di alcol, e in questo c'è molto del Ferreri della "Grande abbuffata".  
C'è un pezzo divertente nella versione online di Donna Moderna, firmato dalla bravissima e simpatica Sara Peggion, del 21.11.2014, intitolato Attente all'uomo in camicia, lo potete trovare facilmente in rete. 
C'è un passaggio che più o meno recita: [...] "da che mondo è mondo gli uomini scelgono abbigliamenti feticcio sui quali sarebbe meglio soprassedere. Anni fa un ragazzo mi si presentò con una camicia hawaiana che faceva urlare di dolore, ma che ben si accordava con la sua allegria: la prima cosa che ho fatto quando siamo andati a convivere è stato fargli sparire quello stock di orribili camicie da tropical pizza. Ora, svoltati i 40, sono dolcemente nelle mani di un ex ragazzo che gira con una felpa da dodicenne con la scritta The Best. È ridicola, non ho idea da che parte arrivi, ma gli sta così bene e gli piace così tanto da azzerare a sorpresa i miei istinti censori più sadici. E da farmi pensare che forse sono troppo invecchiata. O, credo, troppo innamorata". 


Forse è quindi solo una fase, un mood, "l'aria dei 30 anni". Il carattere può essere forse come una camicia, un abito mentale che fa pendant con un abito fisico, una sorta di moda che ci si autoimpone, magari non afferrando il modo in cui viene percepito il nostro look dagli altri. Mi ricordo ancora il mood da playboy del mio amico M. quando a venticinque anni e 18 ore di palestra a settimana sfoggiava per andare in discoteca una sorta di canottiera a reti larghe nude look. Era quella "cosa" a muoverne la psicologia, forse anche le camicie colorate hanno questo potere. Forse al nostro uomo in camicia manca di evolversi prima o poi, alla maniera dei pokemon, in uomo in felpa, probabilmente pagando i diritti d'autore a Sara Peggion. Forse deve trovare la donna giusta. Lo dico con una piccola speranza personale, perché ho avuto anch'io una camicia come la sua, ai miei tempi giovani ed ""alcolici"", quando inseguivo a pinacolada (io non ho mai retto più di una pinacolada, l'equivalente di un succo di frutta con l'alcol di mezzo babà piccolo) il discorso brillante che mi avrebbe fatto conquistare le donne e il mondo, in questo ordine. Non ci sono riuscito, ma il mood dell'uomo in camicia è anche il mio, il fatto di sentirsi "on fire" senza senso è anche il mio, il fatto di vivere in vignette che hanno posto me al centro senza che poi abbia elaborato battute sempre "così divertenti" è anche il mio. Allora l'uomo in camicia creato da Simone d'Angelo è vero, è universale, ci batte dentro al petto un po' a tutti. Ci rende invincibili quando ci immedesimiamo in lui per forza di carattere e cinismo, ci fa fare una risata quando lo guardiamo da lontano un po' più maturi, ridendo di lui e in fondo di noi stessi, magari ricordando: "Ammazza quanto eravamo cinici e fighi". Ovviamente può valere per noi come per "i nostri amici". Per questo il lavoro di Simone d'Angelo funziona in vari modi, pure in certe aree più criptiche che "solo i giovani" possono magari capire. L'uomo in camicia è quindi un tragico ma divertente omino un po' narciso, ma forse è più una questione di camicia, un mood dal quale forse può uscire. Gli si può voler bene all'uomo in camicia, tifare per lui, ridere con lui e di lui, ma come per tutte le opere umoristiche se il gioco può funzionare dipende dal lettore e dalla sua capacità di trovare simpatico il protagonista. Cercatelo in fumetteria, sfogliate qualche pagina e prendetevi magari un the prima di decidere, "conoscerlo un po'" questo uomo in camicia prima di portarvelo a casa (soprattutto se siete signorine). Se entrerete nel mood gusto sarà una lettura gustosa. 
Il volumetto si compone di piccole scenette in genere della durata di una facciata, con un filo conduttore "esistenzialista" di fondo, legato al fatto che il nostro a causa degli stravizi si sta autodistruggendo il fisico e "va bene così, anzi meglio!!" (che è comunque un sottotesto interessante da interpretare). Le tavole sono impreziosite da colori accesi e caldi, lo sguardo del nostro eroe, unico mattatore in scena (in una sorta di Camera café), è spesso sarcastico, il contenuto dei baloons è acidello, sulfureo. Ci si diverte o non ci si diverte affatto a seconda di come "si prende" il personaggio. Di sicuro incuriosisce, io ne vorrei sapere di più sull'uomo in camicia. Ci sono ancora infiniti uomini e camicie diverse da raccontare. 
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martedì 11 febbraio 2020

Dragon Ball Fighterz - Inizia a fine febbraio la Stagione 3 del picchiaduro di Arc System prodotto da Bandai Namco



Si sono tenute sabato 8 e domenica 9 a Parigi le finali del Secondo Anno del Red Bull Dragon Ball Fighterz World Tour, che hanno decretato la vittoria del grande Go1 contro l'aggueritissimo Fenritti al termine di un torneo esaltante e ricco di colpi di scena, con molti nomi illustri che non sono riusciti nemmeno ad arrivare al giorno finale (Sonic Fox). Unica costante la presenza, nel roster di praticamente tutti i partecipanti, del personaggio Goku GT, che da quando è uscito in digitale, il 9.5.2019 per il "Goku Day", è diventata costante irrinunciabile e soporifera in qualsiasi sessione online. Facilissimo da usare, piccolo, velocissimo, estremamente forte e dotato di caratteristiche che lo rendono ancora più temibile quando rimane da solo in campo, il piccolo demonio è diventato incubo e arma segreta di tutti i player. Goku GT a parte, i match parigini sono stati una sfilata infinita dei personaggi di tipologia "attaccante" come Goku, Kid Gohan, Kid Buu, Trunks e Adult Gohan, il sempreverde Yamcha e i tremendi (pur depotenziati) "Tank" Cell e Piccolo. Davanti a questi combattenti veloci e relativamente facili da usare, a questa ultima tornata mondiale del Game Arc System non è sembrata ai professionisti valere la pena investire sui personaggi più complessi ma lenti del roster, tranne qualche eccezione meritevole come il player DekillSage che ha fatto un ottimo uso del "tank" Broly (Z). A fronte di infiniti attacchi di energia (diretti e dei personaggi "support") intervallati da un costante gioco di nervi per rompere la difesa avversaria, nessuno ha scelto di affidarsi alla potenza del "counter" da distanza ravvicinata come Jiren, pochissimi che hanno optato per il "semi-tank" Broly o per i deboli attacchi a distanza di Janemba, zero utilizzi per Videl, Beerus e per lo più scomparsi e pur in passato gloriosi C-16 e Hit. Il piccolo mostro Goku GT ha reso in pratica tutti "i più grossi" e "più sfiziosi" desueti, compreso il personaggio che più gli somigliava sulla carta, Gotenks, a cui viene preferito quasi sempre. Bisogna cambiare un po' le meccaniche di gioco e la sempre bellissima e dolcissima producer del gioco, Tomoko Hiroki, ha già messo le carte in tavola per quello che vuole fare da fine febbraio.


In sostanza si vuole fare in modo che ogni personaggio abbia diverse azioni di supporto tra cui scegliere, si vuole fare in modo che sia necessario schierare un personaggio grosso contro uno grosso o piccolo contro piccolo, si cerca di scardinare il meccanismo perverso per cui se un giocatore ha solo un Fighter in campo, finisce presto inevitabilmente per perdere in pochissimo tempo (salvo se usa Goku GT). Un programma ambizioso che permetterebbe di vedere impiegati negli scontri online per una volta tutti i personaggi e non solo i soliti 8 tra cui il sempreverde "Tusaichi". Incrociamo le dita.
E parliamo quindi anche dei nuovi personaggi del season pass 3. Annunciati 5 combattenti che da fine febbraio usciranno a cadenza bimestrale, i primi due rivelati con un trailer sono Kefla, prevista per il 28 febbraio e Goku Ultra Istinto (probabile come per Goku GT per il 9.5 in occasione del Goku Day). Kefla sembra veloce e divertente da usare, Goku U.I. mi dà tutta l'aria del personaggio complicato e rognoso (da professionisti, anche se manco loro lo usano) come Jiren o Janemba. Ovviamente posso sbagliarmi. 
Dragon Ball Fighterz a distanza di due anni è ancora vivo e vegeto, ricco di una schiera di fan adoranti e con tanti buoni propositi di miglioramento. 
Sono contento di giocarci e non vedo l'ora dei prossimi aggiornamenti. 
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domenica 9 febbraio 2020

Daryl Zed - i mostri sono loro : la nostra recensione



Nel linguaggio dei giornaletti sporchi anni '70 il "69" è una posizione erotica che significa "incastrare l'alto con il basso", in cui un partner si mette sottosopra rispetto all'altro. Nel numero 69 di Dylan Dog nasceva così la "versione sottosopra" di Dylan Dog, il suo opposto speculare. Potrebbero essere gemelli separati alla nascita, ma Dylan è moro, Daryl biondo. Dylan gentile, Daryl arrogante. Entrambi per lavoro indagano l'incubo, ma Dylan cerca di comprendere quelli che sono definiti "mostri", Daryl gli spara addosso e basta perché "non possono esistere mostri buoni". Soprattutto, in un gioco meta-narrativo, Dylan il personaggio di un fumetto scritto da Tiziano Sclavi, un autore che vive nel mondo di Daryl Zed e gli è amico, al punto da ispirarsi alle sue avventure nelle sue opere, giusto abbellendole di un senso morale che nel mondo reale non potrebbe esistere. Anche se il mondo di Daryl Zed potrebbe sembrare per questo dettaglio il mondo reale, direi che ci troviamo in una qualche realtà parallela dove le creature da film horror sono all'ordine del giorno, ci sono le taglie su quelle più pericolose e Scotland Yard per contrastare cose come i vampiri utilizza corpetti con collare protettivo e armi lancia paletti di frassino, nel caso lanciando qualche missile da un elicottero in piena città per sgominare qualche minaccia. In un contesto simile pure i personaggi sono sopra le righe ed è divertente ritrovare tra le pagine la versione alternativa di qualche volto noto di Dylan Dog, solo che "sotto acido". È tutto così esagerato e assurdo, dal lato visivo quanto narrativo, che il mood della lettura diventa parodistico e quindi sostanzialmente innocuo, pur se intenzionalmente "cattivo/scorretto": Daryl Zed è una specie di "versione Deadpool" di Dylan Dog, anche se sarebbe più corretto dire una "versione Lobo". 


Personalmente mi piacerebbe che questo Daryl Zed si avvicinasse alle storie del periodo d'oro di Lobo di Alan Grant e Simon Bisley. Me lo richiamano i disegni di Nicola Mari, che enfatizza le linee muscolari esagerate di alcuni personaggi (che è molto comico in ragione di uno specifico personaggio), tavole ricche di mostri pieni di denti e lingue, esagerate armi e armature alla Giudice Dredd (Griffen, Grant e Bisley erano tutti ragazzacci inglesi della 2000 AD). Me lo ricorda la colorazione vintage, acida, da "comics quadricromatico" (se non è quadricromatico effettivo ci si avvicina moltissimo come citazione). Me lo ricorda la scrittura sarcastica di Tito Faraci, che ci fa guardare con affettuoso distacco e simpatia un anti-eroe bullo e un po' confuso come Daryl. C'è una scena molto divertente, mi è sembrata scritta dal Garth Ennis di Preacher: è un flashback che parla di vampiri con una accezione quasi alla Twilight (e quindi anche di sessualità), è geniale e scorrettissima e non vedo l'ora nei prossimi numeri di vedere come quella situazione di evolverà. Perché purtroppo Daryl Zed dura un po' poco, solo 34 pagine, con la storia che andrà a svilupparsi nelle sei uscite mensili previste, per ora destinate solo al circuito delle fumetterie. L'albetto è carino, spassose le finte pubblicità, carini gli inserti editoriali e micro-striscia umorista sul retro, anche quella una chicca "vintage". 
Un Nicola Mari in ottima forma si diverte a citare i "comics dei mostri" (c'è molto Lobo, ma pure Morbius e qualcosa dalle opere 2000 Ad), sceglie una gustosa linea stilistica affettuosamente retrò e conferisce nuova linfa al personaggio creato visivamente da Dell'Agnol, donandolo di una riuscita "acida" luce pulp. 
Faraci espande lo strano mondo del numero 69 voluto da Sclavi, ma adesso deve mettercisi dentro pure lui, deve pure lui ritrarsi a prendere un caffè con Daryl riflettendo sul ruolo di eroi e anti-eroi, moralità reale e ideale. In queste poche pagine Faraci dimostra comunque tutta la sua capacità di creare quei mondi alternativi, pieni di mostri e regole proprie, che mi era molto piaciuta nel suo Brad Barron
Daryl Zed è un progetto Bonelli strano per distribuzione, prezzo, colore e tipologia di formato. Vi consiglio di sfogliarlo prima di capire se può fare per voi. 
Potrebbe essere idealmente il tipico comics anni '80 che io (o qualche altro lettore attempato) ritroverei dopo un trasloco, tra i numeri di Lobo, il Punitore e la saga del clone.  Effetto nostalgia per me assicurato, mi ha ricordato Lobo ma nulla impedisce in futuro a Daryl di diventare a tutti gli effetti il Deadpool di Dylan, assecondando anche i lettori più giovani.
Serve necessariamente più tempo per valutare la storia, ma l'ho trovato un inizio divertente e ben confezionato, dal buon potenziale. 
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giovedì 6 febbraio 2020

Underwater - la nostra recensione del vostro nuovo b-Movie sottomarino preferito



Ci troviamo ventimila leghe e oltre sotto i mari, a trivellare tesori minerari in vere e proprie strutture fantascientifiche per l'estrazione. Una splendida ingegnere meccanico interpretata da Kristen Stewart, soprannominata amabilmente dall'equipaggio "piccolo elfo senza tette", sta in bagno splendidamente mezza nuda a lavarsi i denti. Con l'espressione splendidamente imbronciata (un classico dell'attrice, quello che per me la rende irresistibile) e i capelli rasati da dura, la Stewart elabora poco splendidi pensieri esistenzialisti da Smemoranda, che ci vengono offerti con tanto di voice over alla Blade Runner, in un momento un po' cringe. Poi la sorpresa, un ragno fa capolino sul lavello puntando le zampette da dentro al rubinetto!! E come ci è arrivato mai? Sarà stato il corriere Ikea con le nuove forniture dei rubinetti a farci questo regalo? Neanche un secondo per ragionarci sopra e... Sbooom!!! Prima un sussulto poi in un attimo trema tutto, crolla tutto, forse c'è una falla! La Stewart splendidamente mezza nuda prende il comando delle paratie stagne e blocca tutto, isola tutto, salva tutti. Anzi no, non proprio tutti, ma non c'è tempo di pensare, bisogna radunare i dispersi e correre alle capsule di emergenza o, se le cose andranno male, uscire dalla struttura, camminare con gli scafandri ipertecnologici per qualche miglio, giungere a una struttura vicina e prendere le capsule di emergenza che sono lì, oppure, se le cose andranno davvero male male, riprendere gli scafandri ipertecnologici e farsi altre miglia fino al punto dove si arriva a un altro avamposto e ripetere tutto. È una faticata come sembra a leggerla? No, di più. Primo, perché siamo ventimila leghe sotto i mari e oltre e la pressione, se non gestita con camere di pressurizzazione varie o marchingegni sulle tute scafandrate, o ti fa esplodere i nervi o ti fa implodere il corpo, con effetti splatter da implosione davvero macabri (e il film è molto splatter, al punto che quando esplode una tuta sottomarina chi la indossa diventa una specie di popcorn nel microonde). Secondo, perché oltre al terremoto sono comparsi dei mostri viscido - pinnati - alienformi aggressivi, veloci e quasi invisibili, ben disposti a smembrare gli esseri umani (ho già detto che il film è molto splatter? Ai popcorn aggiungete la tagliata al sangue). Terzo, perché la compagine dei nostri eroi è ovviamente male assortita, tra gente che è fuori di testa per la decompressione (tra chi straparla e chi accudisce conigli di pezza), gente che si ferisce e deve essere trasportata già dalla prima scena, gente che fa cose suicida. 
Riusciranno i nostri eroi a tornare a casa?
Riuscirà la Stewart, che parte in pantaloni da tuta e micro-reggiseno e subito rimane in micro-reggiseno e micro-slip per entrare nella tuta scafandro, a spogliarsi sempre di più fino alla fine del film? 


Che belli i thriller/slasher sci-fi sottomarini di una volta!! A cavallo di mega produzioni "alte" tra l'Alien di Scott e l'Abyss di Cameron, che dettavano regole stilistiche e di contenuto, si trovava tra la fine del 1970 al 1990 tutto un sottobosco di pellicole minori che in qualche modo, accantonando il lato più filosofico e fantascientifico, strutturavano la "formula" intorno a quattro elementi. La presenza di mostri/alieni/mutanti da affrontare senza conoscere. Situazioni con "assenza d'aria" (vuoi "spaziale" o "sottomarino" o "ai confini del mondo", tra ghiaccio o caverne, l'importante è che si fatichi a respirare) con legata a stretto giro una alta componente claustrofobica (sia in istallazioni spaziali che in quelle sottomarine o tra cunicoli di roccia e rifugi tra i ghiacci ci "si sta stretti"). Terzo punto, una fase narrativa caratterizzata da corazze varie, tute pesanti, scafandri o esoscheletri limitanti vista e mobilità dei personaggi (elevando al quadrato paura, claustrofobia e senso di mancanza d'aria). Quarto, il più importante al pari del mostro, la "bella": una donna di carattere ma femminile, intelligente, affascinante in un modo non banale (spesso androgina), coinvolta in scene cariche di tensione ed erotismo. Sigurney Weaver, in Alien di Scott, che di nascosto rimane in mutandine e reggiseno per indossare la tuta spaziale, nella stessa zona dell'astronave dove risiede il mostro, è la perfetta sintesi dei quattro punti e per vendere un film derivativo non bastava altro. Nel 1980 andavano fortissimo le pellicole ad ambientazioni "sottomarina" ed essendo io all'epoca un pischello le divoravo una dopo l'altra (oggi con occhi più adulti ho un po' paura a riguardare certi film). Tra questi film Lo squalo 3 (lo squalo torna spesso come mostro, diventando spesso una versione mutante aggressiva del pesce), Leviathan, La "cosa" degli abissi (The rift), Creatura degli abissi (Deep Star Six). La specifica  narrativa alla base dei "film di mostri sottomarini" è che "non gli devi rompere il tridente, a Nettuno, Cthuluh o chi per lui":  più inquini (anche un sottomarino nucleare sul fondo "inquina")  e rubi dal sottosuolo del mare, più finisce male. Il mare diventa il posto del male e arriva il mal di mare, tutti vanno giù giù giù e fanno glu glu glu, come in "Beato tra le donne" condotto da Bonolis, mentre noi effettivamente ci beiamo di donne forti e spesso mezze nude come Ripley che affrontano mostri tentacolosi. 


Gli attori rappresentano il classico gruppetto di vittime designate da film slasher, spesso citazioni volontarie di omologhi di altre pellicole dello stesso genere. Vincent Cassel è il capitano tutto di un pezzo carico di spirito di sacrificio e dramma personale alle spalle. T.J. Miller fa il pazzo maneggione un po' zozzo che parla con un peluche e tira rutti. Jessica Henwick è la tipa ultrasensibile e insicura sulla cui sopravvivenza non ci scommetterebbe nessuno, John Gallager jr è la "palla al piede" che rimane ferito alla prima scena. La Stewart è la "nostra" Ripley", un'eroina un po' nerd, un po' androgina, incredibilmente sexy. Kristen Stewart è perfetta per questo ruolo, è nata per questo ruolo e con la sua fisicità e stile riempie ogni inquadratura, grazie anche ad un talento che è sbocciato con pellicole come la ghost story Personal shopper (dove è davvero brava). Non so il perché (o almeno, temo riguardi una serie di film con i vampiri e i lupi), ma a qualcuno Kristen Stewart non piace e questo non è forse il film che vuole far cambiare idea a qualcuno (quello è Personal Shopper). Underwater è un film di genere, figlio di film divertenti a lui simili che si guardano per divertirsi senza pensare, agognando l'arrivo dei mostri. I mostri sono numerosi, sono belli da vedere e anche se non particolarmente originali (il Chtulhu e le creature di Dagon di Lovecraft sono il riferimento visivo più evidente) svolgono il loro compito e vi accompagno fino ad un finale ben orchestrato e per una volta non troppo aperto. Le armature sottomarine e il solito mix di scialuppe di salvataggio, ascensori lenti e rugginosi, infiniti mostri sempre più grandi, poche armi ed isteria da poco ossigeno fa il resto e il regista William Eubank, che qualcuno ricorderà per The Signal, che era un film tutto sommato onesto e non così male, confeziona un nuovo film onesto non così male. Un film pieno di luoghi comuni ma che fila dritto, visivamente non è affatto male, trova (per lo più) buoni attori in ruoli pur schematici e soprattutto ha una trama (scritta da gente che ha lavorato a Insurgent, Jack Ryan e l'ultimo Tarzan, oltre alla serie The Babysitter) che nel 2020, pur in assenza di specifici guizzi, non presenta buchi di sceneggiatura. 
Underwater è un film onesto e fieramente di genere, che non ambisce a offrire più dell'intrattenimento leggero che promette, confezionato con molta cura, leggero e divertente. Ideale se per un paio d'ore volete vedere un po' di mostri marini, scene splatter e una magnifica e sexy Final Girl. Se è uno spettacolo scacciapensieri quello che cercate,  Underwater è il film che fa per voi, magari da abbinare nel week end con Shark il primo squalo, Paradise Beach e Life con Ryan Reynolds. Ci sono buone potenzialità per un franchise, ma sarà il tempo a giudicarlo. Buoni popcorn a chi vuole divertirsi.
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lunedì 3 febbraio 2020

1917 - la nostra recensione del nuovo film di Sam Mendes, basato sui racconti di guerra di suo nonno Alfred



6 aprile 1917, Francia, tra i prati e fiori ai margini di un campo di soldati inglesi, con classico elmetto a padella in testa. Siamo nel primo pomeriggio, è passato il postino ma il rancio ancora no, quando il giovane e gioviale caporale Blake (Dean-Charles Chapman ), esperto mappatore, è richiesto per una missione urgente dal generale Erinmore (Colin Firth) e decide di prendere con sé il taciturno soldato Schofield (George MacKay), un commilitone che ha già conquistato sul campo una medaglia al valore. L'incarico è rischioso e coinvolge Blake personalmente. Suo fratello (Richard  Madden) fa parte di una compagnia che secondo le nuove fotografie aeree all'alba finirà massacrato in una maxi-trappola ordita dai tedeschi, che dopo aver finto la fuga e lo smantellamento delle trincee esterne stanno spingendo gli inglesi verso un avamposto fortificato pieno di cannoni. I ragazzi dovranno in gran segreto percorrere qualcosa come 15 chilometri, valicare le trincee nemiche (che si ritengono essere) abbandonate, lanciarsi tra fango, fiumi e detriti di città diroccate, per raggiungere il contingente e consegnare a chi è al comando una lettera del generale che ordina di annullare l'attacco. Sono a rischio le vite di 1600 soldati. I nostri due eroi, prima sbattendo continuamente contro la colonna dei commilitoni, e poi inciampando in fili spinati e interiora di cadavere, si incamminano così in quello che, passo stentato dopo passo stentato, sembra essere sempre più un cammino verso l'inferno. Tra paesaggi apocalittici sinistramente deserti, corpi ammassati e sparsi come decorazione un po' ovunque, bossoli giganti, carcasse di mucche e cavalli morti, cunicoli stretti e spettrali, topi grandi come cinghiali e chiese infuocate, riusciranno a portare a termine il loro incarico?  


Sembra di essere tornati ai tempi del Signore degli Anelli, con Sam e Frodo che si inerpicano tra gli anfratti sconnessi e mostruosi di Mordor, mentre sullo schermo esplodono mille giochi cromatici e una colonna sonora spettacolare, da vera epica, travolge ed emoziona a ciclo continuo. La "storia" raccontata uno dei milli episodi della "Storia" del conflitto con la "s" maiuscola in una dimensione su scala al contempo piccola quanto grande. Due uomini hanno in mano il futuro di 1600 soldati e oltre al viaggio dovranno anche convincere a ritrarsi dai giochi degli ufficiali troppo incazzati e troppo esauriti per ascoltarli. I nostri soldatini sono piccoli, coraggiosi, simpatici ragazzini. Blake è ultra-ciarliero ed emotivo, racconta storie dense di humor nero e sbatte contro feriti e cadaveri nella foga di arrivare prima al fratello, ma è anche incredibilmente altruista. L'altro quasi non parla, assomiglia a Ron di Harry Potter, non sprizza simpatia e si prende un sacco di ferite, è perennemente depresso e agisce con spirito tanto coraggioso quanto a volte suicida. Li conosciamo in poco meno di due ore di una pellicola che mette in scena una missione che si svolge quasi in tempo reale, con la telecamera che sta sempre ossessivamente su di loro, in un gioco di prestigio visivo alla Birdman che "non stacca mai" dai nostri eroi, anche se corrono tra i boschi, salgono su di un'auto, nuotano ed entrano in una casa diroccata. L'effetto generale è pazzesco per la fluidità con cui le immagini descrivono l'azione, ma forse rende tutto lo spettacolo un po' plasticoso e ovattato. Non è esattamente cinema che nasce dalle improvvisazioni del "mettersi nei panni" di un personaggio, è più un seguire con tutte le forze uno storyboard leggendo ogni espressione quando ogni passo all'interno di uno schema strettamente predefinito, un elegante orologio svizzero. Sembra di assistere a una specie di eterno balletto che coinvolge tutti gli elementi in scena, dagli attori agli effetti speciali, passando per le scenografie e le luci. Tutto danza insieme alla telecamera che sale, scende, gira, si immerge, rincorre e si fa seguire dai protagonisti. Forse per le riprese avranno usato dei droni-anfibi-militari-sperimentali, alla faccia di Sam Raimi che per gli inseguimenti de La casa montava una telecamera sulla sua moto e pregava che non si rompesse contro un albero o colpisse Bruce Campbell uccidendolo... Altri tempi, ormai le telecamere compiono acrobazie più articolate e precise del volo di un falco pellegrino. 1917 è in sintesi il modo più spettacolare concepibile di descrivere lo spostamento di due personaggi da un punto "a" ad un punto "b" che, stringi stringi, è tutto quello che accade a livello narrativo. Poche le interazioni con gli altri attori in scena, al punto che i più giovani e chi avrà visto il nuovo Jumanji li scambieranno per personaggi non giocabili di un videogame di avventura o sparatutto. Poche le linee di interazione dei due protagonisti, per lo più intenti a correre, saltare, accucciarsi e sparare, tanto che per i più giovani e per chi ha visto Jumanji, complice il fatto che la telecamera non stacchi mai da loro due, sembrerà a tutti gli effetti di guardare al cinema un videogame in terza persona. Pur con questi limiti strutturali, che rendono la narrazione più epidermica che effettiva, più sensoriale che cerebrale (ma forse è a tutti gli effetti un segnale di come muterà il cinema nei prossimi anni), lo spettacolo c'è, ed è grande, sontuoso. Gli attori sono bravi è molto espressivi e se non fosse stato per le loro capacità tutto il gioco visivo non avrebbe funzionato. Si avverte la paura, il dolore, l'impotenza, la rabbia. Si respira fango e sangue, ma si sente anche il calore del latte caldo, ci si commuove per un canto nostalgico come in Orizzonti di Gloria. Ci mettiamo davvero nei loro panni e al netto del fatto che non siano proprio dei "chiacchieroni" ci sentiamo coinvolti dalla loro vicenda perché la viviamo insieme a loro, quasi in prima persona. Certo si sacrifica un po' la narrazione (laddove la narrazione vive anche di un non detto e non rappresentato) relegando a pochissimi (ma geniali) spazi l'immaginazione dello spettatore, asservendolo alle regole di un magicamente cedibile "qui e ora". Ma funziona, soprattutto quando il regista gioca a mescolare la natura alle azioni e fantasie umane. Mendes torna qui a essere più vicino ad American Beauty, dove vedeva la poetica di riprendere con una telecamera a mano le folli e malinconiche traiettorie di un sacchetto di plastica spinto dal vento. Nello stesso film si accoglieva Mena Suvari coperta solo di petali di rose rosse che cadevano dal cielo come nuovo sogno erotico collettivo. Il vento ha di nuovo voce in 1917, ci sono petali di ciliegio che scendono anche loro dal cielo, la stessa armonia rivive e si espande. È al contempo un Mendes lontano dalla  satira del mondo militare, scorretta e anti-eroica, del suo Jarhead. Poche battute sul senso del conflitto, di più l'eroismo semplice di sopravvivere giorno per giorno per tornare a casa senza più ripartire per il fronte. Ma forse perché qui Mendes racconta storie di guerra che ha sentito direttamente da suo nonno, il lascito morale di un mondo "che poteva capire un bambino" che il Mendes piccino avrà avvertito come più vicino alla favola e per questo non dissimile al racconto di coraggio e altruismo che coinvolge Sam e Frodo nel Signore degli Anelli


È un unico piano-sequenza, showcase ultratecnico che "Scorsese spostati"? È la sublimazione del videogame "con elementi narrativi", qualche volta alla Battlefield qualche volta alla Plague Tale / Life is Strange, che diviene cinema e sarà sempre più cinema negli anni a venire? È la favola del nonno con cui Mendes si addormentava da bambino, dove un po' alla Indiana Jones "l'unico nazista buono è un nazista morto"?
1917 è un po' tutte queste cose insieme, ma soprattutto è una esperienza audiovisiva avvolgente, che smuove paure e slanci primordiali e che a fine visione rilascia un senso di compiutezza e circolare bellezza che assorbe e spinge a volerne ancora, a bramare una nuova visione dove perdersi tra i mille dettagli sullo sfondo che al primo giro si sono persi. Mi dicono dalla regia di comunicare che guadare 1917 non dà effetti di nausea come opere tipo Hardcore di Naishuller, potete quindi andare in sala senza il travelgum (ho scoperto che lo fanno ancora!! Quando andavo in vacanza in Liguria era l'unico modo che avevo per non inondare l'auto). 
Il direttore della magnifica fotografia è Roger Deakins, non a caso collaboratore storico di Mendes, ma anche per Villeneuve (in cose pazzesche come Blade Runner 2049, Arrival e Sicario), come per i fratelli Cohen. Le musiche sono di Thomas Newman, sono epiche più di tutto Lo Hobbit di Jackson e farete davvero fatica a levarvele dalla testa dopo la visione, al punto che il brano dal titolo "Gehenna" sto pensando di usarlo come sveglia.
1917 è un epico viaggio tra le trincee di un paio d'ore, qualche volta nella lenta perlustrazione di ricchi e dettagliati paesaggi, qualche volta veloce a rotta di collo, tra proiettili, bombe, fiamme ed eserciti in guerra. Trovatevi la sala più grande con l'impianto audio più performante e godetevelo appieno. La narrazione orizzontale non presenta molti guizzi, ma tra tanto splendore visivo e auditivo non ci farete molto caso. 
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