mercoledì 29 gennaio 2020

The Head Hunter - la nostra recensione del gioiellino horror-fantasy di Jordan Downey portatoci in Italia da Blue Swan



- Un facoltativo invito a supportare Blue Swan (lettura facoltativa non necessaria ai fini della recensione) Amo il catalogo Blue Swan quanto il catalogo Midnight Factory. Questa etichetta sta portando in home video molto cinema "sconosciuto" ai classici distributori italiani, tra film orientali e russi arci-noti come il Mega-blockbusterone (divertente nel suo essere ultra-esagerato) Wolf Warrior 2 e (l'Indipendence Day russo) Attraction a recuperi meritevoli come (il secondo, bellissimo, con Karl Urban) Dredd e Beyond Skyline (seguito mille volte più bello dell'originale), fino a piccole bombe atomiche come L'uomo che uccise Hitler e poi il bigfoot (con un Sam Elliott pazzesco) e oggi questo The Head Hunter. Tutte pellicole orgogliosamente "di genere" che magari sono passate nei "catalogoni pigliatutto" di Netfix, all'inizio solo sottotitolati, tra un Turbo Kid, un Mandy, un Backcountry e un Death Orgasm (per i cui home video ringraziamo anche Koch Media, Eagle e Midnight Factory), ma che non hanno mai goduto della visibilità che meritano, soprattutto in un mondo in cui ci si lamenta che "al cinema non c'è niente di nuovo oltre Disney" o "vorrei vedere degli splatter come si vedevano una volta" oppure "ma un film di arti marziali mai? Solo John Wick". Queste lamentele legittime accadono perché il mercato italiano "di primo piano" si è contratto, non perché nel mondo si sia smesso di produrre film interessanti. Diciamo che per "la sala" c'è da parte dei distributori poco coraggio nel portare da noi pellicole su cui non si va sempre sul sicuro, unito al fatto che i distributori che sono anche produttori diretti hanno già un loro catalogo da proporre, ma per l'home video è diverso proprio grazie agli eroi come Blue Swan, il cui rinnovamento del catalogo seguo con più interesse delle news di Warner Bros. In un mondo perfetto trovando il tempo vi recensirei tutti i film di Blue Swan in uscita, tra Last Survivor, I guardiani dei mondi e Killzone Paradox, per ora dovrei avere da qualche parte un articolo sui Cacciatori di tesori che prima o poi dovrei pubblicare. Il succo è che dovete davvero tenere d'occhio queste etichette, perché tra molti film con Scott Adkins, action russi e roba sui vichinghi che potrebbe non esattamente interessarvi (ma che dovreste provare almeno una volta), qualche volta arrivano prodotti strani e matti, e per questo imperdibili, come The Head Hunter


- Sinossi fatta male: in un mondo dark fantasy (tra Skyrim e Dark Souls per gli amanti dei videogame, un po' "alla Witcher" per tutti gli altri che "hanno" Netfix) vive un guerriero barbuto (Christopher Rygh, molto bravo come attore, che farà tanta strada) in una casetta stilish gotico-grunge  ai margini di un bosco nebbioso. Per lavoro taglia le teste dei mostri, ed è bravo al punto che ci ha ormai fatturato un bel gruzzolo d'oro. A fine giornata, tolta la pesante armatura lavorata in pelle e ossa di demone alato, impala le teste per la sua collezione personale in salotto (usa un porta-teste IKEA Sgrotzguff), aggiorna le taglie, si cura con pozioni magiche che assembla personalmente seguendo ricette tratte da qualche disco Metal, si prepara per il giorno dopo riposandosi sulla sua poltrona in pelle di uomo lupo cucita a mano nella classica posa corrucciata di Conan in Barbaro di John Milius. Ogni tanto le cose vanno meno bene del solito e rantola in casa in cerca della pozione guaritrice prima di svenire sul tappeto di orso infernale ricamato. Qualche volta i mostri cercano di fargli un agguato notturno scardinando la porta di vero faggio svizzero laccata di sangue di goblin. Ma questa è la routine e ogni volta che suona la campana dal castello arriva un nuovo incarico e una nuova avventura dalla quale uscire malconci, almeno fino al giorno in cui il cacciatore di teste troverà la sua grande occasione per vendicarsi di un certo mostro. 


- Epica: l'epica è "90% di evocazione e 10% di rappresentazione", almeno secondo me. Guardiamo I soliti sospetti di Bryan Singer e rimaniamo affascinati dal luciferino Kaiser Soze senza mai davvero vederlo, per lo più ascoltando un racconto di Verbal Kint (Kevin Spacey) legato a un paio di immagini sfuocate. Guardiamo Valhalla Rising di Refn e dai racconti di un paio di monaci scopriamo che lo schiavo coperto di sangue One-eye che si trascinano su delle valli verdeggianti e piovose (Mads Mikkelson) è in realtà un dio (forse Odino stesso). Guardiamo poi le straordinarie scenografie di Moira con al centro Legolas che squarta orchi e non lo guardiamo come il semi-dio, pensiamo piuttosto che potrebbero trarci un bel protagonista per un videogame, pensiamo agli effetti speciali forse un po' esagerati. Perché lo scenario è già svelato, le capacità dell'eroe già palesi, l'epica non si espande all'infinito nella nostra immaginazione perché sullo schermo c'è già tutto e lo schermo riesce anzi a "distrarci dall'epica", laddove l'effetto speciale non sia riuscitissimo, laddove Legolas non è convincente perché interpretato da Orlando Bloom (uno dei peggiori attori viventi), laddove i mostri sono chiaramente finti. Less is better è una regola fondamentale per l'epica, come per ogni altro tipo di narrazione: più "accenni soltanto" più il risultato sarà migliore perché "quello che manca" ce lo metterà l'immaginazione dello spettatore. The Head Hunter prende questa regola aurea e ci dà una dimostrazione pratica della sua bontà in ambito cinematografico di 71 minuti. 


La pellicola è tutta ambientata nella casa-rifugio del guerriero barbuto, uno straordinario set carico di libri inquietanti, pugnali, ampolle e pozioni, candele, forzieri d'oro, teste di mostro appese e mobili realizzati in modo sinistro. La casa ha tegole che scricchiolano, una finestra che sbatte sui cardini sospinta dal vento, liquami che bollono in padelle, il fuoco alimentato da legna secca. Al di fuori c'è la foresta e il resto del mondo. La campana che chiama alle missioni, i passi dei mostri che incedono verso l'uscio di notte, gli zoccoli del cavallo che annunciano il ritorno a casa dell'eroe. Il resto della messa in scena è lui, il nostro cacciatore di teste. Un uomo che parla solo in ragione dei pochissimi momenti con cui ha un interlocutore e per lo più fa dei grugniti quando si trova ferito da qualche scontro. Un uomo che si racconta tramite il suo modo di affilare le armi, preparare trappole, allestire pozioni, resistere al dolore e stare a fine giornata seduto su un trono d'ossa e pelle di mostro (da vero "King of The Hill" metaforicamente seduto sulla montagna dei suoi avversari sconfitti) al centro di un personale museo degli orrori a base di teste squartate di cui possiamo solo intuire il tanfo, la puzza di putrefazione mista al fango, al sangue e alla ruggine che dominano ogni angolo dello scenario. Un uomo cupo, letale, sporco, ma che comunque rimane umano, sa commuoversi, commette errori, vive momenti di grande depressione e dolore. Il film è questo: ci troviamo nella casa del guerriero nell'attesa che lui parta o ritorni da una battaglia. Lo vediamo prepararsi per la missione come rattopparsi dalle ferite mentre, pensoso, è intento in queste attività e si sente libero di raccontare il suo mondo interiore solo quando si trova nel luogo dove è sepolta la persona che ha più cara, cercando con lei sulla sua tomba un dialogo impossibile. Jordan Downey crea uno stranissimo ibrido tra Castaway di Zemekis e Paranormal Activity di Peli in salsa dark fantasy. Fa parlare l'ambiente e i suoi rumori, permette al suo interprete di esibirsi in una straordinaria prova fisica ed emotiva che dalle suggestioni di pochi dettagli crea un intero mondo fantasy. Bellissime le creature, che ci vengono fatte percepire prima attraverso dei disegni, poi attraverso dei rumori, poi dai graffi che con le loro unghie e denti hanno provocato sul corpo del cacciatore e infine con la loro testa, che l'eroe sgocciola da un sacco prima di conficcare nel muro su dei paletti di legno. 
La narrazione funziona straordinariamente per tutti i 71 minuti della pellicola. Una durata giusta, benedetta da un montaggio funzionale ma concitato, per un one-man-show su un eroe sostanzialmente muto in un ambiente in cui si percepiscono solo scricchiolii e il rumore del vento. The Head Hunter è un film piccolo piccolo, ma ci si perde letteralmente dentro. È un bel viaggio visivo e un'ottima prova d'attore, ma dovete farvi trascinare nel suo mondo, alimentandolo anche con la vostra fantasia. Lo sappia bene chi cerca immagini e non suggestioni, scontri con stunt, arti marziali, computer grafica a rotta di collo e un set ricostruito dentro una montagna dove interagiscano quattrocento persone che si vendono costantemente in piano-sequenza come in Scorsese. Qui ci sta un villino, un vichingo e un cavallo che non si vede neanche per tutto il film. Il resto è "magia" e suggestione. È come vedere Star Wars solo dall'interno del MillenniuM Falcon (...che in effetti sarebbe un'idea ganza). Forse è davvero uno squarcio su come potrebbe evolvere il cinema fantasy, dopo che ci saremo rotti le scatole dei troppi mondi di effetti speciali che sempre più tendono a somigliarsi gli uni agli altri. Un fantasy che forse guarderà meno ai videogame e più al teatro per raccontare la sua epica. 
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lunedì 27 gennaio 2020

The Lodge: la nostra recensione della nuova pellicola degli autori di Goodnight Mommy



Lo scrittore Richard (Richard Armitage, il Thorin "Scudo di quercia" dello Hobbit di Jackson) si innamora della giovane e timida Grace (Riley Keough, la Christine di The Girlfriend experience), l'unica sopravvissuta al suicidio di gruppo di una setta di fanatici. La moglie di Richard, Laura (Alicia Silverstone, che ricordavamo come Batgirl in Batman e Robin di Joel Schumacher), non la prende troppo bene e si spara un colpo, lasciando sconcertati il marito e i due piccoli figli, Aidan (Jaedel Martell, il piccolo Bill del recente It di Muschietti) e Mia (Lia McHugh, che vedremo come Sprite negli Eterni, accanto ad Angelina Jolie e a un po' del cast del Trono di Spade, il nuovo cinecomic Marvel previsto per questo 2020). I bimbi, che hanno vissuto la faccenda davvero (e prevedibilmente) male, hanno trovato inoltre dei documenti inquietanti su Laura e se la  sono subito figurata come una specie di strega squilibrata, da odiare di default ancor prima di conoscerla, e forse artefice della morte di mamma con qualche roba voodoo. Laura, che è una persona gentile ma fragile e ancora ossessionata dal suo passato, ha evidenti problemi a relazionarsi con gli altri. L'idea di Richard di far passare a figlioli e Laura una vacanza in un villino, insieme, tra i monti e la neve, mentre lui rimarrà lontano da loro a causa della classica tormenta, apparirà quindi come un azzardo le cui conseguenze saranno davvero (im)prevedibili. Finirà male? Sì.


Con lo sceneggiatore del piccolo ma perfetto Cub -piccole prede e un cast di buon livello, la diabolica coppia registica austriaca formata da Veronika Franz e Severin Fiala esordisce in una pellicola internazionale dopo il fulminate e cattivissimo Midnight Mommy, arrivato da noi grazie ai bravi ragazzi di Midnight Factory. Non erano bravi, ma davvero cattivissimi e spietati, i fratellini di Goodbye Mommy, interpretati dai fratellini Elias e Lukas Schwarz, davanti a cui i giovinastri stronzi di Funny Games di Haneke possono "accompagnare solo". Sono altrettanto terribili i fratellini di questo The Lodge: sembra che Veronika e Severin stiano quasi facendo una filmografia che disincentiva ad avere figli le coppie dubbiose, alimentando i dubbi sulla presunta "purezza infantile", tema horror interessante ma spigolosissimo da proporre oggi. Com'è questo film? Molto bello quanto molto derivativo. Richiama per ambientazione The Others di Amenabar, gioca con le geometrie e i mondi in miniatura come il gioiello Hereditary di Ari Aster (citando quindi anche le gabbie geometrie di Argento), punta forte sulla incomunicabilità tra genitori e figli che era poi il cavallo di battaglia della coppia già in Goodbye Mommy. Questo The Lodge è quindi un Goodbye Mommy "da asporto", uno starting point rivolto al pubblico internazionale meno estremo in forma e contenuto, ma che come tutto il cibo da asporto suona un po' riscaldato, un'esperienza più sbiadita anche quando cita Amenabar e Aster. Se non avete ancora goduto di Goodbye Mommy, The Lodge potrebbe sorprendervi di più, se siete già fan del duo lo accetterete comunque come un prodotto discreto e ben confezionato. Davvero bellissime le scene oniriche tra la neve, immagini potenti dalla fortissima e disturbante connotazione religiosa, per me il vero punto alto della pellicola. Davvero terribili i bambini, nella loro lucida e spietata strategia comunicativa. Molto brava la Keough, l'inferno emotivo che vive il suo personaggio è travolgente ed è facile sentirsi persi, con lei, tra le lande nevose.
L'esordio internazionale del duo di Goodbye Mommy è una pellicola discreta e ben confeziona, che sa bene giostrarsi tra atmosfere gelide e misticismo. Se avete un forte desiderio di maternità o paternità non è certo la pellicola che vorrete più vedere in sala, ma vi assicuro che bambini così infernali si trovano solo al cinema.
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domenica 26 gennaio 2020

Hammamet - la nostra recensione



Bettino Craxi (Favino) si trova in Tunisia nel periodo che precede la sua tragica scomparsa. È un leone in gabbia ma non domo, che vuole essere ancora presente sulla scena politica italiana attraverso le molte lettere che invia ai quotidiani, h24, spesso a scapito dei suoi affetti. Il grande uomo politico non riesce a staccare mai la spina, non c'è per lui vita al di fuori della politica e la famiglia, che comunque gli è affettuosamente accanto in un momento di estremo dolore e sconforto, riesce a fatica a volergli bene come vorrebbe. Troppi sono i torti da digerire, troppa l'impotenza da accettare, Bettino decide così di accogliere in casa il figlio di un collega di partito, l'idealista Vincenzo, un amico silenzioso e lontano dalle scene pubbliche che gli era molto caro. Il film non usa mai nomi specifici e nei rari casi modifica anche quelli noti, prendendosi quindi licenze poetiche come questa; anche Craxi viene chiamato spesso solo come "Il presidente". Il ragazzo, Fausto (Luca Filippi),  gli si presenta in villa di notte, allertando i cani, coperto di fango, forse per ucciderlo nel sonno e quindi allarmando le guardie, che quasi gli sparano se non interviene proprio Craxi a fermarli, riconoscendo sotto il fango gli stessi occhi tristi del padre Vincenzo (Cederna). Bettino crede di avere delle colpe nei confronti dell'amico, che pare essere morto suicida, così decise di tenersi in casa Fausto per raccontargli la sua vita e i suoi segreti, prendendolo in simpatia e sperando che un giorno magari possa fare breccia nel cuore della rigida ma affettuosa figlia Anita (Livia Rossi). La moglie di Bettino (Silvia Cohen) è favorevole a questa iniziativa, pensa che la presenza del ragazzo possa far bene al marito, almeno quanto la presenza del "generale", ossia il piccolo nipote Francesco (Federico Bergamaschi), che spesso gioca con il nonno riproducendo con i soldatini sulla sabbia alcune delle sue gesta politiche più eroiche (come la crisi diplomatica di Sigonella del 1985). Forse con un po' di tranquillità e rispettando la dieta per evitare che il diabete peggiori (difficile perché Bettino è golosissimo, anche in modo buffo) la moglie spera che "il presidente" abbia davanti un periodo sereno. Peccato che la salute presto peggiori e che Francesco si riveli presto un amico pericoloso.
C'è molto dramma Shakespeariano in questa pellicola liberamente dedicata agli ultimi giorni di vita di Bettino Craxi. Più Giulio Cesare che Riccardo III, più Amleto che Otello ma con meno rabbia giovane. C'è una suggestione quasi dickensiana, da Canto di Natale, con Craxi che viene "visitato" da tre spiriti "politici" impersonati da Cederna, Filippi e Renato Carpentieri (anche lui un "senza nome",' ma che dovrebbe impersonare un politico dello schieramento avverso a Craxi). Ci sono tocchi felliniani come la scena di apertura con il vetro rotto e il personaggio dell'amante, interpretato da una struggente Claudia Gerini. C'è molta tenerezza nel rapporto tra il piccolo "generale" e il nonno, il suo "comandante". Favino dà corpo a un "presidente" in bilico tra gloria passata e sconforto per il presente, un guerriero che non riesce a togliersi l'armatura anche quando è nell'intimità della sua famiglia, un uomo che tiene le distanze con il suo eloquio e la profonda antipatia che sa di possedere e, come tutti i timidi, usa come armi. Gli attori sono molto bravi, la scenografia e fotografia ritraggono una Hammamet che dentro le pareti domestiche del protagonista pare Milano 2 ma che oltre la soglia ha tutta la magia e i colori dell'oriente.


Amelio regala alla figura di Craxi, nel ventennale della scomparsa, un film garbato e intimista che fin dalle prime note musicali  del (ottimo) trailer, con Cento giorni di Caterina Caselli, vuole mettere al centro la sua storia umana più che politica. C'è la tragedia umana e familiare, c'è l'epica cantata da un bardo bambino tra sabbia e soldatini. C'è  un piccolo tocco di mistero, tra complottismo e paranoia, a dare un po' di sapore alla salsa, ma è solo un accenno. 
C'è pochissima politica. 
Forse anche perché è ancora difficile per il nostro cinema parlare di politica come lo fanno (o provano almeno a farlo), in America Adam McKay (Vice) o in Francia Nicolas Pariser (Alice e il sindaco), giusto per citare i film più recenti. Forse perché quando ci si avvicina anche solo lontanamente a un tema che può "sentire di politica", come nel recente caso di Tolo Tolo, anche solo per fare la "satira del quotidiano" partono gli strali di stampa, esperti e gruppi di opinione. Quale che sia la causa, il Craxi di Amelio, spogliato dell'epica cantata dal nipotino e di due (dico due) "argomentazioni allusive" esce come uno straordinario uomo comune che affronta la malattia e la passione delusa per il proprio lavoro. Un uomo che fa fatica dopo una vita vissuta tutta nel lavoro a relazionarsi con la sua assenza improvvisa, anche se accompagnata dall'affettuosa vicinanza di familiari e amici, come la maggior parte degli italiani che perdono il lavoro oggi. Un uomo comune in cui lo spettatore comune sa di potersi identificare (o riconoscere il carattere del proprio padre, zio, nonno), come in ogni sceneggiato Rai che "celebrerebbe sulla carta" le vite di persone straordinarie. Dal Gianni Amelio di Lamerica ("scritto tutto attaccato", film che mi è tornato in mente di recente guardando Il primo natale e Tolo tolo, guarda tu i casi della vita), che per me è stato un film che per la sua epoca è stato importante (per il punto di vista originale con cui guardava a un'urgenza emotiva per me malposta ) mi aspettavo qualcosa di più "documentato" e meno "universalistico".
Hammamet ha uno straordinario Favino che grazie ad un trucco molto accurato e uno sforzo fonetico incredibile "diventa" per davvero Craxi, superando per realismo e umanità i mascheroni, un po' da spettacolo di Pingitore, che Servillo ha indossato per i politici raccontati da Sorrentino. La storia rappresentata è semplice, un po' favola e un po' tragedia, non annoia, sa commuovere, ma forse manca di qualche guizzo che davvero metta in luce i motivi per cui Craxi è arrivato ad essere Craxi e per cui oggi si parla ancora di lui, nel bene e nel male. 
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giovedì 23 gennaio 2020

Tolo tolo: la nostra recensione



In Dove vai in vacanza, nell'episodio diretto da Luciano Salice, Sì, Buana, il gigantesco Paolo Villaggio parodiava La breve vita felice di Francis Macomber, uno dei più celebri racconti di Hemingway, impersonando un tragico cacciatore bianco che nel centro dell'Africa offriva il suo talento a qualche ricco turista. Il suo socio Kangoni (Peter Abadire), un ragazzone di colore simpaticissimo, eseguiva ogni sua richiesta dicendo "Sì, Buana". Cosa voleva dire "Buana"? Lo scopriremo a fine episodio e non sarà esattamente un titolo lusinghiero, quanto una amabile lunga presa per il culo dell'amico. Piccolo spoiler: "Buana" è una storpiatura di "Burino", usato in piena coscienza del significato nei confronti del tronfio cacciatore di Villaggio. 
In Tolo Tolo il piccolo Doudou, interpretato dal bravissimo e dolcissimo Nassor Said Birya, guarda teneramente e giudica "tolo tolo",  cioè "solo solo", lo scombinato, truffaldino, rumoroso e molesto personaggio di Zalone, imprenditore scappato in Africa per fuggire al fisco e ai parenti inferociti e poveri per colpa sua. È uno slancio di affetto che commuove, perché sarà da lì in poi il bambino a prendersi cura dello scombinato Checco, e non viceversa, in un contesto di deprivazione che sta stravolgendo principalmente il bambino stesso, impegnato in un coraggioso viaggio per ricongiungersi con la madre, che ha dovuto abbandonarlo per via di una guerra. È una favola, quasi una versione fuori porta di Dagli Appennini alle Ande, il nuovo film di Zalone, il primo che firma come regista e il primo scritto in collaborazione con Virzì. Il comico è sempre la maschera, goliardica e invincibile, che Zalone ha indossato dalla prima pellicola, ma il contesto è più serio, l'impostazione della trama più corale e la maschera funziona più da cortocircuito che da motore dell'azione. In un gruppo di giovani africani, in viaggio on the road per colpa della guerra, capita per un colpo del destino Checco e tutti si preoccupano per lui, sopportando le sue cretinate ma anche traendo forza dalle stesse. Il buffone permette di scherzare su di lui e dona un attimo di felicità e svago, in quello che è un momento umano difficile e sofferente per chi gli è intorno. 


Guardando più a questa che alle precedenti incarnazioni cinematografiche di Zalone viene da pensare alla  funzione sociale e sacra di un particolare "buffone", lo Heyoka (Il contrario) dei Nativi Americani. Checco incarna l'Heyoka alla perfezione, parla quando è più prudente stare zitti, si lamenta quando la situazione diventa più difficile, si dimostra prepotente quando sarebbe necessario essere generosi, invoca la sua crema solare mentre gli altri non mangiano da giorni. E questo "dà forza", fa sentire il gruppo più unito e meno pretenzioso, crea un cortocircuito positivo. Meccanismo che prima o poi si spezzerà se Checco romperà troppo i coglioni, ma che nel breve periodo tiene. Si scava quindi sul significato profondo della parola "simpatia", che significa "soffrire insieme", "condividere le fatiche",  in questa favola on the road. Ma c'è anche dell'altro. Laddove Checco è un "buana tolo tolo", l'amico africano Alexandre, interpretato dal bravo Alexis Michalik, è un forte innamorato della cultura italiana, specie cinematografica, che sfoggia con continua passione. Manda Touré incarna una donna forte ed emancipata, c'è una velata ma gustosa satira politica, si parla in modo non banale di integrazione sociale e uguaglianza grazie alla carinissima canzoncina della Cicogna Strabica, il più riuscito dei momenti musicali della pellicola. Visivamente funziona molto bene soprattutto nei colori dell'Africa (bellissime le dune e il cielo notturno), gli attori sono bravi (soprattutto la compagine africana), le musiche simpatiche (e meno cattive del solito, salvo lo sbracatissimo ma irresistibile inno "alla patata"), si ride meno rispetto alle altre pellicole, ma questo perché il taglio è diverso, Checco non così centrato. È una favola carina, semplice, che punta ai buoni sentimenti, che fa uscire dalla sala canticchiando (ovviamente "la cicogna strabica").  
Certo Zalone deve piacere e chi ne è detrattore non cambierà di colpo idea sulla sua comicità guardando Tolo Tolo. È una maschera da eterno bambinone, ingenuo e un po' cretino, che per alcuni è forse troppo cinica, crudele, superficiale e sbruffona. Deve essere il pubblico a capire se gli fa più ridere che incazzare, personalmente a me fa molto ridere, perché lo trovo troppo stralunato per essere molesto, ma il giudizio finale è tutto vostro. 
Un appunto che mi hanno detto di fare: la storia non è collegata al video musicale che si vede del "trailer musicale", che tutti hanno canticchiato al cinema almeno da un mese a questa parte. 
Tolo Tolo è un film leggero e gradevole, una sorta di favola e per questo meno "graffiante" del solito, più rivolto ai bambini. Niente di rivoluzionario, forse non il film più travolgente di Zalone, ma un modo simpatico e spensierato di passare un paio d'ore. 
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martedì 21 gennaio 2020

Dragonero - Il ribelle - n.3. I guardiani di pietra



Nella ridente cittadina di Floriluncar (non sono stati compiuti atti di violenza sulle consonanti di questa parola, ma qualcuna in trascrizione potrebbe saltuariamente mancare all'appello) sono stati ormai da tempo piazzati in pianta stabile i ripetitori di Radio Signora Delle Lacrime. Una volta un religioso che preferisce rimanere anonimo mi ha spiegato che le chiese sono un po' come emittenti radiofoniche spirituali, quindi quanto sto per delirare qui di seguito... è in parte colpa sua. Varietà religiosi a tutte le ore, tra cui "La signora delle Lacrime e il lotto" e "I bambini cantano le canzoncine della signora delle Lacrime", ma soprattutto le maxi statue-antenne della Dea, che oscurano tutte le frequenze delle altre emittenti radiofoniche minori, comprese quelle che trasmettono la più bella musica degli anni 70-80, la radio spirituale dei fan dei Rockets, gli Eleusi. 


Il gruppo di Fabrice Quagliotti e compagni è infatti seguitissimo nell'Erondar, anche se il modo in cui i loro album sono arrivati rimane ancora un mistero (ma ricordiamo che esiste una dimensione parallela arricchita con le copertine dei Supertramp a cui si accede dalla capitale, quindi tutto è possibile in Dragonero). I fan dei Rockets sono ovviamente tutti pelati e per assaporare la psichedelia del gruppo fanno uso della psichedelia dei funghetti erondariani più psichedelici (c'è chi dice che i funghetti fanno cadere i capelli e ti fanno la lingua nera, ma mi sembra un po' come la storia che si diventa ciechi a guardare le elfe oscure nude e non approfondisco). Gli Eleusi mangiano i funghetti migliori, coltivano i funghetti migliori, vendono i funghetti migliori, amano i Rockets e tutti pelati e psichedelici intonano tutto il tempo, nelle loro casette cittadine migliori, figate assolute come"Galactica". 


Sono la versione rovesciata dei capelloni di Hair, questi Eleusi, gioiosi ma un po' molesti nel loro fascino vintage fine '70. Dai e dai hanno un po' rotto le scatole agli abitanti di Floriluncar ormai fedeli ascoltatori solo di Radio Signora delle Lacrime. Je menano, devono portare il pulmino e i funghi altrove!!! Se a Floriluncar non vogliono più sballarsi con "Galactica", "Future Woman" e "Ziga Ziga 999", gli Eleusi però hanno già trovato il luogo più giusto tra i luoghi Giusti dove trasferirsi: "I sassi". Sembra in effetti dal nome il luogo più triste dei luoghi tristi, ma se ci pensate suona in inglese "Rocks"!!! E Rocks è l'ultimo posto nell'Erondar dove poter far sopravvivere il rock. Presto però qualcuno vorrà "allungare i capelli" a questi hippie al contrario, spingendosi pure nel "Rocks" per portare il Rock fuori dal Rocks, ma gli Eleusi troveranno un sodale alleato nel nostro Dragonero, per l'occasione pure lui "lì a Rocks per il rock", pure lui per l'occasione con un fascino vintage fine anni '70, con ciuffo e nasone che lo fanno assomigliare ad Alan Ford di Bunker e Magnus (vedi pagina 21). E se i bacchettoni proveranno di nuovo a mettersi contro il rock? Allora gli Eleusi scateneranno i loro guerrieri definitivi, degli "uomini fatti interamente di puro rock", i loro guardiani di pietra. Ed io personalmente non farei rotolare le pietre a un uomo fatto interamente di rock. 
Ok ricomponiamoci. 


Per fortuna che gli Eleusi sono pelati e psichedelici quanto i Rockets, per fortuna che ogni tanto la caratterizzazione del nostro eroe e comprimari sembra citare il divertente Alan Ford (è in quei caso tutta una divertita e divertente fiera del nasone e del mezzo sorriso), perché per il resto questo numero tre di Dragonero - il ribelle è qualcosa di davvero cupo e disperato. E non basta a risollevare il morale generale scoprire che Gmor ha "vinto" il soprannome di "Colui che porta il palo", chiarendo meglio la dinamica del legame uomo - elfo, ma soprassediamo. Si parla di fanatismo, quella strana malattia delle idee che se la prende con le minoranze e si ripete sempre ciclicamente, nella storia anche presente. Il fanatismo è qualcosa che "rispunta", spesso dove non te lo aspetti, facendo sempre danni. È un tema duro e da rinverdire ogni tanto da cui Enoch, da sempre sensibile a questa problematica (vedi Gea, Lilith e Spray Liz)  non si sottrae, rievocando non a caso nella sua storia molte opere che parlano della più nota conseguenza del fanatismo ideologico, l'Olocausto. Gli Eleusi sono ritenuti un popolo inferiore, "non allineato", perché pericolosi nel contesto della "nuova" religione totalitaria di stato, quella delle Signora delle lacrime, che nelle stesse pagine dell'albo (pagg. 82-88, molto belle) viene "svelata" dal suo stesso profeta come un mezzo di potere, spoglio da ogni connotazione morale. Enoch porta la tematica delle conseguenze del fanatismo nel fantasy di Dragonero e il tema non cambia di valore e importanza, anche per mezzo di immagini e topoi che ci sono già noti dalla cultura popolare. Gli Eleusi sono già dal lato visivo "diversi", per certi versi "strani", sono tutti "simili" a prima vista, pelati e con il nasone (nasone che avevano i topolini di Maus di Spiegelman). Agli Eleusi Enoch fa vivere situazioni a noi note dal cinema e letteratura. A pagina 16 c'è una sequenza che omaggia direttamente Il pianista di Polanski (lo sgombero di un ghetto in cui un anziano viene buttato giù da un balcone), ci sono le soffitte stipate di Eleusi  nascosti ai fanatici come in Anna Frank, ci sono folle inferocite che si infiammano per poi infiammare i ghetti con i forconi. 
Poi ci sono i golem, anche se qui si chiamano Vhedok, che rimandano al famoso film del 1920, quasi citandolo per il centenario (esisterebbe un film del '15 fantomatico mai uscito ma tagliamo corto), dove si parlava sempre di persecuzione di ebrei, nel XVI secolo, a Praga. Il golem è il vendicatore fantasy per eccellenza della cultura Ebraica, Enoch decide di metterlo nel titolo dell'albo ma glissando sul nome (che poi viene specificato, pur restando "diverso"), "sdoganandolo" come un più internazionale mostro di pietra fantasy. Tutto l'albo è carico di rimandi di questo tipo oltre ad essere pervaso di una forte malinconia. Il finale mi ha ricordato delle opere meta-narrative come il numero 420 di Hulk (dove l'AIDS non si può curare con il siero di Hulk, perché Hulk è un personaggio dei fumetti e l'AIDS un problema reale. Qui in Dragonero succede qualcosa di simile: l'eroe non può esserci per sempre per aiutare i perseguitati contro le discriminazioni, a meno che "tutti diventino eroi".). Riccardi e Rizzato hanno il duro compito di mettere su carta delle scene molto forti di contenuto, oltre che essere scene che comportano molti personaggi al centro dell'azione. Ci sono anche scene più convenzionali di combattimenti a cavallo tra la foresta (molto ben realizzate), ma le scene del "ghetto degli Eleusi" sono davvero potenti, cattive, pesanti, sono qualcosa che si stampa in testa. Poi i due disegnatori ti tirano fuori ogni tanto questo tratto caricaturale alla Alan Ford ed è davvero acqua fresca, attenua in un attimo il tono, lo rende più leggero (per quanto possibile). Davvero un tocco da maestri, unito alla caratterizzazione degli Eleusi. Belli, potenti e dirompenti come meritano i Golem, le pagine da 73 a 80 sono puro power metal. La copertina di Pagliarani mantiene i toni rugginosi delle armature che vediamo dal numero 1 di Dragonero Il Ribelle, l'immagine ha una bella tridimensionalità e comunica quasi vertigine.
L'ultimo numero ci getta nel dramma degli Eleusi, tra magnifiche scene di massa e un passaggio interessante sull'uso "politico" della religione. Non mancano scene d'azione rocambolesche e piene di dettagli. Forse sentiamo che i nostri eroi sono un po' sullo sfondo delle vicende ma il lavoro è davvero buono. 
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sabato 18 gennaio 2020

Attica - il nuovo fumetto Bonelli, firmato da Giacomo Bevilacqua. Ed è un manga!!!




Attica è il paradiso, ma forse è anche l'inferno. È forse il luogo migliore in cui vivere di tutto il pianeta, il più ecologico, sostenibile, tecnologico, ma è riservato, per pochi, servono un sacco di soldi e il visto non lo concedono a tutti. E poi ci stanno le mura, mura altissime che separano questo piccolo mondo esclusivo per pochi eletti dalla masnada dei poveri, arroccati in infinite casette-baraccopoli proprio a ridosso di quelle mura, quasi fino alla sommità.
La giovane Kat "scandaglia", come dice il suo account da detective hi-tech, "scandaglia in rete", cerca sui profili dei social e trova mariti infedeli con conti all'estero, trova le doppie identità del vostro vicino di casa, scopre la verità. Una piccola somma extra e le clienti di Kat potranno avere tutto di tutto del "bastardo traditore", l'accesso alle sue mail, le password. Solo che per gabbare i dati Kat deve essere molto vicina all'obiettivo a volte, cosa che la porterà a trovarsi in una strana situazione al terzo o quarto piano di un parcheggio, a fronteggiare un marito manesco che sembra sempre più simile a un mostro mutante. 
Nello stesso parcheggio c'è però anche Aiden, un calmo e altruista maestro di kung-fu che, senza nemmeno sapere lui come, diventa Foxtail, una specie di Power Ranger dalla personalità acida e schizoide. Foxtail ovviamente si scontrerà contro il marito manesco che sembra sempre più simile a un mostro mutante, e questo sarà l'inizio di una avventura che porterà Kat e Aiden proprio ad Attica, per dare seguito alla profezia di un ragazzino che si è ribellato a Ito, il tiranno locale, con un discorso accorato tenutosi in un mercato rionale, rigorosamente sopra una cassetta della frutta. 


Ok questo è il "magma", con varie omissioni che lascio a voi scoprire, del primo numero di questo arrembante e sorprendente nuovo fumetto dell'autore di A Panda piace. Si parla (per ora) di una miniserie da 6, distribuita nel circuito delle fumetterie, che a tutti gli effetti vuole presentarsi come "manga", per tematiche e impostazione delle tavole, in primis un alto e ben gestito uso dei retini, passando per una caratterizzazione molto Kawai dei personaggio e una gestione molto dinamica delle scene action. Bevilacqua, che qui scrive e disegna, fin dai tempi di A Panda piace era chiaro avesse un amore sconfinato per il disegno e la cultura orientale, che spesso ha saputo ibridare, far proprio e reinventare, con la classe e proprietà di linguaggio della cucina fusion. I suoi personaggi sono stilizzati ma dalle movenze ed espressività chiarissime. Nelle scene "di calma" si avverte la fragranza della commedy della Rumiko Takahashi, nelle scene action c'è la leggibilità dei movimenti e velocità di Akira Toriyama, ogni tanto appaiono rivoluzionari misteriosi con i pugni al cielo che profumano di Eichiro Oda. Qualche ceffo ricorda i sogni più organici di Takaya Yoshiki. I suoi paesaggi urbani scorrono fitti e dettagliati nella skyline come in Katzuhiro Otomo, per poi scendere sulle strade, sempre con lo stesso ma diverso  "gusto anni '80", nei negozietti e vicoletti di Tsukasa Hojo. Ma tutto quanto è fuso, reinventato e fatto proprio da Bevilacqua, è una evoluzione naturale del percorso di A Panda piace, che pure a me qui piace, e tanto pure!! Come mi era piaciuto il suo numero de Le Storie, Lavennder, che in senso diverso si ispirava a Manara, Crepax e ai fumetti di Scorpio, pur rimanendo nella gestione della tavola, nel gusto e stile riconoscibile, il suo stile. Confesso di essermi ritrovato, come ai tempi di Lavennder, trascinato in Attica dalla quinta pagina fino alla fine, tutto di filato. Le prime pagine però, mannaggia. Troppi dati e troppa poca voglia di leggerli, una autentica peperonata per antipasto che taglia le gambe. Resistete e il fumetto si aprirà a voi come un fiore, apprezzerete la raffinata struttura circolare degli eventi, assaporerete i primi scampoli di una storia, invero piuttosto fosca, che per ora si contorna in modo intrigante. Kat e Aiden appaiono già come personaggi ben tratteggiati, con un interessante e misterioso passato alle spalle, con un proprio modo peculiare di stare sulla scena, con il loro buffo e contorto modo di relazionarsi. Kat "scandaglia" e guarda tutti i dettagli in modo maniacale come il Sherlock di Cumberbatch, ma riesce comunque a ficcarsi nei casini. Aiden ha questo fare da maestro zen super positivo, ma si trasforma in un supereroe che è di fatto un cinico stronzo, esilarante. Gli altri personaggi sono ancora molto misteriosi, ma si segnala un luciferino uomo d'affari con occhiali e denti da squalo, che forse sa volare con un ombrello come Mary Poppins. 
La storia è ancora troppo sfumata per ragionarci sopra, ho gradito moltissimo l'azione e la caratterizzazione del personaggi, lo stile visivo che passa dal quasi minimale e umoristico dei personaggi all'ultra dettagliato degli scenari e veicoli non è male. Se le good vibratios proseguiranno ve lo farò sapere, tra poco dovrei avere tra le mani anche i capitoli 2 e 3. 
Un plauso alla Bonelli che ha accolto questa nuova sfida editoriale confezionando un prodotto ben curato e accattivante, scegliendo anche un canale qualche volta difficile per i grandi numeri come le fumetterie. Mi piacerebbe che in furori Attica facesse il botto e arrivasse in edicola, magari insieme a una serie animata a farne da traino. Bevilacqua ha confezionato quello che per ora è un piccolo gioiellino, che speriamo si confermi e alzi la posta con il numero 2. 
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mercoledì 15 gennaio 2020

Playmobil - the movie



Charlie e Marla sono due piccoli fratellini felici, pieni di sogni e di pupazzi Playmobil, che sognano di viaggiare, grandi avventure, combattere i draghi, sempre insieme, senza litigare, creando storie nuove ogni giorno, insieme. Nel mondo dei pupazzetti Charlie è un vichingo, Marla un cavaliere in armatura, il mondo tutto loro e i cattivi si possono sconfiggere tutti con la loro mossa combinata finale. Poi passa qualche anno, la vita va per il verso sbagliato e i genitori non ci sono più. Marla, la più grande, si assume il ruolo di madre del fratellino, deve lavorare per trovare i soldi per vivere con lui, è piena di impicci, non ride più, non gioca più con Charlie e i Playmobil vanno in soffitta. Charlie pensa che Marla non gli voglia più bene, fa i capricci, non vuole andare a scuola e un giorno, sorpresa, arriva in città una mostra dei Playmobil gigantesca. Una mostra a cui Marla non vuole portarlo ma alla quale Charlie ci va, con la sorella che lo insegue, fino a che, nella stanza più grande dell'allestimento, che pare la Mini-Italia del Playmobil, i due si ritrovano, si scontrano e, dopo un fulmine che cade dal cielo, spariscono. Marla si risveglia in un mondo fatto di Playmobil, fatta anche lei come un Playmobil. Non trova Charlie, ma è sicura che da qualche parte, nel suo vestito da vichingo, riuscirà a trovarlo. Deve solo farsi aiutare da nuovi amici e trovare dentro di sé la guerriera in armatura di plastica che era da bambina.
Lino Di Salvo scrive e dirige un film dedicato al pubblico dei più piccoli, i realizzatori sono gli stessi del Piccolo Principe e si respira un po' la stessa aria anche qui, al netto di una malinconia più contenuta. Cristina D'Avena e J-Ax danno corpo a un paio di personaggio davvero divertenti, ci sono delle canzoncine subito orecchiabili. La produzione è di buon livello, è tutto giusto e tarato a livello di bambino, il racconto è pieno di azione e buoni sentimenti, fa venire voglia di andare a ripescare i Playmobil che un po' tutti dovremmo avere a casa in cantina o in soffitta (quanto era bello il galeone dei pirati!!). L'universo Playmobil è ben rappresentato tra luoghi, personaggi e giocattoli più noti, facilmente qualcuno ricorderà qualche pezzo della propria infanzia, gli attori hanno voci frizzantine e se avete otto anni vi divertirete un mondo. Probabilmente se portate al cinema con voi un bambino di otto anni, vi divertirete vedendo lui divertirsi. Faccio più fatica a immaginare dei quarantenni che vengano travolti dalla storia e personaggi al punto da andare a comprare dei nuovi set Playmobil, ma credo che non fosse questo lo scopo della produzione. Se Lego ha ammiccato con i suoi prodotti a un pubblico più vasto e adulto, facendo leva sul potenziale infinito delle costruzioni a mattoncino, alimentando mille citazioni e re-invenzioni, Playmobil sta nel suo target di riferimento, i bambini, pur ogni tanto strizzando l'occhio al cinema e alla cultura pop, sottolineando e valorizzando la bellezza e versatilità di mondi fantastici alla loro portata. Il film di Di Salvo è come un pomeriggio passato nel soggiorno del vostro nipotino, sul tappeto, a giocare con lui tra pupazzi buffi e più o meno aguzzi quando vi finiranno sotto i piedi. Se vi piace l'idea o avete otto anni è il film per voi.
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