domenica 7 novembre 2021

Tex romanzo a fumetti n. 13 “Snakeman” - il nuovo capolavoro grafico dell’argentino Enrique Breccia

 

Il popolo navajo ha per nemico un antico e potente stregone che sembra in grado di comandare i serpenti e pertanto viene chiamato “Snakeman”. La sua storia e il modo in cui ha contratto questi particolari poteri è raccontata come una favola nera, dove per una volta i navajo sono i cattivi. Snakeman è un vendicatore dai tratti metafisici il cui volto e mente assumono  una spietata estensione rettile. Forse è immortale, di sicuro è potente e ora guida un esercito dall’alto di una montagna, dove ha luogo la sua personale cittadella dei serpenti (un omaggio a Hordak dei Masters ma anche e soprattutto al fantasy di Frazetta). Non esistono secondo la leggenda persone mortali in grado di ucciderlo. È un po’ come il Corvo di Brandon Lee. Ma chi ha detto che Tex Willer, che presto si pone sulla strada di Snakeman, sia un comune mortale? 

Quando si parla del padre di Enrique Breccia, Alberto, “è subito Eternauta”. E non parlo solo dello straordinario romanzo grafico scritto da Oesterheld per i disegni di Alberto Breccia, ma anche della storica  testata italiana che prendeva nome proprio dall’Eternauta, lo pubblicava a puntate ma aveva al suo interno anche una delle più strabilianti raccolte del fumetto d’autore di sempre. Segrelles, Toppi, Eleuteri Serpieri, Corben, Moebius, Jodorowsky ed altri. Dalle bande dessinee al fumetto argentino, passando per underground in un’epoca visiva e tematica unica, pittorica, spesso iconoclasta nella sua pulsione a rappresentare corpi sensuali, muscolari, scolpiti su roccia quando fragili, inermi, costretti a vivere con “un gatto in bocca”. Fumetti potenti, spesso epici, spesso psichedelici. Ringrazio ancora Roberto, mio amico di sempre, per avermi fatto accedere ai misteri e tesori di quella testata antologica, ai tempi spesso da cercare più che in edicola presso le prime e fumose fumetterie. È incredibile come tutti gli autori passati per l’Eternauta siano diventati leggende, come di fatto è incredibile che tutte quelle opere siano ancora attualissime e facciano ancora oggi lustro di loro nelle fumetterie in edizione sempre nuova e sempre più lussuose. 


In Snakeman di Enrique Breccia, figlio di Alberto, c’è tutta la psichedelia, i corpi scolpiti e i mille dettagli visivi di quei leggendari numeri della collana contenitore “Eternauta”. Avevamo visto e apprezzato tantissimo Enrique già all’opera su Tex, nel Texole Captain Jack. È stato straordinario e la dimostrazione che la mela non è caduta certo lontana dall’albero. Captain Jack è un numero potente, con immagini cariche di azione e drammaticità, magnifici paesaggi e dettagli, ma come “tradizione della testata” (parlo del Texone) prive di quel colore che era la “cifra in più” non tanto per il fumetto Eternauta in sé (che era in bianco e nero, sebbene con un disegno espressionista potente, “materico”), quanto per il fascinoso caleidoscopio cromatico dell’antologico di cui sopra, per come i ricordi me lo hanno a lungo cullato. Così il posto migliore per vedere “l’atmosfera dell’Eternauta” non poteva essere che la testata Tex Romanzi a Fumetti, che nasce a colori proprio con una incredibile opera di Eleuteri Serpieri, dove la sabbia del deserto western assumeva la consistenza fangosa del suo mondo sci-fi Druuna. Enrique si scatena con tutta la psichedelia che ha in corpo. La storia scritta dal solito e bravo Boselli ha l’afflato giusto per ricevere un così suggestivo assalto visivo, tanto è piena di epica, malinconia e suggestive immagini sciamaniche. 

La storia parla di morte, di rimpianto, di “spirito”. Il principale filo conduttore è la malinconia dei fantasmi, che interagiscono ancora con noi in modo inaspettato nella vita di tutti i giorni, con una “presenza accogliente” quanto discreta. Siamo molto dalle parti di James O’Barr, anche per il modo in cui poi “i fantasmi cambiano pelle” ed entriamo nel mondo dei “dead-man”, gli spiriti della vendetta metafisici che da sempre si muovono tra i supereroi (come l’urbano Punisher su tutti, ma anche Spawn, il Ghost Rider e altri) ma anche tanto nel western (Django su tutti, ma anche il Lone Ranger, mille pistoleri di spaghetti western, Clint Eastwood ne Gli spietati e pure un immortale Danny Trejo in un gustoso trash-western degli ultimi anni. Ma forse anche il pistolero di Westworld di Ed Harris vorrebbe essere in questa banda…). Pistoleri “morti dentro” che non possono per questo più essere uccisi. Ed ecco che “cala la bomba”, direttamente anticipata dalla magnifica copertina sempre opera di Breccia. Tex re-indossa in questo numero per l’occasione il suo storico (e rarissimo!!!) aspetto da Dead-man. Diventa un pistolero scheletrico con lunghi capelli bianchi che agisce nell’ombra e terrorizza i suoi nemici. Un po’ Fantaman, un po’ Kriminal, un po’ Ghost Rider. Affronta questo Snakeman che ha denti e pelle da rettile, ama i sacrifici umani a base di fuochi e follia come il sacerdote di Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Di sicuro tutto appare psichedelico e sognante, con colori stroboscopici intensi che donano un’atmosfera da Apocalypse Now in cui non si risparmiano mai i pennarelli. Ogni tavola ha mille gradazioni, come ad omaggiare al cento per cento un altro tipo di spettro, quello della scala cromatica. 


Magnifico, davvero un piccolo capolavoro. È un peccato che duri così poco, poco più di 50 pagine come da tradizione di ogni fumetto della collana semestrale Tex - Romanzi a fumetti. Ma è un bel viaggio e alla fine si vorrebbe subito rituffarsi di nuovo a capofitto dall’inizio, gustare tre volte ogni dettaglio e la potenza di ogni scena. Voglio una maglietta con la copertina di questo volume, perché è straordinaria. 

Compimenti a Boselli e Breccia per questo nuovo viaggio. Semplice ma solido nella trama, carica di azione ma anche di una magnifica e tenera nota malinconia. Pazzesco nei disegni, davvero pazzesco. E non credo di avere altro da aggiungere. 

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giovedì 4 novembre 2021

Eternals - la nostra recensione del nuovo film di Chloe Zhao

 


“In principio c’erano i celestiali”. Inizia con questo incipit dal sapore biblico, che rimanda  direttamente al libro della Genesi, il nuovo film di Marvel Disney. In principio c’erano i celestiali e questi crearono l’universo, poi i pianeti, poi la vita. Ogni nuova creazione planetaria ad opera di queste divinità prende la forma di un autentico paradiso terrestre per le creature designate ad abitarla, ma a un certo punto di questo processo, che dura migliaia e migliaia di anni, appaiono purtroppo i “devianti”. Creature misteriose, “divisive”, inattese, contorte, crudeli, gigantesche, potenti quanto inesorabili, apparentemente spinte dall’unico scopo di distruggere la vita in ogni sua forma, su ogni pianeta. È allora che per reazione, per contrastare l’avanzata del devianti, che i “buoni e onnipotenti” celestiali inviano dallo spazio, su possenti astronavi (dalla forma levigata quanto il monolite di 2001 di Kubrick), a difesa dei pianeti invasi dai devianti, dei “protettori”: gli “eterni”. Gli eterni, che sembrano della stessa specie degli abitanti del pianeta che devono salvare (e questo mi ricorda i poliziotti galattici del film Critters…), combattono i devianti con gli straordinari (super)poteri di cui dispongono. Portano la pace e la tecnologia, proteggono e guidano, ispirano e uniscono i popoli contro questa minaccia comune. Sono arrivati un giorno anche sulla Terra, venendo chiamati a volte “divinità”, a volte “eroi”. Hanno affrontato sul nostro pianeta molti devianti, a cui noi “autoctoni” abbiano dato il nome qualche volta di “draghi”, qualche volta di “demoni”, “spiriti delle tenebre”. Poi quando queste terribili creature siano state sconfitte, degli Eterni è rimasta traccia solo nelle leggende e nell’arte. Essendo creature immortali, gli Eterni in qualche modo sono ancora tra noi. Hanno ricevuto l’ordine di “stare qui sulla Terra e non interferire” nelle vicende umane, rimanere e vegliare di nascosto, in incognito, fino al possibile ritorno dei devianti. Per sempre. Infiniti poteri cosmici in un minuscolo spazio vitale (terrestre), per dirla come il genio di Aladdin. C’è un po’ da deprimersi, dopo le prime migliaia di anni di inattività. 

Ma dopo secoli e secoli ora, nel presente, dopo che Thanos è stato sconfitto dagli Avengers, i devianti sono misteriosamente tornati. È quindi giunto finalmente il tempo che gli Eterni si radunino e affilino le armi e armature spaziali per una nuova battaglia. Ma questi antichi eroi, un tempo guidati dalla saggia guaritrice Ajak (Salma Hayek), l’unico eterno con il potere di comunicare con i celestiali, sono davvero pronti a tornare a combattere?


L’eterna Sersi (Gemma Chan) con il potere di mutare la struttura della materia, oggi ha ancora un corpo da trentenne come 7000 anni fa e insegna storia antica a Londra, presso la National Gallery. Vive una vita tranquilla e ha trovato un nuovo amore, l’umano Dane (Kit Harington), dopo aver perso da secoli le tracce del suo grande amore, Ikaris (Richard Madden), un Eterno potentissimo, in grado di volare e lanciare raggi dagli occhi come Superman (ma senza mantello). Insieme a lei a Londra c’è l’infelice Sprite (Lia McHugh), un’Eterna dai grandi poteri magici ma rinchiusa per sempre “per uno scherzo dei celestiali” in corpo di una ragazzina che la costringe a rivivere all’infinito il liceo, senza poter trovare l’amore maturo a cui dopo millenni vorrebbe ambire. Vivono isolati in una sperduta casetta di campagna i due massimi Eterni “eroici”,  Thena (Angelina Jolie) e Gilgamesh (Don Lee). Lei, la “dea della giustizia”, a causa di una malattia sta lentamente ma inesorabilmente impazzendo, con sempre più frequenti esplosioni incontrollate di rabbia. Lui, il più forte tra i guerrieri, cerca di placarla e assisterla con tutto l’amore di cui è capace.

C’è chi si è ritirato in Africa con i popoli indigeni come il telepate idealista Druig (Barry Keoghan), c’è chi si è costruito in America una famiglia con gli umani come lo “scienziato” Phastos (Brian Tyree Henry), c’è chi vive solo, coma la velocista Makkari (Lauren Ridloff). Poi c’è chi ha deciso di stare sotto i riflettori come Kingo (Kumail Nanjiani), l’Eterno in grado di lanciare sfere di energia dalle sue mani, che è diventato una star action di Bollywood da otre 80 anni, “cammuffando” più volte la sua reale età e identità. 

L’occasione per riunire la grande famiglia degli Eterni arriverà in modo tragico quanto infausto.


Se Fidia ha dato forma agli dei attraverso le sue magnifiche statue, in grado di tramettere potenza quanto regalità, Jack Kirby, intorno agli anni '70, ha cercato di fare lo stesso nel mondo dei fumetti di supereroi. Era per la storia dei Comics americani quel momento “mistico”,  diventato mainstream a fine anni ‘60, in cui un surfista argentato, proprio disegnato da Kirby per la Marvel, diventava la voce della coscienza di una creatura divina gigantesca, tragica quanto facile all’ira, costretta a divorare pianeti per sopravvivere a una fame inestinguibile. Questa fascinazione per il divino portò il grande disegnatore a creare i suoi “nuovi dei”, per la DC Comics, fondendo la mitologia di quei “corpi scolpiti da Fidia” con la nuova mitologia dei supereroi del ‘900. Se si potevano raccontare i “supereroi con i superproblemi” già raccontava  di dei moderni che si nascondevano tra i comuni esseri umani, “camuffandosi da umani” apparendo goffi e indossando un paio di occhiali (“giudicandole moralmente”, come diceva in Kill Bill David Corradine). Non era quindi difficile estendere il campo narrativo alle storie di divinità decadute, del passato i del futuro, passate loro malgrado “dalla fama all’archeologia”, perché forse presto nella Storia si parlerà di Superman mettendolo sullo stesso piano di Ercole. Questa intuizione degli “dei decaduti/nuovi supereroi” ha fatto subito fibrillare gli scrittori di Comics più eclettici e infusi di studi classici. Era un buon modo per trasformare in “cultura pop” personaggi un tempo conosciuti sui testi d’arte, storia e letteratura, nelle tragedie di Seneca quanto di Shakespeare. Con questo approccio intellettuale, nuovo e psichedelico, negli anni sarebbero stati traghettati al mondo dei supereroi lettori in cerca di “emozioni adulte”, per le quali sarebbero nate etichette come la Vertigo. Sandman di Neil Gaiman e Swamp Thing di Alan Moore sono due tra i più fulgidi esempi di questo processo di “acculturamento” dei Comics, iniziato proprio nello scorgere “il divino” tra i giornaletti degli eroi in calzamaglia . Dopo aver dato vita al suo Quarto Mondo per DC Comics, creando al suo interno anche l’enigmatico Darksied (mentre Jim Starlin avrebbe creato nel 73, tre anni dopo, per la Marvel il similare Thanos… ma gli eroi cosmici di Starlin sono un “capitolo a parte”, di cui magari parleremo in futuro sul blog), Kirby a metà degli anni ‘70 tornava in Marvel e dava vita, più o meno con la stessa “carica”, ai suoi Eterni. Personaggi riveriti, amati, ma che rimangono per il pubblico Marvel un po’ ai margini (proprio a differenza dei personaggi cosmici sviluppati in parallelo da Starlin). Supereroi “per intenditori”. Troppo “ingombranti” per il mondo degli eroi di Captain America e Ironman delle testate regolari.  Eroi che “confondevano” anche perché alcuni Eterni apparivano come “duplicazioni” di divinità “regolari” già presenti nell’universo Marvel, come per esempio gli dei greci (la dea Atena e l’eterna Thena sono per dire due personaggi distinti). È come se gli dei decaduti si potessero addestrare meglio al “pantheon moderno” degli eroi dei Comics DC, rispetto ai più “terreni” supereroi con super problemi della Marvel. 

Dall’esordio degli anni 70 della serie di Kirby, che conta di un glorioso ciclo di una ventina di numeri (raccolto qualche tempo fa con un bel volume unico extralusso, oggi riproposto in due uscite), gli eterni sono così molto sporadicamente tornati nelle edicole, rimanendo per lo più “citati” in alcuni numeri di Thor. Nel 1985 sono protagonisti in una run con 12 uscite di Peter B.Gillis, nel 200O in un “one-shot” legato al personaggio di Apocalisse degli X-Men. Un diverso approccio al gruppo nel 2003 avviene per la linea per adulti Marvel Max. Io personalmente li “incontro” in un volume che raccoglie il successivo rilancio degli Eterni del 2006, quello ad oggi “più bello”. In sette numeri, a opera non a caso dello scrittore visionario di Sandman, Neil Gaiman, e con non a caso gli straordinari disegni di John Romita Jr (il più Kirbiano dei disegnatori). È quella del 2006 l’opera più vicina all’originale idea di Kirby, quanto quella che meglio riesce a rinnovarne il tratto e le tematiche. Gli Eterni re-immaginati da Gaiman diventano creature inquiete e fuori dal tempo come i suoi American Gods (che oggi sono anche una serie tv), come il suo Sandman (poi ci sarebbe da aggiungere che si chiamano “Eterni” anche le creature che popolano il mondo del suo Sandman, sviluppato molti anni prima del suo approdo ai personaggi di Kirby, ma sarebbe un’altra storia).  Supereroi sospesi in cerca di uno scopo, in bilico tra ricordi di gloria e grandezza e una terrena quotidianità, “mortale”, che li annoia, invidiano e bramano, senza riuscire a esserne parte o riuscire a comprenderla. Purtroppo anche gli Eterni di Gaiman non durano oltre il 2006 e i personaggi da lì torneranno solo un paio di volte, non sempre bene “a fuoco”, fino ad oggi, nel 2021, quando esce una saga con co-protagonista il Thanos di Starlin, ad opera del bravo Jason Aaron (non a caso uno scrittore che ha nel sangue il gotico rurale, che esprime in pieno nel suo capolavoro Southern Bastards). Ma non c’è davvero molto altro e recuperare “tutto di tutto” degli Eterni, dall’origine editoriale ad oggi, significa ragionare nell’ottica di non più di cinquanta fumetti spillati di poche pagine, per un massimo di cinque o sei volumi cartonati. 


Un po’ come accaduto ai Guardiani della Galassia, fumetto poco conosciuto al mainstream prima di diventare un film di grande successo per la regia di James Gunn, Marvel Disney concede anche alla regista del pluripremiato  Nomadland, Chloe Zhao, la più assoluta “carta bianca” per forgiare il suo personale film supereroistico.

In questo caso la fotografia non è dello straordinario Joshua James Richards di Nomadland, ma dell’altrettanto bravo e “rodato nei cinecomics” Ben Davis (che però ha curato anche la fotografia di Tre Manifesti a Ebbing), ma lo sguardo verso personaggi piccoli e dispersi, immersi in un mondo troppo vasto e sconfinato, è il medesimo. Gli Eterni pur nella loro straordinaria potenza, che risalta e quasi stordisce nelle magnifiche scene d’azione, ci appaiono per la maggior parte del tempo poco più che uomini soli, fragili, che vivono scomodi in un mondo “che non è il loro”. Mentre gli American Gods di Gaiman giocano con gli umani come il gatto con i topi, gli Eterni hanno più l’aria di chi è rimasto senza un lavoro e uno scopo nella vita e “tira avanti”, in attesa che la ruota giri, sperando di trovare nel mentre un nuovo senso alla sua esistenza. “Persi in una natura matrigna”, come i nomadi di Nomadland o magari qualche volta sentendosi come il personaggio di George Clooney in Tra le nuvole, con il piccolo potere temporaneo (ma sempre delegato da qualche “celestiale”) di volare nel cielo e calare in picchiata sul mondo, per poter incidere “divinamente” sulla vita delle altre persone. 

Lo sguardo peculiare di Chloe Zhao porta ad un film molto più serio dello standard delle produzioni Disney Marvel, a rischio quasi di fagocitarne la visione di insieme. 

È un film Malinconico, con afflati tanto da tragedia greca che del dramma esistenziale, quando pone al centro della narrazione i personaggi della Jolie e di Madden. 

È un film profondamente cosmopolita e inclusivo, nel bisogno costante di offrire eroi rappresentativi di gran parte del caleidoscopio umano, ben oltre le caratterizzazioni originarie di Kirby. Eroi finalizzati a uno sforzo comune che a ben guardare riesce a richiamare, metaforicamente, il dibattito odierno dell’equilibrio tra uomo e natura.

È un film “biblico sui supereroi”, poderoso anche nella sua durata, in cui i supereroi combattono un po’ meno del solito (ma in modo super spettacolare) e indossano costumi meno sgargianti del solito (lontanissimi dal lavoro visivo di Kirby, ma gradevoli), proprio per il fatto “di non essere dei supereroi”. Cosa che può piacere o non piacere magari ai fans delle opere originali (ma la metto qui come una sensazione soggettiva).

È al contempo un film che riesce a giocare bene anche nel campo dell’ironia, anche se lo fa troppo poco, negli sporadici momenti in cui i riflettori si spostano sul bravo Kumail Nanjiani. 


Quando il film imbocca la strada dell’azione e degli effetti speciali Eternals riesce a essere imponente, spettacolare e solenne come pochi altri film sui supereroi, percorrendo peraltro un approccio corale intelligente alla costruzione delle battaglie, quasi sulla scia dei migliori film degli X-Men. Ikaris non è Superman ma è la migliore rappresentazione di un possibile Superman degli ultimi anni. Druig usa i poteri mentali in ottica militare come non farebbe mai un Charles Xavier, Thena ha un magnifico stile di combattimento “eroico” vicino a quello di Brad Pitt in Troy, Gilgamesh a un pugno potente quanto Hulk. Vedere in azione gli eterni è un vero spettacolo che può ripagare di per sè in un attimo il vasto e approfondito minutaggio riservato all’approfondimento psicologico dei protagonisti. 

Eternals è quindi un film riuscito sotto molti aspetti, con la capacità di portare in scena una rappresentazione degli eroi molto moderna, inclusiva, multi-etnica, spirituale, positiva, rispettosa della natura e della cultura…Ed eccoci al tallone di Achille, metaforico ma non troppo, del film di Chloe Zhao: Eternals è “troppo”.

Troppo in ogni sua diramazione. 

Troppo serio, troppo lungo, troppo “autonomo” rispetto al mondo dei supereroi Marvel, a volte pure troppo definito e quindi “ingabbiato” nella sua stessa cosmogonia. Troppi personaggi, troppi eventi, troppi rimandi ad eventi futuri. 

Tanti “troppo” che magari molti degli spettatori non coglieranno come aspetti particolarmente invasivi, vedendoli magari come un pregio. Tutto è facilmente assimilabile, specie a una seconda visione, dopo aver “decompresso” tutte le informazioni. Ci sarà giustamente chi guarderà Eternals per lo più favorevolmente, proprio nell’essere felicemente “troppo di tutto”, un film davvero quasi enciclopedico. 

Ma tutti questi “troppo” possono risultare quasi soffocanti per chi ricerca in un cinecomics Marvel Disney quella leggerezza narrativa che è propria di questi prodotti fin dal primo Iron Man. I costumi sgargianti si “spengono” nei colori, le immagini si impregnano di simbolismi, perfino le astronavi diventano dei totem monolitici da arte contemporanea. E tutto questo, ci tengo a ribadirlo, non è “un male”, quanto magari un alzare ulteriormente l’asticella dopo aver conosciuto personaggi come Thanos. Se Tony Stark contro Thanos era come Davide contro Golia, oggi i cinecomics si occupano di presentarci i tanti “Golia” che li abitano. Chloe Zhao apre a un approccio profondamente diverso dal solito, coraggioso quanto spericolato, intimo quanto tragico, incredibilmente magniloquente, “olistico”.  La regista riesce a “rompere gli schemi”, fino quasi a riscrivere i confini del multiverso Marvel, perseguendo una sua personalissima e originale visione del mondo, declinandolo ai supereroi. 


Per questo bisogna forse arrivare in sala più con in testa Nomadland che Infinity Wars, accogliendo insieme positivamente la grande voglia della autrice di raccontare “tutte insieme” le mille suggestioni che il mondo supereroistico le ha suggerito. Un J.J. Abrams avrebbe trattato una simile mole di temi e personaggi in almeno tre stagioni di una serie tv, Chloe Zhao vi manda invece a casa con “la testa che scoppia”. Parlandovi la regista tutto di filato... 

LEGGERI SPOILER  SU ALCUNI TEMI E NON SULLA TRAMA, MA NEL DUBBIO

di eroi e anti-eroi, problemi di coppia e problemi mentali, l’universalità del linguaggio dei gesti, lo scioglimento dei poli, gli amori che durano in eterno, le civiltà mesopotamiche, i dinosauri, i film action di Bollywood, la spada Excalibur, i bar londinesi dove si adescano finte minorenni, le creature delle tenebre, il monolito di Kubrick, i vulcani, i celestiali, un Superman che si chiama Icaro, un Efesto che è forse Leonardo Da Vinci, la sovrapposizione tra mitologia e fantascienza e religione, il gotico rurale, le lance laser, le coppie Lgbt, le coscienze-alveare, il mito della caverna di Platone e pure il complesso di Trilli di Peter Pan…

FINE SPOILER

Insomma, parafrasando in modo diverso la frase del genio di Aladdin, pure questa pellicola  sugli Eterni sfoggia infiniti argomenti cosmici in un ristretto spazio di minutaggio (e per tutto quello che c’è dentro in film dura pure poco). Se poi vi avrà incuriosito tutto questo “mare magnum” e volete magari andare all’essenza del cinema di Chloe Zhao, giusto per capire il cuore emotivo da cui parte tutto, il bellissimo Nomadland (purtroppo ancora non recensito sul blog, ma presto rimedieremo) si trova oggi anche sulla piattaforma on-demand Disney+, dove presto sarà possibile vedere anche gli Eterni. E se questo cinecomic può incuriosire qualcuno al punto da spingere alla ricercare delle alte opere precedenti della sua regista, portando un nuovo pubblico anche verso il cinema d’autore, non può essere un male. Per chi non è invece interessato ai mille risvolti della vicenda e vuole magari vedere scene spettacolari in cui gente che vola spara laser contro mostri mutanti che distruggono il centro di Londra, Eternals saprà comunque accontentarli per un più che discreto minutaggio. 

C’è veramente di tutto nel nuovo cinecomic Marvel Disney e il naufragar può essere davvero dolce in questo mare. Ma andate in sala pronti a tutta la sua magniloquenza. 

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martedì 2 novembre 2021

Book of Boba Fett: il trailer

È il cacciatore di taglie definitivo di Star Wars, quello che pure Darth Vader deve ammonire prima di un incarico chiedendogli: “Niente disintegrazioni”. Ha un casco integrale che ne nasconde i lineamenti, un'armatura ammaccata e scucita che ha visto mille battaglie, un jetpack rugginoso e inaffidabile sulle spalle, un lanciafiamme armato sul polso, un cavo metallico con il quale immobilizza le prede. Parla poco, perché non ha troppo bisogno di parlare. E visivamente, per i fan delle action figures, è un “pupazzetto bellissimo”. 

Qualcuno si ricorda di averlo visto “per primo”, ai  tempi del famigeratissimo show natalizio di Star Wars, nel quale compariva una sua “versione a cartoni animati”, sul dorso di un brontosauro, armato e cazzuto. Ma nella saga cinematografica “classica” di Lucas, quella “del cinema”, Boba Fett ha vita breve ed è di fatto più “fumo che arrosto”. Poche scene e una morte indegna, all’inizio del Ritorno dello Jedi, dopo essere precipitato per una avaria del jetpack nella panza di un vermone delle sabbie, colpito di striscio, per puro caso, da un Han Solo sostanzialmente in stato di cecità. 

È andata così. 

Luke: “Attento, Han! C’è Boba Fett dietro di te!!”. 

Han: “Boba chi?” 

…e BAM!!, giù nello stomaco del verme dopo che Ian ha agitato nell’aria un bastone. 

La legenda poi vuole che Boba “non doveva finire così”, ma per colpa di uno screzio con l’attore, Jeremy Bulloch, reo di aver divulgato alla stampa anzitempo la trama del nuovo film. 

Ma il personaggio è amatissimo, i pupazzetti vendono insieme al mito di “quello che poteva fare un cacciatore come Boba nello spazio”, così arriva la seconda trilogia di Star Wars, con Lucas che ci ripensa e inventa per Boba un padre come Django Fett, interpretato dal granitico Jack la Furia di Once were warriorsTemura Morrison. Django diventa l’uomo da cui clonano i primi troopers imperiali e da cui è clonato lo stesso Boba. Piovono pupazzetti di Troopers imperiali che ricordano l’armatura di Boba Fett ma non basta. Così arriviamo al Mandalorian, serie in cui Pedro Pascal impersona un cacciatore di taglie dello stesso pianeta e “codice del guerriero” di Boba Fett. Piovono milioni di nuovi pupazzi ma non basta. Così sul finire della seconda stagione dello show in streaming per il canale Disney Plus ecco che torna in scena il Boba originale. Non è stato ucciso nello stomaco del vermone delle sabbie, ha sempre il volto di Temura Morrison ed è pronto per avere una serie tv tutta sua, The book of Boba Fett, che di sicuro venderà tanti nuovi pupazzetti. E voi siete pronti per la “Boba Fett Mania?” 

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lunedì 1 novembre 2021

Masters of The Universe - Revelation: il nostro ipotetico punto di vista surreale sulla nuova serie Netflix


Come può essere nata questa nuova serie dedicata ai pupazzetti Mattel degli anni ottanta chiamarti Masters of The Universe?

Mi immagino un pomeriggio piovoso di alcuni mesi fa, in una casetta immersa nella provincia canadese, con il guru dei nerd Kevin Smith che fa accedere alla sua cameretta dei tesori vintage la figlia ormai maggiorenne Harley Queen Smith. Immagino che Kevin abbia tutto di tutto dei Masters, dal Castello di Greyskull che fungeva anche da “valigetta per riporre i personaggi” ai veicoli, gli animali magici, le creature scomponibili, le figures che implementavano l’uso dei mortaretti e quelle “pelose”, tutto di tutto.

Mi immagino che Harley si avvicini a questo muro dei tesori e parta un dialogo di questo tipo.

(Harley): “Papà, cosa sono tutti questi pupazzi di culturisti dall’aria incazzata e che sembrano sul punto di cagare?”

(Kevin): “Ma no, cosa dici!!?? È una posa plastica tipica dell’era Reaganiana, una fascinazione delle illustrazioni fantasy di Frazetta nel momento di più fulgido splendore dello sword’n’sorcery!! Sai, quando avevo la mia scatola rossa di Dungeons & Dragons…

(Harley): “Sì, sì, ok… ma perché ci sono solo così pochi pupazzetti “di colore”? Perché solo uno sembra dai tratti medio-orientali? Ma soprattutto perché hai solo tre pupazzetti femminili, cioè la modella in intimo bianco, la modella in intimo sadomaso e la modella di intimo con in testa un falco non realizzato con pelle sintetica? Eri un bambino sessista/razzista/omofobo /amante della caccia/ non inclusivo/ trumpiano  come tutti quelli della tua generazione? 

(Kevin): No, no! Questi sono tutti i pupazzetti della gloriosa serie Mattel Masters of The Universe, diventata nel 1984 anche un cartone animato per Filmation la cui gloria persiste ora. E anche se ci sono poche figure femminili queste erano centrali nella vicenda, autentiche protagoniste! E poi c’era anche la regina, ma lei è purtroppo uscita in edizione limitata e su e-bay non l’ho ancora trovata a un prezzo abbordabile quindi sì, lo ammetto, la mia non è una collezione completa…

(Harley): Sì, sì vabbeh… solo tre personaggi femminili, uno arabo, due di colore e immagino nessun membro della comunità LGBT. Papà sei un dinosauro come i produttori dei tuoi giocattoli…

(Kevin): Ma no, anzi! I Masters erano super inclusivi! Il protagonista He-Man è in realtà un eroe che interviene solo a supporto dei suoi amici, senza sminuirne il valore, come una sorta di Deus ex machina. La ragazza in intimo bianco… Teela… è forte! È il capitano delle guardie del castello dei buoni e anche se non lo ricorda ha un misterioso passato che la lega al personaggio con in testa il falco, Sorceress, la creatura più potente di Eternia. 

(Harley): Sorceress è la madre e sembra della stessa età della figlia, nonché obbligata a vestirsi in un modo che ha solo un nome: “sessismo”. E perché Teela non ricorda questo legame con Sorceress? 

(Kevin): perché nella seconda puntata del cartone animato le cancellano la memoria per il suo bene, perché il regno è già protetto da questo eroe biondo, grande e gentile, di nome “He-Man”, di cui ti ho detto prima, l’unico in grado di combattere contro il terribile Skeletor e suoi terribili alleati grazie alla spada di Greyskull. La spada che Sorceress ha donato a He-Man, anche per proteggere Teela…

(Harley): sempre peggio!!! Quindi hanno cancellato la memoria a Teela, il capo delle guardie, per far risaltare questo tizio biondo e la sua spada fallica? Questo ha solo un nome: “maschilismo”. E ci vedo pure una punta di “paternalismo” in questa volontà di tenere le donne all’oscuro della verità, magari relegandole a poco più che casalinghe pure nelle storie fantasy…

(Kevin): Ti assicuro che non è così! Teela è stimata da tutti, è una grande combattente ed è la migliore amica di Adam, il principe che si trasforma in He-Man, anche se…

(Harley): Anche se? Anche se cosa??!! 

(Kevin): anche se Teela è l’unica che non conosce il segreto sull’identità segreta di Adam. È per il suo bene, per non farla preoccupare troppo!!!

(Harley): La fanno combattere in prima linea come guardia reale e non si degnano per il suo bene di dirle chi è l’eroe, che le ha inevitabilmente tolto il ruolo di protagonista “perché è una donna”?

(Kevin): Ma no! Ti ho detto che è forte Teela! Ed è anche fortissima Sorceress! Vedi, quando si trova a vegliare nel castello di Greyskull è la maga più potente del mondo e quando è all’esterno si tramuta in falco, come in quel romantico film che abbiamo visto ieri seria, Ladyhawk. Ti era piaciuto, non è vero?

(Harley): Era un film sessista e qui la storia del falco mi sembra quasi più patetica: un trucco miserabile per dire che le donne sono “libere di essere potenti” sono se si trovano rinchiuse da qualche parte, che sia un castello o una cucina… e che mi dici della tizia vestita da sexy dominatrice ? Anche lei è un’intellettuale immagino…

(Kevin): si chiama Evil-Lynn è la strega che serve Skeletor fedelmente facendo ogni tanto qualche battutina piccata…

(Harley): la classica donna infelice del matrimonio a un passo dall’alcolismo…

(Kevin): Senti, lo so, ma questo cartone animato negli anni ‘80 non faceva venire in mente a chi lo vedeva le riflessioni che fai tu oggi… era un prodotto colorato e divertente dedicato a dei bambini per venderli dei giocattoli!  Nessuno si è mai chiesto se Elmo, i Muppets o i Teletubbies tutelassero le pari opportunità o i diritti LGBT, perché nascevano in un’epoca che quei problemi “non li vedeva”.

(Harley): So che Netflix ti ha commissionato una nuova serie animata su questi Masters, disegnata dai tizi di Castlevania. Cosa farai a riguardo?

(Kevin): Farò Castlevania con i Masters, ossia un cartone animato per adulti! Come il Batman di Bob Kane si è evoluto nel Batman di Miller, poi in quello di Garrison ecc., così il Batman in tv con West è diventato nei film il Batman di Burton e poi di Nolan e poi di Snyder. Porterò i Masters in territori più moderni, magari più dark. Se il fantasy moderno è pieno di sesso, politica, splatter e fallimenti come Games of Thrones, renderò i Masters qualcosa di simile e tutti mi ameranno!

(Harley): Lo vedi che sei un dinosauro? Oggi Game of Thrones è preistoria e tu da buon dinosauro parli della preistoria! Oggi le serie tv e cinematografiche di successo “ispirate ai telefilm del passato” sono sull’inclusione, il potere alle donne, i diritti delle persone LGBT, l’ecologia e i diritti degli animali. Ma non vedi Star Trek? Non eri un fan di Star Trek? Non hai visto Capitan Marvel

(Kevin): Ma è riduttivo! Star Trek ha sempre parlato di inclusione sociale fin dai temi di Roddenberry e i trekker non sono certo dei razzisti!!! Allo stesso modo Captain Marvel nasceva nei fumetti come una donna terrestre che si innamorava di un alieno, cosa che mi sembrava già “inclusiva” prima del personaggio di Brie Larson. I Masters degli anni ‘80 avevano storielle per bambini che parlavano di “amicizia”, “fiducia”, “l’amore dei genitori”, “non fidarsi degli sconosciuti” e nessuno degli episodi in qualche modo faceva discriminazione di genere. Anzi, quando i Masters a un certo punto salirono di successo la Mattel commissionò una serie spin-off con protagonista proprio una donna She-Ra, e ci sono stati molti crossover con la serie classica, al punto che se avevi una sorellina negli anni ‘80 non era strano guardare entrambi i cartoni animati e poi giocare insieme con gli stessi giocattoli. Più inclusivo di così cosa c’è oggi!!??

(Harley) Tu mi parli di trame, di messaggi per i bambini, del giocare insieme maschi e femmine. Queste cose oggi non fregano a nessuno se il prodotto non veicola un messaggio diretto, chiaro e soprattutto “moderno”. Oggi si deve parlare di: donne, parità di genere, non discriminazione sessuale, ecologia, animalisti. Cosa come il viaggio dell’eroe, la famiglia e il sacrificio sono valori già metabolizzati e stantii, ora l’uomo moderno adulto, per te che vuoi fare ”cartoni animati adulti” deve assorbire questi nuovi valori sociali. E può assorbirli sono attraverso la pop-culture, come una medicina amara che viene coperta da una tazza di latte e cereali.

A nessuno frega di cosa parlavano i Masters, si ricorderanno giusto quel motivetto ossessivo che ripeteva “He-Man” che prima mi hai fatto ascoltare su YouTube e di quando erano bambini e facevano “pem pem” tenendo in mano i pupazzetti. Lascia stare le tette e la politica di Games of Thrones, lascia stare il dark Side alla Batman… Non vuoi entrare nella short-list di chi gira oggi Star Trek, Men in Black, Ghostbusters e forse in futuro… Star Wars

(Kevin): No, non posso!!! Io ti ho chiamata Harley Queen e non rinnegherò mai Batman! Anzi, prenderò un personaggio come Menetarus, un rissoso ottuso alla Mister T, e ne farò il nuovo Batman dei Masters! Per tutto il resto che mi hai detto… beh, non mi dispiacerebbe un giorno girare Star Trek

(Harley): Dai, non fare quella faccia! Ormai tutti fanno serie con questi concetti di base e chi li critica si prende di risposta del “bambino immaturo”. E un po’, in fondo, si sente anche dentro così: piccolo e immaturo. Perché sta proteggendo qualcosa che vedeva quando aveva solo otto anni, con la testa di un bambino di otto anni, brandendo giocattoli e astronavine. Per citare una delle tue serie tv preferite: “la resistenza è inutile”. E poi non eri tu, papà, quello che ha definito il Signore degli Anelli come la più grande saga sullo sport del Trekking di montagna? Non sei tu il primo che si è fatto una carriera prendendo in giro le cose “da nerd” che più ama? Datti pace…



Per me è andata più o meno così. Almeno a giudicare sulla prima parte della storia per ora rilasciata da Netflix. In attesa della seconda parte, dove la trama iniziata dovrebbe concludersi, sospendo un po’ il giudizio. 

I disegni e le musiche mi sono piaciuti. Ho avvertito una grande cura nella rappresentazione di alcuni dei luoghi e personaggi più iconici. La trama non l’ho ancora metabolizzata, ma ve ne parlo velocemente in 

SPOILER

Appare un po’ surreale che Teela si incazzi “perché non conosceva l’identità di He-Man” quando He-Man/Adam nel primo episodio si sacrifica per salvare il mondo davanti a lei. E si incazza a tal punto da mandare al diavolo tutto il mondo. Questa reazione un po’ estrema trova forse in parte giustificazione quando nel quinto episodio Teela viene messa davanti alla sua più grande paura, che assume proprio la forma di He-Man. In un certo senso potremmo leggere, a ritroso, la sua reazione del primo episodio, come la paura inconscia a diventare lei il nuovo campione-difensore di Eternia. Superata quella paura, Teela acquisisce una nuova visione di Adam ed è pronta ad una nuova sfida. Certo la narrazione della serie spesso risulta criptica e si ha la sensazione che Teela sia capricciosa e incoerente. Ma seguendo l’ottica del “confronto con He-Man” si può un po’ riprendere per me quella che è la giusta misura del personaggio  

FINE SPOILER



Inutile negarvi che mi immaginavo un Masters of The Universe stile il Dark Knight di Miller o il Trono di spade, con una bella iniezione di azione a rotta di collo, scenari gotici e sì, un po’ di tette: insomma, tutto quanto già visto nel “pacchetto Castlevania” servito dagli stessi realizzatori per Netflix pertanto. Mi sono trovato invece davanti una trama che come Ghostbusters “all women” non ha tanto il problema di avere al centro dei personaggi femminili quanto una poca predisposizione a farlo bene. Aspetto con interesse comunque la seconda parte. E già penso a una bella action figures legata alla serie che potrebbe piacermi.

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domenica 31 ottobre 2021

Una notte da dottore: la nostra recensione del divertente e malinconico “film notturno” di Guido Chiesa con Frank Matano e Diego Abatantuono

Cantavano nel 1966 “Hold on (I’m coming)”, ossia “Stai calmo/a, sto arrivando”, i mitici Sam & Dave (al secolo Samuel David Moore e David Prater), il duo a cui dobbiamo anche la celebre canzone-gemella “Soul Man”. Erano uno dei più acclamati gruppi vocali della musica soul, nella stessa gloriosa era di Aretha Franklin.

“Hold on” è diventata in breve la colonna sonora ricorrente della programmazione notturna di molte radio, quella tipica canzone grintosa che ti tiene sveglio mentre sei in macchina sotto la luce di qualche lampione, magari su una strada deserta. Uno “Stai calmo, sto arrivando” che può tradursi altrettanto correttamente, per la magia della lingua inglese, anche con il più prosaico e formale “stia calmo, stiamo arrivando”, ossia la classica risposta che riceve al telefono chi aspetta un intervento di urgenza  dalle forze dell’ordine o da un medico, frase che emotivamente per chi la riceve suona un po’ come un “arrivano i nostri”. Ma può anche valere di recente per la conferma “aspetta, la tua consegna è pronta”, che precede la consegna di un pasto da asporto, oggi portato da un rider. Una notte da Dottore, adattamento italiano di un bel film francese ad opera di Guido Chiesa, parla in egual misura della “notte” e del concetto di “arrivano i nostri”. E naturalmente, come era giusto che fosse, in colonna sonora (una colonna sonora molto ricca peraltro, in cui figura anche Bowie) compare Hold on di Sam & Dave, a irradiare di energia positiva i due “dottori/riders” che percorrono le strade illuminate dal neon di una grande città mentre coprono il loro turno di notte “dal tramonto all’alba”, un po’ come i paramedici dell’ambulanza di Al di là della vita di Martin Scorsese.



È una città notturna fredda, autunnale, dove i medici mangiano solitari fuori orario in qualche trattoria deserta e i rider (come il personaggio di Frank Matano) si riscaldano battendo i denti davanti alle stufette di un ristorante cinese che sta chiudendo, in attesa di ripartire con la bici e magari finire da un cliente che li tratta in modo orribile. È una città infinita e che chiede costantemente “aiuto”, permettendo a un medico con troppa paura di tornare a casa per dover affrontare un lutto (Diego Abatantuono) di perdersi tra le sue mille vie e i suoi mille grandi e piccoli problemi. Poi il medico per un gioco del destino si blocca e si scontra con il rider e i due destini si fondono in un patto quasi scellerato. Il medico ha la schiena bloccata e non può rispondere alle chiamate personalmente recandosi in loco, per cui chiede al rider di “fingersi lui” e andare dai pazienti al suo posto. In sostanza guidandolo a distanza, dall’auto, tramite un microfono auricolare, come Boncompagni con Ambra Angiolini. Un po’ per i soldi, un po’ per follia, un po’ perché indossare il camice di un medico dà ancora a qualcuno lo stesso effetto di vestire il mantello di un supereroe, il rider accetta. Così parte un Road movie surreale quanto divertente. Sintonizzato prima sull’assurdo, poi sul sociale, poi sul malinconico. Tra un paziente e l’altro di questa notte infinita il rider e il medico si conoscono, imparano a comprendersi, a perdonarsi per i loro percorsi di vita scostanti, a riscoprire la bellezza del “mestiere di aiutare” nell’incontro con le vite degli altri. Inaspettato e intelligente, Una notte da Dottore colpisce più al cuore che alla (risata di) pancia, svelando la felicissima e riuscita coppia comica formata da un Abatantuono e un Matano che insieme davvero brillano per la spontaneità con cui riescono a interagire. La città di notte è affascinante, almeno quanto l’appiccicaticcia notte milanese di Kamikazen di Salvatores. Gli interventi sui vari pazienti che si susseguono hanno ogni tanto la forma di piccoli “corti cinematografici”, ma spesso riescono bene a legarsi alla trama principale (soprattutto quello del ragazzino con il “padre medico” è davvero illuminante e diventa il cuore narrativo di tutta la pellicola). E poi c’è il black humor, che in una storia notturna non può mai mancare. 


Una notte da dottore
è una bellissima sorpresa, con il plus di due attori protagonisti davvero in stato di grazia. È anche un film che espone con forza la bellezza di una società “empatica”, dove la passione e l’amore nell’aiutare gli altri partendo dal “parlarci insieme” diventa un paradigma per ritrovare se stessi. In un mondo che guarda sempre più ai supereroi, è bello riscoprire qualche volta come indossare un camice bianco (magari guidati da una “voce in testa” di un maestro Jedi che ci insegna a usare la forza, o da un medico-padre che ci tiene calmi) basti per far sentire in grado di volare e salvare il mondo. Lo avevamo intuito nelle prime stagioni di E.R. medici in prima linea, lo riscopriamo oggi con il film di Chiesa. 

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sabato 30 ottobre 2021

La famiglia Addams 2 - la nostra recensione del nuovo cartone animato diretto da Greg Tiernan

 


La piccola e inquietante Mercoledì (in originale doppiata dalla “Hit Girl” di Kick Ass Chloe  Grace Moretz e in italiano da Eleonora Gaggero), il genietto sadico della famiglia Addams, sta diventando grande. Per lei, che di se stessa dice “fin da piccola pratico il distanziamento sociale”, non basta più essere considerata “uguale agli altri bambini”, anche perché la sola idea di ricevere un abbraccio di “incoraggiamento” la indispettisce. Anche quanto sente dentro di sé muoversi dei sentimenti che “sembrano farfalle nello stomaco”, spera che queste vengano presto “uccise dai succhi gastrici digestivi”. Così Mercoledì soffre, quando non si sente abbastanza riconosciuta e stimata dalla sua famiglia, dopo che alla gara di scienze della scuola media “vincono tutti la medaglia del primo posto”, mentre lei ha sbaragliato la concorrenza di tutti gli alti bambini (con i loro classici “vulcani di plastica” che eruttano), proponendo come lavoro un siero fosforescente che trasferisce lo spirito di un polpo dentro lo Zio Fester (doppiato da Nick Kroll in originale e da Raul Bova in italiano), trasformandolo in mutante (in una sequenza che è uno straordinario omaggio al ri-animatore di H.P.Lovecraft e alla trasposizione cinematografica dello stesso di Stuart Gordon e Yuzna). Ugualmente anche il piccolo Pugsley (doppiato in italiano da Luciano Spinelli), il fratellino di Mercoledì, sta diventato grande ed è sempre più attratto da un universo femminile che trova affascinante e sfuggente. I consigli sulla seduzione dello Zio Fester sulle “frasi da rimorchio” e sui “balletti sexy” non sembrano aiutarlo moltissimo nelle conquiste, ma forse presto arriverà la ragazza giusta, quella “che saprà capirlo” nella sua scelta morale di “mangiare dolciumi senza usare mani o forchette”.


Insomma, i piccoli Addams stanno diventando grandi e i loro genitori, Gomez (doppiato da Oscar Isaac e in italiano da Pino Insegno)  e Morticia (doppiata da Charlize Theron e in italiano da Virginia Raffaele), vogliono partire insieme a loro per un bel viaggio in camper lungo gli Stati Uniti, per “coccolarli un’ultima volta” e creare “tanti bei momenti insieme” prima che i pargoli inizino a vivere le loro vite adulte. Gli USA offrono infiniti luoghi che si adattano ai gusti particolari degli Addams, dalla Valle della Morte a Salem, passando per Alamo, la Haddonfield di Michael Mayers, il Bates Motel, l’Overlook Hotel (il film è pieno zeppo di riferimenti ai film horror da cercare nei dettagli). Ma uno Zio Fester che sembra sempre più “posseduto da un polpo” (e Chtulhu appare davvero dietro l’angolo…) sembra cerca spesso di deviare l’itinerario su mete a “sfondo acquatico”, come le sempre terribilmente spaventose  cascate del Niagara (in cui gettarsi dentro delle botti secondo “tradizione locale”) o la spiaggia di Miami tanto “cariche di squali”. Ma mentre sono tutti in viaggio, Mercoledì è sempre più in cerca di se stessa e delle sue origini. Non crede al 100% di essere una Addams, alcune situazioni del passato sembrano alimentare logicamente tali dubbi e c’è qualcuno che sta iniziano a farle pensare di essere il suo vero padre.


Dopo la prima divertentissima pellicola animata, che riprendeva la classica atmosfera della serie tv inzuppandola in una felice animazione creepy, quasi da stop motion burtoniana, la saga degli Addams continua con un secondo capitolo. Forse un capitolo più “disimpegnato” e più sulla linea del “divertimento in quanto tale”, dove il viaggio famigliare per il “coming of age” di Mercoledì è super movimentato e non lascia spazio ai classici temi sulla integrazione sociale della strana famiglia nel resto della comunità americana. Mercoledì, epicentro di tutta la storia, è teneramente diabolica e fierissima di esserlo, generando di continuo una serie di divertenti siparietti a tema horror in cui si presenta come mad doctor, strega e indemoniata (uno dei miei preferiti è una situazione da Little Miss Sunshine con un inaspettato epilogo alla Carrie lo sguardo di satana… personaggio peraltro interpretato sempre da Chloe Grace Moretz, voce di Mercoledì, nel remake). Non mancano però (e sanno essere commoventi) situazioni davvero tenere, nella maniera “tutta loro” con cui gli Addams intendono la tenerezza, ovviamente. Il cast storico è tutto presente, Snoop Dog dà voce ai versetti di un cugino It super cool che forse ha “conquistato Billie Eilish”, c’è il maggiordomo Lurch, la tigre, la nonna e la casa stregata impazzano nei rave-party. C’è un villain, come trama richiede, ed è un po’ uno sfigato perché “troppo normale”, con la sua magione definita “troppo da dottor Jackill e poco da mr.Hide”. Forse un villain non troppo incisivo ma funzionale, con interessanti trovate visive a caratterizzare il suo mondo. 

Il messaggio del film, relativo al capire “da dove veniamo per sapere chi siamo” è ben sviluppato e anche alla portata di un pubblico più piccolo. 

Il secondo film animato degli Addams è divertente, ideale per passare una serata al cinema con i più piccoli. Gli amanti del cinema horror giocheranno a trovare le mille citazioni di cui l’opera è zeppa, i bambini si divertiranno con un'animazione colorata e una trama piena di siparietti divertenti. 

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venerdì 29 ottobre 2021

Antlers: la nostra recensione della favola nera diretta da Scott Cooper

In un paesino dell’Oregon, nei pressi di una zona mineraria un po’ degradata, vive Lucas (Jeremy T.Thomas). È un ragazzino tranquillo, silenzioso e dall’indole gentile, dal fisico sparuto e minuto, mingherlino, quasi accartocciato su se stesso nel suo modo timido di porsi. La sua remissività insieme a tutto il resto ne fanno un po’ il sogno segreto di ogni bullo, ma qualcosa dentro di lui sta cambiando e “avercela con lui” potrebbe per qualcuno “non valerne la pena”. Tutto inizia quando Lucas, che non parla molto in genere, accoglie con entusiasmo l’invito della maestra Julia a raccontare alla classe, per un lavoro sulle favole e le leggende, una storia originale scritta da lui. Il racconto sembra inizialmente una variazione sul tema della celebre “I tre orsi e riccioli d’oro”, peraltro, citata proprio da una sua compagna di classe il giorno prima. Ossia una favola classica, che racchiude in sé la ferrea morale (perché ogni favola deve avere una morale): “non impicciarti delle cose degli altri”.  Ma presto il racconto del ragazzo assume toni diversi, quasi sinistri. Lucas, che nella vita reale vive insieme a un padre trasandato e alcolizzato e a un fratello più piccolo, parla alla classe di grande orso, orso piccolo e orsetto. I tre dopo la morte di mamma orsa vivono da soli in una casetta e tutto va bene, fino a che grande orso perde il lavoro e poi si ammala. Grande orso per questo diventa sempre più affamato e arrabbiato, al punto che deve essere tenuto in casa rinchiuso per contenere la sua foga. Con il tempo sembra che stia mutando anche il suo corpo insieme alla fame. Poi la fame arriva anche per orsetto è pure lui non è più in grado di uscire di casa. Piccolo orso, vista la situazione, cerca di fare in modo che grande orso e orsetto possano nutrirsi, provvedendo a uscire lui di casa per cacciare, perché solo così si calmano e possono continuare a vivere insieme. La morale della favola di Lucas è che orso piccolo deve fare così perché vuole bene alla sua famiglia. A corredo del racconto, per rendere la storia più bella, Lucas mostra alla classe dei disegni inquietanti di uomini-orso-mutanti, che smembrano e sbudellano tanto animati che esseri umani, tra i boschi, in un mare di sangue. Allarmata, la maestra Julia parla dell’accaduto a suo fratello Paul (Jesse Plemons), lo sceriffo locale, immaginando una situazione familiare pericolosa per i due bambini affidati alle cure di un padre già noto alla polizia, anche in ragione dei lividi sulla schiena di Lucas. Ma presto la storia assume tinte molto più inquietanti. Soprattutto quando nella piccola cittadina iniziano a scomparire persone che alcuni giorni dopo vengono ritrovate nei boschi, divise in due parti, con i resti del corpo quasi masticati da un enorme animale. 

Il nuovo film di Scott Cooper si muove dalle parti delle classiche storie sull’uomo-lupo, rappresentazione spesso della malattia, dell’ebbrezza da abuso di sostanze e della sofferenza umana per l’ingiustizia provocata da azioni di cui non si ha il pieno controllo (come nel classico Un lupo mannaro americano a Londra di Landis). Con la suggestione di simili creature feroci quanto sfortunate, il bravo regista e sceneggiature di Hostiles, Crazy Hearts e Il fuoco della vendetta sceglie di raccontare una storia sull’infanzia violata che ha tutte le caratteristiche della favola nera. 


Si vede molto la mano di Guillermo Del Toro, che idealmente lega la pellicola ai suoi Il Labirinto del Fauno e Mimic, ma anche ai titoli da lui prodotti come Mama di Andreas Muschietti, Tigers are not afraid di Issa Lopez, Scary Stories to tell in The Dark di Andre Ovredal. Anche qui la “favola” diventa il linguaggio narrativo su cui interpretare un reale difficile da capire e accettare, rendendolo più sopportabile dal punto di vista di un bambino. Ma come in tutte le favole nere di Del Toro a un certo punto l’incantesimo si rompe e realtà e finzione confliggono verso un esito tragico che mischia e confonde i piani, realizzando un horror di stampo quasi esistenzialista. Certo, spesso in queste pellicole la realtà infine “vince inesorabilmente” sulla favola, rimettendo al suo posto il “piano fantastico”. Ma questo non impedisce mai allo spettatore di avere la sinistra sensazione che un mondo di mostri e fate sia lì ad aspettarlo, con tutto il suo carico emotivo da racconto tribale recitato intorno a un fuoco, oltre un varco invisibile. Così in questa favola rurale un padre che perde la sua umanità per via dall’ astinenza dalle droghe che abusa può assumere magicamente il corpo mutante e le zanne feroci di un leggendario windigo. Un mostro insaziabile “che un tempo era un uomo” e  che può essere combattuto solo quando è di fatto “sazio”, reso docile perché non più “affamato” dalla carne fresca della sua ultima preda appena ingerita. Un mostro che a ogni mattanza alimentare diventa sempre meno umano ma che però al contempo resta e resterà per sempre, agli occhi di Lucas, anche un padre. Un padre afflitto da una malattia che sembra destinata presto a colpire anche il fratellino più piccolo del nostro protagonista, in una spirale di sofferenza che non prevede vie di fuga. È qui che il piccolo Lucas, interpretato dal bravo Jeremy Thomas, diventa un titanico e sfuggente anti-eroe, votato alla disperata preservazione dei suoi cari. Un ragazzino minuto e solo al mondo, che si addestra a cacciare nei boschi animali selvatici da procacciare ai suoi parenti, quanto dedito allo studio di queste magiche e terribili creature del folklore in cui si sono trasformati per poterli contenere, sedare, cercando disperatamente di avere un'occasione per scorgere di nuovo in loro un volto umano. In parallelo assistiamo alla storia meno “fantasy” ma ugualmente terribile dell’infanzia di Julia, l’insegnate di Lucas. Anche Julia è stata segnata a vita dalla convivenza con un mostro, simile per potere ma diverso, dal quale lei non ha mai potuto affrancarsi, proprio perché come per Lucas era “suo padre”. Julia e Lucas sono irrimediabilmente legati da un’infanzia carica di dolore e forse la chiave per uscire dalla loro condizione è “vedersi l’un l’altra”. Antlers si costruisce così come un interessante e duro film sul coraggio di essere figli, dove il bene e il male si mischiano nei sentimenti individuali, dove tutti i personaggi sulla scena si sentono “cattivi ed infelici”, impotenti quanto ”chiusi in un angolo” dalla vita. 


Visivamente la pellicola di Cooper vive di paesaggi ombrosi, autunnali e nebbiosi. Con corpi squartati e sangue pronti a comparire presto ovunque. Non c’è una forte componente splatter, ma la crudeltà della vicenda è palpabile e la pericolosità dei mostri che si aggirano nell’ombra appare sempre presente, costante e inesorabile, un po’ alla maniera di A quiet place. Favoloso nella modellazione, possente quanto terribile nelle movenze, nell’urlo e nel sangue ribollente (reso da un effetto visivo come un fuoco interno al corpo) il Wendigo. Un mostro  che nella sua forma finale ricorda molto da vicino il terribile Krampus dell’omonimo e riuscitissimo film di Michael Dougherty. 

Per gli amanti degli effetti speciali più “truculenti” è una creatura davvero ben studiata. 

L’esito finale di Antlers è amarissimo, sconfortante. Ci porta dalle parti di Mama e Tigers are not Afraid. Antlers è un film molto duro, molto poetico, difficile per qualcuno da incasellare per via un doppio binario narrativo (la storia del bambino è quella della maestra) che non sempre trova la giusta sintesi in quanto vuole suggerire più che palesarsi. È inoltre un film che offre (pervicacemente) poca “soddisfazione” a chi cerca alla fine del tragitto un esito positivo della vicenda. 

Ma se volete un po’ di “sana inquietudine”, ossia bramate quel raro magma di cui dovrebbe essere inzuppato ogni horror che si rispetti, Antlers ne ha da offrire a frotte. Grazie alle suggestive ambientazioni, a un ottimo cast di attori (e anche proprio in virtù del suo punto di vista narrativo scomodo, quanto a volte incredibilmente realistico nel raccontare “i mostri” che abitano le mura delle famiglie più sventurate). Antlers è una favola horror che sa essere horror fino alla fine. Cosa che non tutte le pellicole horror moderne riescono a fare. 

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