mercoledì 15 marzo 2023

Il capofamiglia (Feathers): la nostra recensione del film di esordio del regista egiziano Omar El Zohairy

 


Egitto, da qualche parte tra dei palazzi fatiscenti e il deserto. In un luogo fuori dal tempo che potrebbe essere negli anni '70 come in un futuro post-apocalittico alla Mad Max, o peggio in un inquietantissimo presente, vive in un appartamento disadorno insieme alla sua famiglia una coppia sui quarant’anni con tre bambini, due sui sei/otto anni e uno di alcuni mesi. I muri e i pavimenti sono in cemento grezzo e coperti di macchie di natura indecifrabile, il bagno è di un paio di metri e assolve anche alla funzione di stanza per il bucato, in soggiorno c’è una piccola televisione a tubo catodico, un divano sfondato e nient’altro. Quando si tengono le finestre aperte c’è il rischio che nella casa entrino i densi fumi delle ciminiere di una attigua fabbrica “di qualcosa”, che inondano il locale di una specie di nebbia bianca mefitica. La donna (Demyana Nassar) ha i capelli raccolti sotto il velo tradizionale, ha vestiti da lavoro ed è sempre intenta a fare qualcosa. Si occupa da sola della casa, dei figli e delle spese, mentre il marito è quasi sempre fuori a lavorare in fabbrica o chissà dove. Lui ama girare per casa costantemente con gli occhiali da sole e una chiave inglese sempre al suo fianco. Ogni tanto rientra con cose senza senso che escono da degli scatoloni, come una fontana di cartapesta con attivazione elettrica o una palla da discoteca. I soldi che arrivano in casa sono amministrati da lui al cento per cento con assoluta tirchieria, a volte anche sottratti dalle mance dei bambini. Sono protetti da una piccola cassetta di sicurezza già più volte scassinata e la moglie ne ha un accesso limitatissimo solo per il cibo e per l’affitto, che l’uomo si ostina a pagare con mesi di ritardo. Ogni tanto rivolgendosi ai figli l’uomo promette di comprare per loro un biliardo, anche se non ne hanno mai visto uno e non sanno cosa sia. Le poche volte che parla alla moglie senza impartirle ordini in modo aggressivo, l’uomo le racconta di piccole mucche geneticamente modificate di alcuni centimetri che offrono latte di qualità superiore a quello che lei gli compra. Lei in tutto questo è stoica, abbastanza taciturna e lavoratrice instancabile. Un giorno per gli otto anni del bambino più grande fanno una grande festa, alla quale partecipa anche un mago. Un numero prevede la sparizione e riapparizione di un volontario attraverso una cassa magica. Il marito si propone e il gioco ha inizio. Solo che alla fine del numero qualcosa non funziona e al posto del marito compare un pollo. Il mago riesce a scappare nella notte, gli ospiti se ne vanno alla spicciolata e la donna ha questo pollo che in effetti, seduto sopra le scarpe del marito, ha un qualcosa di famigliare. Nei giorni che seguono attraverso un loschissimo amico di famiglia con una golf verde si cerca di trovare il mago girando tra i circhi di zona, mentre il pollo è affidato a un esperto stregone voodoo, che si spera “competente in materia”, che gli fa strani riti, lo lecca e gli fa mangiare delle foto dell’uomo scomparso. Di conseguenza il pollo sta male e deve essere assistito con delle flebo dal veterinario più lercio della zona su un tavolaccio pieno di sangue e animali morti, mentre nella sala d’aspetto si accoppiano dei cavalli. Intanto inizia a farsi largo il problema di “chi porterà i soldi a casa”, mentre l’uomo è ancora in quello stato. Certo è più prudente iniziare a dire in giro che il marito è scomparso. Nella fabbrica la moglie non può sostituirsi al posto di lavoro marito in quanto donna, ma il bambino di otto anni sì e lo prendono al volo. Alla polizia nessuno ascolta la donna per la denuncia di scomparsa perché lì “nessuno ascolta le donne in genere”, ma di contro ascoltano benissimo e h24 la radio trasmette il commento di partite di calcio a tutte le ore. Le cure del pollo sono inoltre costose, l’affitto pure arretrato va pagato, la “paga di un bambino di 8 anni” è limitata dalla mole di produzione che può sopportare e la donna deve così trovare un lavoro autonomo. Fortuna che qualcuno che può aiutarla in quella società alla fine si trova: è un malavitoso. Riuscirà il capofamiglia a risolvere la situazione?


Scritto da Omar El Zohairy e Ahmed Amer , il film ha per titolo inglese Feathers, che significa “piume” ma ha anche una curiosa assonanza con il plurale di “padre/capofamiglia”. La domanda da cui quest’opera prende le mosse è semplice: “E se alcuni padri si trasformassero per magia in polli al 100%?”. È una domanda che muove una estrema provocazione “sociologica”, dalla quale ci si aspetterebbe magari una storia surreale e sopra le righe su come una famiglia normale si può riassestare dopo un simile cambiamento. Abbiamo già avuto diversi film, specie americani, in cui “un padre” diventa un cane o un gatto o qualche altro animale: film in genere pervasi da un umorismo “per tutte le età”, quasi disneyano. Nella pellicola di Omar El Zohairy c’è invece qualcosa che va al di là della “effettiva differenza di avere per casa un padre o un pollo”, ossia la precisa critica a una società che non tiene abbastanza in considerazione il ruolo della donna. Un luogo in cui le donne non possono lavorare “in quanto donne”, non possono denunciare “in quanto donne”, non possono vivere da sole “in quanto donne” (e qui il tipo losco con la golf verde farà del suo peggio). Il fatto che il padre di famiglia sia diventato un pollo diventa di colpo la cosa più normale al mondo, perché la stessa sequela di eventi, al netto di uno o due maghi o stregoni in meno, sembra poter accadere nel caso il marito sia scomparso per davvero o infortunato gravemente. È il mondo sociale in cui vivono i protagonisti che fa paura, in quando fatiscente e desertificato come i luoghi alla Mad Max in cui la vicenda si svolge. Questo porta a una escalation degli eventi grottesca, che se idealmente parte da una satira più nobilmente “fantozziana” arriva velocemente al surreale kafkiano. Passiamo in un attimo dalla commedia alla tragedia e la bravissima Demyana Nassar affronta tutto questo mondo senza mai quasi cambiare espressione e senza arrendersi, con la consapevolezza che avere un marito così o un pollo è “del tutto uguale”, con la certezza che qualcuno che le darà una mano non si troverà da nessuna parte e che lei è l’unica che può cambiare le cose. Il suo personaggio è quindi eroico già prima che la storia la metta davanti a questa strana prova e viene chiaro da subito chi è il capofamiglia tra lei e “quello ricoperto di piume”. È già eroico quando cerca nelle prime scene di proteggere la sua casa dai miasmi industriali chiudendo a intervalli le finestre, in una gag fisica quasi chapliniana. Il film prosegue dalla prima all’ultima scena tenendo a braccetto il dramma e l’assurdo e riesce a farsi sempre coinvolgente, a tratti divertente come a tratti davvero cupo, “alieno”, disarmante. Se questo è il modo usuale di intendere la commedia per l’esordiente Omar El Zohairy, lo aspettiamo con estrema curiosità nelle sue successive prove. Gli interpreti sono tutti molto bravi, l’ambientazione è davvero fuori da ogni schema e pure la musica non poteva che essere surreale, raggiungendo il picco in una variante techo-folk-egiziana del tema di Love Story. Ogni tanto il mondo che descrive tra sangue e sporcizia è quasi horror come la provincia fatiscente di Trainspottig di Danny Boyle.


Non è un film semplice e non vuole esserlo, ma sa incuriosire e coinvolgere se si riesce a vedere nelle sue peculiarità. Strano per i paesaggi, strano per le relazioni umane descritte, strano perché figlio di una cultura magari a noi lontanissima (anche nel senso di intendere l’umorismo). Chi pensa che sia un film comico nel senso tradizionale ne può uscire malissimo, se vogliamo possiamo trovare delle assonanze con il Black humor più underground/destabilizzante del sopra menzionato Boyle di Trainspottig come di Terry Gilliam,
  ma  Omar El Zohairy fa un lavoro molto originale, davvero unico e che sfugge alle definizioni. È un film che parla in modo sublime della grande forza delle donne nel fare i conti anche con l’assurdo e per questo è un film oltremodo attuale, un film che sa dare speranza.

Il capofamiglia è un’esperienza surreale da provare, magari con degli amici per parlarne insieme, farsi quattro risate e ragionare sui tanti spunti interessanti che questa pellicola fortemente underground muove. Per chi ama l’assurdo è una vera piccola perla. 

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sabato 11 marzo 2023

Scream VI: la nostra recensione del nuovo capitolo della amata Saga horror creata dal grande Wes Craven, nuovamente diretto dal “Radio Silence” Matt Bettini-Olpin e Tyrell Gillett

Vigilia di Halloween dei giorni nostri, un anno dopo gli eventi dell’ultimo film. Dal paesino di Woodsboro ci troviamo ora a New York, dove Tara Carpenter (Jenna Ortega) ha iniziato il college, con la sorella Sam (Melissa Barrera) che ha deciso di seguirla per starle vicino, scegliendo di fare qualche lavoretto in zona. Sam sta ancora metabolizzando psicologicamente il fatto di essere la figlia di Billy Loomis, il primo serial killer conosciuto come Ghostface (Skeet Ulrich), così è in cura da uno psicologo (Henry Czerny) per dare una risposta agli attacchi di rabbia sempre più frequenti che la travolgono e un po’ “le piacciono”. Al college ci sono anche il palestrato Chad (Mason Gooding) e l’esperta di cinema Mindy (Jasmin Savoy Brown), così il gruppo di super-amici sopravvissuto all’ultima mattanza di un Ghostface è di un uovo riunito. A New York hanno trovato nuovi amici come l’estroversa nuova compagna di stanza di Tara, Quinn (Liana Liberato), figlia di un poliziotto (Dermot Mulroney), e il timido nuovo compagno di stanza di Chad, Ethan (Jack Champion). Mindy si è trovata la ragazza, Anika (Devyn Nekoda) ed è possibile che pure Sam stia iniziando a frequentare un nuovo misterioso vicino di casa, Frankie (Andre Anthony).

Il posto è diverso, ma in fondo “l’ambientazione del college” è un classico ricorrente per la serie Scream e così a un anno di distanza la storia non cambia: le sorelle Carpenter dovranno di nuovo affrontare dei pazzi mascherati. Tutto quello che si può raccontare da qui in poi è spoiler e quindi mortalmente vietato.


C’è sempre un nuovo Ghostface in città, perché nel mondo di Scream gli amanti degli horror/aspiranti serial killer sono tanti quanti gli zombie di Romero. Così come continua il “gioco” dei protagonisti di considerare consapevolmente la loro realtà all’interno di un film dell’orrore di genere slasher alla Halloween o Venerdì 13. Dopo una pellicola di “rilancio” che nella sua meta-trama ha omaggiato, in modo come sempre irriverente, tutto il mercato cinematografico  dei franchise che si oggi “si riciclano” con prequel/sequel/“re-quel”, la serie più meta-cinematografica di sempre va avanti con le nuove mattanze di nuovi pazzi, sempre vestiti rigorosamente con cappa nera e maschera ispirata dal Grido di Munch di ordinanza. Questa volta il personaggio “cinefilo” del gruppo (Mandy) ci racconta che la vicenda da re-quel sta assumendo i connotati della “saga-moderna”: una perfida idea commerciale volta allo sfruttamento infinito della stessa idea calpestando ogni spunto narrativo, distruggendo ogni personaggio-chiave o sostituendoli con copie sempre più sbiadite di buoni e cattivi, cliché dopo cliché. Nessuno può essere davvero in salvo in questo tipo di caos, che punta solo a diventare sempre più “grosso e confuso” fino a che gli incassi commerciali reggono. Questa volta inoltre i pazzi sembrano ancora più organizzati, armati e addestrati. Sono disposti a sacrificare un “classico” come il coltello da cucina per sostituirlo se la situazione lo richiede con le possenti bocche di fuoco da fucile a pompa. Usano la tecnologia, hanno rinnovato le tattiche di avvicinamento delle vittime, non hanno paura ad agire in luoghi pubblici. Questa volta sembrano poi davvero in tanti, al punto che ci potrebbe essere un'intera setta con tanto di un personale tempio/museo dei costumi. Ma chi “è” o “sono” i nuovi Ghostface? Quale ludico/pretestuosissimo motivo muoveranno per giustificare una nuova mattanza ai danni delle final girls e dei loro amici? Sarà di nuovo per vendetta, per mania di grandezza/riconoscimento o perché “troppo malati di film dell’orrore”? Come sempre “chi fa spoiler muore”, ma siamo sicuri che i nuovi Ghostface riusciranno a far di nuovo sbudellare dal ridere il pubblico, quando “partono per la caccia” con tutta la loro recitazione sopra le righe e i loro movimenti teatralmente goffi/sopraeccitati per cui questo strano “circolo di incappucciati” si è fatto voler bene negli anni, al pari delle loro divertenti e “coriacee” vittime. Da quando quei ragazzacci di Wes Craven e Kevin Williamson li hanno creati per giocare con lo stesso genere horror che li ha resi famosi, “impacchettandoli in storie piene di spaventi e squartamenti, ma simili in fondo a partite di una sorta di gioco da tavolo tra il Trival Pursuit e il Cluedo. È sempre difficile scoprire chi è l’assassino, perché nella scrittura tutti i personaggi sono così sapientemente calibrati che possono essere tutti dei sospettati. Per rendere la sfida ancora più difficile, in produzione spesso vengono girati finali multipli, scegliendone uno solo in fase di montaggio finale, per non dare a nessuno mai la sensazione di aver davvero “capito” il gioco e frustrando gioiosamente il l’ego di ogni piccolo detective. 


Sempre con questo spirito divertente, divertito e dissacrante, dopo il buon riuscito quinto capitolo sono di nuovo dietro la macchina da presa quei pazzi di Matt Bettini-Olpin e Tyrell  Gillett. La coppia torna anche a “firmarsi” sotto l’insegna del glorioso collettivo “Radio Silence”, come ai tempi dei film orrorifici a episodi V.H.S. e Southbound, ma anche quando sono stati autori di quella piccola perla di Ready or Not - Finché morte non ci separi (film con al centro per final girl quella bellissima ragazzaccia di Samara Weaving, che in questo Scream fa anche una gustosa particina alla Drew Barrymore. (Una chicca per i più catecumeni “ultra nerd” in cerca di Ready or Not: la versione home video italiana non esiste, ma se trovate online la versione tedesca del dvd o del blu Ray la traccia italiana c’è. Ma non ditelo a nessuno). Siccome squadra che vince non si cambia, alla sceneggiatura (basata come sempre sul lavoro di Williamson, autore ricordiamo anche di So cosa hai fatto e del “dotto” Nightmare nuovo incubo) tornano come per il precedente capitolo e per Ready or not anche James Vanderbilt e Guy Busick, come torna tutto il cast di “sopravvissuti” capitanati da Melissa Barrera, la “nuova protagonista” nel ruolo di Sam Carpenter/Loomis. Il mostro da Woodsboro passa a New York e tutto si fa “più grande”: le sparatorie sono più rumorose, i vicoletti bui più lunghi, i luoghi più affollati, gli edifici situati a troppi piani di altezza per potervi sfuggire dalla finestra senza cadere di svariati metri. C’è anche una scena ambientata nella metropolitana ad Halloween, carica di ogni tipo di maschera da film horror moderno per sollazzare i cacciatori di dettagli. Molto interessante l’evoluzione del personaggio della Barrera, il vero cuore della vicenda e perennemente al centro di una crisi di identità ben sviluppata, dolorosa ma coerente. Sempre divertente e arguto il personaggio di Mindy di Jasmin Savoy Brown, un po’ defilato ma immancabile il personaggio della giornalista di Courtney Cox, una Gayle Weather di nuovo amabilmente scontrosa, egocentrica, opportunista quanto basta ma combattiva. Il ritmo dell’azione è sempre elevato, non mancano gustosi dettagli splatter, la musica ripropone il classico accompagnamento sonoro con le musiche di Beltrami e naturalmente l’imprescindibile Red Ring Hand di Nick Cave e i Bad Seed. 

Il finale è “matto” come si conviene e apre a interessanti scenari futuri. I Radio Silence confezionano un capitolo 6 con tutti i crismi, forse non sconvolgente nella formula, ma comunque di buon impatto, con buoni interpreti, divertente, pieno di scene cariche di tensione. Certo il fascino del finale del primo Scream è ancora insuperabile, ma per tutti i fan qui “ci si sente a casa”, coccolati e omaggiati in grande stile e con tanta voglia di continuare a seguire con piacere le nuove avventure del franchise. 

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venerdì 10 marzo 2023

Un uomo felice (Un homme heureux): la nostra recensione della commedia francese di Tristan Seguela che affronta con garbo e ironia le tematiche gender

 


Jean (Fabrice Luchini) è il sindaco conservatore di un paesino con un grosso problema. L’età media dei suoi elettori è salita troppo e alle prossime comunali questi porterebbero morire prima di entrare alle urne per votarlo. È tempo quindi di cambiamenti, si è aperta una fase di transizione. Bisogna essere “più social” aprendo magari un profilo tik tok e postando momenti di vita quotidiana per ammiccare alle nuove generazioni. Lo slogan deve inneggiare al futuro veicolando messaggi come “avanti, sempre più avanti!”. Certo un andare “Avanti, sempre più avanti!” con la classica postilla gattopardesca del politico conservatore, che vede “il futuro buono solo se bene ancorato con la tradizione”, ma comunque questo dà vita a una campagna che per Jean deve essere fresca, dinamica, davvero moderna. Bisogna poi cercare di contrastare un concorrente troppo giovane, troppo aitante, troppo omosessuale dichiarato e per questo “troppo moderno”.

Riusciranno i Tik Tok di Jean in cui il sindaco cucina con la moglie un piatto tipico o parla a elettori ottuagenari durante una escursione mattutina nel mercato rionale a farlo diventare di colpo per spirito di modernità un beniamino delle nuove generazioni?

Anche Edith (Catherine Frot), moglie fedele di Jean da trent’anni e madre dei suoi tre figli ha un problema. L’età avanza e sente che è necessario per lei fare qualcosa prima che sia troppo tardi. È tempo di cambiamenti, è tempo di transizione. Vuole parlare con qualcuno di come realmente si sente, vuole conoscere nuove persone. Vuole ancora bene a suo marito, gliene vorrà sempre e non nega il suo passato, ma si trova dentro un percorso personale ormai per lei chiaro da tempo, che deve andare avanti, sempre più avanti. Edith si sente un uomo in un corpo di donna. Non è stato facile né immediato comprenderlo e ora non sa se può comunicare questo stato d’animo a Jean: perché per lui potrebbe essere qualcosa di “troppo moderno”.


I due si incontrano in un ristorante e con un po’ di e whisky in corpo Edith si dà coraggio e racconta al marito quello che sta passando. L’amico omosessuale Gerald (Gregoire Bonnet), con cui da qualche tempo gioca a golf, ha convinto Edith nel fare questo passo e ora lei è intenzionata ad arrivare alla transizione sessuale e diventare uomo. Jean rimane esterrefatto, prende anche lui un whisky, dice alla moglie di pensarci con molta calma e va via arrabbiato da solo. La sera rincasa per primo e si mette a guardare i filmini di quando loro erano giovani e felici al mare con i figli, con Edith che era bellissima e femminile come solo nei suoi sogni. Edith lo raggiunge, è vestita con un completo da uomo firmato, i capelli tirati all’indietro chiusi da un codino e dei baffoni appiccicati sopra le labbra. Sembra un narcotrafficante. I due parlano e trovano in qualche modo un compromesso. La moglie sa che per l’orientamento politico del partito di Jean una situazione del genere può essere complicata e decide di essere al suo fianco e sostenerlo in pubblico “come donna”, almeno fino alla elezioni. Dopodiché Jean dovrà rispettare il suo orientamento sessuale e lei dovrà ritenersi libera di fare la transizione. Per Jean lei precisa che ci sarà sempre, non cambieranno molte cose. Accordatosi, la coppia inizia ad affrontare le rispettive transizioni. Dopo essere stata a un gruppo di sostegno di persone Lgbtq+ ha capito il suo orientamento sessuale con precisione: si sente un uomo in un corpo di donna a cui piacciono gli uomini. Quindi Edith si sente gay e ama Jean da gay, volendo continuare a stare con lui anche quando avrà il nuovo corpo. Il sostegno di una nuova amica che ha fatto la transizione come Carol (Camille Le Galle) le dà forza e la fa sentire accettata. Il marito messo alle strette da una campagna che non va da nessuna parte accetta la situazione, pur comunicando segretamente ai suoi amici che penserà al divorzio subito dopo la tornata elettorale, a patto che Edith sia al suo fianco pubblicamente, a partire da un video di Tik Tok in cui insieme cucinano qualcosa.  Edith vuole però farsi chiamare Eddy, vuole avere il tempo per comunicare il suo cambiamento ai figli e vuole subito partire con gli ormoni e un personal trainer. Tutto sembra funzionare salvo qualche inaspettato contrattempo ormonale da nascondere all’ultimo momento, fino a che una sera, mentre è in auto, Eddy buca una gomma e chiama Jean in suo soccorso. Eddy con i suoi baffoni è molto spaventato dell’accaduto e contento dell’aiuto di Jean lo bacia con passione Jean sotto le telecamere dell’autovelox. Il giorno dopo l’immagine del sindaco conservatore che bacia di notte un uomo fa il giro della città. Mentre Jean in piena crisi di panico si trincea nel bagno dell’ufficio e chiede di non parlare con nessuno per nessuna ragione, Eddy decide di rispondere sui social con un video in cui spiega il suo amore per il sindaco, le difficoltà di sentirsi in un corpo sbagliato per molti anni e la gioia di poter essere amati dai propri cari in un momento delicato come la transizione. I consensi e le approvazioni per questo coming out subito si fanno sentire. Forse ora anche la campagna di Jean è diventata “troppo moderna” e forse anche per questo ora il sindaco ha una possibilità di vittoria. Ma l’idea di conservare il matrimonio e dover presto andare a letto “con un uomo” un po’ spaventa il vecchio sindaco. Come andranno a finire le elezioni comunali e il rapporto tra Jean ed Eddy? Questi cambiamenti “politici e fisici” saranno in grado di influire su una storia d’amore che dura da oltre trent’anni?


Il regista del divertente Chiamate un dottore! (trasposto anche in una brillante pellicola italiana con Diego Abatantuono e Frank Matano, Una notte da dottore, già recensita sul blog) dirige una straordinaria coppia di attori comici in un film scritto da Guy Laurent (autore della fortunata serie Non sposate le mie figlie!) e Isabelle Lazard (autrice del thriller giudiziario Un’intima convinzione). Fabrice Luchini (tra le sue interpretazioni Alice e il sindaco, La Corte, Uomini e donne istruzioni per l’uso)  e Catherine Frot (tra le tante pellicole La cena dei cretini, Quello che so di lei, Un figlio all’improvviso) trovano fin dalla prima scena una grande intesa e complicità, che dà luogo a dialoghi esilaranti in cui i tempi comici sono sempre perfetti, ma anche a uno sviluppo emotivo dei personaggi non banale, romanticamente malinconico e dotato del giusto garbo per trattare dei temi attuali quando complessi come la transizione di genere. Fa piacere in un momento storico in cui il cinema sta ancora timidamente “prendendo le misure” per affrontare le tematiche LGBTQ+, spesso con effetti così grossolani da rendere quasi “antipatiche” delle persone che si vorrebbero invece integrare a livello sociale, che arrivi una pellicola in grado di dare più spazio ai sentimenti e meno alle etichette e ruoli di genere. Come in Non sposate le mie figlie!, al di là di ogni differenza culturale, fisica e di stile di vita, la pellicola di Seguela sembra dirci che è l’amore il vero “collante sociale naturale”. Un amore o amicizia che nasce nel quotidiano dall’incontro con persone che vivono la sessualità come solo una delle loro molte e uniche caratteristiche. La “stessa persona in un corpo diverso”, per citare la Tilda Swinton di Orlando, come una moglie che magari un giorno ti chiede di condividere la schiuma da barba, fino a che diventa nei giorni successivi un gesto meccanicamente spontaneo. Un ottimo messaggio rivolto alla inclusività che Seguela veicola anche con il piccolo ma centrale personaggio di Carole, interpretato da Camille Le Gall: un tecnico nucleare la cui transizione a donna in fondo non ha minimamente cambiato le relazioni umane con i colleghi, al di là di alcune “battutine da caserma” nei primi tempi. C’è poi naturalmente il tema della transizione “al nuovo a tutti i costi” di una politica in cerca di consensi, che satiricamente cerca di cavalcare l’onda della modernità e delle tematiche di genere in un modo che è puramente di facciata, dando vita a siparietti gustosamente sulfurei quanto amaramente attuali in cui il personaggio di Luchini amabilmente sguazza, con la costante paura che in video la moglie appaia più forte e mascolina di lui. Si può quasi parlare sarcasticamente di una “virilità politica frustrata”, che ha per il personaggio del sindaco quasi più peso di una virilità domestica ormai negli anni caduta in disuso e il film sa giocare e riflettere su questa semplificazione, sapendola problematizzare con gusto. Il personaggio di Catherine Frot invece dopo una vita da casalinga, moglie e madre riscopre di avere un corpo al di là di un “ruolo sociale”. Un corpo per lei del tutto nuovo, da accudire e allenare fisicamente ma anche psicologicamente. Un corpo che se nelle prime scene può apparire anche comicamente buffo, per via di quei baffoni finti a manubrio appiccicati con la colla e per l’improvviso “atteggiamento da macho” che Edith cerca di adottare. Ma è un corpo che in poco tempo riesce ad adattarsi e prendere una forma più definita, attraverso un percorso che viene illustrato con cura anche sul lato emotivo. Verso la fine della vicenda Edith diventa a tutti gli effetti Eddy e anche Jean deve in qualche modo cambiare, anche se nel modo più maldestro e confuso possibile. È in questo punto che la pellicola forse non riesce a trovare una giusta dimensione al di là del precedere “scontro tra transizioni”, andando ad apparecchiare una fase finale un po’ irrisolta e forse troppo veloce ma comunque interessante, che potrebbe magari essere un ponte per una pellicola futura. Del resto Non sposate le mie figlie! è già al terzo film e continua a esplorare con leggerezza e sarcasmo le tematiche sull’integrazione razziale e culturale. Un uomo felice “2” potrebbe fare un percorso analogo esplorando ulteriormente le tematiche gender e offendo nuovi aspetti su cui riflettere in modo ironico. La commedia francese ad ogni modo si conferma una ottima fucina per raccontare il sociale attraverso l’intrattenimento.


Il film di Tristan Seguela è una pellicola divertente e veloce con un cast di attori brillanti, molto affiatati e coinvolti nella parte. Le tematiche di genere vengono rappresentate inizialmente in un modo buffo ma mai caricaturale, andando a sviluppare nel corso della pellicola una narrazione ricca di interessanti punti riflessione per leggerle attraverso un atteggiamento positivo e inclusivo. La satira di Seguela ha molte assonanze anche con i recenti gattopardismi della politica italiana e questo offre ulteriori occasioni di divertimento per il pubblico. La parte finale forse può risultare un po’ troppo veloce, ma questo non toglie che si possa correggere il tiro in un auspicabile secondo capitolo.

Un uomo felice è una scelta ideale per una serata in cui ci si volte divertire al cinema con una commedia che riesce bene a ragionare con leggerezza su temi di grande attualità. 

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giovedì 9 marzo 2023

Disco Boy: la nostra recensione dello psichedelico film “musicale” scritto e diretto da Giacomo Abruzzese, con protagonista la colonna sonora firmata da Vitalic

 


Delta del Niger, tra la boscaglia e i corsi d’acqua all’ombra delle gradi industrie costruite dalle multinazionali negli ultimi anni. Ammassato a dormire tra i guerriglieri poco più che ventenni di un piccolo fortino di legno, in una notte insonne Jomo (Morr Ndiaye) fissa il cielo con i suoi occhi le cui iridi sono di colore diverso: bianco e rosso. Gli stessi strani occhi che condivide con sua sorella Udoka (Laetita Ky), insieme alla comune passione per i balli tribali pieni di tamburi. Balli propiziatori in cui i due spesso si esibiscono prima di una battaglia che Jomo non ha scelto di combattere, ma in cui “ci è finito dentro”, sognando un Niger libero dagli interessi stranieri in cui vivere pacificamente.

Ama la musica con tante percussioni anche  Aleksei (Franz Rogowski), un ragazzo forse della stessa età di Jomo che dalla Bielorussia sta arrivando in Francia come clandestino, sognando per lui una vita libera in un posto più bello. Chiede al camionista che lo sta portando di nascosto di sparare disco music a tutto volume per tutte le cinque ore di viaggio, pagando per questo anche un extra. Aleksei vuole entrare nella legione straniera e dopo il periodo di fermo obbligatorio diventare cittadino francese con nuovi documenti. Un privilegio concesso “a chi non ha sangue francese ma ha per la Francia versato sangue altrui”. Il primo sangue lo versa il compagno di viaggio di Aleksei, il coetaneo Mikhail (Michal Balicki). Il ragazzo annega quando si capovolge il gommone che porta entrambi, mentre la polizia di dogana li insegue lungo il fiume a pochi chilometri dalla destinazione. Quando arriva sulla costa francese riemergendo dall’acqua, Aleksei è solo, con un bagaglio costituito da un sacchetto di plastica e la strana nuova forza che gli conferisce il fatto di essere un sopravvissuto. Entrato nella legione, Aleksei usa questa forza per completare il corso di addestramento e presto si trova spedito sul delta del Niger, ad affrontare Jomo in un agguato notturno. Alla luce dei visori tattici militari che rendono il mondo blu e rosso come i neon di una discoteca, i due ragazzi si affrontano combattendo tra le acque basse di un fiume. Dall’acqua infine Aleksei riemerge, di nuovo, con le iridi che per un attimo sembrano di colore rosso e bianco. Ritornato in Francia, in libera uscita Aleksei incontra Udoka, che lavora in una discoteca. Pur non avendo mai conosciuto la ragazza il soldato viene colto da una forte nostalgia mentre la vede ballare. È ora davvero “per sangue altrui” diventato un uomo nuovo e libero, come il motto della legione straniera promette?


Disco Boy è il film di debutto alla regia dell’italiano Giacomo Abruzzese ed è un’opera che si è sviluppata nell’ambito del programma “Cinefondation artist-in-residence” proposta dal Festival di Cannes per i nuovi autori. È un film dalla struttura narrativa lineare ma suggestiva, che si avvale di ottimi interpreti come Franz Rogowski (visto in Freaks Out di Gabriele Mainetti) e Morr Ndiaye, ma è soprattutto uno straordinario tour de force visivo e sonoro, capace di incollare dalla prima all’ultima scena. Le riprese si sono svolte tra il settembre e novembre del 2021, con location tra la Francia e la Polonia che hanno offerto scenari dalla doppia anima. Da un lato le luci al neon di una città moderna come Parigi, dall’altra boschi e corsi d’acqua figli di una natura “di frontiera” quasi incontaminata, tanto duttili da ricreare il clima nigeriano quanto i freddi campi di addestramento della legione straniera. La fotografia che Helene Louvart (Pina 3d di Win Wenders) sceglie per le scene notturne fa uso di luci artificiali e colori fortemente polarizzati, in grado di conferire al film una estetica “acida” che in alcuni frangenti può richiamare alcuni lavori di Nicolas Winding Refn (Solo Dio perdona). Nelle immagini legate alle scene di guerra si fondono invece quasi armonicamente i corpi dei soldati (in mimetica o nell’ombra) agli elementi naturali del paesaggio, sposando una narrativa simbolico-concettuale non troppo lontana dal lavoro di Malick per La sottile linea rossa. La musica disco di Vitalic è il vero filo conduttore delle vicende. Energetica e avvolgente tanto nelle scene di ballo notturno che nelle scene di combattimento, riesce sempre a descrivere attraverso il suo particolare ritmo la complessità dello speculare mondo interiore dei protagonisti, soppesandone tanto i momenti di angoscia quanto assecondandone la carica escapista: il desiderio di “sfogarsi e non pensare più a niente”. Disco Boy si sviluppa quasi come un lungo video musicale, in cui possiamo apprezzare ovviamente la bellezza della musica ma anche la particolare cura visiva della messa in scena, come la buona interpretazione di entrambi i personaggi principali. È un film che sceglie (anche coraggiosamente) di raccontarsi prevalentemente  attraverso “musica e immagini evocative” e riesce perfettamente nel suo intento, forse ponendo le basi per un nuovo tipo di linguaggio cinematografico dal sapore più “universale”, dove estremizzando la formula i dialoghi possono quasi diventare una componente accessoria. Il futuro ci dirà se questa scelta originale e coraggiosa avrà un seguito, ma di certo Disco Boy possiamo già considerarlo un ottimo biglietto da visita per la futura carriera di Giacomo Abruzzese. Un regista del quale già si intuisce il talento e inventiva, che non vediamo l’ora di seguire anche su opere future. Se amate la musica da discoteca o siete anche solo curiosi di scoprire come questo stile possa diventare un linguaggio, adattandosi a raccontare una storia di guerra, peraltro caratterizzata da una interessante componente spirituale, Disco Boy è una pellicola da vedere. 

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mercoledì 8 marzo 2023

Primadonna: la nostra recensione del duro e importante film di Marta Savina in uscita delle sale per l’8 marzo, la festa della donna

Siamo in un piccolo paesino della Sicilia degli anni 60.

Lia (Claudia Gusmano) ha 17 anni, un’aria candida e un corpo ancora da bambina. Si prepara anche quest’anno per recitare la parte di Maria nel presepe vivente, facendo le prove davanti allo specchio con i capelli raccolti da un velo azzurro. Sembra una piccola icona, salvo quando si arriccia il naso per poi rivelarsi un maschiaccio. Di giorno ama zappare la terra nel piccolo campo della famiglia insieme a suo padre Pietro (Fabrizio Ferracane), anche se se la mamma (Manuela Ventura) non approva che si occupi di cose così poco femminili. Ogni tanto si ferma ad osservarla mette lavora al campo Lorenzo Musicò (Dario Aita), il figlio di un importante “uomo d’onore locale” sotto il cui balcone si ferma pure la processione della festa rionale, in segno di ossequio. Lorenzo piace a Lia, ma i modi bruschi del ragazzo la fanno allontanare da lui, alimentando la rabbia del ragazzo. Pochi giorni dopo insieme ad altre tre persone Lorenzo rapisce in casa Lia insieme al fratellino più piccolo, picchiando nel mentre anche la loro madre. Il padre di Lia denuncia subito il rapimento, ma il prete locale (Paolo Pierobon) arriva però a tranquillizzare tutti. Non è il caso di chiamare la polizia, i due ragazzi si amano, glielo hanno confidato e hanno organizzato una “fuitina”. Al loro ritorno si celebrerà un matrimonio riparatore così l’onore della ragazza non sarà leso. Anche se Lia non vuole, in una casetta sperduta sui monti Lorenzo abusa di lei e ora è deciso che “devono essere come marito e moglie”. La mattina dopo la ragazza si sente confusa e violata, con nella testa solo il ronzio incessante di alcuni moscerini che si trovano sulla porta di quel luogo sperduto. Si sente come un oggetto rotto, come la madonnina del presepe sgualcita che ha a casa. Pochi giorni dopo nella casa della famiglia Musicò al gran completo, alla presenza della famiglia di Lia, del prete e del comandante si svolge una specie di accordo, nel quale Lia deve solo accettare la situazione e “tutto si metterà a posto”. Solo che Lia, con davanti ancora la madre con il volto pieno di lividi, non vuole acconsentire e Lorenzo nell’incredulità generale viene mandato in prigione, in attesa di giudizio. Tutto il paese si schiera con i Musicò, la ragazza viene trattata da paria, il loro campo viene ripetutamente distrutto senza che nessuno dica niente. Tra poco ci sarà il processo e nessuno vuole essere l’avvocato di Lia, così Pietro decide di chiedere aiuto all’ex sindaco Orlando (Francesco Colella), un tempo avvocato e ora ritenuto in paese una “persona problematica” in quanto dalla storia familiare non cristallina. Ad aiutare Lia interviene anche la prostituta Ines (la cantante Thony), le cui dichiarazioni sulla base di informazioni ricevute da suoi clienti potrebbero fare luce sugli antefatti del rapimento. A rendere la situazione ancora più difficile per la ragazza, l’avvocato dei Musicò chiede che l’udienza si svolga pubblicamente, in quanto ritiene violato il buon nome del suo assistito. Davanti a tutto questo Lia si trincera in un muro di silenzio, è quasi decisa a non testimoniare. Potranno un avvocato decaduto e una prostituta aiutare una ragazza che ora è ritenuta da tutti una poco di buono, in un processo il cui esito sembra essere da subito a senso unico?


Fino a quarant’anni anni fa le donne per “questioni di onore” erano considerate dalla legge italiana come poco più di oggetti.

Era implicitamente consentito abusarne anche se minorenni se poi si accedeva a un istituito come il matrimonio riparatore. Era implicitamente quasi permesso ucciderle se trovate insieme a un altro uomo nella flagranza di un delitto d’onore. Nel primo caso la donna abusata era considerata una “svergognata”, una che aveva sedotto un uomo e poteva farlo benissimo anche con altri. Una “donnaccia” simile a un “oggetto sociale rotto”, che non poteva più presentarsi pura al matrimonio e doveva essere stigmatizzata moralmente a vita. Salvo poter essere rapidamente “mondata/riparata socialmente” nel caso che a sposarla fosse l’abusante stesso, derubricando di fatto uno stupro a una “ragazzata commessa prima delle nozze”, secondo il costume della cosiddetta “fuitina”. Nel caso del delitto d’onore quasi si perdonava l’uomo leso nella reputazione e onorabilità da una “donnaccia fedifraga” permettendogli di vendicarsi e ucciderla, magari insieme all’amante, comminandogli per il gesto delle pene lievissime. Nel codice Zanardelli del 1889 all’art.377 si parlava di 1/6 della pena prevista per omicidio. Nel codice Rocco del 1930 tuttora in vigore all’art.587 si parlava, fino alla riforma di pena, dai 3 ai 7 anni.

Poi le cose sono cambiate nel 1981, con la legge n.442, ma questo è avvenuto grazie anche al coraggio di persone straordinarie come Franca Viola. La donna che per prima, alla fine degli anni '60, ha rifiutato dopo essere stata abusata con violenza (ancora minorenne) di convolare a nozze riparatrici con il suo stupratore, fornendo una dichiarazione pubblica che ha fatto compiere una doverosa rivoluzione copernicana al “concetto di onore”.

Franca sfidando la morale dell’epica dichiarò: “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. Fu un grande passo per l’autodeterminazione femminile e a compierlo era una donna cresciuta in un sud Italia in cui i delitti di onore erano una realtà molto presente. Anche l’uomo che la aveva abusata era inoltre considerato, ironicamente, per l’attività lavorativa svolta dalla sua famiglia di appartenenza, un “uomo d’onore”.  


Primadonna è un film che si ispira in gran parte alla storia di Franca per volontà della sua regista e sceneggiatrice, la giovane fiorentina di origini siciliane Marta Savina. È il suo primo film e il titolo di lavorazione della pellicola è stato per lungo tempo Shotgun, ma su alcuni siti si trova anche il suggestivo La ragazza del futuro. E sempre in tema di donne che hanno cambiato in meglio il futuro, le riprese si sono svolte tra i vicoli e la piazza centrale di Galati Mamertino, luogo legato all’infanzia della regista ma anche casa di Francesca Serio, la prima donna che ha denunciato nel 1955 la mafia per la morte del figlio sindacalista Salvatore Mamertino, sfidando il cittadino clima di omertà. Ci sono quindi idealmente gli spiriti di due donne molto combattive e importanti per la recente storia italiana, ad aleggiare su una pellicola che per l’esordio nelle sale non poteva scegliere giorno migliore dell’8 marzo.  L’attrice Claudia Gusmano, scelta per il ruolo della protagonista Lia, ha inoltre proprio interpretato Franca Viola nel corto realizzato come tesi di laurea dalla Savina (nel 2017 Viola, Franca, corto vincitore del Traverse City film festival e nominato nella rosa dei migliori corti ai David e al Raindance) alimentando ulteriormente questo gioco di specchi tra realtà e finzione.

Dopo essere stato premiato al festival di Roma nella sezione Alice nella Città, Primadonna arriva nei cinema dimostrandosi un film realizzato con passione, in cui i sentimenti e le emozioni dei personaggi sono in gran parte trattenuti, quasi strozzati da un opprimente “giudizio morale distorto”. In una delle scene più amare e commoventi la faglia di Lia, in attesa del processo, va in spiaggia di notte, al chiaro di luna. L’unico momento della giornata in cui la famiglia può uscire senza essere offesa o additata, ma anche un momento speciale in cui l’acqua del mare è calda. Molto bravo tutto il cast, in cui si segnala una bravissima Thony nel ruolo della prostituta Ines: di fatto un personaggio che ha molte similitudini con quello di Lia e che ugualmente potrebbe essere “stigmatizzato” a seguito delle vicende narrate. Lontani e quasi assenti dalla scene i “carnefici” della ragazza, come avvolti nel mantello di una “omertosa onnipotenza”.

Duro ma anche garbato nei modi, con una costruzione della scena mia urlata e con interpreti ben calati nella parte, il film della Savina è un’opera che fa riflettere e commuovere. Il giusto film da presentare nella giornata dell’8 marzo. 

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sabato 4 marzo 2023

Empire of light: la nostra recensione del film di Sam Mendes con protagonista Olivia Colman

Siamo nell’Inghilterra del 1980, dalle parti della contea del Kent, nella cosiddetta penisola di Thanet. Il nome “Thanet” si dice possa derivare dal linguaggio celtico e significhi “isola luminosa”. Nella città di Margate, nei pressi della costa, è situato una gloriosa e un po’ decadente “isola di luce” come il cinema Empire. È situato all’interno di un palazzo di molti piani che potrebbe ospitare centinaia di persone, ma molte delle sale sono ormai chiuse da anni, con l’ultimo piano, che un tempo ospitava il ristorante e la sala da ballo con musica dal vivo, ormai con il tetto divelto, ridotto per lo più a una diroccata piccionaia. Il direttore Donald Ellis (Colin Firth) è un uomo vanitoso e determinato a riportare la struttura in auge, puntando tutto sulla grande anteprima del film Momenti di Gloria (Chariots of Fire) che avrà luogo all’inizio del 1981, dopo che è riuscito a sottrarla alle più famose sale di Londra. All’evento saranno presenti regista, interpreti e un gran numero di personalità di spicco. L’Empire deve essere tirato a lucido e per dirigere i lavori la persona più indicata è la vice-direttrice Hilary Small (Olivia Colman), con la quale Ellis vive uno strano rapporto fatto di complicità e distacco. Hilary ha quarant’anni ma dal suo modo curvo di camminare e dallo sguardo spesso rivolto verso il basso ne dimostra molti di più. Ha un carattere un po’ rigido e predilige una vita solitaria, scandita con rigore assoluto dai tempi della sua sveglia. Si occupa delle pulizie delle sale, degli snack, dei biglietti e coordina il personale in modo gentile, anche se sempre un po’ distaccato. La sera predilige la postazione della biglietteria che dà sulla strada, dalla quale può guardare le persone che camminano sul pontile che affianca la costa. È piena di attenzioni per il proprio lavoro, ma non è mai riuscita a vedere in sala un solo film. Ha troppe mansioni da fare durante le proiezioni, per garantire che le persone che scelgono di passare il loro tempo all’Empire abbiano la migliore esperienza possibile. Qualche volta ama trascorrere il suo tempo all’Empire anche oltre l’orario di chiusura, considerando il cinema ormai la sua seconda casa. Per infoltire lo staff viene assunto Stephen (Michael Ward), un ragazzo di colore sulla ventina che vuole racimolare qualche soldo per andare al college. Gentile, volenteroso e abbastanza forte per trasportare le pesanti bobine, viene presto scelto per affiancare l’anziano macchinista Norm (Tobey Jones) nella gestione della sala di proiezione. Incuriosito dalla grandezza dello stabile dell’Empire, Stephen un giorno si fa guidare fino all’ultimo piano da Hilary, dove i due decidono di soccorrere un piccione rimasto ferito a un’ala. In breve tempo tra la donna e il ragazzo nasce un affetto che va oltre la differenza di età e il colore della pelle. Stephen riesce a far ballare Hilary sul tetto dell’Empire nella notte di Capodanno e in pochissimi giorni lei sembra progressivamente ringiovanire e lasciarsi trasportare dalle emozioni. Tuttavia la situazione si complica quando la donna inizia a comportarsi in pubblico in un modo sempre più eccentrico. Questo potrebbe essere in relazione con la volontà della donna di sospendere il litio, un farmaco che assume da molto tempo. Una scelta consapevole che Hilary compie per poter vivere appieno le emozioni uscendo dalla “anestesia emotiva” indotta da quella cura. Il rapporto in breve tempo si incrina e Stephen, ferito gravemente proprio al cinema, nel corso di un corteo a margine di una manifestazione a sfondo razziale, sta pensando seriamente di abbandonare in anticipo l’incarico. Riuscirà un posto magico come l’Empire a “risorgere all’antico splendore” e ad aiutare Hilary e Stephen a superare questi momenti di difficoltà?


Oggi le sale cinematografiche stanno vivendo un difficile momento di cambiamento, in cui è giusto e doveroso riflettere sul ruolo attivo che questi luoghi per anni hanno svolto sul piano culturale e sociale. Immergersi in una sala buia dove “siamo tutti uguali” perché
 scompaiono le differenze di genere, età, razza o ceto. Lasciarsi alle spalle per un paio di ore i propri problemi personali e “sentire propria” una storia che può divertire come far riflettere, che prende forma quasi per magia da un fascio di luci. Magari mangiare caramelle o pop corn senza vedere pancia e brufoli che compaiono “con la complicità del buio”. Condividere questi momenti insieme a qualcuno che abbiamo a cuore, magari tenendo la mano alla propria ragazza. La sala è un piccolo mondo che non sarebbe tale senza una piccola comunità di persone che lavorano sottovoce, puliscono tra uno spettacolo e l’altro, staccano i biglietti, preparano i popcorn caldi e accolgono con il sorriso tutti, anche le persone più maleducate.

Empire of light è un film dedicato “a chi il cinema lo fa dietro le quinte” e Sam Mendes lo scrive e dirige come una delle sue pellicole più romantiche e malinconiche. Nel personaggio interpretato meravigliosamente da Olivia Colman rivivono molte suggestioni e rimandi “dichiarati” a una pellicola come Oltre il giardino di Hal Ashby. Per il personaggio di Hilary come per l’indimenticabile maggiordomo interpretato da Peter Sellers vale la massima “la vita è uno stato mentale”. Uno stato mentale che potrebbe accomunare anche il Pianista sull’oceano di Tim Roth, il maggiordomo di Anthony Hopkins di Quel che resta del giorno e molti altri personaggi e persone reali che vivono con compostezza e rigore “al servizio degli altri”, specie se legati (e spesso quasi incatenati emotivamente) a un luogo per cui sacrificano molto del loro mondo personale. È uno stato mentale che per Hilary è ulteriormente difficile gestire, perché il disturbo bipolare di cui soffre le auto-impone per la sua salute di castrare (necessariamente) le sue emozioni con le medicine, condannandosi a una “doppia” esistenza da “spettatrice del mondo”.


È un diverso “stato mentale” quello che vive il personaggio di Stephen, interpretato da Michael Ward, che si trova nella infelice condizione di essere una persona di colore in un momento storico in cui la sottocultura skinhead era tornata in voga, con l’appoggio esterno di alcune frange dei movimenti nazionalistici inglesi. Il piccolo mondo dell’Empire costituisce per Stephen una oasi dove lui viene tutelato al pari degli altri dipendenti, dove tutti si schierano a sua difesa anche quando qualcuno di ostile si presenta in sala. Ma questa protezione purtroppo non sempre riesce ad essere efficace, con Mendes che decide di descrive senza fronzoli una cruda scena di aggressione in cui perfino il “potere del cinema”, inteso come un ideale baluardo della cultura moderna, non riesce a resistere a una “invasione” brutale quanto efferata. L’Empire cerca quindi di essere al meglio un luogo di accoglienza e rifugio e nel corso della visione è facile affezionarsi al suo rassicurante pavimento a righe, al buio avvolgente delle sue sale e alla piccola sala di proiezione, piene di bellissimi memorabilia sulla settima arte. Nel personaggio di Tobey Jones è facile riscontrare in questo qualche affettuosa similitudine con di Philippe Noiret di Nuovo Cinema Paradiso. Non so quanti sistemi home theatre siano oggi in grado di trasmettere il calore di un cinema come l’Empire o di un cinema in genere, ma il film di Mendes ci offre una bellissima storia su come le sale hanno avuto un ruolo importante nella diffusione della settima arte. Un ruolo che di cuore ci auguriamo possano continuare a ricoprire per molto tempo.

Molto bravi i due interpreti principali, tra i quali si instaura presto una forte intesa. La sempre brava Olivia Colman riesce a infondere fragilità e forza nella dolce e complicata Hilary. Adeguato il cast di supporto, con attori che offrono delle caratterizzazioni sempre interessanti e credibili ai loro personaggi. Un po’ di maniera l’interpretazione di Colin Firth, ma comunque gustosa. La storia ha un andamento lento ma non risulta mai pesante, la durata delle pellicola è sulle due ore ma alla fine della visione sembrano quasi poche, perché si vorrebbe stare ancora un po’ di più con i personaggi. Grazie alla fotografia che gioca spesso con le luci della notte il cinema Empire sembra davvero un luogo magico al di fuori dal tempo.

Il nuovo film di Sam Mendes è un tenero omaggio al mondo dietro alla sala cinematografica. Un’occasione da non perdere se anche voi amate questo piccolo mondo, mai troppo celebrato e amato come meriterebbe. Olivia Colman è davvero straordinaria.  

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giovedì 2 marzo 2023

Tutto in un giorno (En los margenes): la nostra recensione del film di debutto del regista Juan Diego Botto, con protagonisti Penelope Cruz e Louis Tosar.


Ci troviamo nei sobborghi operai della periferia di una Madrid dei giorni nostri, nelle case di chi vive ai margini della società, a volte con un lavoro pagato con quattro euro all’ora. Se poter comprare una casa con un mutuo una volta era un duro ma sopportabile “investimento sul futuro”, a seguito della grande recessione mondiale del 2007-2013 (a cui oggi si è sommata la crisi energetica e sanitaria) il sogno si è trasformato in incubo. Il costo della vita è schizzato alle stelle, con un tasso di interesse richiesto dalle banche che in Spagna ha subito rincari mensili vicini al 50%, esponendo le fasce della popolazione più povere a una incertezza abitativa che si è espressa in 40.000 sfratti per morosità all’anno, con la media di oltre 100 sgomberi giornalieri. Inoltre il sistema spagnolo da sempre prevede, anche nel caso in cui sia la banca stessa ad esercitare un’ipoteca, che chi ha contratto il mutuo resti responsabile per il suo debito se la vendita non consente all’istituto di rientrare nella disponibilità di tutto il capitale prestato, con tutti gli interessi maturati. Questo ha creato in breve tempo dei veri e propri schiavi economici: persone sempre a un passo dal vedersi pignorata l’abitazione, impossibilitati a pagare il prestito anche con tre lavori e con la spada di Damocle di servizi sociali sempre pronti a mettere in affidamento ragazzini lasciti soli a casa da genitori assenti “per lavorare”, magari anche di notte. Con lo Stato che non riesce a realizzare delle efficaci politiche sociali, una speranza di difesa per le classi meno abbienti viene dall’associazionismo, con la formazione di strutture volontaristiche come la “Piattaforma dei colpiti da ipoteca”. La giornata dell’avvocato e attivista della Piattaforma Rafa (Louis Tosar) inizia all’alba, con le incombenze di accompagnare nella mattina il figlio “acquisito” Raul (Christian Checa) all’autobus per una gita scolastica di qualche giorno, essere nel pomeriggio vicino alla moglie in ospedale per l’ecografia del loro nuovo nascituro e nel mentre rendersi disponibile per delle pratiche legali. Mentre sta accompagnando il figlio, Rafa deve fare però una piccola deviazione: passare  a consegnare una bombola del gas a una ragazza di origine araba che abita in una casa popolare. Solo che Rafa viene anticipato dalla polizia e dai servizi sociali, che stanno portando via la figlia della donna, su segnalazione della scuola. La ragazzina di solito sta dalla vicina di casa ma questa ora non c’è e la madre, via per lavorare come donna delle pulizie, è irreperibile. In una corsa contro il tempo Rafa deve trovare il luogo di lavoro dove rintracciare la donna che non risponde al cellulare (forse non avendolo), capire dai suoi contatti dove sarà portata la figlia dai servizi, cercare nel mentre di occuparsi di suo figlio che per via della deviazione ha perso il bus e ora è con lui per tutto il giorno e nel mentre fare tutto il resto. Se la giornata di Rafa parte in salita, il mattino di Azucela (Penelope Cruz) inizia insieme al volontari con degli striscioni, per una protesta davanti alla sua banca, per chiedere di ritardare il suo sfratto, che sarà esecutivo nelle future 24 ore. Azucela ha un figlio piccolo e lavora in un supermercato, ma da quando il marito ha perso il suo lavoro non riescono più a tirare a fine mese e dopo la casa potrebbe arrivare anche l’affidamento. A partecipare all’evento è tutta la Piattaforma tranne suo marito Manuel (interpretato dallo stesso regista Juan Diego Botto), che ritiene umiliante che la loro situazione sia sbandierata in pubblico e piuttosto che stare con lei a protestare fa il manovale sottopagato come German (Font Garcia), il figlio di Teodora (Adelfa Calvo). Dopo il fallimento di una attività appena aperta, i debiti di German sono ricaduti anche sulla madre, mettendo a rischio anche la sua abitazione. Ora lui ha troppa vergogna per tornare a casa, vivendo in un appartamento-dormitorio insieme a degli immigrati. Nonostante la madre lo chiami tutti i giorni chiedendogli di tornare a casa lui non risponde, è come bloccato. Per la prima volta tanto vicino al lavoro del padre, Raul non capisce perché Rafa si dia tanto da fare per persone che in fondo non conosce, coinvolgendosi al punto da mettere del tutto da parte se stesso, lui e sua madre. Nel mentre Azucela si prepara sempre più al momento dello sgombero, quando i poliziotti saranno pronti in assetto anti-sommossa sotto la sua casa.


Juan Diego Botto con uno stile dinamico, ruvido e quasi documentaristico, mette in scena un film corale su come la vita possa trasformarsi in una corsa contro il tempo, quando si cerca di sopravvivere a delle regole inique quanto figlie di un periodo di crisi, a cui è difficile dare risposte concrete a livello politico e sociale. Va in scena la storia di tre nuclei famigliari arrivati allo stremo delle loro forze, con legami personali ormai logorati e una rabbia rimasta a lungo troppo silente e ormai giunta quasi sul punto di esplodere. Azucela, interpretata da una straordinaria Penelope Cruz che quasi ricorda per forza e umanità Anna Magnani, non riesce più ad amare il marito e vive ogni momento come sul punto di andare in guerra, pur svolgendo con umiltà e rispetto il suo ruolo di madre e lavoratrice. Il Roman contratto e dolente di Font Garcia, che incarna i quarantenni che non sono ancora riusciti a costruirsi una famiglia e vivono grazie ai genitori, a testa bassa lavora come un dannato per tre soldi mentre la madre, cui dà voce una dolcissima e paziente Adelfa Calvo, cerca con tutte le forze di mettersi in comunicazione con lui, ripetendogli che “va tutto bene” in messaggi che rimangono inascoltati in una segreteria telefonica. Rafa si lancia come la pallina di un flipper tra un istituto e l’altro e tra un contatto e l’altro, avendo perso del tutto il senso della sua vita personale e quasi immolandosi per la causa come farebbe un supereroe, un Avenger. Tosar ce lo racconta come un uomo “sradicato” che sembra vivere solo in auto, in continuo movimento alla ricerca di un senso della vita che può forse dargli anche solo il ricordare la giusta  data del compleanno di Raul, che continua a sbagliare davanti alla incredulità del figlio in una specie di tormentone che accompagna tutta la narrazione. Come nel cinema di Inarritu il dramma che vivono i personaggi è profondo e insanabile e la sopravvivenza è quasi uno sforzo muscolare per normalizzare il caos interiore, “tirare dritto” cercando di “fare al meglio” la propria parte, almeno per la propria famiglia. Come nel cinema di Ken Loach la società diventa un mostro senza volto, un meccanismo crudele nel quale è necessario “incastrarsi dentro” magari con il rischio di rimanere sbranati, cercando di interpretarne al meglio le regole, rimandando quanto possibile l’inevitabile punto di rottura. Nasce così un film di denuncia che non fa sconti in special modo a una burocrazia diventata negli anni troppo scollata dal reale, dove le competenze degli attori economici e sociali diventano così sfumate e “delegate ad altri” da provocare un sostanziale immobilismo del sistema. Una “indifferenza” che con ironia e crudeltà di colpo “sparisce” quando il sistema dimostra di riuscire benissimo a muoversi per recuperare i soldi o comminare pene con il suo braccio armato.


È un film amarissimo, dove la voce del personaggio Cruz che urla “vergogna” nelle scene della carica dei poliziotti sa colpire come uno tsunami se non le “istituzioni reali” almeno il cuore del pubblico, come un frastuono terribile ma anche come una “sveglia”. Una sveglia a cui risponde come può un personaggio come il Rafa di Tosar, che in vent’anni di “cinema in ostaggio dei cinefumetti” è qui quasi un supereroe reale, qualcuno in cui un pubblico in cerca di “cosa fare da grande” può davvero identificarsi per trovare uno scopo nella vita, magari instradandosi in percorsi di studi che possono davvero incidere nel sociale. È sotto questo aspetto che il film trova una sua anima ulteriore, raccontandoci in positivo qualcosa di cui abbiamo bisogno anche qui, perché l’Italia non è troppo diversa dalla Spagna dipinta da Botto, anche se spesso preferiscono non raccontarcelo. Nel 2021 per le statistiche abbiamo avuto 38.163 sfratti per morosità, con 33.000 casi in cui è stata chiesta la forza pubblica per lo sgombero. Abbiamo anche noi bisogno di avvocati, volontari e operatori sociali forti quanto quelli descritti nella pellicola di Botto. Persone di cui già disponiamo ma di cui non ce ne è mai abbastanza. Se il film è quindi una doccia fredda su una realtà che potrebbe essere vicinissima a quella del nostro paese, Tutto in un giorno riesce anche a parlarci di una società che non si arrende e prova a reagire, contagiando anche le nuove generazioni verso uno sforzo comune che parla di inclusione e rispetto dei diritti umani. Un “domani” che Botto ci racconta attraverso il ben riuscito personaggio di Raul di Christian Checa: un figlio che fa fatica a relazionarsi con un padre spesso assente ma di cui inizia a comprendere il mondo e il modo di agire grazie all’esempio, seguendo quanto fa Raul nel corso della giornata che passano insieme. E questo il regista lo fa senza mettere in bocca ai personaggi in modo didascalico proclami o discorsi motivazionali, usando lo stile solido e documentaristico con cui si raccontano le storie vere: descrivendo i fatti e le azioni concrete e spontanee, evitando iperboli. Una narrativa essenziale, quasi neorealista, che si sposa felicemente con una fotografia naturale, resa magari ruvida dalle telecamere digitali e da un accompagnamento  sonoro che raccoglie i rumori di fondo della città, con poca musica e tanto brusio di fondo. Il ritmo è incalzante ma la pellicola sa anche in certi momenti decelerare, “abbassare il brusio”, prendere i suoi tempi e trovare una fugace poetica malinconica. Dare voce a personaggi che sanno raccontarsi velocemente, con quasi il pudore di non annoiare. In questo senso la piccola scena in cui il personaggio di Raul si sofferma a parlare con la attivista Alejandra interpretata da Nur Al Levi, quando nella città è ormai notte e i rumori sono solo lontani, risulta coinvolgente e quasi romantica. Un contrappunto ricercato alle scene che seguiranno con al centro la Cruz di Azucela, per la quale quel clima di silenzio momentaneo diventa attesa di uno scontro prima nelle mura di casa e poi “contro il mondo”. Uno scontro che in un crescendo dal sapore quasi epico partirà alle prime luci dell’alba, prima con i suoni delle camionette e dei poliziotto in tenuta di assalto e poi con l’onda di voci dei manifestanti che invadono le strade.

Botto scrive e dirige un film molto potente, drammatico ma al contempo in grado di dare speranza. Si affida a un cast di attori perfettamente in parte, ci racconta le vicende con ritmo e senso dell’azione senza dimenticare mai di descrivere un contesto reale quanto vivido, spietatamente burocratico e istituzionalmente farraginoso. Un film su cui riflettere, anche ragionando sul fatto che pure qui in Italia non ce la passiamo benissimo. 

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