venerdì 18 febbraio 2022

211- Rapina in corso: La nostra recensione di un filmetto poliziesco con Nicolas Cage e suo figlio Weston Coppola Cage, caratterizzato da una strabiliante e grandguignolesca dose di splatter


Massachusetts, America. La più sconvolgente impresa della mattinata del poliziotto quasi in pensione Mike Chandler (Nicolas Cage) e del suo sbarbato partner Steve MacAvoy (Dwayne Cameron) sembra essere portare sulla loro volante un bimbetto di 15 anni di nome Kenny (Michael Rainey), per fargli scontare una “”abbastanza sovra-dimensionata”” punizione scolastica. L’idea geniale della scuola in concerto con la municipalità sarebbe infliggere, all’unico ragazzo di colore e omosessuale della scuola, abituale vittima di bullismo da parte di ragazzini più grandi e bianchi, un “tour” sulle zone della città da evitare perché troppo a rischio per la delinquenza, facendolo sedere sul posto dell’auto dove si tengono di solito i criminali (ed esponendolo quindi a tutta la criminalità locale “in azione”). Ma come può funzionare davvero questo sistema senza stimolare invece un sentimento di “vendetta sociale”? Misteri del Massachusetts, ma anche una buona occasione per parlare dei problemi del bullismo e della velata presenza di problemi razziali in un film di “sparamenti”, il che non è mai un male… ma andiamo avanti. Capita che il dinamico duo di poliziotti, rispettivamente suocero scorbutico e genero amorevole, finiscano insieme al “ragazzino in tour sulle strade della malavita” dentro alla più sanguinolenta rapina del decennio e tutto diventi un casino di corpi che esplodono carichi di c4, macchine crivellate, urla e terrore in diretta tv. I rapinatori sono un commando di super-mercenari, pompati, barbuti e incazzati, nonché armati di tutte le armi del mondo e di battute da cattivi dei cartoni animati. Vogliono i soldi, uccidere tutti e si chiamano rispettivamente: Rob, Hyde, 3 e Luke (manco c’ha un nome il terzo, come i fratelli “dos” e “tres” di Fantasmi da Marte di Carpenter). Di loro non sapremo molto altro, se non che questi “scappati da un film di Steven Seagal” ci vengono introdotti nella primissima scena del film, che pare a tutti gli effetti un mini-filmaccio di Steven Seagal ambientato in estremo oriente, tra petrolieri cattivi, turbanti e contractor, dove vengono “truffati” e bramano vendetta derubando “quello che gli spetta” nella banca del paesino del Massachusetts di cui sopra. Come potevamo esserci tanti soldi in contanti nella banca del paesino del Massachusetts non ci è dato saperlo di preciso, prendiamolo come un dato di fatto del modo oscuro in cui agiscono i “crudeli poteri forti”. I nostri “Villains” sono ovviante anche l’obiettivo di una super agente segreta gnocca da paura dell’Interpol, (interpretata da Alexandra Dinu) che sembra stia in un film diverso a sua insaputa, per il quale sfoggia molte graziose sciarpette. 


Ma la cosa più importate è che tra i villains c’è anche il tizio di nome Luke, che assomiglia a un ciccio Costantino della Gherardesca reincarnato in uno degli ZZtop, che è interpretato niente meno che dal figlio reale del solo e unico Nicolas Cage, il più grande attore vivente. È sempre bello vedere quando recitano insieme padre e figlio o in qualche modo si “passano il testimone”. Nicolas e il figlio Weston li abbiamo già visti insieme nel 2005 (in una particina piccolina piccola) in Lord of War. Nel 2014 (in una parte più consistente) in Rage - Tokarev, Weston interpretava la versione giovane del personaggio di Nick, un po’ come succede oggi con il giovane Gandolfini in Tutti i santi di New Orleans. Ma il “piccolo” Weston, che è appunto grosso come un armadio e di professione principale musicista black metal, (ed è anche piuttosto grandicello, in quanto figlio di una relazione giovanile di Cage con la modella Christina Fulton) ha accompagnato babbo Nick qualche volta pure scrivendo o cantando parte della colonna sonora dei suoi film, come in Drive Angry del 2011, Joe del 2013 e Vendetta - una storia d’amore del 2017. È interessante a livello artistico ma anche psicanalitico che in 211 - Rapina in corso Cage interpreti il ruolo del poliziotto compassato ma anche del ”padre assente” di Lisa, interpretata da Sophie Skelton, con il suo “vero figlio” (nato prima dei cinque matrimoni di Cage e senza essere battezzato con il nome di un supereroe) che di fatto rivesta il ruolo del criminale. Nella sua vita personale Cage si sarà sentito come un padre poco presente (molti padri lo fanno)? Cage avrà riportato questo sentimento in 211 come spunto emotivo per caratterizzare il suo personaggio? Sarà questa pellicola di sparatorie, botti e sanguinamenti un ideale “transfert cinematografico” tra Nick e Weston? Cage, che è stato Ghost Rider, Spider-Man (solo voce), Superman (solo voce) e Big Daddy (che è più fico di Batman), potrà affrontare il suo figlio che qui gli si contrappone nel ruolo di un Villain? E perché questo mi sta ricordando la storia del Cappuccio Rosso e Batman (in contrapposizione alla storia di Big Daddy e Hit Girl)? Ma perché vi parlo del rapporto psicologia/arte e di deliri meta-fumettistici e non delle sacrosante sparatorie che dovrebbero contraddistinguere un film del genere? Vi sento, cari i miei lettori. Vi sento supplicare: “Dove sono i botti? Quanti sono i botti? Valgono il biglietto del film, i botti?”. E se vi dicessi che il personaggio di Lisa, nel mezzo della vicenda, si scopre essere incinta, elevando 211 ad un film di rapine a tema genitorialità difficile + vittime del bullismo + problemi di integrazione razziale + futuri figli di poliziotto che nascono con sopra il lettino una giostrina fatta di piccole volanti della polizia? Ok, ho capito. Parliamo un po’ di botti e squartamenti. Esattamente dal minuto 39, salva l’intro alla Steven Seagal e un paio di scene preparatorie volte a introdurre giubbetti antiproiettili, fucili d’assalto, bombe e anche la super poliziotta sexy Sarah (Amanda Cerny), si scatena l’inferno. 


La rapina “parte piano” con il diversivo di disintegrare una tavola calda per dirottare lì polizia e soccorsi, ma davanti all’auto dei villains c’è Nick Cage all’attacco. Giusto subito dopo aver confortato il piccolo Kenny sul fatto che si può dire di no a un mondo di bulli e xenofobi e omofobi. Cage scende dall’auto di pattuglia perché vuole fare la multa al rapinatore che è parcheggiato davanti alla banca fuori dalle strisce blu e come reazione innesca una folle sparatoria con decine di vittime collaterali inermi tra cui molte vecchiette, incidenti a catena e incipiente futura apocalisse cittadina. L’ospedale in un lampo si prepara ad accogliere le decine di morti e feriti sbudellati della caffetteria, dopo che questa è esplosa malissimo come fosse un barattolo di carne e lamiere. Nel contempo in direzione della banca perché allertati da Cage, unico uomo in campo sotto il fuoco nemico, arrivano decine di blindati della polizia in armamento da guerra urbana. Anche qui mi sembra strano tutto questo armamento per un paesino del Massachusetts, ma sarà tutto frutto di una strategia del terrore voluta dai poteri forti… Manca solo Chuck Norris e tutti iniziano a sparare come se non ci fosse un domani. Con il figlio di Nick Cage, ciccio della Gherardesca ZZ top,  che sta per sparare alla testa del padre con un Barrett!!! Le armi in campo si fanno sempre più grosse e rumorose, passando dalle pistole ai fucili d’assalto tattici. Cage ha la pistola di ordinanza, ma ha attiva l’opzione “colpi infiniti", come usasse un trucco dei videogame. Poi arriva la SWAT. Come andrà a finire?


Scritto e diretto da York Shackleton, uscito nel 2018, questo 211 - rapina in corso è tratto da una storia vera (così dicono, spero di no) ed è il classico filmetto di rete 4 del pomeriggio che non ti aspetteresti. Quello che inizia come una puntata di Don Matteo e finisce come Black Hawk Down. Nel mezzo tutti i luoghi comuni sulla pensione, le spalle di colore che non arrivano alla fine del film, i cattivi super cattivi di un certo film di genere anni 80/90 (con il plus di una immotivata quanto surreale iper-violenza alla Paul Verhoeven) e un Nicolas Cage con gli occhiali da sole in modalità terminator. Se vi “prende bene”, un filmetto divertente proprio nel suo essere retorico, esageratissimo e pieno di azione. Con in più quella suggestione del rapporto padre-figlio che stuzzica e rende la salsa più piena, in attesa che anche Kal-El Cage diventi grande e accompagni papà Nicolas al cinema. Perché in fondo quanto è bello ogni tanto andare al cinema con papà? Solo che Cage lo fa “a modo suo”, da dentro lo schermo. Chuck Norris approverebbe questa pellicola. 

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giovedì 17 febbraio 2022

Monterossi: la nostra recensione della nuova serie Amazon basata sui libri di Alessandro Robecchi

 

In una Milano dei giorni nostri che sembra Londra, tra i grattacieli del Giardino Verticale, il monumentale e le miserie umane di chi vive nelle case in ringhiera più fatiscenti, si aggira un uomo attempato ma ancora piacente, per lo più con le palle girate. Si chiama Monterossi (Fabrizio Bentivoglio) sulla carta autore di programmi tv brutti condotti da una bionda isterica (Carla Signoris) ma con l’aspirazione del detective Hard-Boiled, con tanto di aria stanca, malinconia e un certo amore per Bob Dylan. Nei casini ci cede un po’ per sfiga e un po’ per gusto del brivido, un po’ come Miss Marple, ma subito sa muoversi con il piglio del comandante, giocandosela in prima persona e mettendo in capo i suoi collaboratori (e futuri autori di programmi tv brutti) più fidati: la perspicace analista Nadia (Martina Sammarco) e l’uomo d’azione Oscar (Luca Nucera). Questo “giocare al detective” irrita un po’ chi il detective lo deve fare per lavoro anche se non gli riesce benissimo, come Carella (Tommaso Ragno), il “serpico della Bovisa”, ma porta anche l’ammirazione e il supporto dell’ispettore Ghezzi (Diego Ribon). Ma forse quello che spinge più di tutto il Monterossi ad andare giù di testa per le storie del crimine in cui continuamente inciampa è la mancanza di qualcosa di importante. Forse un amore del passato per una report finita a Londra per lavoro (Donatella Finocchiaro).


Rohan Johnson, classe 75, già regista degli adattamenti televisivi dei Delitti del Bar Lume e di C’era una volta Vigata, oggi porta sul canale streaming di Amazon Prime un’altra penna illustre pubblicata in Italia da Sellerio Editore. Alessandro Robecchi è un po’ come il suo Monterossi: un autore tv milanese, oltre che giornalista e scrittore. Forse per questo riesce ad infondere nelle pagine tutti i colori e paradossi che conosce chi Milano la vive davvero, al di fuori del glam e dei quartieri alla moda, trovando spesso storie avvincenti ma anche umane. Johnson riesce bene a sintonizzarsi con l’autore, dando vita a un giallo “scorbutico e di corsa”, ma anche “con il cuore in mano” un po’ come sono i milanesi. Fabrizio Bentivoglio prende Monterossi e se lo indossa come un guanto, con tutta la sua insofferenza, fascino e sarcasmo. Tutto il gruppo di attori è ben affiatato, da Ribon, Ragno, Finocchiaro, ma un plauso speciale va per me a Marina Sammarco. Molto appropriata alle atmosfere noir la fotografia di Federico Annicchiarico, che riesce al meglio a descrivere tanto il lato sfarzoso che quello più “vissuto” della città meneghina. 

La prima serie conta per ora di sei puntate, che adattano il primo e terzo romanzo con protagonista Monterossi. Ogni storia è divista in tre parti da una mezz’ora, per un totale di sei episodi che forse sono troppo veloci. Se ne vorrebbe di più e pare che per la seconda stagione bisognerà attendere inizio 2023. Speriamo ci siano in programma più storie. Poi finalmente un detective che parla in milanese, dopo i vari Montalbano da seguire con i sottotitoli  e i tizi toscani del Lume che ogni tre secondi esclamano “oh bimbi!!” (che odio alla follia). Meno male!!! 

Avanti così! 

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martedì 15 febbraio 2022

Strappare lungo i bordi : la serie Netflix sui fumetti di Zerocalcare

Zerocalcare è uno che seguo da sempre, con discreto entusiasmo. Ve lo dico mentre sto osservando i pupazzetti da Edicola di Centauria de ‘su Nonna e der bullo con la catana che lo maltrattava da piccolo. Perché Zero scrive della vita di tutti i giorni e spesso chi lo legge trova sempre qualcosa di suo nelle sue storie, dai drammi del liceo al “momento ribelle”, dalla paranoia di fare la spesa al supermercato al “grande viaggio” che ci ha cambiato la vita. E io che al liceo, come lui, scarabocchiavo fumetti con protagonisti i miei amici, mi sono subito affezionato al mondo di Zero. Al punto da avere oltre ai libri anche i pupazzini di cui sopra e di aver visto in sala La profezia dell’Armadillo senza voler poi alla cassa riavere indietro i miei soldi (mi sono trattenuto per Zero, non per chi ha realizzato male quel film). 

Ed eccoci a Strappare lungo i bordi, che scopro essere stato animato per Netflix da un mio amico del liceo, uno che pure lui da ragazzino faceva i disegnini ed oggi è diventato davvero bravo nel mondo dei cartoni animati. Bella Giorgio!! 

Strappare lungo i bordi è quello che doveva essere quella ca**ta del film de La Profezia dell’Armadillo. La storia è sulla stessa linea ma attinge per “cameo/extra” da tutto l’universo narrativo degli ultimi 20 anni di zero. Lo stile visivo (colonna sonora di Giancane compresa) è una diretta evoluzione dei corti  animati Quarantena a Rebibbia, realizzati per la trasmissione Propaganda di La7 durante il lockdown e funziona, coglie appieno lo spirito dei fumetti anche sul lato del ritmo. Le puntate possono essere viste anche in modo slegato, ma scansionano temporalmente le tappe di un unico viaggio che Zero fa insieme all’amico Secco e a Sarah. Un viaggio in salsa nerd/citazionista sulla strada dei ricordi pieno di incertezze sul futuro che poi è la cifra emotiva di molta della produzione di Zerocalcare, ma che non esaurisce l’estro dell’autore romano. Ci sono storie su apocalissi zombie, reportage di guerra, riflessioni sulle guerre mondiali, spaccati sulla politica e riflessioni sociologiche e filosofiche, nella ricca produzione di Zero. 

Sembra abbia avuto molto successo e per me se lo è meritato tutto. Ora non vedo l’ora che il viaggio continui con le altre storie o storie inedite. Bravi tutti. 

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domenica 13 febbraio 2022

Sempre più bello - la nostra recensione!

La nostra eroina affronta una nuova operazione importante che le permetterà di avere nuovi polmoni e sogna di riabbracciare la nonna (Drusilla Foer), con cui non parla più da molti anni. Intanto prende corpo la possibilità di trasferirsi in una casa con il suo amato scenografo mentre la sua coppia di amici, intrippata nel progetto di aprire un Bed & Breakfast, vive l’esperienza surreale di occuparsi di una bambina neonata abbandonata da una madre strampalata. Tutto sembra “sempre più bello”, ma l’intervento potrebbe non essere l’ultimo capitolo dei problemi di salute della nostra protagonista e forse i contrasti con la nonna non potranno appianarsi. 

Abbiamo visto Sul più bello, Ancora più bello e questo  film non è davvero “sempre più bello”. La formula iniziale della “trilogia”, legata alla felice intuizione di un cast giovane e fresco, unito in una “famiglia Modena”, che vive la quotidianità con una leggerezza giusto velata da un alone di malinconia legato allo stato di malattia di una di loro (sulla linea di Colpa delle Stelle), non sembra più funzionare a dovere. L’ultimo capitolo manca un po’ di frizzantezza e riesce invece benissimo a perdersi nei mille rivoli di un quotidiano piatto quando a volte abbastanza devastante. I nostri giovani protagonisti (sempre simpatici e bravi la Francesconi, la Masciale e Gjura, mentre Commare è davvero troppo, troppo spaesato), devono fare il trasloco, imparare a conoscere nuovi amori, scoprire la voglia di maternità, cimentarsi con il primo lavoro da insegnante, sperimentare nuove convivenze non prima di aver scelto una casa, fatto il rogito, allacciamento gas, scelta dei mobili, il pranzo a casa dai suoi, i problemi di aprire una fideiussione per gli Under trenta, nonna che non apre agli estranei e chiama la polizia, l’insicurezza delle relazioni aperte… Sarà anche colpa della colonna sonora a base di tre note ripetute da pianola Bontempi stile il telefilm francese “Primi baci” degli anni novanta, ma ci sono momenti in cui la centrifuga della lavatrice di casa dipinge sull’oblò scenari molto più travolgenti dell’ultima pellicola con protagonista la Amelie torinese affetta da “mucoviscidosi”. Ed è un peccato, perché il cast c’è e funziona (a parte Commare, che speriamo di rivedere più in forma), ci sono dei momenti anche intensi (come quelli con protagonista Drusilla Foer), ma la fantasia sembra essersi spenta o persa per strada. Si ride poco, si vive un quotidiano piatto e quando “ricompare la malattia” sembra quasi un meccanismo ricattatorio. Quindi no, questo film non è “Sempre più bello”. Ma chi può dirlo, un futuro “Ancora sempre più bello” potrebbe aggiustare il tiro e far perdonare gli scivoloni di questo capitolo tre. Perché siamo innamorati pazzi di Ludovica Francesconi, ma troviamo che anche la sua sinergia con Gaja Masciale e Gjura funzioni ancora benissimo. Forza e coraggio. 

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giovedì 10 febbraio 2022

Assassinio sul Nilo : la nostra recensione del film diretto e in interpretato da Kenneth Branagh

 


Ama gli schemi e le simmetrie il vanitoso investigatore Poirot (Kenneth Branagh) e per questo gli basta un’occhiata rapida a quanto avviene sulla pista da ballo di un celebre Night londinese per immaginarsi quello che dovrà passare da lì a qualche mese, quando sarà convolto in una crociera sul Nilo. Accompagnati da una orchestra jazz e dalla voce suadente di Salome Otterbourne (Sophie Okonedo), un uomo e una donna ballano appiccicati, si toccano, si perdono nei loro sguardi e quasi sembrano fare l’amore. Lui è un giovanotto con i baffetti in cerca di lavoro di nome Simon (Armie Hammer, visto in Lone Ranger). Lei è una rossa fascinosa di nome Jaqueline (Emma Mackey, vista nella serie Sex Education), amica di una giovane e ricchissima ereditiera di nome Linnet (Gal Gadot) che può offrire a Simon quel lavoro. In un attimo la musica cambia, entra nel Night la stessa Linnet ed è bellissima, quasi una dea. Il mondo si ferma per ammirarla nel suo abito da sera luccicante. Nel giro di dieci minuti sono lei e Simon che ballano appiccicati, si toccano, si perdono nei loro sguardi e quasi fanno l’amore, con Jaqueline incredula che assiste alla scena. La stessa perfetta simmetria di movimenti tra il primo e il secondo ballo, ma con in mezzo un cuore infranto. Cambio di scena, mesi dopo, Poirot si trova in Egitto, a contemplare la simmetria perfetta di una piramide millenaria. La osserva in una mattina assolata ponendosi seduto davanti, al vertice, mentre si prepara a degustare le sue due uova sode cotte alla perfezione lisciandosi i suoi simmetricamente perfetti baffi affusolati, mentre qualcosa arriva a turbarlo, irritarlo. Un aquilone verde maneggiato da un matto che va a rovinare la sua visuale perfetta della parete liscia della piramide, deturpandola come una crepa. Il tizio con l’aquilone si rivela essere l’amico Bouc (Tom Bateman), che poco prima lo aveva coinvolto in un travagliato viaggio sul leggendario Orient Express (trasposto dal libro al film di Branagh del 2017) e ora vuole portarlo a vivere una nuova avventura sul Nilo, al seguito di un viaggio di nozze. Si sposano proprio l’ereditiera Linnet e Simon e Poirot è chiamato a gestire l’eventuale arrivo di Jaqueline, che da tempo minaccia la coppia e potrebbe essere armata e pericolosa.


Hanno il fascino dei grandi film di avventura alla Lawrence D’Arabia e Indiana Jones, i nuovi film diretti e interpretati da Kenneth Branagh ispirati al ciclo dell’ispettore Poirot di Agatha Christie e sceneggiati da Michael Green (autore non a caso di film Disney dallo stesso “charme” come Il richiamo della foresta e Jungle Cruise). La fotografia dai colori caldi di Haris Zambarloukos, la colonna sonora avvolgente di Patrick Doyle e il montaggio raffinato di Una Ni Dhonghaile sanno portarci in un attimo in quel mondo tra storia e fumetto, romanzo di avventura e noir. Come a sottolineare le ulteriori affinità con questa amatissima oasi della narrativa cinematografia. al di là degli scenari esotici in cui si svolgono le vicende, in questo secondo episodio il prode investigatore di Branagh ci viene introdotto anche con una vera e propria origin-story “sui suoi baffi”, ambientata tra le trincee della prima guerra mondiale e che ci rimanda simbolicamente alla storia del “cappello” del terzo Indiana Jones. È un avvio molto bello e ben riuscito, che subito ci mostra un Poirot “in azione”, geniale quanto tragico, perennemente condannato a seguire il verbo della razionalità e degli schemi per non crollare in un mare di malinconia e trovarsi così in balia dei sentimenti. Se il nostro eroe avventuroso apre le danze del racconto, tutto si ferma al passaggio della nostra tragica eroina noir. Bellissima quasi da svenire, la divina Gal Gadot è una Linnet altrettanto ambivalente. Donna forte quanto fragile e sola, Linnet un po’ per gioco e un po’ per vanità finisce per trasfigurarsi in una perfetta Cleopatra, fino a condividerne anche il tragico destino all’ombra della Valle dei Re. L’attrice israeliana come sua consuetudine dona molto cuore al personaggio. Ce la fa vedere goffa e infantile mentre si spoglia dei vestiti regali per apparirci come una donna piccola e quasi timida (nella scena in cui “impersona Cleopatra), ce la mostra desiderosa di abbracci che arrivano sempre troppo avari e tristi, mentre vaga sulla sua barca regale, con tutti che si divertono, senza riuscire a parlare con nessuno. 


Sono forse Poirot e Linnet la diade perfetta che guida emotivamente questo film corale: i personaggi che più di tutti vivono lo scostamento tra l’apparire forti quando il sentirsi fragili, irrisolti. Il resto del cast è ben calato nella parte e rispecchia abbastanza fedelmente nella caratterizzazione la fonte originale, anche permettendo nel corso della narrazione interessanti digressioni su temi come l’omosessualità e questioni razziali. Ma il film di Branagh sa essere soprattutto il giallo pieno di azione, dialoghi serrati e colpi di scena che ci aspettavamo di vedere anche in virtù dei virtuosismi di regia di cui il regista britannico aveva già dato sfoggio in Assassinio sull’Orient Express. Come i vagoni del treno protagonista della precedente pellicola sapevano risplendere di ogni dettaglio quanto offrire un set molto dinamico e idoneo all’azione, grazie a un uso della macchina da presa estremamente mobile e a tratti vertiginoso, la nave Karnak che viaggia placida sul Nilo ci viene fatta esplorare grazie a continue riprese aere effettuate con droni, piani sequenza sullo stile di Wes Anderson e un intrigante mix di effetti speciali di contorno. Grazie a tutti questi artifizi Branagh di nuovo a gestire la scena come un palco teatrale (il suo luogo ideale in quanto regista di molte rappresentazioni Shakespeariane) senza farci mai sentire intrappolati in una narrazione investigativa per lo più statica, al netto del fatto che Assassinio sul Nilo è un romanzo più “movimentato” del precursore, con sontuose scene che si svolgono anche nella valle dei Re e all’ombra delle piramidi. Anche qui l’effetto “cartolina” di molte inquadrature esterne, che descrivono per lo più la flora e fauna che segue il corso del fiume al di là degli eventi principali, è un qualcosa di fortemente ricercato, elegante e gustosamente in contrasto con la catena di omicidi che presto andrà ad avviarsi. Omicidi rappresentati qualche volta anche in modo particolarmente sinistro e cruento, con una messa in scena dai contorni anche orrorifici, ma che non riescono comunque a mettere in secondo piano le altrettanto spietate strategie investigative del nostro baffuto detective. Il Poirot di Branagh quando mette in funzione la sua mente logica durante un interrogatorio, sembra agire come un vero tritacarne, calpestando con la sua razionalità ogni logica emotiva di chi lo ha di fronte, fino quasi ad apparirci come un mostro. Poi ce lo vediamo magari dormire con sugli occhi una buffa mascherina che riproduce il disegno dei suoi baffoni, ma “mentre lavora” Poirot è un autentico Terminator, umanamente assente quanto implacabile più di un’arma da fuoco. 


Alla fine, come per Assassinio sull’Orient Express, è il mondo interiore del detective il vero “effetto speciale” della pellicola e Branagh costruisce una narrazione visiva che ci permette in pieno di calarci nel “detective” Poirot, facendoci sentire arguti nell’individuare indizi sapientemente evidenziati quanto cinici nel trarre le conclusioni su un possibile assassino. Senza aver già letto il giallo è possibile dalla visione della pellicola andare piuttosto vicino alla soluzione della matassa e questo è un indubbio merito della regia di Branagh.

Il nuovo film sulle avventure di Poirot fa sfoggio di un ottimo e variegato cast di interpreti, scenari da cartolina e una costruzione narrativa appagante sia sul piano della narrazione investigativa che dell’approfondimento psicologico dei personaggi. Il film ha una durata che sia attesta sulle due ore ma il ritmo non viene mai a mancare, anche grazie a molto riusciti e dinamici artifici di regia. Non vediamo l’ora di vedere nuove avventure del baffuto Poirot.  Talk0

martedì 1 febbraio 2022

Nightmare alley - La fiera delle illusioni: la nostra recensione del film diretto da Guillermo del Toro

(la verità è un’illusione, gli incubi sono reali)

(Sinossi) Siamo alle porte della seconda guerra mondiale, in una provincia americana umida e rurale concreta e disincantata che staziona nei pressi della ruota panoramica di una fiera itinerante con annesso “freak show”. Arriva da lontano con il viso nascosto sotto un capello, è avvolto in un lungo impermeabile e ha l’aria di uno in fuga. Ha spalle grosse, fisico asciutto e occhi azzurri, lo straniero da poco arrivato sotto i tendoni del circo in cerca di lavoro che si fa chiamare “Stan” (Bradley Cooper). Non è “forzuto” come il capo della baracca, Bruno (Ron Perlman), o carismatico quanto “Major Mosquito” (Mark Povinelli), l’uomo-mosca più piccolo del mondo. Non è  un ballerino snodato quanto l’uomo-serpente e non ha certo la verve della donna ragno o il fascino misterioso della creatura infante a tre occhi rinchiusa in un barattolo di nome Enoch. Ma lo straniero riesce subito ad affascinare tutti, compresa la sensuale chiromante Zeena (Tony Collette) che immediatamente si prodiga per offrirgli un bagno caldo a 10centesimi (in una scena che farà felice il pubblico femminile più birichino). Stan accetta come accetterebbe ogni uomo sulla terra in quelle circostanze, però non è troppo preso dalle dolci attenzioni della donna. Rincorre piuttosto il sorriso triste e il fare impacciato dalla timida donna-elettrica Molly (Rooney Mara). Ama passare ore e ore ad ascoltare e imparare dal mentalista Pete (David Strathairn) e soprattutto non si tira indietro quando c’è da entrare in azione per il bene di tutto il gruppo, se capita di inseguire nella casa degli orrori il pericoloso uomo-bestia (il Geek), evaso dalla sua gabbia di ferro, paglia e polli vivi. Stan è un uomo curioso, ricettivo, ambizioso e sembra davvero credere a tutta la “magia” che scaturisce da quel piccolo rifugio al di fuori del mondo, abitato da donne barbute, ladri matti e disperati. Giorno dopo giorno scopre di poter somigliare ancora di più a loro, essendo in qualche modo portato per diventare anche lui un mago. È una vera svolta, ma l’uomo si fa presto sedurre fatalmente dalla possibilità di usare le tecniche apprese dal libro di Pete per ingannare il prossimo, inscenando degli spettacoli di spiritismo. In preda dell’ambizione, Stan lascerà tutto alle spalle, diventerà un veggente famoso e  troverà sulla sua strada una bionda dark lady (Cate Blanchett), di professione psicologa, che presto sarà sua complice e lo condurrà in una tortuosa spirale di potere ed ebbrezza. A un passo dalla grandezza come dall’autodistruzione. 

 


(Dal libro al film una diversa idea di “magia”) Il noir con venature “magiche” La fiera delle illusioni, scritto nel 1946 da William Lindsey Gresham e che potete leggere oggi in italiano grazie alla Sellerio, ricevette subito un enorme successo in patria e subito una trasposizione cinematografica. L’autore nel suo libro mette in scena una storia abbastanza classica per il genere a base di truffe, manipolazioni e mentalismo, ma più volte sposta la nostra attenzione sul mistero, raccontandoci lo stupore con cui un uomo comune scopre la possibilità di percepire il mondo e le persone in modo più ampio. C’è il mondo del circo con i suoi rituali e segreti, ma anche con la sua profonda umanità. C’è un aldilà muto, da cui le persone più impensabili sono disposte a pagare pur di avere delle risposte. C’è il mondo interiore di ognuno, che può essere messo a nudo dalla psicologia quanto, drammaticamente, da delle banali ricerche statistiche/probabilistiche che poi diventano il pane per manipolare le persone. Sono tre mondi vicini al reale ma per il nostro protagonista nuovi, seppur tutti dipendenti da un mondo ulteriore, il “destino”, che in ogni noir e poliziesco che si rispetti sembra seguire la massima legge di Murphy: “se qualcosa deve andare male, ci andrà”. 

Guillermo del Toro è forse uno dei massimi cantori cinematografici dell’immaginario narrativo di Lovecraft, al pari di John Carpenter e del compianto Stuart Gordon. C’è l’inconfondibile ombra del genio di Providence nella sua trasposizione cinematografica dell’Hellboy di Mignola, come tra i mostri abissali di Pacific Rim e gli uomini-anfibi de La forma dell’acqua. Lovecraft, nei suoi racconti, immaginava non solo “mondi”, ma interi universi “oltre il reale e il comprensibile”, mettendo in scena soprattutto il tormento ed estasi di non poter mai decifrare fino in fondo la realtà. Lovecraft non scovava dietro la magia (solo) un “trucco”, quanto una consapevolezza non ancora alla portata della ragione. Per questo motivo, quando ci approcciamo di solito a un nuovo film di Del Toro, in qualche modo pregustiamo il dischiudersi di una precisa finestra sul fantastico, dietro cui ci possiamo aspettare folletti, fantasmi, diavoli senza occhi e creature gigantesche dagli infiniti tentacoli. Creature da sogno e da incubo che proprio per il loro essere “oltre il reale”, spesso trovano cittadinanza in un vicino mondo parallelo: interiore, emotivo oppure onirico. Un luogo di confine “conosciuto e condiviso” anche dalla Fiera delle illusioni Gresham, dove forse non è sempre possibile una via di fuga dalle molte prigioni esistenziali del “reale” (come quelle de Il labirinto del Fauno), ma da cui si può forse ottenere delle risposte più poetiche sul “perché stiamo al mondo”. Non occorre che i mostri siano “mostri reali”, perché non ci sono diverse realtà in contrapposizione. C’è nel libro di Gresham una “boccata di magia” in senso positivo, ma questa si avverte solo all’inizio, al primo contatto di Stan con le tecniche mentaliste, prima che si riveli il “trucco” e su questo aspetto Del Toro cerca di sparigliare il romanzo e farlo suo. 


Il regista non è molto interessato alle fughe e inseguimenti con cui si sviluppa in divenire il libro di Gresham, preferisce legare la pellicola a doppia corda tanto con la sua idea di “magico lovecraftiano” che alla sua passione per il romanticismo gotico (visto anche di recente in Crimson Peak). Del Toro certo esprime un particolare occhio di riguardo anche per il lavoro di pregio svolto nel primo adattamento dell’opera al cinema, quello con la regia di Edmund Goulding, realizzato nel 1947 a solo un anno dal libro. Era anche quello una semplificazione del lavoro di Gresham, di certo dall’aria più “accomodante” del lavoro di Del Toro, ma si faceva soprattutto notare per una rappresentazione del mondo circense apprezzata da alcuni critici come sullo stesso livello del classico Freak di Tod Browning. Sul piano estetico Del Toro punta a ricreare una simile impostazione visiva, vintage fin nella scelta di una fotografia pensata per avere fascino anche alla proiezione della pellicola in bianco e nero (evento per ora solo previsto in America in un piccolo circuito). Sul piano poi della caratterizzazione dei personaggi, Del Toro dona allo Stan di Bradley Cooper l’eleganza, la canottiera che mostra i muscoli e la sigaretta sempre in bocca, da vero “duro”, di Tyron Power. Fa sì che la diva Cate Blanchett abbia lo stesso charme della diva Helen Walker. Coerentemente come nei film del passato e in contrapposizione alle regole moderne, che per questo chiedono delle restrizioni di pubblico, nella Fiera delle Illusioni “tutti fumano”, continuamente, in qualche modo per alimentare (come l’espediente originale si imponeva nei noir classici) l’alone di mistero e “vizio” dei personaggi. Per caratterizzare lo Stan di Cooper, Del Toro sceglie poi di “giocare in casa”, facendo convivere in lui i tratti del personaggio interpretato da Rupert Evans nel suo primo Hellboy, quanto i tratti del Michael Shannon de La forma dell’acqua. Il personaggio di Evans era il “pesce fuor d’acqua”, l’uomo razionale che scopre di colpo che nel mondo esiste il “magico” e cerca di adattarsi. Il personaggio di Shannon era l’uomo senza scrupoli che cercava di controllare l’elemento magico per il proprio interesse, in modo cinico, a costo di distruggerlo. Del Toro sceglie di far vivere il personaggio di Bradley Cooper tra questi due estremi e per questo cambia la struttura del libro per mettere in scena uno spettacolo di stampo più “contemplativo/esistenziale”. Lo rimodella  in una struttura in due atti più un breve finale e sacrifica tutta la meccanica “dai risvolti action” (oggi diremmo alla Final Destination) legata a come la lettura dei tarocchi potesse aiutare a predire il futuro aiutando il protagonista nella sua lunga fuga. 

 


(La messa in scene) 

La fiera delle illusioni è un film visivamente affascinate, che per molti versi nella sua prima parte non si discosta dalla tavolozza di colori che Guillermo Del Toro predilige per molte delle suo opere. 

La prima parte del film è quasi “zen”: parla della coesistenza di Stan con il piccolo mondo degli artisti dei tendoni, alla ricerca di un nuovo equilibrio tra se stesso e il mondo che lo circonda. Qui Del Toro ha afflati vicini al malinconico Il più grande spettacolo dei mondo di Cecil B. DeMille. Trovando poi perno nell’amorevole burbero di Ron Perlman e nel solare e fragile personaggio interpretato da Rooney Mara, il regista sembra strizzare l’occhio anche a La Strada di Fellini. Al di fuori di questi possibili omaggi, c’è “puro Del Toro” nelle scene che descrivono la vita quotidiana tra i tendoni dei freak. Sia sul lato delle atmosfere “quotidiane” del mercato dei mostri di Hellboy - The golden Army, quanto della rappresentazione di un degrado umano (nella figura del Geek) che si sviluppa in un modo non dissimile dall’ultima pellicola prodotta da Del Toro, Antlers

La seconda parte del film ci mostra un luogo diverso e uno Stan diverso, che baratta la canottiera per i completi firmati e dei baffetti curati alla Clarke Gable. La pellicola diventa a tutti gli effetti un film noir dai contorni psicologici, pieno di ricconi eccentrici, delitti e inseguimenti e con una femme fatale, interpretata magistralmente da Cate Blanchett, che diviene speculare alle ambizioni del protagonista: un personaggio come lui fragile e irrisolto, con cui competere “nell’ebbrezza”. 

Visivamente siamo lontani anni luce dai colori del circo e sembra quasi di trovarsi in una detective story di stampo molto classico, particolarmente carica di dialoghi e atmosfere rarefatte. Il ritmo cambia, cambiano i personaggi in scena e quasi per un istante il film si ferma. In un momento quasi “dissacrante”, ma sublime, che apre al finale. La storia assume contorni molto meno favolistici, ma grazie alla mano di Del Toro c’è sempre un alone di soprannaturale a permeare il tutto. 

Le due metà della pellicola rimangono così  in tensione tra di loro, al pari della lotta interiore di Stan per la sua identità, conteso tra due destini e due donne, in un ciclo continuo di stupore e delusione, manipolazione e contro-manipolazione, “magia” e “trucco”, cartomanzia/mentalismo  e psicanalisi. Nella seconda parte lo stupore e il “dolore” del perdersi nel fantastico, come ne Il Labirinto del Fauno, offrono sensazioni particolarmente forti, che riescono a sposarsi con un certo gusto per il grottesco che pervade in tutte le “imprese” di cui si fa protagonista il torbido personaggio (secondario ma non troppo) interpretato da Willem Dafoe. 


 

(Finale)

La pellicola parte travolgente, con una narrazione corale avvolgente che deve molto al personaggio di Tony Collette (che per qualcuno potrebbe anche omaggiare un simile personaggio presente in Fun House di Tobe Hooper). La seconda parte è stimolante anche se si presenta forse un po’ lunga, ma il film riesce a riprendersi e armonizzarsi nella parte finale. Molto dolce il personaggio di Rooney Mana, complessa e altera Cate Blanchett. Bradley Cooper dà corpo a un antieroe tragico quanto sensuale, che fin dalle prime scene riesce a infiammare il pubblico femminile in una scena dall’alto tasso erotico. 

Nightmare Alley è una pellicola molto ben costruita, tanto sul piano visivo che narrativo, probabilmente destinata a fare incetta di premi e riconoscimenti in giro per il mondo a partire dal suo affascinate reparto artistico, tra la fotografia a luci soffuse di Dan Laustsen alle musiche di Nathan Johnson (alla sua prima collaborazione con Del Toro) ai costumi di Luis Sequeira. Quando il “tocco magico“ di Del Toro trasporta questo noir nel territorio della favola, seppur centellinando questi passaggi, il film riesce a stupire e qualche volta davvero a incantare. 

Le due ore e mezza di durata passano velocemente, anche se si può riscontrare un calo del ritmo nella seconda parte. Un nuovo grande film da gustare al cinema, con lo charme dei grandi classici del passato. Dopo Freaks Out di Mainetti, presto in home video, un tendone del circo dei primi del ‘900 e il suo mondo di donne barbute, maghi e forzuti, tornano ad essere lo scenario ideale per ritornare a contatto con la sala cinematografica dopo il triste periodo del covid 19. 

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sabato 29 gennaio 2022

Grand Isle: la nostra recensione di un piccolo thriller “sexy” con Nicolas Cage


America, intorno agli anni ‘80,cittadina di Grand Isle. Ma chi è così pazzo da voler riparare il cancelletto di casa, quello in legno, basso e verniciato di bianco stile Peanuts, attaccato con un paio di chiodi e lo sputo, quando è previsto che arrivi di lì a tre ore un maledetto uragano? Perplessità a parte, questo tizio paga 200 dollari ed è l’uomo giusto per quel bietolone in bolletta di Buddy (Luke Benward), che in un caldo pomeriggio si presenta per il lavoro sotto il porticato del reduce del Vietnam Walter (Nicolas Cage). Non è che i due “si prendano tantissimo”. Walter è un simpatico sociopatico che dopo i primi convenevoli si mette a giocare al tiro al bersaglio con il suo fucile, facendo esplodere bottiglie di vetro a pochi centimetri dalla testa di Buddy, perché lo trova “irritante”. Buddy di suo è in effetti un cretino irritante, perché si è presentato sul luogo di lavoro vestito come l’idraulico dei film porno e non fa nulla per non attirare “un po' troppo” l’attenzione della milf ultra-arrapata moglie di Walter, Fancy (KaDee Strickland). 

La situazione è tipo questa che segue. Con Francy che sculetta fino alla staccionata in lingerie trasparente dicendo a Buddy: “La vedo tutta sudato, se vuole gliela do”. Con Buddy che risponde: “è davvero molto succosa la sua…limonata”. Con Walter che subito dopo esplode qualche colpo contro le bottiglie, cercando di uccidere “per sbaglio” il bietolone. Il tono è questo fino a quando arriva “a sorpresa” l’uragano e il nostro Buddy è costretto a passare la nottata presso la allegra coppietta in una casetta che pare il set di Psycho. Riuscirà il nostro eroe a trombare o a farsi impallinare o un mix delle due cose?


Stephen Campanelli nel 2019 è al suo terzo film da regista ma è una specie di leggenda come cameraman fin dagli anni ‘80, diventando presto collaboratore fisso di Clint Eastwood, di tutti i suoi film dai Ponti di Madison County del 1995 fino all’ultimo Cry Macho del 2021. Nel 2019 il grande Nicolas Cage, tra il film con cui combatte con un coguaro su una nave (Primal) e quello in cui combatte contro un alieno a colpi di arti marziali in un bosco (Ju Jitsu), decide di partecipare a questo strano thrillerino “vagamente erotico” per interpretare un interessante pazzo misogino e malinconico, che appare da subito decisamente nelle sue corde. Walter è rabbioso, bipolare e sempre armato, forse proprio per compensare una vita davanti alla quale si sente impotente, tradito e abbandonato: “castrato dalla società”. Cage lo fa muovere nell’ombra come un mostro, quasi fosse un personaggio uscito da Non aprite quella porta, giocando sui continui sbalzi di “umore e amore” che costantemente scatena tra le quattro mura di questa villetta di campagna cigolante e piena di sinistri lucchetti alle porte. KaDee Strickland, attrice nota per lo più per serie televisive come Private Practics, interpreta un personaggio non meno di impatto: una moglie ambigua quando complice e “doppio perfetto” del personaggio di Walter. C’è grande intesa tra Cage e la Strickland e i due si scambiano sovente il ruolo di mattatori sopra le righe, per lo più ai danni del povero Luke Benward che davanti a loro appare sempre più come un topolino con cui giocare, da amare o spaventare a seconda del “modo scelto” per farlo impazzire. Cage esibisce i suoi fucili e il suo sigaro, la Strickland guêpière, vestiti trasparenti e un trucco da diva del burlesque. Fancy, sentimentalmente frustrata esprime con queste armi una carnalità incandescente e bulimica, alla continua ricerca di relazioni e contatti. Deve poter sedurre con lo sguardo, coccolare e abbracciare come una madre, muovere sberle come donna ferita, ma il film spesso non glielo concede. Francy viene perennemente castrata nella femminilità non solo dalla trama ma anche “artificialmente”, da un montaggio che letteralmente taglia le situazioni più spinte e cerca di adombrare le anatomie più birichine. La sensualità persiste ma sottotraccia, come i segreti che si celano tra gli scantinati della casa. L’ambientazione è molto bella, stimolante e visivamente ricca: frutto dell’indubbio bagaglio tecnico del regista. La componente horror/thriller arriva da suggestioni inizialmente pruriginose, un po’ come nella celebre fiaba di Barbablù, e per questo l’essere solo “vagamente erotico” è senza dubbio il peccato mortale della pellicola. Tra eros e thanatos, Grand Isle gioca su un senso di castrazione e insoddisfazione continua, che affligge la coppia protagonista e progressivamente si propaga al piccolo paesino fino a coinvolgerci come spettatori, in un finale che appare “per noi” anche “narrativamente castrato”, involuto quanto tragico. Un finale forse un po’ “tagliato via”, negli ultimi 10 minuti. 

Anche se può essere una scelta “creativa” coerente, seguire questa “strada della castrazione”, con un po’ più di scene erotiche e di azione Grand Isle poteva risultare un prodotto più completo, appagante e memorabile. Allo stato attuale la pellicola rappresentata più un esercizio di stile in attesa di futuri lavori più a fuoco, ma questo non toglie che la visione possa risultare gradevole. 

Campanelli porta in scena un piccolo thriller ben confezionato sul lato tecnico quanto forse un po’ acerbo nella narrazione, che ogni tanto procede a strappi e non sa appagare al meglio le aspettative dello spettatore. Sicuramente un b-movie, ma con buoni interpreti e un buon ritmo, con un Cage oscuro e straripante e una Strickland da sogno. L’intesa tra i due è un piccolo spettacolo che premia dei novanta minuti di visione. 

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Nota di Stile: Cage esibisce per il suo veterano del Vietnam sociopatico una pelata con capello lungo e baffoni da biker anni ‘70 da antologia.