sabato 13 giugno 2020

Chinese Zodiac - la nostra recensione dell'Indiana Jones di Jackie Chan





J.C. (Jackie Chan), conosciuto anche come  "Condor" o "Asian Hawk" (un po' come lo Hudson Hawk di Bruce Willis, che infatti diceva ispirarsi a Jackie Chan) è il super ladro mercenario per eccellenza del team di "cacciatori di tesori" al soldo di una losca organizzazione criminale che, sotto una facciata istituzionale onesta, recupera tesori e ruba opere d'arte per poi replicarle e vendere i falsi alle case d'asta per miliardi. L'affare del momento sono le statue del cosiddetto Zodiaco Cinese del Palazzo d'Estate di Pechino, rubate a metà dell'800 dagli occidentali e finora rimaste nascoste nelle collezioni private. Nello specifico, 12 teste in bronzo che facevano parte di una fontana, per i cinesi rubate dagli occidentali franco/inglesi in modo vigliacco e deliberato e per gli occidentali legittimo bottino di una guerra in cui erano stati trascinati dentro, che ora si vuole scovare per il mondo e rivendere alla Cina. Più teste di bronzo si recuperano, più soldi finiscono nelle tasche dei ladri/cacciatori di tesori. Dal palazzo francese di alcuni nobili decaduti al relitto di una nave europea nascosta su un'isola misteriosa, fino alle pendici di un vulcano, l'Asian Hawk e il suo team si cacceranno nelle situazioni più assurde ed estreme. La presenza nel gruppo di una esperta d'arte che vuole davvero che il tesoro torni in Cina, per una questione culturale e non per profitto, metterà però in crisi il modo di pensare dei ladri. 
Chinese Zodiac è conosciuto anche come Armour of God 3, con il personaggio di Asian Hawk che fin dal doppiaggio italiano viene chiamato con un semplice "J.C". I capitoli 1 e 2 sono inediti in Italia ma non ci sono per questo problemi di comprensione di trama, che è un po' sempre la stessa: Jackie Chan è un super ladro alla Lupin, che utilizza un sacco di tute, rampini e trucchi elusivi per impossessarsi di un bottino che spesso lo porta alla James Bond a girare per il mondo e conoscere persone di altri paese. Non mancano tanti giocattoli alla Bond, macchine "speciali" comprese. Sono film dall'animo internazionale quindi, spesso figli di una buffa visione degli occidentali da parte dei cinesi. Ok... ho capito che ve ne parli almeno un po'..



Nel primo Armour of God, del 1986, coproduzione di Hong Kong con la Jugoslavia, Asian Hawk cercava appunto una "Armatura di Dio" nelle mani di una setta di fanatici religiosi tra i boschi e castelli iugoslavi, piena di monaci psicopatici vestiti come nel medioevo, ma che tra le loro fila avevano anche delle Killer di colore da pura blackspoitation. Era molto fumettistico ma anche divertente, nel 1986, ossia 34 anni fa, Jackie aveva appena girato il capolavoro Police Story, quello con lo stunt folle in cui cadeva indenne da un palazzo, al massimo della forma fisica e delle arti marziali. Armour of God 2 - Operation Condor è del 1991, e ricordo che in Italia è stato "sdoganato" per lo più dal 1995, anno di Terremoto nel Bronx.



Il capitolo 2 alza il tiro, con una caccia al tesoro che incontra scenari che passano dalla Spagna, il deserto del Sahara e una surreale "Volcano Island", alla ricerca di un tesoro trafugato della seconda guerra mondiale. J.C. più che Indiana Jones  è a tutti gli effetti un precursore di Lara Croft e Nahan Drake, diremmo un ipotetico compagno di merende del Jack T. Colton di Michael Douglas, ma alla fine combatte pure lui i nazisti, anche se moderni, con pure un epigono di Hitler come boss finale. Il nostro eroe si divide tra inseguimenti in auto a Madrid, strani percorsi di scivoli e tizi buffi finto-aborigeni nella cartoonesca Volcano Island, ruzzolate tra le due e corse sui dromedari in Marocco. Il tutto sfoggiando oltre che un fisico da paura anche degli occhialoni da sole giganteschi, tipici anni '80, che il Tom Cruise di Top Gun ancora gli invidia. 
Ed eccoci al terzo film, del 2012, un anno dopo il remake di Karate Kid con protagonista il deprimente figlio di Will Smith, che grazie a Dio sembra ora aver messo in soffitta la carriera di attore. Jackie ha però girato nello stesso periodo Little big soldier, uno dei suoi film più belli e maturi, è diventato ulteriormente più famoso "interpretando" Scimmia in Kung Fu Panda e soprattutto è arrivato al film numero 100, proprio questo Chinese Zodiac, che sceglie anche di dirigere personalmente. È un ritorno ai film più ingenui del passato, tanti colori, roba buffa e Amarcord. Anche qui c'è una visione degli occidentali che è tutta matta, ci sono pirati asiatici che paiono usciti da One Piece (con tanto di cosplayer di Jack Sparrow), scene assurde su scivoli alla Goonies (c'è pure un effetto grottesco che di un tratto rende i pirati di cui sopra come Sloth dei Goonies), inseguimenti e giri del mondo. Ma è se vogliamo anche qualcosa di diverso per approccio


Qualcuno si ricorderà certamente di The Tuxtedo, del 2002, arrivato da noi come Lo smoking. Jackie Chan impersona un tizio che per qualche motivo si trova tra le mani un tuxtedo da 007 ultra hi-tech, che permette a chi lo indossa di muoversi come un abilissimo campione di arti marziali... come Jackie Chan. In pratica la pellicola è tutta una gag con Jackie Chan che fa facce buffe mentre il suo corpo avvolto dal tuxtedo si esibisce in complicatissime e precise tecniche marziali. 
In Chinese Zodiac ci troviamo 10 anni dopo The Tuxtedo, ma è sempre il vestito o "the suit", se preferite, a fare la differenza. Non potendo più muoversi veloce come 10 anni prima e limitando quindi le arti marziali a poche centellinate scene con sparring partner esperti, Jackie Chan rimane al centro della scena, oscurando il suo solito team di ladri acrobati a comparse e poco più, "indossando" ciclicamente, come un G.I. Joe, delle tute hi-tech che gli permettono di compiere azioni quasi supereroistiche. A inizio film c'è l'armatura a rotelle, che permette a Chan di sfrecciare sull'infinita discesa di una montagna dopo aver compiuto un colpo, in una scena così lunga, articolata e spettacolare che Vin Diesel Levati. Poi Chan usa una tuta che con un certo slancio gli permette di planare usando un paracadute retrattile, che una in una divertente scena in cui deve fuggire da alcuni cani mentre si trova in un labirinto verde, cercando le zone del tracciato che gli permettono più a lungo di planare. Poi c'è la "suit" finale, una specie di tuta che si gonfia per evitare l'impatto di una caduta da altezza folle, usata in una sequenza alla Point-Break. Sono queste scene "con tuta" il piatto forte, anche se faranno un po' storcere il naso a chi pensava che nel 2012 Chan potesse muoversi ancora come ai tempi di Terremoto nel Bronx. È un Jackie Chan che va incontro ai suoi limiti ma che nonostante tutto non riesce ancora bene a dividere la scena con stunt-man più giovani, seppure ci siano dei buoni tentativi, forse anche perché questo è il film numero 100. È un Chan, questo del 2012, che si farà aiutare per le scene action sempre più da effetti visivi che "spostano il Focus" dell'azione lontano dalle arti marziali  (anche solo una sparatoria è più facile di un combattimento corpo a corpo, se ci sono pure mostri colorati come in Bleeding Steel è meglio) o si concentrerà sempre più maniacalmente in poche scene marziali perfette, in film supportati da un cast che non lo mette più al centro dell'azione (come in Dragon Blade e in The Foreigner). In Chinese Zodiac c'è un Jackie Chan che se diventa "meno artista marziale", e che si scoprirà nel futuro (più) bravo anche sul lato drammatico (per quanto a livello drammatico abbia sempre avuto le sue cartucce), sa comunque mantenersi il buffo mattatore di sempre, con tempi comici perfetti e la mimica di Buster Keaton.
Insomma, gli vogliano bene a Jackie anche in questo Chinese Zodiac spensierato e per famiglie, pieno di colori, scene buffe e tanta matta azione, un po' alla Bond e un po' alla Heist Movie. 
Ne avevo sentito parlare come uno sfacelo, è in realtà un film più che discreto e carico di trovate visive, con al centro un artista marziale leggendario che, anche se un po' appannato, non ha ancora smesso di farci divertire e divertire anche le nuove generazioni. 
Talk0

martedì 9 giugno 2020

Le voci dell'acqua: la graphic Novel di Tiziano Scavi con i disegni di Werther Dell'Edera per la Feltrinelli Comics



Stravos sogna di volare, come il protagonista di 8 e 1/2, ma le sue sono ali finte, ali di Icaro, il suo destino è cadere al suolo, come la pioggia incessante del mondo in cui abita. Stravos è "acqua che cade", esattamente (in quanto ciclicamente capita a ogni uomo di cadere e morire) e biologicamente (in quanto gli uomini sono fatti per larga percentuale d'acqua), moralmente (in quanto la conoscenza di dover morire uccide il vivere) e inesorabilmente (perché a prescindere dai nostri sogni e aspirazioni siamo legati a un destino già scritto per noi). Nel battito d'ali che spinge Stravos al suolo, il nostro eroe può forse sentirsi comunque libero. Libero di interpretare la società di uomini formiche intercambiabili in uffici formicai. Libero di rimpiangere un amore mai compreso, di puntare il dito sui cattivi genitori che ne hanno minato il futuro, libero di immaginare la sorte degli altri e della storia, laddove anche se esistesse un futuro di immortalità qualcuno ce ne priverebbe per loschi scopi. Mentre cammina tra le vie di una città deformata e resa quasi intangibile, giusto tratteggiata, dall'acqua, sostanza maligna che lo "spinge inesorabilmente  verso il suolo", Stravos abbandona La protezione parziale di un ombrello (reale o "fantasioso") e la affronta sulla sua pelle, inizia ad ascoltare così le mille voci delle gocce e forse si immerge sempre di più nel "panta rei", consapevole di essere anche lui stesso "fluido".  Quale sarà la fine del viaggio del nostro eroe?


Tiziano Sclavi gioca con i suoi topoi più amati, non dimentica il suo caustico e nerissimo umorismo e ci travolge, come nel suo recente Dopo un lungo silenzio, in un incubo infinito, esistenzialista e senza uscita. Il papà di Dylan Dog ci parla di schizofrenia e malinconia, di una ricerca personale e sofferta della natura umana senza risposte né alibi, dove la gioia e la pace sono fugaci e legate alle "piccole cose" del mondo che ci circonda. Si sogna e si piange in una costruzione a flussi di coscienza che se da principio stordisce, una volta che viene addomesticata avvince, rapisce.  Dell'Edera crea tavole fugaci e frammentate a perfetta immagine del racconto. Nascono quadri visivi quasi impressionisti, in cui una incessante pioggia composta da piccoli tratti in bianco e nero svela appena il mondo del racconto, lasciandoci quasi il gusto enigmistico di "riempire i puntini" per rendere le immagini più leggibili, meno aliene. È un lavoro affascinante quanto misterioso, "primordiale", privo di campiture e gabbie, frutto di una continua sottrazione del dettaglio suggestivo dell'arte del non-finito alla Auguste Rodin. Nel micro-verso piovoso di Stravos, il nostro uomo in cammino verso l'amalgama liquido tra il destino, il mondo e se stesso, non mancano, come estetica kantiana e dylandoghiana impone, ai bordi delle strade gli amati freak sclaviani, i genitori-mostri, gli uffici geometricamente e disumanamente fantozziani, le persone che a parole si credono dall'esterno felici e realizzate che di colpo si sparano un colpo. Chi è avvezzo delle opere di Sclavi si può sentire in possesso di un codice interpretativo già ricco in cui destreggiarsi, ma Le voci dell'acqua non è opera che fa pagare un biglietto di ingresso ai nuovi lettori, si avvale di metafore universali e riesce a colpire ogni tipo di lettore.
Le voci dell'acqua è un'opera francamente imperdibile e indispensabile per tutti gli amanti (e non) degli universi di orrore e magia creati negli anni da Sclavi. Visivamente il lavoro di Dell'Edera è complesso e affascinate, graffiante ma anche sorprendentemente lirico. Sfogliatelo e per una mezz'ora fatevi trascinare nel suo mondo. Ne vale la pena. 
Talk0

lunedì 8 giugno 2020

The white storm - la nostra recensione di un classico action di Hong Kong del grande Benny Chan



C'è un momento molto specifico in cui si può essere sicuri di avere un buon amico. Quando ti trovi in una foresta Thailandese, sul ciglio di un salto da 200 metri che porta tra le acque paludose piene di coccodrilli affamati, con un narcotrafficante che ti punta la pistola alla tempia circondato da quaranta suoi sgherri armati e due elicotteri in volo con mitragliatrici min-gun puntate ai tuoi coglioni. Accanto a te, nella situazione di merda, due tuoi amici. Il mega trafficante con esercito ed elicotteri ti dice, indicando i tuoi amici: "Chi ammazzo? Magari il secondo lo risparmio, devi scegliere tu". E allora la brocca ti parte del tutto, inizi a razionalizzare l'irrazionalizzabile, pesi il "valore della vita" di entrambi, chi ha più da perderci a livello famigliare e di comunità, al netto dei torti che sicuramente hai fatto alla vita di uno o dell'altro e che vuoi espiare qui, ora, tra le fauci di un coccodrillo, il piombo di un bastardo e il fango dal cazzo di set naturalistico della tua decisione, la Thai-fottuta-landia, che si mischia al tuo piscio nel giorno più dimmerda della tua esistenza terrena. "Chi ammazzo? Se non scegli sparo a entrambi", ti dice calmo, quasi ridendo, ma con tutta la serietà di andare in fondo. Allora scegli e sbagli. Sbagli perché non c'è modo di fare la cosa giusta in quel momento, ma credi comunque di aver premuto tu il grilletto, qualcosa di quello che eri muore in quel momento e inizia il lato B della audiocassetta della tua vita, dove sai che arriveranno solo i pezzi più merdosi e che nessuno chiederà mai ai concerti. Il bastardo ride, spara, un tuo amico cade nel vuoto spinto dal piombo nelle fauci dei coccodrilli. Il bastardo mantiene la promessa, libera tutti gli altri, scompare con i suoi elicotteri e ti lascia lì a riflettere sull'esistenzialismo. 
Ci sono tre amici, amici veri che amano come tutti gli asiatici il karaoke e una serie TV di cappa e spada di cui ricordano a memoria la sigla. Uno è diventato un pezzo grosso in polizia (Sean Lau), uno è un piccolo poliziotto sottopagato (Nicholas Cheung, attore feticcio di Dante Lam, da The Best Stalker a Undeatable), uno fa parte del team ma è infiltrato (Louis Koo), da 6 anni, nel mondo della droga di Hong Kong e non ne può più, il "pezzo grosso" non vuole far finire mai la sua infiltrazione, sta diventando anche lui un criminale come le persone con cui passa tutta la sua giornata. Poi arriviamo alla scena del burrone in Thailandia, al centro di un'operazione andata alle ortiche che presupponeva la cattura del drug-lord conosciuto come il Buddha a 8 facce. Usciti da questa brutta situazione uno di loro diventerà un pezzo grosso della polizia, uno sarà un poliziotto sottopagato, uno vivrà con dei criminali fino forse a diventarlo anche lui. Tutti i ruoli si sono mischiati e l'amicizia sembra essere finita. 


So però che vi è rimasta una domanda in sospeso. Chi è davvero morto tra le fauci dei coccodrilli? 
Cecchi Gori HV e la Tuckerfilm, etichetta principale che distribuisce i film che hanno reso grande il Far East Festival di Udine, portano in home video un intricato e spettacolare thriller di Benny Chan. Un autentico congegno ad orologeria in cui action e dramma si mischiano in un appagante e spietato balletto tra micro e macro cosmo, confezionato nel migliore dei modi possibili e con un ritmo che una volta che ti prende non molla, ti rapisce.  
Benny Chan è un regista che si è fatto le ossa alla corte del leggendario Johnnie To (PTU, Election, A Hero never die) dirigendo alla sua prima pellicola, Moment of romance, il super-divo Andy Lau (Infernal affair, Detective Dee, Firestorm). Che la classe non è acqua lo ha dimostrato poi nei molti lavori per altri divi di Hong Kong come Jackie Chan (lo ha diretto in cosette leggere quanto in un capitolo della sua serie "seria" New Police Story) e Nicholas Cheung, che è riuscito pure a dirigere tutti e tre insieme nel 2011 in  Shaolin - la leggenda dei monaci guerrieri (arrivato anche da noi per gli amici di Minerva). Dopo Shaolin dirige con questo The White Storm, un film con protagonisti un altro tris di divi, il già citato Nicholas Tse, accompagnato da una coppia di grandi attori che ha fatto sfaceli, tra gli altri, con la saga di Overheard (di cui troverete qualcosa sul blog) Louis Koo (visto anche in Bullet over Summer di Wiston "Ip-Man" Yip) e Sean Lau (sempre A Hero never dies). Oggi The White Storm ha generato un sequel che è stato nominato agli Oscar come miglior film straniero, ma anche il capitolo numero 1 ha macinato i suoi premi, tra cui 5 nomination agli Hong Kong Film Festival del 2013.
Ci si affeziona in fretta al trio di protagonisti. Il burbero ispettore di Sean Lau è un omone rude ma dallo sguardo buono che ricorda Bud Spencer. Il piccolo poliziotto, sfigato e con madre malata, un generoso e con poche ambizioni interpretato da Cheung è la parte più gentile del gruppo. L'infiltrato di Koo è dolente, combattuto, costantemente in bilico verso la follia. Il materiale umano che i personaggi esprimono è denso, stratificato, complicato, al punto che nel film arriva quella che per me è LA "scena madre per antonomasia" ed è qualcosa di grandioso, inaspettato, così pazzesco che se ve ne parlo ci devo dedicare un pezzo a parte. Per me LA Scena madre è quasi meglio della scena con elicotteri e coccodrilli, a tutti gli effetti uno dei più roboanti selling point di una pellicola di sempre. Se amate i film drammatici troverete quindi in The White Storm tutta la profondità che cercare. Se amate gli action, troverete in The White Storm tutte le scene action che potete desiderare, dalle fughe sui tetti agli inseguimenti tra le paludi, passando per infiniti e viscerali scontri a fuoco sullo stile di A better tomorrow. Anche le auto "combattono" e diventano "oggetti di sviluppo drammatico", in una stranissima e originale scena ambientata in un porto, dove i nostri tre amici letteralmente si "prendono a botte, incidentandosi a vicenda", guidando ognuno una macchina diversa, in una sequenza che piacerebbe come spunto  a David Cronenberg per un ipotetico Crash 2 che dopo "l'amore sessuale" tratta di "amicizia virile". 
The White Storm ha molte facce diverse, è un riuscito e armonico mix di generi come solo l'Oriente riesce a confezionare. Migliora molto a una seconda visione, dove tutti i pezzi narrativi diventano noti e la "trasformazione dei personaggi" assume una luce ancora più netta. Una pellicola da non perdere. 
Talk0

giovedì 4 giugno 2020

Addio a Roberto Gervaso



L'ozio è padre di quei vizi che ce lo fanno amare.
L'ozio non ci fa fare quelle cose che non avremmo comunque fatto.

Talk0 & Gianluca


mercoledì 3 giugno 2020

Act of valor - un film di guerra che...No!



Un giorno qualcuno (voglio tacere misericordiosamente sui nomi, che tanto li trovate facilmente in rete) ha probabilmente detto qualcosa tipo: "Ma perché per fare un film che parla di super-soldati-americani dobbiamo chiamare a recitare degli attori? Non sono più assolutamente fichissimi, nonché reali e quindi "spontanei nell'interpretare loro stessi", i super-soldati-americani veri, rispetto ai bietoloni di Hollywood? Anche perché se poi vuoi vedere un film super-realistico che stringi stringi è una raccolta di super-vere sequenze di tattiche-militari-super-fighe, chettifrega se i super-soldati-americani non sanno recitare in quelle due-tre scene di raccordo tra una sparatoria notturna a infrarossi e un inseguimento con motoscafi con mitragliatrice? Potranno mai essere peggio di impresentabili incapaci come Scott Eastwood, Ed Skrien o Liam Hemsworth? Facciamo che quando devono "recitare" diamo al tutto un taglio documentaristico con loro che parlano di patria, lavoro e famiglia davanti a un barbecue ed abbiamo svoltato".
Credo la massima sintesi di come questa premessa si sia tradotta nel prodotto finale possa essere offerta da questa emblematica immagine di Act of Valor. 


Fanno "la boccuccia", imitano Adriano Celentano nella ricerca di un mood indifferente ma sborone, ma soprattutto sono sputati all'idraulico che incontrate al bar, che vi fa la stessa faccia quando vi parla della campagna acquisti dell'Inter. 
Ora, per l'epica cinematografica militarista in genere quando penso a un super-soldato-americano penso a Casper Van Dien (e vedete che non prendono per forza Martin Sheen) che incoraggia degli space-marine ad andare all'assalto di insetti giganti alieni sventagliando smitragliate sotto la colonna sonora marziale di Basil Poledouris. 


È un bello shock, lo ammetto, fa riflettere a più livelli, mi urla forte in testa che "là fuori non c'è gente che parla come Shakespeare" o per lo meno che io preferisco i fumetti al mondo reale. Amo vedere eroi-modelli vestiti di Gucci-Wachowski che si muovono in mondi assolati e patinatissimi alla Michael Bay, dove tutti "più che saltare" volano con i cavi di Yuen Wo Ping, dove l'eroe tipo del decalogo McTiernan / De Souza si mette di spalle per non vedere la mega esplosione che distrugge la base dei cattivi, dove i combattimenti sono danze raffinate coreografate da Sammo Hung che celebrano lo Yin e lo Yang e dove i corpi dei nemici abbattuti sono disposti a terra formando delle parole con i corpi come nei film di Kitano. Il "Realismo militare cinematografico" che mi appassiona è quello dei movimenti coordinati di truppe Delta Force e Marines di Ridley Scott in Black Hawk Down, le accurate procedure e strumenti di disinnesco e protezione dai detriti di The Hurt Locker della Bigelow, la ricostruzione storico-dantesca delle trincee dello sbarco in Normandia di Spielberg in Salvate il soldato Ryan. Act of valor è come assistere alle esercitazioni dei pompieri e in questo è una interessante brochure che illustra quanto siamo bravi, veloci ed efficaci i super-soldati-americani in tutte le loro mansioni. È azione reale, compiuta da professionisti reali, ti dice che "Call of duty è una storia vera", ma è poco poetica, è un elaborato percorso a ostacoli i cui elementi sono sempre evidenti, "scoperti", affrontati "da manuale". Poi arriva la "parte recitativa" e i nostri eroi diventano amabili e un po' pesanti bietoloni della porta accanto, i vostri vicini di casa con meno verve di cui dopo 40 anni di frequentazione assidua e giornaliera sapete solo che sabato vanno a pescare al lago, sono preoccupati per le piogge estive che rovinano i pomodori e valutano che il cancello comune non si chiude più bene come una volta. Non perché "parlate poco" con loro, ma perché loro per ore e ore non parlando davvero di altro e sanno annoiare fino al suicidio! Due battute "di story telling" tratte da Act of Valor e sentirete l'esigenza di interrompere per andare a far pisciare il cane. E magari il cane manco lo avete!! Aridatece Van Damme che fa le spaccate, aridatece Seagal con il codino che corre roteando il braccio senza un perché. Vi prego non fate che alla prossima scena con esplosione di Bourne Identity Matt Damon esibisca con ossequio all'Actor Studios queste espressioni 



Concludendo, Act of Valor è una raccolta di scene di esercitazioni militari di una ottantina di minuti, condita da momenti cringe in cui i veri soldati parlano per lo più di come amino la patria e soprattutto l'esercito, che li ha tolti da una vita senza prospettive da commessi di Wallmart, al netto di una certa pericolosità ineluttabile ma che comunque accettano. Avessero detto le stesse cose in un documentario, senza fare queste facce per cercare di imitare maldestramente Bruce Willis davanti ad una esplosione, e Act of Valor sarebbe stato più commovente, onesto e vero. Così come è, la pellicola è un prodotto destinato ai soli cultori dell'esercizio bellico-ginnico delle scene d'azione, dove i muscoli riescono comunque a sopperire alla scarsa costruzione dell'insieme. 
Talk0

martedì 2 giugno 2020

Lupin III - il film live action di Ryuhei Kitamura ispirato al leggendario personaggio di Monkey Punch



Una associazione di super ladri "etici" di cui fa parte il discendente del famoso Arsenio Lupin ha la missione sociale di rubare solo ai ricchi, meglio se crudeli e spietati. L'oggetto che ambiscono di più in questo momento è una preziosissima pietra rossa da incastonate su una sontuosa collana appartenuta a Cleopatra, ma qualcuno all'interno dell'organizzazione sembra fare il doppio gioco.
Quanto ci manca il papà del dissacrante e simpatico Lupin, Monkey Punch, quanto ci mancano doppiatori come Roberto Del Giudice, Enzo Consoli, Sandro Pellegrini, Piera Vidale e tutte le altre voci che hanno reso grande la trasposizione animata che vedevamo nei primi anni '80 sulle reti locali, quanto ci manca la sigla di testa Planet 0 e quella con la fisarmonica? Personalmente mi mancano tantissimo, come invece non mi mancano per niente le puntate tagliate e censurate male su Mediaset, specie la III stagione, accompagnate dalle bruttissime sigle di Giorgio Vanni. Ringrazio Yamato Video per aver riportato Lupin senza i tagli e senza il Vanni, sta per uscire la seconda serie in blu ray a breve e non vedo l'ora. Poi come dimenticare i bellissimi film e oav, le nuove serie ambientate in Italia (passata malissimo e in modo scomodissimo su Italia 2, spero che Yamato provveda presto con l'home video) e Francia, lo spin-off sexy, molto "Crepax", de La donna chiamata Fujiko e tutte le nuove produzioni così "vintage", "anni '70", realizzate da quei maestri di Yamamoto, Okada, Koike e dalle nuove leve che hanno saputo ridare linfa alle visioni (tra i migliori) di altrettanti maestri come Punch, Takahata, Araki e Miyazaki? Quanto ho sognato, pensando proprio al film di Miyazaki di Lupin per autonomasia, Il castello di Cagliostro, in un adattamento Hollywoodiano da paura quando, a metà degli anni novanta, Steven Spielberg sembrava interessato al progetto? C'era stata La Strana strategia psicocinetica con Yuki Meguro Lupin in carne e ossa negli anni '70, nel 2008 Gabriele Mainetti prima di Lo chiamavano Jeeg Robot aveva dato vita con Mastrandrea al ""Lupin"" di Basette, Spielberg non aveva fatto Cagliostro ed eccoti arrivare nel 2014 un nuovo live-action su Lupin, diretto da un regista di culto come Ryuhei Kitamura. Kitamura nel 2000 realizzava quella bomba atomica action - horror che rispondeva al nome di Versus, miracolosamente arrivata anche da noi in home video, nel 2004 realizzava il più importante testamento ai Kaiju Movie prima dell'avvento di Anno, Godzilla Final Wars (questo colpevolmente ancora inedito da noi). Non contento, con a monte una serie di altra roba favolosa che non vi dico, sbarcava in America e adattava Macelleria mobile di Mezzanotte di Clive Barker, prodotto da Tarantino e con un grande Vinnie Jones (da noi in dvd per Universal con il titolo Prossima fermata inferno), regalava a Luke Evans il suo ruolo più riuscito nel thriller No one lives (da noi per Eagle Pictures, una piccola gemma del revenge Movie indipendente), creava quel perfetto e terribile cecchino spietato al centro del'ingranaggio di suspance pura che rispondeva al nome di Downrange (uno dei film di tensione più riusciti degli ultimi tempi, da noi per Midnight Factory). La trama parte da premesse originali per poi diventare il classico canovaccio narrativo dei film di Lupin, con purtroppo meno guizzi di quanti inizialmente promessi, molte situazioni caricaturali, ma un paio di interessanti colpi di scena. Da Kitamura mi aspettavo molto per Lupin, anche perché quando fa pure qualcosa di "minore" è comunque un bel vedere. Peccato che in questo caso specifico siamo giusto in area "bel vedere".
Il nuovo Lupin ha il sorriso beffardo e il corpo segaligno di Shun Oguri, che Kitamura ha diretto anche in Azumi (anche questo arrivato da noi, per Shin Vision) e che è un volto in Giappone arcinoto dopo cose come Crow Zero (regia del mitico Takashi Miike, catalogo Dynit), doppiatore del recente Harlock, prossimamente in Godzilla vs Kong. L'attore incarna bene come "gimmic" il personaggio di Monkey Punch, riuscendo a esprimere una buona commistione tra serietà e follia senza risultare troppo caricaturale. Jigen è impersonato da un attore molto caro a Kazuaki Kiriya (regista del visionario  Chassern  o Kyashan adattamento dell'omonimo personaggio Tatsunoko, dell'inedito da noi Goemon e di Last Knights, libera ma riuscita interpretazione medioevale "occidentale" della celebre storta dei 47 ronin con un ottimo Clive Owen), l'attore che interpreta Goemon lo abbiamo visto anche lui in Crow Zero e nei Live Action di Gantz, come sempre in Crow Zero era presente l'attrice che interpreta Fujiko, Meisa Kuroki. Zenigata ha il volto di Tadanobu Asano e a curriculum ha ruoli in film di pesi massimi come Takeshi Kitano (Zatoichi), Shinya Tsukamoto (Vital, Gemini), Nagisha Oshima (Tabù), Martin Scorsese (Silence), Miike (era il "sorridente" Kakihara nel capolavoro Ichi the killer), Sergej Bodrov (era Gengis Kahn nel colossal Mongol). È finito pure suo malgrado nell'adattamento "un po' cretino ma bello da vedere" del 47 ronin con Keanu Reeves, come era a mollo in mezzo a quello sfortunato Battleship di Peter Berg (entrambe guilty passion per me) ma che gli vuoi dire ad Asano per il suo curriculum? Se sulla carta un po' tutto il cast "ha i numeri" ed è rappresentativo di un ricco caleidoscopio della migliore filmografia nipponica e non, c'è da dire che in molti condividono l'oscura verità di far parte dei cast di molti adattamenti dei peggio cartoni animati in live action. Non parliamo ovviamente di Kyashan o Gantz o Ichi the Killer e altre opere che cercano di "fare cinema riuscendoci", ma delle peggio pantomime da cosplayer disperati che imitano in tutto e per tutto le movenze degli eroi di carta nipponica, imbrigliati in impossibili costumi "fedelissimi ai fumetti". Ed è roba in giapponese "seria", fare "così male" certe produzioni per accontentare i fan degli anime, prendere attori veri e farli muovere e parlare alla stregua degli abitanti del Fantabosco della Melevisione. Ci credono i produttori e impongono ai registi di realizzare  apposta abomini come il film di Star Blazer, Kenshin il vagabondo o Gintama, pur di far felici i fan che vogliamo attori in carne e ossa ridicolizzarsi a fare scenette buffe. È l'effetto Mai dire banzai e a me trita i maroni. 


Così anche se il film possiede ottime scene di inseguimenti, acrobazie e variopinte sparatorie e spadate, nonostante Kitamura "faccia spesso Kitamura (pur nella sua versione di "regista per tutta la famiglia)", questo Lupin purtroppo per me non gira, è artefatto come la sua giacchetta da presentatore televisivo che sfoggia nel mondo reale, ci fa credere "male" che dei cosplayer scappati dal Lucca Comics e drogati di continue pose iconiche (questo "l'actor studio" chiede) siano personaggi di un mondo vero, circondati da effetti speciali posticci che strizzeranno l'occhio quanto volete ai disegni più iconici (tipo Goemon seduto sulla capotte della Fiat 500 gialla) ma ma non fanno che accrescere la finzione della messa in scena (la scena di Goemon che "fa volare il suv" è da codice penale). È più un replicare gesti e pose piuttosto che "viverle". Vedere Goemon che si mette a correre piegato in avanti con la spada come nel cartoon è ridicolo, è veramente una brutta gimmic da cosplayer e affossa un personaggio che comunque riesce a essere molto simpatico. Vedere Zenigata che nel 2020 deve usare un'auto della polizia anni '70 per urlare a nostri ladri con il megafono di fermarsi è ridicolo, anche se Asano ci crede un casino. La costruzione in cui è ambientata l'ultima parte del film, la cosiddetta Ark, è palesemente un cartonato piramidale ridicolissimo, che sarebbe risultato finto anche se disegnato, lontanissimo da un design curato. Non so se è anche uscita la recensione di The Thieves, di Choi Dong-hoon film coreano in programma in questo periodo sul blog. I personaggi di Popeye (Lee Jung-jae) e Yenicall (Jun Ji-hyun) sono a tutti gli effetti la versione 2.0 di Lupin e Fujiko all'interno di un film che parimenti parla di rapine, travestimenti e inseguimenti. Sono più realistici, possedendo nel background anche aspetti inediti che li rendono più fallaci e tridimensionali, ma al contempo sono molto più divertenti, sensuali e per questo vicini allo spirito e al "divertimento" dei personaggi del Lupin di Monkey Punch dei bravi attori, ma "per oggi solo cosplayer di lusso", di questo film di Kitamura. Kitamura che in opere come Downrange dimostra di saper benissimo dirigere attori in ruoli ultra-credibili e iper-realistici ma che qui deve fare "il regista dei cosplayer". C'è giusto un po' di bromance tra Lupin e il "cattivo" Michael, interpretato da una stella del pop asiatico, ma se avete più di 13 anni non vi sembrerà uno sviluppo narrativo così pazzesco. Non si può poi avere Meisa Kuroki, che comunque è molto brava nelle scene action oltre che a essere da infarto, e non fargli fare una Fujiko a piena potenza erotica. Come  non si può avere sparatore e spadate che non tagliano e non uccidono nessuno perché si vuole che il film abbia un target da ragazzini, usate in così tante scene che ne avvalorano la natura di oggetti innocui. Il Lupin del Monkey Punch delle origini ha un'anima adulta, un po' hardcore, che se non si è in grado di sostituire con la leggerezza e grandiosità  della messa in scena di Miyazaki (e torno a sognare un Lupin di Spielberg) è meglio non mettere in soffitta, oppure si scontentano in un colpo fan grandi e piccoli. Ma vedendo l'ultimo lavoro animato dedicato a Lupin, in computer grafica, mi pare che la produzione dopo la recente parentesi "adulta stile anni '70", cerchi di nuovo pubblico giovane, allo stesso modo in cui hanno cambiato rotta nella seconda serie animata, pertanto che il film sia "trattenuto" può essere una precisa indicazione di target. "Va così a questo giro" e da fan di Lupin si può decidere liberamente se trovare alla fin fine comunque simpatico e in fondo ben confezionato questo film, oppure provare a recuperare proprio The Thieves, e sognare cosa potrebbe essere un Lupin più oscuro e complesso, in carne e ossa. Per lo meno la pellicola di Kitamura ha un buon ritmo, si guarda senza addormentarsi e strapperà più di un sorriso ai fan di Monkey Punch. I "cattivi" sono molto caricaturali e sopra le righe ma fanno il loro sporco lavoro in modo divertente. Da segnalare la splendida  Yuna Nakayama, il cui personaggio "ultra-sopra le righe" si esibirà in un bel sexy cat-fight con Meisa Kuroki in quella che è senza dubbio la sequenza da incorniciare dell'intera pellicola. 
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lunedì 25 maggio 2020

Mortal Kombat 11: Aftermath - il ritorno del mitico Robocop in un videogame



Amo Ed Boon e la sua NetherRealm, principalmente perché ho quarant'anni, ho una cultura e fisico degni dell'uomo dei fumetti dei Simpsons e quest'uomo conosce tutti i miei punti deboli in ambito videoludico e cinematigrafico. Già ti crea Mortal Kombat, un picchiaduro che fonde idealmente i film di Van Damme e Michael Dudikoff con I tre dell'operazione drago e Grosso Guaio a Chinatown. Poi ti mette nel gioco dei combattenti Guest Star provenienti da altri film come Freddy Kruger, Leatherface, Jason, Predator, Alien, Terminator rispettandone mitologia (o finemente incrociandola come nel caso dell'Alien-Baraka), frasi ad effetto, costumi (c'è pure il Leatherface con la faccia di pelle di donna e il Jason con il sacco in testa del secondo film) e armi. Per Mortal Kombat X il buon Boon chiama addirittura a ri-confrontarsi virtualmente con il Predator, oltre all'Alien delle pellicole "Versus", anche il maggiore interpretato da Carl "Apollo" Weathers, fornendogli le protesi meccaniche di Jax in luogo delle braccia del personaggio rimaste mutilate dall'alieno nella pellicola di McTiernan. In Mortal Kombat 11 Ed Boon, con pari amore e cura, inserisce tra i combattenti un Terminator virtuale che ha effettivamente il volto di Schwarzenegger e ne riprende citazioni non solo dalla pellicola di Cameron, ma da tutta la filmografia di Arnold, da Commando a Last Action Hero passando per The Running Man. La migliore celebrazione videoludica di Arnold Schwarzenegger di sempre. Non ho quindi letteralmente alcuna speranza di ribellione, quando il buon Ed tira fuori questa nuova espansione di Mortal Kombat 11, dal titolo Aftermath, anche se il costo è francamente folle, 39,90, anche se i contenuti sembrano succosissimi ma nemmeno molti. A ben guardare è presente un interessantissimo story mode cinematografo aggiuntivo e successivo agli eventi della campagna di gioco, ci sono le friendship e gli stage classici, ci sono i costumini nuovi per i lottatori, ma quello che è "il succo", i personaggi nuovi, è davvero risicato. Sono solo tre. Il tizio del vento che si ricordano per lo più i fan di un gioco sfigato come Mortal Kombat mythologies Subzero. Goro con le tette. Ma c'è poi Robocop, con voce originale e movenze di Peter Weller. 



Roba per me da andare fuori di testa. C'è Robocop e un po' "tutto il suo mondo", specie la prima pellicola di Paul Verhoeven del 1987. Dal Cobra Assault Cannon alla Beretta 93R modificata. Dalla lama da polso che fungeva da versione "Detroit anni '80 distopica" di una chiavetta USB alla fondina del cannone integrata nella gamba. Dalla visione in prima persona in verde CGA con reticolo olografico al "Vivo o morto, tu verrai con me". Ci sono le fatality ovviamente, perché siamo in Mortal Kombat. Una replica con ferocia la scena dell'omicidio dello stesso Murphy, una mette in campo l'ED209 che "non sente" quando il bersaglio è disarmato. Non ho visto la fatality di Robocop che investe il nemico con l'auto dopo che questo è caduto nell'acido, ma credo che sia possibile esista, a questo punto. Si potrà customizzare l'armatura e non vedo l'ora di godere della variante blu scura o magari della versione del Remake di Padilha del 2014, forse l'unica cosa passabile del remake. Avrei voluto vedere la nuova armatura del prossimo film di Robocop, ma il progetto di Neill Blomkamp con al centro un attempato Weller, che vegetava da anni in semi-coma come tutti i lavori di Blomkamp, ormai è naufragato del tutto, con una nuova versione del brand, per ora accreditata ad Abe Forsythe, di nuovo all'inizio dello sviluppo. Ma sono contento comunque, perché con questa espansione di Mortal Kombat si avvera anche il mio sogno bagnato di sempre, rivedere confrontarsi Robocop contro il Terminator T-800 dopo il Robocop vs Terminator per Megadrive del 1993 ad opera di Virgin Games e diretto da John Botti. In quel gioco c'era tanto sangue quanto un Mortal Kombat e pure lo stile grafico fotorealistico era su quella linea. 



Era il titolo per cui mi mangiavo di più le mani per aver barattato per due lenticchie un Megadrive per un SuperNintendo. Anche perché Robocop è stato il primo film che ho noleggiato in videoteca, con mio padre che ha dovuto garantire al commesso che avrei visto la pellicola in sua presenza. È stato da subito il mio film preferito di sempre, per le sue scene d'azione esagerate, la musica malinconica di Basil Poliduris, le pubblicità satiriche inserire nella narrazione, la struggente interpretazione di Weller e Nancy Allen, i mille giocattoli e robot animatronici hi-tech, lo skyline della OCP in contrasto alle macchine della polizia scassate che facevano le scintille solo per uscire da un parcheggio interrato e pieno di buche, Murphy che roteava la pistola come TJ Laser per far colpo sul figlio, l'ammazza sbirri Clarence Boddicker, la direttiva 4, l'omogeneizzato, la scena di Dick Jones che irrompe nel bagno dei dirigenti con tutti che si pisciano addosso pur di sfuggire in fretta, le torte a forma di tette. A distanza di anni è un film che non ha perso un grammo del suo smalto, ma quando ero bambino era per me reale materia oscura e affascinante. Così per MSX arrivai a prendere questa "cosa", per lo più attratto dalle scene del cabinato da bar Data East che vigliaccamente erano usate come "rappresentative della grafica"


Poi arrivò a casa mia l'amiga e una delle conversioni migliori da sala giochi di sempre. Ci ho giocato una vita.  
Sono seguiti film (meno belli) e trasposizioni ludiche collegate (pure loro "altalenanti"), fino appunto a quel Robocop vs Terminator per Megadrive, che assomigliava tanto a Mortal Kombat nel suo essere un oggetto per "giocatori adulti", e quindi irresistibile per ogni minorenne. Oggi fiducioso preventivamente della cura consueta di NetherRealm, con l'espansione Aftermath di Mortal Kombat un po' chiudo idealmente questo Amarcord. Anche perché dopo avermi fatto rivivere Alien contro Predator e Robocop contro Terminator non so cosa potrebbe inventarsi di più Ed Boon per farmi comprare un nuovo Mortal Kombat con tanto entusiasmo. Se però la prossima espansione vedesse effettivamente Michael Mayers e magari pure Ash Williams...chissà. 
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