domenica 2 febbraio 2020

Jojo Rabbit: la nostra recensione



Jojo è un bambino di 10 anni e vede il mondo come un bambino di 10 anni, solo che è un bambino tedesco, vive ai tempi della seconda guerra mondiale e ha un fantastico amico immaginario: Adolf Hitler. È per questo Jojo un sanguinario, razzista, ottuso epigono di Heichmann? No, perché ha solo 10 anni ed essere "nazisti" per molti bambini tedeschi come lui significa per lo più andare con gli amichetti in un campo scout (molto in acido), amare le uniformi, volere bene alla patria facendo volantinaggio e combattere eroicamente contro "creature fantasty" come gli ebrei e russi. Gli ebrei, gli hanno raccontato gli amichetti e le poche fonti disponibili, nascono da uova covate da una regina madre insettiforme, sanno mutare in serpenti e pipistrelli, si nascondono come fantasmi tra le pareti di casa tua, senza che te ne accorgi, attentando anche ai tuoi genitori. I russi, gli hanno raccontato le solite fonti non confermate, mangiano (ovviamente) i bambini, sono enormi come orsi e compiono atti sessuali ai danni dei cani. Chi salverà le mamme dagli ebrei? Chi salverà i bambini e soprattutto cagnolini del quartiere dai russi? Jojo naturalmente, l'eroe della patria Jojo! Solo che, caricato a palla di entusiasmo dal suo amico immaginario, durante una gita degli scout/piccoli-soldati finisce per lanciarsi una granata addosso per "eccesso di agonismo". Quasi morto, gravemente ferito alla gamba e con il volto pieno di cicatrici, Jojo è retrocesso da piccolo Soldato ad addetto alla propaganda. Jojo è depresso, non potrà più salvare come guardia scelta il suo eroe Adolf nel caso che un altro Von Stauffenberg attenti alla sua vita, ma la mamma gli vuole comunque bene, forse anche più bene. Ma tristezza a parte c'è un grosso problema nella vita di Jojo che ancora richiede il suo eroismo. A casa sua c'è forse nascosto un terribile ebreo. Capelli lunghi come un fantasma giapponese, artigli acuminati e una fisionomia tra il serpente, l'alieno e forse il pipistrello, l'ebreo fa costantemente e rumore, dietro i muri. Riuscirà a salvare la mamma?


Credo che avere 10 anni sia un po' percorrere l'età dell' "-issimo". Tutto è bellissimo o bruttissimo, fighissimo o tremendissimo. Jojo Rabbit è un film che con la sua assoluta innocenza, un umorismo nero e sulfureo e una cornice davvero cruda, reale da fare orrore, è riuscito a farmi tornare un bambino di 10 anni come Jojo. E quindi, di nuovo con dieci anni (non) anagrafici, mi faccio travolgere gli occhi da un intero mondo che mi appare per personaggi, colori, costumi e ambienti vicinissimo al Wes Anderson di Moonrise Kingdom, ma dove stanno tutti in acidissimo (fantastico il campo scout nazi Straordinari). Mi sento bruttissimo ma coraggiosissimo come Jojo (il piccolo e bravissimo Roman Griffin Davis), voglio scrivere come lui un libro per conoscere di più e combattere questi strani vampiri/alieni/serpenti profanatori di cagnolini (c'è in questo una surreale rappresentazione fanatasy del popolo ebraico, che si idealizza perché non si conosce direttamente, che mi ha ricordato uno dei momenti più "scorrettamente innocenti" di Borat. Il punto comico è deridere la propaganda e la eccessiva fantasia dei bambini in merito alle cose che non conoscono, non certo prendere in giro il popolo ebraico, che anzi viene conosciuto e diventa "sempre più umano" a mano che la pellicola prosegue). Mi mancano tantissimo una sorella che non c'è più e un padre da troppo tempo disperso, forse anche per questo credo all'assurdo di un ganzissimo "Hitler immaginario" (interpretato dal  grande Taika Waititi) che vola fuori dalla finestra come Peter Pan, mangia unicorni e sprona a non abbattersi davanti ai problemi della vita. Voglio essere anch'io epicissimo come i suoi """buffi""" soldati (molto divertenti  Sam Rockwell e Rebel Wilson), esagerati nelle convinzioni e al contempo umani, vanitosi, stralunati (come mi hanno insegnato essere "gli uomini" per la comicità dei Monthy Python). Vorrei abbracciare e avere le coccole da una mamma dolcissima, coraggiosissima e bellissima come Scarlett Johansson, che ama ballare, sorridere e senza di cui vivrei la vita a scarpe slacciate. Vorrei avere un amico figo come l'occhialuto e rotondetto Yorki (il piccolo Archie Yates) che ha dieci anni come me  ha è già una specie di eroe e guida spirituale. Vorrei avere un bacio da Elsa (Thomasin McKenzie), che è bellissima e non mi frega se è in realtà un insetto o pipistrello o serpente, dopo che la avrò conquistata copiando le poesie dell'autore che preferisce. Piango, e "di bruttissimo", quando si palesa che anche se sei un bambino di 10 anni, a un certo punto, ti arriva addosso tutta la realtà della guerra, spogliata di tutta la satira colorata e irriverente che ci hai avvolto intorno con ingenuità e candore. La vita (non) è "bellissima", ma possiamo sempre ballare, estraniarci dalle cose brutte, anche con una colonna sonora che non lesina capolavori, tra Beatles e Bowie. 


Da "bambini di 10 anni" trovo quindi il film tutto "-issimo": bellissimo, tenerissimo, tristissimo, divertentissimo e "irresistibilissimo", forse la migliore sorpresa di questa tornata cinematografica, la pellicola più gentile per raccontare la storia più spietata. 
Al cinema Taika Waititi ci ha proposto negli anni di non prendere "solo" sul serio cose come i supereroi, con Thor Ragnarok, e gli amanti dei cinecomics (specie chi non aveva mai letto Thor a fumetti, conoscendo il personaggio anche come molto divertente) in gran parte non hanno capito. Taika Waititi in un periodo di vampiri malinconici ci ha proposto di non prendere troppo sul serio cose come i vampiri, con il bellissimo Vita da vampiro. Oggi con Jojo Rabbit, che come sempre scrive, dirige e interpreta (è lui il surreale Hitler immaginario), adatta liberamente il bestseller del 2004 (da noi Come semi d'autunno di Christine Leunens) e ci fa vedere che in Germania ai tempi dei nazisti c'erano "anche" dei bambini innocenti che inconsapevoli "giocavano ai nazisti", che c'era dell'umanità anche tra i soldati, senza per questo nascondere gli orrori della guerra. Con i suoi gentili voli pindarici uniti al crudo realismo sferzato da una satira caustica,  Jojo Rabbit fa propri molteplici punti di vista (rispetto al più semplice e monodirezionale 1917) e diviene un autentico inno alla vita, al coraggio, all'altruismo. Un piccolo mondo assurdo e complicato dove solo con l'ironia si può sopravvivere all'orrore, cercando chiavi di lettura e fuga dal reale. Paragonarlo a La vita è bella non è banale, ci sono molte scene che hanno lo stesso sapore, la stessa dolcezza e malinconia. Davvero meravigliosa la mamma forte, ironica e travolgente (anzi, fortissima, ironicissima e travolgentissima) della Johansson, che per questo ruolo è candidata agli Oscar come non protagonista (e questo stesso anno è pure candidata, meritatamente, come migliore attrice per Storia di un Matrimonio, accanto ad Adam Driver). Bravissimo (ma sarebbe più gusto dire "bravissimissimo") il giovane attore che interpreta Jojo, convincente, umano e divertente come il giovane Jamie Bell di Billy Elliot. Favoloso un Waititi che reincarna la gioiosa follia di Chaplin e un Rockwell meravigliosamente gentile e affettuoso quanto sarcastico, stralunato. 
Non voglio rivelarvi troppo della trama, ma Jojo Rabbit fa riflettere su come i bambini, con la loro curiosità, attenzione e forza d'animo, possano davvero cambiare il mondo in meglio, a prescindere dalle favole che gli raccontiamo, anche se quello che gli abbiamo messo tra le mani è un mondo orribile, che dovranno sfangare da soli. Questa fiducia nei giovani è il messaggio più bello e importante su cui oggi, in un periodo in cui è in atto una paura generalizzata ad avere figli, il cinema ci porta a riflettere. 
Intelligente, gentile e con la forza di essere pure satirico (aspetto davvero "eroico" ai giorni nostri) Jojo Rabbit mi ha travolto con la sua vitalità e tenerezza, fatevi un regalo e correte a vederlo anche voi. Subitissimo.
Talk0

sabato 1 febbraio 2020

Villetta con ospiti: la nostra recensione del nuovo film di Ivano De Matteo



Siamo nella provincia italiana, quando è ancora notte ma iniziano ad arrivare le prime luci dell'alba. È in atto un'azione di forza contro un ospite inatteso, una caccia notturna al lupo che coinvolge un gruppetto di concittadini, tutti armati pesanti, pure chi non dovrebbe avere né porto d'armi né pistola. Il gruppetto è unito, compatto, e il lupo va giù a cannonate, il paesino e il bestiame sono salvi dall'invasore, si possono fare i selfie celebrativi con la preda distrutta. 
Siamo sempre nella provincia italiana ed è giorno, il commando dei cacciatori è sciolto, nel paesino ognuno fa la sua vita inseguendo un proprio vizio specifico. C'è il lussurioso imprenditore "acquisito" (interpretato da Giallini) che non vede l'ora di mollare impresa e famiglia per andare a trovare qualche amichetta fuori porta con una scusa lavorativa. C'è sua moglie (Michela Cescon), tutta agitata e non compresa, altruista ma tanto fragile e pronta a esplodere come "ira". C'è la nonna, la madre di lei, che da buona avara teme di essere troppo presto prosciugata dei liquidi da quel genero che avverte un po' degenere (Erika Blanc). C'è la figlia adolescente (Monica Billiani) accidiosa e indifferente a tutto e tutti come l'adolescenza spesso appare. Oltre la famiglia ma sempre nella stretta comunità cittadina ci sono persone che sono in qualche modo gli altri archetipi dei vizi. Come il superbo commissario di polizia (Gallo) che crede di comandare tutti con il ricatto, come il goloso e insaziabile veterinario (Bebo Storti), disposto a tutto per i suoi appetiti, come il prete (Vinicio Marchioni), che forse invidiando le ricchezze delle famiglie più ricche seduce e ammalia le signore più abbienti. Sono tutti comunque peccatori molto puliti e presentabili, piccoli mostri che navigano placidi nella quotidianità della luce del sole, a volte pure simpatici. Fino a quando arriva di nuovo la notte e, a causa di un incidente che potrebbe far cadere tutto, il branco si riunirà sodale, superando di nuovo le differenze e i piccoli vizi personali,  per cacciare nuovi ospiti inattesi. Solo che questa volta gli ospiti invasori avranno un volto umano. Finirà con un selfie come per il lupo? 
Funziona come un noir Villetta con ospiti, prendendo spunto da recenti fatti di cronaca legati all'uso garantito dalla legge delle armi da fuoco come autodifesa. Ci sono ovviamente degli "spari nel buio" con cui i personaggi saranno tenuti a fare i conti, svelando il loro animo e cercando un necessario aggiustamento nelle dinamiche di gruppo, ma andare oltre sarebbe raccontare troppo. Quello che funziona e rende disturbante la pellicola è l'intelligente zona grigia che omette allo spettatore la conoscenza di alcuni passaggi narrativi, facendo alla fine dubitare dell'agire di molti personaggi senza fornirci risposte. De Matteo non vuole essere accomodante, vuole che la pellicola oltre a essere un thriller suoni urgente e amara anche come critica sociale, idealmente nel solco di opere come Sole, Cuore, Amore di Vicari, dove è l'incomunicabilità tra le persone il vero problema da affrontare prima delle mille amarezze della vita e della legge. 
La fotografia richiama atmosfere crepuscolari: gioca con colori freddi glaciali, quasi norvegesi, per "la notte", cerca per "il giorno" la luce impossibile tra la nebbia che sfuma in colori pastello molto tenui. Nella villetta, scenario di gran parte della seconda parte, le stanze appaiono distanti, separate tra loro da corridoi bui,  piccoli mondi non comunicati, protette da porte chiuse. 
Parte come un film quasi buffo, muta in satira dei costumi e piomba nella pece del noir. Gli attori sono molto bravi nell'assecondare il ritmo della narrazione e la struttura regge bene, fino a un finale forse un po' insoddisfacente, al netto delle potenzialità fino ad allora espresse. Che poi erano le stesse criticità di Sole Cuore Amore. Buona la formula, bella la cornice e gli attori, forse non troppo a fuoco il messaggio, finale urgente e irrisolto che può piacere ma rimane un po' monco, soprattutto per i "giallisti accaniti" che alle zone d'ombra preferiscono una pianificazione pure spinta ai limiti ludici (come Knives Out), Villetta con ospiti è un film interessante per una serata all'insegna del noir con un pizzico di attenzione all'attualità. 
Talk0

Fast And Furious 9: il primo trailer



Spegnete il cervello.
Scaldate i motori.
Godetevi l'assurdo.
Prendete i fazzoletti.
E siamo tutti di nuovo in famiglia.

Talk0

mercoledì 29 gennaio 2020

The Head Hunter - la nostra recensione del gioiellino horror-fantasy di Jordan Downey portatoci in Italia da Blue Swan



- Un facoltativo invito a supportare Blue Swan (lettura facoltativa non necessaria ai fini della recensione) Amo il catalogo Blue Swan quanto il catalogo Midnight Factory. Questa etichetta sta portando in home video molto cinema "sconosciuto" ai classici distributori italiani, tra film orientali e russi arci-noti come il Mega-blockbusterone (divertente nel suo essere ultra-esagerato) Wolf Warrior 2 e (l'Indipendence Day russo) Attraction a recuperi meritevoli come (il secondo, bellissimo, con Karl Urban) Dredd e Beyond Skyline (seguito mille volte più bello dell'originale), fino a piccole bombe atomiche come L'uomo che uccise Hitler e poi il bigfoot (con un Sam Elliott pazzesco) e oggi questo The Head Hunter. Tutte pellicole orgogliosamente "di genere" che magari sono passate nei "catalogoni pigliatutto" di Netfix, all'inizio solo sottotitolati, tra un Turbo Kid, un Mandy, un Backcountry e un Death Orgasm (per i cui home video ringraziamo anche Koch Media, Eagle e Midnight Factory), ma che non hanno mai goduto della visibilità che meritano, soprattutto in un mondo in cui ci si lamenta che "al cinema non c'è niente di nuovo oltre Disney" o "vorrei vedere degli splatter come si vedevano una volta" oppure "ma un film di arti marziali mai? Solo John Wick". Queste lamentele legittime accadono perché il mercato italiano "di primo piano" si è contratto, non perché nel mondo si sia smesso di produrre film interessanti. Diciamo che per "la sala" c'è da parte dei distributori poco coraggio nel portare da noi pellicole su cui non si va sempre sul sicuro, unito al fatto che i distributori che sono anche produttori diretti hanno già un loro catalogo da proporre, ma per l'home video è diverso proprio grazie agli eroi come Blue Swan, il cui rinnovamento del catalogo seguo con più interesse delle news di Warner Bros. In un mondo perfetto trovando il tempo vi recensirei tutti i film di Blue Swan in uscita, tra Last Survivor, I guardiani dei mondi e Killzone Paradox, per ora dovrei avere da qualche parte un articolo sui Cacciatori di tesori che prima o poi dovrei pubblicare. Il succo è che dovete davvero tenere d'occhio queste etichette, perché tra molti film con Scott Adkins, action russi e roba sui vichinghi che potrebbe non esattamente interessarvi (ma che dovreste provare almeno una volta), qualche volta arrivano prodotti strani e matti, e per questo imperdibili, come The Head Hunter


- Sinossi fatta male: in un mondo dark fantasy (tra Skyrim e Dark Souls per gli amanti dei videogame, un po' "alla Witcher" per tutti gli altri che "hanno" Netfix) vive un guerriero barbuto (Christopher Rygh, molto bravo come attore, che farà tanta strada) in una casetta stilish gotico-grunge  ai margini di un bosco nebbioso. Per lavoro taglia le teste dei mostri, ed è bravo al punto che ci ha ormai fatturato un bel gruzzolo d'oro. A fine giornata, tolta la pesante armatura lavorata in pelle e ossa di demone alato, impala le teste per la sua collezione personale in salotto (usa un porta-teste IKEA Sgrotzguff), aggiorna le taglie, si cura con pozioni magiche che assembla personalmente seguendo ricette tratte da qualche disco Metal, si prepara per il giorno dopo riposandosi sulla sua poltrona in pelle di uomo lupo cucita a mano nella classica posa corrucciata di Conan in Barbaro di John Milius. Ogni tanto le cose vanno meno bene del solito e rantola in casa in cerca della pozione guaritrice prima di svenire sul tappeto di orso infernale ricamato. Qualche volta i mostri cercano di fargli un agguato notturno scardinando la porta di vero faggio svizzero laccata di sangue di goblin. Ma questa è la routine e ogni volta che suona la campana dal castello arriva un nuovo incarico e una nuova avventura dalla quale uscire malconci, almeno fino al giorno in cui il cacciatore di teste troverà la sua grande occasione per vendicarsi di un certo mostro. 


- Epica: l'epica è "90% di evocazione e 10% di rappresentazione", almeno secondo me. Guardiamo I soliti sospetti di Bryan Singer e rimaniamo affascinati dal luciferino Kaiser Soze senza mai davvero vederlo, per lo più ascoltando un racconto di Verbal Kint (Kevin Spacey) legato a un paio di immagini sfuocate. Guardiamo Valhalla Rising di Refn e dai racconti di un paio di monaci scopriamo che lo schiavo coperto di sangue One-eye che si trascinano su delle valli verdeggianti e piovose (Mads Mikkelson) è in realtà un dio (forse Odino stesso). Guardiamo poi le straordinarie scenografie di Moira con al centro Legolas che squarta orchi e non lo guardiamo come il semi-dio, pensiamo piuttosto che potrebbero trarci un bel protagonista per un videogame, pensiamo agli effetti speciali forse un po' esagerati. Perché lo scenario è già svelato, le capacità dell'eroe già palesi, l'epica non si espande all'infinito nella nostra immaginazione perché sullo schermo c'è già tutto e lo schermo riesce anzi a "distrarci dall'epica", laddove l'effetto speciale non sia riuscitissimo, laddove Legolas non è convincente perché interpretato da Orlando Bloom (uno dei peggiori attori viventi), laddove i mostri sono chiaramente finti. Less is better è una regola fondamentale per l'epica, come per ogni altro tipo di narrazione: più "accenni soltanto" più il risultato sarà migliore perché "quello che manca" ce lo metterà l'immaginazione dello spettatore. The Head Hunter prende questa regola aurea e ci dà una dimostrazione pratica della sua bontà in ambito cinematografico di 71 minuti. 


La pellicola è tutta ambientata nella casa-rifugio del guerriero barbuto, uno straordinario set carico di libri inquietanti, pugnali, ampolle e pozioni, candele, forzieri d'oro, teste di mostro appese e mobili realizzati in modo sinistro. La casa ha tegole che scricchiolano, una finestra che sbatte sui cardini sospinta dal vento, liquami che bollono in padelle, il fuoco alimentato da legna secca. Al di fuori c'è la foresta e il resto del mondo. La campana che chiama alle missioni, i passi dei mostri che incedono verso l'uscio di notte, gli zoccoli del cavallo che annunciano il ritorno a casa dell'eroe. Il resto della messa in scena è lui, il nostro cacciatore di teste. Un uomo che parla solo in ragione dei pochissimi momenti con cui ha un interlocutore e per lo più fa dei grugniti quando si trova ferito da qualche scontro. Un uomo che si racconta tramite il suo modo di affilare le armi, preparare trappole, allestire pozioni, resistere al dolore e stare a fine giornata seduto su un trono d'ossa e pelle di mostro (da vero "King of The Hill" metaforicamente seduto sulla montagna dei suoi avversari sconfitti) al centro di un personale museo degli orrori a base di teste squartate di cui possiamo solo intuire il tanfo, la puzza di putrefazione mista al fango, al sangue e alla ruggine che dominano ogni angolo dello scenario. Un uomo cupo, letale, sporco, ma che comunque rimane umano, sa commuoversi, commette errori, vive momenti di grande depressione e dolore. Il film è questo: ci troviamo nella casa del guerriero nell'attesa che lui parta o ritorni da una battaglia. Lo vediamo prepararsi per la missione come rattopparsi dalle ferite mentre, pensoso, è intento in queste attività e si sente libero di raccontare il suo mondo interiore solo quando si trova nel luogo dove è sepolta la persona che ha più cara, cercando con lei sulla sua tomba un dialogo impossibile. Jordan Downey crea uno stranissimo ibrido tra Castaway di Zemekis e Paranormal Activity di Peli in salsa dark fantasy. Fa parlare l'ambiente e i suoi rumori, permette al suo interprete di esibirsi in una straordinaria prova fisica ed emotiva che dalle suggestioni di pochi dettagli crea un intero mondo fantasy. Bellissime le creature, che ci vengono fatte percepire prima attraverso dei disegni, poi attraverso dei rumori, poi dai graffi che con le loro unghie e denti hanno provocato sul corpo del cacciatore e infine con la loro testa, che l'eroe sgocciola da un sacco prima di conficcare nel muro su dei paletti di legno. 
La narrazione funziona straordinariamente per tutti i 71 minuti della pellicola. Una durata giusta, benedetta da un montaggio funzionale ma concitato, per un one-man-show su un eroe sostanzialmente muto in un ambiente in cui si percepiscono solo scricchiolii e il rumore del vento. The Head Hunter è un film piccolo piccolo, ma ci si perde letteralmente dentro. È un bel viaggio visivo e un'ottima prova d'attore, ma dovete farvi trascinare nel suo mondo, alimentandolo anche con la vostra fantasia. Lo sappia bene chi cerca immagini e non suggestioni, scontri con stunt, arti marziali, computer grafica a rotta di collo e un set ricostruito dentro una montagna dove interagiscano quattrocento persone che si vendono costantemente in piano-sequenza come in Scorsese. Qui ci sta un villino, un vichingo e un cavallo che non si vede neanche per tutto il film. Il resto è "magia" e suggestione. È come vedere Star Wars solo dall'interno del MillenniuM Falcon (...che in effetti sarebbe un'idea ganza). Forse è davvero uno squarcio su come potrebbe evolvere il cinema fantasy, dopo che ci saremo rotti le scatole dei troppi mondi di effetti speciali che sempre più tendono a somigliarsi gli uni agli altri. Un fantasy che forse guarderà meno ai videogame e più al teatro per raccontare la sua epica. 
Talk0

lunedì 27 gennaio 2020

The Lodge: la nostra recensione della nuova pellicola degli autori di Goodnight Mommy



Lo scrittore Richard (Richard Armitage, il Thorin "Scudo di quercia" dello Hobbit di Jackson) si innamora della giovane e timida Grace (Riley Keough, la Christine di The Girlfriend experience), l'unica sopravvissuta al suicidio di gruppo di una setta di fanatici. La moglie di Richard, Laura (Alicia Silverstone, che ricordavamo come Batgirl in Batman e Robin di Joel Schumacher), non la prende troppo bene e si spara un colpo, lasciando sconcertati il marito e i due piccoli figli, Aidan (Jaedel Martell, il piccolo Bill del recente It di Muschietti) e Mia (Lia McHugh, che vedremo come Sprite negli Eterni, accanto ad Angelina Jolie e a un po' del cast del Trono di Spade, il nuovo cinecomic Marvel previsto per questo 2020). I bimbi, che hanno vissuto la faccenda davvero (e prevedibilmente) male, hanno trovato inoltre dei documenti inquietanti su Laura e se la  sono subito figurata come una specie di strega squilibrata, da odiare di default ancor prima di conoscerla, e forse artefice della morte di mamma con qualche roba voodoo. Laura, che è una persona gentile ma fragile e ancora ossessionata dal suo passato, ha evidenti problemi a relazionarsi con gli altri. L'idea di Richard di far passare a figlioli e Laura una vacanza in un villino, insieme, tra i monti e la neve, mentre lui rimarrà lontano da loro a causa della classica tormenta, apparirà quindi come un azzardo le cui conseguenze saranno davvero (im)prevedibili. Finirà male? Sì.


Con lo sceneggiatore del piccolo ma perfetto Cub -piccole prede e un cast di buon livello, la diabolica coppia registica austriaca formata da Veronika Franz e Severin Fiala esordisce in una pellicola internazionale dopo il fulminate e cattivissimo Midnight Mommy, arrivato da noi grazie ai bravi ragazzi di Midnight Factory. Non erano bravi, ma davvero cattivissimi e spietati, i fratellini di Goodbye Mommy, interpretati dai fratellini Elias e Lukas Schwarz, davanti a cui i giovinastri stronzi di Funny Games di Haneke possono "accompagnare solo". Sono altrettanto terribili i fratellini di questo The Lodge: sembra che Veronika e Severin stiano quasi facendo una filmografia che disincentiva ad avere figli le coppie dubbiose, alimentando i dubbi sulla presunta "purezza infantile", tema horror interessante ma spigolosissimo da proporre oggi. Com'è questo film? Molto bello quanto molto derivativo. Richiama per ambientazione The Others di Amenabar, gioca con le geometrie e i mondi in miniatura come il gioiello Hereditary di Ari Aster (citando quindi anche le gabbie geometrie di Argento), punta forte sulla incomunicabilità tra genitori e figli che era poi il cavallo di battaglia della coppia già in Goodbye Mommy. Questo The Lodge è quindi un Goodbye Mommy "da asporto", uno starting point rivolto al pubblico internazionale meno estremo in forma e contenuto, ma che come tutto il cibo da asporto suona un po' riscaldato, un'esperienza più sbiadita anche quando cita Amenabar e Aster. Se non avete ancora goduto di Goodbye Mommy, The Lodge potrebbe sorprendervi di più, se siete già fan del duo lo accetterete comunque come un prodotto discreto e ben confezionato. Davvero bellissime le scene oniriche tra la neve, immagini potenti dalla fortissima e disturbante connotazione religiosa, per me il vero punto alto della pellicola. Davvero terribili i bambini, nella loro lucida e spietata strategia comunicativa. Molto brava la Keough, l'inferno emotivo che vive il suo personaggio è travolgente ed è facile sentirsi persi, con lei, tra le lande nevose.
L'esordio internazionale del duo di Goodbye Mommy è una pellicola discreta e ben confeziona, che sa bene giostrarsi tra atmosfere gelide e misticismo. Se avete un forte desiderio di maternità o paternità non è certo la pellicola che vorrete più vedere in sala, ma vi assicuro che bambini così infernali si trovano solo al cinema.
Talk0

domenica 26 gennaio 2020

Hammamet - la nostra recensione



Bettino Craxi (Favino) si trova in Tunisia nel periodo che precede la sua tragica scomparsa. È un leone in gabbia ma non domo, che vuole essere ancora presente sulla scena politica italiana attraverso le molte lettere che invia ai quotidiani, h24, spesso a scapito dei suoi affetti. Il grande uomo politico non riesce a staccare mai la spina, non c'è per lui vita al di fuori della politica e la famiglia, che comunque gli è affettuosamente accanto in un momento di estremo dolore e sconforto, riesce a fatica a volergli bene come vorrebbe. Troppi sono i torti da digerire, troppa l'impotenza da accettare, Bettino decide così di accogliere in casa il figlio di un collega di partito, l'idealista Vincenzo, un amico silenzioso e lontano dalle scene pubbliche che gli era molto caro. Il film non usa mai nomi specifici e nei rari casi modifica anche quelli noti, prendendosi quindi licenze poetiche come questa; anche Craxi viene chiamato spesso solo come "Il presidente". Il ragazzo, Fausto (Luca Filippi),  gli si presenta in villa di notte, allertando i cani, coperto di fango, forse per ucciderlo nel sonno e quindi allarmando le guardie, che quasi gli sparano se non interviene proprio Craxi a fermarli, riconoscendo sotto il fango gli stessi occhi tristi del padre Vincenzo (Cederna). Bettino crede di avere delle colpe nei confronti dell'amico, che pare essere morto suicida, così decise di tenersi in casa Fausto per raccontargli la sua vita e i suoi segreti, prendendolo in simpatia e sperando che un giorno magari possa fare breccia nel cuore della rigida ma affettuosa figlia Anita (Livia Rossi). La moglie di Bettino (Silvia Cohen) è favorevole a questa iniziativa, pensa che la presenza del ragazzo possa far bene al marito, almeno quanto la presenza del "generale", ossia il piccolo nipote Francesco (Federico Bergamaschi), che spesso gioca con il nonno riproducendo con i soldatini sulla sabbia alcune delle sue gesta politiche più eroiche (come la crisi diplomatica di Sigonella del 1985). Forse con un po' di tranquillità e rispettando la dieta per evitare che il diabete peggiori (difficile perché Bettino è golosissimo, anche in modo buffo) la moglie spera che "il presidente" abbia davanti un periodo sereno. Peccato che la salute presto peggiori e che Francesco si riveli presto un amico pericoloso.
C'è molto dramma Shakespeariano in questa pellicola liberamente dedicata agli ultimi giorni di vita di Bettino Craxi. Più Giulio Cesare che Riccardo III, più Amleto che Otello ma con meno rabbia giovane. C'è una suggestione quasi dickensiana, da Canto di Natale, con Craxi che viene "visitato" da tre spiriti "politici" impersonati da Cederna, Filippi e Renato Carpentieri (anche lui un "senza nome",' ma che dovrebbe impersonare un politico dello schieramento avverso a Craxi). Ci sono tocchi felliniani come la scena di apertura con il vetro rotto e il personaggio dell'amante, interpretato da una struggente Claudia Gerini. C'è molta tenerezza nel rapporto tra il piccolo "generale" e il nonno, il suo "comandante". Favino dà corpo a un "presidente" in bilico tra gloria passata e sconforto per il presente, un guerriero che non riesce a togliersi l'armatura anche quando è nell'intimità della sua famiglia, un uomo che tiene le distanze con il suo eloquio e la profonda antipatia che sa di possedere e, come tutti i timidi, usa come armi. Gli attori sono molto bravi, la scenografia e fotografia ritraggono una Hammamet che dentro le pareti domestiche del protagonista pare Milano 2 ma che oltre la soglia ha tutta la magia e i colori dell'oriente.


Amelio regala alla figura di Craxi, nel ventennale della scomparsa, un film garbato e intimista che fin dalle prime note musicali  del (ottimo) trailer, con Cento giorni di Caterina Caselli, vuole mettere al centro la sua storia umana più che politica. C'è la tragedia umana e familiare, c'è l'epica cantata da un bardo bambino tra sabbia e soldatini. C'è  un piccolo tocco di mistero, tra complottismo e paranoia, a dare un po' di sapore alla salsa, ma è solo un accenno. 
C'è pochissima politica. 
Forse anche perché è ancora difficile per il nostro cinema parlare di politica come lo fanno (o provano almeno a farlo), in America Adam McKay (Vice) o in Francia Nicolas Pariser (Alice e il sindaco), giusto per citare i film più recenti. Forse perché quando ci si avvicina anche solo lontanamente a un tema che può "sentire di politica", come nel recente caso di Tolo Tolo, anche solo per fare la "satira del quotidiano" partono gli strali di stampa, esperti e gruppi di opinione. Quale che sia la causa, il Craxi di Amelio, spogliato dell'epica cantata dal nipotino e di due (dico due) "argomentazioni allusive" esce come uno straordinario uomo comune che affronta la malattia e la passione delusa per il proprio lavoro. Un uomo che fa fatica dopo una vita vissuta tutta nel lavoro a relazionarsi con la sua assenza improvvisa, anche se accompagnata dall'affettuosa vicinanza di familiari e amici, come la maggior parte degli italiani che perdono il lavoro oggi. Un uomo comune in cui lo spettatore comune sa di potersi identificare (o riconoscere il carattere del proprio padre, zio, nonno), come in ogni sceneggiato Rai che "celebrerebbe sulla carta" le vite di persone straordinarie. Dal Gianni Amelio di Lamerica ("scritto tutto attaccato", film che mi è tornato in mente di recente guardando Il primo natale e Tolo tolo, guarda tu i casi della vita), che per me è stato un film che per la sua epoca è stato importante (per il punto di vista originale con cui guardava a un'urgenza emotiva per me malposta ) mi aspettavo qualcosa di più "documentato" e meno "universalistico".
Hammamet ha uno straordinario Favino che grazie ad un trucco molto accurato e uno sforzo fonetico incredibile "diventa" per davvero Craxi, superando per realismo e umanità i mascheroni, un po' da spettacolo di Pingitore, che Servillo ha indossato per i politici raccontati da Sorrentino. La storia rappresentata è semplice, un po' favola e un po' tragedia, non annoia, sa commuovere, ma forse manca di qualche guizzo che davvero metta in luce i motivi per cui Craxi è arrivato ad essere Craxi e per cui oggi si parla ancora di lui, nel bene e nel male. 
Talk0

giovedì 23 gennaio 2020

Tolo tolo: la nostra recensione



In Dove vai in vacanza, nell'episodio diretto da Luciano Salice, Sì, Buana, il gigantesco Paolo Villaggio parodiava La breve vita felice di Francis Macomber, uno dei più celebri racconti di Hemingway, impersonando un tragico cacciatore bianco che nel centro dell'Africa offriva il suo talento a qualche ricco turista. Il suo socio Kangoni (Peter Abadire), un ragazzone di colore simpaticissimo, eseguiva ogni sua richiesta dicendo "Sì, Buana". Cosa voleva dire "Buana"? Lo scopriremo a fine episodio e non sarà esattamente un titolo lusinghiero, quanto una amabile lunga presa per il culo dell'amico. Piccolo spoiler: "Buana" è una storpiatura di "Burino", usato in piena coscienza del significato nei confronti del tronfio cacciatore di Villaggio. 
In Tolo Tolo il piccolo Doudou, interpretato dal bravissimo e dolcissimo Nassor Said Birya, guarda teneramente e giudica "tolo tolo",  cioè "solo solo", lo scombinato, truffaldino, rumoroso e molesto personaggio di Zalone, imprenditore scappato in Africa per fuggire al fisco e ai parenti inferociti e poveri per colpa sua. È uno slancio di affetto che commuove, perché sarà da lì in poi il bambino a prendersi cura dello scombinato Checco, e non viceversa, in un contesto di deprivazione che sta stravolgendo principalmente il bambino stesso, impegnato in un coraggioso viaggio per ricongiungersi con la madre, che ha dovuto abbandonarlo per via di una guerra. È una favola, quasi una versione fuori porta di Dagli Appennini alle Ande, il nuovo film di Zalone, il primo che firma come regista e il primo scritto in collaborazione con Virzì. Il comico è sempre la maschera, goliardica e invincibile, che Zalone ha indossato dalla prima pellicola, ma il contesto è più serio, l'impostazione della trama più corale e la maschera funziona più da cortocircuito che da motore dell'azione. In un gruppo di giovani africani, in viaggio on the road per colpa della guerra, capita per un colpo del destino Checco e tutti si preoccupano per lui, sopportando le sue cretinate ma anche traendo forza dalle stesse. Il buffone permette di scherzare su di lui e dona un attimo di felicità e svago, in quello che è un momento umano difficile e sofferente per chi gli è intorno. 


Guardando più a questa che alle precedenti incarnazioni cinematografiche di Zalone viene da pensare alla  funzione sociale e sacra di un particolare "buffone", lo Heyoka (Il contrario) dei Nativi Americani. Checco incarna l'Heyoka alla perfezione, parla quando è più prudente stare zitti, si lamenta quando la situazione diventa più difficile, si dimostra prepotente quando sarebbe necessario essere generosi, invoca la sua crema solare mentre gli altri non mangiano da giorni. E questo "dà forza", fa sentire il gruppo più unito e meno pretenzioso, crea un cortocircuito positivo. Meccanismo che prima o poi si spezzerà se Checco romperà troppo i coglioni, ma che nel breve periodo tiene. Si scava quindi sul significato profondo della parola "simpatia", che significa "soffrire insieme", "condividere le fatiche",  in questa favola on the road. Ma c'è anche dell'altro. Laddove Checco è un "buana tolo tolo", l'amico africano Alexandre, interpretato dal bravo Alexis Michalik, è un forte innamorato della cultura italiana, specie cinematografica, che sfoggia con continua passione. Manda Touré incarna una donna forte ed emancipata, c'è una velata ma gustosa satira politica, si parla in modo non banale di integrazione sociale e uguaglianza grazie alla carinissima canzoncina della Cicogna Strabica, il più riuscito dei momenti musicali della pellicola. Visivamente funziona molto bene soprattutto nei colori dell'Africa (bellissime le dune e il cielo notturno), gli attori sono bravi (soprattutto la compagine africana), le musiche simpatiche (e meno cattive del solito, salvo lo sbracatissimo ma irresistibile inno "alla patata"), si ride meno rispetto alle altre pellicole, ma questo perché il taglio è diverso, Checco non così centrato. È una favola carina, semplice, che punta ai buoni sentimenti, che fa uscire dalla sala canticchiando (ovviamente "la cicogna strabica").  
Certo Zalone deve piacere e chi ne è detrattore non cambierà di colpo idea sulla sua comicità guardando Tolo Tolo. È una maschera da eterno bambinone, ingenuo e un po' cretino, che per alcuni è forse troppo cinica, crudele, superficiale e sbruffona. Deve essere il pubblico a capire se gli fa più ridere che incazzare, personalmente a me fa molto ridere, perché lo trovo troppo stralunato per essere molesto, ma il giudizio finale è tutto vostro. 
Un appunto che mi hanno detto di fare: la storia non è collegata al video musicale che si vede del "trailer musicale", che tutti hanno canticchiato al cinema almeno da un mese a questa parte. 
Tolo Tolo è un film leggero e gradevole, una sorta di favola e per questo meno "graffiante" del solito, più rivolto ai bambini. Niente di rivoluzionario, forse non il film più travolgente di Zalone, ma un modo simpatico e spensierato di passare un paio d'ore. 
Talk0