martedì 21 gennaio 2020

Dragonero - Il ribelle - n.3. I guardiani di pietra



Nella ridente cittadina di Floriluncar (non sono stati compiuti atti di violenza sulle consonanti di questa parola, ma qualcuna in trascrizione potrebbe saltuariamente mancare all'appello) sono stati ormai da tempo piazzati in pianta stabile i ripetitori di Radio Signora Delle Lacrime. Una volta un religioso che preferisce rimanere anonimo mi ha spiegato che le chiese sono un po' come emittenti radiofoniche spirituali, quindi quanto sto per delirare qui di seguito... è in parte colpa sua. Varietà religiosi a tutte le ore, tra cui "La signora delle Lacrime e il lotto" e "I bambini cantano le canzoncine della signora delle Lacrime", ma soprattutto le maxi statue-antenne della Dea, che oscurano tutte le frequenze delle altre emittenti radiofoniche minori, comprese quelle che trasmettono la più bella musica degli anni 70-80, la radio spirituale dei fan dei Rockets, gli Eleusi. 


Il gruppo di Fabrice Quagliotti e compagni è infatti seguitissimo nell'Erondar, anche se il modo in cui i loro album sono arrivati rimane ancora un mistero (ma ricordiamo che esiste una dimensione parallela arricchita con le copertine dei Supertramp a cui si accede dalla capitale, quindi tutto è possibile in Dragonero). I fan dei Rockets sono ovviamente tutti pelati e per assaporare la psichedelia del gruppo fanno uso della psichedelia dei funghetti erondariani più psichedelici (c'è chi dice che i funghetti fanno cadere i capelli e ti fanno la lingua nera, ma mi sembra un po' come la storia che si diventa ciechi a guardare le elfe oscure nude e non approfondisco). Gli Eleusi mangiano i funghetti migliori, coltivano i funghetti migliori, vendono i funghetti migliori, amano i Rockets e tutti pelati e psichedelici intonano tutto il tempo, nelle loro casette cittadine migliori, figate assolute come"Galactica". 


Sono la versione rovesciata dei capelloni di Hair, questi Eleusi, gioiosi ma un po' molesti nel loro fascino vintage fine '70. Dai e dai hanno un po' rotto le scatole agli abitanti di Floriluncar ormai fedeli ascoltatori solo di Radio Signora delle Lacrime. Je menano, devono portare il pulmino e i funghi altrove!!! Se a Floriluncar non vogliono più sballarsi con "Galactica", "Future Woman" e "Ziga Ziga 999", gli Eleusi però hanno già trovato il luogo più giusto tra i luoghi Giusti dove trasferirsi: "I sassi". Sembra in effetti dal nome il luogo più triste dei luoghi tristi, ma se ci pensate suona in inglese "Rocks"!!! E Rocks è l'ultimo posto nell'Erondar dove poter far sopravvivere il rock. Presto però qualcuno vorrà "allungare i capelli" a questi hippie al contrario, spingendosi pure nel "Rocks" per portare il Rock fuori dal Rocks, ma gli Eleusi troveranno un sodale alleato nel nostro Dragonero, per l'occasione pure lui "lì a Rocks per il rock", pure lui per l'occasione con un fascino vintage fine anni '70, con ciuffo e nasone che lo fanno assomigliare ad Alan Ford di Bunker e Magnus (vedi pagina 21). E se i bacchettoni proveranno di nuovo a mettersi contro il rock? Allora gli Eleusi scateneranno i loro guerrieri definitivi, degli "uomini fatti interamente di puro rock", i loro guardiani di pietra. Ed io personalmente non farei rotolare le pietre a un uomo fatto interamente di rock. 
Ok ricomponiamoci. 


Per fortuna che gli Eleusi sono pelati e psichedelici quanto i Rockets, per fortuna che ogni tanto la caratterizzazione del nostro eroe e comprimari sembra citare il divertente Alan Ford (è in quei caso tutta una divertita e divertente fiera del nasone e del mezzo sorriso), perché per il resto questo numero tre di Dragonero - il ribelle è qualcosa di davvero cupo e disperato. E non basta a risollevare il morale generale scoprire che Gmor ha "vinto" il soprannome di "Colui che porta il palo", chiarendo meglio la dinamica del legame uomo - elfo, ma soprassediamo. Si parla di fanatismo, quella strana malattia delle idee che se la prende con le minoranze e si ripete sempre ciclicamente, nella storia anche presente. Il fanatismo è qualcosa che "rispunta", spesso dove non te lo aspetti, facendo sempre danni. È un tema duro e da rinverdire ogni tanto da cui Enoch, da sempre sensibile a questa problematica (vedi Gea, Lilith e Spray Liz)  non si sottrae, rievocando non a caso nella sua storia molte opere che parlano della più nota conseguenza del fanatismo ideologico, l'Olocausto. Gli Eleusi sono ritenuti un popolo inferiore, "non allineato", perché pericolosi nel contesto della "nuova" religione totalitaria di stato, quella delle Signora delle lacrime, che nelle stesse pagine dell'albo (pagg. 82-88, molto belle) viene "svelata" dal suo stesso profeta come un mezzo di potere, spoglio da ogni connotazione morale. Enoch porta la tematica delle conseguenze del fanatismo nel fantasy di Dragonero e il tema non cambia di valore e importanza, anche per mezzo di immagini e topoi che ci sono già noti dalla cultura popolare. Gli Eleusi sono già dal lato visivo "diversi", per certi versi "strani", sono tutti "simili" a prima vista, pelati e con il nasone (nasone che avevano i topolini di Maus di Spiegelman). Agli Eleusi Enoch fa vivere situazioni a noi note dal cinema e letteratura. A pagina 16 c'è una sequenza che omaggia direttamente Il pianista di Polanski (lo sgombero di un ghetto in cui un anziano viene buttato giù da un balcone), ci sono le soffitte stipate di Eleusi  nascosti ai fanatici come in Anna Frank, ci sono folle inferocite che si infiammano per poi infiammare i ghetti con i forconi. 
Poi ci sono i golem, anche se qui si chiamano Vhedok, che rimandano al famoso film del 1920, quasi citandolo per il centenario (esisterebbe un film del '15 fantomatico mai uscito ma tagliamo corto), dove si parlava sempre di persecuzione di ebrei, nel XVI secolo, a Praga. Il golem è il vendicatore fantasy per eccellenza della cultura Ebraica, Enoch decide di metterlo nel titolo dell'albo ma glissando sul nome (che poi viene specificato, pur restando "diverso"), "sdoganandolo" come un più internazionale mostro di pietra fantasy. Tutto l'albo è carico di rimandi di questo tipo oltre ad essere pervaso di una forte malinconia. Il finale mi ha ricordato delle opere meta-narrative come il numero 420 di Hulk (dove l'AIDS non si può curare con il siero di Hulk, perché Hulk è un personaggio dei fumetti e l'AIDS un problema reale. Qui in Dragonero succede qualcosa di simile: l'eroe non può esserci per sempre per aiutare i perseguitati contro le discriminazioni, a meno che "tutti diventino eroi".). Riccardi e Rizzato hanno il duro compito di mettere su carta delle scene molto forti di contenuto, oltre che essere scene che comportano molti personaggi al centro dell'azione. Ci sono anche scene più convenzionali di combattimenti a cavallo tra la foresta (molto ben realizzate), ma le scene del "ghetto degli Eleusi" sono davvero potenti, cattive, pesanti, sono qualcosa che si stampa in testa. Poi i due disegnatori ti tirano fuori ogni tanto questo tratto caricaturale alla Alan Ford ed è davvero acqua fresca, attenua in un attimo il tono, lo rende più leggero (per quanto possibile). Davvero un tocco da maestri, unito alla caratterizzazione degli Eleusi. Belli, potenti e dirompenti come meritano i Golem, le pagine da 73 a 80 sono puro power metal. La copertina di Pagliarani mantiene i toni rugginosi delle armature che vediamo dal numero 1 di Dragonero Il Ribelle, l'immagine ha una bella tridimensionalità e comunica quasi vertigine.
L'ultimo numero ci getta nel dramma degli Eleusi, tra magnifiche scene di massa e un passaggio interessante sull'uso "politico" della religione. Non mancano scene d'azione rocambolesche e piene di dettagli. Forse sentiamo che i nostri eroi sono un po' sullo sfondo delle vicende ma il lavoro è davvero buono. 
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sabato 18 gennaio 2020

Attica - il nuovo fumetto Bonelli, firmato da Giacomo Bevilacqua. Ed è un manga!!!




Attica è il paradiso, ma forse è anche l'inferno. È forse il luogo migliore in cui vivere di tutto il pianeta, il più ecologico, sostenibile, tecnologico, ma è riservato, per pochi, servono un sacco di soldi e il visto non lo concedono a tutti. E poi ci stanno le mura, mura altissime che separano questo piccolo mondo esclusivo per pochi eletti dalla masnada dei poveri, arroccati in infinite casette-baraccopoli proprio a ridosso di quelle mura, quasi fino alla sommità.
La giovane Kat "scandaglia", come dice il suo account da detective hi-tech, "scandaglia in rete", cerca sui profili dei social e trova mariti infedeli con conti all'estero, trova le doppie identità del vostro vicino di casa, scopre la verità. Una piccola somma extra e le clienti di Kat potranno avere tutto di tutto del "bastardo traditore", l'accesso alle sue mail, le password. Solo che per gabbare i dati Kat deve essere molto vicina all'obiettivo a volte, cosa che la porterà a trovarsi in una strana situazione al terzo o quarto piano di un parcheggio, a fronteggiare un marito manesco che sembra sempre più simile a un mostro mutante. 
Nello stesso parcheggio c'è però anche Aiden, un calmo e altruista maestro di kung-fu che, senza nemmeno sapere lui come, diventa Foxtail, una specie di Power Ranger dalla personalità acida e schizoide. Foxtail ovviamente si scontrerà contro il marito manesco che sembra sempre più simile a un mostro mutante, e questo sarà l'inizio di una avventura che porterà Kat e Aiden proprio ad Attica, per dare seguito alla profezia di un ragazzino che si è ribellato a Ito, il tiranno locale, con un discorso accorato tenutosi in un mercato rionale, rigorosamente sopra una cassetta della frutta. 


Ok questo è il "magma", con varie omissioni che lascio a voi scoprire, del primo numero di questo arrembante e sorprendente nuovo fumetto dell'autore di A Panda piace. Si parla (per ora) di una miniserie da 6, distribuita nel circuito delle fumetterie, che a tutti gli effetti vuole presentarsi come "manga", per tematiche e impostazione delle tavole, in primis un alto e ben gestito uso dei retini, passando per una caratterizzazione molto Kawai dei personaggio e una gestione molto dinamica delle scene action. Bevilacqua, che qui scrive e disegna, fin dai tempi di A Panda piace era chiaro avesse un amore sconfinato per il disegno e la cultura orientale, che spesso ha saputo ibridare, far proprio e reinventare, con la classe e proprietà di linguaggio della cucina fusion. I suoi personaggi sono stilizzati ma dalle movenze ed espressività chiarissime. Nelle scene "di calma" si avverte la fragranza della commedy della Rumiko Takahashi, nelle scene action c'è la leggibilità dei movimenti e velocità di Akira Toriyama, ogni tanto appaiono rivoluzionari misteriosi con i pugni al cielo che profumano di Eichiro Oda. Qualche ceffo ricorda i sogni più organici di Takaya Yoshiki. I suoi paesaggi urbani scorrono fitti e dettagliati nella skyline come in Katzuhiro Otomo, per poi scendere sulle strade, sempre con lo stesso ma diverso  "gusto anni '80", nei negozietti e vicoletti di Tsukasa Hojo. Ma tutto quanto è fuso, reinventato e fatto proprio da Bevilacqua, è una evoluzione naturale del percorso di A Panda piace, che pure a me qui piace, e tanto pure!! Come mi era piaciuto il suo numero de Le Storie, Lavennder, che in senso diverso si ispirava a Manara, Crepax e ai fumetti di Scorpio, pur rimanendo nella gestione della tavola, nel gusto e stile riconoscibile, il suo stile. Confesso di essermi ritrovato, come ai tempi di Lavennder, trascinato in Attica dalla quinta pagina fino alla fine, tutto di filato. Le prime pagine però, mannaggia. Troppi dati e troppa poca voglia di leggerli, una autentica peperonata per antipasto che taglia le gambe. Resistete e il fumetto si aprirà a voi come un fiore, apprezzerete la raffinata struttura circolare degli eventi, assaporerete i primi scampoli di una storia, invero piuttosto fosca, che per ora si contorna in modo intrigante. Kat e Aiden appaiono già come personaggi ben tratteggiati, con un interessante e misterioso passato alle spalle, con un proprio modo peculiare di stare sulla scena, con il loro buffo e contorto modo di relazionarsi. Kat "scandaglia" e guarda tutti i dettagli in modo maniacale come il Sherlock di Cumberbatch, ma riesce comunque a ficcarsi nei casini. Aiden ha questo fare da maestro zen super positivo, ma si trasforma in un supereroe che è di fatto un cinico stronzo, esilarante. Gli altri personaggi sono ancora molto misteriosi, ma si segnala un luciferino uomo d'affari con occhiali e denti da squalo, che forse sa volare con un ombrello come Mary Poppins. 
La storia è ancora troppo sfumata per ragionarci sopra, ho gradito moltissimo l'azione e la caratterizzazione del personaggi, lo stile visivo che passa dal quasi minimale e umoristico dei personaggi all'ultra dettagliato degli scenari e veicoli non è male. Se le good vibratios proseguiranno ve lo farò sapere, tra poco dovrei avere tra le mani anche i capitoli 2 e 3. 
Un plauso alla Bonelli che ha accolto questa nuova sfida editoriale confezionando un prodotto ben curato e accattivante, scegliendo anche un canale qualche volta difficile per i grandi numeri come le fumetterie. Mi piacerebbe che in furori Attica facesse il botto e arrivasse in edicola, magari insieme a una serie animata a farne da traino. Bevilacqua ha confezionato quello che per ora è un piccolo gioiellino, che speriamo si confermi e alzi la posta con il numero 2. 
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mercoledì 15 gennaio 2020

Playmobil - the movie



Charlie e Marla sono due piccoli fratellini felici, pieni di sogni e di pupazzi Playmobil, che sognano di viaggiare, grandi avventure, combattere i draghi, sempre insieme, senza litigare, creando storie nuove ogni giorno, insieme. Nel mondo dei pupazzetti Charlie è un vichingo, Marla un cavaliere in armatura, il mondo tutto loro e i cattivi si possono sconfiggere tutti con la loro mossa combinata finale. Poi passa qualche anno, la vita va per il verso sbagliato e i genitori non ci sono più. Marla, la più grande, si assume il ruolo di madre del fratellino, deve lavorare per trovare i soldi per vivere con lui, è piena di impicci, non ride più, non gioca più con Charlie e i Playmobil vanno in soffitta. Charlie pensa che Marla non gli voglia più bene, fa i capricci, non vuole andare a scuola e un giorno, sorpresa, arriva in città una mostra dei Playmobil gigantesca. Una mostra a cui Marla non vuole portarlo ma alla quale Charlie ci va, con la sorella che lo insegue, fino a che, nella stanza più grande dell'allestimento, che pare la Mini-Italia del Playmobil, i due si ritrovano, si scontrano e, dopo un fulmine che cade dal cielo, spariscono. Marla si risveglia in un mondo fatto di Playmobil, fatta anche lei come un Playmobil. Non trova Charlie, ma è sicura che da qualche parte, nel suo vestito da vichingo, riuscirà a trovarlo. Deve solo farsi aiutare da nuovi amici e trovare dentro di sé la guerriera in armatura di plastica che era da bambina.
Lino Di Salvo scrive e dirige un film dedicato al pubblico dei più piccoli, i realizzatori sono gli stessi del Piccolo Principe e si respira un po' la stessa aria anche qui, al netto di una malinconia più contenuta. Cristina D'Avena e J-Ax danno corpo a un paio di personaggio davvero divertenti, ci sono delle canzoncine subito orecchiabili. La produzione è di buon livello, è tutto giusto e tarato a livello di bambino, il racconto è pieno di azione e buoni sentimenti, fa venire voglia di andare a ripescare i Playmobil che un po' tutti dovremmo avere a casa in cantina o in soffitta (quanto era bello il galeone dei pirati!!). L'universo Playmobil è ben rappresentato tra luoghi, personaggi e giocattoli più noti, facilmente qualcuno ricorderà qualche pezzo della propria infanzia, gli attori hanno voci frizzantine e se avete otto anni vi divertirete un mondo. Probabilmente se portate al cinema con voi un bambino di otto anni, vi divertirete vedendo lui divertirsi. Faccio più fatica a immaginare dei quarantenni che vengano travolti dalla storia e personaggi al punto da andare a comprare dei nuovi set Playmobil, ma credo che non fosse questo lo scopo della produzione. Se Lego ha ammiccato con i suoi prodotti a un pubblico più vasto e adulto, facendo leva sul potenziale infinito delle costruzioni a mattoncino, alimentando mille citazioni e re-invenzioni, Playmobil sta nel suo target di riferimento, i bambini, pur ogni tanto strizzando l'occhio al cinema e alla cultura pop, sottolineando e valorizzando la bellezza e versatilità di mondi fantastici alla loro portata. Il film di Di Salvo è come un pomeriggio passato nel soggiorno del vostro nipotino, sul tappeto, a giocare con lui tra pupazzi buffi e più o meno aguzzi quando vi finiranno sotto i piedi. Se vi piace l'idea o avete otto anni è il film per voi.
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lunedì 13 gennaio 2020

Halloween - il "reboot" di David Gordon Green: la nostra recensione




La trama in breve: presente. Sono passati quarant'anni dagli eventi di sangue del 1978 che hanno colpito nella notte di Halloween la piccola cittadina di Haddonfield nell'Illinois. Il ventenne Michael Mayers, che nel 1963, aveva ucciso la sorella durante la stessa notte, era evaso dal manicomio dove era rinchiuso, aveva percorso due ore di macchina senza aver mai saputo guidare ed era tornato nella cittadina di origine, uccidendo alcune persone facendo uso di funi e coltelli. Indossava una maschera bianca rovinata, con le fattezze del Capitano Kirk di Star Trek. Era stato fermato e rinchiuso di nuovo, mentre una delle sue vittime, Laurie, (Jamie Lee Curtis), miracolosamente sopravvissuta alla mattanza, non è mai riuscita a superare quel trauma, diventando con gli anni una donna aggressiva e autoritaria. 
Ora, nel 2018, mentre un ormai vecchio Michael sta per essere trasferito in una nuova struttura detentiva, due giornalisti in cerca di una storia riescono a incontrarlo e gli portano la stessa maschera bianca che aveva indosso nel 1978. Sarà l'inizio di una nuova mattanza.


È tornato anche Michael: Ero al cinema a vedere l'ultimo Terminator, Dark Fate, quando mi è tornato in mente questo film del 2018 prodotto da Blumhouse e Universal, seguito ufficiale e benedetto da John Carpenter in persona del solo e unico primo capitolo di quello che poi è diventato un vero e proprio franchise, l'Halloween del 1978. Nell'articolo sull'ultimo Terminator parlo di come per me il primo film di James Cameron sia almeno al 70-80% un rip-off di Halloween. C'è un mostro inarrestabile che indossa una "finta maschera umana", una donna con un destino avverso (si parla di destino e della capacità o meno di cambiarlo il una sibillina sequenza ambientata a scuola nel primo Halloween) che dovrà affrontarlo laddove gente più preparata e venuta allo scopo ha fallito per anni (Il Doctor Loomis di Peasance ha stesso scopo e informazioni, ma forse è però meno sexy, del Kyle Reese di Michael Bien, peraltro con a curriculum un altro personaggio "aiutante" di una altra celebre final girl, in Aliens), c'è una placida provincia americana come scenario. Poi ovviamente c'è una "salsa diversa", ma il succo è quello, a volte pure le scelte di fotografia. Amo Michael quanto il T-800, amo Laurie quanto Sarah, non è una gara e sono fan di entrambe le saghe. Nella mia testa avevo già scritto l'anno scorso la recensione di questo Halloween del 2018, pensavo pure di averla pubblicata (al punto che oggi sono andato a cercarla in archivio) ma credo di aver perso il file. In quel file avevo scritto di come David Gordon Green con questo Halloween avesse a sua volta omaggiato Terminator 2, facendo vivere alla Laurie Stode di Jamie Lee Curtis un percorso da Final Girl a guerriero definitivo, minaccioso quanto paranoico, simile a quello intrapreso dalla Sarah Connor di Linda Hamilton. Ora, nel 2019, vedendo l'ultimo Terminator mi sono stupito di come praticamente rielabori delle idee da questo Halloween del 2018! A partire dalla bellissima dicotomia mostro e final girl entrambi "invecchiati ma ancora ruggenti", passando per le tre generazioni di donne protagoniste, toccando il tema dell'educazione della "più giovane", perché il male, anche se sconfitto, prima o poi può presentarsi in nuove forme senza poter essere sconfitto per sempre. Con due seguiti già programmati (anche perché Halloween è costato una caccola rispetto a Terminator, incassando tantissimo), che ora si stanno girando step by step per via di un meritato successo di critica e pubblico, chissà che Terminator prenderà spunto anche dai futuri capitoli di Halloween.
Quindi colgo l'occasione per parlarvi un po' di Halloween, rigorosamente dopo che la festa è passata, per essere meno mainstream possibili. Vi parlo della nuova pellicola in parallelo a quella del 1978, invitandovi a vederle insieme (prima 1978 poi 2018), per cogliere il modo magistrale in cui si combinano tra loro.


- Le mille vite di una saga: Halloween, il cui titolo di produzione era The Babysitter Murders, è un film semplice, diretto ed emozionante, dotato di personaggi e una colonna sonora indimenticabile. Come i cuochi più esperti potrebbero certificarvi, realizzare qualcosa di semplice riuscendo a stupire è in realtà di una difficoltà assoluta, bisogna essere perfetti negli ingredienti e cottura, perché tutti "a pelle" sanno di poter realizzare qualcosa di semplice. Nella sua semplicità Halloween è considerato a ragione un capolavoro, un archetipo del genere, per il modo in cui descrive i personaggi, per la tecnica di ripresa utilizzata, per l'uso della colonna sonora. Personaggi realistici (né buoni né cattivi), telecamera a mano (usata per delle soggettive e per un taglio più da documentario, e all'epoca non c'erano i cellulari, le telecamere erano enormi e pesavano!!), musica che dialogava con la scena senza anticiparla (come era uso negli horror classici, mentre qui ha anche funzione di "bus", alzandosi e trovando note in evidenza, spesso stridenti, solo quando l'azione effettivamente si realizza, "a tradimento"). Praticamente ogni slasher in seguito ha "giocato a imitare Halloween" (o la scena del bagno con le medicine dietro lo specchio, creata da Landis per Un lupo mannaro americano a Londra), moltissime opere hanno cercato di replicarlo (Venerdì 13 su tutte) o dovuto per forza di cose confrontarsi con la sua fama (Nightmare). Nella sua semplicità, il film del 1978 riesce a essere criptico, misterioso, nella caratterizzazione di Michael. Non è spiegato perché usi una maschera quando uccide, non si comprende la sua apparente immortalità, non si capisce se abbia sentimenti o regole nella sua scelte delle vittime. C'è solo un bisogno primario, per i più Freudiani scaturito quando da piccolo ha cercato di penetrare con un coltello sua sorella mentre nuda si truccava allo specchio. Un bisogno che sembra fargli seguire altre vittime come un predatore, osservarle da lontano per poi colpirle ma rimanendo lucido, reagendo in modo intelligente nel caso qualcuno si sovrapponga al suo piano. Oltre alla Final Girl ad affrontarlo c'è uno psicologo, il Dottor Loomis, che diventerà ricorrente in tutti i film fino alla morte dell'attore, Donald Pleasence. Loomis ha un legame quasi paterno con Michael, che di fatto chiama sempre per nome. Avendolo supervisionato per 15 anni, ma trovandosi incapace di curarlo, si è trasformato in una specie di crociato. Convinto che Michael sia "male allo stato puro" vuole che venga condannato e giustiziato dalla società, portandolo sul patibolo con le sue stesse mani, colpevolizzandosi di non aver potuto fare di più. Donald Pleasence è una specie di Van Helsing, un uomo di scienza che scruta i limiti del suo sapere e si arrende alla propria impotenza, ma anche un personaggio allegro, spesso gioviale ed eroico. 
Un altro personaggio è la cittadina di Haddonfield, percorsa metro per metro con la telecamera a mano seguendo i percorsi da casa a scuola delle babysitter. Chilometri a piedi di adolescenti reali, che parlano di loro problemi piccoli e grandi di tutti i giorni, inquadrate come secoli dopo in Elephant di Gus Van Sant. La calma dei paesaggi ha contrappunto nella colonna sonora, opera dello stesso Carpenter, che non lascia un momento di pace, evidenziando la tensione a ogni passo, facendoci scorgere la minaccia del mostro in agguato anche quando la sua sagoma da stalker non viene intravista tra le siepi o dietro una porta delle casette del viale alberato. Le ragazzine parlano e camminano in queste stradine verdi e ordinate, un po' stile Edward Mani di Forbice, mentre noi avvertiamo che qualcosa di brutto è in agguato. Qualcosa di cui loro sono consapevoli, perché essere seguiti è una sensazione percepibile, ma che sottovalutano proprio perché è Halloween e seguire le persone per spaventarle è accettato, incentivato durante questa festa. 


Visto il successo al botteghino, è arrivata la voglia di sequel. Il primo, datato 1981, come una continuazione diretta, senza inventare o evolvere molto, ma stabilendo un possibile legame tra mostro e Final girl (che poteva essere sottinteso nel primo film) e offendo uno scenario, l'ospedale, sufficientemente claustrofobico e pieno di idee visive interessanti legate al posto e al particolare modo in cui si era scelto di impostarne la fotografia del grande premio Oscar Dean Cundey (un bianco e nero dalle tonalità blu scuro che sarà "prestato" alla saga di Terminator). Insomma, Laurie era imparentata con Micheal come pochi mesi prima, anno 1980, avevamo scoperto che Dart Vader era padre di Luke Skywalker. Era un periodo filmico che dove ti giravi trovavi giovani protagonisti buoni di film fantasy/horror imparentati con i cattivi, i loro stessi genitori, che erano cattivi in quanto frutto di una società precedente, con una scala di valori ormai inaccettabile. Per qualche sociologo era la voce di generazioni nate dopo le gradi guerre che giudicavano i loro padri per i loro errori passati e recenti, come il Vietnam. Michael fa la prima mattanza nel 1963, anno del più alto invio di americani in Vietnam, 15.500). I fan di Star Wars dicevano che "Il mondo sta copiando Star Wars", dimostrandosi già all'epoca dei luminari. Ad ogni modo Halloween 2, aumentando il numero dei morti come regola aurea vuole e puntando più o meno sulle stesse carte, fece il suo lavoro dignitosamente e fu un buon successo. Ma l'assenza di Carpenter alla regia si sentiva, con il regista che per altro stava girando La cosa, remake de La cosa dell'altro mondo, uno dei film che venivano visti dai bambini e dalle babysitter durante la notte del primo Halloween. Per Halloween 3 sembrava non ci fossero idee nuove su Michael, si parlava di girare pagina e creare una specie di serie antologica, venne sviluppata una trama diversa con protagoniste sempre delle maschere inquietanti. Non brutto ma un po' fuori tema, i fan volevano ancora Michael e  così tornava Michael per i capitoli 4, 5, 6 di una trilogia rimasta ancora in parte inedita in Italia. Il 4 non è nemmeno così malvagio, il 5 e 6 sono piuttosto bruttini. Michael qui veniva narrativamente "spiegato del tutto", anche perché occorreva qualcosa da inventarsi oltre alla sequenza di omicidi, in quanto il personaggio della sua nemesi originale, la Final girl della Curtis, dal secondo film non era più tornata in scena (perché nel frattempo la Curtis, diventata "miss seno d'America", era passata ad attrice brillante per Una poltrona per due e poi Un pesce di nome Wanda, la farà tornare action girl James Cameron nel 1994 con la parte di super sexy milf definitiva in True Lies). Michael veniva detto (nel classico modo confuso di tutti i film horror all'alba del capitolo 4 del brand) che era una sorta di burattino satanico che veniva utilizzato dai cittadini del paesello per ricevere prosperità e successo in cambio di un piccolo sacrificio, sfiga e disgrazia per una delle loro famiglie scelta dal destino. La famiglia di Michael era predestinata ad autodistruggersi immolandosi per la setta, per mano del bambino posseduto da un demone che non essendo riuscito a finire l'incarico era tornato in pista 15 anni dopo, nel mentre avendo strategicamente ucciso le figlie di altre famiglie sacrificali. Se all'epoca ci fossero stati i nerd complottari con YouTube, qualcuno avrebbe pure notato in Halloween 1 una bambola come Annabelle nella stanza di Laurie, inventandosi che il vero demone era quello e tutto Halloween è collegato alla saga di James Wan e Warner Bros / New Line. Sintetizzando, un risvolto che è poco divertente, macchinoso, un po' pretestuoso, privo di mordente, banalissimo e che per poco uccide il franchise. Ma nel 1998 al cinema arriva l'episodio 7, Halloween H20  in celebrazione dei venti anni dei brand cavalcati a tutto spiano per riportare il pubblico in sala. Non si si parla più di demoni e bambolotti, con la trama che si riavvolge considerando canonici solo i primi due capitoli, con i complottari dell'epoca che vedevano anche 4, 5 e 6 in "continuity nascosta", roba da veri "believers". Interessante il fatto che nel 1998 esca pure Scream, che celebra gli slasher-movie proprio citando Halloween in modo diretto. Se nella scuola di Scream il preside è Fonzie di Happy days, icona immortale degli anni '80, nella scuola teatro del nuovo Halloween il preside è ancora Jamie Lee Curtis, icona immortale anni '80 pure lei (non alziamo l'età ad una signora). Il film è diretto da Steve Miner, regista anche "della concorrenza", di quei Venerdì 13 2 e 3 che avevano scopiazzato senza pietà Halloween (perché voi sapete chi è il villain del primo Venerdì 13) e di quella perla con Julian "Aracnofobia" Sands di nome Warlock e di una delle mie horror comedy preferite, Chi è sepolto in quella casa. Si parla nel film di come Laurie non fosse morta fuori campo perché l'attrice non c'aveva voglia di girare Halloween 4, 5 e 6, si inventa una scusa credibile che le dà un background tragico e si allestisce un re-match alla presenza di una figlia non riconosciuta di Laurie e con la partecipazione della madre della stessa Laurie (la diva Janet Leigh, la vera mamma di Jamie Lee Curtis). Avevamo quindi tre generazioni di Stode in scena, segnate questo dettaglio che poi ci ritorneremo. Il film va bene, tra le chicche mostra gli occhi di Michael dietro la maschera e tutto si commuovono, non è assolutamente 'sto capolavoro e anzi si segnala per un Josh Hartnett pettinato come un vero deficiente e per una diffusa mosceria del cast, comunque si mette in cantiere il film del 2002, Halloween Resurrection. Il regista a sorpresa è Rick Rosenthal, già dietro alla macchia da presa per quel comunque riuscito Halloween 2 del 1981. Si cambia un po' strada di nuovo, si punta alla stronzata divertente che strizza l'occhio alla nuova mania di quel momento, i reality show. Così degli attori improbabili danno vita a dei proto-influencer ancora più improbabili, che vengono invitati da Busta Rhymes in persona a passare una notte, ovviamente sotto l'occhio delle telecamere, nella casetta abbandonata di Michael. Una situazione abominevole. Jason pur vestito da pagliaccio Power Ranger per Jason X del 2001 non era caduto tanto in basso. Il film in sé è pure divertente, ma si guarda con una tristezza infinita e giustamente fa affondare la baracca. Nel 2007 arrivava il reboot di Zombie ed Halloween tornava ad avere un cuore, al punto da piacere e generare un sequel autonomo nel 2009 (che sarà come tradizione vuole un mezzo passo falso). Il regista della Casa del diavolo prese Michael e lo reinventò, pur formalmente seguendo alla lettera il film originale. Zombie cercava di farci addentrare nell'animo di Michael, voleva farci vedere il suo mondo al di là del suo modus operandi da predatore. La sua ossessione per le maschere diventava una sorta di sfogo artistico, i suoi legami forti con il personale della clinica facevano intuire un'esistenza non del tutto terribile  (anche grazie a un enorme e umanissimo Danny Trejo a dare supporto morale), le rappresentazioni mentali con cui leggeva il mondo e che apparivano simili a quanto percepiva sua sorella, una  "nuova" Final girl che nasceva quindi imperfetta, malata (la bella e brava Scout Taylor-Compton). C'era anche un trascorso di abusi subiti abbastanza evidente, a opera degli strani amanti che la madre portava in casa. Era un uomo nero ancora più grosso e minaccioso, un gigante muto che però era cresciuto in un contesto familiare diverso dalla perfetta famiglia americana del primo film, con una madre presente ma forse non in grado di accudirlo, (la mitica Sherie Moon Zombie, nella sua parte più dolce). Soprattutto era stato un ragazzino difficile con problemi mentali non adeguatamente affrontati che diventano nella seconda pellicola qualcosa di peggio, delle vere e proprie "voci nella testa" che proiettavano una distorta immagine materna, forse un po' dalle parti (ma con meno metafisica) dello stesso tormento che muoveva il "collega" Jason di Venerdì 13. Questo Michael aveva intenti vendicativi legittimi verso chi si era approfittato di lui senza aiutarlo, ed il Loomis di Malcom McDowell è un ripugnante approfittatore. Insomma, la casetta nel verde della famiglia perfetta dove abitava una forza distruttiva senza forma e senso (ogni riferimento al Joker di Ledger è puramente casuale), diventava una lurida magione di periferia davanti alla quale l'assistenza sociale girava al largo (ogni riferimento al nuovo Joker di Phoenix è puramente causale). Visivamente sontuosi, i due film di Zombie, quasi fotocopia classico del 1978 il primo e del tutto matto e rivoluzionario ("zombiezzato") il secondo, portarono Michael da un'altra parte ancora, lo "universalizzano" nelle fasce più deboli della società. Nascosto tra gli homeless, pronto a rispondere e insorgere contro i privilegiati più insensibili, indossando una maschera bianca che tiene nascosta in una tasca della giacca (anche questo mi ricorda un Joker che indossa una maschera da Joker di un film recente). Michael può essere ovunque e può essere radicato in chiunque, contagioso e nascosto nel DNA di qualcuno. Non avvallato al botteghino come il film del 2007, Halloween 2, bello ma decisamente lontano al modello originale, non avrà un seguito. E così arriviamo al 2018.
Il film del 2018 torna al 1978, immagina un epilogo diverso con gli eventi del sequel mai accaduti e di fatto azzerando tutte le precedenti evoluzioni del franchise. Cosa combina? Già si stanno girando due seguiti, perché le cose sono andate bene e possiamo quindi fare dei felici paralleli tra l'Halloween originale e questo. 



- Il primo e ultimo Michael: a indossare la maschera del cattivo nel 2018 è Nick Castle, che riprende il ruolo dopo essere stato il primissimo Michael dell'Halloween del 1978. A dargli una mano con gli Stunt c'è James Courtney, ma il buon Nick, che è stato per anni un collaboratore di Carpenter, fa gran parte del lavoro. Castle è anche un regista e ha diretto una delle pellicole anni '80 a cui sono più affezionato, The last starfighter (Giochi Stellari in Italia). Il suo Micheal è una creatura gigantesca e terribile, ma anche silenziosa (si muove nel buio non facendo rumore), amante della tattica (ha spostato più cadaveri lui che Snake in Metal Gear, ama riempire di trappole i suoi terreni di caccia), attendista (segue la vittima per ore intere), spesso veloce ed essenziale nell'esecuzione (non è un esteta o un particolare sadico, punta al sodo), soprattutto intelligente (sa raccogliere indizi e usarli). C'è qualcosa di soprannaturale in lui, in qualche modo legato alla sua maschera, che riesce a "sentire a distanza" (è strano e terrificante il fatto che non emetta alcun rumore, ma quando indossa la maschera lo sentiamo "respirare con affanno", come se provasse imbarazzo o godimento da quel comportamento), ma di fatto è un incredibile combattente, una specie di Rambo che misteriosamente non ama le armi da fuoco. Il film del 2018 segue quindi per Michael lo stesso spirito dell'originale, senza indugiare in svelamenti identitari che forse lo depotenzierebbero. Michael fa paura perché è insondabile. 

- La sola (e triplice) Final girl: Jamie Lee Curtis aveva 20 anni nel 1978, era al suo primo film. Alta, di una bellezza androgina da infarto, intelligente, determinata nonché credibilissima come combattente di mostri. Quando fu scelta da Carpenter si stava allenando per entrare nell'accademia militare e dietro agli abiti castigati e il ciuffo di capelli gioiosamente vaporoso di Laurie Strode nasconde non troppo bene la determinazione di una tigre. Il povero Michael, dopo un filotto di vittime abbattute senza sforzo, si trova davanti qualcuno che sa smontare un attaccapanni per creare spuntoni cava-occhi, riesce a rubargli il coltello/fallico per pugnalarlo a sua volta e probabilmente sarebbe riuscito a strozzarlo (l'attore e il personaggio) se non che appare fuori campo qualcuno che spara al mostro, permettendogli fortunosamente di scappare. E non vi ho detto quanto è brava a raccontare le favole, creare zucche votive con un art attack, far rispettare ai bambini l'ora del pisolino e in caso di emergenza occuparsi di altri bambini, fare il popcorn e vigilare sul lavaggio dei denti!! È la babysitter definitiva che non si fa prima abbattere per poi vendicarsi come la collega protagonista, nello stesso anno del signore 1978, di I split in your grave (tradotto dalle nostre parti con l'ancora allucinante titolo/preghiera Non violentate Jennifer). Jennifer non si è ancora "messa a nudo" per Dan Aykroyd, accadrà nell'81, offrendoci con le sue grazie la massima prova dell'esistenza di Dio, nel 78 è solo un concentrato di acerbo coraggio ed elegante determinazione. 
Nel 2018 la Curtis se ne esce con una pubblicità a questo nuovo film che mi inquieta. Dice che non si parlerà più di Halloween, ma di "Hallo-women" (che si legge "allowimen"). È già in questo momento infernale, che spero finisca presto, del post "metoo", dove le donne si sono impossessate di ogni pellicola per urlare che sono meglio degli uomini in qualsiasi cosa, comprese quelle cose di cui alle donne non frega nulla. È una campagna pur legittima, ma che finirà se non contenuta per scatenare i più bassi istinti misogini anche in un santo. Peraltro Halloween è una saga che da sempre parla di donne forti, che riescono a essere eroiche quanto affettuose, gentili quanto letali. Non ci sono damine in pericolo, è semmai l'opposto. Pertanto le donne di Halloween 2018 non sono affatto le stucchevoli donne-so-tutto di Ghostbusters, MIB internazional, Captain Marvel, ma vengono toste dalla tradizione della Ripley di Sigurney Weaver, la Sarah Connor della Hamilton, la stessa Laurie Strode della Curtis, la Red Sonja di Brigitte Nielsen. Sono guerriere Laurie (la Curtis), la figlia Karen (Judy Greer) e la nipote Allyson (Andi Matichak), educate fin da giovani a combattere, al punto che sull'esasperazione di un infinito training i rapporti si sono logorati e hanno reso realisticamente le loro vite uno schifo. C'erano nonna, figlia e nipote anche in Halloween H20, ma la famiglia lì era qualcosa da cui fuggire, un peso da dimenticare. Nel nuovo Halloween la famiglia è un motore che faticosamente si tiene insieme e i suoi singoli ingranaggi, le "Final girl" agiscono con uno scopo, a un certo punto prendendosi gioco del loro aguzzino, fingendo di essere delle persone deboli, umane. Il finale è pura epica e si fa potente proprio per queste donne che agiscono insieme con un realismo e coerenza che le varie ghostbusters e altre farlocche varie non hanno. E far vedere che le donne sono forti, come in questo Halloween, è più utile alle donne che rappresentarle forti a parole ed effetti speciali. È ciò che passa tra il fare l'attrice in un film o essere una sorta di cartellone pubblicitario dei diritti femminili. E in tema di donne...



- Ragazzine che fanno le ragazzine, ieri come oggi: uno dei punti di forza dell'Halloween classico è il contesto realistico della provincia americana. Le babysitter di Carpenter potevano essere benissimo le vostre vicine di casa, un po' sante e un po' no, "vere" e coerenti nel loro piccolo mondo. Non erano stereotipi urlati e bozzettistici come il 90% delle vittime degli slasher, erano gente credibile la cui dipartita (siamo in un horror e le dipartite capitano) ti dispiace. Anche Rob Zombie aveva riposto particolare cura a questo aspetto, ma forse aveva esagerato in venerazione/replicazione al punto che le babysitter del suo personale Halloween avevano molto il mood di una celebrazione di quelle babysitter anni '70, come lo Psycho di Gus Van Sant. David Gordon Green e Danny McBride sono dei "bro" di James Franco e Seth Rogen. È gente dietro a robe come Suxbed - tre metri sopra il pelo, Lo spaventapassere, Strafumati on The Road e molta commedia scorreggiona. Non per questo si sono limitati alle risate grasse, lavorano anche a ottimi drammi come Stronger con Jake Gyllenhaal, ma la cifra migliore dei loro lavori risiede sempre in un modo molto spontaneo di rappresentare i giovani. Le babysitter del 2018 parlano e si comportano quindi come normali ragazze del 2018. Si fanno le canne, sono brave studentesse, convivono con la forfora, si occupano davvero dei bambini che curano, bevono, si preoccupano per la nonna che è troppo sola. Sono sensibili e fanno cazzate, come tutte le ragazzine, "zero stereotipi viventi" e centro pieno per il coinvolgimento emotivo. Un'altra regola aurea degli horror (dopo l'aumentare il numero di morti nel seguito) applicata da Tarantino nel suo omaggio al genere, Bullet proof- A prova di morte. Ve lo ricordate, in versione estesa? È uno dei miei film preferiti. Minuti e minuti in cui delle ragazze normali parlano di problemi normali fino a che arriva un mostro a distruggere la loro innocenza (Si, anche Jungle Julia alla fine è una ragazzona infelice, nonostante la super carica sexy, e ci dispiace per lei). Perché funzionano le babysitter come "ragazze normali", funzionano anche tutti i personaggi che ci gravitano intorno. I loro coetanei /spasimanti sono deficienti quanto basta, i bambini sono teneri e convincenti nel sentirsi spaventati e inadeguati (mitico il bambino che sogna di fare il ballerino), gli adulti hanno uno scopo per cui esporsi eroicamente o fare errori clamorosi. 


- La notte: Nella notte del '63 il piccolo Michael, con sul volto la maschera di un pagliaccio, prima spia la sorella nuda da dietro l'armadio (scena omaggiata anche dalla commedia horror Il ritorno dei morti viventi del 1985, da un bambino con però la maschera di Frankenstein), poi esce dal nascondiglio e la accoltella, con la testa (lo vediamo perché l'inquadratura è argentianamente in prima persona) che sembra andare da tutte le parti, non si capisce se per un rigurgito di vergogna, per odio o per una sensazione simile all'orgasmo. Di sicuro sono i corpi femminili quelli che nella sua vita più predilige come omicida, quelli con cui "gioca di più", ma da bambino rimane indifeso, viene fermato dai genitori e una volta smascherato si ferma, non proferirà più parola per 15 anni. Nell'Halloween del 1978 si respira aria di coprifuoco. Gli amori tra ragazzi sono clandestini, all'ombra di adulti assenti come su una striscia dei Peanuts. La notte delle streghe arriva piano, con il sole che scende e si accendono le poche luci dei lampioni, con le strade che si popolano di pochi bambini. Michael si nasconde e confonde con la vegetazione, esce dal buio e ritorna al buio dopo un'esecuzione. È un ragazzone in forma che gioca al gatto e il topo, freddissimo e quasi chirurgico nelle azioni. Ha ancora bisogno di una maschera per sentirsi bene mentre uccide, se nel passato aveva avuto un'unica vittima, ora punta ad averne tre, a triplicare il piacere. Non senza dimenticare la prudenza, calcolando piani fulminei per bloccare sul nascere chi disturba i suoi piani. La notte di Halloween del 2018 è un vero casino. Le strade sono più illuminate e popolare di Riccione, i ragazzi vanno alle mega-feste e le babysitter sono in meno anche se di razza, come la bellissima Vicky di Virginia Gardner. Se Michael non facesse un vero casino, nessuno si accorgerebbe di lui. Sembra quasi che patisca la presenza di tutta quella gente "a casa sua", lo fa agire per frenesia come fosse (ed in effetti è) un vecchietto a cui scoppia la testa per il troppo casino. Anche la maschera riconquistata non gli dà gioia come un tempo, anche le donne diventano un trastullo meno interessante. Sembra Grendel del Beowulf di Zemekis, una creatura che agisce con fretta e frenesia perché lo stanno stressando e questo lo rende meno lucido, più inutilmente brutale. 
È un'evoluzione interessante del personaggio, ce lo rende più """"vicino""" ai canoni umani vederlo così spaesato. Anche se l'old Michael semina un casino infinito, dieci volte peggio del 1978, spesso arranca, viene investito dalle auto, deve fare affidamento su aiuti inaspettati per riprendersi dopo l'ennesima botta e non riesce più a nascondersi come prima, al punto che quasi lo fa fesso un ragazzino e l'esecuzione più riuscita è quella di una massaia che guarda Barbara d'Urso. Pare di leggere Senilità di Svevo e un pelo si rimpiangono le fesserie da reality show di Resurrection, ma il nuovo Michael ci piace, insieme alla sua maschera ormai consunta che ha sempre più l'aspetto di una coperta di Linus. Magari invece di Loomis o dello psicologo nuovo (che dà comunque delle gioie, non vi rovino però la sorpresa), Michael vorrebbe parlare con la psicologa Lucy. E qui chiudo perché citare tre volte il fumetto di Schulz parlando di Halloween mi fa troppo strano.
-Conclusione: dopo mille tentativi di bissare il successo del 1978, questo è l'esito più bello, quello che convince di più. Addio a parentele attaccate pretestuosamente con lo sputo, addio ai bambolotti satanici, addio alle buffonate dei reality show. Michael facendo lo spacca montagne  torna a casa per avere un altro incontro ravvicinato con la miss "Seno d'America" Jamie Lee Curtis e come ogni maniaco che si rispetti viene menato da lei, da sua figlia e pure da sua nipote. Occasionalmente viene picchiato pure da altri. Il film ci parla inoltre di una bella e complessa storia familiare e sa tenerci vigili con un finale fulminante e sorprendente... che mi ha ricordato un po' l'epilogo dell'ultimo Rambo. Ma è normale, di Halloween non si butta via niente e tutti lo "omaggiano", direttamente o indirettamente. Ora siamo pronti ai nuovi round previsti per gli Halloween di 2020 e 2021. Siamo carichi.
Oggi grazie a Midnight Factory abbiamo un mega cofanetto da collezione con tutta la saga originale, compresi i capitoli all'epoca mai tradotti in Italia. E' un'occasione ghiotta per riscoprire uno dei mostri più fighi del cinema horror di sempre e constatare come Jason possa solo inginocchiarsi di fronte a lui.
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giovedì 9 gennaio 2020

Sorry we missed you - la nostra recensire del nuovo film di Ken Loach




Vi ricordate gli anni 80, quando Jerry Cala' impersonava il fattorino-eroe per eccellenza ne Il ragazzo del pony express?



Ora siamo nel 2020. Perché pensare in piccolo, a un mondo privo di avventure? Perché inseguire la pietà di qualcuno rompendosi la schiena tutti i giorni per lui? Diventiamo imprenditori di noi stessi, prendiamo davvero in mano la nostra vita! Lavoriamo quando, quanto e come vogliamo, coniugando al meglio famiglia e tempo libero, è tempo di rivoluzione!! Sono più o meno queste le parole di fantomatico successo, indipendenza e speranza che convincono il povero e volenteroso Ricky Turner (Kris Hitchen), onesto e instancabile lavoratore trombato dalla crisi economica, con moglie Abbie, badante professionale a tempo pieno (Debbie Honeywood) e un paio di figli a carico, a fare Il grande balzo e diventare il "padroncino in franchise" di un furgone per consegne. Il lavoro c'è ed è in crescita esponenziale, con un gigante del commercio online che garantisce, il marchio, la continuità ed elargisce un numero infinito di bonus di produttività, clientela vip, il meglio della tecnologia di localizzazione e scelta dei tragitti senza traffico. I colleghi sono simpatici, il rientro delle spese iniziali sembra veloce e tra tre anni si potrà davvero fare il lavoro che si vuole fare davvero, comprare la casa che si vuole comperare davvero, frequentare quel circolo esclusivo davvero... ci siamo capiti, è tempo di essere eroici e intraprendenti, basta fare i minchioni attaccati a concetti superati come pensione, sindacati, diritti dei lavoratori, carte sanitarie. 
Certo ci sono anche un po' di clausole in piccolo di cui tenere conto: non arrivi puntuale e prendi una multa, non paghi una rata del furgone e prendi una multa, stai a casa un giorno e prendi una multa e magari perdi la tua tratta garantita, vuoi fare Natale  o metti qualcuno sul tuo furgone a fare la tratta (un sub-padroncino) e prendi una multa, perdi il carico e lo ripaghi, danneggia il carico e lo ripaghi, consegna il carico a chi non ha titolo o non firma la consegna e lo ripaghi, ecc. ecc. Poi non fa strano che invece di 3 anni ce ne impieghi 5 passando gli ultimi 2 a pagare multe e ammortizzare imprevisti... ma, ehi, cosa sono in fondo 5 anni con davanti il paradiso?


Ricky ci crede. Ci crede al punto di vendere per comprarsi il furgone la macchina di Abbie. Pure Abbie ci crede. Al punto che dice: "Non importa, andrò a lavorare saltando da un autobus all'altro tutto il giorno. Che tanto tra tre (cinque) anni abbiamo svoltato". Chi non ci crede sono i figli, purtroppo. La piccola Liza (Katie Proctor) e soprattutto il figlio maggiore, in aria di ribellione adolescenziale grave Seb (Rhys Stone). Riuscirà la Famiglia Turner a superare questa delicatissima fase della sua vita senza troppi scossoni?
Altro contributo video, oggi non badiamo a spese.



Se posso azzardare una tendenza nata negli ultimi mesi e che si imporrà di prepotenza negli anni '20, questa è la "delivero generation". Con Amazon e l'e-commerce i negozietti di una volta, che già campavano a fatica con la concorrenza spietata dei supermercati prima e dei mega-centri commerciali negli ultimi tempi, si stanno estinguendo. Il negozio virtuale ora è inteso come l'elenco dei prodotti disponibili in rete e come negozio reale dei giganteschi capannoni con stipati milioni e milioni di prodotti da consegnare previo fattorini ultra-celeri. Allo stesso modo sta prendendo piede ordinare da casa e farsi consegnare in soggiorno qualsiasi cosa, pure il cibo, sempre previo fattorini ultra-celeri. E siamo un po' già alla frutta per tutto il resto, perché ormai si possono frequentare corsi universitari da casa, lavorare da casa, guardare il cinema obbligatoriamente da casa per via delle stronze esclusive Netfix. Se non fossimo costretti a "muoverci":  per evitare di atrofizzarci, nutrirci o per riparare ogni tanto la caldaia o per andare fisicamente a lavorare, ormai potremmo (ad essere molto soli, tristi e misogini) pure stare immobilizzati a casa avendo unicamente contatti con fattorini e infermieri. Senza stare a pensare che se fattorini e infermieri fossero pure loro sostituiti dalle macchine in un lampo ci troveremmo nel futuro di Ready Player One e in due lampi nella "più vivibile" Matrix... come sono gli standard di vita classici di chi ci dovrebbe portare a casa la roba o curare, posto che nell'imminente futuro queste due potrebbero essere le principali scelte di vita del (spariamo basso, considerano che oggi si producono già dei robot che si "affittano per lavorare") 97% della popolazione mondiale (non ricca)? 
Anche se pure la cultura di massa, come nel recente videogame campione di incassi Death Stranding, ci sta dicendo quanto sia figo e avventuroso portare dei pacchi in spalla per vivere, tutto questo è vero?


Arriva Ken Loach, uno che come i fratelli Dardenne, Xavier Dolan e qualche altro pazzerello si interessa di portare al cinema problematiche sociali (mi piacerebbe mettere in lista anche Checco Zalone per provocazione, visto che ogni volta che esce in sala tutti si scatenano a torto o ragione sul "modo più corretto di parlare di sociale nei film comici", argomento di per sé che per me è supercazzola esilarante...). Cosa fanno questi registi pazzi? Fanno ricerche sul campo, intervistano le persone, visitano i luoghi dove vivono e vanno a conoscere i familiari, mettono insieme i dati e oltre a una storia per il cinema hanno un contesto brutalmente reale e concreto dove immergerla. Cosa ha scoperto oggi il vecchio Ken indagando sulla delivero generation? Qualcosa di inquietante, tipo che forse si stava meglio alla catena di montaggio con il paternalismo industriale. Se prima i tempi di lavoro erano dettati dal prodotto da mettere in catena, ora ci sono i tempi di consegna dei pacchi a stabilire la produttività, ed è qualcosa di mille volte più incerto perché "tutto il mondo diventa un luogo di lavoro". Come in un film dell'orrore, il regista racconta di come oggi basti pochissimo per fare cadere il castello di carte su cui si basa la "piccola" imprenditoria del trasporto. Un niente, che può essere un problema a scuola o un fanale rotto, e crolla tutto, arrivano le multe, gli ammortizzatori sociali falliscono, gli aiuti dell'ultimo momento non arrivano e di colpo un trasportatore può ritrovarsi come in un western alla Mad Max, a difendere con i pugni e i denti il suo carico da predoni stradali che aspettano solo di trovarlo stanco, con addosso tutta la paura e il peso che, se fallisce, fallisce con lui tutta la sua famiglia. Detto con una canzone di Caparezza.
Sorry me missed you ossia "ci dispiace di averti mancato per la consegna" è il cartellino che in Inghilterra ti mettono i fattorini quando non ti trovano a casa per la consegna del pacco. Fa specie come traducendolo letteralmente, e conoscendo Ken Loach non mi meraviglierebbe una "lettura trasversale", suoni  come "ci dispiace di esserci dimenticati di te": dove a essere stato smarrito è l'elemento umano più che un semplice pacco, in una frase dove chi si rammarica non è (strettamente) un portapacchi, ma (in senso figurato) la società. Allo stesso modo può suonare come "mi dispiace di  non essermi preso cura di te fino ad ora": dove a rammaricarsi di non aver visto prima questa prospettiva di futuro, per poterla arginare, sono colpevoli anche gli uomini di cultura stessi. È un film duro, dove emerge titanica la forza di sopravvivere dell'uomo comune. Ken Loach non parla con le frasi dei cioccolatini perugina, non fa i melodrammi come i registi spagnoli o idealizza la gente a basso reddito facendola vivere nei quartieri bene del centro come troppo cinema italiano. Ken Loach pesta duro e i suoi personaggi pestano duro, non c'è la paura a rappresentarli sgradevoli, irrisolti e capricciosi, quanto vigliacchi e superficiali. Ken Loach rappresenta persone vere e grottesche in quanto si trovano in situazioni grottesche quanto vere, il taglio è documentarista, l'intreccio è il modo in cui dei personaggi reali cercano di far fronte ad un problema reale sulla base di quanto effettivamente è successo nelle storie vere (pur folli) che hanno costituito la base di indagine della storia. Gli interpreti sono davvero molto bravi, la narrazione è serrata, c'è un buon ritmo, c'è anche umorismo (in specie incarnato dal personaggio irrimediabilmente ottuso del "capo dei trasportatori), ed è fulminante come in un film dei fratelli Cohen. Gli autotrasportatori vengono dipinti come un crogiolo incredibilmente vario di umanità, bravi ragazzi finiti in un inferno da cui non riescono più ad uscire. I proprietari dei pacchi sono tutti il vostro vicino di casa pignolo che vi telefona alle 23.39 di domenica per parlarvi della riverniciatura delle parti comuni. Poi c'è Abbie e i suoi vecchietti. Il film parla molto di vecchietti soli e persone fragili che hanno davvero bisogno di qualcuno che li aiuti pur nella cronica "mancanza di fondi". Abbie incarna le molte persone di cuore che si dedicano agli altri anche oltre l'orario di lavoro e la paga fissa, sono le persone grazie a cui il welfare rimane a galla ed è una fitta al cuore il fatto che uno stato sempre più di anziani (siamo in Inghilterra ma vale anche per l'Italia) poco si curi di loro. E infine, sempre infine, ci sono i giovani. Giovani pronti a dare la colpa ai genitori per la situazione economica in cui vivono, giovani che non vengono ascoltati ma che se ben motivati sono pronti a fare la loro parte nella staffetta. Ci si affeziona a queste persone titaniche quanto fallibili, Ken Loach non ha perso un grammo del suo smalto negli anni, speriamo che questo film apra un dibattito su questo momento storico, qualcosa che porti magari anche a soluzioni alternative al diventare un popolo di fattorini.
Buone consegue a tutti. 
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martedì 7 gennaio 2020

Il mio nome è Thomas : la nostra recensione





Terence Hill ha vestito negli anni molti celebri personaggi. È stato tra gli altri per il cinema e la TV Django (in Preparati la bara!), Don Camillo, Trinità, Lucky Luke, di recente il forestale Pietro Thiene e ovviamente Don Matteo, che tornerà a impersonare da gennaio per la serie di Rai 1. In questo film Terence Hill parte interpretando se stesso e a seguito di uno strano e metafisico "battesimo" diventa Thomas, un uomo sul finire della sua esistenza che ha paura di andare incontro al suo destino ultimo, un uomo che "dubita", come San Tommaso. Thomas a bordo della sua Harley Davidson parte dall'Italia verso l'Almeria, il piccolo deserto dell'Andalusia, in Spagna,  dove Terence Hill ha girato molti dei sui spaghetti western, dove sono conservati ancora i set di un saloon e dell'ufficio dello Sceriffo. Vuole stare da solo, il suo è un viaggio spirituale in cui vuole assaporare le parole del libro Lettere dal deserto di Carlo Carretto, guardare il cielo stellato e dormire intorno a un falò. Ma lungo il suo viaggio Thomas presto incontra Lucia (Veronica Bitto), una ragazza che sta fuggendo da qualcosa di grosso, nel modo più rocambolesco e disperato che tutta la sua giovane età riesce a concepire. I due presto si troveranno in viaggio verso la stessa meta.


Mi ha sorpreso questo film scritto, interpretato e diretto da un Terence Hill mai visto così malinconico, taciturno, metafisico. Il suo sterminato sorriso e un paio di scazzottate fanno tornare alla memoria i momenti più iconici della sua carriera e cercano di alleggerire la trama di questa pellicola, ma Il mio nome è Thomas è tosto, è un film che parla del modo di accettare la propria morte e scava "nella fede e nel destino" alla ricerca di un senso puro della vita, di una libertà possibile nonostante tutto. È un testamento autorale vero e proprio, intenso, accorato ma che non rinuncia alla speranza. Una storia apparentemente semplice nella struttura narrativa, ma che anche il questo aspetto emotivamente non scherza, richiama spesso Renegade - Un osso troppo duro (la sua altra celebre sceneggiatura), rileggendolo alla luce del terribile destino del figlio Ross Hill, che in quel film era coprotagonista. Il personaggio di Veronica Bitto ricorda per forza, anche se la distanza anagrafica con Terence Hill è ora doppia, quello di Ross Hill. Lo ricorda per la sua carica vitale e per il modo tenero e conflittuale con cui si rapporta con Thomas, uomo di un'altra generazione pur simbolo di un modo positivo e generoso di guadare alla vita, ma che a volte appare forse troppo ingenuo. Hill crea per Lucia dei dialoghi davvero struggenti e la Bitto è davvero brava nel dare vita a un personaggio davvero complesso quanto autentico. Anche la dedica finale all'amico fraterno Bud Spencer, recentemente scomparso e con cui non condivideva lo schermo del cinema da Botte di Natale del 1994 è forte come sono magnifici quanto malinconici quegli edifici western abbandonati in Almeria dove passiamo gran parte del secondo tempo. Verrebbe voglia dopo la visione di Il mio nome è Thomas di andare a cercare Hill per abbracciarlo forte e impedirgli di volare via per tanto è stato onesto, sincero e nudo in questa prova d'autore. Obbligatorio a fine visione buttarsi su un classico come Altrimenti ci arrabbiamo per tirarsi un po' su di morale, perché a questo giro Hill vi farà finire le lacrime. 
Molto autobiografico, metanarrativo, spirituale quanto filosofico, Il mio nome è Thomas è una lunga lettera d'amore nei confronti della vita e dei suoi grandi e piccoli miracoli. 
Terence Hill cita la sua carriera passata e crea per se un biker metafisico affascinante, taciturno ma quando serve ancora tosto.
La regia appare piuttosto semplice e lineare, il ritmo è altalenante, ma il tema è importante e Hill ci mette davvero cuore nel raccontarlo. Preparate i fazzoletti. 
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domenica 5 gennaio 2020

Pinocchio di Matteo Garrone - la nostra recensione



Toscana di un sacco di anni fa, in un paesino immerso nel verde. Lo squattrinato falegname Geppetto (interpretato da un Roberto Benigni segaligno e dalla voce dimessa, affettuoso come un nonno), ispirato dall'arrivo in città del circo dei burattini di Mangiafuoco (un malinconico più che luciferino Gigi Proietti) decide di realizzare un burattino tutto suo e per questo fa visita al collega Mastro Ciliegia (Paolo Graziosi, l'unico insieme a noi spettatori a rimanere un po' terrorizzato da questa vicenda). L'amico è ben felice di regalargli un ceppo di legno, misterioso e forse maledetto, che non si sa come gli era capitato in bottega, provocando scompiglio e dimostrando di essere quasi vivo. Geppetto tutto contento prende il tronco, crea così Pinocchio (un Federico Ielapi bravo ma un po' monocorde come il 100% dei giovani attori italiani ) e questo è l'inizio di uno degli adattamenti del classico di Collodi più creepy e inquietanti di sempre, "quasi horror" per stesse intenzioni del regista. 
Garrone era il nome giusto per un adattamento di Pinocchio. È il regista che per Gomorra ha preso le grigie Vele di Scampia e le ha rese brulicanti di vita, ponendosi idealmente tra l'Underground di Kusturica e Ichi the killer di Miike, una forma organica e dimessa della skyline di Blade Runner. È il regista che ha preso Basile e la sua enciclopedica favola (Il racconto dei racconti) arricchendola di visioni caravaggesche, quello che ha preso la periferia romana (Dogman) e gli ha sovrapposto colori apocalittici alla Mad Max. Garrone non è solo regista di luoghi ma anche attento indagatore dell'animo umano, appassionato dai personaggi più indifesi (l'umanissimo personaggio di Marcello Fonte in Dogman, come l'ingenuo scugnizzo di Ciro Petrone di Gomorra), creatore di orchi sotto la cui pelle albergano uomini sconfitti e forse redenti (il personaggio interpretato da  Aniello Arena, gigantesco e al contempo fragile, in Reality). È stato un piccolo miracolo vedere in Italia un fantasy come Il racconto dei racconti, ma se c'era qualcuno che poteva intraprendere l'impresa era Garrone e ho fatto le capriole quando ho scoperto che Garrone avrebbe adattato Pinocchio, anche se Pinocchio è un testo davvero terribile da adattare. 


La Disney con il suo cartone animato aveva ecceduto di melassa e aveva glissato sulla parte più oscura e sociale, "politica", del testo, producendo un Pinocchio visivamente magnifico ma incompleto. Ispirandosi molto a Pinocchio sono state realizzate pellicole molto originali come A.I. di Spielberg e Edward mani di forbice di Burton (con affetto ci metto anche il curioso e non capito Occhio Pinocchio di Nuti), ma ci si è sempre tenuti a una certa distanza di sicurezza dal modello originale. Lo sceneggiato Rai su Pinocchio con la notissima colonna sonora di Fiorenzo Carpi, celebrato per anni e anni, è per me (che l'ho più volte vissuto sulla mia pelle in giovane età, subendolo più che scegliendolo) una delle cose più angosciose e mortifere prodotte dalla Rai, qualcosa da proiettare a Guantanamo durante gli interrogatori, ma solo senza lo snervante motivetto di Carpi, il cui utilizzo sarebbe "troppo", dovrebbe essere bandito dalla convenzione di Ginevra. Era inconcepibile per ambientazioni, ritmo e recitazione anche solo pensare che a un bambino potesse piacere quello sceneggiato. Ma criticare Le avventure di Pinocchio della Rai è sempre stata una specie di lesa maestà. Più che una favola diretta ai più piccoli la miniserie di 280 minuti era una (riuscita ma noiosissima) metafora dell'Italia che si rialzava dopo la seconda guerra mondiale, in bilico tra un passato ultrabarocco ancora non metabolizzato (le pantagrueliche e straordinarie scenografie che già, per precisa scelta artistica, puzzavano di "marcio imbellettato") e l'incertezza del futuro dei giovani, con il 1968 appena passato da un paio di anni. La frizzantezza, la spensieratezza della storia di Collodi,  erano lontanissime, anche se lo sceneggiato pure lui come Disney glissava su molti degli aspetti più politici e scomodi della storia, è un film sulla morte più che sulla vita, sugli adulti più che sui bambini. Saltando uno sceneggiato televisivo del 2009 che ho rapidamente dimenticato, di recente c'è stato il Pinocchio di Benigni, più sfortunato di quanto meritasse, anche lui afflitto da una sovrabbondanza visiva barocca che tanta stima artistica ha raccolto tra gli addetti ai lavori, quanto ha segnato ulteriormente la distanza tra pubblico giovane e anziano con Pinocchio interpretato dallo stesso Benigni sessantenne non-bambino con vocina stridula. 


Arriviamo a Garrone. Subito apprezzo un alleggerimento delle scenografie che toglie l'aria muffa delle vecchie trasposizioni e ridona a la luce e fantasia di Collodi. Tutto è visivamente più funzionale, ma senza sacrificare i colori e gioia. Il paese dei balocchi è la sintesi perfetta di questa nuova impostazione, una specie di parco acquatico low cost credibile nella sua ingenuità e solarità. Per gli attori, spesso interpreti di creature animali antropomorfe, si è scelto un trucco complesso ma artigianale alla Rick Baker e in generale il livello è buono quanto Il pianeta delle Scimmie di Tim Burton. Se sono i personaggi truccati molto grotteschi, quelli apparentemente più "umani" mettono davvero paura. L'omino di burro di Nino Scardina fa più paura di Freddy Kruger, il Corvo di Massimiliano Gallo pare un capomafia!! Questo va bene, questa è la cifra scelta da Garrone e risponde esattamente alla richiesta di un Pinocchio nuovo, che sappia inquietare. Peccato che tutto crolli davanti al personaggio di Pinocchio stesso. Il volto è un ceppo di legno non troppo levigato e visivamente la cosa funziona nel suo essere creepy, come funzionano gli effetti speciali legati al burattino. Nelle inquadrature più "statiche", come quando è ripreso sui tetti all'ombra di un comignolo, come quando è davanti al fuoco con i piedi bruciati, il burattino funziona. Solo che Pinocchio è per la maggior parte del tempo un bambino bassino che indossa un costume di cinque taglie più grande di lui, con piedoni e manone enormi schiacciate su un micro torace e quel testone di cartapesta inquietante sulla testa. Sembra un nano gravemente ustionato che incede a fatica e ha difficoltà a interagire con gli oggetti se non solo a girare il collo.  Ielapi è tra i giovani attori uno dei più noti, era in Quo Vado di Zalone, nei Moschettieri del Re di Veronesi, in due stagioni di Don Matteo in un ruolo anche piuttosto drammatico. Qui è più ingessato di Michael Keaton nel costume di Batman del 1989, poverino. Se Pinocchio non funziona non è colpa dell'attore, è per via di questa precisa scelta di trucco, decisamente creepy ma forse "troppo creepy". 


Visivamente il film di Garrone non è quindi male, salvo le note di cui sopra, problemi più significativi della pellicola sono legati alla sceneggiatura, contratta eppure in più momenti troppo lenta, e alla resa di alcuni attori. Benigni è favoloso, giocoso e affettuoso, Marine Vacth una Fata Turchina eterea e dolce, Alessio di Domenicantonio un Lucignolo con cui si può empatizzare per più di un motivo e anche Ielapi funziona, il Corvo e l'uomo di Burro vanno molto bene. Non vanno per niente gli stucchevoli e non divertenti Gatto e la Volpe di Ceccherini e Papaleo, è poco incisivo e si dimentica in un istante il Mangiafuoco di Proietti, il Grillo Parlante di Davide Marotta non ricordo proprio di averlo visto e il Giudice Gorilla di Teco Celio sembra una micro-parentesi narrativa, quasi uno skatch. Forse il formato della miniserie sarebbe stato più adatto. Inutile dire che anche qui la parte più prettamente politica è poco accennata, ma per lo meno, pur striminzito, il Giudice Gorilla c'è.
Il conclusione il film di Garrone funziona più come horror che come favola, vive di momenti di grazia visiva e mette in scena alcuni personaggi ben riusciti. Non tutti i personaggi sono però riusciti, al burattino manca un po' di dinamismo e spensieratezza, una narrazione (per una volta) più vicina ai bambini, magari "moderna", non sarebbe stata male, il ritmo complessivo è sul lento andante. Il Pinocchio del 2019 è ad ogni modo uno spettacolo affascinante, anche se non esattamente un fuoco d'artificio. 
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