lunedì 14 maggio 2018

Avengers - Infinity War: la nostra recensione spoiler-free o quasi





E infine, frantumando ogni record di incassi nei cinema, a Maggio 2018 è arrivato Thanos. Il nuovo villain del nuovo film degli Avengers lo avevamo già intravisto in piccoli spezzoni dispersi in alcuni precedenti film Marvel. Per lo più in brevi scenette in cui stava seduto ozioso sul suo trono volante, andava dal suo personale gioielliere a comprarsi un guanto dorato, ascoltava annoiato i capricci delle figlie Nebula e Gamora, si fidava come un anziano degli sgangherati piani di investimento immobiliare cosmico orditi da televenditori scarsi come Loki e Ronan. Nell'ombra, pensoso, inquadrato per lo più dal punto di vista del suo enorme gomito viola e con il broncio, Thanos per lo più si annoiava a morte. Ma qualche volta ci ha sorpreso sfoderando un sorriso ammiccante e immenso, rivolto diretto in camera, ultraravvicinato, che prevedeva da solo per estensione di denti l'intero schermo di una sala imax. Thanos sorrideva guascone in camera e ogni spettatore era subito sedotto da lui, la risposta Marvel al classico "sorriso George Clooney" depositato in SIAE per i tipi della Nespresso. Ci faceva arrapare (anche i più maschi tra noi cadevano davanti al suo stile) e, sicuri del potenziale, in Marvel quel sorriso ce lo hanno fatto sospirare e agognare per anni. Fino a che Thanos finalmente è arrivato al cinema in un giorno di maggio, in quello che in fondo è un film tutto suo e tutto per i suoi fan e per chi lo sarà in futuro. Un film per chi ama i tizi in calzamaglia Marvel e vuole vederli eroicamente pestati, ma anche un film per chi non li sopporta e aspira a vederli presi a calci nei denti fino a vederli sdentati. Thanos può farlo, in un film divertente e cazzone, ma che sa essere inaspettatamente "enorme ed epico", senza per una volta tirare fuori dal nulla noiose canzoni sui nani. Il film più grande di tutti i film Marvel finora pensati, quello che i nerd del futuro, quarantenni e senza donna, racconteranno nell'equivalente futuro (e per ora impensabile) delle polverose fumetterie del domani, ai futuri quarantenni e senza donna del dopo-domani. "Io c'ero e ho visto un film Marvel in cui il cattivo faceva il cattivo per davvero! Un cattivo serio quel Thanos, non un dio gracile o un pinocchio di mezza età. Un tizio di livello simile a Darth-spaccaculi-Vader che trasforma la solita colorata parata Marvel in L'impero colpisce ancora. Dopo di questo nulla è stato più lo stesso, recuperalo in olo - neural - blu ray e fammi sapere!!!". Questo potranno raccontare i nerd del futuro, appoggiati all'equivalente futuristico di una pila di ingialliti numeri di Zagor. Perché Thanos è più che un villain colorato da voler collezionare in versione funko, è più che un personaggio potente al punto che sarà oggetto di battaglie meme contro Goku e Saitama, è più che l'ennesimo tira-pugni di Iron Man. Thanos è un personaggio "adulto", almeno per la concezione nerd di diventare adulto, che significa realizzarsi nella vita quanto l'imperatore Raoh di Ken il guerriero. È un personaggio "enorme e potente", riflessivo, complesso più che complicato, come vorremmo essere la versione supereriostica e non noiosa dell'Innominato dei Promessi Sposi. È soprattutto è per la prima volta davvero un avversario serio, la prima vera minaccia per gli eroi in calzamaglia. Thanos sembra uscire da qualcosa che ci immaginiamo scritto da Shakespeare, anche se di fatto non abbiamo mai letto niente di Shakespeare, parlare di lui dà a un nerd un patentino culturale quanto il Batman di Nolan. 


E che dire poi del suo il mento scrotale (citazione)? Thanos "tira". Thanos, opinione personale, ha fascino però anche perché è in fondo "vecchio stampo". Semplice da capire, con un suo onore e una modernità degna di un generale spartano. Un cattivo anacronistico ma romanticamente epico, che in fondo per questo fa meno paura (sempre secondo me) di un "Mandarino", che seppure irriso sui social (da chi guarda il dito e non la mano che indica il cielo) è un cattivo che spaventa davvero perché "non è quello che sembra", è impalpabile, invisibile e si burla di noi, presentandosi al mondo con una maschera quando in fondo rappresenta tanti piccoli uomini nascosti e cattivi, che potrebbero essere il nostro vicino di casa e rovinarci la vita senza neanche conoscerci, spostando dei titoli di investimento. Fa meno paura anche di uno "Zemo", che mostra quanto gli eroi in calzamaglia siano piccoli e insicuri e gli sbatte sulla faccia la realtà e i danni collaterali delle loro imprese eroiche. Fa meno paura di un "Ego", che è un essere disposto a divorare i suoi figli per continuare a vivere, con un gattopardismo inquietante e attuale che ha anche un nome: "gerontocrazia". Il Mandarino, Zemo ed Ego (opinione personale) spesso non sono accettati da chi, almeno al cinema, in un cinefumettone e per due ore, vorrebbe che si capisca chi è buono e chi cattivo, lasciando che la realtà con la sua complessità rimanga fuori dal multisala, in coda per i popcorn. Thanos è indubbiamente cattivo ma degno dell'onore delle armi, elegante, paterno, a suo modo leale. Anche la sua follia, il motore che spinge tutti gli eventi del film, è quasi inquietante ma quasi rassicurante, accettabile e in grado di garantire che  Thanos sia sì folle e  cattivo, ma in fondo "non così folle e cattivo" (pur rimanendo lui di fatto il più grande genocida dell'universo). Lo vediamo come un tipo più strano che inquietante, qualcuno che da noi potrebbe avere potere solo nel suo gruppo facebook, ma che nel mondo reale terrestre non si cagherebbe nessuno. Questo ce lo rende più simpatico al contrario di tutti i Mandarino, Zemo e Ego che prendono con noi la metropolitana tutte le mattine. 
Analizziamolo per un secondo questo Thanos, per gli amici il "titano pazzo". È un "Titano" (secondo il film e non secondo Jim Stralin) perché è di fatto un tizio che viene da un pianeta chiamato "Titano", e gli abitanti di Titano non vogliono farsi chiamare Titanesi. È "Pazzo", per via di idee politiche così radicali che non lo vorrebbero in nessun partito europeo, ma in Italia in una coalizione forse entrerebbe. Thanos deriva da Thanatos cioè "morte" in greco, il perfetto nick name per un adolescente emo -goth in fissa con Anne Rice e con tatuato la faccia di Jack Skeletron sul gomito ma forse fuori tempo massimo per un adulto. Di carnagione viola, 3,20 metri di altezza, sicuramente del segno della bilancia (o almeno non me lo immagino di un segno zodiacale diverso...), bella presenza, sguardo fiero, pelata virile e profilo mussoliniano, Thanos ama arruffare i capelli ai nemici sconfitti ed è ghiotto di budino cosmico, che offre a chiunque con grande trasporto e premura nel caso abbia fame. Sogni nel cassetto: una casa sui monti come il nonno di Heidi. Interessi: una passione per le tematiche ambientali e sociali un po' distorta ma di immediata comprensione per un cattivo che si trova a dover avere un background in un film con sessanta personaggi principali. Da questa sua passione più che un cattivo a tutto tondo Thanos risulta essere un altruista estremo. Per capirci, l'altruista estremo in fondo non sembra così una cattiva persona e probabilmente è il tipo che fa sedere le persone anziane sull'autobus. Solo che per trovare un posto all'anziano, l'altruista estremo probabilmente ucciderebbe una persona qualsiasi che occupa un sedile. Thanos è così... e a pensarci una volta sul tram ho forse incontrato una tizia come lui, che sicuramente avrà un gruppo Facebook e progetta di rivoluzionare il mondo... ma torniamo in tema. 


Da vera rockstar, alla  prima scena della pellicola Thanos fa vedere all'universo Marvel "chi ha i valori", chi ha il mento scrotale (cit.) e "chi comanda". Così preannuncia in una singola scena che davanti a lui non c'è e non ci sarà storia o tattica. Che siano verdi, corazzati o con lo scudo a strisce, gli eroi saranno tutti "fottuti", colti in fallo come bambini inesperti davanti alla verifica di matematica, senza parole, basiti e atterriti dal suo stile inimmaginabile. Dopo una inevitabile strage, Thanos abbandona idealmente il palcoscenico e si prende tutto il tempo per tornare in camerino, cambiarsi d'abito e soddisfare un paio di groupie, per poi rispuntare a sorpresa nelle scene più esaltanti del film. Per il resto del tempo lascia sul palco la sua band a fare gli assoli, per lo più assoli di percussioni ai danni degli omini colorati Marvel. Così piccini, così emotivi, così carini nello scambiarsi tenerezze reciproche e così impegnati nello sfoggiare un nuovo look con cui sbalordire gli amici, che quasi non ce la fanno a concretizzare altro, che quasi non si ricordano di fare altro. Sono ancora divisi dopo la "Civil War di quartiere", alcuni stanno pensando di mettere su famiglia, chi si sente ancora poco ascoltato dal gruppo, chi ha superato i quaranta e inizia a fare i conti con i capelli grigi, chi pensa di vivere per sempre come un adolescente nello spazio. Stanno tutti pensando ad altro e così ne prendono, tante, dal primo esercito spaziale che arriva. Ne prendono da alieni stregoni, ne prendono da esseri pieni di mani e denti, ne prendono da elfi oscuri e da amazzoni mono-ciglio, ne prendono da astronavi fatte come ruote per criceti, ne prendono per troppo entusiasmo e troppo zelo. Ne prendono tante e amabilmente, perché il gruppo intergalattico di Thanos è "Rock", è cool, è abbigliato/ truccato/parruccato in outfit simil-fantasy di lusso, è sexy, ci crede un mondo in quello che fa e riesce a essere, tra tutto il piattume digitale moderno, quasi iconico. Sfoggiano stile, personalità e possanza bellica, si danno da fare per riempire la scena nel modo più colorato, fracassone ed esagerato che possono. Frullano per bene i tizi in calzamaglia, che comunque cercano di fare il loro e a rimanere impressi di pellicola, ma insieme a Thanos, che è l'unico vero collante narrativo ed emotivo, sono  i suoi generali i grandi mattatori. Pur con queste peculiarità, lo spettacolo riesce comunque a dare una voce a tutti gli attori, a offrire una messa in scena che dire spettacolare è poco, condita con una musica evocativa di Alan Silvestri che nei momenti più tosti pare la colonna sonora del primo Predator (e io godo). È uno dei film più costosi della storia e si vede. Anche se il nome non ce lo ricorderemo mai (Anche Spider-Man ci farà notare a un certo punto della pellicola quanto sia difficile ricordarsi i nomi) i villain qui sbriluccicano e si fanno ricordare più di "come si chiamava e cosa voleva fare il tizio con le fruste di Iron Man 2 che veniva distrutto con un colpo solo?". Ma le regole dello show business sono dure e la "Thanos Band ", purtroppo, non starà sullo schermo per oltre  sei minuti circa, su un massimo di due ore e quaranta... peccato e, cacchio! Dovevo dire di già "spoiler"? Ok, spoiler, però inevitabile. 


Il grande mistero di questa pellicola è la presunta invisibilità della sua trama. Non tanto per la sua assenza, perché c'è un "collante di nome Thanos" che riesce a coordinare e orientare gli eventi in un modo chiaro, ma per il modo in cui si articola e per il fatto che una azione del tipo "adesso tizio picchia caio" seguita da "adesso tizio e caio si incontrano per la prima volta" prende un po' il posto della narrazione, con buona pace di una sub-quest interessante che riguarda Thor. Non vi nascondo che in questo film tutti i personaggi, buoni e cattivi  in genere, si vedranno in media pochissimo e che non va meglio ai più blasonati supereroi del mucchio. In scena arrivano tutti pur per poco tempo, non preoccupatevi, tutti gli attori sono formidabili e simpaticissimi come lo "stile Marvel" vuole, ma il tempo, di nuovo, è tiranno. Più tiranno di Thanos il titano. Più che una pellicola in senso stretto questo film è un'unica, classica, Royale Rumble. Cos'è una Royale Rumble? È il classico evento wrestling dove su uno stesso ring entrano a combattere a pochi secondi di distanza un numero impressionante di combattenti con lo scopo di spazzare gli altri al di fuori dell'arena. I wrestler entrano in scena con una colonna sonora personalizzata che sottolinea il loro arrivo sotto i riflettori dettandone il carattere gioioso o tetro o ultra-patriottico. I wrestler con pochi sguardi trovano sul ring la loro nemesi e i loro alleati naturali, spesso si scontrano tra amici per malintesi (in genere una gomitata partita per errore con l'amico di spalle), spesso formano alleanze strane e improvvisate divertenti. Poi arriva il momento clou in cui si esibiscono nelle loro mosse di lotta più famose, scaraventandosi per un'ora gli uni contro gli altri. La Rumble si svolge sempre intorno alla fine di gennaio, dal 1988 ad oggi e nel futuro, ed è da sempre uno spettacolo maschio/confuso/adrenalinico che "gasa a non finire" e che in Italia è concesso da anni per lo più a chi paga l'evento sulla pay per view di Sky (di recente con un nuovo orario di trasmissione che fa cagare), accompagnato con un litro di birra per goderne le sfumature più intime. Tutti sanno che tutto è finto e che queste guerre devono accadere ciclicamente una volta all'anno. Le "storyline" danno giusto più sapore alla portata principale: le botte colorate. L'anno dopo saranno improvvisate nuove relazioni e nuove trame mentre tutti i lottatori-attori come sempre staranno sotto la doccia attigua agli spogliatoi a scambiarsi la ricetta del pollo del Minnesota. E qui in Infinity War è uguale, anche se in dimensioni più maestose, anche se con un apparato epico/drammatico e uno stile visivo diverso da una ammucchiata di culturisti oliati in mutande. C'è anche qui, se non una trama, un certo "senso di epica" che ci fa credere che i personaggi facciano qualcosa di più che dire quattro battute (pur significative e che li portano a una interessante evoluzione dei personaggi) spalmate in tre ore. Uno "stile narrativo condensato" che ci illude di aver afferrato molto di più di quello che c'è, di aver percepito una trama, che di fatto c'è/non c'è, ma che noi costruiamo dalla nostra (seppur paludata e distratta) conoscenza pregressa dei personaggi. È davvero uguale alla Rumble questo ultimo Avengers, e riconoscere su schermo tutti i personaggi coinvolti è parte del divertimento e la dimostrazione concreta della capacità dei Marvel Studios di aver fidelizzato per anni il pubblico più ampio della terra, fino a coinvolgerlo in un gioco di prestigio incredibile come di fatto è questa pellicola. Pellicola che, a descriverla, si fa pure un po' fatica, come si farebbe fatica a ricordare a memoria la sequenza delle mosse di Jackie Chan nel suo ultimo film, ordinando narrativamente un calcio e un pugno dietro l'altro. Avengers Infinity War è tanta pura azione coreografata con un pizzico (per altro ottimo!!) di tragedia greca fornita da pochi personaggi adeguatamente sviluppati, Thanos e Stark su tutti (ma anche Gamora, Thor e Star Lord). È un film che fissa un momento storico unico per il cinema. Il momento in cui il pubblico in sala sa ormai di più del personaggio di quanto i personaggi realmente facciano su schermo. Anche se in fondo di questi personaggi sa quanto quanto i fan del wrestling sanno dei loro beniamini, questo non esclude che il film abbia un ottimo ritmo, veri e propri tocchi di classe, scene che rimarranno impresse nella retina per un po'. Lo spettacolo è bello. Chissà se in futuro il pubblico seguirà con facilità un cast di supereroi doppio o triplo rispetto a questo, sapendoli riconoscere tutti, e avendo ancora la voglia di conoscerne di nuovi, con l'entusiasmo di una caramella che tira l'altra. Saprà questo pubblico accontentarsi di vedere i suoi beniamini per 3 minuti al massimo in quattro ore? 


Non nego il fatto che visto per tre ore cose colorate che si picchiavano con altre cose in modo figo e nel mentre sono stato felice e sono tornato bambino. A quanto pare la mia previsione, fatta nel precedente articolo su Infinity War (che se volete potete rileggere), si è rivelata errata. Ma devo dirvi, con l'ego infranto di cui poco me ne cale a parte, che sono contento di essermi sbagliato in quel senso. In genere trovo mortificante chi in un film di supereroi i fan aspettino solo che questi "nascano" o "muoiano", come se l'evoluzione del personaggio non abbia davvero un interesse per la platea al di là di un "acceso-spento" che li assimila agli interruttori della luce. Ma questa è di fatto una produzione Marvel in cui, incredibilmente, al di là di ogni mia previsione di cui sopra, muore senza senso un mucchio di gente e a me "va bene". È a tutti gli effetti e come tutti in rete "speravano" un'opera indirizzata a un pubblico di ragazzini con un'enorme quantità di personaggi morti / ammazzati la cui dipartita interessa relativamente, nascosta da un arcobaleno di colori su schermo. Forse sto morendo dentro. Certo, siamo nel "film parte uno" con in arrivo una "parte due" che potrebbe confermare o ribaltare la situazione (come direbbe Alessandro Borghese, il primo grande filosofo del nuovo secolo). Certo la "brutalità" delle dipartite avviene in un contesto eroico da poema omerico, tra musica sinfonica, lacrime, arringhe di battaglia alla Braveheart, atti di altruismo e coolness supereroistica ma, cacchio, preparatevi a un sacco di morti!! 
Avengers Infinity War è comunque sotto una schematicità manifesta un mosaico composito che fa risaltare le singole componenti della cinematografia Marvel, giocando sulle diversità di approccio e ritmo delle singole e peculiari pellicole, operando di arricchimento e non di sottrazione. Siamo seri, non è Shakespeare. Ma è di certo un buon lavoro ed esattamente come per gli altri film degli Avengers il biglietto vale lo spettacolo di una lunga e liberatoria scazzottata di quasi tre ore tra supereroi, alieni, robot, astronavi, maghi e Stan Lee. Uno show visivo geniale nella sua natura camaleontico/tematica (per intenderci: quando vediamo i Guardiani ci sembra a tutti gli effetti un film sui Guardiani e quando vediamo Strange siamo in un film di Strange, e i mix dei personaggi giocano bene sui "mezzi - toni" delle rispettive serie) ma coerente, che sa cambiare tono quasi di scena in scena pur rimanendo fedele a se stesso e "a Thanos", il cuore narrativo. Volendo essere romantici e recuperando un po' il discorso di inizio - sproloquio, questo film può essere visto idealmente come il "secondo tempo di tutti i film Marvel". 


Ci sono pellicole Marvel che hanno saputo esplorare bene, in più capitoli, i personaggi in calzamaglia. Ma molte sono rimaste in superficie, raccontandoci più la scoperta, la gioia e le possibilità d'uso di "un grande potere" e tralasciando un po' "le grandi responsabilità" che ne dovrebbero derivare secondo il celebre adagio spidermaniano. Molti dei villain Marvel sono serviti come "percorso nella comprensione del super potere" più che una sfida attiva che ha messo in discussione l'eroe nel confronto di un avversario del suo stesso livello. Detto in modo brutale, se un eroe si misura in ragione del valore dei nemici che affronta, molti degli eroi Marvel fino ad ora avevano per la maggior parte delle volte avuto vita troppo facile. Qualche trickster insidioso (Loki, Zemo, "il Mandarino"), qualche nemesi/opposto interessante (Winter Soldier, l'Avvoltoio, Killmonger), ma per lo più avversari con poca personalità e degni di un minutaggio su schermo insufficiente per farne risaltare le ragioni anche solo a livello emotivo. Carne da cannone per avere un finale pirotecnico e poco più . Qui invece c'è Thanos ed è una minaccia seria, una prova impegnativa nel "percorso di crescita dell'eroe", di ogni eroe, davvero sfidante fisicamente ed emotivamente, un muro che arriva dal primo atto della pellicola e non ti molla fino alla fine. Di Thanos comprendiamo un po' le distorte ragioni e la distorta morale, proviamo a empatizzare con la sua distorta affettività e tremiamo davanti al suo sconfinato e distorto potere. Ne conosciamo il distorto passato attraverso dei distorti flashback, ci vengono accennati dettagli della sua recente distorta corsa al potere che saranno spiegati distortamente anche in un libro di prossima pubblicazione, che già mi aspetto essere interessante quanto scritto in modo distorto. Il passo geniale dei Russo è che grazie al lavoro di fino che hanno fatto per caratterizzare  Thanos, unitamente alla magistrale interpretazione che ne dà Josh Brolin, questo tizio possiamo pure "capirlo". Al di là dell'evidente anacronisticità e "alienità" (sostantivo che dubito esista) vediamo come abbia a cuore (a modo suo) pure  uno dei problemi di attualità che più ci riguardano come esseri umani del 21mo secolo. Thanos, con tutte le sue sfaccettature e con quelle che gli cuciamo sopra noi e gli hanno cucito negli anni i fumetti (Jim Starlin lo ha scritto sempre in modo divino) sa essere "grande" come i grandi villain drammatici. Viene in mente come citato sopra L'innominato del Manzoni, ma anche il Giulio Cesare di Shakespeare, il Foster Kane di Orson Welles, il Kurtz di Brando. Con pochi gesti, con il suo corpo enorme ma gentile, con il suo sguardo triste rivolto verso il basso, con le sue lacrime sincere e con quel guanto dorato in grado di compiere cose incredibili, Thanos è già icona e ce lo ricorderemo per un sacco di tempo. Anche perché il finale del film ci farà pensare a lui intensamente almeno fino alla prossima pellicola.


Per una volta avrei voluto non avere nessuna scena post-crediti... sono un illuso...  Ma mi pare già brutto che quella scena, che ormai è accettata per "tradizione" vada a  sminuire di fatto la sontuosità di un colpo di teatro finale, spiazzante come pochi e per certi versi coraggioso, che lancia emotivamente lo spettatore in uno scenario strano e regalmente plumbeo/pece/disperato. Uno scenario che scaglia l'hype a mille verso il capitolo due, stile Season finale del Trono di Spade. Se al termine dei titoli di coda ci fosse stato solo il nero, sarebbe stata una nuova piccola rivoluzione nei film Marvel.
In conclusione, c'è amore nella composizione di insieme, nei combattimenti infiniti e in tutto ciò che scaturisce dal lavoro dei Russo. Questo diviene possibile perché al centro c'è il pupazzone digitale gigante più bello di sempre, credibile nel ruolo e un mattatore nato nel catalizzate l'interesse del pubblico. Un omone steroidato che trasuda carisma e tragedia da ogni poro viola della sua testona mussoliniana, reso reale da una interpretazione "gigantesca" in tutti i sensi, quella di Josh Brolin.  Anche senza una voce off (come nell'unica versione bella di Blade Runner), noi ci sentiremo per la maggior parte del tempo nei panni di questo tizio. Thanos ci sta ad essere visto come il nemico finale di un lungo viaggio iniziatico cominciato in sala dieci anni orsono. Un viaggio necessariamente incominciato con l'Iron Man di Downey Jr.: un ricco viziato che negli anni è diventato simbolicamente l'ultimo grande generale della razza umana. 
Questo Avengers: Infinity War è idealmente l'episodio finale della "stagione uno" di una storia fatta di ricchi redenti, soldati congelati, divinità celtiche sbruffone, stregoni secchioni, geni repressi, mutanti per sbaglio, streghe e pinocchi volanti. Una serie che abbiamo amato al punto che il maxi-cliffhanger finale ci anticipa la stagione "due". Film come episodi TV di lusso, uniformati per per stile, ironia, tematiche (e per questo qualche volta pure noiosini) e una trama sottile ma presente che ci ha portato in un modo inaspettatamente organico e coeso fino a questo punto con l'illusione che nulla era di fatto preconfezionato e che dietro a un incontro di wrestling di due ore e mezzo potevamo vederci una trama articolata. Godetevelo e fatemi sapere. Buone botte colorate finte a tutti e non preoccupatevi se ci sarà rappresentata un po' di violenza visiva stilizzata: sono solo fumetti e la prima regola del fumetto supereroistico americano di massa è che non muore mai veramente nessuno, almeno fino a che il prodotto tira. Shakespeare e vita reale possono solo propoargli la fava a Thanos. E per due ore e mezza saremo tutti d'accordo con lui. 
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martedì 8 maggio 2018

Overlord - la serie fantasy in onda gratuitamente sul canale YouTube di Yamato Animation




 - La "premessa" della "premessa". Siamo nel futuro, precisamente nell'anno 2126, e la gente continua, felice, a giocare ai videogames. Esistono ancora e vanno fortissimo gli MMORPG (sigla che indica i giochi di ruolo online a cui partecipano e si sfidano tra loro un gran numero di persone), alla faccia di chi già oggi si è rotto le palle con World of Warcraft. Ci giocano tutti, grandi, piccini e soprattutto sfigati trenta/quarantenni ultra-lavoratori senza una vita sociale, e molto probabilmente e incoscientemente per la salute pubblica (il cartone animato qui è ambiguo, ma ci ritorneremo) i dispositivi del futuro per il gaming sono simili a caschetti integrati collegati neuralmente. Insomma, la stessa supercazzola futuristica che ci vendono da anni in anime come .Hack o Sword Art Online. Con questi visori VR- Oculus/evoluti-involuti si gioca con la mente, come sognando, ma di contro non sembra permesso (e pure qui è ambiguo l'anime) staccarsi dal gioco se prima non si fa un logout "in game", che un po' dà la conferma di voler smettere di "sognare". La conseguenza prevedibile/prevista di queste features, in assenza di nessun dispositivo per "l'uscita forzata" che almeno nel 2126 dovrebbe essere previsto per legge (ma in Italia ci arriveremmo comunque dopo), è che senza il suddetto logout un giocatore rimane come in coma, sdraiato sul suo letto con il visore in testa, condannato a morire se non viene in qualche modo alimentato con delle flebo. Quindi metti caso che il gioco si impalla o Telecom ha dei problemi con la linea e sei uno di quegli sfigati trenta/quarantenni ultra-lavoratori senza una vita sociale e magari vivi da solo e senti amici e parenti una volta alla settimana. Mi sa che diventa una prospettiva realistica che ti trovino morto dopo una settimana, con il rigor mortis che ti ritrae mentre ancora cerchi istintivamente di brandire una spada bastarda +7,  maleodorante in una stanza molto maleodorante, con la carnagione di un brutto colore verde menta, probabilmente con indosso mutandoni mimetico verde militare dai quali partono miasmi infernali. Con la maglietta di Star Wars e calzini arancioni con cui sei solito passare la domenica pomeriggio, con le mosche che entrano ed escono dalla bocca e soprattutto con lui, il colpevole di tutto, comprese le delusioni della tua mamma e quei votacci in matematica. Quello stupidissimo visore che hai ancora in testa. Certo evenienze di questo tipo si risolvevano sul nascere in anime come Sword Art Online o .Hack. Il malfunzionamento riguardava un gioco nuovo e attenzionato dal pubblico ed era diventato un problema di portata mediatica, con conseguenti volontari che andavano di fatto di casa in casa a cercare/salvare da morte certa chi aveva il gioco risalendo dall'accout. Inoltre i protagonisti di quegli anime avevano un'età che gli garantiva per lo meno di non essere soli a casa. Ma se non è un problema generalizzato e sei un single sfigato che vive da solo come in Overlord? Forse ti trovano sprovvisto di flebo, a meno che nel futuro prima di giocare a un gioco di ruolo fantasy uno non si attacchi di default a una soluzione fisiologica di svariati litri che gli duri per più di un mese, abbinando questa pratica all'uso di pannolini per incontinenti da elefanti. Certo, può pure essere che nel 2126 hanno finalmente creato le tute dei Fremen di Dune, quelle che convertono tutte le sostanze secrete del corpo umano in sostanze nutritive, permettendoci di vivere per giorni senza mangiare né bere. Me li vedo i fan del capolavoro di Frank Herbert, quelli con il vermone del deserto arrakiano di plastica sulla scrivania, da veri super- nerd, a portarci verso uno stadio evolutivo superiore... dopo anni e anni passati a giocare con la cacca e la pipì... Eroi. Ma stiamo divagando. Sta di fatto che Overlord parla di un tizio molto nerd che forse è morto, ma che ora vive in un posto migliore. Un paradiso in cui è un signore ricco e incontrastato, pieno di donne prostrate a ogni suo desiderio. Solo io mi sto facendo degli strani trip sulla religione in questo momento? 


 - La trama più o meno: Siamo nel futuro, eccetera eccetera, vanno forte gli MMORPG ma ce ne è uno che sta per tirare le cuoia per poco pubblico/fine supporto della software house in ragione di nuovi progetti/nuovo e inaspettato interesse dei videogiocatori nei confronti delle forme di vita a base di carbonio. Sta di fatto che Yggdrasil, dopo aver regalato anni di battaglie fantasy e tante amicizie chiude. Momonga è il nickname del nostro protagonista, uno dei giocatori più forti di Yggdrasil. Momonga interpreta un eroe di razza "lich", un mago non-morto (e se avete letto lo sproloquio qui sopra valuterete che è una circostanza non messa così a caso), e fa parte della gilda di giocatori conosciuta come Ainz Ooal Gown, che ha sede nel castello virtuale della Grande Tomba di Nazarick. La grande tomba è gestita da un gran numero di servitori virtuali, creati esteticamente e caratterialmente dai giocatori, e siccome ospita una delle gilde più forti e famose è carica di tesori, incantesimi, armi e truppe tra le più prestigiose e agguerrite. Tutto un ben di Dio, costruito con anni di dedizione e lacrime rigorosamente sottratti al mondo reale, che verrà perduto quando a mezzanotte i server di Yggdrasil si spegneranno. Momonga gira per i corridoi della Grande Tomba in cerca dei suoi amici, per salutarli un'ultima volta. L'idea di incontrarsi in altra sede o nel mondo reale è esclusa sul nascere, anche se dovrebbe parlarsi di una amicizia di anni. Si rammarica del fatto che nella grande sala con la tavola rotonda dell'intera Gilda ci sia solo un altro giocatore, che presto saluta e si disconnette. Momonga è seduto sul trono circondato da servitori virtuali prostrati e sorridenti. Ha gli occhi piccoli, cattivi e rossi, il volto spaventoso e le allungate e appuntite mani da scheletro proprie della classe lich. Tiene lo scettro più potente in pugno e indossa la tunica da stregone di più alto rango mentre sta seduto come Re Conan nel finale di Conan il Barbaro di John Milius. Momonga aspetta, da eroe che ha raggiunto e avuto tutto da quel videogioco, l'ultimo momento, la mezzanotte e la fine della sua vita virtuale su Yggdrasil. Ma poi ecco l'imprevisto/star-previsto. Passa la mezzanotte e il comando virtuale per fare il logout "sparisce". Momonga è intrappolato nel gioco e il gioco stesso inizia a cambiare. Momonga e la sua Grande Tomba di Nazarick sembrano essere stati trasportati in un luogo nuovo, un mondo nuovo fantasy dove però valgono ancora i poteri e i titoli del lich. I servitori virtuali del castello sembrano più "vivi" e sono commossi dal fatto che uno degli eroi leggendari che hanno servito non li abbia abbandonati e davanti a tutta questa gratitudine e potere Momonga è più felice che spaventato dalla prospettiva di morire in modo atroce per fame e sete mentre è collegato a un videogame. Sarà perché indossa i pantaloncini dei Fremen? 


Il nostro eroe ha davanti a sé dei personaggi creati dai suoi amici giocatori, quasi dei loro fantasmi concettuali ma in fondo delle creature che non lo fanno sentire solo e ben voluto. Decide giusto, con i suoi "poteri da giocatore", di cambiare il carattere di uno dei servitori virtuali, rendendo innamorata di lui la sexy diavolessa Albedo. Con un click il nerd Momonga, un po' subdolamente e pateticamente, decide quindi di crearsi la compagna di vita che non ha mai avuto e con un secondo click compie un'altra scelta importante. Se non esiste più fisicamente il clan Ainz Ooal Gow, sarà Momonga a incarnarne la forza, le conquiste e i ricordi. Per questo da quel momento decide che sarà lui stesso ad assumere il nome di Ainz Ooal Gow. Certo, c'è certo da trovare un modo da tornare al mondo reale, magari facendo affidamento sul fatto che qualche altro giocatore di Yggdrasil sia rimasto come lui intrappolato nel gioco e che prima o poi, esplorando quel nuovo mondo, qualcuno finirà per incontrarlo. Però non ha troppa fretta il nostro eroe, anche perché sta iniziando a sentirsi diverso e, in modo sinistro, più simile al mago non-morto di quanto vorrebbe. Ainz Ooal Gow ragiona ancora con la voce del giocatore nerd che lo impersona, mentre la voce che sentono gli altri è un vocione cavernoso alla Batman. Il "giocatore interiore" di Ainz Ooal Gow è in fondo un simpatico cretino, che esplode in buffi soliloqui sul modo più o meno corretto di interpretare la sua "parte", sottolineando tutto il classico imbarazzo dell'imbranato giapponese medio quando si trova ad approcciare donne virtuali troppo sexy o deve compiere azioni percepite dagli altri come eroiche ma che in fondo lui sa che sono solo meccaniche di un videogame. C'è in lui tutta la disperazione possibile e immaginabile di un gamer, quando viene costretto dagli eventi a usare un incantesimo ottenuto come ricompensa di una sfida on-line multiplayer di un mese, un oggetto ottenuto magari non dormendo per due settimane. Ma qualcosa di umano da sempre presente in lui si sta spegnendo. Scopre dapprima di non provare quasi più alcun tipo di libidine e si ritrova mano a mano, pur per calcolo e dinamiche di gioco, a essere una persona spietata, indifferente alla vita. Un essere però che come gli spietati non-morti lich non hanno bisogno di cibo per vivere. Sta diventando davvero uno spietato Overlord, ma è una natura che Momonga prova a combattere. In cerca di soluzioni a questo problema e per poter esplorare il nuovo territorio in incognito, Ainz decide pure di crearsi una differente identità, il cavaliere Momon, per unirsi in una cittadinanze vicina al classico party fantasy da gioco di ruolo, composto da giovani "avventurieri in cerca di avvenuture". Sarà di colpo più interessato a conoscere persone nuove piuttosto che combatterle come si fa in un videogioco fantasy. Inizierà pure a fare maggiore affidamento sui suoi servitori, con la paura di essere più temuto che amato. Se in questo nuovo e strano mondo Ainz Ooal Gow può di fatto essere forte e potente come in Yggdrasil e può esserlo "per sempre", è l'umanità del nerd un tempo conosciuto in rete come Momonga a essere in pericolo. 



-Tra virtuale e reale, per lo meno scegliamo il "vitale": Overlord è una serie di Light Novel, di Maruyama, trasposta anche in un fumetto, con disegni di Miyama, portato in Italia da J-POP, è portata di recente in animazione dal prestigioso studio Mad House. Su Yamato Animation, il canale di YouTube gratuito di Yamato Video, è in corso, sottotitolato in italiano, lo streaming della seconda stagione, che esce intorno a martedì sera ogni settimana. Confesso che mi sono avvicinato all'anime con poco entusiasmo, spinto più dalla curiosità per l'ottima veste grafica e la potente colonna sonora. Il tema dei videogiochi che diventano un "altro mondo" dove vivere è affascinante, ma ormai già inflazionato e spesso gestito male. Se Sword Art Online riesce sotto chili e chili di belle lolite, due triangoli amorosi e tre spadate a occuparsi anche di tecnologia/parità tra i sessi, bullismo, autodeterminazione, malattia e disabilità, una simile ricchezza tematica non è presente in altre opere analoghe, che si limitano appunto a chili e chili di belle lolite, due triangoli amorosi e tre spadate. Peraltro Overlord parte in modo assurdo, presentando un personaggio che potrebbe morire se non si stacca dal videogioco, ma che davanti a questo fatto "non gli frega". Poi però la storia si arricchisce di strane sfumature malinconiche e diventa quasi terreno da studio sociologico su cosa sia essere un gamer. Il tono della narrazione è solo apparentemente leggero e Overlord butta fuori tutta la sua animaccia oscura. Insomma, non è la versione fantasy un po' sfigata di un Detroit Metro City che mi ero immaginato. E in qualche modo, se sei un giocatore, ti fa un po' "guardarti dentro", soprattutto perché mi ha ricordato i bei tempi andati di quando stavo attaccato al pc con Diablo 2 della Blizzard. Avevo un negromante cattivo cattivo e onnipotente, carico di armaturone e scheletri come il nostro Ainz. La visione di Overlord mi ha fatto venire voglia di scaricare il negromante di Diablo 3 per la play 4. L'esperienza del MMORGP l'ho un po' bypassata, oggi mi diverto con un MOBA come Overwatch, sempre di Blizzard, ma credo che tra un MMORPG e un gioco alla Diablo, se inseriamo nell'esperienza gli amici delle chat e le battaglie insieme a cercare pezzi rari di armatura ci siano ricordi simili. In Diablo, se ci pensi un attimo, in una mezz'ora di gioco puoi sterminare, nel contesto di una cattedrale maledetta con gente fatta a pezzi sparsa dappertutto, una piccola nazione di diavoli e mostri vari e poi puoi ricavare dai loro cadaveri bombe e scheletri combattenti. E' tutto dannatamente creepy ma è gotico, con una musica "calda" sinfonica in sottofondo, affascinante in ogni dettaglio, dalle caratterizzazioni agli oggetti di gioco. Overlord ha un mondo meno cupo di Diablo, ma con la stessa logica in testa. Ti fa empatizzare con dei personaggi, te li fa squartare davanti ai tuoi occhi, a tradimento, per mano di due diavoli e poi ti dà la voglia di vendicarli facendo sgorgare ai Diablo stessi fiumi e fiumi di sangue. Pur se ci innaffi sopra tutta l'ironia del mondo, il dato rimane. Prima passi il tempo a distruggere demoni, poi diventa routine e passi il tempo a distruggere demoni per ottenere oggetti speciali da collezionare o usare. E fai questo salto emotivo in un lasso di tempo brevissimo! A un certo punto la storia non c'è più e sei solo tu che distruggi roba per avere oggetti all'infinito, nella speranza fiduciosa di trovare oggetti rari quanto di vincere al gratta e vinci. Ed è tutto così semplice, bello e appagante che ci stai dei mesi. Se ti piglia troppo inizi a seguire gli eventi stagionali online collegati mettendo spesso da parte tutto il resto, in cerca di quel mondo che sa gratificati sempre e comunque. Ti ritrovi davvero dopo un po' a sentirti come un lich. In tre mesi potevi seguire un corso di judo reale, trovare amici e buttare giù due o tre chili, invece sei rimasto a casa e sei diventato un re lich, con in più la voglia sempre maggiore di preferire gli amici virtuali a quelli fisici, che puoi incontrare a tre chilometri. 


Overlord parla un po' di questo, della "perdita dell'umanità", potremmo dire usando dei paroloni. Una perdita alla quale comunque il nostro protagonista dal volto scheletrico (che potremmo pure essere noi stessi in senso lato, poiché il vero volto umano di Ainz non lo vedremo mai) cerca di far fronte, in modo impacciato ma comunque umano. C'è un momento della trama (più di uno in verità) in cui Ainz potrebbe resuscitare un personaggio, che è una magia in fondo "base" nel mondo fatato di ogni gioco di ruolo, ma decide di non farlo. Il problema è il "costo dell'incantesimo", ma di fatto per un costo esiguo lui non fa la cosa giusta e questo ha delle ripercussioni. L'anime, sommerso nella sua ironia e assurdità, ci dice che anche se, in un mondo ipotetico, l'esperienza maturata "perdendo tempo" sui videogiochi contasse qualcosa (anzi molto) e ci desse dei crediti, facendo di noi delle persone importanti per la società, non è detto che sapremmo usarli al meglio. Ma possiamo pur sempre provarci, mediando realtà e finzione dove possibile, non escludendoci dal mondo reale per fuggire in un epico mondo virtuale. Questo per me è il cuore interessante di Overlord. La seconda stagione poi ha un cambio di punto di vista interessante, mettendo il nostro eroe in disparte e soffermandosi sugli altri personaggi. In questo modo si ha una diversa percezione (spesso devastante) dell'impatto che le scelte di Ainz provocano sugli altri personaggi. Ed è un meccanismo curioso, supportato da un'ottima gestione del casting dei personaggi, che mette ancora più da parte la componente ironico-umoristica dell'opera, andando a colpire su sviluppi emotivi per me più interessanti. Insomma, questo Overlord non è affatto male, ma dovete andare oltre alla patina iniziale, alla confezione da giocattolo da intrattenimento di classe, per trovarci le cose migliori. Riuscirà il nostro eroe a tornare nel mondo reale o ora di fatto è già morto e si trova nel paradiso sognato da ogni giocatore troppo solo (ed escluso dal mondo e dagli affetti volente/nolente) dei giorni nostri? Andremo avanti a seguirlo fiduciosi.


Il fumetto non è male, anche se c'è meno gnocca che nell'anime e più World building dello strano scenario in cui è arrivato Ainz. L'anime non è niente male, anche se fa un po' l'opposto di cui sopra. Per gli amanti del fantasy che cercano qualcosa di spensierato si può seguire l'opera anche solo per divertirsi, essendo le elucubrazioni sul personaggio di Ainz un aspetto sottile (ma sublime) della narrazione. Alla fine il nostro protagonista potrebbe sembrare anche solo un mago eccentrico proveniente da un'altra dimensione, un po' come avviene in Magic Knight Rayeath delle Clamp. 
Molto carino il fatto che spesso la serie giochi sugli stereotipi degli eroi fantasy, spesso ribaltandoli in modo grottesco o tragico. Guardare per scoprire come!
Mi piacerebbe tanto che Yamato tirasse fuori un blu ray doppiato in Italiano, e adorerei Maurizio Merluzzo su Ainz. Io la butto lì... 
Talk0
P.S.: il popolo dei rettili è fighissimo, c'è una donna lucertola così sexy che non sfigurerebbe su playboy.

mercoledì 2 maggio 2018

Fate /Stay Night - Heaven's feel 1. Presage flower


 ... non sapevo che la Wertmuller facesse animazione giapponese, ma dalla lunghezza del titolo pare evidente... comunque, la nostra recensione!!...  e sapere che Sakura porta la coppa E? 



Per rendere più fruibile l'articolo senza fare spoiler ma cercando di spiegare cosa cavolo si va a vedere, ho deciso di seguire una rodata tecnica socratica, con certificato maieutico tarocco. In pratica darò delle risposte a delle domande possibili sul "fenomeno". 

- "Che cos'è 'sto Fate/ Stay Night?"
Va bene, domanda base per scaldarsi. È una storia in cui alcuni liceali vengono coinvolti in una guerra tra maghi in ragione del fatto di essere discendenti di maghi. C'è molta (pure troppa) vita scolastica che si contrappone a pirotecnici duelli fino alla morte che i maghi combattono con incantesimi e mediante l'evocazione di spiriti eroici, i cosiddetti "servant", armati di armi super distruttive. A metà strada tra Harry Potter e Hunger Games, durante il racconto i maghi e i servant si legano tra di loro a livello tanto sentimentale che militare, dando corpo a drammoni esistenziali, tradimenti e accoppiamenti, colpi di scena multipli e scontri tanto esagerati, assurdi e imprevedibili da costituire una delle punte più alte, tanto per la tecnica di disegno che per l'originalità della messa in scena, dell'animazione giappa degli ultimi anni. Il protagonista è il classico ragazzo troppo bravo e buono per esistere realmente, circondato da folle di donne adoranti ma alla fine non così antipatico. Un po' perché assomiglia esteticamente (anche se pochissimo) ad Amuro Rey, un po' perché è circondato da co- protagonisti che spesso lo mettono in ombra per carisma, rendendolo infine più sopportabile. Fate è un ampio progetto multi-mediale che nasce come una visual novel del 2004 ad opera della Software House Type-Moon, poi aggiornato nella versione "Realta Nua" (su PlayStation 2) si trasforma in un manga nel...

- "Scusa se ti interrompo, ma che roba è una Light Novel?"
Una light Novel è un romanzo illustrato giapponese, come Sword Art Online o La malinconia di Harumi Suzumiha, per capirci.


-"Ma quindi è come quella roba sui videogiochi in cui un mondo prossimo al reale si sovrappone alla realtà? Un mondo pieno di personaggi umanamente discutibili in ragione di particolari "skill" ma tutti di età scolare, con una storia che ti abbindola con due spunti fantasy in croce per parlare soprattutto del liceo come ultimo squarcio di  vita sociale prima di essere legati ad una prigione lavorativa a vita? Ed è la solita furbata produttiva con presenti così tante gnocche differenti da poter soddisfare tutti i gusti possibili dei pipparoli/tipo, giappi e non, che per ulteriore perversione amano identificarsi in un  eroe principale emo- impotente, buono e bravo fino a rasentare il masochismo, che alla fine salverà il mondo dalla minaccia "xy" ma non se ne farà mai nessuna delle gnocche di cui sopra?... insomma, è quella roba lì?"
Beh, si, ci hai preso abbastanza sul contesto, le light novel sono prevalentemente robe così, ma il termine light novel indica solo il fatto che è un romanzo con illustrazioni, nel caso di Fate Stay Night un romanzo digitale in cui il lettore può  prendere alcune scelte. Scelte tipo andare in un posto invece che un altro, parlare con un tizio invece che un altro o affrontare un nemico invece che un altro. Tutti mattoncini narrativi che fanno cambiare il proseguo della storia, sviluppano i personaggi in modo diverso, ti fanno provare la sensazione di essere ne "Il giorno della marmotta" con Bill Murray. Tipo... hai presente i romanzi libro-Game di Lupo Solitario di Joe Dever ?

- "No, perché non ho quarant'anni come te e, ti prego, non raccontarmi dell'estate del 1989 quando nella ridente cittadina ligure di Laigueglia una sera hai letto il primo volume della collana dal titolo Il signore delle tenebre, che tanto mi hai già detto che ti aveva fatto cadere le palle perché all'epoca stavi già ingrifato per via delle ragazzine,  e comunque anche se oggi ristampano Lupo Solitario non mi interessa... e poi... Ma si legge solo? Se è in forma di videogioco una light novel non posso fare qualcosa tipo risolvere enigmi o combattere come in un picchiaduro?"

Non sempre, anche perché se vuoi risolvere enigmi o combattere come in un picchiaduro ti compri direttamente una avventura grafica o un picchiaduro. Comunque se vuoi un titolo più action in tema  c'è Fate/Extella: The umbral Star sullo store PlayStation, che è comunque legato a questa serie. Ma se vuoi qualcosa che leghi picchiaduro e light novel in qualche forma in modo "ortodosso", nel senso 80% lettura e 20% "altro", vai su prodotti ps4 come Under Night IN-Birth exe: late[st]  (che ha una modalità alla light novel a sé) o su Persona 4 Arena, se vuoi il lato picchiaduro, o su Danganrompa, se vuoi gli enigmi. Preparati con il dizionario comunque, che è tutta roba in inglese, per lo più scritta su chilometri e chilometri di testo... se vuoi delle quasi light Novel sui 60% lettura e 40% altro, sempre in inglese, prova Catherine (lettura più puzzle game) o Persona5 (lettura più gioco di ruolo). Se vuoi Catherine ha un'impostazione per certi versi simile a come funziona Fate/Stay Night, nel senso che la storia si modifica a seconda che scegliate di stare con una delle due ragazze che il gioco propone. Tre ragazze per tre storie in Fate, due ragazze per due storie per Catherine, ma che diventeranno 3 in Catherine: Fullbody, espansione/remastered in uscita presto per ps4. La differenza di fondo è che in Catherine fare il galletto con una ragazza crea delle sfighe cosmiche nel rapporto con l'altra o con le altre, in Fate invece si può fare i paraculi senza ripercussioni di quel genere. Nella light Novel di Fate oltre alla cornice fantasy e ai soliti topoi giapponesi fatti di vita scolastica e relazioni di lavoro c'è pure una moooolto soft componente sexy-hentai (che pure in Catherine non è male).


-"Ok, una sorta di simulatore di fidanzate con la scusa del fantasy?"

Eh, più o meno. Ma realizzato comunque in modo sublime. La light Novel di Fate ha molto successo, riceve il primo adattamento manga nel  2006, ha una prima versione animata firmata Studio Deen nel 2007, riceve un prequel animato, Fate Zero (basato a sua volta su una light del 2006) e una seconda versione animata (Unlimited Blade Works), nel 2011 e nel 2014, ad opera dello Studio Ufotable e oggi, inizio 2018, ha un nuovo adattamento (Heaven's Feel), sempre a firma Ufotable che sarà composto da tre capitoli cinematografici di cui questo film è il primo. Poi dovrei parlarvi di altri videogiochi, fumetti e light novel e serie animate prodotte da Netflix, che sono tutte opere sensate in quanto ripropongono uno "schema" dalle iterazioni infinite...

-"Ok, saltiamo per ora queste menate e andiamo al nocciolo, al nucleo di riferimento più piccolo, autonomo e di facile comprensione del tutto... cosa devo guardare e come lo devo guardare per capirci qualcosa?" 

Per quanto riguarda il lato anime possiamo funzionalmente ridurre l'esperienza al prequel Fate/Zero, al Fate/ Stay Night della Deen, Fate/ Stay Night Unlimited Blade Works, Fate / Stay Night Heaven's Feel. Il prequel, Fate/ Zero, che è pure un anime bellissimo scritto da Gen Urobuchi (Puella Magi Madoka Magica, Psycho Pass, Black Lagoon) si potrebbe vedere come un'opera unica a sé stante, se non fosse che nelle altre opere di cui sopra viene richiamato in millemila modi e la voglia di metterci gli occhi sopra diventa sul serio impellente (e speriamo quindi che Dynit ce lo porti presto in italiano,  in home video magari). Gli altri tre titoli sono letteralmente lo stesso arco narrativo con gli stessi personaggi, ma sviluppato in modo differente, come in tre ipotetici "Giorni della Marmotta" di Murray, a seconda che il protagonista scelga di innamorarsi di una delle tre principali ragazze del racconto. 


- "Ma quindi posso vedere a caso l'anime della Deen o Unlimited coso o Heaven's qualcosa?"

In effetti... no. Certo è tragica da dire, ma è proprio così. Peraltro non ti ho detto che lo studio Deen dopo il suo cartone animato ha provato a fare pure lui un film su Unlimited Blade Works, che è venuto malino, per essere gentili, perché ha compresso di brutto tutti gli avvenimenti principali. Per dare un senso aggiunto a Unlimited Blade Works, Ufotable ha dovuto ricominciare tutto da capo e farci ventisei episodi di cui tre di durata doppia. Incredibile a dirsi, oggi Ufotable fa la stessa cazzata che all'epoca fece Deen!!! Certo, l'animazione è da paura come in tutte le opere Ufotable mentre gli anime della Deen sono meno bellini e, a volte, pure più distanti dall'originale light Novel. Ma vedere al cinema Heaven's Feel senza avere tatuato in testa almeno Unlimited Blade Works è impossibile. È vero che la nuova trama ci porta a una ragazza diversa e a situazioni nuove in una sorta di domino causa/effetto, ma per le parti che giocoforza rimanevano invariate (e a volte non solo per quelle parti, mannaggia a Ufotable) la produzione ha operato una scelta che ha del criminale, decidendo di saltarle a pie' pari. Certo, il "fan sa a memoria" e se avete comunque visto di recente Unlimited Blade Works non avrete una difficoltà che sia una a orientarvi (forse una o due difficoltà alla fine permangono sempre però), salvo i millemila riferimenti a Fate/Zero che comunque si fanno sentire qua e là. Ma per il neofita è dal mio punto di vista proprio ostico, e a livello di distribuzione home video se c'è un po' di onestà intellettuale bisognerebbe per lo meno pensare a una edizione con re-integrate tutte le scene dell'anime precedente date qui per scontate. E  magari, a fare i fighi si potrebbe pure ragionare su inquadrature nuove degli stessi eventi. Ho l'impressione comunque che nelle future pellicole ci saranno meno salti narrativi, visto il punto a cui arriva la trama alla fine di questo film. Certo si potrebbe pure vedere prima il film e buttarsi dopo su Unlimited Blade Works, ma è un controsenso, alla stregua di auto-infliggersi degli spoiler. 

- "Va bene, ma metti che sono fan della serie... mi piacerà?"

Assolutamente e senza riserve. Visivamente è bellissimo e la nuova trama è davvero interessante, molto cupa e per certi versi anche molto più sexy. Pur negli ammiccamenti, la trama di Unlimited Blade Works non concedeva troppo al lato sentimentale della narrazione e questa era una vera contraddizione concettuale, visto che la storia cambia in base alla ragazza che il protagonista vuole tampinare. Tuttavia è una contraddizione che vale "per me" e non per i giapponesi più perversi. Infatti il love interest n.2 incarna quella che per i giapponesi è una tipologia di carattere femminile codificato come "tsundere", ossia il modo di fare di una ragazza dal carattere forte che spesso fa battute sprezzanti e idealmente allontana le smancerie, pur rimanendo sotto traccia una timidona. Per fare "L'Esempio" per antonomasia, pensate a Sabrina di È quasi magia Johnny o ad Asuka di Evangelion o alla Taiga di Toradora. Il love interest di Heaven's Feel è invece una più procace, esteticamente più morbida, arrapante e sessualmente pure disponibilissima. Peccato giusto che sia l'incarnazione della stalker emotivamente così scoppiata da meritare un trattamento sanitario obbligatorio. Una figura da brivido vero, che si presenta ogni giorno e ogni ora a casa del protagonista, ossessiva nel ripetere certi gesti in modo quasi autistico, ha un lato oscuro molto oscuro, viene da un passato di probabili abusi familiari, si veste senza alcuna concezione climatica con gli stessi abbinamenti (tipo in sandali sotto la neve). Fa una paura fottuta!!! È in genere il tipo di persona che negli horror asiatici muore male per poi tornare in vita come fantasma, con gli occhi ribaltati, i capelli davanti alla faccia e in camicia da notte, a perseguitare in eterno il suo vecchio amore. E i Giappi si arrapano pure per personaggi così!!! "L'Esempio" speculare è la "Tinetta" di È quasi magia Johnny, la Feye di Cowboy Bebop o Andromeda dei Cavalieri dello Zodiaco (si, lo so che è un uomo... ma lui lo sa?). Poi ci sono altri zilioni di altri casi ma io le cagacazzo preferisco dimenticarmele. Anche se quindi la possibilità di avere amplessi si scontra inevitabilmente con la paura di morire, questo Heaven's Feel gioca un po' di più con la fisicità e, battute a parte, il love interest è davvero una ragazza sexy e avvenente, dolce e quasi materna. 
La trama fantasy poi procede bene ed effettivamente scompiglia molto le carte rispetto alle storie precedenti, alimentando già a mille le elucubrazioni per le future evoluzioni narrative (almeno per chi non ha letto la Novel). 

- "Quindi vado a vederlo?"

Sì, ma solo se hai visto almeno Fate Unlimited Blade Works di Ufotable per via delle "sintesi narrative" di cui vi dicevo prima. Al cinema rende di brutto, è visivamente una delle migliori animazioni che potete trovare in giro di questi tempi e la storia non è affatto niente male (pur con dei cliché ogni tanto assurdi e comici, tipo il fatto che ogni due ore il protagonista è coperto di bende), carica di colpi di scena, di una bella azione adrenalinica, tanta, ma tanta, tanta, tanta, tanta gnocca. Talk0

lunedì 30 aprile 2018

Venom - il primo trailer in italiano del nuovo film di Ruben Fleischer con Tom Hardy



Alla guida del progetto c'è il da noi amatissimo regista di Benvenuti a Zombieland (il cui sequel sembra vicino). La sceneggiatura è il parto curioso di un così variegato pool di un sacco di autori diversi che ci voglio spendere almeno due righe. Kelly Marcel, ha lavorato come scritp editor per Bronson, di fatto uno dei film più belli di Tom Hardy. Ha poi scritto  per Disney Saving Mr Banks ed è tuttora coinvolta anche in un loro futuro film, Crudelia, ha sceneggiato scontrandosi più volte con l'autrice del libro Cinquanta sfumature di grigio ed era dietro alla interessante ma sfortunata serie TV Terra Nova. Will Beall con il regista di Venom ha scritto il produttivamente complicato Gangster Squad (martoriato dai produttori) ma ha a curriculum anche Training Day, la serie TV Castle e ha scritto il prossimo Aquaman di James Wan. Scott Rosenberg mi ha sceneggiato quella perla di Alta fedeltà, era dietro ai copioni del noir Cosa fare a Denver quando sei morto, per la TV è dietro all'interessante thriller animalesco ZOO ed è recentemente pure sui testi dell'oggi lanciatissimo e di stra-successo Jumanji: welcome to the jungle, con sequel previsto per il 2019. Jeff Pinkner è uno dei ragazzi di J.J. Abrams e ha un curriculum TV lungo così, che annovera Ally McBeal, Alias, Lost, Fringe. Anche lui era dietro ai testi di ZOO e sulla barca del nuovo Jumanji, in ambito "supereroistico" è il più "in tema" di tutti, avendo scritto The Amazing Spiderman 2 (che nonostante Garfield, che non sopporto per spocchia e piattezza recitativa,  non era poi così male, anzi). Sembra inoltre al lavoro sull'adattamento live action della serie a cartoni anni '80 M.A.S.K., cosa che fino a tre minuti fa non sapevo e che ora attendo più del prossimo film degli Avengers (amavo la serie, speriamo venga un film favoloso, il regista è F.Gary Gray che dopo l'ultimo The Fate of The furious potrebbe di fatto farmi felice se per Mask facesse un film per lo meno simile... speriamo di riparlarne e bene). Dopo esserci domandati come potrebbero andare ad incastrarsi tutte queste persone ai testi, senza osare ipotizzare il numero di trattamenti a cui lo script si è nel corso sottoposto, torniamo sul pezzo, cioè sul trailer. 
Più o meno deduciamo quanto segue. La bionda Annie Weying (la sempre bellissima Michelle Williams) lavora per nel settore legale della Life Fundation, una società  di ricerca scientifica estrema con a capo il losco e megalomane dottor Carlton Drake (Riz Ahmed, il simpatico e "tragico" Bodhi Rook di Rogue One). La ragazza sospetta che Drake attui delle sperimentazioni poco chiare e pericolose su persone indigenti e decide di parlarne con il giornalista Eddie Brock (Tom Hardy) perché lui indaghi e denunci la cosa. Il nostro eroe con lo stile del muflone, va nella ditta con le telecamere accese e il microfono in pugno e assale  il dottor Drake, sperando in una reazione emotiva di pentimento. Forse doveva vestirsi prima da Capitan Ventosa, ma il risultato che ottiene è il medesimo: si fa buttare fuori dallo stabile attapirato. Mentre sfoga la sua frustrazione in un Lidl lì vicino, Eddie viene avvicinato da quella che pare una collaboratrice di Drake (mi pare l'attrice Jenny Slate), che gli permette di andare a sbirciare nei laboratori dove gli scienziati di Drake stanno lavorando con delle cavie umane alla cosiddetta evoluzione dell'uomo tramite creature chiamate simbionti. Sono alieni? Sono senzienti? Sono nano-macchine? Sono biodegradabili? Di fatto i simbionti sembrano gelatina nera della consistenza dello slime skifiltor dotati di intelligenza e fisicità proprie. Eddie "vede cose", Eddie viene in contatto con un simbionte e vi ci si fonde insieme. Seguono "possessioni demoniache", corse in moto e trasformazione in una action figure della McFarlane Toys. 


Non è che questo sia poi il trailer definitivo - definitivo, vediamolo come un "primo assaggio più sostanzioso" dopo i mini - trailer visti fino ad ora. Non compaiono ancora i personaggi di Woody Harrelson e Tom Holland, ma per lo meno il faccione di Venom, nero e cattivo, pieno di denti e iconica lingua lunga, finalmente lo vediamo. È viscido, ha il vocione e avvolge la testa di Broke come uno squalo che ne divora la testa. Questo casco nero e dentuto mantiene gli "occhioni" della versione a fumetti, che gli conferiscono l'aria di un power ranger e permettono un distacco tra Broke e il simbionte. Gli arti del nostro eroe si allungano in fighi agglomerati di muscoli neri intrecciati, si intravede il peso e la potenza fisica del mostro, ci sono anche delle protuberanze random che alla bisogna escono da tutto il corpo, ma la cui realizzazione per ora non convince troppo. È uno Spawn. La cosa può sembrare logica, visto il lavoro grafico di McFarlane sui fumetti di Venom, ma il "gusto visivo" sembra proprio per ora quello del film di Spawn e Venom pare per ora un film da supereroi anni '90 come Daredevil. A me piacciono i b-movie, soprattutto quelli pieni di mostri dentuti, e qui mi sembra di trovarmi in zona Specie Mortale 2 o 3 o del Faust di Bryan Yuzna, magari in zona Guyver con Hamill. La fotografia e il contesto mi ricorda Alien vs Predator Requiem. Tutta roba per lo più esagerata, imperfetta, amorevolmente artigianale e qualche volta "cattiva" che a me non dispiace, che in genere mi diverte,  ma che non gioca minimamente "in serie a". Sembra un fumettone cupo che noleggerei in un blockbuster di fine anni '90 insieme a un Maniac Cop per farmi una doppia visione con i popcorn. Mi immaginavo da questo Venom qualcosa di più collegato o similare al recente Life di Espinoza, qualcosa magari con le suggestioni dello Splice di Natali, magari qualcosa che riprendesse le suggestioni drammatiche dell'Hulk di Ang Lee. Sapevo che per le scelte editoriali / contrattuali di Sony, per il suo rapporto con Marvel Disney, i legami con Spiderman sarebbero stati complessi o assenti, ma mi immaginavo comunque qualcosa di diverso, da questo primo trailer. Certo è del tutto demenziale e pretestuoso dare un giudizio su un film da questi due minuti, confido nel regista di Zombieland e nelle ottime capacità di Hardy come attore, sono pronto a stupirmi e a cambiare idea ma questo, davvero, sembra un b-movie anni '90. Ha quel giusto gusto Horror, ha le atmosfere notturne, un anti-eroe (per una volta) e una "spalla", il simbionte, pieni di potenzialità (già mi immagino Spiderman con la sua "tuta parlante" che si "confronta" con Venom e la rispettiva controparte). Boh. Vedremo. Un po' però l'Hype me lo ha tirato su. Questo Venom mi piace concettualmente di più di quello del terzo film di Raimi. Se andrà bene, già mi vedo un bel cofanetto in home video, tra cinque anni, con Carnage, Toxin e Antivenom. Sarà finalmente giunto il momento dei simbionti al cinema ? 
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sabato 28 aprile 2018

L'amore secondo Isabelle (Un Beau soleil interieur): la nostra recensione



Nuda e sudaticcia, scivolosa e volenterosa, con il fiatone e le gambe che fanno male. Isabelle (Juliette Binoche) resiste titanica, scalando sulla massa adiposa come una focaccia di Recco di un brutto amante ciccione. E mentre lei prova, con tutta l'anima, a scopare con l'entusiasmo della ventenne che non è più da troppo tempo lui, ingrato, la tratta come una amante incapace, riempiendola di scherno. Isabelle cerca di godere comunque, tra il sudore che inizia a confondersi con le lacrime. Cerca con la testa di accettare che "va bene così", che questo brutto e deprimente sforzo ginnico "è comunque amore" e in fondo niente non è. Ma la testa non ce la fa più e parte la domanda seria, lapidaria: "Come ci è finita a cercare di far godere un ciccione ingrato?". Sarà vintage o, come diceva Corinne Clery in Yuppies del 1986, si  sente ormai "targata Cartagine", ma in fondo è ancora nel fisico una ragazzina nella testa di una donna matura e accondiscendente sui problemi della vita, partner sfigati compresi. Isabelle alla fine da sempre trovate dentro di sé "un bel sole interiore" (come era il titolo originale del film) che aggiusta un po' le cose.  Il problema vero è che è rimasta a 50 e più anni, una ragazzina romanticona, pronta a saltare di fiore in fiore alla ricerca di un uomo perfetto che non arriva mai. Un uomo che sappia comprenderla per il suo essere artista (pittrice "corporale" come la Julianne Moore de Il grande Lebowski), il suo essere madre (magari un po' distratta), il suo essere indipendente (perché in fondo vive del suo lavoro) e un po' bambina (perché no?). Solo che questo uomo non lo trova mai, perché forse non esiste, ed eccola che finisce a cavalcioni di una ingrata e poco performante focaccia di Recco. Vincent il banchiere (Xavier Beauvois) è oltre che una focaccia di Recco vivente un vero porco, che la palpeggia in pubblico trattandola alla stregua di una zoccola, ma forse potrebbe infine lasciare la moglie e sposarla e sembra l'ultima spiaggia per un futuro tranquillo, dopo aver detronizzato anzitempo il marito Francois (Laurent Grevill), mollandogli pure tutta a carico suo la figlia. Non è meglio come alternativa sentimentale l'attore pazzo (Nicholas Duvauchelle), così pieno di ego e complessi (soprattutto risentimento per il tradimento della propria moglie) che lei non riesce che chiamare "l'attore", folle anche negli atti più comuni come il "parlare", dissennato costruttore di paletti e limiti infiniti a una qualsivoglia empatia. Non parliamo proprio manco dell'artista (Paul Blain), che potrebbe essere forse un serial killer. Magari tra tanti uomini convenzionali da scartare, Isabelle potrebbe trovare il vero amore nell'anticonvenzionale e a lei diversissimo per età, cultura, razza ed estrazione Marc (Alex Descas). 
La regista Claire Denis e la sempre brava e affascinante Binoche ci portano per un'ora e mezza nello strano mondo di una donna esasperatamente bisognosa di affetto, ma che in amore è una perdente seriale. Isabelle è profondamente tragica ma buffa, non lesina a fare le pulci ai fenomeni da baraccone che sceglie come papabili love-interest ma alla fine è lei che rimane al palo, sola, con il rimpianto che "se ci avesse provato per davvero" magari l'amore sarebbe sbocciato. Di fatto è una donna troppo intelligente e troppo complessa per concedere davvero a qualche pirla di avvicinarla, e così il film se da un lato mette Isabelle su un piedistallo altissimo, riduce a macchietta gli ominidi che si susseguono alla consista del suo cuore. Spassosi ma forse troppo vuoti omuncoli archetipici ridotti anzitempo a "spalla comica" o tetri monoliti anaffettivi o imperscrutabili che siano, le figure maschili del film sono tutte da buttare nel cestino dell'umido e questo è un po' uno dei limiti della pellicola, che diventa presto un pur esilarante e godibilissimo film a episodi slegati. Una impalcatura che risulta carente di un finale che davvero raccordi e ordini tutto magari per scelta cosciente, magari per dare al tutto un'aria da sit-com rinnovabile per una nuova stagione. Del resto se Isabelle non riesce in tutta una vita a trovare l'uomo giusto, chi siamo noi a pretendere a tutti i costi un lieto fine? La Binoche è mattatrice assoluta e fustigatrice indipendente e ultra-tabagista di un po' tutti gli standard di uomo francese (fantastico lo sbotto contro i noiosi e tronfi omini che elogiano continuamente il verde e la calma della provincia francese). Per verve mi sono tornate alla mente le commedie con Meg Ryan e Billy Crystal, romantiche ma (anche più amabilmente) acide. Devo dire che il minutaggio è volato via, caricandomi di una gran voglia di saperne di più, di vedere nuovi incontri con nuovi sfigati. Peccato che finisca presto perché alla fine a quella pazza, un po' spocchiosa e un po' autodistruttiva di Isabelle mi sono davvero affezionato. 
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mercoledì 25 aprile 2018

Avengers Infinity War - avete già comprato qualche porcheria a tema?



Sta per arrivare il film di tutti i film di supereroi, l'evento degli eventi, il momento per cui siamo tutti pronti a tornare bambini per due ore in un cinema di provincia. E pensare che quando... ok, la pianto qui, ho pietà di voi. Negli ultimi giorni in rete sono esplose piogge di parole sulla "Storia dell'universo cinematografico Marvel/Disney da Iron Man 1 a Infinity War". Tutti, comprese le make-up artist, vi bombardano di riassunti - bigini su film i film già usciti per "orientarsi meglio in sala". Poi ci sono i rumors sui forum e Facebook sugli attori che torneranno o meno dopo questo Infinity War, che deve "per forza" essere, nelle confuse teste di molti fan, un cinefumetto adatto anche ai bambini (come tutti i cinefumetti Marvel) in cui però moriranno almeno trenta persone.  C'è così tanta ossessione su chi "deve morire" in Infinity War, che in rete hanno pubblicato la track-list di questa colonna sonora "finta" del film.


C'è così tanta paura che, come schegge impazzite, i fan su internet, rovinando la sorpresa a tutti, facciano spoiler sul film (magari visto ad anteprime riservate e recensito "full-spoiler" 24 secondi dopo), che i registi, i Fratelli Russo, hanno scritto questa lettera.


Prontamente re-interpretata dal famoso sito di scherzi Funny or Die


Di Infinity War se ne parla ovunque. E anche la corsa ai gadget è diventata oggetto di conversazione. Lo volete un Guanto dell'Infinito da mettere in soggiorno? Cioè il "guanto" è un po' il "simbolo supremo" del fatto che oggi andiamo al cinema a vedere i supereroi Marvel/Disney. Il guanto ha incastonate le "gemme dell'infinito", i potenti artefatti che legano insieme un po' tutti i film con un filo rosso "kieslowszjano". Lo so, andrò all'inferno dopo aver fatto questo paragone. Comunque "il guanto" è figo. E' dorato, è "possente", è potente. E può costare 930 dollari.


Certo, magari ad accontentarsi c'è anche la versione "spada nella roccia". Ideale per uno studio, sobrio e di grande arredo. Per poco meno di 400 dollari chiunque saprà quanto voi siete attenti e raffinati nell'espletare le vostre passioni più fanciullesche.


Se però siete in bolletta ma "lo dovete avere", c'è anche a 99.90 dollari. È meno affascinante ma al buio, in controluce, magari messo nell'armadio dietro al trofeo di karaté...


E se siete spiritosi e "minimal"... che ne pensate di un "guanto dell'infinito da forno"?


Certo, sarebbe bello che un po' come tutto il merchandising Marvel - Disney ci fosse anche una "tazza celebrativa" del Guanto dell'Infinito. C'è il modello a "pugno verso il basso"


C'è il modello a "pugno sul tavolo" dorato... in qualche modo "simpatico"...


E c'è la variante giallo - barbone molto kitch, per l'uomo grezzo che non deve chiedere mai.


Ma amare i supereroi è a volte qualcosa di intimo. Da identità segreta. Se siete dei fan "nascosti tra la gente comune", c'è anche un guanto più piccolo, nascosto agli occhi dei più su una tazza più comune, ma sempre pronto a sprigionare tutto il suo potere.


Alla fine anch'io non ho resistito. Mi sono concesso un guanto piccolo piccolo, tenuto stretto da un possente omino Funko Pop! di Thanos, con la testa a molla.


È il mio primo e finora unico Funko. Ho paura che non sarà l'ultimo. Ma da quando l'ho preso, l'omino viola mi fissa minaccioso. Mi giudica sarcastico. Non so se anche a sessant'anni starò dietro a queste fesserie di film sui supereroi, ma a quarant'anni suonati è riuscito ancora a prendermi. E dire che i Funko mi hanno sempre fatto cagare. Anche se me lo sono portato a casa con un mega sconto del 30%, Thanos ora è a casa mia e mi ride contro con la sua enorme testa a molla. L'effetto che mi sta facendo questo nuovo film degli Avengers, ancora prima di essere in sala, è questo: mi sta facendo tornare bambino senza che me ne renda conto, senza che di fatto ne abbia "bisogno". Ho voglia di andare a vedere i supereroi che si picchiano al cinema contro i mostri, pur consapevole che la cosa più bella di tutte è proprio questa "attesa" e probabilmente dopo la visione tutto sarà come prima senza che questo film mi abbia davvero cambiato la vita. Non è Apocalypse Now, non è Quarto Potere, non è Shining. Sono film che non riesco a vedere che un paio di volte, anche se sono molto ben fatti e confezionati, vari e in mano a professionisti assoluti. Mi divertono sempre (quasi sempre... e per me i fratelli Russo sono quelli che divertono di meno tra le altre cose), ma il bambino che è in me e che mi ha spinto senza un perché a prendermi un pupazzo viola con testa a molla vuole vederli a tutti i costi. E io quel bambino interiore sono più che disposto a portarlo con me in sala, a vederlo tutto esaltato per quelle sei o sette ore di durata del film (sembra durerà un botto...) e a comprargli la "coppa Alaska" a fine visione. Spero però che non voglia a tutti i costi che gli  compri i pop - corn. Spero che non inizi a parlare per tutto lo spettacolo chiedendo "quando arriva Hulk?" e non si metta a correre vicino allo schermo durate l'intervallo, come tutti i bambini del resto. Alla fine anche i bambini interiori mi rompono un po' le palle e questo mi ha già minacciato di riempirmi casa con tutti i pupazzetti Pop! dei supereroi.
Mentre scrivo quel pupazzo viola con testa a molla continua a ridere di me. Inizio a volere che Tony Stark gli spacchi la faccia...
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