lunedì 27 dicembre 2021

West Side Stroy: la nostra recensione del nuovo adattamento di Steven Spielberg di uno dei più famosi musical di tutti i tempi


 

New York, metà degli anni ‘50. Siamo nell’Upper West Side, tra Central Park e il fiume Hudson. Mentre le palle demolitrici spazzano via un intero quartiere di palazzi fatiscenti in vista di una riqualificazione urbana che porterà i ricchi nelle periferie, tra la terra smossa e le macerie polverose, spavaldi e minacciosi come animali urbani, avanzano  i Jets. Si muovono in formazione, come colombi in planata e subito in picchiata, compiendo attacchi veloci e inesorabili ai passanti e ai negozianti, senza paura o rimorso. Non hanno niente da perdere perché non c’è più niente che sia “loro”. Sono gli ultimi “bianchi rimasti”, come li definisce il tenente Schrank (Corey Stoll), gli ultimi pervicacemente ancorati a un quartiere povero ora passato in mano ad altri: i “latini”. Nel West Side ogni cosa ormai è dei portoricani, dai ristoranti ai parrucchieri, e i Jets sentono il bisogno di “riprendersi da padroni”  un territorio che ora dovrebbe essere loro, la loro casa dove però non riescono a trovarsi un lavoro, sfogandosi con la violenza, eliminando le nuove insegne e imbrattando le nuove bandiere, alla ricerca di una restaurazione impossibile dello status quo attraverso la lotta di strada. Ma anche i portoricani hanno i loro guerrieri, gli Sharks, altrettanto tosti e pronti a menare le mani per difendere la loro gente, infilandosi in quel quartiere in demolizione carichi di coltelli e onore. La guerra tra bande sembra sul punto di deflagrare da un momento all’altro verso l’epilogo finale, partendo da un pretesto, una scusa qualsiasi. È necessaria una “fiammata forte”, perché la battaglia finale deve essere definitiva, anche se in fondo è una guerra tra poveri, dove il vincitore avrà al massimo l’onore di essere il gruppo che offrirà ai nuovi “padroni di città” le colf e i maggiordomi, gli operai e i facchini. Ma diventa una questione di principio, di “onore”. Riff (Mike Faist) il capo dei Jets, è teso e eccitato, si gioca il tutto per tutto e rivuole al suo fianco nella lotta il suo amico e uomo migliore, Tony (Ansel Elgort), anche se lui ha messo la testa a posto e riga dritto come commesso dell’alimentari gestito della latina Valentina (Rita Moreno). Anche il capo degli Sharks, il pugile Bernardo (David Alvarez) è sul piede di guerra e vuole combattere, anche se la sua ragazza Anita (Ariana DeBose) vorrebbe trattenerlo ed è imminente il fidanzamento di sua sorella Maria (Rachel Zegler) con il timido ma gentile Chino (Josh Andreas Rivera). Il pretesto per lanciare l’ultimo guanto di sfida è un ballo del liceo ed entrambi i gruppi sembrano determinati a non tornare sui loro passi, ma all’improvviso, per un imperscrutabile scherzo del destino, Tony e Maria, proprio a quel ballo scolastico, si incontrano e si innamorano. Riuscirà l’amore a fermare la guerra?


Il Romeo e Giulietta di Shakespeare rinasceva a grande musical nel 1956, scritto da  Arthur Laurents e Stephen Sondheim, con le musiche di Leonard Bernstein. Al posto della Verona medioevale, dei suoi castelli e delle ricche famiglie dei Montecchi e Capuleti, una New York della periferia degradata del periodo post bellico, tra palazzi popolari di mattoni scassati, con scale anti-incendio e panni stesi appesi alle finestre. Balli scolastici per l’integrazione razziale nella palestra di una scuola statale al posto di sfarzosi balli in maschera a corte per il carnevale. Campi di battaglia che si spostano dalla brughiera al deposito di sale per gli spazzaneve. Il cuore pulsante della vicenda è sempre Shakespeare anche se c’è un Riff al posto di un Mercuzio perché quella storia è ancora oggi attualissima e quindi ri-plasmabile, ri-modernizzabile come dimostrato negli anni novanta anche da Baz Luhrmann con Romeo + Juliet e la sua Verona Beach con i gangster dalle doppie pistole dorate e le camicie a fiori. 

Ma rimaniamo a West Side Story, che da musical “fa la storia” e diventa anche film, per la prima volta nel 1961. Un film che il piccolo Steven Spielberg ama, quasi venera. Nel cartone animato da lui prodotto con la regia di Don Bluth nel 1986, Fievel Sbarca in America, il piccolo topolino immigrato nel nuovo mondo canta “non ci son gatti in America” sulle stesse note del brano “America” di West Side Story e ci troviamo nello stesso clima, di speranza e “satira sull’integrazione” che trasuda dai brani di Bernstein. Spielberg culla a lungo il sogno di un suo West Side Story e quando oggi riesce a ultimarlo, liberandosi all’ultimo dalla produzione di un nuovo Indiana Jones, affronta la materia quasi con la stessa devozione filologica di Gus Van Sant per Psycho di Hitchcock. Sono poche le “innovazioni” narrative, ma chirurgiche. C’è una periferia “in demolizione e riqualificazione“, o se vogliamo essere tecnici in “gentrificazione”, usando un termine coniato da Ruth Glass nel 1964. Un luogo di ammasso di oggetti e sudore che diventa qui davvero molto simile alla periferia del futuro-presente dello Spielberghiano Ready Player One anche per merito delle monolitiche e quasi apocalittiche scenografie di Adam Stockhausen, che rileggono la storia ma la accentuano, ingrandiscono strade e innalzano i palazzi. Allo stesso modo la bellissima fotografia di Janusz Kaminski, con le sue notti plumbee ma anche le mattinate dai colori sgargianti, ci trasmette la doppia vita di queste “diverse cataste” ai margini dei quartieri dei ricchi: febbrilmente popolate, qualche volta grigie e pericolanti, ma cariche anche di ironia e autoironia, gentilezza e passione.  Non c’è come in Ready Player One una rete informatica che unisce le persone, ma ci sono comunque un’infinità di tralicci carichi di panni stesi che collegano umanamente ogni finestra e rendono quasi il cielo a strisce, “strisce di magliette appese”. Sempre come in Ready Player One, ogni  luogo accatastato è raggiungibile da una scala esterna di metallo, che parte dalle profondità, da sotto i tombini, alla maniera delle scale dei sottomarini, articolandosi su più piani con tutte queste scale sovrapposte che rendono poi quasi “a sbarre” ogni finestra che sovrastano, dando l’idea di una grande prigione urbana. La iconica “scala d’emergenza” di West Side Story del ‘61, a sua volta variazione del balcone di Giulietta di Shakespeare, assume qui un tragitto ancora più intricato e vertiginoso, sul vuoto. Tutto l’ambiente esterno però di punto in bianco si anima, attorciglia e corre grazie alla tecnica sontuosa con cui Spielberg dà vita ai suoi mondi. Tra droni, dolby, effetti speciali e telecamere a mano tutto il mondo balla e canta, dalle luci dei lampioni che allungano i corpi dei gangster in ombre minacciose e affilate  che si intersecano (magari un omaggio al Nightmare on Elm Street dello scomparso Craven) alle auto-van d’epoca che lanciano a tempo dei barili sulla strada, dalle palle demolitrici che girano su se stesse e colpiscono, alla stazione di polizia che diventa vittima di un “attacco d’arte” a base di schedari ribaltati. 


C’è poi narrativamente il nuovo personaggio di Valentina, interpretato da Rita Moreno, che era stata Anita nel film del 1961 e ora prende “spiritualmente” il posto del personaggio di Doc, la “figura paterna” che segue Tony sulla retta via. Valentina è una chiave narrativa struggente e il fatto che sia ancora la bravissima Rita Moreno a interpretarlo per i fan del musical ha un peso emotivo importante. Anche i “nuovi fan”, che guardano oggi la Anita della bravissima e bellissima Ariana DeBose dovrebbero fare caso a questo dettaglio perché queste “doppie Anita” si completano e quasi fondono, raccontando forse un personaggio unico, dal percorso “più lungo”, in grado “da sole” di dare voce alle mille difficoltà dei problemi di integrazione tuttora presenti in America.

Justin Peck coreografo e ballerino del New York City Ballett già premiato ai Tony Awards smussa qualche linea classica per un approccio più “urbano”, realizzando combattimenti-balletti più duri per le bande dei Jets e Sharks, ma trova la vera musa nella straordinaria e bellissima Anita della DeBose, interprete che sa essere nella danza prorompente quanto sensuale, atletica quanto aggraziata.  David Newman adatta con garbo assoluto le canzoni di Bernstein, quasi non toccando nulla, in punta di piedi; il quadro è completo, l’omaggio è compiuto. West Side Story di Spielberg è un film magnificamente confezionato sotto tutti gli aspetti, ma che rimane e vuole fieramente rimanere l’adattamento fedele di un classico del musical, realizzato da un regista del tutto devoto a quel mito. Sarebbe completo il giro se Spielberg provasse a portarlo poi a teatro, con la stessa ottima compagnia, trovando lì una diversa sintesi del suo talento visivo, magari giocando con immense scenografie mobili. Da amante dei musical farei carte false per vedere a teatro West Side Story con la regia di Spielberg. 


Come trovo cosa buona e giusta che in questo periodo storico disastrato in cui i teatri e i musical si sono dovuti fermare, il cinema abbia realizzato un così accorato e sentito omaggio a questo tipo di spettacoli. 

Nonostante il minutaggio poderoso, West Side Story di Steven Spielberg abbraccia e coccola ogni fan dello storico musical in uno spettacolo visivamente eccelso e che riesce al meglio a sfruttare la magia della sala cinematografica. Non farà cambiare di una virgola il parere di chi non ama i musical, perché sceglie di seguire in tutto e per tutto quel linguaggio e tipo di narrazione, ma per qualcuno questo West Side Story potrebbe essere anche la chiave per scoprire e appassionarsi ad un genere nuovo e che il cinema dovrebbe rappresentare di più.

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