martedì 9 aprile 2019

Una giusta causa (On the basis of sex): la nostra recensione del nuovo film con Felicity Jones, ispirato a una delle pagine legali più interessanti della Storia Americana



Ruth Bader Ginsburg, nella sua straordinaria quanto complessa carriera, passata dall'essere una delle  poche donne ammesse nel '56 ad Harvard fino a ricoprire la carica di Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d'America, ha dedicato tutta la vita alla lotta per i diritti delle donne e per la parità di genere. È l'autrice del primo libro di legge sulla discriminazione sessuale. Nell'America degli anni 59/60, in cui vigevano ancora molte leggi che ponevano uomini e donne in condizioni di disuguaglianza  (in sintesi: l'uomo lavora - la donna accudisce i figli e la casa), anche in ragione di una visione del mondo che riconosceva ancora a pieno i ruoli e compiti "di genere", come illustrati dal sociologo Talcott Parsons, la Ginsburg ha rappresentato un faro verso il futuro. Al centro della trama del film c'è uno storico processo del 1972, Charles E. Moritz vs Commissioner of Internal Revenue, una questione di importante rilevanza sociale e politica, i cui "effetti" hanno stimolato il dibattito, ancora attualissimo, sui diritti di chi si prende cura dei familiari malati, in gergo "caregiver". In sostanza, essendo Charles E. Mortiz un uomo, la legge dell'epoca gli impediva di percepire un sussidio (concesso invece alle donne, perché "per ruolo" le uniche preposte all'accudimento dei malati, bambini, anziani e cura domestica, secondo una sorta di "tradizione non scritta") per occuparsi a casa di sua madre, gravemente malata e allettata. Nessuno voleva difenderlo anche per timore di incorrere nelle ire della terribile commissione tributaria americana. Quindi parliamo di fatto di una legge che discriminava sulla base del "sesso" del caregiver, ma grazie a una particolare circostanza "lessicale" (che il film brevemente illustra), il tema della sessualità è stato sostituito negli atti del processo con quello del "genere". Il processo si è così espanso di significato ed è diventato il capofila di alcuni provvedimenti sulla parità di genere. La Ginsburg ha dedicato tutta la vita ad abbattere leggi come questa e come altre che ponevano dei paletti di ruolo e trattamento per lo più fissati in base a teorie sociologiche antiquate. È stata una autentica rivoluzionaria, e se volete approfondire vi consiglio la visione  di un bellissimo documentario, dal titolo "RBG" del 2017, oltre alla lettura di una considerevole pioggia di libri che ne approfondiscono i lavori. 


Doveva accadere, quindi, con la Ginsburg ancora in vita e ancora combattiva, che prima o poi arrivasse una pellicola in grado di farla conoscere al grande pubblico. Il film diretto da Mimi Leder con la Jones è il risultato logico di questa aspettativa ma va al di là del compitino ben svolto. La storia parte dagli anni di Harvard e della Columbia per poi analizzare il ruolo della Ginsburg come madre e poi attivista e poi agguerrito avvocato, in un periodo nel quale le donne non erano solite essere ammesse nei tribunali. La cornice storica è squisitamente impreziosita da una scenografia dai colori tenui, che si caricano per contrasto dei colori femminili che si fanno via via spazio a partire dai vestiti della protagonista. Armie Hammer interpreta il marito come un uomo che, in anticipo sui tempi, inizia a fare un "passo sociale indietro", occupandosi in prima persona della casa e dei figli e permettendo alla moglie di affrontare le sue battaglie sociali. Di particolare interesse il ruolo di Cailee Spaeny, che interpreta la figlia maggiore della coppia, che vive un rapporto con la madre molto sofferto, conflittuale, realistico. Il pregio più grande di una pellicola come questa, che si potrebbe ritenere già sulla carta come profondamente auto-celebrativa, è proprio la misura con cui vengono descritti i rapporti famigliari, il rigore narrativo con cui traspare che non tutto è coperto di zucchero filato e la nostra eroina dei diritti civili non ha avuto una vita facile, né dentro né fuori dalle aule del tribunale. Molto interessanti sono quindi le scene che riguardano l'aula, dove nella cornice del più classico legal drama americano viene messo alla sbarra un modo di pensare attuale quanto divergente, che cerca di farsi strada all'interno di una dogmatica autoreferenziale quanto liturgicamente accettata. Sem Watherson, direttamente da Law and Order, con le sue sopracciglia cespugliose e dall'atteggiamento ecumenico quanto ruvido, rappresenta lo sguardo più classico dell'istituzione americana, dotando il suo personaggio di gustosi tic e un pizzico di senile misoginia. 
Una giusta causa funziona, passa veloce grazie a un buon ritmo narrativo ed evita (pur nei limiti del possibile) di cedere il passo alla celebrazione senza curarsi del realismo storico, anche agrodolce, che ha caratterizzato la vita Ruth Bader Ginsburg. La composizione è piuttosto ordinata e anche se ci troviamo di fatto in un film di genere legale (per altro parecchio tecnico in alcuni frangenti), la visione è comunque gradevole anche per lo spettatore occasionale. 
Comunque, per sicurezza, mi dicono dalla regia: "la visione della pellicola è del tutto sconsigliata alle persone meno sensibili sulle tematiche dell'uguaglianza di genere". Per gli altri, buona visione. Talk0

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