martedì 9 maggio 2023

The First Slam Dunk: la nostra recensione del film che riporta al cinema il celebre e amatissimo manga di Takehiko Inoue. Il 10 maggio in lingua originale, dall’11 al 17 in Italiano

Okinawa, alcuni anni fa. Mentre le onde si infrangono sulla costa, nel piccolo campetto di basket vicino al mare due fratelli si sfidano a canestro. Ryota è il più piccolo e sta in attacco, Sota è il fratello maggiore e blocca ogni suo movimento come una montagna. È implacabile, ma spinge il più piccolo a migliorarsi, a non mollare mai, a continuare a sfidarlo a testa bassa. I due stanno giocando a basket ma anche comunicando tra loro in modo silenzioso. Il loro padre è da poco scomparso e Sota è ora il capofamiglia, quello che si occuperà di Ryota, la sorellina più piccola, e della madre. Anche Ryota ora deve crescere “più in fretta” e Sota, che è l’asso della sua squadra di basket e punta ai nazionali, è lì per spronarlo con la stessa determinazione con cui punta a sfidare con il suo numero 7 gli imbattibili del Sannoh, la squadra più forte. Ryota lo guarda da sempre come se fosse una specie di divinità, è gracile e ancora un bambino, ma ci tiene a dare il massimo e sogna anche lui un giorno di diventare grande e famoso come i giocatori americani delle riviste di basket che i fratelli nascondono nel loro posto segreto. Purtroppo Ryota avrà ancora pochi momenti da passare con il fratello, anche se dopo tanti allenamenti un giorno finalmente riesce a batterlo sotto canestro, realizzando così il suo primo Slum Dunk. Quello stesso giorno Sota esce in mare con degli amici e non torna più a casa. È ora Ryota il capofamiglia. La madre non vuole più stare in un luogo così tragico, getta tutte le medaglie di Sota e sposta tutta la famiglia in un’altra prefettura. Ryota arriva allo Shohoku con il basket che è l’unico modo con cui impara a confrontarsi con il mondo, stringere amicizie e trovare la forza di andare avanti. Il primo anno è turbolento, la squadra guidata dal “demone dai capelli bianchi” Anzai non riesce a combinare quasi niente, nonostante la determinazione dell’enorme e altruista capitano-difensore Akagi. Il giocatore numero uno, Mitsui, un asso in grado di segnare con tiri da 3 punti, alla fine molla il colpo, cede alla rabbia e alla autodistruzione, lascia il club e diventa una specie di teppista. Anche Ryota cerca di fare il possibile quell’anno come playmaker, portando sulla maglia sempre il numero 7, ma tutto questo “non basta”, il fratello rimane per lui un obiettivo inarrivabile e il basket un sogno crudele. Ma ecco arrivare la grande occasione l’anno successivo, con l’ingresso in squadra, direttamente dal primo anno, del determinato, taciturno e già molto talentuoso Rukawa, come dello stralunato, buffo e iracondo Hanamichi Sakuragi, che si autoproclama “genio del basket” anche se è solo alle primissime armi e in fondo si è avvicinato allo sport solo per corteggiare la sorellina di Akagi. Con questa nuova formazione lo Shohoku arriva a scontrarsi proprio contro l’imbattibile Sannoh, in una partita in cui tutti dovranno dare in massimo senza risparmiarsi. Ryota entra in campo con un al polso la fascetta rossa di Sota, determinato a tutti i costi a realizzare anche il sogno del fratello. The First Slam Dunk racconta questa storica partita:  dal primo minuto fino al suo sconvolgente ed “eroico” epilogo. 


Dopo 30 anni il bellissimo manga Slum Dunk torna in sala con un film scritto e diretto dal suo autore originale, Takehiko Inoue, che qui debutta come regista cinematografico in una produzione Toei Animation e Dandelion Studio. Per anni, almeno dal 2009, l’autore aveva aspettato che si arrivasse a una tecnologia adeguata per trasmettere con i disegni animati la frenesia e i dettagli delle sue tavole ultracinetiche e oggi, con un cast tecnico di altissimo livello (tra cui il chara designer, animation director di Attack in Titan e l’art director di Dragon Ball Z: Broly) e l’animazione tridimensionale mixata alla colorazione tradizionale con la tecnica del cell shading, si può dire che il sogno si è potuto realizzare al meglio. The First Slam Dunk è un autentico prodigio dell'animazione più all’avanguardia e riesce davvero, come prima nessun altro film (anche dal vivo), a trasportare lo spettatore su un campo da gioco “vicino al reale”, tra i rimbalzi e “sgommate” delle scarpe sul linoleum in dolby 5.1 e vertiginose accelerazioni di gioco riprese da angolazioni folli, coinvolgenti e velocissime. Il tutto è legato insieme da un senso dell’azione di gioco sempre chiaro e frenetico e da una potente e variegata colonna sonora, curata da Satoshi Tanabe e Takuma Mitamura, che mischia rock a suggestioni jazz e funky, su cui svettano un paio di pezzi davvero niente male come Love Rockets dei Birthday e Dai Zero Kan dei 10- Feet. Il film ripercorre uno dei momenti focali del manga, assumendo anche dei felicissimi punti di vista inediti. Se era già nota e osannata la capacità tecnica quasi maniacale di Inoue nel raccontare il basket attraverso i suoi personaggi, descrivendo con dovizia di particolari e sincero entusiasmano ogni ruolo, stile e tattica di gioco, il grande merito di The First Slam Dunk risiede anche nella molto riuscita integrazione della “partita” con le tante scene che sviluppano in modo altrettanto curato la psicologia di ogni personaggio. Il personaggio di Ryota assume per la prima volta un molto riuscito e inedito ruolo centrale nella narrazione, al posto del simpatico e strambo Sakuragi, ma tutti i personaggi trovano un giusto spazio emotivo per raccontarci la loro evoluzione dall’inizio del campionato fino alla fatidica partita contro gli “imbattibili”. Ci sono scene cariche di umorismo ma anche molte scene drammatiche particolarmente riuscite, raccontate con tanta cura e credibilità. Molte sono le scene e i flash-back che il pubblico già conosce e ama dalla lettura del manga, come dalla prima trasposizione animata, che Inoue integra nella partita come una felice “greatest Hits”, ma la resa di questi spezzoni nel nuovo contesto è incredibilmente fresca e riuscita, in grado di appassionare tanto i fan storici quando il pubblico che ancora non conosce questi personaggi e il loro mondo. Ci si affeziona in fretta a Ryota e ai suoi compagni, ci si entusiasma per ogni stoppata, rimbalzo e canestro anche se l’esito finale può essere già noto, perché il film elargisce alcune vere e proprie succulente sorprese e nessuna costruzione dell'azione di gioco è mai scontata. The First Slam Dunk in Giappone ha battuto al botteghino il secondo film di Avatar e c’è da dire che dopo questa pellicola è tanta la voglia di “averne ancora” del magico mondo del basket raccontato di Inoue. Andate al cinema senza remore, per una serata diverte e spensierata in cui godere del migliore basket “animato” di sempre. 

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venerdì 5 maggio 2023

Plan 75: la nostra recensione del film di Chie Hayakawa che immagina un Giappone dove l’innalzamento generale dell’età viene combattuto con una controversa legge

Siamo in un Giappone “distopico” dei giorni nostri, diventato tristemente il paese al mondo con il più alto numero di persone anziane uccise per “vendetta sociale”.

È iniziato tutto nel mezzo di una notte, quando un giovane armato di fucile e occhiali a infrarossi è penetrato in un ricovero per anziani con l’intenzione di fare una strage. Nell’edifico risuonava dagli altoparlanti solo una canzone tradizionale, una canzone d’amore, mentre il gesto aveva avuto ormai compimento e il ragazzo decideva infine di suicidarsi, dichiarando: “Mi avete costretto voi”. La situazione si ripeteva in breve tempo in altri luoghi, era l’inizio di una vera escalation e a nessuno erano chiare le cause di tanto odio. Per cercare di tamponare il fenomeno, lo Staro ha perciò deciso “innovativamente” di fare affidamento sul classico sentimento di auto-immolazione a favore del bene comune dei nipponici: lo spirito di sacrificio per cui nella seconda guerra mondiale sono diventati tristemente noti i piloti kamikaze. Con una controversa legge veniva approvato il cosiddetto “piano 75”. Nessuna riforma impossibile del lavoro, nessun ammortizzatore sociale momentaneo, qualcosa al contempo di più altruistico e definitivo.  Dopo i 75 anni ogni cittadino, in piena libertà, aveva diritto a sottoscrivere un piano di eutanasia assistita, correlata a una “mancetta” di circa 100.000 yen (683 euro e 20 centesimi circa) per qualche “ultimo sfizio”. Più spazio ai giovani nel lavoro, nella speranza di fermare le stragi. Sepoltura a carico completo dello Stato. Opzionali “Last minute” in località di vacanza con tumulazione di gruppo, possibilità di pacchetti di trucco e parrucco per la foto da porre sulla lapide e un “numero di telefono”. Un numero di telefono da poter impegnare per massimo 15 minuti al giorno, per parlare liberamente con un operatore specializzato nell’ascolto e conforto degli anziani: il massimo che aveva da offrire “quel Giappone” nel campo della assistenza sociale e molto di più di quanto un giovane era disposto a fare per un anziano. 


L’anziana cameriera Michi (Chieko Baisho), che vive da troppo tempo da sola ed è infaticabile lavoratrice, incontra così grazie al piano 75 l’operatrice telefonica Yoko (Kawai Yuumi), dopo aver perso la sua ultima amica e aver deciso anche lei di “fare largo ai giovani”. Tra le due nasce 15 minuti per volta quasi un’amicizia. 

L’operatore Hiromi (Hayato Isomura), che in genere raccoglie per le strade le adesioni alla legge presso a dei gazebo, decide sull’impulso stakanovista del suo capo ufficio di iniziare a “sollecitare i parenti”. Così fa visita in un quartiere popolare allo zio Yukio (Taka Takao), che non vendeva da tanto tempo, per proporgli questa “occasione irripetibile”. L’uomo assomiglia tantissimo a suo padre e questo aspetto può forse complicare le cose.

La giovane infermiera di origini latine Maria (Stefanie Arianne), con a casa una piccolissima figlia malata a cui servono i soldi per una costosa operazione salva-vita, arriva con una raccomandazione a lavorare presso uno dei centri dove “addormentano gli anziani”. La prospettiva è un buon stipendio e la possibilità di “gestire liberamente” gli oggetti personali che non possono entrare nei forni di cremazione. Forni di cremazione che lavorano h24 a pieno regime fino a rompersi, costringendo la ligia municipalità nipponica, per non “interrompere le tabelle di marcia”, a ragionare sulla possibilità di “accompagnare gli anziani nel loro ultimo viaggio” con l’ausilio di un impianto per lo smaltimento industriale dei rifiuti. Intanto la percezione sociale della legge raccolta dai media è così buona che qualcuno sta già pensando a un Piano 65. Quale radioso futuro potrà avere il Sol Levante? Riuscirà in mezzo a tutto questo spirito di sacrificio a farsi largo, magari per contrasto, anche un senso di umanità? Nel frattempo nella sala dove vengono addormentati gli anziani risuona la stessa canzone tradizionale che usciva dagli altoparlanti di una casa di cura, nel giorno in cui erano iniziati i massacri.


La regista Chie Hayakawa sviluppa come lungometraggio un suo corto del 2018 uscito all’interno del film collettivo Ju-nen: Ten Years Japan, scritto insieme a Jason Gray. La dolce Chieko Baisho è una attrice molto famosa nel Sol Levante, che ha offerto la sua voce anche alla “nonnina Sofi” nella versione originale del Castello Errante di Howl di Hayao Miyazaki. Hayato Isomura è invece uno dei volti “eternamente giovani” della serie tv super eroistica Kamen Rider e si trova qui in un ruolo drammatico diametralmente opposto a quello a cui ha abituato i suoi fan. Due generazioni di attori a confronto, per raccontare un Giappone che, citando il titolo di un classico film dei fratelli Coen,  non è decisamente “un paese per vecchi”, ma non è un posto troppo allegro neanche per i giovani: un posto dove lo Stato ha fallito ogni prospettiva di sostegno e aiuto sociale. Negli anni '90 il regista Katzuhiro Otomo “sognava ancora”, con il suo satirico Zeta, che la massima tecnologia robotica del futuro venisse utilizzata per assistere degli anziani allettati. Un robot infermiere si occupava dell’anziano come accadeva anche all’italianissimo Alberto Sordi in Io e Caterina. Lo scoppio della nipponica “Bubble economy” degli anni ‘80 di fatto ha avuto effetti sociali simili a quanto è accaduto in Italia nello stesso periodo e non è forse un caso se dopo il Giappone è proprio il nostro paese a essere considerato la nazione con il più alto numero di anziani. Solo che “una volta” si immaginavano i robot infermieri del futuro, mentre oggi invece la fantascienza si è come “spenta”, dopo che i molti “traguardi immaginati” del ventunesimo secolo,   dopo la sognata e sospesa corsa allo spazio, non sono stati raggiunti. Così, da questo “sconforto”, in Giappone hanno preso sempre più vita nel tempo opere in cui il “futuro radioso dei cittadini” non veniva più gestito da robot gentili ma da spietate leggi sociali, come in Battle Royale di Kinji Fukasaku o in Ikigami, annunci di morte di Tomoyuki Takimoto e Motoro Mase. Plan 75 appartiene a tutti gli effetti a questo filone narrativo, con molte suggestioni visive e sociali vicine proprio all’opera di Takimoto e Mase. È cosi in scena un Giappone della periferia metropolitana dai ritmi lenti e quasi immobili, raccontato attraverso le storie di personaggi che vivono una quotidianità “isolata”, fatta di piccoli gesti e relazioni umane. Persone anziane e “operatori” giovani che svolgono dignitosamente attività umilissime, preoccupate per lo più dell’aumento dei prezzi e del decoro sul luogo di lavoro, camminando per lo più a testa bassa avvertendo il peso di un insostenibile senso di colpa. Il piano 75 è qualcosa di accettato e codificato, con sporadicissimi moti di ribellione esterni che si riducono al lancio di qualche pomodoro, fino a quando inevitabilmente non “invade nel personale”. Quando viene chiesto dal protocollo, con tutta la brutalità propria della normalità, di “lasciare la porta di casa aperta e dirigersi su un autobus preposto”. C’è la paura di quello che attenderà dopo, ma non pesa quanto il rimpianto per ciò che si è perso nel proprio passato, non pesa quanto “l’istinto quasi crudele” (forse il fantasma di una empatia perduta) che spinge umanamente a guardare negli occhi la persona che “si ha davanti” nel percorso di fine vita. Il messaggio di Plan 75 arriva forte in tutta la sua urgenza e crudeltà: ci parla di un mondo che ha già accettato la sua autodistruzione. Un mondo che ha cercato di indorare la pillola codificando la sua morte nel modo più “sensibile e rispettoso”, dove a rimetterci sono in primis la gente comune dotata ancora di spirito di altruismo. Un mondo dove chi detiene il potere, il campo  sociale, le multinazionali e il crimine organizzato, rimangono tutti sempre fuori dal quadro generale, assenti giustificati e alleggeriti da ogni colpa. Il Plan 75 è una legge “contro la vita e di fantascienza”, ma tristemente e simbolicamente non è troppo dissimile per impatto sociale alla legge del primo figlio che nel 2002 (solo 20 anni fa) è entrata in vigore in Cina. Certo può sembrare impensabile che una pellicola e una storia di questo tipo possa essere figlia di una cultura diversa da quella del Sol Levante, quando la produzione occidentale per parlare di queste tematiche fa ancora largo uso della fantascienza più spettacolare, futuristica, stilizzata e a tinte morali “ben divise”, come negli Hunger Games e in 7 Sisters. Ma il Piano 75 è un sinistro campanello di allarme su quanto potrebbe davvero succedere in futuro, se i temi della sovrappopolazione e della crisi climatica saranno ancora affrontati con lo stesso lassismo di oggi. 


L’occhio di Chie Hayakawa raccoglie le emozioni dei suoi personaggi in modo pudico e oggettivo, quasi documentaristico. Non ci sono concessioni alla spettacolarizzazione delle emozioni,  di quello che ci è presentato come un dramma umano collettivo ma “interiore”, dove è percepita quasi con imbarazzo e vergogna la prospettiva di non seguire delle regole sociali. Gli scenari dove vivono gli anziani sono “vuoti”, accrescendo la sensazione che le generazioni vivano ormai separate, quasi in quartieri cittadini diversi e distinti. Il senso del “sociale”, in alternativa al Piano 75, è rappresentato da code infinite davanti a sportelli con impiegati assenteisti o centri per l’impiego dotati di computer degli anni ‘80. Gli attori si muovono sulla scena con umana compostezza, ligi alle regole quando soffocati dal loro dolore interiore, in cerca di furtivi e vietati contatti di gentilezza. Chieko Baisho e Hayato Isomura danno vita a due straordinari personaggi “sul limite del precipizio” che gli spettatori si porteranno dentro ben oltre la visione della pellicola, anche come monito di quanto sia in fondo semplice “disumanizzarsi” nel seguire una direttiva sbagliata che cala dall’alto “perché ce lo dice il Giappone”. 

Mette quasi i brividi ragionare su quanto questo mondo ci sia vicino.

Il film di Chie Hayakawa è geometrico e ordinato ma nasconde un cuore ingabbiato che urla e scalpita. È una pellicola malinconica quanto aspra, meccanicamente crudele, un autentico “incubo gentile”. Molto bravi tutti gli interpreti, disturbante la canzone tradizionale sentimentale giapponese che funge da filo conduttore tra le varie scene. Decisamente un buon esordio alla regia di un lungometraggio per la Hayakawa, che ora attendiamo con molto interesse anche per le sue future opere.

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lunedì 1 maggio 2023

L’innamorato, l’arabo e la passeggiatrice (Viens je t’emmene - Nobody’s hero): la nostra recensione della commedia surreale di Alain Guiraudie con Jean-Charles Clichet, Noemie Lvovsky e Ilies Kadri

Francia centrale dei giorni nostri, nella più media delle cittadine medie: Clemont-Ferrand. Anche se per i canoni più tradizionali di bellezza non sembrerebbe possibile, il trentacinquenne Mederic (Jean-Charles Clichet), il più medio degli uomini medi, quando indossa la sua tutina da runner colorata fosforescente è in grado di sprigionare un fascino quasi inarrestabile. Così, in tutta sicurezza, nel mezzo della sua corsetta quotidiana nella parte più collinare del paese, si avvicina alla cinquantenne Isadora (Noemie Lvovsky) mentre per strada sta esercitando la professione più vecchia del mondo. Con la faccia tosta e quella tutina aderente che non è che valorizzi chissà quali forme, Mederic le chiede di diventare suo amante fisso, per sempre e gratis. Le propone un comodo incontro, che dovrà essere assolutamente pure lui gratuito, per saggiare la sua “ars amatoria” in modo obiettivo, senza impegno, provare per credere. Le dice poi che lui preferisce che le donne non concedano il loro amore per soldi e in pratica si offre lui come suo “Toy boy”. Colpisce nel segno. Lei accetta, lo invita per la sera stessa nell’hotel dove abitualmente esercita e quasi alla fine della serata Mederic esce dalla stanza dopo alcune spericolate acrobazie erotiche compiute con dovizia di passione e totale spirito di altruismo per Isadora, e pure pagato. Il “quasi” è d’obbligo, perché di fatto la serata si è tecnicamente interrotta “sul più bello”, “coitus interruptus”, con l’arrivo del marito di Isadora, Gerard (Renaud Rutten) che si è accertato che la moglie stesse bene dopo che il telegiornale ha trasmesso la notizia di un attentato terroristico nella zona, nei presi della statua di Vercingetorige a cavallo di Place de Jaude. Pensando che il tizio fosse un cliente, il marito senza scomporsi si è scusato e ha chiesto alla donna di “ridargli l’obolo”, per correttezza, prima di andare via. Questo “amore sospeso” rimane come nell’aria, imprigionato, mentre la cittadina si appresta a fare i conti di colpo con il terrorismo e “la paura degli sconosciuti”. Giunto a casa, Mederic incontra sul pianerottolo un ragazzo islamico che dorme per terra, Selim (Ilies Kadri). Si è rifugiato sotto il portico per ripararsi dal temporale, chiede la possibilità di poter sostare almeno al coperto per la notte nel corridoio del palazzo, non farà storie e all’alba non lo vedrà mai più nessuno. Mederic acconsente, nonostante nutra forti sospetti sul fatto che lui possa essere uno dei terroristi che stanno cercando alla tv. Compassionevole ma pragmatico, l’uomo “vestito da jogging che sa amare” cerca di denunciare Selim una buona mezz’ora dopo, ma appena arrivano le guardie prova senso di colpa, si sente un po’ infame. Così quando il giorno dopo ritrova Selim sotto casa, già rilasciato, sempre sul suo pianerottolo mentre ancora piove, decide di ospitarlo di nuovo, mentre i vicini dello stabile inizino a rumoreggiare. Mederic lo fa un po’ per pena e un po’ per indagare “meglio della polizia” sulla sua assoluta colpevolezza, magari frugando nella sua roba mentre il ragazzo fa una doccia. Non si trova niente di concreto ma Mederic di notte fa gli incubi. Si vede in sogno nudo come l’ultima volta davanti a Isadora, ma è a casa sua, con il soggiorno improvvisamente pieno di gente araba che lo ha ormai adibito a moschea. Lo fissano e poi lo afferrano, lo sollevano come Gesù in croce e lo lanciano fuori dal terrazzo verso il basso, a spiaccicarsi sul pianerottolo. Prima dell’impatto si sveglia, ma il giorno dopo e successivi si fa presto evidente l’incapacità totale dell’uomo di mettere alla porta Selim. Forse per quella bolla di “amore sospeso” dei gironi prima, il ragazzo piano piano, prima sul divano e poi suo letto, si installa da lui e non vuole più andar via. Al contempo Mederic non vuole smettere di rinunciare a Isadora e al loro discorso interrotto, cosi cerca più volte e poco fruttuosamente di incontrarla clandestinamente con l’aiuto dei portieri del motel. Appena si trovano i due fanno scintille, anche nel confessionale della chiesa, ma la donna gli viene più e più volte portata via da un marito diventato improvvisamente sempre più geloso, spalleggiato dall’invadente e ossessivo ispettore  di polizia che è suo vicino di casa (Patrick Ligardes). Con Selim in casa e Isadora inafferrabile, Meredic deve pure sfuggire lui stesso alle lusinghe della bella ma invadente Florence (Doria Tillier), una futura collega di lavoro ossessionata con le start-up digitali, per cui non esiste alcuna differenza tra lavoro e vita privata. Vuole stare sempre con lui, al bar ma pure a casa sua, pure di notte, a lavorare o anche solo per stare insieme, per sempre. È una donna bellissima, ma è decisamente invadente. Sotto al palazzo arrivano presto pure dei ragazzi stranieri che vogliono linciare Selim perché ritengono sia proprio quel pericoloso terrorista che stanno ancora cercando, alimentando un clima sempre più ai ferri corti con vicini di casa che amano essere pesantemente armati (Michel Masiero) e sparare dalla finestra con bocche da fuoco enormi contro ogni tipo di straniero. La casetta di Meredic si troverà presto al centro di uno tsunami.


Alain Guiraudie  ama creare film in cui i personaggi (qui decisamente “forattiniani”) girano nudi ma innamorati: come se l’amore fosse la corazza definitiva contro le intemperie del tempo e dello spazio, contro le paranoie e le oppressioni sociali. L’amore diventa un linguaggio che supera la logica, supera la morale, l’estetica, il buon senso e l’amor proprio, stravolgendo in positivo ogni conflitto. In un dialogo-tipo qui un personaggio può dire “Mi dispiace, amo un’altra persona e non trovo corretto che io e te iniziamo ora una relazione clandestina” e l’altro può rispondere seraficamente “Ok, va bene, io non sono minimamente gelosa/o, andiamo pure a casa tua e chiama pure lei/lui”. Poi in un crescendo “rossiniano” può aggiungere “Ma chiama anche i vicini di casa, gli amici, i colleghi, due tramvieri, dei domatori di serperti: facciamo una cosa in 75, stasera, a casa tua, ci divertiamo un botto!!”. È un linguaggio rivoluzionato volto all’“amore presente”, dove tutto è finalizzato solo all’espletamento della voglia di stare insieme e condividere affetto “a tutti o costi”. È un linguaggio che sorprende e poi contagia tutti i personaggi, che può essere irradiato anche dal più inconsapevole degli uomini qualunque come il nostro Mederic. Un uomo che di fatto poi si spaventa del “tanto, troppo amore”, ma che da principio è lui per primo ad aver dato inizio a  questa sorta di “incantesimo”. Proprio quando con la sua tutina attillata da jogging convince Isadora ad amarlo non per soldi o opportunismo o “esclusività”, ma solo perché è bello amarsi. Anche Isadora, contagiata da questo desiderio di amare incondizionato si “riapre all’amore” a 360 gradi, dimenticandosi di ogni limite “alla passionalità”. Questo capita anche a Selim, che si ritrova “senza sapere un perché” sempre sotto lo stesso pianerottolo, il sentimento “passa” a Florence che di colpo non vuole più parlare di lavoro (ma non diventa meno invadente), destabilizza un Gerard che teme più di tutto di non poter essere amato in modo “esclusivo” da qualcuno, perché non conosce una diversa forma di amare. Tutti finiscono prima o poi, con intenzioni più o meno comiche o surreali, per gravitare nell’appartamento di Mederic (quasi uno scenario-unico, ispirato a Guiraudie dal tradizionale “teatro del boulevard”), che come la casetta con giardino di Madre! dì Aronofsky diventa in qualche modo il simbolo di “tutto il mondo” o per lo meno della “Francia di oggi”. Una Francia ideale in cui il più medio degli uomini medi vuole amare una persona (Isadora) senza “degradarla ad oggetto”, vuole accogliere un ragazzo straniero (Selim) senza averne paura, vuole provare ad accettare la “modernità” (simboleggiata dal personaggio di Florence, che segue il dettame della “start-Up nation” promossa da Macron) di un mondo del lavoro che “per socialità” non distingue più tra tempo utile e libero tempo (o se ne frega del tutto), vuole accettare vicini di casa che conosce a stento e che si appellano al “suo altruismo” per risolvere i problemi. Tra il dire e il fare interviene in modo spiazzante “L’amore/linguaggio unico”, che sovverte anarchicamente tutto e tutti, rendendo i personaggi simili a palline del flipper impazzite e lasciando che la storia parta per le tangenti più impensabili, alla ricerca di equilibri e ri-equilibri impossibili, titanici ma pure tragici, con cui convivere con i problemi del presente. Da questo approccio si arriva a una messa in scena ardita e stralunata, gioiosamente caotica e divertente, sorretta da attori molto versatili e sempre pronti nell’interpretare le continue pieghe umorali dei personaggi. La storia si smonta e rimonta più volte, seguendo uno sviluppo sempre originale quanto imprevedibile, tenendosi perennemente sul margine tra commedia e tragedia. Il film dura sui cento minuti ma volano in un attimo, tante sono le suggestioni e situazioni che a cascata si vengono a creare, con un sempre intelligente spirito ludico quanto satirico. Sorprendente anche la forte carica erotica di molte scene che coinvolgono Clichet e Lvovsky, un autentico inno gioioso alla body-positivity. 


Il nuovo film di Alain Guiraudie è un viaggio divertente e stranissimo in compagnia di personaggi stralunati quanto “unici”. Molto bravi tutti gli interpreti, sorprendente il modo in cui la storia riesce più volte a cambiare pelle, prendendo strade spesso surreali. Guiraudie sceglie di parlare della Francia di oggi attraverso una commedia e ci tiene attaccati allo schermo un po’ curiosi e un po’ timorosi, ma sicuramente divertiti, dall’inizio alla fine.

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domenica 30 aprile 2023

Beau ha paura: la nostra recensione del nuovo film thriller psicanalitico/surreale di Ari Aster, con protagonista uno straordinario Joaquin Phoenix

Il mondo in cui vive Beau (Joaquin Phoenix) è un luogo inospitale perennemente invaso, insicuro e scivoloso. Grandi e piccoli rumori ronzano costantemente nella sua testa, per lo più articolando parole di odio nei suoi confronti. Le pareti della piccola stanza in cui vive brulicano di creature appese al soffitto che lo osservano, sbavano e progettano attacchi. Ogni volta che Beau lascia aperta la porta di ingresso una folla sempre più consistente di persone sinistre penetra nella casa per devastarla e ridurre in rottami e rifiuti i suoi pochi averi. Per le strade c’è sempre qualcuno che lo fissa e ride di lui, pronto a scagliarsi contro armato di un coltello. La televisione trasmette solo notizie su assassini a piede libero nella sua zona, ogni suo bancomat o documento risulta più volte invalido a una verifica anche se deve fare un acquisto del valore insignificante. Chiunque Beau incontri decide senza farsi scrupolo di mentirgli o imprigionarlo e in fondo lo “odia”, nel modo genuino e primitivo con cui si disprezzano le persone che si affacciano nella vita altrui da “intrusi”, non invitati e non graditi. Forse sono solo voci che escono dalla testa. Immagini elaborate da un forte ma clinicamente documentato disturbo paranoide: ci si può pur convivere, con tante medicine. Beau è in cura e va puntuale agli appuntamenti (il medico è interpretato da un pacioso ma sinistramente lynchano Stephen McKinley), non sgarra con le pillole e l’ultima volta che ha inghiottito il collutorio era in qualche modo sereno sul fatto che quel giorno, razionalizzando l’evento, non sarebbe di sicuro morto di avvelenamento. Si può sopravvivere a tutto, forse, ma arriva il grande giorno del compleanno di sua madre: bisogna fare un regalo, la valigia e prendere un aereo. All’improvviso tutte quelle immagini sinistre, suoni insinuanti e pensieri ostili partono insieme all’assalto della salute mentale dell’uomo, trasformando ogni istante della sua giornata in un prolungato incubo dal quale è impossible scappare. Una corsa ad ostacoli sempre più ardui che si pone tra lui e l’incontro con la persona che più di tutte ha avuto un peso determinante nella vita di Beau. Anche se non ci è nota la natura del particolare legame tra Beau con la madre, il suo stesso medico curante spesso gli insinua: “Dillo, non avere paura: dillo che la odi, che odi lei più di ogni altra cosa”. I prossimi giorni saranno difficilissimi per lui, ma anche magici. Potrà per una volta sognare, tra un incubo e l’altro. 


Ari Aster torna al cinema in una grande produzione della etichetta indipendente A24, dopo il folgorante esordio con l’horror polanskiano Hereditary e la conferma di un talento davvero inconsueto offerta dalla sua opera seconda: quel folle folk movie di Midsommar, a metà strada tra Asher Lewis e Robin Hardy. In questo percorso Aster si sta sempre più specializzando come intessitore di incubi e narratore della pura paranoia, ma piano piano si affaccia un Aster diverso, quasi “sognatore”. Continua ad amare far brancolare nel buio (e nella paura) i suoi personaggi e insieme a loro tutto il pubblico. Gioca quasi sadicamente con le “regole narrative” del film di genere per sovvertirle, disorientare e accumulare situazioni surreali spesso arricchite da uno humor nerissimo. Il suo scopo sembra essere creare suggestioni più che narrazioni, puntando a comporre castelli di carte sempre più elaborati e illusori in cui invischiare l’immaginazione e “l’aspettativa” dello spettatore, per poi tradirlo e deriderlo. È amabilmente scorrettissimo, quasi alla maniera del Michael Haneke di Funny Games (quello che faceva “riavvolgere la pellicola” pur di cambiare il destino dei “cattivi”), ma al terzo film offre anche qualcosa di diverso. C’è una punta di quella inaspettata “satira metafisica” che anche l’ultimo Lars Von Trier non aveva problemi a solcare sul finale di La casa di Jack. L’ironia e la malinconia si fanno progressivamente sempre più largo nella composizione dell’opera, che si arricchisce pure di una lunga e struggente sequenza sognante quasi a cartoni animati. Nelle prime opere era solito partire da toni profondamente drammatici per poi passare di colpo allo splatter e alla commedia nera, facendo sobbalzare sulla sedia, sorridere e inorridire a comando. Beau ha paura inizia questa volta a tutti gli effetti nel territorio della commedia. È la storia di un uomo che soffre di paranoia, un po’ come il sognatore Walter Mitty raccontatoci da Ben Stiller e Paolo Villaggio (in Sogni mostruosamente proibiti), un po’ come il Bill Murray protagonista di Tutte le manie di Bob di Frank Oz. Anche lo stralunato e tenerissimo Beau di Joaquin Phoenix deve essere tranquillizzato nella possibilità di riuscire a vivere la sua esistenza un passo piccolo alla volta, allontanando con la razionalità le fantasie più estreme. Fantasie terribili che poi attingono a piene mani dal cinema più sinceramene horror e thriller, tra cui la più forte e sinistra è la sensazione di trovarsi in un sadico Truman Show super-organizzato. Bill Murray procedeva sulla strada dell'indipendenza e guarigione compiendo i lenti e sicuri “passi di bimbo” suggeritigli dal suo terapeuta (interpretato da uno straordinario Richard Dreyfuss), Joaquin Phoenix per tutte le quasi tre ore della pellicola deve invece correre come un disperato senza un solo appiglio esterno a cui aggrapparsi. Deve affrontare tragedie di ogni tipo, manipolazioni affettive e anaffettive, attacchi fisici e incidenti stradali, sparatorie terroristiche, il surreale, i fantasmi, gli alieni, le multinazionali del male, Freud e i rettiliani, perfino dei mostri degni del filmacci mutanti di Lloyd Kauffman. Non c’è tempo di metabolizzare una situazione già di per sé estrema, che già siamo con lui piombati in un nuovo incubo del tutto diverso, che ci porta fortemente a dubitare di tutto quello che abbiamo visto fino a un minuto prima, alla ricerca di un nodo di trama che non può strutturalmente esistere. Esattamente come accade negli incubi veri, da spettatori inermi “subiamo”. Subiamo magari sperando/temendo che a spegnere lo sguardo ingenuo e mite del Beau di Phoenix appaia di colpo il “ghigno del Joker”. Un Joker che l’attore ha oggi per forza “dentro”, mentre sta per tornare nelle sale con il nuovo capitolo della saga di Todd Phillips, questa volta a fianco di Lady Gaga. Beau per la sua vita e i suoi trascorsi potrebbe in fondo essere quasi “fratello” dell’Arthur Fleck di Joker e siccome Ari Aster parla di dannazioni più che di redenzioni, il confine verso il lato più oscuro di questo personaggio fragile è molto sottile, costantemente stimolato e pronto a rompere quel poco di umanità che rende Beau tanto speciale e umano.


Tanto Aster quanto Phoenix dimostrano però di avere molto a cuore il “loro” Beau ed è sul candore del personaggio che infine questo incubo paranoide trova la sua vera “forma”, la sua guida nelle tenebre della follia. È un personaggio che ha paura del mondo ma lo affronta, è un uomo che pur deluso e “tradito” continua comunque ad amare e a sognare un futuro impossibile proprio come Walther Mitty. In controtendenza al titolo, le scene più appassionanti della pellicola vedono Phoenix in balia di “emozioni positive” e sono per molti versi qualcosa di “nuovo” nel cinema di Aster, che a questo punto potrebbe pure stupirci con un musical, magari “rigorosamente tetro” come il Dancing in the dark di Von Trier. Con tutto il “bene e la simpatia” che siamo tenuti a provare per Beau il film può colpirlo ripetutamente con dosi massicce di surreale, deriderlo e umiliarlo, ma il pubblico sarà sempre con lui fino alla fine. Fino a che Aster rivelerà la “paranoia finale”, avventurandosi in una possibile quanto spericolata e particolarmente originale lettura unitaria quasi “psicanalitica” dell’opera. Troverà quindi una forma concreta il viaggio dell’(anti)eroe e infine… Aster deciderà comunque per sfizio di farci perdere la strada di nuovo, alla luce di un paio di colpi di scena decisamente “fuori come un balcone”. Forse è proprio in questa voglia di “assimilare o meno”, il massiccio carico di assurdo servitoci dalle tante e surreali scene di Beau ha paura, che il pubblico in sala può unirsi, scremarsi, forse dividersi. Chi già ama Ari Aster tout court, nel suo confezionare film “strani in senso positivo”, può comprendere i benefici del “lasciarsi andare”, godere dello spettacolo come se si fosse su delle montagne russe emotive, stupirsi di una messa in scena sempre più ricca ed elaborata sul piano fisico quanto onirico, ironico quanto orrorifico. Beau ha paura è il suo film più eterogeneo, più sfarzoso e forse ambizioso. Chi non apprezza il fatto di sentirsi “sballottato emotivamente” da un film, nella condizione perenne di ridere, piangere e essere atterriti solo un minuto dopo dalla comparsa di qualcosa di stranissimo, può invece trovare la pellicola parecchio “strano in senso negativo”, magari coltivando un malcelato senso di spaesamento. Ma come ripetiamo spesso su questo blog “è bello anche sentirsi spaesati”, specie quando a “spaesarci” è un cinema ricco di suggestioni e idee visive originalissime come quello di Ari Aster. Il cinema deve essere anche “stupore disorientante”, specie in un momento storico in cui troppo cinema appare pre-confezionato, super prevedibile per esigenze di mercato, così “politicamente corretto” da avere paura di affrontare un qualsiasi argomento per la paura di scontentare qualcuno. Ari Aster va oltre a questo schema moderno di fare film, pure se è l’opera che lo vede più consapevole della sua cifra stilistica, in cui ama con spontaneità auto-citarsi e non ha paura di esprimere la sua fantasia in modi nuovi e sempre più arditi, quasi sfiorando oltre alla commedia pure lo schema della favola. 


Joaquin Phoenix è l’attore perfetto per un film di questo tipo, come Toni Collette era l’interprete perfetta per Hereditary: sono artisti in grado di infondere una incredibile umanità anche in personaggi che giocoforza si trovano a vivere su un “piano della realtà quasi inclinato”, dove ogni incubo può inghiottirli e dove “razionalizzare” un problema è purtroppo poco più che una perdita di tempo. Sono loro ad “agganciare” i sogni e incubi di Aster con il pubblico e a Phoenix viene concesso per questo uno “spazio espressivo” quasi sterminato, che rende possibile raggiungere in pieno questo intento, dando prova di una bravura ed empatia che negli anni si affinano sempre di più. Beau non è solo un personaggio buffo e disperato, ma anche un eroe tragico, profondamente combattuto, sognatore e per niente passivo. 

Beau ha paura è un viaggio surreale ma irresistibile, divertente e movimentato fin dal primo momento. Un tour de force di quasi tre ore che volano veloci come una mezz’ora, grazie all’incredibile mole di idee visive e narrative che arricchiscono ogni istante di immagini surreali quanto emozionanti. Si ride, ci si commuove e ci si spaventa un po’, spesso a distanza di meno di un minuto. Se vi piacciono le montagne russe di Ari Aster, questa è la vostra occasione per farci un terzo giro, ma anche chi ha particolarmente apprezzato il Phoenix del Joker di Todd Phillips potrà sentirsi a casa e in genere tutti gli amanti del cinema in cerca di emozioni forti ed originali sono invitati a partecipare alla festa. Chi ha sinceramene paura di perdersi in un film surreale della durata di quasi tre ore, in cui succede in pratica “tutto”, potrebbe voler desistere dalla visione, ma si perderebbe sicuramente qualcosa di bello. Il cinema moderno ha bisogno della vitalità delle opere di Aster e questa terza pellicola non fa altro che confermare la regola. 

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sabato 29 aprile 2023

Mon Crime - La colpevole sono io: la nostra recensione del divertente “giallo giudiziario” di Francois Ozon, con protagoniste principali Nadia Tereszkiewicz, Rebecca Marder e Isabelle Huppert

Parigi, 1935. La giovane e avvenente attrice bionda Madeleine (Nadia Tereszkiewicz) e la giovane e avvertente avvocatessa mora Pauline (Rebecca Marder),  vivono insieme e squattrinate in un fatiscente appartamento in affitto, con già alcune mensilità non pagate sul groppone. Per le strade c’è la crisi economica e i clienti dello studio legale sono soliti pagare con cibo e non con banconote, anche perché “chi ha il soldi” non si rivolge a un “avvocato donna”. Di contro non c’è lavoro in qualche produzione cinematografica di spicco nemmeno per Madeleine, a cui arrivano solo proposte da “intrattenitrice per locali notturni”, se non proprio proposte oscene fatte e finite. La bionda torna giusto in mattinata dalla ennesima proposta indecente, presentatale da un arzillo produttore che ha anche allungato le mani costringendola a scappare dalla sua abitazione anzitempo. Madeleine è così depressa e indignata che vorrebbe usare la sua vecchia pistola “per difesa personale” per spararsi un colpo e farla finita con questa grama vita, ma Pauline la tira su con la proposta di una serata insieme al cinema che risolleva il morale generale. Nei giorni che seguono gli inquirenti riportano ai giornali che proprio quel produttore cinematografico è morto con un colpo della stessa pistola dell'attrice e nella sua abitazione non c’era all’epoca nessun altro al di fuori di Madeleine. Anche perché il giudice istruttore (Fabrice Luchini) ha in quei giorni già scientificamente escluso dalle dinamiche dell’omicidio tutti i facoltosi “amici sospettabili” che ha in comune con il produttore, depennando dalla lista persone che i testimoni avevano visto letteralmente andare e venire più volte dal luogo del crimine. La giovane attrice, del tutto estranea ai fatti ma già “colpevole perfetta”, rischia decisamente grosso. Ma con un brillante e ardito piano della sua amica avvocatessa Pauline può anche “rischiare grosso di diventare famosa”. La strategia difensiva comporta il riconoscere al cento per cento il reato come legittima difesa all’abuso sessuale del produttore, trasformando Madeleine nel dibattimento in una specie di eroina dai solidi principi e dal cristallino talento artistico: una innocente che si è ribellata a un sistema di potere maschilista ormai degradato e corrotto da abusi e nepotismi. Male che vada, a Chicago le “donne assassine” in quei giorni stanno diventando più famose delle star del cinema, con i loro processi che sono più seguiti dei più esclusivi eventi mondani. Potrebbe succedere con un po’ di fortuna anche con il “pubblico di Parigi”, magari. Madeleine si farà in previsione forse qualche anno di carcere, arriverà quasi sicuramente una riduzione di pena per buona condotta e poi giungerà in ogni modo il sicuro successo come star del cinema. Una Madeleine già nel ruolo di “femme fatale” accetta il piano. Si aprono le danze giudiziarie, l’avvocatessa fa le sue arringhe, l’attrice commuove la giuria e il pubblico, il pubblico ministero compare arcigno e dozzinale. Siamo solo all’inizio e già arrivano sulla vicenda le prime pagine delle testate giornalistiche e fioccano per l’attrice le proposte di lavoro, tra cui diventare la star incontrastata della nuova stagione teatrale. Le due amiche in breve tempo, al netto di qualche momento di tensione, diventano famosissime e ricercate. Possono ora comprare una casa più grande con i domestici tutta per loro e avere contratti e clienti che non pagano più con il pesce. Ma qualcuno rimasto nell’ombra (Isabelle Huppert) e che ha invidiato tutto questo “repentino successo” ha deciso di farsi vivo, rivendicando l’assoluta paternità dell’omicidio del produttore. Chi sarà il vero colpevole e vero idolo del gossip per via di un omicidio? 


Francois Ozon, uno dei registi più originali, prolifici e interessanti del cinema francese, a qualche anno da 8 donne per un delitto torna al suo cinema più disimpegnato e leggero, “ludico” quanto teatrale. Mon Crime è un film con attori brillanti e una narrazione “frizzantina” che gioca con divertimento sul fascino ambiguo con cui da sempre la  “cronaca nera” seduce il grande pubblico, rendendo nell’immaginario gli imputati non dissimili a degli attori protagonisti di un film thriller. Ozon gioca tra realtà e finzione e coglie l’occasione della cornice storica anche per parlare di come venivano affrontati nel passato temi a lui cari come la parità dei diritti e l’uguaglianza di genere, più volte esplorati anche di recente nella sua filmografia più “drammatica”. Lo fa sempre con estrema leggerezza e sorniona “complicità” nei riguardi delle due “trasgressive” protagoniste, che emblematicamente capovolgono la loro situazione sociale proprio “accettando proficuamente” una ingiustizia alla quale non potevano forse opporsi. Fabrice Luchini nel ruolo del “parzialissimo”, altero e goffo giudice istruttore “a salvaguardia della morale e degli amici” è davvero esilarante mentre si esibisce in alcune delle sue più caricaturali “facce sconvolte e pensose”. Il processo diventa a tutti gli effetti un palco teatrale in cui anche gli spettatori assurgono al ruolo di un coro greco. Un coro che va poi a sdoppiarsi e duplicarsi in uno gioco di specchi, quando vicende simili a quella giudiziaria diventano oggetto di una successiva rappresentazione teatrale con interprete principale sempre Nadia Tereszkiewicz. All’improvviso entra in scena anche il personaggio di Isabelle Huppert e Ozon le costruisce intorno un riuscito alone simile alla Gloria Swanson di Viale del Tramonto. Le carte si mischiano ulteriormente e la “realtà dei fatti” si ricostruisce di nuovo, in modo sarcastico quanto divertente. L’atmosfera generale si mantiene sempre su un registro gioioso, accostandosi stilisticamente a un film “sugli equivoci-reinterpretati” come Oscar, un fidanzato per due figlie di John Landis. 

Il nuovo film di Francois Ozon è una pellicola leggera leggera, dalla forti influenze teatrali, ideale per una serata rilassante nel segno dell’ironia e della satira di costume. Bravi tutti gli interpreti, interessante il modo in cui la trama con in esercizio di stile si sposti dal piano reale al piano processuale, fino ad arrivare al piano della rappresentazione “artistica dei fatti” per poi tornare a “riscrivere tutto facendo il giro”. Ozon conferma il suo grande talento nell’intrattenere il pubblico in modo sempre versatile quanto interessante: un cinema qui in grado di sposare la leggerezza ai temi sociali di attualità. 

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venerdì 28 aprile 2023

Creature di Dio (God’s creatures): la nostra recensione del film drammatico di Saela Davis e Anna Rose Holmer, distribuito per l’etichetta A24, che assomiglia incredibilmente a una novella di Verga

Ci troviamo in un paesino di pescatori sulla costa irlandese in un tempo quasi sospeso, forse ai giorni nostri o forse 50 anni fa. La vita e la morte viaggiano a filo doppio ai ritmi di una natura “matrigna” che lega quegli uomini al volume di pesce pescato. Tutti si conoscono, tutti vanno in chiesa, tutti lavorano alla stessa catena di sfilettatura e stoccaggio di un'unica impresa. Tutti coltivano il sogno che il personale allevamento di vongole di ogni singola famiglia abbia successo sugli altri, con il benestare di quelle acque limacciose e pericolose. Coltivare vongole significa entrare in acqua con la bassa marea e depositare a mano delle cassette metalliche da fissare in una lunga procedura fino a che le onde salgono, si rimane quasi inghiottiti in un terreno simile a sabbie mobili e per tornare a riva si deve poter salire su una barca con un grande sforzo, rischiando la vita. Gli incidenti sono una circostanza accettata e tutto è giustificato per poter avere qualche soldo in più da spendere onestamente al pub, l’unico pub di quel “piccolo mondo”, alla faccia dei maledetti pescatori di frodo che agendo di nascosto rubano il pesce a tutta la filiera e alla comunità, suggellandone la miseria. È un “paese per vecchi” e forse maledetto, con i pochi giovani che appena possono fuggono lontano senza voltarsi indietro, mentre quelli che rimangono sembrano incattivirsi e “marcire”. Gli abusi sessuali ai danni di ragazze poco più che bambine si ripetono nell’indifferenza generale, come una specie di “sfogo” tollerato. L’alcol scorre a fiumi e la tentazione di fare i “banditi” per avere qualche soldo in più diventa fortissima. Chi arriva a diventare anziano vive di ricordi gioiosi, dimenticandosi delle troppe cose brutte che gli accadono intorno, fissandosi nella mente solo un’immagine di una famiglia felice che forse non è mai esistita. In fondo è la natura a comandare e i pescatori sono solo suoi “ospiti”, non possono fare altro che adeguarsi a lei e ai suoi ritmi, venerarla con cura e amore, difenderla da chi ne viola l’equilibrio. 


Un urlo nella notte e le acque limacciose inghiottono un altro giovane pescatore. Il giudizio morale è unanime: era un bravo ragazzo ma anche un pescatore di frodo, uno che non rispettava le regole. 

La comunità piange, si celebra un funerale e poi vanno tutti al pub. Dove però  scoprono che un altro figlio di quella comunità ha fatto improvvisamente e provvidenzialmente ritorno. È Brian (Paul Mescal) il figlio della addetta alla supervisione della sfilettatura Aileen O’Hara (Emily Watson). Un ragazzo forse sulla trentina, che dopo sette anni in Australia ha deciso di tornare alla sua famiglia proprio nel momento del bisogno, quando il padre Nigel (Sean T.O’Meallaigh) è troppo vecchio per curare da solo la difficile coltura delle vongole e la madre deve badare oltre che all’azienda al vecchio Puddy (Lalor Roddy). Brian è perfettamente in forma e sorride sempre, sembra che la comunità abbia trovato braccia forti per il duro lavoro quotidiano e un nuovo insperato “equilibrio”. Tutti in paese sono contenti e il ragazzo sembra intenzionato a restare anche per via di Sarah Murphy (Aisling Franciosi), il suo grande amore fin da quando era bambino, quando erano inseparabili e lei passava anche la notte nella casetta degli O’Hara, nella camera di sua sorella. Aileen è felice, almeno fino a quando non iniziano a correre voci e sospetti sul fatto che Brian sia un pescatore di frodo che pure abbia rubato materiali dall’azienda comune. Fino a quando Sarah, da alcuni giorni scomparsa dalla catena del pesce, sembra aver denunciato il ragazzo per violenza sessuale. La famiglia O’Hara allora sarà chiamata a prendere una posizione: schierarsi al fianco dei propri cari o al fianco della comunità e di una “natura” che regola ogni cosa. Intanto Aileen viene retrocessa, dalla supervisione alla pulizia del pesce. 


Ci sono persone “arroccate pervicacemente” allo scoglio su cui sono nate e c’è una “provvidenza” che tarda ad arrivare, proprio come nei racconti di Giovanni Verga e nel recente Gli spiriti dell’isola di Martin McDonagh. C’è un piccolo luogo isolato chiuso al resto del mondo tanto legato a riti millenari che coinvolgono la natura da portare quasi alla paranoia, come in Dagon e La Maschera di Innsmouth di H.P.Lovecraft, ma anche come in The Lighthouse di Robert Eggers. C’è tutta la disperazione esistenziale di una donna che si trova rinchiusa in una vita che offre poche certezze e tanto dolore: un personaggio femminile interpretato da Emily Watson che per molti versi “aggiorna e ricorda” il suo ruolo di esordio del 1995, ne Le onde del destino di Lars Von Trier. Proprio tirando in causa Von Trier, Creature di Dio sembra rispondere a molte delle famose regole del decalogo del movimento cinematografico “dogma95” sulla costruzione realistica e non “spettacolarizzata” o artefatta di un racconto umano: riprese in ambienti reali, luci e suoni naturali, uso del tempo presente, assenza della rappresentazione diretta o “compiaciuta” della violenza. Il rigetto dell’idea che un film si affianchi alla esposizione di un “genere cinematografico definito”, di fatto “etichettando” la complessità umana. Il film diretto da Saela Davis e Anna Rose Holmer ci fa così “sbirciare” nell’animo dei suoi personaggi senza offrirci chiavi facili per leggere il loro carattere. Ci nasconde la descrizione di alcuni dei momenti-chiave del racconto in quanto “privati”. Svela con un occhio reale e presente, quasi documentaristico, i piccoli e grandi gesti con cui i pescatori con umiltà meccanicamente ripetono con fatica e impegno una routine di lavoro sfiancante. Ci fa affogare nei dubbi morali quanto nelle limacciose acque della costa irlandese, magari nell’attesa “salvifica” (e ovviamente vana) che qualcosa di visivamente eclatante o “liberatorio” sovverta le regole. In Creature di Dio le rivoluzioni avvengono, ma tutte intimamente sono custodite dentro l’interiorità di personaggi non messi nelle condizioni di esprimerle, anche perché spesso non riescono a comunicare tra loro. Brian e Aileen parlano del loro passato ma non del presente. Brian e Rose si osservano fugacemente dalla distanza. Aileen e Ross non possono parlare tra di loro perché difendono dei rispettivi muri invisibili imposti dall’esterno che “le definiscono”. La natura è l’unica forza che come un’onda (sempre citando Von Trier) davvero sposta il destino di personaggi tanto aggrapparti ad essa, scompigliando schemi e dinamiche. È una natura che distrugge le aspettative materiali e che (forse…un “forse” sempre enigmatico nelle opere del dogma95) al contempo guida moralmente le scelte umane. In alternativa c’è per i giovani solo una “fuga”, dai luoghi o dalle regole. Una fuga che gli abitanti più anziani del villaggio dei pescatori non possono metabolizzare perché fanno troppo intimamente parte del ciclo naturale, in quanto membri dello stesso ingranaggio economico/sociale del territorio. Il film esplora la profondità del solco tra le generazioni che viene sempre più a delinearsi anche attraverso il personaggio del vecchio Puddy. Come in una sorta di cortocircuito, il nipote Brian sembra essere la sola persona in grado di capire ancora il linguaggio sempre più frammentario dell’anziano e questo sconcerta, fa temere qualcosa di malevolo, confonde le acque più della marea. 

Non è un film “facile” Creature di Dio, ma è un film carico di spunti di riflessione. Una lettera d’amore nei confronti di una tradizione marinara e stile di vita che stanno sempre più scomparendo, insieme a un equilibrio tra uomo e natura che si è fatto con gli anni sempre più difficile. Straordinaria come sempre Emily Watson. Davvero da tenere sotto osservazione le due registe che qui esordiscono con un opera di grande fascino e suggestione, proponendo un modo di fare cinema ben ancorato nel passato (qualcuno potrebbe citare il Dogma95 ma qualcuno potrebbe rintracciare anche suggestioni del cinema Olmi o il Neorealismo) ma che sta tornando felicemente  di moda. 

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mercoledì 26 aprile 2023

Cane che abbaia non morde (Barking dogs never bite): la nostra recensione del film di esordio del regista di Parasite, Bong Joon-Ho, oggi nelle sale per la prima volta in italiano


Corea del Sud di inizio 2000, tra le mura di un enorme complesso abitativo su più piani al cui interno vive ogni tipo di variegata umanità, dai ricchi degli attici ai senza dimora del locale caldaia. Il giovane assistente universitario Yoon-Ju (Lee Sung-Jae), attualmente privi di occupazione, è certo di vivere in un sistema “truccato”. Il sadico preside della sua facoltà gode nell’umiliare pubblicamente i suoi sottoposti, deridendoli e facendoli ubriacare. Se oggi si parla per Yoon-Ju di un nuovo possibile posto di lavoro nell’ateneo è solo perché l’ultimo collaboratore era così ubriaco dopo l’ultima umiliazione che è finito sotto le rotaie della metropolitana. Il mondo è cattivo, sua moglie “ci tiene a dire” che porta a casa più soldi di lui e ha in pancia il loro primo figlio e l’uomo è frustrato, cerca disperatamente qualcuno con cui prendersela per non prendersela con se stesso. Poi arriva la salvezza: l’irritante odiosissimo suono di un maledetto cagnolino rompicoglioni. Yoon-Ju detesta i cani e i loro padroni, perché secondo lui un uomo medio come lui non potrebbe mai permettersi i soldi per tenere un cane: è “roba da ricchi” che stanno bene anche da anziani. Non solo, è roba da “ricchi e bastardi”, perché in quel condominio è espressamente vietato tenere degli animali: specie quelli che tutto il giorno abbaiano disturbando il flusso dei pensieri di un uomo già distrutto. Yoon-Ju in una mattinata già abbastanza agitata si scaglia così fuori di casa, in cerca dell’intruso piccolo e peloso. A pochi metri trova un cagnolino probabilmente scappato, con ancora il guinzaglio rosa che si trascina dietro. Lo raccoglie e decide di eliminarlo, prima cercando di gettarlo nel vuoto dall’ultimo piano, dall’attico dei ricchi al marciapiede dei poveracci. Poi cerca di impiccarlo alla corda del suo stesso ricco padrone, infine davvero non ce la fa e decide di chiuderlo in un armadio rotto e abbandonato nel sottoscala. 

Nel frattempo una bambina con la mantellina da pioggia gialla che ha perso il suo cagnolino si trova negli uffici della amministrazione locale, dove l’impiegata Hyun-Nam (Bae Don-Na) la aiuta a fotocopiare e vidimare con un timbro i volantini da affiggere per la ricerca, per poi continuare per tutto il giorno a parlarne al megafono. I volantini finiscono ovunque, anche davanti agli occhi di un incredulo Yoon-Ju che si sente subito terribilmente in colpa non appena legge di un particolare dettaglio: quel cane che ha cercato di spiaccicare e poi impiccare e poi soffocare in un armadio era “afono”. Problemi alle corde vocali, impossibilità ad abbaiare neanche volendo: non era lui il suo ancestrale “disturbatore maledetto”. L’uomo corre a cercare di salvare il salvabile ma è forse troppo tardi. Il cane nell’armadio abbandonato non c’è e il torvo custode del palazzo si sta recando proprio in quella stanza per la passione segreta che condivide con un suo amico: mangiare cani. Yoon-Ju non sapendo cosa fare si nasconde nell’armadio ora vuoto e ascolta così il custode raccontare la storia di “Boiler-Kim” un idraulico vittima di alcuni speculatori edilizi che sarebbe sepolto ancora nel palazzo. Un’altra vittima del sistema.  Quando i due uomini se ne vanno, Yoon-Ju sembra avere un incontro ravvicinato proprio con Boiler-Kim e riesce a scappare solo per un soffio dal l’aggressione del fantasma. Deciso a cambiare vita, l’uomo sente però di nuovo la voce dello stesso cane che gli aveva rovinato l’esistenza e subito lo trova. È il cane di una vecchia signora del palazzo. Si veste di rosso con un cappello rosso in testa ed esce di casa. L’impiegata Hyun-Nam sta ancora indagando sulla scomparsa del cane della bambina con la mantellina gialla, quando vede con il binocolo all’ultimo piano di un palazzo vicino un uomo vestito di rosso con un cappello in testa che sta per lanciare nel vuoto un cane di piccola taglia. È per lei il momento di intervenire attivamente e si lancia nell’inseguimento. 


C’era una volta Bong Joon-Ho, oggi diventato uno dei più grandi e ricercati registi coreani grazie a film come Parasite, Snowpiercer, The Host, Memorie di un assassino. Esordiva alla regia nel 2000 con questa piccola Black-Commedy surreale e grottesca in cui sono disseminate molte delle suggestioni dei suoi futuri lavori, ma che è anche quasi un “body horror estremo” per gli amanti dei cani (ci viene precisato fin dai titoli di testa che nessun cane è stato in alcuna misura maltrattato durate le riprese, è solo finzione cinematografica). I cani diventano oggetto della “ossessione sociale” del complessato e un po’ torvo assistente universitario Yoon-Ju, all’interno di un possibile “percorso di alienazione” simile a quello di molti serial killer, che proprio dagli animali di piccola taglia sono passati poi agli esseri umani. C’è l’odio paranoico per la corruzione del sistema in cui vive, il senso di inadeguatezza nei confronti della moglie, l’impotenza economica, in vivere all’interno di una gabbia sociale rumorosa e degradante e tutto il resto del “pacchetto completo per il profiling” ad uso dei tanti criminologi di una serie Tv americana. Solo che Yoon-Ju, impersonato dal buffo e bravo Lee Sung-Jae, è una creatura del “mondo di Bong Joon-Ho”, se non il suo “primo abitante in senso stretto”. Vive in un mondo condominiale tentacolare osservato a vista “tipo Grande Fratello”, costruito verticalmente  per gerarchie sociali crescenti come le “classi” del treno Snowpiercer. Entra in contatto con “uomini invisibili” di una realtà sociale-satellite, se vogliamo quasi “primitiva”, come quelli di Parasite. Si trova sempre sul punto di poter “cambiare percorso di vita con successo” grazie all’incontro con personaggi “positivi ma perdenti” come la “detective per caso” Hyun-Nam (della simpatica e combattiva  Bae Don-Na), non dissimile dagli scombinati poliziotti di provincia di Memorie di un assassino. I cani diventano per il protagonista una ineluttabile manifestazione del “potere della natura sul suo destino”, metaforicamente non troppo lontani dall’enorme mostro marino “modificato” di The Host, che continua a incedere e ingrandirsi lungo l’ordinato paesaggio urbano che affianca il fiume Han. C’è in Cane che abbaia non morde, in piccolo, già tutto il cinema che verrà di Bong Joon-ho, con tutto il suo potenziale satirico e malinconico. Personaggi che con “leggerezza titanica” affrontano un mondo inesorabilmente cinico, quanto costrutti sociali che per essere davvero vivibili vanno smontati o stravolti nell’essenza (si pensi in particolare al percorso narrativo del personaggio del senzatetto). È un cinema che racconta di come con entusiasmo si può tenere insieme una società di cui si possono contano una per una le crepe, a patto di scegliere di rimanere per sempre ai suoi margini. L’alternativa alla miseria è “la morte dell’eroe”, come il fantomatico idraulico Boiler Kim che vuole denunciare i corrotti e finisce cadavere tra le fondamenta del palazzo, oppure “diventare corrotti” che forse non è una scelta tanto desiderabile. Già nel 2000 Bong-Joon-Ho parlava di una realtà attualissima e non solo limitata ai confini coreani, attraverso “il cinema di genere”, con questa commedia nera. Avrebbe continuato a parlare di attualità attraverso Crime story “irrisolte”, la fantascienza ecologista tratta dai fumetti europei, i mostri giganti e il suo ultimo cinema più surreale e “sociale” di Parasite. Lo attendiamo già per il 2024 per la sua prossima impresa già annunciata, che sarà ancora nel nome della fantascienza.


Cane che abbaia non morde forse non possiede la compostezza nella costruzione visiva e narrativa dei lavori successivi, sposandosi quasi più felicemente con l’animo “punk sovversivo” di alcuni lavori di Takashi Miike come Gozu se non con la commedia “brutta e cattiva” dei fratelli Farrelly. Ma c’è davvero “in asprezza e poetica” già tutto il “regista che verrà” ed è oltremodo interessante che questa sua opera prima arrivi oggi nelle sale, specie dopo il successo di Parasite, per apprezzare al meglio anche le “vitali note stonate” di quando era poco più che un esuberante trentenne. La costruzione dei personaggi è già sfiziosa e carica di Black/humor, c’è già la chiarezza nella costruzione delle scene d’azione, il gusto per un ritmo narrativo concitato ma non caotico, c’è la malinconia e il “titanismo del perdente”, ci sono i paesaggi claustrofobici e l’urgenza della critica sociale. Cane che abbaia non morde è una pellicola amabilmente surreale e “cattiva”, carica di sarcasmo e malinconia, che ci fa conoscere com’era il regista di Parasite all’inizio del nuovo secolo. È un viaggio intrigante, non solo per i suoi cultori, anche se pervaso di un humor nero che oggi (per quanto solo figurato) per qualcuno può forse risultare “troppo forte”. Un’ottima occasione di recupero. 

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