lunedì 27 giugno 2022

2030 fuga dal futuro - scappa dalla Nuova America (The Humanity Bureau): la nostra recensione di una “roba”…davvero bruttina…con protagonista Nicolas Cage

 


Nel 2030 immaginato nel 2017 da dei tizi canadesi sedicenti “autori di cinema”, l’America e il mondo intero non se la passano benissimo. Tra inquinamento, scarsità di cibo, crisi economica, guerre e malattie sono rimaste poche persone, per lo più divise tra ricchissime, poverissime e fesse. Per salvare la baracca si è costituito e ha preso un sacco di potere l’Humanity Bureau, un ente ””assistenziale”” il cui scopo è far girare per l’America i suoi agenti su auto nere, armati pesantemente, in cerca di chi è meno abbiente. Lo scopo è quello di deport… cioè: “invitare” questa gente che non fattura abbastanza in un fantastico posto pieno di speranze e possibilità chiamato “nuovo paradiso”. Nessuno poi sembra più voler tornare indietro da nuovo paradiso, nessuno che da lì mandi una cartolina o un selfie, nessuno che telefoni: deve essere quel tipo di posto bellissimo tipo Gardaland in cui ti diverti così tanto h24 che non hai più un minuto libero per pensare al resto del mondo, per anni e anni. Noah Kross (Nicolas Cage), che evidentemente fa parte della popolazione dei fessi, lavora per il Bureau da anni e davvero non capisce perché i poveri preferiscano vivere di stenti nelle baraccopoli bevendo urina piuttosto che andare gioiosamente in questo nuovo paradiso “fatto apposta per loro”, più o meno dal nulla e non si sa con che soldi, che manco lui non ha mai visto. Giorno dopo giorno Noah si sente però sempre più fuori posto nel suo ruolo da “”“assistente sociale”””, anche se dovrebbe essere tutto ok: in fondo abita come gli atri agenti in un attico a Las Vegas ripieno di quadri milionari e sostanzialmente tutto il giorno va in giro su una corvette nera a sparare alla gente povera che non vuole andare a nuovo paradiso. Brutta bestia la depressione. Mentre arpiona con un amo da pesca un Monet che tiene in salotto, Noah pensa: “Ma quanto era bello quando qui era tutta campagna e si potevano pescare i lavarin sul molo? Forse il mondo non è finito e tutti sono felici in Canada. Bisogna andare in Canada e da lì ragionare lucidamente sul fatto che un nuovo paradiso per i poveri potrebbe pure essere una bufala a fini politici”. Il Canada salverà tutti, ma non paiono della stessa idea gli amici di Noah, che vogliono continuare a vivere a Las Vegas facendo il bagno vestiti nelle piscine degli alberghi per ricconi e continuare a sparare ai poveri.

Ma cosa diavolo ho visto? 


2030 ecc. ecc. è un film di fantascienza realizzato con tre auto, due magazzini, una casetta di legno di periferia, effetti speciali del discount e dieci attori. Più tre cappotti in pelle alla Matrix a nolo. Una roba post-apocalittica soft, che più che Mad Max pare un film vagamente western del pomeriggio di rete 4 ambientato nella campagna del Nevada. La storia fa un po’ il verso a Seven Sisters di Wirkola con Noomi Rapace, ma ne è la versione da super - hard a- discount senza nemmeno una Noomi Rapace a offrirci le sue grazie. E in Seven Sisters, in piena opulenza, oltre a infinite scene d’azione e ottimi effetti speciali anche 7 Noomi Rapace a offrirci le loro grazie, e che cavolo!!

Come spesso accade, non è chiarissimo il modo in cui Nicolas Cage sia entrato nel progetto di questo strampalato film canadese. Sappiamo che il nostro eroe ha un bulimico bisogno di recitare e devono averlo adescato in un autogrill, agitandogli davanti agli oggi il copione di questa roba mentre stava mordendo un Camogli. Lui non ha resistito e tre giorni dopo il film era già stato fatto, probabilmente utilizzando parenti e amici del regista come cast e fornitori di location, due auto a nolo e tre pistolette liquidator, un paio di stanze di motel. Cage prova a “cagizzare tutto”, si sbraccia in over-acting e cerca di portare a casa il risultato comunque, ma il contesto di lavoro è modestissimo e privo di guizzi, salvo sporadici squarci di “assurdo” come “la pesca in soggiorno” e salvo una scena che sì, è da incorniciare. In questa scena un ragazzino ruba dalla tasca del “cattivo” il suo occhio di vetro, che inizia a saltellare fino a cadere sotto una grata. Il cattivo vorrebbe sparargli, perché è lì per quello e ci sono già cadaveri di altri cattivi ovunque, ma prima aspetta che il ragazzino, che si dimostra di colpo servizievole, gli riporti l’occhio, scendendo sotto la grata e di fatto dileguandosi. Da lì, mentre il cattivo aspetta, il bimbo segue le gallerie e sbuca da un tombino vicino alla macchina di Cage, con cui fugge prima di rischiare di essere investito. Puro non - sense. Peccato che non ce ne sia abbastanza e la storiella sia davvero atroce (con un colpo di scena che fa davvero piangere per la tristezza della scrittura). Fossi stato in Cage avrei denunciato tutta la produzione di 2030 per rapimento, ma il nostro è un uomo di gran cuore e questa pellicola la potete ora trovare in streaming. Da maneggiare solo se vi trovate in gravissima crisi di astinenza da Nicolas Cage e non avete in casa nient’altro che questo film con lui. Se capitate in questo scenario vi consiglio comunque di giocare il giorno dopo al lotto, perché l’universo è in debito con voi di qualcosa. 

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mercoledì 15 giugno 2022

Occhiali neri: la nostra recensione del nuovo film di Dario Argento con protagonista Ilenia Pastorelli

 


Diana (Ilenia Pastorelli) è una ragazza romana bella tosta, di borgata, con un fisico da urlo e nessuna remora ad esibirlo con generosità. Vive “tra la luce e il buio”, esercitando la non facile professione della escort in un appartamentino, aiutata da una colf che un po’ la odia e un po’ la sopporta. Se qualche cliente esagera Diana è sempre pronta a mollare calci nelle palle,  rimettendolo al suo posto e ridefinendo le regole “contrattuali”. Nel suo luogo di lavoro c’è sempre una luce soffusa e forse la sua vita non cambia poi molto da quando un giorno Diana viene coinvolta in un incidente, terribile e “tarantiniano” (la citazione è al guilty pleasure A prova di morte) a seguito del quale perde l’uso della vista. Diana in pochissimo tempo esce dall’ospedale, metabolizza, si rialza con l’aiuto di una volontaria (Asia Argento) e di un cane e in seguito si accolla pure l’educazione e il destino di un ragazzino cinese rimasto orfano nello stesso scontro. Ma nonostante tutta questa grinta, sul futuro di Diana incombe un misterioso e spietato assassino di prostitute, con tutta l’intenzione di saldare un conto in sospeso con lei. Saprà questa ragazza tosta avere la meglio su uno spietato assassino?


Torna al cinema Dario Argento, a molti anni di distanza dal suo Dracula 3D, con tutta l’intenzione di riportarci alle atmosfere della sua cinematografia thriller più amata, nello spirito di opere immortali come Profondo Rosso e Il gatto a nove code. Ne esce un film crepuscolare sulla difficoltà di decifrare la realtà davanti ai nostri occhi, fin dalla “carpenteriana” locandina che cita Essi Vivono. Un giallo che parte come sempre nei territori della logica, per poi verso il secondo atto fuggire da ogni chiave realistica, all’inseguimento di ossessive atmosfere oniriche in cui la razionalità dello spettatore può perdersi e contorcersi come in un incubo. Una purissima liturgia argentiana di vecchio stampo fatta di personaggi che scompaiono da un momento all’altro, animali notturni che diventano tanto aggressivi da sembrare mostri, protagonisti che avanzano nel buio aggrappandosi con eroismo ai pochi spiragli di uscita che gli vengono concessi. Eroi controvoglia o anti-eroi che spesso oltre a un assassino misterioso devono fare i conti con uno “stigma”: come essere considerati “stranieri”, “emarginati”, “portatori di un handicap”. Ilenia Pastorelli, una delle attrici più interessanti degli ultimi anni specie per l’asfittico “cinema di genere” che ancora si prova a realizzare nel Belpaese (vedasi anche in progetti folli come il recente Io e Angela), riesce a incarnare al meglio la perfetta eroina argentiana adatta a questa storia. Diana è una credibilissima ragazza  che con ironia e grinta vive e sopravvive ai margini della periferia, non troppo distante dalla Alessia di Lo chiamavano Jeeg Robot, dalla Sabrina di Non ci resta che il crimine ma anche dalla Luna di Benedetta follia. È una donna che vive “sul confine”, tra chi è in vista e gli invisibili, destinata per il senso comune (che spesso prende le cantonate) a “finire male” per le sue scelte sbagliate di vita, magari proprio per via di qualche cliente particolarmente strano e pericoloso (come il “voncione” interpretato da Andrea Gherpelli, che dopo averlo visto nei panni del simpatico fattore nel reality show di Real Time Wild Boys fa davvero strano vederlo diretto da Argento. Un po’ come se Bruno Barbieri in 4Hotel impazzisse e diventasse il custode dell’Overlook Hotel..). Diana è una donna “potenzialmente” fragile e un po’ bambina, ma che al contempo non si arrende ed è anzi capace di una bella forza interiore che le permette di sopravvivere, riadattarsi, dimostrarsi generosa verso gli altri. Il film parte con la bellissima sequenza che descrive un’eclissi e progressivamente ci abitua a scendere nel “nuovo” buio in cui vive Diana. Sul finale possiamo quasi limitarci ad affrontare la pellicola con gli occhi chiusi, dopo aver appreso le “regole e le paranoie” con un la nostra protagonista può affrontare il mondo come non vedente. La narrazione relativa alla rieducazione della protagonista e al suo rapporto con il cane guida in questo aspetto risulta ben scritta, frutto di uno studio e di una sensibilità non banale nel descrivere la disabilità e le sue sfide. Quando entriamo davvero “nel buio più nero”, nell’ultima parte, in un paesaggio rurale e acquitrinoso, più da “immaginare” che da seguire razionalmente, Argento sa giocare con le sue armi più affilate, divertendosi tra splatter e momenti non sense a rimodellare il reale, calandosi quasi nella favola. 


Peccato che tutto l’affascinante potenziale di Occhiali Neri si perda un po’ troppo durante la messa in scena, specie se si decide di guardare il film “con gli occhi aperti”. L’atmosfera c’è, ma si perde presto dietro ad attori secondari non al meglio della loro forma, un villain non all’altezza del potenziale orrorifico richiesto, situazioni che nonostante la giusta spinta onirica risultano a tratti davvero davvero “troppo surreali” (spoiler come quella del bambino che correndo nel buio cade da qualche parte senza emettere nemmeno un gemito, per poi ricomparire come se niente fosse). Ogni tanto arrivano pure momenti super trash, peraltro figli della difficoltà di rendere credibili su schermo alcune paranoie dovute alla difficoltà di vedere. Situazioni che per assurdo non sarebbero trash, ma anzi formidabili, se con una punta di coraggio in più Argento avesse deciso di girarle completamente al buio, dalla prospettiva della protagonista. Così  le anguille di fiume del territorio laziale le vediamo in grado di saltare tre metri da terra per strangolare un essere umano. Così accade che dei poliziotti che si mettano a sparare nel pieno del traffico alla vista di un possibile indiziato. Così arriviamo ad una scena di “tiro al bersaglio” dai toni inspiegabilmente “calmi”. Pur accettando l’onirico come linguaggio di elezione per “supplire” alla cecità, spesso l’effetto finale è davvero troppo surreale e la platea affronta certe scene con più ironia che turbamento.

Non mancando nella storia del cinema film thriller con protagonisti dei non vedenti, proprio a partire dal bellissimo Gatto a nove code di Argento. Film, pescando tra i più recenti, come Hush di Flanagan, Man in the dark di Alvarez, il coreano Blind di Ahn Sang-hoon. Occhiali neri cerca di dire qualcosa di originale sul tema con il volo di Icaro di anguille che fanno balzi di tre metri cercando di strozzarci. Quello che mi fa profondamente star male quando ritorno a questa immagine del film, è il fatto che sia una magnifica idea che poteva essere sviluppata meglio. Così com’è, pare un momento di Mai dire Banzai e il pubblico in sala ride o viene preso come me dallo sconforto. Quando invece il cane guida ringhia e lo vediamo quasi trascendere, con la stessa interpretazione “onirica” della non vedente, in una specie di cerbero assetato di sangue latore di momenti grandguignoleschi, il film vince, convince, ma lascia l’amaro in bocca per le scene sviluppate male di cui sopra. Un vero peccato. 

Occhiali neri si regge letteralmente tutto sulle spalle della Pastorelli, su alcune felici intuizioni di fotografia e su un paio di momenti splatter/onirici davvero gustosi. Un po’ poco, anche se personalmente ho gradito di più questo Dario Argento rispetto ai suoi ultimi lavori. Forse gli ho voluto bene vedendolo stilisticamente vicino al “buio perenne” della periferia romana più “onirica”, negli ultimi anni esplorata da Morituris di Picchio o di Tulpa di Zampaglione. I film sul “buio” e sui “confini”, trovo che offrano un territorio molto fertile alla nuova cinematografia italiana, dall’ottimo buio di Oltre il guado di Lorenzo Bianchini al meraviglioso Il nido di Roberto De Feo. Pupi Avati ha saputo rinnovare alcune suggestioni del suo cinema (da La casa dalle finestre che ridono al più recente Il nascondiglio) con Il signor diavolo, Dario Argento prova qualcosa di simile e a tratti ci fa ben sperare, ma purtroppo il gioco non funziona del tutto. Peccato. 

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giovedì 9 giugno 2022

Black Adam: il primo trailer in italiano

 

 

Dal regista dell’ottimo Jungle Cruise, dritto in uscita per ottobre, il nuovo film dei supereroi DC Comics appare fin dal primo trailer godurioso, con una buona effettistica, tanta ironia e un The Rock in pienissima forma. Piena forma e regalità che sembra riprendere dai suoi esordi cinematografico ne La Mummia 2, dritto dal minaccioso character del Re Scorpione che omaggiava Ray Harryhauser (chi dice che fosse brutta cg e non gloriosa stop motion futuristica è una brutta persona) dando corpo ad un antieroe muscolare quanto dark. Trama ancora blindata, ma che fin qui sembra coinvolgere nel modo più spettacolare possibile i supereroi della Justice Society, tra Hawkman e il Dottor Fate. Immaginiamo almeno un cameo di Shazam, visto che nei fumetti Black Adam è intriso della stessa “lore”. Non vediamo l’ora di saperne di più e ci godiamo l’attesa. 

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giovedì 2 giugno 2022

Nostalgia: la nostra recensione del nuovo film di Mario Martone con protagonista Pierfrancesco Favino, presentato in concorso a Cannes

 


Felice (Pierfrancesco Favino), dopo una vita passata quasi tutta al Cairo nel settore dell’edilizia, torna a Napoli. Nella vecchia casa presso il rione Sanità dove aveva vissuto fino a poco più che ragazzino, ora si trova al capezzale della anziana madre (Aurora Quattrocchi), in un luogo sospeso nel tempo che gli appare oggi distante, minaccioso quanto misteriosamente ancora accogliente. Felice, che ora fa molta fatica a parlare in italiano, proverà piano piano a riprendere contatto con il suo passato, riflettendo sulla possibile di ricominciare una nuova vita lì, grazie all’aiuto di un prete (Francesco Di Leva). Ma il principale scoglio a questo progetto sembra costituito dalla necessità e paura di rincontrare un vecchio amico di infanzia a cui era molto legato (Tommaso Ragno).

“La conoscenza è nella nostalgia, chi non si è perso non ne possiede”. Questa è la frase di Pierpaolo Pasolini che apre l’ultima pellicola di un Mario Martone, autore sempre più innamorato di una città magica e difficile come Napoli. Una città che negli ultimi anni il regista ha percorso per mille strade narrative, non ultima attraverso la storia del suo teatro popolare. Martone nel recente Qui rido io con protagonista Servillo omaggiava la figura di Eduardo Scarpetta. Un paio di anni prima forniva un personale adattamento moderno di un testo teatrale di De Filippo, Il sindaco del rione Sanità, scegliendo allora come protagonista uno straordinario Francesco di Leva che proprio in Nostalgia torna, incarnando un personaggio finemente speculare al precedente quanto, “grazie alla magia dello spettacolo”, umanamente vicino. “Nostalgia” è una parola che deriva dal greco e significa “dolore del ritorno” e tale definizione, unita alla accezione pasoliniana sopra espressa, permea in toto il messaggio più profondo della pellicola. Quella di Martone è una Napoli di periferia asserragliata e in guerra, con sentinelle che scrutano le strade da ogni finestra, con i motorini delle cosche che si muovono sparando nel quartiere, con la polizia assente. Le case del quartiere sono arroccate una sull’altra come muraglie difensive, la popolazione si sovraccarica sempre di più di immigrati provenienti dai paesi più poveri, si respira un’aria di tensione costante e sembra a tutti gli effetti un luogo dal quale fuggire. Eppure c’è un vento caldo ed accogliente che si muove dalla cima dei palazzi. C’è molta brava gente che vive il quartiere e cerca di valorizzarlo, c’è una comunità parrocchiale viva e accogliente, c’è sotto l’apparenza freddezza un calore umano avvolgente. Il luogo da cui il protagonista è dovuto scappare dolorosamente mentre era ancora ragazzo, riesce così a tornargli presto vicino e amico. Con la sua gente, i colori e infine una lingua prima del tutto perduta e ora riscoperta. Questo processo avviene proprio grazie alla nostalgia con cui Felice, piano a piano, sovrappone le parti solari di questo presente alla sua Napoli del passato, immaginata da Martone per noi attraverso flash back realizzati con una fotografia anni ‘70. Un mosaico emozionale che però non può condividere il personaggio di Oreste, interpretato da Ragno. Un personaggio “privo della nostalgia” in quanto mai partito da quei luoghi e vittima di uno stato emotivo di eterno presente, in eterna guerra contro il mondo e se stesso. Un uomo vuoto che ha sacrificato tutto sull’altare di un potere quasi assoluto ma che non gli dà alcuna gioia oltre una virile ostentazione di giovinezza. La chimica impossibile tra i personaggi di Savino e Ragno diventa per questo presto il vero valore aggiunto della drammaturgia di Nostalgia. Il primo, straniero nella città dove è nato, di differente lingua e cultura dopo i molti anni vissuti in Egitto, è in cerca di connessioni e legami che prima impensabili infine possono apparire possibili. Il secondo, boss auto-recluso e temuto, frutto di un destino criminale dal quale non è mai riuscito a scappare, non può che diventare un fantasma autodistruttivo per tutti, in virtù di una fredda conservazione dello status quo. Al di là di questa coppia disfunzionale di amici, la pellicola si impregna della grande umanità e gentilezza del personaggio di Aurora Quattrocchi, della ruvida empatia del personaggio di un Francesco Di Leva sempre attento nella costruzione di ruoli molto sfaccettati . 

Nostalgia vive di una sceneggiatura moderna, amara quanto commovente. Ci schiaccia sotto il sole di strade che sembrano trincee ma sa ogni tanto concederci un po’ di fiato per assaporare un paesaggio del tutto diverso, pieno di luce e di aria. È un film che sa riflettere in modo non banale sulla situazione della periferia napoletana attraverso l’arte, colorando la storia dei toni della tragedia ma senza mai alzare troppo i toni, scegliendo un registro intimo, quasi sussurrato. Molto bella la fotografia calda rovente e piena di colori accesi. Interessanti  le scelte musicali a cavallo tra passato e presente. 

Nostalgia è una nuova perla nella filmografia di Martone. Un film d’amore più che un film politico e per questo un film più politicamente onesto e potente.

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domenica 29 maggio 2022

Top Gun - Maverick


 

Sinossi fatta male: Il super pilota con nome di battaglia “Maverick” (Tom Cruise), il top degli assi assoluti dell'aviazione americana cresciuti nella Accademia dei “Top gun” (che poi sarebbe una versione idealizzata e non autorizzata di Annapolis, nel Maryland),  è ancora vivo e vegeto e vola e combatte per l’America. Dagli anni ‘80 a oggi. Sempre. Ogni giorno esce dal capanno dove restaura un vecchio aereo (come il Superman di Kingdom Come o il Toretto di Fast 9) ed è pronto a partire per una nuova missione, con il suo record di caccia abbattuti ancora ineguagliato e con i nervi saldi per spingere al massimo i nuovi prototipi dei caccia di nuova generazione. Il nostro eroe, dal 1986 ad oggi, è ancora la prova vivente che “quella roba moderna lì”, i droni, non sostituiranno mai un vero pilota americano top di gamma della Top Gun come lui, alla faccia della sua età. Ma proprio alla faccia della sua età, della grinta e dell’invidiabilissimo aspetto fisico, qualcuno ai piani alti gli dà comunque del “vecchio”. Anche perché i Top Gun degli anni ‘80 come lui, tipo il super pilota con nome di battaglia “Iceman” (Val Kilmer), nel frattempo si sono accasati e acciaccati, sono diventati super-graduati e stanno dietro a una scrivania. Forse il buon Mav non è “troppo lontano” dall’appendere giubbotto in pelle e Ray-Ban al chiodo e quindi, come per Rocky Balboa: “largo ai giovani”. Occasione vuole che proprio come Rocky con il figlio di Apollo, il nostro eroe inizi così ad addestrare il pilota con nome di battaglia “Rooster” (Miles Teller), il figlio del suo grande amico prematuramente scomparso con nome di battaglia “Goose” (che era interpretato da Anthony Edwards, in seguito l’amato “Ciccio” del telefilm E.R.), nell’arte del dog fighting. Un addestramento super tosto, tra volo radente e uso di missili in un contesto stile “Morte Nera”, per superare con successo una super tosta missione suicida contro un generico “stato canaglia” (con i tempi che corrono la produzione vuole evitare ogni tipo di problema). Così Maverick torna alla Top Gun come istruttore del pupillo e di una nuova generazione di super piloti dai nomi di battaglia simpatici come Phoenix (Monica Barbaro), Hangman (Glen Powell), Fanboy (Danny Ramirez) e Bob (Lewis Pullman). Nel frattempo Mav cercherà di lumare la barista dal nome di battaglia Penny (Jennifer Connelly) e di far arrabbiare i “superiori rosiconi” Ed Harris e John Hamm.

 


Il mito di Top Gun: C’è stato un periodo aureo negli anni ‘80 in cui Tom Cruise ha pilotato in successione, in film gradevoli quanto abbastanza simili concettualmente, prima un unicorno (in Legend del 1985), poi un caccia F-14 (ovviamente in Top Gun del 1986), poi svariati cocktail Negroni (in Cocktail) e infine una rombante macchina da Nascar (in Giorni di Tuono del 1990). Che fossero unicorni, aerei, auto o Negroni o che la produzione delle pellicole passate tra le mani dei fratelli Ridley o Tony Scott, Tom ci metteva l’anima e i suoi personaggi facevano sempre delle evoluzioni incredibili (specie con i cocktail), battevano un “rivale” e conquistavano sempre una bella ragazza. Tom Cruise sapeva incarnare sempre il perfetto principe azzurro/ufficiale/sportivo/gentiluomo/barman delle pellicole “anni '80”, in film d’avventura che in quanto degli anni ‘80 concettualmente erano l’“evoluzione dei musicarelli” con Nino D’Angelo. Film in cui spesso, tra un inseguimento e un momento romantico in riva al mare, per far andare avanti la trama partiva una specie di montaggio/videoclip musicale in cui però a cantare non era Nino Tom (salvo un’eccezione) ma il meglio del meglio dei musicisti anni ‘80. In Top Gun come in Rocky 4 ci sono un sacco di “momenti video clip”, grintosi quanto romantici, per numero di canzoni quasi alla stregua di un musical. Le canzoni inoltre furono scelte così bene da entrate tutte nell’immaginario collettivo, arrivando ai vertici delle classifiche musicali. La grintosa Danger Zone di Kenny Loggins, quasi da videogame. Il pezzone lento Take my breath away dei Berlin, presente dagli anni ‘80 a oggi in tutte le feste delle medie. La Hot Summer Night dei Miami Sound Machine, quell’evergreen di Great balls of fire reinterpretato da Anthony Edwards in uno dei momenti topici del film. Musiche che ipnotizzavano in sala anche le ragazze, che accorrevano più volte in sala per lo più per la track list e per i risvolti romantici della trama e a cui fregava poco degli F-14 Tomcat che volavano. I ragazzini invece ci andavano a nozze con tutte quelle portaerei, F-14, missili e manovre a volo rovesciato. Il mondo dei piloti di caccia pur nella semplificazione della messa in scena trasudava di dettagli, gergo cameratesco, momenti dalla forte componente realistico-simulativa e pure una sorta di rivalità tra piloti stile Holly e Benji. Insieme ai piloti Top Gun, l’F-14 entrò di peso nell’immaginario collettivo, vendette all’epoca (e tuttora vende) milioni di modellini, venne rappresentato in cartoni animati (Transformers, Macross/Robotech), videogame (After Burner, Area 88, Carrier Air Wing) e fumetti (sempre Area 88) e oggi rulla ancora un casino.



Costruito con il giusto mix di trama sentimentale, musica e azione,  il film originale ancora oggi risulta fresco, divertente, romantico forse oltre il livello di guardia ma fico. Un po’ come i film di Rocky e nello specifico un po’ come Rocky IV. Tutti contenti, tutti gasati, tutti con i dischi delle colonne sonore in casa e i giubbotti in pelle abbinati ai Ray-Ban. I maschietti galvanizzati da questi aeroplani come le femminucce galvanizzate dal fascinoso Tom che gioca a Beach volley e altre amenità romanticose ad uso pubblico femminile. Tom Cruise da Giorni di Tuono cercherà sempre più di pilotare Nicole Kidman con l’aiuto di registi come Kubrick e Mann, per poi cercare di diventare attore impegnato e poi cambiare idea e cercare di diventare la risposta occidentale a Jackie Chan… ma questa è un’altra storia. Passa qualche anno da quel 1986 e il mito di Top Gun non si spegne. Al punto che si arriva a commercializzarlo pure in dvd, in una veste appropriata al mito: un disco pacchettizzato con “indosso” un piccolo giubbotto in pelle dal collo peloso come quello che indossa Maverick per tutto il film quando non vola.



Realizzare un nuovo Top Gun oggi: E arriviamo al 2022, anche se dovremmo togliere un paio di anni tenendo conto del Covid 19. Purtroppo Tony Scott, regista del primo Top Gun, ma pure di Giorni di Tuono, non c’è più da tempo. Tom Cruise, negli anni è diventato uno degli attori e produttori più influenti di sempre, decide così di ingaggiare Joseph Kosinski, regista americano che lo ha già diretto nel visivamente eccelso ma narrativamente “un bel po’ derivativo” (se lo chiedete a Duncan Jones) Oblivion. Regista anche di Tron: Legacy, Kosinski quando si parla di rappresentare su schermo la tecnologia è un autentico maniaco dei dettagli, un super-nerd ricolmo di amore per la scienza e la fantascienza. Un uomo in grado di trasmettere questa passione anche allo spettatore occasionale, grazie alla complicità del suo direttore della fotografia di sempre, Claudio Miranda, attraverso inquadrature cristalline, fini dettagli meccanici, rifrazioni della luce e una rappresentazione dell’azione credibile, quasi pesata scientificamente. Se potessi paragonare il lavoro di Kosinski e Miranda al mondo del fumetti, i due sarebbero il disegnatore/colorista bosniaco-americano Adi Granov e Warrer Ellis, che insieme realizzarono nel 2007 Iron Man Extremis (da non confondere con il film). Se volessero realizzarmi un film su Gundam, vorrei personalmente alla regia delle scene d’azione Kosinski. Sulla carta è quindi un regista che può meglio dialogare con i “nerd” per rinverdire il mito di Top Gun, ma sotto altri aspetti è spesso sembrato un regista più “freddo” di Tony Scott. Almeno fino a che grazie al supporto di uno sceneggiatore come Eric Warren Singer (già sceneggiatore di American Hustle), ha realizzato l’ottimo Fire Squad, nel 2017, con Josh Brolin, Miles Teller e Jennifer Connolly. Da allora ha iniziato a assomigliare di più a Tony Scott e speriamo continui, perché il mondo ha ancora tanto bisogno di registi con il talento di Tony Scott. È quindi un bene che Eric Warren Singer faccia parte della squadra di sceneggiatori di questo nuovo Top Gun, insieme allo storico collaboratore delle “Mission Impossible” di Cruise, Christopher McQuarrie, e ad Ehren Kruger, sceneggiatore di Transformers e Ghost in The Shell.

Il cast del primo Top Gun appare qui un po’ “in forma ridotta” e si sente l’assenza di Kelly McGillis (che da qualche anno non è più sullo schermo) come di Meg Ryan. Ma la pellicola ha saputo impreziosirsi di attori come Jennifer Connelly, Ed Harris, Jon Hamm.

Era necessario pure ringiovanire il cast e Miles Teller, il giovane fenomeno esploso in Whiplash, è sicuramente il nome più interessante e atteso. Il resto del cast risulta meno conosciuto, anche se Glen Powell è un nome già parecchio attivo. 

Non si poteva prescindere dalla colonna sonora originale e di fatto la maggior parte di quei brani riappare invariata, con la bella aggiunta del pezzo di Lady Gaga e le musiche di Hans Zimmer.

L’effetto nostalgia dell’operazione traspariva fin dalle prime indiscrezioni sulla pellicola in modo molto forte, con i trailer ripercorrevamo già moltissimi dee gli snodi narrativi più amati. L’attesa era un po’ la stessa di una pellicola come Creed, magari con il Focus del passaggio di “testimone generazionale” tra Cruise e Teller. 

 


In sala: Top Gun: Maverick è un film che fin dalle prime battute conferma di muoversi moltissimo nel campo della nostalgia e questo era forse qualcosa di inevitabile quando fortemente ricercato. Con qualche ruga in più ma lo stesso sorriso Tom Cruise torna a cavalcare una moto, con un giubbotto in pelle e gli immancabili Ray-Ban, lungo una pista di decollo. Gli eventi del primo film rimangono nostalgicamente centrali, diventano l’ossatura che lega i personaggi di Cruise e Teller e rivivono in nuove forme, ma la pellicola trova presto il coraggio di sganciarsi, di investire molto e bene sull'azione e di trovare un epilogo nuovo, appagante quanto esaltante. Pilotare un caccia diventa un'attività muscolare, da atleti provetti, carica della tensione emotiva che impone di realizzare ogni manovra alla perfezione, giocando con la paura e l’inesperienza dei giovani piloti. Se la parte sentimentale più canonica del film ha giocoforza una valenza diversa, con il “love interest” del “classico film di Cruise anni ‘80” (rappresentato dal personaggio della Connelly, che si impreziosisce di alcuni “echi di Cocktal”) che rimane contratto, la nuova prospettiva di un Maverick “padre/mentore” di questi plotoncino di giovani attori, che si sviluppa a stretto giro con le scene d’azione, è suggestiva, sfiziosa. Teller e Cruise hanno il loro spazio privilegiato, dialogando bene soprattutto sul piano “fisco”, ma Maverick è anche un ottimo “papà-chioccia” (un padre a distanza che dialoga per lo più attraverso un microfono) per tutto il gruppo, quasi dalle parti del Gunny di Clint Eastwood. Pur caratterizzati da piccole peculiarità e linee di dialogo, i giovani top gun riescono tra un dog fight e una partenza verticale ad apparirci molto umani e ad esprimere una interessante coralità dell’azione tale da farci vivere al meglio ogni curva dello strabiliante ottovolante cinematografico in cui, piano piano, si trasforma il film. Curva dopo curva, prova dopo prova, dalla simulazione allo scenario reale, sembra un po’ di calarsi dentro la logica del film Edge of Tomorrow o nelle assurde missioni del manga/anime/videogame Area 88. La sensazione è davvero adrenalinica, esaltante. Se prima ho citato Gunny, nell’ultimissima parte siamo quasi in zona Firefox, tanto per tessere altri paralleli con il cinema di Clint Eastwood.  Nell’ultimo atto il film ci fa quasi respirare all’unisono con i  piloti dei caccia, facendoci temere che in un attimo sbandino e si schiantino contro una montagna o vengano abbattuti da missili. È in questo momento che Top Gun: Maverick si fa grande cinema d’azione, assolutamente da provare in sala, davanti ad uno schermo che ci butti direttamente nel centro dell’azione.

 


Finale: Top Gun: Maverick ci fa prima fare un bel tuffo del passato e poi trova una sua forma nuova, spettacolare quanto interessante a livello recitativo. Qualcuno potrebbe lamentarsi degli “eccessi nostalgici”, di una colonna sonora per lo più “pedissequa” (ma sempre fichissima) come di una trama che si dipana in modo meno “romantico” dell’originale, ma il film rimane comunque molto commovente e i fan di vecchia data devono preparare i fazzoletti. Davvero pazzesco lo sviluppo narrativo della missione al centro del film, tanto sul piano della sinergia che si crea tra i personaggi che su quello di una preparazione atletica e tattica molto realistica (pur nella finzione cinematografica). 

Davvero un buon pretesto per andare oggi a vedere un film al cinema. 

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martedì 17 maggio 2022

Io e Lulù (Dog): la nostra recensione!


Ha gli occhi dolci, da abbracci bellissimi e ama guardare sul divano Grey’s Anatomy in dvd. Ha sempre combattuto per il suo paese in prima linea, da buon soldato, nei confitti più recenti. È una bella cagnolona Lulù, anche se ha il cuore spezzato per la recente scomparsa del suo padrone e qualche “piccolo” problema legato all'aggressività che ha fatto decidere ai superiori di sopprimerla. Non prima però di un ultimo viaggio on the road, dalla base a un paesino sperduto d’America, per assistere al funerale del suo vecchio padrone. Nel viaggio sarà accompagnata da Jackson (Channing Tatum), un soldato in momentaneo congedo in seguito a una grave ferita alla testa, che spera di tornare presto a combattere, sbarcando il lunario come cuoco in una tavola calda. 

C’è tutta la compostezza e la poesia delle delle grandi storie on the road piene di buoni sentimenti di Clint Eastwood, nel nuovo film diretto e interpretato bene da Channing Tatum. Ci sono tutte le emozioni della vita vissuta con al fianco un cane, la malinconia per una vita “troppo breve”, un po’ di commedia e pure una goccia di follia inaspettata quanto graditissima, quando la trama ci manda fuori dall’on the road, a incontrare curiosi (e irresistibili) hippie che vivono ai margini della autostrada. 

Ci si diverte e ovviamente ci si commuove, seguendo una storia lineare quanto saporita da situazioni surreali, carica di magnifici paesaggi americani e con al centro un messaggio in grado di colpire un pubblico molto eterogeneo. 

Può sembrare che Tatum giochi facilissimo nei confronti del pubblico, mettendo al centro della scena questa enorme cagnolona arrabbiata e stanca come John Rambo e come lui affetta da PTSD. Una cagnolona ingabbiata, triste ma con ancora tanta voglia di dare e ricevere affetto, prima di finire di “servire il suo paese” per sempre. Ma di fatto non deve essere stato per niente facile trovare ed addestrare questa bravissima Lulù, che domina la scena con grande classe e per la sua interpretazione dovrebbe già ambire a un riconoscimento ufficiale della Academy, come migliore attrice canina (e ci aspettiamo magari in futuro di trovare protagonista in qualche altro film). Tatum riesce a ritagliarsi un personaggio che non le è da meno, la supporta emotivamente in ogni scena e riesce pure a gestire con lei, nella finzione cinematografica, un destino condiviso, speculare quanto davvero drammatico. Una condizione esistenziale che arriva fortissima al di là di ogni metafora e riesce a dare davvero cuore e sostanza alla pellicola. Un ottimo biglietto da visita, questa prima regia di Tatum come “autore completo”. Il risultato di una carriera fino ad ora non banale, in cui l’attore ha saputo giocare con la sua fisicità da “bisteccone” (con la complicità di registi come Sommers e Soderbergh)  e al contempo prendersi gioco (con la complicità di registi come Trey Parke, di Vaughn e di recente con i fratelli Nee in The Lost City). Una carriera in cui ha avuto anche l’intuito di dedicarsi bene al doppiaggio, come ritagliarsi dei succosi ruoli minori in opere di grandi autori come Tarantino, i Cohen, Bennett Mirrell, Rogen. 

Io e Lulù è il classico film per famiglie e amanti degli animali, realizzato con tutti i migliori crismi, dalla storia alla colonna sonora, alle ambientazioni, passando per una coppia di ottimi interpreti. È un film che può sembrare qualche volta impastato di patriottismo, ma dietro a questo aspetto riesce spesso a ri-leggere la grande “disillusione” del sogno americano, affrontandola con spirito critico e quanto malinconico, utilizzando il tema del viaggio come momento di crescita etica, come in molte opere di Eastwood. 

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martedì 10 maggio 2022

Doctor Strange nel multiverso della follia: la nostra recensione!

 


Universo Marvel/Disney, tempo presente. Ci sono dimensioni parallele in cui accadono cose “SPOILER!!!“ sorprendenti e inaspettate. Come ad esempio personaggi che  vivono e si comportano in modo diverso da “SPOILER!!!“. Come eventi che si sono svolti in modo diverso da “SPOILER!!!”. Chi fa spoiler rischia la vita, come è noto, ma il Doctor Strange (Benedict Cumberbatch), Signore della Magia e grande conoscitore delle realtà parallele, si trova a suo agio tra tanti “SPOILER!!”, anche quando viene trascinato suo malgrado a viaggiare di nuovo tra le dimensioni parallele, in compagnia della giovane America Chavez (Xochitl Gomez), affrontando mostri lovecraftiani come Shuma-Gorath e demoni vari, per portarla in salvo da una oscura minaccia. Ad aiutarlo come sempre c’è il fido Wong (Benedict Wong), nonché il suo inseparabile mantello magico, ma per questa avventura avrà bisogno anche dell’aiuto della “strega” Wanda Maximoff (Elizabeth Olsen). Succederanno molte cose SPOILER!!!


Dopo il film sulla Vedova Nera, il film di esordio Shang-Chi, la serie Moon Knight e il Colossal autoriale di Chloé Zaho su Gli Eterni, tutte opere in qualche modo “stand alone”, Marvel/Disney con il nuovo film del Dottor Strange torna a parlarci di un universo cinematografico di supereroi molto intrecciato. Un universo in continua espansione e condivisione, pronto a rilanciarsi al futuro con il recupero di vecchi e nuovi personaggi Marvel fino ad ora non legati alle produzioni Disney. A fare da anfitrione tra personaggi vecchi e nuovi è ancora il buon Doctor Strange, già special guest di lusso e in fondo con lo “stesso ruolo” per l’ultimo film di Spiderman prodotto da Sony. Il mago apre una porta dimensionale e “puff”, ecco che arrivano da altre dimensioni supereroi e villain pronti a sorprendere e stupire il pubblico, stimolando molti dei sogni più inconfessabili degli amanti dei fumetti. Ma grazie al cielo e ad un regista di razza come Sam Raimi, la nuova pellicola delle avventure del super mago interpretato da Benedict Cumberbatch non è solo una sfilata di vecchi e nuovi eroi, ma anche una divertente avventura psichedelica, carica di azione, umorismo e gustosi momenti horror. Una pellicola che volendo si può vedere anche autonomamente rispetto alle opere cui è principalmente collegata, come la serie tv Wandavision e l’ultimo Spiderman, al netto di fare i conti con alcune “rivelazioni” che saranno ormai già note i fan Marvel più puri e duri (ma se non amate gli SPOILER!!! di nessuna natura consiglio un re watch). Una volta giunti in sala si è già pronti a salire sulle montagne russe, saltellando continuamente da un estremità all’altra del multiverso, con la compiacenza di una azione su schermo che non conosce sosta e confini e travolge in una roboante girandola di colori ed effetti speciali. Cumberbatch conferisce nuovamente a Strage tutti gli amabili tic e paranoie che lo hanno reso un personaggio imperfetto quanto amatissimo: dalla ossessione per gli ingranaggi alla forte autoironia, dalla finta calma malcelata da nervi costantemente “a fior di pelle”, passando alla sua costante malinconia per non sentirsi mai troppo vicino ai sentimenti di chi ha intorno. È un eroe complesso e complicato a cui si affianca come contraltare il sempre gigantesco, solare e buffamente corrucciato Wong, interpretato da un Justin Wong sempre più divertente e “in odore da Bud Spencer”. Sempre interessante e mai banale la Olsen, anche lei alle prese con un personaggio tra i più complicati della Casa delle Idee. Wanda è cresciuta, si è evoluta come donna e supereroina, ha mutato pelle e aspirazioni ma ha dovuto sempre fare i conti con una vita ingrata, carica di dubbi, sofferenze e tanta sfortuna. Wanda grazie alla Olsen diventa sempre più negli anni un personaggio magnifico, quasi Shakespeariano, in perenne lotta “jungiana” con la sua “ombra” e con il suo mondo interiore. Poi ci sono ovviamente  i già citati “SPOILER!!!“ che piovono come ovetti kinder di scena in scena, anticipando future pellicole legate all’universo Marvel o magari solo “a uso ridere/trollare”, come quando era apparso Evan Peters in Wandavision. Sta di fatto che queste “special guest”, interpretate da attori giganteschi, sono protagoniste di scene corali così gustose che rimarranno della memoria anche se non avranno un seguito reale, per via della “legge universale del re-casting degli universi paralleli” (già vista nel nuovo Spiderman). Ma la scena più bella della pellicola ha per me a che fare con la musica, in una sequenza tutta sbrilluccicosa che la colloca con la magia in un mondo sfizioso quanto amabilmente vicino alle sonorità  elettroniche e ai colori acidi degli anni ‘70. Un'atmosfera peraltro molto vicina ai primi fumetti del Doctor Strange, che farà sicuramente felici i fan di vecchia data. 


Raimi si vede che ama ancora la materia fumettistica (il cine-fumetto di fatto lo ha inventato e codificato “anche lui” con il suo Darkman) e il suo ritorno alle pellicole dei supereroi è fresco, divertito, carico di azione e umorismo. La  sua trilogia della Casa (Evil Dead - L’armata delle tenebre) è citata più volte a piene mani: dalle accurate e terribili rilegature dei libri maledetti alla scelta di offrirci il punto di vista di un mostro famelico attraverso inquadrature velocissime e cariche di tensione, alla presenza “obbligatoria” del grande Bruce Campbell in un ruolo pur piccolo, ma già iconico e che riesce bene a rievocare il suo anti-eroe Ash Williams. 

C’è molto da divertirsi con il nuovo film del Doctor Strange, tra personaggi incredibili, mondi alterativi, mostri tentacolari e non morti autoironici a ogni inquadratura. Il ritmo è sempre perfetto, la mano di Sam Raimi sa regalare scene sempre spettacolari e gli attori, Cumberbatch e la Olsen in testa, sono in grado di sprigionare una bella chimica, tale da farci credere a qualsiasi cosa. C’è qualcosa forse di “incompiuto” nella messa in scena, qualcosa che ci rimanda “alle pellicole future” per essere compreso fino in fondo. Ma è una sensazione che ormai ci è nota in questo tipo di cinema e che in fondo già ci stuzzica all’idea di tornare in sala, per il nuovo capitolo. 

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