mercoledì 11 aprile 2018

Bob e Marys: la nostra recensione di un film sullo stile della Blum House con Rocco Papaleo e Laura Morante.



Il film di Francesco Prisco "mette strizza". Poi ci fa pure divertire tra le righe, in poche e sparutissime righe, ma soprattutto mette strizza. Il film descrive / interpreta una strana urban legend legata delle pratiche della malavita attiva nell'Italia, conosciuta come "la coppatura". In pratica se un povero disgraziato acquista casa in una zona abbastanza sfortunata, potrebbe ricevere una visita poco desiderata da parte di loschi figuri. Questi gli porteranno in salotto dei pacchi da custodire, trasformando l'abitazione in un autentico deposito a cui accederanno diverse volte nel corso della settimana. Esiste una "coppatura leggera", in cui sono coinvolte poche persone per poco carico e poche visite, che si può concludere nel giro di qualche giorno. C'è poi la "coppatura pesante", in cui tutto è moltiplicato e non è certo che i proprietari della casa alla fine del "servizio magazzino" restino vivi. Chiamare la polizia sembra inutile e in alcuni casi può far credere agli agenti che i proprietari di casa siano complici dei delinquenti. Anche solo parlarne con qualcuno è pericoloso, perché c'è sempre qualcuno dei criminali in zona o un ascolto con le sue talpe. Si dice che molti misteriosi omicidi - suicidi di famiglie apparentemente normali siano dovute all'interrompersi di un servizio di coppatura. 
Il film parla di una coppatura pesante.
Rocco Papaleo e la Morante hanno deciso di cambiare casa per permettere alla figlia di vivere nel loro appartamento insieme al futuro marito. Il trasferimento è anche un'esigenza impellente in quanto Maria, il personaggio della Morante, è ossessionata dal fatto di vedere ovunque per casa dei bacarozzi. Roberto, il personaggio di Papaleo, sogna invece di tornare a vivere in una roulotte come quando era giovane e passa tutto il giorno nostalgicamente a parlare con radioamatori che hanno deciso di vivere su quattro ruote. La nuova piccola casetta in cui Maria ha deciso di vivere è in una brutta periferia, ma sembra ci siano vicini simpatici e in fondo per loro due "va bene". Poi arriva la coppatura, e il film si fa subito pesante. I loschi tipi che entrano nella nuova casina della coppia sono pericolosi e per niente buffi e nonostante il film cerchi sempre, affidandosi anche alle molte frecce comiche di Papaleo, di raccontarsi come leggera commedia surreale, l'intento fallisce e si respira aria pesante come catrame. Roberto e Anna all'inizio giocano con questa situazione, cercano di trasformare il loro incubo domestico in una specie di ritorno alla trasgressione adolescenziale. Si chiedono cosa conterranno mai pacchi, se aprendone uno potranno cambiare vita, se riusciranno a nasconderli dalle telecamere del vicino di casa impiccione e dall'occhio poco sveglio del genero che per lavoro fa la guardia giurata. Roberto troverà la grinta per opporsi a un capoufficio cretino. Maria da psicologa non proprio "modello", cercherà di forzare un ex detenuto che ha in carico a raccontarle i trucchi del mestiere. Si sentiranno dei piccoli "criminali vivi" al posto della triste coppia di "borghesi morti/dentro" che viveva nella casa di prima. Ma queste suggestioni non bastano a sollevare la coltre di tensione quasi kafkiana in cui entrambi sono precipitati. 
Il film per me ha e mantiene tinte Horror, senza alcuna voglia di schiodarsene o chiosare con il più classico dei "volemose tutti bene". E per questo più che la classica commedia all'italiana mi ha ricordato Get - Out : Scappa di Blum House allo stesso modo in cui Brutti e cattivi di Cosimo Gomez mi ha ricordato i film di Alex de Iglesia. Se questa nuova commedia italiana ama sempre più contaminarsi con i generi, come ne è un esempio anche Smetto quando voglio, devo ammettere che mi piace molto, la trovo stimolante e con qualcosa di anche nuovo da dire, ma forse il film di Prisco non funziona commercialmente al cento per cento. Gli interpreti sono bravi, l'atmosfera è abbastanza claustrofobica da essere credibile, lo stesso spunto narrativo è "potente" e a un produttore oculato potrebbe pure dare la spinta per arginare in termini di franchise. Un produttore oculato potrebbe ragionare sul fatto che "si deve poter ridere di più", magari stereotipare i cattivi fino a renderli dei mascheroni da slasher Horror (io di base gli averi messo in testa le maschere di pulcinella, Maradona e Nino d'Angelo). Un produttore più oculato poteva usare questi e altri mezzi per rendere più paradossale la situazione, per fare in modo che il film non affogasse nel realismo più cupo che poi come spettatori ci si porta a casa. Un film piccolo, lineare e forse pensato senza troppe pretese, ma con un buon ritmo e una interessante carica thriller che gli dà decisamente qualche punto. 
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martedì 10 aprile 2018

Il mistero di Donald C.: la nostra recensione dell'ultimo film con Colin Firth, Rachel Weisz e... davvero tanta acqua...



Si chiama Donald Crowhurst (Firth), abita in un posto ameno in riva al mare inglese di nome Teignmonth, ha fondato con un moto di originalità la Teignmonth Electronic e sogna di fare qualcosa di grande che riguarda l'acqua, dopo essere stato da sempre ispirato dalle imprese di Francis Chichester. Solo che Donald, che sogna di farsi lo yacht con le sue ardite invenzioni nautiche, non è mai andato oltre alla gita domenicale in gommone nella pozza davanti casa. Con la moglie (la Weisz) e i figli visibilmente perplessi, grazie agli investimenti di un direttore di giornale un po' troppo ottimista, Donald decide di partecipare alla prima edizione della Golden Globe Race, organizzata dal Sunday Time nel 1968. Con il suo trireme di nuova concezione, il Teignmonth Electron, dimostrerà al mondo che è una vera cazzata anche per il velista della domenica replicare le gesta dei più boriosi marinai di carriera. Segue tragedia. Il suo trireme di nuova concezione costa troppo e si ipoteca casa, gli sfidanti al premio sono dei marinai di fama, a farsi mesi e mesi soli in mare senza Netflix si esce di testa. Che sarà un disastro lo si capisce già dall'allegria contagiosa con cui Donald inizia la sua avventura sul trireme: viso verde vomito, passo malfermo, una mantellina gialla orribile adatta solo a una giornata dal tempo orribile nella più orribile provincia inglese. Come andrà mai a finire?
Colin Firth è un genio che ho iniziato ad apprezzare negli anni, quando si è smollato un po' da quel palo nel sedere che ne caratterizzava i movimenti e ha iniziato a giocare alla super spia in Kingsmen. Da lì sono andato indietro nel tempo, scoprendo prima l'umanità di un attore con la faccia da professore di liceo di latino costretto a indossare alle feste maglioni orribili cucitigli dalla madre (in Bridget Jones), poi l'amabile schizofrenia (sempre più indietro nel tempo nella filmografia) del bravo fanatico calcistico della porta accanto (in Febbre a 90). Colin Firth è l'everyman per definizione, per lo più imbalsamato e auto-deriso dal suo modo ingessato di porsi, ma ha quel guizzo negli occhi che sorprende e può spaventare quanto un Michele Apicella. E quindi, se non siete tra quei cinque che sanno già come è finita la famosa regata del '68, storia vera che ispira la pellicola, potete aspettarvi davvero di tutto da questo film diretto dal bravo James Marsh (La teoria del Tutto). Pochi convenevoli e Firth è in acqua, da solo nell'oceano come il Tom Hanks di Castaway, da solo a reggere con tutte le sue capacità di bravo attore l'intero minutaggio del film e a nobilitare quello che a prima vista potrebbe pure essere scambiato per un film TV. Si parte dalla costa con il classico film biografico, si veleggia convinti sul filone del film sportivo carico di cronache ed entusiasmo, si iniziano ad affrontare le onde del dramma interiore e ogni tanto si finisce sott'acqua, in zona David Lynch. Un overture frastornante da mal di mare autentico, che può permettersi evoluzioni narrative tanto avventurose proprio perché al timone c'è Firth, saldo e credibile baricentro emotivo dell'opera. Si esce di sala in cerca di un travelgum, se ancora li producono. Si esce arrabbiati e incazzati, irrisolti come irrisolta è tutta la faccenda che il film, con grande stile, racconta. E poi si fantastica. Marsh documenta con esattezza, dirige con equilibrio e rende chiaro e ben ritmato tutto l'intreccio. Ma poi va oltre. Qualche volta suggerisce con eleganza e ogni tanto ci lancia proprio delle piccole suggestioni verso le autentiche urban legend che hanno animato la comprensione di questa vicenda negli anni, trasformandola a volte in un vero e proprio racconto horror. 
Il mistero di Donald C. sembra solo all'apparenza quello che potrebbe essere sulla carta un film canonico e noiosino. Guardandolo in sala si affonda piano piano in un autentico incubo in grado di turbare ben oltre al momento in cui le luci si accendono. Un incubo raffinato e disturbante che rende la pellicola una piccola e gradevolissima sorpresa in questa stagione cinematografica. 
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lunedì 9 aprile 2018

The lodgers- la nostra recensione



Rachel (Charlotte Vega) ed Edward (Bill Milner) sono gemelli, sono orfani e vivono in Irlanda in una tetra villa separata dalla città da un tetro bosco che avvolge anche un tetro laghetto attiguo. Edward è il più introverso, ha assistito da giovane alla morte dei suoi genitori e da allora si è incupito, vive perennemente al buio e ha paura di ogni cosa. Rachel è più forte del fratello e desidera abbandonare quella casa, soprattutto da quando in paese è arrivato un ragazzo, il reduce Saen (Eugene Simon). Rachel ed Edward sono ricchi di famiglia e vivono nel villone soli, ma forse non "troppo" soli. C'è una botola a piano terra che dà verso i sotterranei. Una botola dalla quale ogni tanto rigurgita allagando il soggiorno una misteriosa acqua scura. Saranno deaditi? Sarà un fratellino di Chtulhu? Di sicuro chi o cosa vive oltre quella botola può uscire la notte e prendere il posto del padrone casa, può dettare delle regole inquietanti elencate in filastrocche musicarelle in rima, può spiarli mentre sono in bagno e può spingerli a fare cose che loro non vorrebbero. Queste presenze stanno diventando più pericolose e invadenti negli ultimi tempi, da quando i due fratelli hanno compiuto la maggiore età, e non tollerano che niente e nessuno entri nella magione a parte loro. Solo che vivendo soli a non far niente, nella magione decadente, tutto il giorno, a rispettare terrorizzati le regole musicate in rima, i due fratellini hanno finito per dilapidare il patrimonio e ora la casa rischia di venire pignorata. Cosa faranno in proposito i tizi sotto la botola?
Tagliamo corto. L'atmosfera è molto bella, gli interpreti hanno quella carica di ingenuità gotico/decadente che li rende interessanti e in genere la regia di Brian O'Malley non è male e rimanda in più di un aspetto al Crimson Peak di Del Toro. Nel sotto-testo narrativo c'è magari anche l'intenzione di muovere una allegorica critica sociale vicina al gattopardismo di Tomasi di Lampedusa, ma è qualcosa di appena accennato. The lodgers però ha il fiato corto. Spara le cartucce più interessanti nella prima parte e poi latita di contenuti e colpi di scena, facendo sperare in una svolta di qualsiasi tipo che però non arriva mai. Poteva andare bene una svolta sexy, una svolta splatter, una svolta surreale ai limiti del trash, una svolta che strizzava l'occhio ai classici della Hammer, poteva andare bene quasi tutto, ma questo alla fine non avviene. Il film insinua una certa idea su come potrebbe evolversi il racconto e da lì non si schioda, regalandoci per lo meno un finale in fondo non troppo banale a compensare le poche idee messe in campo. Poche idee che peraltro sono anche buone e rese molto bene a livello concettuale e visivo. Il film ha un indubbio fascino strutturale nel suo modo di moltiplicare all'infinito la realtà attraverso continuo giochi di specchi che operano a livello tanto visivo che emotivo. Solo che a un certo punto si avverte purtroppo che manca qualcosa e tutta la fascinazione e lo stile, di cui questa pellicola letteralmente trasuda, finiscono per essere modificate da una scrittura troppo auto-referenziale. Peccato. Davvero molto carina e brava Charlotte Vega, che quasi riesce a sobbarcarsi da sola la pellicola. Peccato che il suo impegno in questo caso non sia bastato e The Lodgers alla fine abbia l'aspetto di un ben lavorato, ma purtroppo in fondo vuoto, vaso antico. 
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venerdì 6 aprile 2018

Goldrake compie 40 anni



Oggi ai bambini si fanno vedere Peppa Pig, Masha e Orso, i Teletubbies. Quarant'anni fa ci si preparava all'arena della vita con l'Uomo Tigre, il calcio-animato era quello di Arrivano i (fallosissimi) Superboys, il romanzo di formazione era Conan il Ragazzo del futuro (che anche lui oggi sta proprio sui 40)  e la vera epica era quella di Goldrake, che fece da apripista in Italia a tutti i Super-robot. Mi ricordo un corridoio vagamente Shining di una casa in affitto al secondo piano, piena di colori caldi e una luce sparata manco fosse una puntata di Pomeriggio 5. Credo che questo sia "l'asset dei ricordi standard". Mi ricordo che correvo avanti e indietro nel corridoio con un elmo in testa ricavato da un fustino del detersivo Dash e brandendo una scopa urlavo "alabarda spaziale". Il mostro di Vega più grande che avevo in casa era un pesce rosso che, come un vero gladiatore, resisteva agli attacchi della mia manina paffuta che invadeva la sua boccia di vetro brandendo un pupazzo di gomma dura (con all'interno un'anima di fil di ferro) del gigante pilotato da Actarus. I pupazzi di Goldrake (ma poi anche di tutti gli altri robot... devo avere in giro un Danguard...) si trovavano in tutti i mercati rionali, accanto ai palloncini colorati e le castagne calde. Goldrake era il massimo, fin dalla siglia di testa. Un alieno cowboy che si spostava su un disco volante e ci proteggeva dal male. L'unico altro eroe dell'epoca che per me gli teneva il passo era Tekkaman. Che ci volete fare, vedevo ogni anime esistente sulla TV a tubo catodico, ma fin da piccolo stavo già in fissa con i dischi volanti e i cavalieri in armatura pseudo-medioevale con casco integrale. Non ho mai capito perché sia stato un fenomeno in fondo solo italiano. Certo in Giappone Goldrake era arrivato un anno prima con il nome di Grendizer, mentre qui celebriamo Goldrake, il "nostro orgoglio italico Goldrake", con il nome riadattato per far rima con Mandrake. In Giappone era uscito  solo dopo i Mazinga e il "filone" si era quindi un po' già canonizzato, aveva "cozzato" con le corazzate di Matsumoto, si apprestava di lì a pochissimo a declinare la guerra e la follia secondo Tomino. Ma sapendo in Italia Goldrake aveva fatto un "boom" incredibile. Le madri si incatenavano alle porte della Rai per impedire la trasmissione di cartoni animati così "diseducativi", ma che preparavano alla vita più un qualunque puntata dei Teletubbies. Distinti professionisti adulti si interessavano al fenomeno e ne elogiavano il valore simbolico. A pensarci mi fa quasi un male fisico che l'opera di Nagai, resa grande dai disegni di Araki e Komatsubara, negli anni che seguirono abbia prodotto al più quella mezza cacatina di Grendizer - Giga mentre gli altri robot nagaiani hanno avuto almeno una grande occasione di remake. Per i giappi Goldrake è roba dimenticata come Megaloman, facciamocene una ragione. Ma nei ricordi quel robot con le corna spacca ancora e spaccherà sempre. Auguri Actarus. In tuo onore, vado a sparami in cuffia uno dei pezzi più fighi di musica dance di tutti gli anni '70.

Mai capito perché Actarus dovesse mangiarsi le insalate di matematica... per me i complotti vegani partono proprio da lì. 
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martedì 3 aprile 2018

Ready Player One: la nostra recensione



 - Sinossi fatta male e che un po' se la mena: Alla fine degli anni '60, con Star Trek e il programma spaziale, il futuro dell'umanità era nello spazio, l'ultima frontiera da colonizzare, in armonia tra i popoli. Alla fine dei '70, con un certo film di Lucas e con il programma spaziale che andava molto più a rilento, il futuro era sempre raggiungere una galassia, ma che risultava ancora lontana lontana e piena di brutti spettri derivati dalla seconda guerra mondiale. All'inizio degli '80, con Blade Runner, la certezza che nello spazio non ci si andava più (se mai ci sono arrivati sulla Luna, diranno i complottisti) è l'affermazione dei robot da cucina come "pastamatic", il futuro era restare tutti stretti sulla Terra, in una immensa e sovrappopolata città piovosa dove i replicanti, i parenti tragici di pastamatic e di R2D2, erano diventati più umani degli umani. Alla fine dei '90, quando arrivava nel cinema Matrix e la bolletta del telefono per il collegamento a internet iniziava a costare più del riscaldamento centralizzato, nel futuro i robot avevano schiavizzato gli umani ormai rincretiniti tecno-dipendenti collegati ai porno e alla PlayStation, facendoli vivere perennemente legati come batterie a un megavideogioco. Nel 2000 ha iniziato a configurarsi il futuro peggiore: non c'era più futuro. Niente spazio, niente robot e mai più pastamatic. Aspettative finite e la quasi certezza che non sarebbe mai bastata la benzina neppure per immaginarsi un futuro alla Mad Max. Come dato allarmante, il cinema ha iniziato a produrre sempre più delle fantasie escapistiche fantasy e supereroistiche, mentre la fantascienza è diventata per il 90% "sociale", ossia volta a esplorare i grossi problemi non del "domani in quanto futuro", ma del domani inteso come "oggi è giovedì e domani è venerdì (e grazie a Dio la settimana lavorativa sta finendo)". Ready Player One si incunea in questo solco realistico - pessimista, descrivendo un futuro molto prossimo e dominato dai problemi  di sovrappopolazione, povertà, disoccupazione, inquinamento. Un futuro in cui il mondo ha perso la partita con il futuro e i giovani (e non giovani) per sopravvivere almeno "psicologicamente" possono solo sperare di avere una connessione veloce con cui collegarsi a un mondo virtuale. Un po' l'effetto che fa la cioccolata per combattere la depressione. Un mondo colorato e fittizio costellato da nostalgici e consolanti totem del passato, dotato al più a livello tecnologico di intelligenze artificiali "standard da videogame attuale" (niente Matrix nel futuro). Il videogioco più famoso e consolante è OASIS, un mondo virtuale multi giocatore sterminato alla cui realizzazione ha lavorato un uomo geniale e sognatore quanto Willy Wonka, James Halliday (Mark Rylance). Tutto e tutti girano su OASIS, su cui la permanenza dell'umanità media investe più ore che nel mondo reale. Riuscire a controllare il gioco potrebbe fare la fortuna di una vita anche solo per gli introiti degli sponsor. Un giorno il grande programmatore muore, ma esattamente come Willy Wonka lancia una sfida planetaria per trovare un biglietto dorato che designerà la persona che dopo di lui guiderà OASIS. Oltre che a coprirlo con la montagna di soldi che costituisce la sua eredità. Nel gioco ha nascosto un "easter egg", un tesoro accessibile solo completando tre sfide. I giocatori di OASIS che hanno dedicato la loro vita a scoprire questo segreto si fanno chiamare Gunter (contrazione di  Egg hunter), amano "moddare" OASIS con skin e tecnologia proveniente da tutta la cultura nerd degli ultimi anni, vivono virtualmente il rischio di perdere in gare mortali tutti i crediti accumulati in anni, sognano di padroneggiare il gioco e le sue regole. Ma il premio fa gola anche alla ricca e laida IOI (Innovative Online Industries), multinazionale dei mutui di Nolan Sorrento (Ben Mandelshon), i cui prestiti da strozzino hanno reso se possibile ancora più povera una popolazione già alla canna del gas. Sorrento  gioca a OASIS  con i suoi "Sixsers", dei salary/man adulti e "stipendiati", tra cui sono presenti pure dei "Nerd corrotti" dal vil denaro, che "giocano per lavorare" indossando avatar da quasi-trooper imperiali, tutti uguali se non per il numero di matricola, preceduto dal numero 6 (come "denominazione aziendale") per tutti (da cui, appunto, i "sixers" o "i sei"). Se muore l'avatar di un Sixers, questo viene subito sostituito dalla potente multinazionale da un nuovo sixers nella stessa postazione. OASIS più che un mondo virtuale è un autentico sistema interplanetario virtuale, con aree preposte alle competizioni multiplayer di ogni tipo, dallo sport agli sparatutto passando per tutti i generi. Ci sono dei negozi virtuali che possono convertire i premi in coins in prodotti reali che vengono consegnati nel mondo reale attraverso dei fattorini - droni. Il gioco segreto di Hallyday è ben nascosto, ma i primi indizi trapelati sembrano riguardare una corsa stile Mario Kart ultra / pompata, vicina concettualmente ai tracciati di Speed Racers delle Wachowski ma se possibile ancora più pompata. Una sfida così difficile che nessuno è mai riuscito a finire. Tra i più forti Gunter del gioco c'è Wade (Tye Sheridan), che affronta OASIS con un avatar da eroe di Final Fantasy (assomiglia un po' a Vaan di Final Fantasy XII) dal nome PerZival e ama andare in giro con la DeLorean di Ritorno al Futuro (anche se in passato ha avuto il Millennium Falcon). Wade vive a Columbus, una delle zone più sovrappopolate e patria dello stesso Halliday. È poverissimo, sullo stile degli orfani dei romanzi di Dickens. Non si capisce se studi o abbia un lavoro e abita insieme a una zia disastrata che convive con loschi figuri squattrinati, in una zona in cui i palazzi sono ricavati da roulotte, impilate e assemblate male, chiamata "le cataste". Lui sta nella roulotte più sfigata anche solo da raggiungere. La sua postazione di gioco è ricavata dentro il rottame di un'auto abbandonata e alcune apparecchiature sono rubacchiate dalla zia, per "camminare" nell'ambiente di gioco ha una specie di tapis roulant di fortuna. Ma OASIS è il suo mondo e stima Halliday, di cui conosce tutta la vita a memoria (consultabile "minuito per minuto" in un museo virtuale permanente ad hoc), al punto che sente un legame quasi trascendente con  lui, un rapporto ideale costruito sulle fondamenta di OASIS stesso. PerZival cercherà il Santo Graal del gioco per onorare il suo "re" defunto e preservare negli anni la sua opera. Sorrento vuole invece prendere quel mondo virtuale e farne un contenitore di pubblicità e servizi a pagamento in grado di occupare con le offerte promozionali la retina del giocatore dell'80% (poiché recenti studi dimostrano che il cervello umano sottoposto a tale stress visivo in fondo può ancora sopravvivere. È interessante che tramite Sorrento si muovano di fatto molte critiche ai recenti sistemini di profittazone del mercato videoludico, fateci caso). A sfidarsi e contendere con  PerZival per il premio c'è Art3mis (Olivia Cooke), una gamer molto famosa in rete, che gareggia virtualmente con la moto rossa di Kaneda (tratta dall'anime Akira) e il nostro eroe piano piano inizierà a provare qualcosa di molto forte per lei. La voglia di incontrarla anche nel brutto ma in fondo "reale" mondo reale.


- Tornare bambini: Ready Player One trasuda amore e stupore come le migliori opere di Spielberg. Ci fa tornare tutti bambini e con la voglia di emozionarci e sorprenderci a ogni scena. Crea un futuro orribile e senza speranza (non privo di molta satira comunque, vedasi "chi comanda" e "chi si lascia comandare", soprattutto perché gli ultimi sembrano avere più qualità dei primi), ma una scena dopo ci fa sognare con le più intense e acrobatiche evoluzioni pindariche. Questo è l'effetto che ha fatto a me, tagliando corto su tutti i possibili spoiler e chicche di cui il film è inzuppato fino all'osso ma che (pur favolosi e che lascio a voi scoprire) non sono il "top del film". Credo che in una proiezione con una sala piena (quella che io ho schivato) ogni tre minuti qualcuno urlerà: "Ho visto coso di Star Wars uno!!", "Guarda, c'è la tizia di quel gioco Blizzard!!", "Ma quella è la formula magica di Willow?" Però sarebbe bello sperimentare anche il trasporto che nasce in sala dal riconoscere questi mille dettagli, è un po' il gioco nel gioco della pellicola e il valore che viene dato a certi personaggi iconici nei momenti / chiave potenzia a mille l'entusiasmo (e mannaggia ai trailer che hanno svelato / rovinato alcune delle cose più clamorose). Ready Player One piacerà ai ragazzi come ai "ragazzi di una volta" perché è un classico film per ragazzi degli anni '80 con qualche aggiornamento. Come E.T. (che ora voglio rivedermi con il doppiaggio "classico", quello farcito di parolacce vintage), come Explorers, come The Last Starfighter (che, da solo, ai tempi d'oro faceva la programmazione di Odeon TV). Un film dalla trama semplice da seguire (un pregio e non un limite in questo periodo), lineare quanto ricca di sfumature, attenta nel descrivere al meglio, con le pennellate giuste, tutti i personaggi e il loro mondo. E per una volta un film che non vuole capitalizzare su dei sequel. Vengono messe in scena almeno quattro macro-sequenze clamorose che finiscono dirette nell'antologia del cinema e fungeranno da faro per le produzioni future e da test video in tutti i centri commerciali che vendono TV da qui al 2022. In Ready Player One viene valorizzata tutta la "roba pop anni '80", dai film ai videogiochi, dai cartoni animati ai giochi di ruolo,  dai fumetti alle serie TV, elevando e accreditando questo magma colorato a forma di arte e cultura percorrendo una via interpretativa interessante, che spesso scava dalla mera estetica rappresentativa riuscendo a raggiungere i bagagli affettivi che i veri fan riversano su quelle opere fatte ormai "della stessa materia dei sogni". Dietro la scorza del giocattolone visivo definitivo per ogni nerd feticista c'è quindi molto di più, anche se le coordinate portano al meglio del cinema per ragazzi degli anni ottanta, senza l'ambizione di portare a casa qualcosa di diverso o più pretenzioso. 


Molto bravi gli attori, con Mendelshon che si conferma villain di lusso dopo Rogue One. Sheridan, il nuovo Ciclope della saga X-men, assomiglia molto a un giovane Spielberg, ha una fisicità ingenua ed è molto espressivo. Olivia Cooke, che abbiamo già visto in Ouija di Blum House, interpreta un personaggio complesso, ferito ma fiero. Mark Rylance, che per Spielberg ha recitato nel Ponte delle Spie e ha dato corpo e voce al Grande Gigante Gentile si conferma un attore gigantesco, impersonando un Halliday sognatore e timido al di là del tempo e dello spazio, un genio gentile e dimesso che rimane impresso nella memoria. Bravo Simon Pegg in un ruolo piccolo ma importante, bravi tutti i ragazzini del gruppo degli "altissimi cinque", stupenda la fotografia e folgorante la colonna sonora, che pesca dalle colonne sonore dei film più iconici quanto riproduce pezzi d'annata esplosivi, quanto sperimenta cose nuove ma azzeccate. E poi c'è lo Spielberg Touch, il marchio di fabbrica irrinunciabile di uno dei più grandi registi viventi. Quando Spielberg "gira male", arrivano comunque i premi di critica e i riconoscimenti del pubblico. Quando "è in giornata" riesce come pochi a dominare la settima arte. Io pur apprezzando tecnica e stile mi ero un po' rotto di una fase registica fatta di cavalli da guerra, recite scolastiche su Lincoln, attempati ponti spioni, gentili ma noiosetti giganti gentili e film sui giornalisti - supereroi. Ready Player One, anche grazie a un libro di partenza che pare abbia ispirato molto (e che mi sono pure comprato da leggere) riporta per me Spielberg ai tempi di Minority Report. 


- La domanda dal pubblico: "Ok fanboy, luccica tutto tutto su OASIS?" Grazie della domanda, posta sempre in modo garbato e non tendenzioso. Qualcuno si lamenterà per la troppa (e per me bellissima e magistralmente integrata) componente visiva digitale, esprimendosi con il pleonastico: "Ma che ci vuole a farlo nel 2018??!! Tocchi due tasti con pc, ci pucci dentro le skill fatte da un mio amico ispirate ai cartoni animati per farle girare su Gran Ladro d'Auto, fai ping ping e in mezza giornata ti realizzo io, bendato, qualcosa di fatto meglio, con più X-Wings e il Trider G7". Posto che con "ping ping " a parole sono buoni tutti, per me il livello artistico di quest'opera è enorme. Si nota, qui e là, la presenza di certi "brand" più di altri, che giocoforza influenzano visivamente il prodotto, ma la cosa non stona per nulla. Qualcun altro dopo la visione riuscirà a scovare le piccole incongruenze di un mondo che appare gigantesco solo di facciata, ma in fondo è ben delimitato come nei classici film di fantascienza "a metafora", abitati alla fine da quattro personaggi che vivono sullo stesso pianerottolo come in Star Trek (pur con dietro camionate di comparse mute). Ma spesso cose come queste, che per qualcuno sono ingenuità (come se fosse utile alla trama avere sessanta personaggi e 499 location diverse), sono funzionalmente volute, in fondo per motivi di trama, così come l'ampio uso della animazione digitale è voluto e riesce bene a creare un interessante (e ugualmente funzionale in alcune scene / chiave) diversità tra mondo reale e virtuale. 
Non abbiate paura infine di approcciare il film senza essere prima "pucciati dalla testa ai piedi" nella cultura nerd. Vi divertirete comunque senza sapere che i tizi con l'armatura spaziale verde con casco con visiera giallo si chiamano Spartan. 


-Videogiochi per trovare se stessi e affrontare il mondo: Ready Player One è una lettera d'amore alle nuove generazioni in cui cinema e videogiochi diventano un medium unico e si ridefiniscono arti ancillari, e non occasioni escapistiche, per leggere e godere al meglio la vita di tutti i giorni. OASIS è un mondo virtuale bellissimo, ma il film ci dice anche che "la realtà è fuori" e "la realtà è anche l'unico posto dove poter mangiare un hamburger decente". Anche la realtà sovrappopolata, ultra/tassata e più sfigata merita di essere vissuta. Si dice che Bruce Lee con L'ultimo combattimento di Chen abbia gettato le basi dei picchiaduro a scorrimento a livelli. Non ho mai capito quanto questa affermazione sia una supercazzola, ma fosse vera il cinema a tutti gli effetti è una delle fonti di ispirazione dei videogame. Spesso i videogame riproducono oggi dei viaggi iniziatici all'età adulta e sarebbe bello che questo potenziale narrativo non si perdesse in sterile intrattenimento, ma fosse un banco di prova per affrontare la vita che sta fuori. Dietro ai giovani eroi della pellicola, si vedono muovere come antagonisti poco convinti, dei "nerd attempati". Sono carichi e hanno le conoscenza per ricevere anche loro il dono del gioco, il "comando del domani", ma scelgono di piegare la testa davanti a un grigio e arrogante burocrate. La loro battaglia, la battaglia della loro generazione, sembra ormai persa e in questo aspetto credo che il film voglia fungere un po' da "sveglia". Il film dice tra le righe che il  futuro è dei giovani e dobbiamo avere fiducia in loro perché sono fantastici (anche se si vestono malissimo pure noi da giovani, sempre seguendo le mode, ci vestivamo malissimo), ma tutti possono partecipare a costruirlo, se riescono a valorizzare il proprio potenziale. È un aspetto che, da persona un po' attempata, ho gradito. 
- Finale: andate al cinema e godetevelo, di corsa! Ne ho già parlato per non so quante battute. Andateci per contare le citazioni, andateci se amate i videogiochi, andateci per trovare in sala un film per ragazzi come si facevano una volta e che per me hanno sempre il gusto del Tegolino del Mulino Bianco. Ma andateci pure se non sapete le citazioni, se non amate particolarmente i videogiochi, se il Tegolino non vi piace poi tanto. C'è da divertirsi e magari portare in sala i figli. Poi fatemi sapere se anche a voi, dopo la visione, è venuta voglia di farvi una mini maratona di Spielberg. Io voglio partire da Duel e non fermarmi più. 
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sabato 31 marzo 2018

Pacific Rim - La rivolta: la nostra recensione assolutamente "di parte"



Sinossi-pretesto: Sono passati dieci anni da quando la "faglia" (la Pacific Rim del titolo) che collegava il nostro mondo con la dimensione parallela abitata dai "precursori", un popolo alieno che ci voleva invadere, è stata sigillata, ponendo di fatto fine alla guerra. I resti delle gigantesche armi con cui si è combattuto lo scontro, i colossi meccanici Jeager (dal tedesco Jager: cacciatore) usati dagli umani e gli altrettanto enormi "mostri strani" (dal giapponese: Kaiju), comandati dagli alieni, sono stati abbandonati lì, nei teatri di battaglia dove sono caduti, tra le macerie delle città sventrate e imbarbarite (un po' alla Mad Max), diventando ghiotti bersagli di un florido mercato nero. Sappiamo già dei traffici legati ai Kaiju per ricavarne unguenti e materie prime rare (nel primo film ne aveva fatto un vero business il mitico Ron Perlman), ma con gli Jeager "per terra" il mercato si è allargato alla possibilità di poter assemblare dei propri Jeager "custom" da usare contro l'ordine pubblico. Per impedire che questa tecnologia venga depredata, è stato istituito nelle zone "più calde" anche un corpo di polizia meccanizzata simile alla Sentinelle degli X-Men. 
Jake (John Boyega) vive la vita a trecento all'ora. La sua mattina tipo è svegliarsi appoggiato alle poppe di una favolosa donna mezza nuda, a cavallo di un acqua scooter, dentro la piscina olimpionica di una mega villa, abbandonata dai ricchi proprietari perché un kaiju ci è caduto contro. Jake è un pilota eccezionale di Jeager, un "top gun" in cui scorre il sangue dell'eroe Stacker Pentecost (Idris Elba), ma per lo più come stile di vita ha scelto di dedicarsi alla professione di ricettatore. Bazzicare le vecchie zone di guerra, scambiando auto da corsa con bancali di salsa barbecue, è diventato a tutti gli effetti il suo "gran ladro d'auto" in scala 1:1. Jake di massima (e come "skills") non è troppo diverso da Han Solo (e con questa dichiarazione credo in un minimo di avere ucciso almeno quaranta dei fan più intransigenti di Star Wars) e come lui ama sovente mettersi nei casini con la malavita locale per via di contratti e debiti multipli che finiscono in sparatorie disorganizzate. Mentre sta rischiando l'ennesima pallottola in testa per l'ennesimo problema di fiducia "dubbia", Jake incontra Amara (Cailee Spaeny), una ragazzina che è riuscita da sola a customizzare un piccolo Jeager monoposto (essendo "piccolo" non serve la doppia connessione mentale, Scrapper, sullo stile Boss Robot). Scrapper è buffo, veloce e trasformabile alla bisogna in sfera d'acciaio, come  il 75 per cento dei robot nemici che compaiono nei classici cartoni animati degli anni '70. Jake e Amara alla fine di una fuga rocambolesca alla guida del robottino, finiscono nelle grinfie delle "sentinelle" e per evitare la galera saranno spronati dalla sorella di Jake, Mako (Rinko Kikuchi), che riconosce a entrambi grandi capacità, a entrare (nel caso di Jake a "rientrare") nell'esercito, nel programma Jeager, proprio in un momento cruciale, di cambiamento. Presto infatti partirà un processo volto ad automatizzare del tutto i colossi meccanici. Ma filerà tutto liscio? 


- Rocket Punch al limone al tavolo 2: Ci sono spunti interessanti, ma la trama è in effetti più un pretesto per l'azione vera e propria, che invece è un aspetto grandioso e appagante della pellicola. Ci sono attori le cui capacità di recitazione sono insignificanti e offensive per un pubblico pagante, come Scott Eastwood (che già si candida a "attore di merda 2018", titolo detenuto con fierezza nel 2017 da quel muflone inespressivo di Liam Hemsworth per Independence Day: Rigenerazione), ma gli altri attori sono in palla e riescono a nascondere bene la cosa. Sembrava un disastro annunciato, ma per il mio sconfinato amore per i robot giganti giapponesi mi sarei pure accontentato in fondo di uno spettacolo in zona "Power Rangers" o  in zona "sequel di Starship Troopers" (peraltro gli ultimi due film di Aramaki direct to video li ho trovati divertenti, nell'ottica del guilty pleasure, anche se sono legnosissimi, pretestuosissimi e piattissimi). Buttava male. Già dal trailer quella musica rap (di un rap brutto e banale) in sottofondo mi aveva demolito psicologicamente, i nuovi Jeager non apparivano troppo interessanti (e almeno uno, quello con le "fruste di energia" lo trovo tuttora brutto in modo insalvabile), la sensazione di già visto era forte e Skull Island mi aveva dato vibrazioni più positive circa lo "stato cinematografico delle scazzottate". Mettici pure quella bestemmia di Scott Eastwood e il fatto che il regista originale si era defilato per girare uno spin off su Abe Sapiens di Hellboy dopo aver abbandonato Hellboy. E invece... Invece Pacific Rim "vol. 2", solo prodotto da quel genio Del Toro, che mi sta però salendo in antipatia, scritto e diretto dallo sceneggiatore di Spartacus e Daredevil Steven. S. DeKinght, qui al debutto alla regia, funziona. Cacchio se funziona, e pure bene, al punto che la serie potrebbe incassare, ripartire e fare meglio di prima. Anche se in America non se lo sta filando nessuno esattamente come il primo, nel mondo a solo 5 giorni dall'uscita ha già ripagato i costi di produzione e questo qualcosa vorrà pur dire. Dove è evidente che la storia è se vogliamo più abbozzata che mai, è nello "stile" che Pacific Rim: la rivolta risulta interessante. Del Toro, mantenendo la sua forte cifra d'autore crepuscolare, aveva uno sguardo tutto suo circa gli scontri tra robot e mostri. I suoi colossi guardavano ai meccanismi dei classici "primi robot", come quelli portati in animazione dai cartoni animati di Superman degli anni trenta. Con quell'impostazione in testa mixava nel look idee provenienti dagli anime nipponici anni '70, da Nagai a Tomino, e li metteva a pugni contro mostri chiaramente ispirati alle produzioni Toho in un contesto quasi steam-punk, rugginoso e pesante. Il film di DeKnight è una "fase due" in tutti i sensi, anche cronologicamente a livello di fonti di ispirazione, ed è più vicina nei cuori agli animefan italici della prima ora, nati con Goldrake. Per capirci, tra noi ultra-nerd, se il primo film in ottica "pesantezza dei robottoni" arrivava idealmente a Mazinga, il secondo Pacific Rim entra quasi nell'era Getter Robot, ma come look arriviamo con slancio quasi in zone oltre Getter Robot Last Days, passando per "quel certo" anime di Hideaki Anno. Questo si traduce con robot che, timidamente, iniziano già a volare. Con cabine di pilotaggio analogiche e piene di leve da tirare (troppo bella la sala comando di Scrapper con la sua doppia configurazione comandi per quando e umanoide e quando "palla"). Con piloti che si "spostano nello Jeager" seduti alla poltrona come in Goldrake o Trider G7 (quando succede sul Titan Redeemer che un certo personaggio si "sposti" dalla cabina di controllo su dei binari per gestire le torrette missilistiche stavo per avere un orgasmo). Con Jeager di "produzione di massa" con dummy system e mutazioni organico-bestiali. Con esseri bio-meccanici che si fondono insieme in complesse creature più grandi e con il classico scienziato pazzo stile Dr Inferno che dall'altro di un palazzo guida a distanza il mostro meccanico. Con le città dotate di rifugi sotterranei che scendono in profondità come treni, e manca "tanto così" che siano dotate di armi che nello stesso tempo vengono spinti in superficie tramite palazzi-armati. Tutte queste cose potrebbero farvi sussultare, come potrebbero lasciarvi del tutto indifferenti, a secondo della vostra età anagrafica. Ma se amate i robottoni classici potrebbero spararvi come proiettili nella prima sala cinematografica che trovate. Sono dettagli, ma sono davvero tanti e amorevoli. DeKnight è evidentemente un appassionato di animazione jappa e si è trovato alla guida di un team di altrettanti appassionati che hanno creduto un casino e fin da subito in questo progetto, forse più nerd e meno aurorale, sapendo spremere dalla loro passione tutte le cose più fighe che ricordavano e andando a correggere il tiro anche ad alcuni degli aspetti più stridenti del primo capitolo, tipo il famoso "muro", che non viene più manco citato. Ci sono dei pezzi mancanti rispetto al primo capitolo, ma l'impressione è che possano riassemblarsi in un terzo capitolo. Capitolo per cui posso già immaginare Jeager componibili e scomponibili formati da mini-astronavi stile Getter Machines. 


- Domanda: " Ma se non mi piacciono i robottoni, trovo antipatico Boyega, i cartoni dei giapponesi e il primo Pacific Rim mi è piaciuto così così cosa faccio? Vado lo stesso a vederlo? Ci stanno almeno tette e due pomiciate?". Bella domanda! Se vi ponete un quesito così articolato, la risposta che posso darvi è la rapida "lasciate perdere". Partiamo dal fondo. Se cercate "tette", la bellissima Rinko Kikuchi e tutto il resto del cast femminile, tra cui spicca anche quella bomba atomica di Jing Tian è qui molto pudico e non avvezzo alle docce miste stile Starship Troopers. Se ugualmente cercate tematiche se non sentimentali per lo meno da "young adulti", la storia si mantiene ampiamente sulle tematiche del confronto/scontro dei ruoli padre/figlio, sul senso di responsabilità e su un generico valore di "società positiva e solidale" fondato sulla meritocrazia (in una parola: favole). Se non vi è piaciuto il primo Pacific Rim e odiate a livello epidermico i robottoni siamo messi ugualmente male. Le chicche nerd piacciono per forza solo ai nerd e gli scontri tra mostri e robottoni, per altro ben rappresentati e coreografati, saranno comunque scontri tra mostri e robottoni che non vi piacciono.  Inoltre il tessuto narrativo non trasmette moltissimo e se si può parlare, a un certo punto, di "colpo di scena che cambia la prospettiva generale", lo stesso arriva moooolto telefonato e privo di una particolare inventiva. Boyega regge bene la scena e riesce a essere simpatico come sempre, peccato che sia "tutto solo" a tenere su la baracca, e se manco vi piace lui, la baracca crolla. Gli scienziati pazzi interpretati da Charlie Day e Burn Gorman sono più presenti rispetto al primo capitolo ma disinnescati di molta della follia che li caratterizzava e li rendeva particolari. Mancano attori del calibro di Idris Elba e Ron Perlman e si sente in genere l'assenza di un centroavanti che sappia per puro carisma catalizzare l'attenzione del pubblico quanto la trama langue. La Tian (vista anche in Skull Island, The Great Wall e nel clamoroso Fist of Bean con mister Bean!!!), anche se carina (parecchio) e volenterosa (pure, e amabilissima quando fa la "tsundere"), non si capisce bene che personaggio interpreti e quando avviene una certa "epifania" si ha la sensazione che si poteva svilupparlo meglio e si è scelto "apposta" di non svilupparlo (quindi la colpa è dello sceneggiatore DeKnight qui). Per lo meno nelle scene più fighe del film lei c'è. Permettere a Scott Eastwood di continuare a imperversare sul grande schermo con la sua mediocrità è a tutti gli effetti un crimine contro l'umanità di cui presto dovrà tenere conto l'ONU. Sergio Leone diceva del padre Clint che aveva solo due espressioni: con e senza cappello. L'espressione di Scott Eastwood senza cappello è "non pervenuta". Qualcuno dovrebbe provare a mettergli in testa un cappello, anche se qualcuno potrebbe impressionarsi a vedere un cappello che fluttua nell'aria. Battute a parte, Scott è una tragedia reale. Quindi abbiamo detto che non è il film per voi se non vi piacciono i robottoni, né Boyega e speravate almeno nelle gioie di un cast femminile o in una sottotrama romantica. Ma se cercate giusto un film senza pensieri? Per me cadete bene in questo caso. Il film da un certo punto di vista tutto suo è più semplice da seguire è pieno di azione divertente e colorata, adatta anche ai più piccoli vista la quasi totale assenza di violenza esplicita. Il cast dei ragazzi piloti di Jeager è poi ricco di volti simpatici che potrebbero essere ulteriormente approfonditi in seguito. Anche se il loro sviluppo attuale è accennato c'è il potenziale e alcuni sono proprio simpatici. Alla fine anche se i robottoni non sono il massimo che volete dalla vita, per due ore divertenti con questa pellicola siete a posto.


- Corri ragazzo laggiù: Pacific Rim: La Rivolta mi è piaciuto molto per l'azione concitata e i dettagli nerd sparsi ovunque, in grado di gasare alla follia il pubblico dei più appassionati. La storia è un pretesto carino, ma purtroppo non memorabile, e che si segue senza problemi all'interno di una cornice narrativa piuttosto interessante e che meriterebbe ulteriori approfondimenti e qualche attore di peso per risaltare di più. Chi dice che assomiglia ai Transformers di Bay, o non lo ha visto o non ha visto i Transformers di Bay. Adeguatamente epica la colonna sonora, bellissimi e ricchi gli effetti speciali, molto colorata la fotografia. I robottoni sono bellini quasi tutti (includendo pure il giocattolo "nascosto" raro da trovare nelle bustine), i mostroni non hanno una personalità troppo dirompente (problema anche del primo film) e dopo mezz'ora a fatica si ricorda la forma, anche se "vagamente si ricorda che sembravano fatti in modo decente". Io mi sono divertito e per molti aspetti di cui sopra, tra cui il mio affetto per gli anime più nagaiani, mi ha convinto, in certi ambiti, pure più del primo film. Se il primo vi è piaciuto, pure questo non sarà così male. Cercatelo sullo schermo più grande che la vostra zona dispone e il tutto sarà più bello. Non vedo l'ora di vedere il numero 3. 
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venerdì 30 marzo 2018

Midnight Sun - Il sole a mezzanotte: la nostra recensione



- Sinossi fatta male: Esiste nel mondo una malattia vera, terribile, letale quanto assurda e ingiusta, in grado di distruggere una vita in un secondo a seguito di una anche breve esposizione ai raggi solari. Chi ne soffre è destinato a vivere recluso in casa durante il giorno come un vampiro (ma senza i poteri), impossibilitato a qualsiasi vita sociale che escluda la gente della notte cantata da Jovanotti. Per la protagonista di questo film, la diciassettenne Katie Price, una manza atomica senza senso di cui abbiamo già parlato nel blog (Bella Thorne, che già nel remake di Amytiville distraeva dal contesto horror per la sua carica sexy), la vita spensierata dei suoi coetanei è sempre rimasta un dono da spiare dietro ai vetri oscurati della sua cameretta. Il padre (un Bob Riggle molto simpatico) è apparentemente tassativo e ultra-protettivo, soprattutto da quando la mamma non c'è più, ma ha il cuore grande e le vuole così un sacco di bene che un giorno, proprio per il suo diciassettesimo compleanno, le regala la chitarra che la mamma era solita suonare, ritrovata in soffitta e restaurata, con la quale autorizza la figlia affetta da questa malattia mortale a uscire di notte per strimpellare le canzoni, che lei stessa compone, vicino ai binari di una incredibilmente tranquilla stazione ferroviaria locale (aspetto che vi prego di appuntare come "prova A" a corredo del giudizio finale). Il capostazione la conosce, in caso di incipienti molestie potrebbe così sempre intervenire prontamente, tirando fuori dal nulla un fucile a pompa (siamo pur sempre in America in fondo). La manza atomica ha anche un'amica che fin da piccola non ha avuto alcun problema a frequentarla in orari notturni (aspetto che vi prego di appuntare come "prova B" a corredo del giudizio finale), lavora in una sfigata gelateria ed è innamorata dello sfigato gelataio con cui divide il bancone. L'amica si cruccia del fatto che la nostra eroina, per via del piccolo problema di cui sopra, non ha mai partecipato a una festa "ultra-cazzo-figata", l'unica occasione giusta nella quale, nel buio della notte come cenerentola, potrebbe incontrare il suo vero unico grande amore di tutta una vita, Charlie (il mitico Schwarzenegger... però Peter, non Arnold... sarebbe stato interessante vedere un Arnold di adesso tampinato da una diciassettenne comunque... scusate sono fuori tema), un ragazzino che per tornare da scuola passava sempre sotto i vetri oscurati della  cameretta di Katie. Seguono "cose". Direi "cose da Cioè", se esistesse ancora il magazine Cioè, ma posso abbozzare pure "cose da young adult", con il timore di offendere tutti coloro per cui young adult è solo l'interessante action/sentimentale Hunger Games. A un certo punto, in un chiaro caso di eccessiva fiducia nelle capacità dell'amato gelataio di realizzare una  festa ultra-cazzo-figata, le amiche finiscono nella laida festicciola con quattro gatti da lui organizzata con la partecipazione di due amici turnisti di Dungeons & Dragons. A quell'incubo però l'amica del cuore, miracolosamente, riesce a invitare il vero unico grande amore di tutta una vita di Katie. Quante cose avranno da dirsi la ragazza malata con tendenze da stalker e il timido ragazzo che tendenzialmente stalkerizzava fin da piccino e ora patisce, come top della sua vita adolescenziale, un po' di sfiducia per via di una carriera sportiva da nuotatore quasi infranta? Potrà la nostra eroina sfidare il destino e i raggi di sole (mettendosi magari un cappuccio in testa e via... lo so, sembra una stronzata, ma chissà mai... metti dietro ai testi c'è uno sceneggiatore un po' cretino e una cosa del genere potrebbe realmente accadere nella pellicola, e infatti...) pur di vederlo nuotare nelle gare scolastiche con rinnovato entusiasmo dopo averla conosciuta? Riuscirà la nostra eroina a diventare una cantante di grido, come ha sempre sognato,  in un mondo in cui per suonare e farti conoscere devi per forza esibirti in pubblico, con i problemi che può comportare suonare solo di notte (si vede che il film è ambientato in qualche strana distopia in cui internet si usa solo per condividere necrologi)? Sarà l'inizio di una fantastica storia d'amore o la grave malattia mortale della protagonista comporterà un colpo di scena inaspettato, stile l'arrivo dell'alba per i vampiri, per altro già presente nel trailer? 


- Scusatemi, sono affranto ma non ho sedici anni e sono sprovvisto di sensibilità femminile: ci sono un sacco di film che hanno coniugato la voglia di vivere e amare, anche in un contesto difficile come le malattie dagli esiti fatali. Ho in mente giusto Save The last dance, A Time for dancing, Guardami, Colpa delle stelle, Sweet november, Love Story, Life, Autumn in New York, Le invasioni barbariche, Mare dentro, Lo scafandro e la farfalla, Bianca come il latte, rossa come il sangue. Ma ce ne sono un mucchio, è una specie di filone narrativo a sé e in qualche modo "serve". Serve perché aiutano l'uomo della strada a considerare le persone malate non solo in ragione della loro malattia (anche se alla fine, spesso, lo stesso uomo della strada che si è commosso in sala o in tv, quando arriva a conoscere un malato "vero", cerca di evirarlo perché "porta male"). Serve per parlare dell'esistenza di alcune malattie e alimentare di conseguenza la  voglia di aiutare la ricerca scientifica per debellarle. Serve perché, toccatevi pure con tutti i ferri che trovate, le sfighe capitano ed eros e thanatos nella maggioranza dei casi confluiscono in modi meno eroici che in un film western. Per quanto sia per molti scomodo stare al cinema con una mano sui coglioni (perché almeno qualcuno li considera dei preziosi talismani organici anti-rogna) che rende più complicato usufruire insieme di bibita e pop corn, questi film pure piacciono al pubblico per questioni diverse, che si possono comunque utilizzare per "sensibilizzare sulla malattia". Buttandola sullo psicanalitico da accatto, in molti film "sulle malattie brutte", la storia di un amore che inizia e finisce troppo presto per "decorso delle stesse", viene assimilata per metafora (ultimamente scrivo di metafore assimilate in ogni post... sto diventando post-metaforico?) alle storie d'amore tour cour, magari quelle della adolescenza, che "similmente" iniziano e finiscono troppo presto, lasciando in corpo voragini di rimpianti e ricordi lontani (magari terribili ma qualche volta non letali). È una questione di percentuali in fondo, il fatto di dedicare più o meno del 50% della storia (ora la mia non è una percentuale matematica effettiva, perdetela giusto come esempio), per parlare dell'amore o della malattia, cambia il focus del film. Il sole a mezzanotte a mia sensazione, pur nelle migliori intenzioni, vuole cavalcare troppo questa suggestione/metafora che piace al pubblico, cioè "malattia < o = ad amore adolescenziale finito", cercando troppo di realizzare il gioco di prestigio di annullare quasi ai cento per cento il dolore della malattia e focalizzandosi sulle cose più belle dell'amore. Il film di Scott Speer (che oltre a questo ha diretto Step Up Revolution... ma è regista anche di videoclip come Nothing in The World di Paris Hilton), vorrebbe parlare di una malattia terribile come lo Xeroderma Pigmentoso, che vi invito a cercare in rete per informarvi, perché effettivamente esiste davvero e, come ci racconta il film, non se la cagano a livello scientifico perché troppo rara. Però se vi capita di guardare le immagini delle persone che ne sono realmente affette credetemi, vi si stringerà il cuore. Il film "glissa" su questo aspetto è mette in parallelo la bellezza interiore compensando quella esteriore della protagonista, come faceva il solo apparentemente grossolano Amore a prima svista dei fratelli Farrelly, che faceva apparire una ragazza sovrappeso ma buona di cuore con il corpo "esteriorizzato" di Gwyneth Paltrow.


Con la stessa nonchalance ci fa credere che può bastare mettersi un cappuccio in testa durante il giorno e poi la sera per lei torni ad essere tutto ok, ma un secondo dopo, in modo ugualmente troppo "leggero", la nostra eroina sbatte con la classica scena dell'alba nei film di vampiri (con una luce non troppo differente da quella che aveva combattuto nel pomeriggio con il cappuccio in testa). È straniante, scorretta, ma in fondo per me quasi lodevole e coraggiosa questa rimozione continua e scissione ricercata della ragazza dalla sua malattia. Qualche tempo fa avevamo parlato di un film altrettanto scorretto e coraggioso per motivi qui "invertiti", Andarevia. In quella pellicola, per scelta narrativa, i personaggi erano rappresentati unicamente attraverso i "comportamenti tipici" e ricorrenti in particolari patologie mentali. In Midnight Sun potremmo immaginare, in negativo, che la malattia non è stata trattata con la "gravitas" necessaria, che sia stata "rimossa" in un modo tutto narrativo (una rimozione che in natura invece è così difficile che probabilmente chi ne soffre non potrebbe accettarla neanche in una finzione). Ma potremmo pure immaginare, e questo è per me un punto di vista interessante, che la malattia in questo film si presenti così "da parte" in quanto è già stata "elaborata". Mi spiego. Il film salta le prime quattro fasi della elaborazione del lutto di Kubler-Ross, ossia la negazione, il patteggiamento, la rabbia e la depressione e arriva dritto alla quinta fase, la "accettazione". Da qui, dalla fine di un percorso atto a "metabolizzare (nel possibile) le cose brutte", il film "parte", scegliendo di  focalizzarsi  e dare valore alle cose belle e importanti che caratterizzano una persona in quanto tale e che la valorizzano e la rendono unica. Non come "persona malata" ma come persona. Questo approccio ardito e spericolato può spiazzare, può irritare, può far gridare allo scandalo, può far iniziare a ridere in modo isterico. Ma può essere anche compreso, accettato e, a livello epidermico, può fare in modo che il film riesca spontaneamente a far riflettere quanto a sollecitare le ghiandole lacrimali degli spettatori, anche in assenza della rappresentazione visiva/contenutistica delle fasi  di negazione, patteggiamento, rabbia e depressione. Diciamo che molti, umanamente, "compenseranno" così. Anche perché hanno accettato di comprare un biglietto per vedere un certo tipo di film. In sala ho visto fontane di lacrime e il cinema, che se le aspettava, è stato così previdente da fornire all'ingresso dei pacchetti di fazzoletti di carta in omaggio. 
Gli attori recitano bene, il film è pieno di momenti carini e commoventi, la regia è leggera e descrive in modo ordinato gli eventi, alla base c'è un libro bestseller che non ho ancora letto e quindi al momento non riesco a confrontare. Ma io, forse perché non ho la sensibilità che rende le donne la vera razza umana superiore, ci sono rimasto un po' male dai sistemi di "occultamento della malattia" predisposti dalla trama. La protagonista non l'ho mai avvertita davvero malata e in fin di vita, anche perché: a) pur nel limite di non poter assumere la luce diretta del sole ha delle amicizie che incontra la sera, come il 100 per 100 delle persone che già alla sua età lavoravo, compresa la sua amica che lavora in gelateria; b) ha un padre e un quasi-ragazzo che non si farebbero alcun problema a farle fare quello che vuole pur negli orari "notturni". Il dramma esistenziale della protagonista di "essere malata" e "non volerlo rivelare a nessuno" l'ho capito solo informandomi su internet della malattia di cui soffre. Per lo stesso motivo il finale del film l'ho trovato crudele in quanto  troppo repentino e troppo velocemente accettato. Mi sono più arrabbiato che commosso alla fine, ma questo Midnight Sun alla fine mi ha spinto per una mezza giornata ad interessarmi ad una malattia rara e così strana che credevo solo inventata. Mi ha spinto a riflettere un po' di più sul l'importanza di vivere felici a tutti i costi, anche e sopratutto quando la vita ti prende a calci nel sedere, anche quando per rendere "accettabile questa gioia, da parte di una persona malata" un film opera uno strano gioco di prestigio . E questo credo che non sia poco. 
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