domenica 20 gennaio 2013

Rec 3 – La genesi


 (pubblicità ingannevole)


Grossa premessa doverosa. Chiariamo subito un dubbio, così che nessuno dei lettori de “Le conseguenze” ci caschi. Questo non è un prequel di Rec, come vorrebbe farsi passare, ma una storia del tutto slegata e indipendente, che si svolge in parallelo con gli eventi del primo Rec. Esiste di fatto un collegamento diretto tra le due pellicole, ma è una cosa di una tale minimalità che quando la scoprirete vi farà solo pensare: “Ma dai?” Roba che se non avete di recente visto Rec nemmeno ci fate caso. Esiste di fatto una nuova pellicola di Rec, da poco ufficializzata, ma della quale si parla da anni, che segue direttamente gli eventi dal finale di Rec 2. E' da poco aperto un sito in merito, che reca un maxi-riassuntone video degli eventi di Rec 1 e 2, nemmeno ve lo linko, in quanto non dà traccia di materiale inedito e anzi costituisce il più osceno e tremendo spoiler alla saga, cosa che è a livello di rivelare quanti si celi nella scatola lasciata da Jigsaw alla moglie o spoilerare il finale dei Soliti Sospetti: in genere chi rivela tali contenuti dovrebbe incorrere nella pena della ruota (Mad Max, Oltre la sfera del tuono. Cit.). Stare alla larga di svariati chilometri!!!!
Tristezza ma non troppa. Bene, dopo aver chiarito che non siamo effettivamente alla presenza di una continuazione narrativa degli eventi di Rec 2, né ad un prequel degno di definirsi Rec 0, possiamo mestamente aggiungere di non trovarci nemmeno alla presenza di un Rec in genere per stile, contenuti, messa in scena. Il cuore pulsante di Rec 1 e 2 è il media che racconta la storia, che assurge ad unico materiale narrativo a unico mezzo, inadeguato, per scrutare la verità dei fatti. Nel primo Rec la “registrazione” era quella di una piccola troupe televisiva locale (mi sono immaginato a volte la versione nostrana con la Giorgia Colombo di Tele Lombardia), che pensando di fare un noioso servizio sulle emergenze notturne dei pompieri, esce con l'autopompa ad accompagnare i vigili nel tentativo di sedare lo strano caos che si è verificato in una palazzina spagnola. Noi vediamo e sappiamo solo quanto ripreso dal cameraman. Rec 1 è autentico. Recitato così bene da sembrare del tutto reale e plausibile (vi consiglio la versione in lingua originale). Non ci sono teste calde alla Walking Dead, non ci sono ragazzini fatti e rissosi come un Venerdì 13. E' dannatamente “vero”, sembra di assistere a qualcosa di credibile, reale. Questo grazie a due registi Balaguero e Paco Plaza, che hanno saputo misurare tutto alla perfezione e anche grazie a ottimi attori. Il risultato di tale perfetto bilanciamento è che la storia è sinceramente e completamente terrorizzante. Capolavoro. E allora si replica, sempre Balaguero e Plaza alla regia. In Rec 2 vengono moltiplicati i punti di vista. Seguiremo dei ragazzini intenti a filmarsi che finiranno per entrare in un brutto posto, come le forze dell'ordine che in seguito sono giunte nello stesso stabile attraverso le telecamere che portano sull'elmetto. Il risultato delle riprese con i militari è una forma espressiva del tutto innovativa, che ricorda per più di un momento gli sparatutto in prima persona alla Doom o alla Call of Duty. Fenomenale. La storia riesce anche a crescere ulteriormente e si delinea una figata stratosferica. 


L'attesa per il terzo capitolo è forte. Rec 3 lo dirige solo Plaza; i due registi si sono accordati così, la quarta pellicola la dirigerà solo Balaguero. Probabilmente l'idea è di moltiplicare l'impegno e rendere due visioni diverse della saga, laddove lavorando insieme i due si autolimitavano. A Plaza un prequel, Rec 3. A Balaguero un sequel, Rec 4. Quando fantasticavo su Rec 3, mi immaginavo che sarebbe stato fichissimo se non ne avessero fatto una pellicola, ma una sola registrazione, magari da vendere in cd, nello specifico un audio-diario del particolare inquilino del palazzo che poi è il motore della storia. L'idea mi sembrava bella ed esaltante anche in ragione dell'utilizzo di un media di registrazione differente, che non prevedeva appunto l'uso di immagini. Mi immaginavo a sentirmelo di notte in cuffia e a non dormire per i successivi tre mesi. Ovviamente non era un'idea spendibile autonomamente, ma come extra di un dvd sarebbe stata un prodotto niente male, magari in abbinato al film che è il seguito diretto di Rec 2. Poi arrivano le primi indiscrezioni su Rec 3, la registrazione-soggetto narrativo prescelta è “il filmino delle nozze”. Ok, un media interessante. Interessante perché in genere si caratterizza oltre che per una ripresa più professionale, anche per un lavoro di post-produzione. Cioè quanto volto all'inserimento di musiche di Joe Cocker e dei Queen, le scritte “evviva gli sposi”, le irreali foto-set in cui lo sposo spinge la sposa su di una altalena in riva al mare anche se il pranzo si è tenuto in Val d'Aosta, la scena dello scherzo del water... (per i 2 che non lo conoscono: invadere nottetempo dimora degli sposi e adagiare pellicola da cucina trasparente sul bordo del water, filmarsi in modo idiota mentre ci si occupa delle operazioni e immaginare che i novelli sposi abbiano un impellente e irrinunciabile bisogno di servirsi della struttura igienica casalinga, magari per concepire qualcosa di enorme.Telefonare il giorno dopo registrando la reazione al telefono). 
Insomma, fantasticavo di un filmato che veniva montato e rimontato togliendo le parti horror della storia con dei cut, magari da integrare con le scene in diretta trasmesse dalla stessa tv su cui si opera in montaggio, relative agli eventi del primo Rec. Poteva essere una figata, se fatto bene e Rec Genesis parte proprio così, raccontando la storia di un matrimonio spagnolo, alternando a un cameraman professionista per matrimoni, un cameraman dilettante che sta facendo di suo, a livello di amico, il classico filmino casalingo della festa. Manco dieci minuti e...disastro. Le telecamere vengono accantonate e tutto diventa un convenzionale film horror. Non solo! I personaggi sono tutti stereotipati come in un film horror teen e la sceneggiatura si riempie di trovate buffo-grottesche. Ottima regia, attori calati nella parte in un contesto alla Notte dei Morti Dementi con Pegg, trovate niente male anche a livello visivo e ottimo ritmo narrativo. Pure il finale è interessante e spassoso, con la sposina, bravissima l'attrice e moolto carina, che sbrocca manco fosse Cameron Diaz in Cose Molto Cattive all'urlo forsennato di “questo è il Mio giorno!”. Ma non è Rec, del quale al massimo ne importa alcune suggestioni e “regole” relative ai personaggi degli infetti, oltre ai riferimenti alla prima pellicola e poco altro. È un film che se non avesse portato quel nome avrei comunque visto e apprezzato e pertanto un'opera che mi sento di consigliarvi se volete divertirvi una sera in compagnia. Forse questa scelta stilistico-registica si può spiegare in un tentativo di allargare il brand ad applicazioni più convenzionali ma comunque carine, cercando nel contempo di non ancorarsi a strutture narrative di riferimento, ma che risultano difficili da rielaborare sulle lunghe. In fondo anche l'impostazione del 3 può “starci”. Se il media del primo film era una telecamera, da ciò derivava una prospettiva documentarista, Se il media del secondo era la telecamera a caschetto dei militari, da ciò derivava una prospettiva da videogioco. Il media del terzo è per logica lo stesso “film” che stiamo vedendo, ossia un modo di raccontare la realtà attraverso la finzione scenica: immaginate di vedere Natural Born Killers di Stone e poi un ipotetico documentario realista sul duo protagonista, come fossero persone reali. In effetti è sempre più difficile trovare nuovi modi di spaventare utilizzando le telecamere in modo originale...Penso a Paranormal Activity. Cosa si inventeranno per il 5 dopo il kinetic per il quattro? Telecamere negli ascensori? Nastri a circuito chiuso dei grandi magazzini? Autovelox?
Rimane l'amaro in bocca per quelli che speravano di tornare nelle atmosfere della prima e seconda pellicola, scoprire altri risvolti sugli eventi. Ma è un amaro in bocca che passa presto: data la megaposticipata uscita italiana di Rec 3 unita al fatto che Rec 4: Apocalypse è quasi finito. 
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sabato 19 gennaio 2013

Il sospettato X


di Keigo Higashino 

Un uomo pericoloso ritorna nella vita di Yasuko, che ha rinunciato alla vita degli Hostess Club (servirebbe un libro intero per spiegare cosa siano e soprattutto perché i giapponesi ci vadano, un libro che comunque non sarei in grado di scrivere, essendo io troppo poco giapponese. In sostanza: locali in cui si può bere in compagnia di belle ragazze agghindate un po' da zozze - assolutamente vietato per legge qualsiasi contatto fisico - confessarsi con loro sotto gli effluvi alcolici manco fossero delle psicologhe freudiane destrutturaliste, pagare il conto, in genere elevatissimo, e tornare da soli a casa . Immaginate un posto dove potere parlare con Cristina Chiabotto della prematura scomparsa del vostro pesce rosso e alla fine della conversazione lei vi prescriva un Aulin. Roba da giapponesi...) per diventare la commessa di una tavola calda e essere una madre migliore per la figlia Misato. Succede qualcosa di irreparabile, ma il vicino di casa di Yasuko, lo schivo insegnante di matematica Ishigami, un genio mancato, si offre di aiutarla. La polizia indaga, tentenna ma ha dalla sua un asso nella manica, un consulente esterno tanto sfuggente quanto infallibile, il professor Yukawa (più fuso del Mentalist, più divertente del tizio con nasone di Numb3ers, quasi un Dr.House). Sfida di cervelli. Tra Ishigami e Yukawa si svolge così una complessa partita a scacchi la cui posta in gioco sarà altissima: il primo cercherà di nascondere la verità, il secondo sarà determinato a farla venire a galla. Sembra di essere tornati dalle parti di Death Note! Questa volta a cavarsela sarà Light o “L” (io tifavo da sempre per L, ma alla fine del manga davo ragione pure a Light. Il miglior giocatore comunque è stato “M” a mio avviso, le sue strategie erano assolutamente fuori di testa. Sto divagando?...sì, sto divagando...)?
Chi non conosce il mitico romanziere Keigo Higashino e il personaggio principale di molti dei suoi romanzi gialli, l'eccentrico geniaccio assistente di fisica soprannominato detective “Galileo”? Ma naturalmente coloro che hanno avuto la possibilità di imbattersi in questo bellissimo romanzo, il sospettato X (il titolo corretto sarebbe “la devozione del sospetto x”), pubblicato da Giunti per la collana Mystery! Se quest'opera avrà successo, magari arriveranno da noi anche le altre millemila opere di Keigo Higashino e saremo tutti felicissimi. La scrittura è fresca, dinamica, veloce. Sebbene traspaia la cupezza della materia, molte sono le parti divertenti e il personaggio di Yukawa è un autentico idolo delle folle. Con poche pennellate viene descritto un intero e dettagliato universo narrativo. I personaggi sono molto curati, soprattutto i due antagonisti, gli altri sono piacevoli pur se sostanzialmente solo funzionali all'intreccio narrativo. Cuore dell'opera è comunque la soluzione del mistery, le geniali trappole architettate da Ishigami per impedirlo e le tecniche poco ortodosse di Yukawa, che non si occupa di esaminare tracce quanto più di provocare reazioni chimiche-emotive per far impazzire i colpevoli. Subdolo. Geniale. Partivo con poca convinzione nella lettura, mi sono trovato a goderne sempre di più pagina dopo pagina. Il contesto narrativo, una Tokyo a metà tra la skyline e le tende azzurre degli homeless è affascinante e abbastanza inconsueto come scenario; se comunque vi ha colpito, potete ritrovarlo in opere come il manga Homunculus di Yamamoto e nello splendido e poetico film animato Tokyo Godfathers dello scomparso e insostituibile Satoshi Kon.
Dal libro è scaturito un film giappo per il grande schermo, un film coreano per il grande schermo ed è in lavorazione pure un remake a stelle e strisce. Il che non è poco né male...
Ecco il trailer del film jappo

Sì, parrebbe una puntata di Mentalist - Nubr3rs. Sembra divertente.
Invece il trailer della pellicola coreana da una più esatta percezione dell'atmosfera del romanzo e sembrerebbe pure un film che vorrei vedere. Non so se arriverà mai in italiano ma è comunque niente male per immergervi nell'atmosfera del libro che, confido, leggerete e troverete bello in molti.



Inizia ufficialmente il toto-attori per la versione americana e servono attori ancora giovani...voi chi ci vedreste? 
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venerdì 18 gennaio 2013

Django


 di Sergio Corbucci

Fango. Stivali logori incedono facendo strisciare qualcosa di molto pesante, qualcosa che le braccia, pur cercando di essere rilassate, faticano a trascinare. L'inquadratura si allarga, si scopre che è un pistolero vestito con una divisa dell'esercito nordista, si scopre che quello che sta strascinando, con la sola sua forza, è nientemeno che una bara. La musica esplode, i titoli di testa sono accompagnati da un pezzo cantato da Rocky Roberts che ormai è leggenda (la colonna sonora di Django ha avuto pure lei un pazzesco seguito, soprattutto e stranamente in Giappone, dove la canzone più apprezzata dei Queen è a tutt'oggi I'm going slightly mad... paese, sempre più strano più cerchi di conoscerlo..).
Esistono dei classici, opere in grado di suggestionare intere generazioni, che nascono per caso, quasi ci fosse una misteriosa alchimia tra destino ed esperienza dei cineasti. Nel caso di Django tutto sembra essere partito da una singola idea, quasi un'apparizione metafisica, un uomo che cammina trascinando la sua bara. Il resto è venuto dopo, ma tutto è servito a suggello della potenza di questa immagine, caduta forse in sogno a Sergio Corbucci. Corbucci era un regista instancabile, quasi un artigiano esperto costretto a lavorare a cottimo, uno spirito indomito con una forte umiltà, prolifico oltre ogni dire, nel bene e nel male. Viene quindi facile paragonarlo oggi a Miike. Che sia solo un caso il fatto che Miike abbia diretto Sukiyaki Western Django? Anche lui prolifico, anche lui geniale. Corbucci di capolavori ne ha fatti a bizzeffe e questo Django rientra di diritto nella storia del cinema e con lui Franco Nero. Non solo, Django diviene una stupefacente opera seminale, in grado di influenzare pesantemente la cultura pop, non solo occidentale ma anche orientale. A vederlo oggi suonano decine di campanelli, si fanno collegamenti sorprendenti. Django di fatto veste in molte scene come Jan Solo, Django porta nascosta la stessa arma di Itto Ogami (solo che quest'ultimo la stipa in una culla, simbolo del futuro, mentre Django usa una bara, simbolo del passato da dimenticare), la stessa mitragliatrice ha nel film di Corbucci un ruolo da protagonista in una scena che pare del tutto simile ad una sequenza di Aliens scontro finale (versione estesa). E questo senza ricadere nelle citazioni-omaggi più evidenti come il predicatore di Trigan (con Croce armata), El Mariachi (con chitarra armata), il pistolero di Gungrave (un mix tra Django e El Mariachi), il robot pistolero di Burst Angel, il personaggio di Go Nagai (che appare anche in Mazinger the impact di Imagawa) che si chiama guarda caso Django, un letale pistolero con cicatrici armato di due revolver, vestito da cowboy e con al collo un poncio.
Tutto questo non è un caso, Django è una pellicola strapiena di trovate visive e narrative, in cui è davvero difficile prevedere il corso degli eventi. Una pellicola che risulta godibilissima anche oggi e se ne venisse fatto un remake serio, uscendo così dalla cerchia dei soli appassionati di genere, sarebbe ancora in grado di sbancare ai botteghini. Ma fare un remake di Django deve essere argomento da far tremare le gambe a tutti, non si può toccare un capolavoro. Ed ecco che piuttosto si cerca la strada delle opere “di ispirazione”, come Sukiyaki Western Django e Django Unchained (di fatto Tarantino ha sempre scelto tale approccio, anche nel caso de “Quel maledetto treno blindato” non ne ha fatta una copia con Inglorious Basterds, ma se n'è solo servito da ispirazione per parlare di qualcosa di simile ma nel contempo molto diverso).
Ma il cuore di tutto, quello che rimane a imperversare nella testa è proprio quell'immagine potente di inizio film. Quell'uomo che trascina la sua bara. In una scena gli viene chiesto se ci sia qualcuno in quella bara e l'uomo risponde: “Si chiama Django”. Perché di fatto quella bara contiene lo stesso Django, ne contiene il passato, la sua vita passata e il suo senso di colpa . Così come serve da contenitore o promemoria per introdurre quanto serve per accaparrarsi un futuro. È comunque un pesante fardello. Gli sarà davvero sempre utile trascinarsi dietro un tale peso? Oppure è più giusto che sia la terra ad occuparsi di custodire le bare?
Franco Nero è straordinario, tutti gli altri attori sono perfettamente nella parte. La regia è strepitosa e presenta tecniche di ripresa inconsuete, come una scazzottata ripresa con telecamera a mano per dare una maggiore dinamicita (non è un caso che assistente alla regia sia un certo Ruggero Deodato, l'uomo di Cannibal Holocaust, quello che ha reso forma d'arte la ripresa con telecamera a mano, colui dal quale tutti hanno copiato prima con Blair Witch Project e poi con la new wave dei film in cui l'occhio diviene una telecamera digitale). La musica è maestosa e fa ancora accapponare la pelle.
Spero di avere incuriosito un po' quanti non hanno ancora visto la pellicola. Cecchi Gori ne offre un blu ray piuttosto dignitoso, considerando l'età dell'opera, targata 1966. Assolutamente da vedere, magari come propedeutica al nuovo Tarantino, magari in abbinamento al Django di Miike. 
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giovedì 17 gennaio 2013

Hansel e Gretel witch hunters






Geremy Renner, l'occhio di falco più amato da grandi e piccini (ma lo ricordiamo amorevolmente anche per the Hurt Locker, 28 Setttimane Dopo e l'ultimo felice Bourne) e Gemma Artenton, una delle gnocche più significative del recente panorama filmico (Quantum of Solace la vedeva in una reinterpretazione godfingeriana, in Scontro tra Titani così come in Prince of Persia era l'unica ragione per vedere le suddette pellicole, in Tamara Drewe reggeva da sola la pellicola, con i suoi shorts..). Saranno loro i fratellini Hansel e Gretel in salsa Van Helsing che metteranno a ferro e fuoco streghe e demoni nella nuova pellicola di Tommy Wirkola. Nel cast anche la bellissima Framke Jansen (Jene Gray- Fenice negli X-men). Tommy Wirkola si è distinto per Dead Snow, film norvegese che vedeva la resurrezzione dai ghiacci di simpatici zombie nazisti, oltre che per aver diretto Kill Buljo , di cui il trailer



Ma per voi insaziabili già vi preannuncio che nel 2013 potrete pure mettere le mani su Kill Buljo 2, buongustai!
Riuscirà un budget decente a far esplodere questo talento nordeuropeo?
Vi faremo sapere. 
Talk0

mercoledì 16 gennaio 2013

Superman Man of Steel


L'uomo d'acciaio
Speriamo sia la volta buona, davvero. Il più grande dei Supereroi, l'alieno che si è fatto uomo per amore della Terra, si meriterebbe finalmente, oggi che gli effetti speciali sono tanto evoluti e al cinema si vedono pellicole come The avengers, un film che ne esprimesse appieno tutte le potenzialità. Il film originale di Donner con il compianto Christopher Reeve è ancora un capolavoro di scrittura e regia, mirabile allo sguardo anche oggi. Il mondo si stupisce quando vede Superman-Clark Kent ancora bambino correre più veloce di un treno e iniziare le prime levitazioni. Alcuni rivedono alla follia quelle sequenze quando iniziano a prendere piede le prime videocassette. Risultato? Quando prendevi a noleggio in videoteca Superman, appena arrivavi alle suddette scene la pellicola aveva un solco pauroso, l'immagine entrava in bianco e nero, l'audio scompariva o le parole venivano pronunciate con satanica lentezza. Le due pellicole che ne sono seguite hanno tenuto desto l'interesse e hanno di fatto rappresentato il massimo in campo supereroistico per molti anni. Il capitolo quattro poi è uscito, è andato fortissimo in Giappone (strano popolo..), ma il resto del mondo (un po' a ragione) ha guardato da un'altra parte. Poi Superman è tornato, anni dopo, con una serie tv di culto, Smallville, che mischiava interessanti trovate da teen horror con i primi passi di un giovane Superman nella comprensione dei suoi poteri e le prime prurigini adolescenziali nel contesto di Smallville, città dove è “caduto” per essere poi adottato dai Kent e dove frequenta il locale liceo. In aggiunta, la sua classica nemesi pelata, Lex Luthor, diviene addirittura un amico di infanzia dell'eroe-non-ancora-eroe, il che ricorda tantissimo un plagio, riproducendo il rapporto tra Peter Parker-Spiderman e Harry Osborn-Obgoblin, che è materia obbligatoria in supererologia anni '70, non una trovata nelle ultime incarnazioni di Spiderman... ma si sa, tra DC e Marvel i “prestiti” di idee sono cosa abbastanza comune e tacitamente accettata. Ma come rendere possibile il fatto che un eroe potente come Superman non schiacci in un nanosecondo tutti i ceffi di Smallville? Facile! Superman teme la criptonite? Ricopriamo della medesima tutta Smallville e il nostro eroe apparirà per il 90% del tempo quale un cerbiatto indifeso in balia dei lupi (il che piacerà di sicuro alle ragazzine per il loro noto “complesso della crocerossina”, oltre a soddisfare la loro segreta passione per gli attori giovani e belli che recitano spesso a petto nudo e sudato...). Ma prima di narrare l'eroe al liceo, perchè non parlare di come era da bambino, quando levitava e correva più veloce di un treno? Ma ovviamente no, sono scene già viste nella pellicola di Donner, abbiate pietà! E invece arieccovele! Smallville funziona? All'inizio sì. Poi la warner-D.C., dimostrando una strategia innovatrice degna del palinsesto di rai 1, decide di perpetrarlo dolosamente per tipo dieci stagioni, investendo sempre meno budget. La trama, per i detti motivi conservativi, non decollerà mai, ma proprio mai, mai, mai e il pubblico farà progressivamente e sempre più rapidamente il sacrosanto gesto di cambiare canale. Nel mentre, quando Smallville ancora valeva qualcosa, si mette in cantiere un film e lo si assegna nientepopodimeno a Bryan Singer, l'uomo che ha portato al cinema gli X-men e in tv il Dr. House. Singer accetta, accantonando momentaneamente la scrittura di un arco narrativo dei fumetti degli X-men, che non riprenderà mai (ma nel futuro, chissà....magari nel futuro passato...). Le fan di Smallville inneggiano e sperano in uno Smallville per il grande schermo e, devo essere sincero, pure io ci spero: all'epoca poteva starci che abbandonata Smallville gli interpreti si spostassero a Metropolis e Clark Kent diventasse effettivamente Superman, magari poteva pure continuare la serializzazione del telefilm, con cambio di nome da Smallville a Metropolis appunto. Magari anche qualcuno ai piani alti della D.C.-Warner la pensava così, ma Singer non è di questo avviso. Il regista dichiara il suo amore incondizionato alla pellicola di Donner e decide che il suo Superman Returns sarà un sequel diretto della stessa, frega una sega di Smallville. Il serial tv di fatto prosegue facendosi i casi suoi e diventando un abominio televisivo, raggiungendo punte di inguardabilità massima da quando al cast si aggiunge il supereroe Freccia Verde. Personaggio gestito in modo così insulso, ma così insulso, che quando l'anno scorso la D.C.- Warner decide di fare un serial a parte su Freccia Verde, dal titolo Arrow, scarica nello sciacquone tutto il character creato per Smallville, insulso attore compreso, ripartendo da zero con storia, scenario e nuovo (insulso ma palestrato) attore.
Ovviamente in Superman Returns non si può quindi usare il cast di Smallville, allora l'uomo vestito di rosso e blu viene interpretato dal tremendo Brandon Routh. Solo a nominarlo so di aver provocato dei brividi tanto ai fan di Superman che ai fan di Dylan Dog. Resistete amici, vi sono vicino. Per interpretare Luthor, Singer chiama l'uomo grazie al quale è diventato il regista di successo che è oggi, la star dei “Soliti Sospetti”, sua prima importante pellicola, Kevin Spacey. Per dimostrare che gli amici non si abbandonano, chiama in causa pure l'attore che fece Ciclope nel suo X-men, James Marsden, motivo per il quale lo stesso ha dovuto anzitempo abbandonare il set di X-men conflitto finale, con le splendide e note conseguenze note circa le sorti del personaggio di Ciclope. I fan degli X-men sentitamente ringraziano, esponendo a Singer il dito mediano. Si cerca pure di ricreare in cg Marlon Brando, il papà alieno di Superman nel film di Donner, l'effetto finale è strano e inquietante. Superman Returns può esimersi dal fardello di rinarrare l'infanzia di Superman come nel film di Donner, con il piccolo Clark che corre più veloce di un treno e inizia a levitare? In fondo sono scene viste e riviste e riviste pure in Smallville in quello che è un vero abuso criminale del tempo ai danni dello spettatore e dei suoi testicoli. Ma ovviamente no, non si può prescindere da tali stucchevoli e reiterati siparietti! Singer dichiara così il suo amore per la pellicola di Donner: un lavoro misurato e fortemente retrò, tutto magnificamente fotografato e corredato da ottimi effetti speciali, suppportato da una buona recitazione, non ottima per via di ciccio-bello Routh, il cui ciuffo ribelle è unica dimostrazione del fatto di non essere un pupazzo di gomma. Reazione del pubblico: una prolungata e sentita pernacchia. Questo perchè? Ve lo dico con tutta la bile che ho in corpo: se siete persone sensibil saltate direttamente al paragrafo successivo. Lex Luthor è affascinante, la dimostrazione che un uomo senza poteri può mettere nel sacco una semi-divinità, se questa gioca solo lealmente e allo scoperto. Avere a che fare con Luthor e non essere scaltri come Batman (tanto per rimanere in Dc) significa correre come dei pazzi a destra e manca per disinnescare delle potenziali minacce (dice il saggio: chi non ha testa, ha gambe). Ma questo lo abbiamo già visto e rivisto e rivisto e rivisto. Tanto alla fine Superman non lo darà mai quel pugno a Luthor, quel pugno famoso con cui gli staccherebbe la testa dal corpo facendola di conseguenza schizzare nella stratosfera. Luthor ha rotto, ha scassato, basta! Dateci un po' di lotta, fateci sognare. Avete presente Neo in Matrix? Lo scontro con l'agente Smith nel terzo film? Quelle sono cose che dovrebbe fare Superman. Pugni che lanciano gli avversari contro palazzi, occhi che inceneriscono. Diamogli un maledetto, degno avversario, spostiamo lo scontro su tutto il mondo narrativo, galassia compresa, usciamo dal pianerottolo di Smallville-Metropolis e dalle sottane di Lois Lane! E visto che Superman è la dimostrazione che gli alieni esistono, diamogli qualche alieno di peso da affrontare, qualcosa di grosso e cattivo (no, non parlo del Generale Zod, è il secondo nella lista di quelli che ormai hanno rotto). Si può vedere, di grazia, Superman affrontare Darkseid (alieno contro alieno), Solomon Grundy (alieno contro mostro immortale), un dannato motherfucher come Lobo (colui che protegge un mondo altrui contro un pazzo jocker spaziale che ha disintegrato il suo stesso mondo), Bizzarro (..certo verrebbe un film fuori dagli schemi, magari ambientato proprio in mondo bizzarro)? Vogliamo osare? Vogliamo essere fedeli al fumetto come si è fatto in Sin City? Basta scene sulle origini, teniamo come assunto di fatto che il mondo sia già pieno di mostri, alieni e supereroi, che la gente non ne può più di storie sulle origini, andiamo in un momento davvero caldo, qualcosa che può davvero essere più interessante di millemila “capitoli 2”. Allora via alla trasposizione tavola per tavola de “La morte di Superman”, voglio sentire il suono di quei pugni in grado di far tremare la terra, voglio vedere Superman contro Doomsday! E ci sarebbero già le basi per la seconda pellicola, basata sul “ritorno di Superman”, dove davvero si può indagare sul mito, sull'icona. Non mi pare di stare chiedendo cose troppo barocche e magari poco in linea con le scelte editoriali canoniche, non chiedo la trasposizione del ciclo narrativo Red Son. Ma qualcosa di forte serve, perchè Superman è un eroe stra-cazzuto e non può e non deve essere relegato alla solita sterile storiella d'amore con Lois Lane o alle merende in compagnia come già temo saranno i primi episodi dei superamici-justice league. Dateci pittosto Kingdom Come, dateci il finale di Dark Knight con lo scontro di Superman contro Batman così, senza preamboli e 9 film a giustificarli. Diamo la forza ai fumetti di esprimersi al massimo per quello che modernamente dovrebbero rappresentare: miti moderni.Nessuno ha mai chiesto un prequel dell'Iliade con le avventure di Achille. Non storielle buone per essere raccolte in serie e farci il grano (se produci cose belle poi il grano arriverà comunque), qualcosa in grado di stimolare e ispirare i lettori. Fine dello sfogo.
Oggi siamo qui ad aspettare la nuova incarnazione di Superman, anche in questo caso è stato chiamato un regista molto bravo, Zack Synder (Watchmen, 300), anche qui a indossare il mantello rosso è un attore che sulla carta non mi dispiace, quell'Henry Cavill che ho trovato molto valido nel pur controverso Immortals (stilisticamente ottimo, ma piuttosto sterile nonostante un maestoso lavoro sia evidente, per tacere lo scempio con cui ci è arrivato, con scene tagliate in modo così arbitrario dalla 01 distribuzione-Rai, che manco il parroco de Nuovo Cinema Paradiso, una autentica vergogna). Le informazioni sulla pellicola sono ancora poche, pochissime. Pare si voglia battere la pista dark. Curiosità: Tim Burton voleva girare un Superman Dark e far vestire i panni dell'eroe al mitico Nicholas Cage. Se ne parlò per molto, i lavori dovevano pure essere partiti quando Burton ricevette lo stop dalla D.C.Warner e, così disse il regista in un'intervista, per “sfogarsi” si dedicò al truculento-bellissimo Il mistero di Sleepy Hollow. Ora quindi la linea dark sembra invece accogliere consensi. Pare. Sì, anche se così poco è emerso finora, dal trailer pare chiaro che dovremo nuovamente sorbirci l'ennesima, inutile, insopportabile, pacchiana, superlfua, stomachevole ri-narrazione delle origin di Superman, con il maledetto bambino che va più veloce del treno e solite trite porcherie. Questo nell'ottica di fornire un nuovo maledetto film-base, da affiancare ad altri film-base, per poi arrivare al  filmone collettivo sulla Justice League, sul modello vincente di quanto accaduto in Marvel e culminato nel film degli Avengers. Per farmi passare questo stato di fastidioso sconforto spero davvero che Synder tiri fuori un dannato capolavoro.

Il trailer non pare male, anzi. C'è pure Russel Crowe.. Speriamo bene. 
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martedì 15 gennaio 2013

La Madre (Mama)




Guillermo del Toro colpisce ancora e ci riporta alle malate atmosfere del Labirinto del Fauno. L'unica cosa buffa di questa pellicola è il nome del regista, Andy Muschietti (ah ah ah ah...ok, ora basta...). Per il resto non c'è proprio nulla da ridere. I genitori muoiono in modo misterioso, le figlie sopravvivono ma quando vengono ritrovate si muovono sui muri con la grazia di ragni satanici (per me è per colpa del troppo zucchero nei cereali..).

Del Toro non va troppo per il sottile quando vuole spaventare, prepariamoci quindi a farcela tutti addosso all'unisono.



Ecco il film ideale che vedrei bene in uscita per la festa della mamma....

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lunedì 14 gennaio 2013

Una lettera per Momo




Momo ha 11 anni e da poco ha perso il padre e ora si è trasferita su un'isola per stare nella casa della zia insieme alla madre. Ambiente nuovo, forse nuovi amici. Ma c'è qualcosa di sinistro in soffitta, qualcosa che si muove, urla e saccheggia casa. Stiamo per assistere al nuovo capitolo di Ju-oh? O forse no...


Meto il link anche al trailer in italiano, che per qualche strana ragione non riesco a caricare..

Trailer italiano

Tra i film d'animazione e i film tradizionali esiste una zona d'ombra, che mi piacerebbe identificare come i “film in animazione”. Una scelta di design particolarmente tesa al realismo, tematiche in genere adulte, tecniche di ripresa che tradizionalmente richiamano il girato su pellicola di ambienti reali. L'effetto finale, a occhi socchiusi, è di trovarsi davanti a una pellicola con attori in carne e ossa, capace però di guizzi, di effetti speciali propri dell'animazione. Una specie di corrente “realista” o pseudorealista, mi verrebbe da azzardare, terreno sul quale spesso, ma non sempre, si sono spesso confrontati registi come Otomo ed Oshii, il territorio dove ha dominato per me incontrastato Satoshi Kon e sul quale con Momo fornisce una splendida performance Okiura.
Ho constatato di persona che queste opere hanno l'immenso potere di far avvicinare all'animazione gente che in genere la detesta e questo non può che creare un nuovo e suggestivo canale per l'animazione moderna. Di certo ciò non si sarebbe potuto comunque verificare in assenza della forza evocativa di opere come Akira, Ghost in the Shell, Perfect Blue o Paprika e Jin-roh, autentici gioielli non solo per il campo dell'animazione ma per la cinematografia tutta.
Okiura si era già distinto come astro nascente dell'animazione grazie al sublime Jin-Roh (la trovate in dvd, edita da Yamato video, ovviamente ne riparleremo). Atmosfera cupissima, mooolto sangue, un ritmo narrativo perfetto e un comparto tecnico all'avanguardia, supportato da una cura maniacale per il dettaglio, curato da Production I.G. , lo studio di Ghost in the shell, tanto per capirci (che trovate in blu ray by Dynit insieme a al seguito Innocence, anche di questo prima o poi parleremo). La trama era letteralmente da fuori di testa, geniale: in un distopico Giappone degli anni 60 avviene il doloroso percorso di dis-umanizzazione del militare Fuse, che perderà la sua umanità riconoscendosi quale lupo, ripercorrendo sinistramente la favola di cappuccetto rosso. Geniale quanto tetro. La sceneggiatura è non a caso del cupissimo Oshii, ma leggende urbane sostengono che Okiura abbia in qualche misura provveduto a un alleggerimento della trama. Ma l'aspetto di Jin-roh che davvero bucava lo schermo, come si dice in gergo, era la recitazione dei personaggi animati, realistica quanto assolutamente fluida e credibile. A questa si aggiungeva un doppiaggio spettacolare. L'effetto pellicola, di cui sopra vi accennavo, veniva così raggiunto. Il successo conseguente ha fatto di Jin-roh una pietra miliare dell'animazione giapponese. Okiura fa il pieno di complimenti e premi e conscio di non voler più realizzare qualcosa di tanto tragico (il suo maestro Oshii invece ci sguazzerà, concependo il tombale e senza speranza The Sky Crawlers, altro capolavoro che troverete in blu ray e dvd in Italia da Dell'angelo Editore e di cui prima o poi parleremo) decide di dedicarsi ad una storia positiva, magari che possa piacere anche ai bambini. Per trovare questa spinta vitale ripercorre i luoghi della sua infanzia e fa ricerca nel cosiddetto mare interno di Seto, una zona molto suggestiva piena di isolotti di pescatori. È un lungo percorso il suo, tra ideazione, sopralluoghi e lavoro effettivo riuscirà a portare a termine questo “Una lettera per Momo” solo nel 2012.
Se Jin-Roh parla di alienazione e smarrimento (anche il ragione del nichilismo che alimenta gli adulti), Momo parte dalle stesse premesse, l'abbandono di uno status di riferimento, ma si risolve positivamente nell'accettazione delle diversità altrui e nella voglia di cambiare (proprie della positività che dovrebbe connaturare gli animi più giovani, almeno potenzialmente). Momo ha perduto la sua famiglia e il caso ha voluto che l'ultima volta che ha parlato con suo padre è finita con il litigarci, motivo per il quale vive con un forte senso di colpa. Anche la madre di Momo non si è ancora ripresa dal lutto, cerca di mascherare le sue emozioni, ma soffre in solitudine. Per far uscire Momo dalla tristezza allora ecco che compaiono nella soffitta tre folletti o demoni o kappa o quello che si dirà di loro solo nel finale. Tre autentici e spassosi rompicoglioni che butteranno letteralmente per aria la triste-tranquillità di Momo. Dall'appetito insaziabile, dalla vanità incontenibile, dall'invadenza manifesta di queste creature, discenderà il fatto che Momo letteralmente non troverà più il tempo di piangersi addosso e, anzi, riuscirà a tornare in possesso della sua sua vita con una rinnovata gioia. Da quando i tre demoni pasticcioni entrano in scena, la pellicola diviene una incessante sequela di gag che, incredibile a dirsi, sono anche piuttosto divertenti (ricordo con orrore il film animato Summer Wars, dove quelle che per i giapponesi dovevano essere scene esilaranti al più facevano scaturire in me una rabbia sconfinata... sì, sto parlando di quella particolare scena con protagonista il poliziotto e i blocchi di ghiaccio...). È proprio la recitazione dei personaggi, la loro credibilità, a elevare quest'opera molto al di sopra delle produzioni attuali. Vedere e rivedere Momo risulta decisamente uno spasso e credo che questa pellicola rappresenti senza se e senza ma la punta di diamante dell'animazione giapponese del 2012.
Momo diverte, e molto. Da vedere è un vero piacere ed è quanto di meglio ci si può aspettare dall'animazione giapponese. Credo che se ne parlerà a lungo.
Questo risultato si deve senz'altro all'ottimo Okiura ma, siccome nessun uomo è un isola (About a boy. Cit.) tale magnificenza è dovuta anche alla presenza nel cast di Masashi Ando e Hiroshi Ono. Ando, in Momo direttore dell'animazione, è il motivo per cui Momo mi ha ricordato tanto le opere del grande Kon. Classe '69, ha lavorato per il Ghibli (e sticazzi) a Porco Rosso, Pompoko, Princess Mononoke e La Città incantata. Dopo di che è passato proprio a lavorare con il grande Kon nel bellissimo Paranoia Agent come chara design (che se siete fortunati troverete ancora su Amazon curato dalla defunta Panini Video), per poi passare a Tokyo Godfathers, dove sarà supervisore e a Paprika, dove sarà di nuovo chara design oltre che supervisore. È per questo motivo che Momo sa tanto, ma davvero tanto, di quell'inconfondibile stile che era proprio del maestro Kon.
Ono, classe '52, direttore artistico, è un altro mostro sacro. Anche lui ha un passato sotto la guida di Miyazaki (e ri-sticazzi) curando gli sfondi per Remì, Cagliostro e Kiki. Lavorerà poi per i fondali di Akira e Jin-Roh. Il successo internazionale di Momo con queste premesse non poteva che essere garantito. Sempre più vicina si fa poi l'uscita italiana di uno degli ultimi film cui ha collaborato Okiura, per la quale ha lavorato come disegnatore base, ossia l'attesissimo terzo film di Evangelion uscito da poco in Giappone.
Dynit ci porta quindi quest'opera fresca fresca di stampa, in un bel cartonato rigido con il relativo libricino colorato con schizzi e interviste, il riversamento su disco è maestoso, gli extra sono molto ricchi e comprendono una lunga e interessante intervista oltre ad un dettagliato making of. Il doppiaggio italiano risulta molto valido e in buona sostanza ci troviamo di fronte all'ennesima ottima prova della casa bolognese. Acquisto per lo più obbligatorio per ogni amante dell'animazione giapponese. 
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