domenica 27 dicembre 2020

Wolf Warrior - la nostra recensione del primo film, del 2015, della saga del “Rambo Cinese” di Jackie Wu (Wu Jing per gli amici)


Cina, 2015, lungo il confine con il “resto del mondo”. Una zona brulla e non coltivabile stile Sparta, ma pur sempre terra dell’eroico popolo cinese. I membri di una organizzazione internazionale criminale identificabile come “gli occidentali”, piegati culturalmente al conseguimento del solo “vile denaro”, guidati da ex militari capitalisti come TomCat (Scott Adkins) e spregevoli collaborazionisti (Ni Dahong) ne hanno pensata un’altra. Vogliono portare via dalla Cina una benedetta e prodigiosa scoperta scientifica per farne una letale arma biologica con cui colpire vilmente la Cina stessa. Ma non hanno fatto i conti con gli eroici soldati cinesi che si stanno addestrando lungo quel confine, tra cui vi è il ribelle ma giusto, nonché letale, cecchino/esperto di arti marziali/tattico/assaltatore/ultra-patriota Leng Feng (Jacky Wu). Un uomo indistruttibile, spiritoso, altruista, integerrimo, letale e dall’effetto arrapante su ogni donna che gli si avvicina, pure se a capo di tutto l’esercito (Yu Nan). Un soldato pronto a vendicare tutti i compagni falcidiati dagli “occidentali”, in genere riconoscibili perché gli unici con un pur minimo approfondimento psicologico. Ce la farà il nostro eroe? Piccolo spoiler: Wolf Warrior è la serie di più grande successo della storia del cinema cinese, che ha incassato così tanto e così presto che alla fine della pellicola, prima che uscissero gli spettatori dalla sala (immagino sulla base delle sole prevendite), avevano già annunciato sui titoli di coda l’uscita della seconda pellicola. 


Da noi, cattivi “occidentali” italiani, giunto stranamente dopo il suo seguito Wolf Warrior 2, arriva grazie a Blue Swan, con una punta di trepidazione per chi come me lo aspettava, anche il primo capitolo della saga di Leng Feng. Il film è sempre scritto, diretto e interpretato da Jacky Wu e di fatto è la pellicola che lo ha consacrato a divo. Immediato è il possibile raffronto con Bruce Willis. Anche Jacky Wu nasce come attore in ruoli più leggeri, quasi da “spalla comica” al netto del fatto che fin da subito si dimostra un artista marziale da paura. Lo ricordiamo a fianco di Jet Li in Badges of Glory / Cani Sciolti, in cui è un insostenibile macchietta “over-sympathy”, lo ricordiamo in Kill Zone a fianco prima di Donnie Yen e poi di Tony Jaa in SPL/Kill Zone (di cui è da poco uscito SPL 3/Kill Zone Paradox). Nel tempo lo abbiamo visto, al pari di Bruce Willis e le sue canotte sporche, sempre più pompato nel fisico e sempre più sudaticcio, forse l’attore action che suda più di tutti per la fatica dell’impegno che ci mette, a dimostrazione della sua lenta trasformazione in “eroe proletario”. Coperto così di secchiate di sempiterno sudore, Wu Jing (o Jacky Wu se preferite) approda a Wolf Warrior come attore principale/autore/regista/produttore e sbanca tutto. Crea un eroe pieno di ingenuità e buoni sentimenti, uno come tanti in linea con gli action-Hero americani degli anni ‘80, e questo può essere un approccio originale non scontato per il cinema asiatico action e i suoi soliti eroi crepuscolari, i suoi Infiniti “underdog” sconfitti dalla vita ma con ancora un colpo il canna per fare la cosa giusta, diventati canone dagli anni ‘80 cinesi. In più, secondo punto interessante e vincente, è un eroe che mena prevalentemente dei villain occidentali, che appaiono in proporzione enormi e minacciosi quanto degli orchi, caratterizzati con sguardo da pazzi e appeal da mostri di un horror slasher alla Jason/Leatherface, “plasticosi” come i cattivi fumettosi dei supereroi Marvel. Terzo punto, ma forse il più importante di tutti, è un eroe al centro di pellicole ad altissimo budget, girate con ritmo e molta capacità nella gestione di scene d’azione che possono permettersi oltre che stunt meravigliosi, ambientazioni gigantesche e spettacolari, effetti speciali e sfoggio di ogni tipo di attrezzatura militare, dai droni armati ai carri armati ed elicotteri d’assalto. 



Per fare un action con i fiocchi non serve altro e si può volendo soprassedere, come già in molti facevamo con gli action a stelle e strisce dell’era Reaganiana e abbiamo fatto con tutto il cinema di Michael Bay, su una trama ultra-patriottica dai risvolti spesso involontariamente comici. È questo però il limite “Culturale” invalicabile per altrettanti spettatori, la circostanza ineludibile che sono pellicole che oltre a inscenare il classico conflitto di “buoni contro cattivi” puntano a una precisa propaganda, qui esplicitata a caratteri cubitali. L’occidente è “cinico e affamato solo di denaro”, la Cina è una grande nazione dall’aria esteriormente severa ma subito pronta a darti una pacca sulla spalla e a farti entrare in famiglia. Ai tempi di Delta Force, ieri con Black Hawk Down o 13 Soldiers, oggi con Wolf Warrior (ma potremmo citare pure molto cinema supereroistico), con le ovvie differenze di fondo, sta quindi a voi valutare quanto una “trama ultra patriottica” possa offuscare la visione di un action movie. Ma per me personalmente è un po’ come guardare per la trama The Protector di Tony Jaa. Wolf Warrior è un action visivamente sontuoso, con combattimenti da urlo e tocchi di umorismo Die-Hard style (c’è tutta una relazione telefonica a distanza tra l’eroe sul campo  e il suo comandante che richiama, volgendola al casto platonico, la bromance tra Willis e Reginald Johnson...e funziona!). L’esercito cinese si muove ordinato avanzando seguendo le tattiche militari, il nostro eroe fa il cane sciolto tutto istinto e azioni fulminee, ma il vero spettacolo sono proprio i cattivi. Cattivi che più cattivi non si può, ma che come accade poi in Wolf Soldier 2 riescono sempre a rubare la scena per bad-assitudine, a mani basse. Hanno nomi buffi e generici come Tomcat, Assassin, Cowboy, Mad Cow, sono tutti interpretati da attoroni magari non famosi ma specializzati negli action movie, spesso  in pellicole orientali, dove fanno gli stunt man, gli artisti marziali e in genere i “cattivi”. Kevin Lee lo abbiamo visto nel recente SWAT (presto una recensione) di Sheng “Little big soldier” Ding. Era in Dragon Blade con Jackie Chan con cui sarà anche in un prossimo Police Story, lavora con Van Damme e Scott Adkins. Chris Collins è in Kill Zone Paradox e Ip Man 4, Sona Eyambe è stato in Call of the undead, Christopher Collins era in White Storm. Naturalmente spicca Scott Adkins, principe degli stunt-man e attore da action movie “tamarri”, spesso nel ruolo di cattivo. Adkins si mangia letteralmente ogni inquadratura, riempie lo schermo di carisma anche quando per esigenze di copione deve fare dei monologhi laidissimi o è costretto a indossare una specie di pigiama folcloristico. Anche se Tomcat e il suo manipolo di mercenari sono indubbiamente i cattivi, questi agguerriti urukai si mettono ad attaccare da soli due compagnie di soldati cinesi d’elite, elicotteri e blindati, tra cui appunto un protagonista pressoché indistruttibile. Con i loro pugni e calci fanno mulinare in aria più cinesi per volta, hanno un cecchino che da solo fa fuori mezzo cast, radono al suolo foreste usando una minigun come in Predator e tengono testa agli elicotteri con lanciamissili che scatenano bombe a disturbo elettronico, lanciategli contro da un Van che fa a zig zag tra fangose montagne. Sono pazzeschi e agguerritissimi mentre i buoni scelgono volontariamente il profilo basso, sono uomini comuni, grassocci e timidoni, patriottici ma fragili. Anche e soprattutto Wu Jing, che suda tutto il tempo con i goccioloni sulla fronte e sul naso, che quando si commuove tira fuori un’espressione inaspettatamente dolce, ha un fare da fratello maggiore con tutti e in fondo “è“ il fratello maggiore per antonomasia. Quello che non fa il belloccio per rubarti la ragazza, quello un po’ burbero ma che se lo chiami c’è sempre, quello che con le donne ci parla senza fare il mandrillo. Oltre alla trama, oltre all’azione sfrenata, probabilmente è il faccione di Wu Jing l’arma vincente di Wolf Warrior, ciò che ha conquistato tutte le platee lanciandolo fino al recente e riuscito colossal sci-fi The Whandering Earth...dove guarda caso ricorda ancora Bruce Willis, ma quello di Armageddon. Il potere delle canotte e del sudore di Willis scorre ancora potente in lui.

Blue Swan ci porta un bel film action per sollazzarci una serata. Divertitevi tra inseguimenti e sparatorie  e spegnete un po’ la testa come quando guardate una qualsiasi cosa di Michael Bay o Chuck Norris. Sembra di essere tornati agli anni ‘80, con tutta la loro ingenuità e azione esagerata. 

Talk0

P.S.: momento topico da segnare, quando il nostro eroe da vero “Wolf Warrior” affronta un branco di lupi digitali nella foresta, senza colpi e armato solo di baionetta. Pare di leggere Berserk di Miura!!!


venerdì 25 dicembre 2020

Auguri di buon Natale e felice anno nuovo da blog!

 

È stato un anno dimmerda difficile e anche quello che sta per iniziare sarà abbastanza dimmerda complicato. Alcuni dei pazzeschi progetti multimediali che dovevano partire si sono ingolfati (come il Canale YouTube), così come per motivi di lavoro si è contratto il tempo per pubblicare. Ci dispiace molto per tutto questo, ma appena la situazione si stabilizzerà un po’ preparatevi a qualche mirabolante sorpresa (i podcast) . 

Da parte mia e di Gianluca un abbraccio rigorosamente virtuale covid-free, un sincero ringraziamento a quanti si intrattengono ogni tanto su questa paginetta e i migliori auguri per l’anno nuovo. Sicuri che Avatar 2 tirerà pacco anche nel 2021.

 

Talk0 e Gianluca



giovedì 24 dicembre 2020

Dragonero il ribelle n. 14: Ricercati! - la nostra recensione


Mondo di Dragonero, anni dopo il corrente ciclo narrativo. Il vecchio Gmor con la sua badante elfica si appresta a una delle classiche “quest” dei vecchietti comuni: aspettare che arrivi il fabbro per sistemare una porta, seppur fantasy, che possa metterlo al sicuro dai rivenditori della Folletto, seppur fantasy, che da sempre spiano maligni i vecchietti oltre l’uscio di casa, nell’ombra. Nel mentre, per ammazzare il tempo, il nostro orco del fuori si dedica come tutti i vecchietti a un po’ di amarcord, scrivendo per la sua autobiografia alcuni momenti epici della sua giovinezza, quando era bello, ribelle, amava i Beatles e i Rolling Stones. Il primo dei suoi entusiasmanti racconti riguarda il momento di quando i ribelli sono riusciti ad aprire la loro prima linea di Deliveroo. Una specie di Amazon erondariano con capannone centrale e una linea di riders pallone-aerostatico-muniti. La seconda storia riguarda un suo viaggio nell’estremo oriente in cui ha fatto a botte con roba tipo ninja, in cui ha incontrato una tizia armata di accette con una missione che ora a ripensarci non si ricorda bene, quindi la tronca lì e si mette come tutti i vecchietti alle 19.40 a guardare la Ghigliottina all’Eredità Erondariana. La terza storia è la classica faccenda del nerd tecnocrate con una torre abbandonata, con in cantina un mosto tentacolare con cui girare i classici anime porno giapponesi degli anni ‘90. Solo che quelle cose nel 2020 non si fanno più, così come non si trovano più i programmini zozzi stile “La bustarella” in tv sui canali locali (i vecchietti spesso non affrontano internet per queste cose), quindi il mostro tentacolare va menato in onore del politically correct. Arriverà in tempo il fabbro, prima che Gmor passi a raccontarci di quella volta che è stato in coda alle poste a pagare l’IMU?

Ci sentiamo tutti un po’ come il vecchio Gmor, in questi giorni. Impossibilitati a vedere il futuro causa protrarsi di pandemia, ci buttiamo nelle confortanti braccia dell’amarcord, rimembrando i momenti pur difficili da cui siamo però usciti. Così questo numero di Dragonero a firma Vietti, magari scritto ancora in un’epoca precedente all’era Covid, diviene attualissimo, ci parla di noi in casa a guardare a un nemico invisibile oltre il vialetto, magari recuperando un paio di film di kung Fu in televisione, rileggendo i manga e... scusate sono uscito un attimo a ritirare un pacchetto pervenutomi con un pallone aerostatico tecnocrate... dicevamo? 

Ritorno sul pezzo. Il buon Vietti confeziona una storia antologica che pur pregna delle malinconie di questo momento diverte, è piena di inseguimenti e soprattutto si mette al totale servizio di un team di disegnatori molto validi. Ben quattro, tutti molto originali nell’approccio e stile. Artisti che Vietti con generosità e capacità nel trovare talenti, sa far risplendere, ideando per loro gli scenari più congeniali.



Cristiano Cucina cura la storia che fa da cornice, quella con Gmor anziano. Fa un bellissimo uso dei chiaroscuri virando più sul lato chiaro, le sue tavole trasmettono un senso di gelo, che descrive al meglio uno scenario naturale quasi asettico, spoglio. Gmor ha un viso scavato, dolente, il mood dell’azione è quasi contemplativo, lento, ma c’è tra le pieghe delle tavole una nota scura, quasi “sporcata” nelle sfumature, che conferisce alla composizione una piccola e febbricitante vena horror.



La storia del “trattato commerciale“ è di Antonella Platano, diventa presto un lungo e adrenalinico inseguimento a piedi tra i viottoli e saliscendi di una città medioevaleggiante di stile europeo, curata nei dettagli quasi mattone per mattone. È evidente un sapiente uso dei retini, che dona alle figure umane bardate di corazza una qualità visiva quasi marmorizzata, alla Segrelles, che ci fa sentire il peso dei corpi, la forza di gravità e conseguente vertigine che riesce a trasmettere la tavola.




Vincenzo Riccardi cura la storia con guest star la rasta con due asce. La cornice è una cittadina di stile orientale inerpicata tra le montagne, brulicante di costruzioni arroccate e strade pullulanti di persone. Sembra di trovarsi in un film wuxia come La tigre e il Dragone di Ang Lee. Le figure diventano sempre più pittoriche, alla maniera di Lone Wolf and Cub, nelle scene di azioni. La colorazione è densa e carica di ombre.



Ludovica Ceregatti disegna la storia della torre. Il suo tratto è spigoloso ma molto cinetico, a volte trascina nelle inquadrature in modo quasi convulso. Lo stile delle figure ricorda i lavori di Sean Gordy Murphy. Le scenografie labirintiche, piene di cunicoli, scale e botole, richiamano i lavori a Tsutomu Nihei. 
È un mix molto interessante. 
Visivamente monto vario, a livello di storia un po’ frammentario ma gustoso, il nuovo numero di Dragonero ci è piaciuto e ci ha divertito, anche se si avverte in questa fase del mensile un po’ di staticità nella gestione dei macro-eventi, pur in ottica fantasy di world-building che accomuna tutta l’epica del genere. Sarà che un nemico come Leario e la Signora delle Lacrime ci stanno molto antipatici e non vediamo l’ora che i nostri eroi si confrontino con loro. Talk0

mercoledì 16 dicembre 2020

Operation Red Sea - la nostra recensione del Black Hawk Down cinese

 


In uno stato del nord Africa un’insurrezione armata particolarmente cruenta mette a rischio l’ambasciata cinese e diventa necessaria un’immediata evacuazione. L’esercito locale è allo sbando e chiede aiuto alla Marina cinese, che interviene inviando una squadra d’elite con il compito di aprire la strada ai convogli, circondati dai ribelli nel centro della capitale. Non sarà un’impresa facile.

Tratto da una storta vera e per certi versi simile a quella raccontata da Ridley Scott in Black Hawk Down, Operation Red Sea fa parte di una mia personale maratona alla scoperta del genere action-militare ai tempi della Cina contemporanea, che per ora comprende anche pellicole come Wolf Warrior e SWAT. Se risulta chiaro l’intento generale di dare delle forze armate un’immagine quasi supereroistica ma non troppo distante dalla gente comune, in una specie di operazione simpatia che recupera in modo interessante alcune delle meccaniche dell’action movie militare americano, specie di produzione Canon/Silver Pictures, in Red Sea batte forte la poetica di un regista specialista di “eroi infranti e perdenti” come Dante Lam. Dopo i suoi cecchini resi pazzi (Snipers), poliziotti con sulla coscienza dei bambini morti (Beast Stalkers), detective corrotti (Fire of coscience), da Lam non ci aspettavamo di colpo degli eroi positivi a tutto tondo. Profeta dell’action adrenalinico, sempre attento a una messa in scena altamente spettacolare quanto interessata al fattore umano, Lam difficilmente si piega qui alla visione più confortante e bidimensionale delle forze armate, portando sullo schermo uno spettacolo impastato di budella e piombo quantomai crudo e decisamente antieroico. Il fallimento è dietro l’angolo, i rimpianti e incidenti si susseguono. Una scena nella prima mezz’ora in cui la truppa spara pistole con cavo da funivia che pare uscita da Star Wars episodio 1, un paio di parate con i mezzi e uniformi puliti e l’obolo della “simulazione pettinata” in stile SWAT è pagato. Quella che segue nei 140 e passa minuti del film è una serratissima carneficina elegantemente presentata con rallenty e scene di massa. Pare di essere tornati ai bei tempi di John Woo. I soldati, che non sono qui per particolari operazioni simpatia quanto per sparare duro in un inferno in terra carico di terroristi, non sembrano affatto modelli di intimo indistruttibili. Sono tozzi, bruttini, “veri”. Se subito nei primi minuti iniziano a coprirsi con il sangue e le frattaglie dei loro nemici, verso due terzi di film pure i buoni sono per la maggior parte pieni di cicatrici, escoriazioni, parti corporee varie mutilate o disintegrate, ridotti  quasi a degli zombie se non del tutto morti in un continuo gioco splatter che riempie di teste recise e budella ogni inquadratura. I cattivi ti dicono che sono forse una decina e male armati, che vanno in giro con delle Fiat Ritmo scassate del 1981, poi vedi che diventano cento, duecento, tremila, diecimila, tutti tostissimi e armati anche di blindati pesanti, elicotteri. L’azione si fa su una scala così vasta che in poco si arriva al livello di caos visivo di Michael Bay per poi superarlo, arrivando al colore rosso folle di Splatters di  Peter Jackson. I super soldati cinesi sparano, smitragliano, cecchinano, squartano, crivellano con mini droni che farebbero la gioia di Goldrake, rubano mezzi pesanti, si buttano nelle tempeste di sabbia e contro le auto-bomba. I cattivi appoggiano i fucili di precisione su teste mozzate di vitelli morti, hanno sempre pronte una dozzina di auto con mitragliatrice, più uomini bomba. Il pallottoliere dei morti sale più che in Commando, più che in Better Tomorrow 2. Nella truppa da grande mostra delle sue capacità belliche e cazzimma l’attrice Luxia Jiang, una donna così tosta da ricordare Vasquez in Aliens e di fatto la prima interprete di un ruolo da militare in questa mia piccola rassegna cinematografica a risultare credibile nel ruolo. Tra i “cattivi” l’attore Mezouari Houssaim interpreta il ruolo di un cecchino tostissimo quanto letale.



Non è un film per tutti, il livello di violenza è alto, ma se cercate un action a tema militare duro ed estremo Operation Red Sea, portatoci in Italia da Blue Swan, fa per voi. È un film enorme, forse con troppi personaggi e troppa azione, ma un lavoro davvero ben fatto e che farà felici gli estimatori del genere. Le ambientazioni esotiche del mare somalo e del nord Africa donano un tocco inedito ma interessante, un po’ come accadeva in Wolf Warrior 2. Gli stunt, gli inseguimenti, le mille esplosioni e giri vertiginosi della macchina da presa, insieme a una trama di fallimenti e rimpianti, confermano la bravura del regista. Magari da gustare in combo con Operation Mekong, sempre di Dante Lam.

Talk0

mercoledì 9 dicembre 2020

Monster Trucks - la nostra recensione di una variante del maggiolino tutto matto per il pubblico del North Dakota

 

 


Un impianto di trivellazione scava così in profondità da trovare un mondo sommerso, da cui spuntano fuori delle creature tentacolose e pucciose disegnate dal tizio di Lilo & Stich, Dragon Trainer e Wuba. Una creaturina, più per indole che per stazza, scappa. Si scatenano dei Men in black su dei monster truck a setacciare tutta la fangosa zona di prossimità. Nel mentre ogni ragazzo sogna di guidare un Monster truck sul fango, anche il nostro protagonista restaura un Monster truck mentre lavora dallo sfascia carrozze a svariati Monster Truck. Poi, sorpresa, anche la creatura aliena si scopre che ama i Monster Truck, perché se ne “indossa uno” e inizia a guidare felice sul fango come un Monster Truck vero. Forse tritandosi qualche arto poliposo ogni tanto, perché sarebbe inevitabile, ma felice, roba da allungare i tentacoli e fare Spiderman, correre sui tetti, inseguire ragazzine a cavallo in una love story interspecie. E tra un inseguimento e l’altro con i men in Black con il Monster Truck e qualche sfida con il bulletto della scuola e il suo Monster Truck, cosa ci può scappare per il gran finale? Chi dice una bella gara sul fango di Monster Truck? Vi ho detto che il mostro del Monster Truck fa per tutto il film versetti che paiono scoregge?

Se amate i Truck non siete in cerca di un film come questo, ma di uno spiazzo fangoso dove sgommare con il Truck. Per tutti gli altri questo proposto da Dreamworks è un onesto film per ragazzini di stampo anni ‘80, con piccola love story dentro e i paesaggi country del North Dakota. Il protagonista ha naturalmente un background doloroso e cerca la rivalsa, il suo amico tentacoloso lo capisce, c’è la musica dolce mentre nuota nel laghetto di notte, nel suo “abito Truck” con i fari accesi. Presto arriveranno un altro paio di tentacolosi pucciosi, probabilmente ne sarebbero arrivati pure altri se il film avesse avuto successo e ora parleremmo della saga di Monster Truck, magari a carattere corsaiolo contro altre auto mutanti. Poteva essere l’anello di congiunzione tra Scooby Doo e Il Maggiolino tutto matto. Avrebbe magari aperto la strada di un crossover con le tartarughe ninja e gli Street Sharks, ma non è andata così. Sarà che in Italia e resto del mondo dopo la stagione di The Grave Digger nessuno si fuma più il fascino del Truck con le ruote grosse. Spariti dalla tv più veloce della Mountain Dew dai supermercati. 

Peccato perché ai bambini, target di riferimento non oltre i 12 anni direi, piace questa creaturina tentacolosa con gli occhioni dolci. Gli effetti visivi sono carini, la storia, semplice ma carina, con qualche gustoso inserto da Kaiju Movie, prosegue dritta e senza intoppi. Anche i giovani attori sono simpatici e meno appiccicaticci e bambinosi del solito (è noto ai lettori Il mio viscerale odio per i ragazzini-attori-americani). Il regista Chris Wedge dopo i cartoon digitali L’era glaciale, Robots (quello da noi doppiato da Facchinetti) ed Epic, incappa in questo suo primo film con attori dal vivo e tonfa. Forse colpa anche di un budget così così. Ci fosse stato Michael Bay magari avevamo un nuovo Transformers e qualcuno che avrebbe saputo combinare meglio tentacoli e teen-agers... ma questa è un’altra storia e se siete del target di questo Monster Trucks probabilmente non potete ancora capirla. Se avete 6- 12 anni avete però trovato qualcosa da vedere con il papà la sera, per poi giocare con le macchinine sul tappeto. 

Talk0

martedì 8 dicembre 2020

Borat 2: recensione lampo!

 


Avete 2 minuti, anzi meno? Ecco due o tre punti che possono convincervi o meno a guardare in streaming il nuovo capitolo della saga di Borat.

Non perdiamo tempo! 

 

Perché NON guardare Borat 2:

- se non ti è piaciuto io primo, questo è ancora più rozzo e volgare

- perché se non hai tempo, è meglio guardare “Il sapore del successo”

- perché è un film girl power

 

Perché GUARDARLO:

- perché spiega ( a modo suo) com’è nato il Covid, come si è diffuso e come lo si combatte

- perché Sacha Baron Cohen è un figo

- Perché il ministro della cultura kazako è un gran personaggio

- perché gli ultimi 10 minuti sono esilaranti e ripagano della precedente ora e mezza

 

B.Gis

martedì 1 dicembre 2020

Dragonero il ribelle n.13 Le figlie di Karnon -la nostra recensione

 


La grande “Toscana Erondariana”, terra dei cavalli del palio della Siena erondariana e delle cosplayer mezze nude del Lucca Comics Erondariano. Proprio nel mese di novembre, in tempi remoti, delle ninfe generose (s)vestite da Witchblade, Vampirella, Poison Ivy, Felicia di Darkstalkers, Gatta Nera e altro ben di Dio... scendevano dai boschi fatati in terra lucchese (sempre erondariana) per allietare lo sguardo dei divoratori di fumetti e fargli credere per un attimo che il mondo in fondo non è un posto tanto male. Solo che quest’anno, in pieno lockdown e con il festival solo online, addentrarsi nella provincia lucchese erondariana diviene pericoloso e una giovane cosplayer di una rivisitazione sexy di Squirrel Girl finisce impallinata. La reggente della comune hippie di cosplayer silvestri, una strega di Warcraft, decide così di vendicarsi e forse scatenare su di loro la violenza apocalittica del carro della Viareggio erondariana dedicato al Dio - Bestia di Princess Mononoke, divinità spesso evocata in tutta la Toscana Erondariana quando vanno male le cose.

Nel mentre Ian e Gmor stanno gustando le migliori fiorentine erondariane in attesa di mettere le mani su una partita di cavalli di Maremma erondariana, che a una rivoluzione fantasy non si può andare solo con una due cavalli, come nel mitico libro sul ‘68 di Marco Ferrari. È tanto che Gmor e Ian non hanno un momento tutto per loro per mangiare due costate da sei chili al chiaro di luna e guarda caso si trovano molto vicino al bosco delle cosplayers dal quale sta partendo un casino degno di Blair Witch Project. Sera ormai è grande e ha lasciato la sua casetta sull’albero, chissà mai che la coppia decida tra un inseguimento e una scazzottata di adottare una piccola cosplayer da allevare nel villino di Solinan.

Era doveroso in questo strano novembre che Dragonero ricordasse a suo modo il Lucca Comics and Games (ovviamente stiamo scherzando, è solo una nostra personale lettura “stupidina” del volume). Lo fa con una bella storia tra “favola e paura”, tra bigottismo, fanciullezza violata e voglia di indipendenza come in VVitch di Robert Eggers, ambientata tra i boschi notturni, scritta da Luca Enoch e disegnata magistralmente da Lorenzo Nuti. Un intreccio semplice ma amabilmente crudele e ben ritmato, che parte subito come affascinante tour de force visivo, con tavole dense di natura, bui e lampi di luce, tra animali notturni e sensuali, fino a diventare poesia di chiaroscuri caravaggeschi crudeli, luoghi di sabbah sanguinolenti, teatri di scontri disperati. Un autentico banco di prova delle enormi capacità del disegnatore nel saper creare atmosfere e personaggi unici. Tra i boschi notturni gli alberi hanno le cortecce simili a spartiti musicali di Sergio Toppi. Le creature silvane hanno gli guardi obliqui, matti, pungenti e carichi di vita di Alberto Breccia, i corpi femminei attraenti e beffardi di Manara. Animali e mostri sono cupi, pieni di corna e zanne, emergono dal buio nel modo più narrativamente spaventoso, pungente, assediano lande cariche di una natura lussureggiante, viva. Vorrei come solito fare una top delle tavole più belle, ma è impresta quanto mai ardua. Il tratto di  Nuti mi ha affascinato e trascinato dentro un mondo visivo dal quale non si vorrebbe più uscire. Da pagina 5 a 13 il lettore cambia il suo punto di vista circa una creatura silvana. Passo dopo passo, tavola dopo tavola, da bambina appare come donna dalle forme sensuali. Poi di colpo dal suo sguardo scopriamo essere di natura ferina, ne abbiamo paura, ma subito dopo ritornano ad affiorare i suoi tratti ingenui. Così, quando questa creatura viene attaccata, noi comprendiamo perché i villici ne abbiano spavento, ma al contempo non vorremmo che le facessero del male. Tutto questo avviene con una regia perfetta, con una mimica facciale e corporale incisiva. Da pagina 26 a 31 appare la strega nel villaggio portando con sé il buio della notte, che si piega solo ai suoi occhi diabolici. Ma un istante dopo non è più un mostro, ha il volto di una madre colpita da un lutto improvviso. Umanità e mostruosità danzano insieme per tutto l’albo, confondendoci e spesso attraendoci in un unico caleidoscopio che lascio scoprire per il resto a voi. Sono certo che sentiremo molto parlare per future opere di Sergio Bonelli Editore  di Lorenzo Nuti. Attivo dal 2011, inizio folgorante sul mercato francese, già edito per  Kleiner Flug e insegnante di anatomia artistica per la Scuola internazionale di Comics di Firenze, dove è direttore un gigante come Frank “Rocketo” Espinosa (di cui presto parleremo sul blog ). Attendiamo con gioia tutti i suoi futuri lavori. 

Il nuovo numero di Dragonero ci ha convinto per la sua forte carica emotiva e meravigliosi disegni. La trama generale della nuova saga sembra ancora di ampio respiro, si procede con calma godendo passo dopo passo dell’enorme e lussureggiante panorama erondariano. 

Talk0