giovedì 2 aprile 2020

Era mio figlio (The last full measure): la nostra recensione



A breve distanza di tempo abbiamo avuto in sala molti film che hanno trattato il tema della guerra. In 1917 avevamo una prima guerra mondiale epica e terribile come una favola oscura della buona notte, raccontata da un nonno che l'aveva vissuta al nipote, il regista Sam Mendes, per poi essere tradotta sullo schermo tra scenografie e musiche fantasy-dantesche. Nel racconto ci immergevamo quasi in prima persona nell'inferno delle trincee, tra sangue, fango, topi e acuminate recinzioni di filo spinato, per un paio d'ore che riproducevano la piccola ma grande impresa di due soldati inglesi, in Francia, in un giorno di primavera del 1917. Altro scenario, in Jojo Rabbit eravamo nel 1945 e avevamo una seconda guerra mondiale vissuta dagli occhi di un bambino tedesco di dieci anni che aveva come amico immaginario un Adolf Hitler che volava fuori dalle finestre come Peter Pan e mangiava unicorni. A rendere ancora più surreale la vita di Jojo è la paura per gli ebrei. Non li ha mai visti ma glieli hanno raccontati terribili e misteriosi, fino anche nella sua immaginazione sono apparsi come mostruosi alieni che strisciano dietro le "f**ken" pareti, alla Alien (poi l'allucinazione si scontra con la realtà, Jojo arriva ad un nuovo punto di vista e la pellicola diventava seria, toccante, adulta). Ora siamo nel 1999, quando si riapre una causa sull'onorificenza negata a un soldato dell'aeronautica, William Pitsenbarger (Jeremy Irvine) che, ci viene raccontato, salvò le vite di 13 "soldati del fango" della Compagnia Charlie del Primo Fanteria, nel Vietnam, durante l'operazione/massacro di Abilene,  del 1966. Questa volta la guerra prende la forma di un racconto vago e lontano per i più, che i giovani non conoscono e i vecchi vertici militari vogliono insabbiare per nascondere una brutta figura di chi era al comando. Ma al contempo il conflitto è ancora un incubo presente per i reduci, che può trovare un "senso" e parziale compensazione in una Medal of Honor, la più grande onorificenza militare, che viene assegnata (sulla base di racconti che assurgono a prove) come testimonianza di impegno e sacrificio. È una questione di rispetto per il sacrificio voluto dalla patria, null'altro. Anche nei videogame che simulano situazioni di guerra, oggi spesso ci sono momenti di gioco in cui tutto si ferma e i giocatori "rispettano i caduti", premendo un comando davanti a un feretro, che diventa un gesto di empatia. Per alcuni è un momento videoludico solo pretestuoso, ma credo sia importante che ci sia, in un possibile dialogo intergenerazionale dove i giochi simulano conflitti reali, è qualcosa che mi colpisce positivamente e il motivo del titolo e filmato, apparentemente per qualcuno assurdi, in apertura di questo paragrafo: il riconoscimento della memoria. 


I reduci dipinti da Era mio figlio sono uomini infranti, qualche vota distrutti dal disturbo post traumatico. Vivono di notte per paura degli incubi, trovano nella società civile solo lavori ai margini, preferiscono estraniarsi dal mondo e dal presente, vivere da pescatori, da eremiti, in eterno lutto. Qualcuno di loro cerca di superare emotivamente quella guerra, torna in Vietnam per aiutare i reduci che non hanno ancora metabolizzato quegli avvenimenti e continuano ad aggirarsi come fantasmi tra quei luoghi. Proprio su questo ultimo aspetto il film compie una riflessione per me molto interessante. C'è un mantra, bello ma difficile, che segna come un filo rosso tutto il senso della pellicola, recitando più o meno così: "Non è stata la guerra a creare queste persone (i reduci), la guerra è stata solo un brutto avvenimento che è accaduto loro". C'è una scena molto bella ambientata in Vietnam, nella seconda parte della pellicola (anche se è stata girata in Thailandia ma non formalizziamo), in cui il protagonista del film (Sebastian "Winter Soldier" Stan), un giovane civile che lavora al ministero della Difesa a cui è assegnato il compito di indagare per la medaglia, ritorna proprio nel luogo dove Pitsenbarger si è sacrificato. Un reduce che ora vive in Vietnam ha trasformato quel luogo in una paradisiaca riserva di farfalle, l'ha rinominato "Avalon", di fatto sovrascrivendo la memoria di quel luogo, dandogli una luce e un significato nuovo.  Quest'uomo parla di Pits (lo scrivo abbreviato come viene usato anche nella pellicola, parlo sempre di Pitsenbarger) come di un angelo che era sceso dal cielo per salvare persone come lui e quando ci arriva questa chiave di lettura il flashback con Pits che scende dall'elicottero con la fune viene ripetuto con una luce diversa, più spirituale. Allo stesso modo (direbbero persone più esperte di me) si deve cercare di voltare pagina, di smettere di considerare se stessi solo in ragione di un fatto traumatico che ci ha segnato, partendo da una nuova lettura dello stesso. L'immagine dello scenario di guerra viene dalla pellicola annientata da farfalle e angeli che si sovrappongono a essa, idealmente e storicamente. È un tassello di una (infinita e difficile) ricerca di purificazione dell'anima, la strada che percorrono i personaggi della pellicola, un percorso che parte dal riconoscimento all'interno di quel contatto traumatico, di un gesto buono, altruista, umano. Un rischio eroico davanti a cui solo Pits ha risposto. L'unica luce da salvare in una battaglia orribile e insensata, che era già persa in partenza per dei motivi strategici, che poi andranno a comporre il "mistery" dietro alla tardiva assegnazione della Medal of Honor. I reduci vogliono che Pits sia riconosciuto almeno lui, tra tutti loro, come "eroe", nel quadro di un lungo periodo di "imbarazzo e fastidio" sociale che storicamente investiva chi tornava dal Vietnam (Rambo docet). Non vanno in cerca di medaglie per loro gloria personale e questo è molto umano, rimanda anche a uno specifico (bel) momento in cui si discute del "valore di una medaglia" nel 1917 di Mendes. Allo stesso modo non si parla dei motivi del conflitto nel Vietnam in sé, quanto di devozione militare: il titolo originale The Last full measure è un celebre passaggio di un discorso di Lincoln dopo la battaglia di Gettysburg, in cui si elogiava come i soldati avessero nello scontro dimostrato "la misura più piena ed estrema" di devozione per il loro paese. Il titolo italiano Era mio figlio sembra mettere al centro delle vicende i genitori di Pits più del risicatissimo tempo che hanno sulla scena, ma può leggersi anche come un omaggio a We are soldier once... and young (celebre libro del Generale Moore, adattato anche sullo schermo da Mel Gibson) nel senso di celebrare il valore dei "figli d'America" che morirono giovani che una guerra voluta dalla loro patria. 


Come in Full Metal Jacket il nemico in scena più riconoscibile è una donna, una signora sui quarant'anni agguerrita che dà una pedata ai soldati americani che si fingono morti sul prato con la stessa convinzione di una mamma che da una pedata al figlio ancora a letto alle 11 di mattina dopo una notte brava. Gli altri vietcong che si ricordano per caratterizzazione sono un paio di sentinelle sedute con le gambette a ciondoloni e infradito a un albero di bambù e c'è davvero poco altro al di là di figurini asiatici tutti uguali con il cappellino a triangolo in testa e pantaloncini che sparano con vecchi fucilini.
Il film non punta a una rappresentazione credibilmente strategica o scenografica della battaglia, predilige le forza delle parole e dell'immaginario a un'azione ripresa sempre rapida, confusa e per pochi fotogrammi. Si poteva forse fare di più in questo senso, perché l'atto di eroismo era centrale nella messa in scena e forse risulta fuori fuoco. Se i protagonisti delle vicende descrivevano la situazione come un inferno, forse si poteva farci vedere più fiamme, anche se sono stati scelti degli ottimi attori per rappresentare i reduci della Charlie e la sceneggiatura risulta accorta, in grado di caratterizzarli bene con pochi tratti. Ci si commuove per l'ultima interpretazione di Peter Fonda, nel ruolo di un reduce con disturbo post traumatico misterioso e nottambulo, personaggio che viene abilmente "costruito" anche quando non è in scena (l'attore era già molto debilitato), attraverso la moglie interpretata dalla bravissima Amy Madigan. I genitori di Pitsenbarger sono interpretati con misura da Christopher Plummer e Diane Ladd, una coppia silenziosa e dolente che è morta il giorno che è scomparso il figlio, che vive solo di ricordi. Samuel Jackson è sorprendente nel suo ruolo meno da Samuel Jackson di sempre, un uomo stanco e scarico, con una camminata malferma e con una espressività contenuta. Ed Harris è fisicamente e a livello recitativo uguale a Terence Hill, pure nella voce, giuro, non che sia un peccato. Il cast è ricchissimo e pure se un po' stretti troviamo anche William Hurt e molti altri bravi attori. 
Peccato che sul finale la costruzione narrativa perda di mordente. Manca un vero conflitto emotivo, manca un'immagine forte come quella delle farfalle, le scene di guerra sono risicate, pure il personaggio di Fonda si ridimensiona e ci troviamo un po' nel classico film del pomeriggio di rete quattro (dove peraltro sta pure il nuovo ultra-enfatico Il diritto di opporsi con Michael B.Jordan). E allora ci si ricorda che il regista Todd Robinson come top è stato lo sceneggiatore di Albatros di Ridley Scott e poco altro, che questo film è interessante, ha i suoi momenti, ma ha una natura più televisiva che cinematografica. La regia non riesce a far esplodere il ricco potenziale di attori, tematiche e paesaggi, ci si chiede cosa ne avrebbe fatto Clint Eastwood, che con Richard Jewel aveva molto meno materiale narrativo ma è riuscito a creare un film più dinamico e intrigante (merito anche di un divertente Sam Rockwell, una dolce Katie Bates, una intrigante Olivia Wilde e uno strepitoso, tenerissimo Paul Walter Hauser). Anche Todd Robinson qui ha un sacco di bravi attori, ma li fa giostrare un po' troppo poco e si perde dietro al faccione di quel pupazzone poco coinvolgente ed espressivo di Sebastian Stan o alle faccette di un Bradley Whitford funzionale ma un po' macchietta. Gli scenari del Vietnam girati in Thailandia sono molto belli e rigogliosi (pure troppo per essere "un inferno"), belle le scene notturne collegate al personaggio di Peter Fonda.
Era mio figlio è un film sul riconoscimento del valore di un soldato, che si eleva a riconoscimento morale del valore di chi va a combattere una guerra senza mai davvero "tornare a casa", anche dopo anni che il conflitto si è chiuso. Ci sono alcuni ottimi interpreti, interessanti soluzioni narrative e ricche scenografie. Poco sviluppato il lato action, un po' depotenziato il finale, il ritmo generale è un po' lento.
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lunedì 30 marzo 2020

Attraction - la nostra recensione del blockbuster sentimental-fantascientifico russo



Un giorno compare nei cieli russi una specie di palla rotante hi-tech. È un'astronave aliena e va a schiantarsi a terra travolgendo una serie di palazzi del centro di Mosca. Saranno buoni? Saranno cattivi? I nuovi arrivati possiedono armi in grado di alterare l'elettromagnetismo e manipolare i liquidi. Usano come tute spaziali degli esoscheletri che potenziano ogni loro movimento e in remoto fungono da esercito robot. Siamo già belli che spacciati? Forse no, perché un alieno, Hakon (Rinal  Mukhametov) fuori dalla tuta è del tutto simile a un essere umano belloccio e molto sensibile, pronto a innamorarsi con un colpo di fulmine della classica Kristen Stewart locale, Julia (Irina Starshenbaum, vista in T-34), figlia di un generale insensibile (Oleg Menshikov) e "proprietà sessuale" del bullo locale Tyoma (Alexander Petrov, anche lui visto in T-34). Tra inseguimenti, fotografia ed effetti speciali davvero ben riusciti, ci troveremo quindi presto in una trama alla Twilight, con un impianto sentimentale-narrativo esasperante e farraginoso di pari livello, almeno per chi non vive i sentimenti come un adolescente emo e russo. Ma alla fine non è neanche così male.
Abbiamo iniziato a parlare della linea Originals di Blue Swan con quel piccolo gioiello di The Head Hunter, continuiamo qui con questo Attraction, mega filmone russo dal super budget e con già un sequel uscito a inizio gennaio in madre patria, Invasion, prossimamente già confermato nel catalogo del distributore italiano. Il regista Fedor Bondarchuk, autore dell'interesse Stalingrad (in Italia uscito per Universal), insieme a buona parte del cast di T-34 (già in catalogo Blue Swan Original, ne parleremo qui in futuro), confezionano tra mille contaminazioni visive da Indipendence Day e Twilight (ma pure con gustoso inserti "sociologici" da District 9), quella che di fatto è una variante di Ultimatum alla Terra più tenerona e "terra terra". Visivamente è sontuoso, ultra-patinato. Tutte le scene con astronavi, esoscheletri, scenari apocalittici e battaglie urbane sono ben fatte e se vi piacciono i mostri e modellini sono una gioia per gli occhi. Promossa sostanzialmente la "parte action", scenografica ed effettistica (anche se le sequenze alla base militare sono decisamente "affrettate")  arriva da valutare la forte scorza "sentimentale" dell'opera e devo dire che ho avuto dei problemi a capire se si parla di "cattiva scrittura/recitazione" o di "stile cultural-cinematografico russo" (che conosco poco quanto conoscevo poco 20 anni fa quello giapponese, che ora apprezzo ma prima trovavo assolutamente folle). Perché questi personaggi gridino tanto, perché si incazzino a morte per poi fare la pace in due minuti, perché buttino sul tavolo "l'avere le palle" prima di "avere la testa", sono tutti dubbi per me irrisolvibili, ma che avevo in stessa misura mentre guardavo I guardiani della notte di Timur Bekmambetov o Il Sole Ingannatore di Nikita Mikhalkov. Certo se uno spettatore russo guardasse i film del nostro Muccino avrebbe i miei stessi dubbi sul "modo di vivere i sentimenti" degli italiani. Chiuso questo aspetto, soppesandolo con pregi della pellicola, Attraction non è così male, anzi. Fa passare due gradevolissime ore piene di effetti speciali, buona azione e un paio di scenette "buffe" che risultano alla fine simpatiche. Popcorn, una bella coca cola e la serata è assicurata. 
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martedì 24 marzo 2020

Super Relax - lo strepitoso fumetto del Dottor Pira, tra i titoli gratis per la quarantena di fumetti di Coconino Press



Il Dottor Pira è in questi tempi cupi di paura e sconforto un autentico faro nella notte, l'uomo delle good vibration, del totale relax. Tra la sua rinomata Vera storia dell'Hip Hop, l'imprescidibile L'almanacco dei fumetti della gleba, la trilogia di Gatto Mondadory, non c'è opera del Dottor Pira che non trasudi follia, vero divertimento, spiscio. Spiscio e divertimento nel quadro di una anarchia grafica primitiva quanto possente, pullulante di ometti sghembi tra il graffito urbano (di cui è maestro) e i disegnini infantili dei bambini delle elementari sui banchi di scuola. Una irresistibile, atavica, combinazione che se spiazza l'uomo della strada al primo assaggio, poi lo conquista e "ci conquista", tutti, perché Pira disegna male ma "da paura", ti butta dentro il suo mondo sghembo, ti fa morire di risate, ti ritrovi a disegnare sul banco personaggini scemi allo stesso modo, in seconda elementare, durante l'interrogazione di matematica. Poi però l'illusione passa perché, specialmente come accade in Super Relax, Pira dal disegnino buffino (finto) infantilino passa a delle colorazioni atomiche in cui esplodono scie fluo, botti da computer grafica, scale cromatiche ardite che assalgono lo sguardo dello stesso uomo della strada di prima, lo travolgono, lo buttano in viaggi psichedelici fino a che non si finisce felici a vomitare arcobaleni. E tutto questo avviene senza alcuna sostanza psicotropa, pura magia visiva positiva ecosostenibile, endorfine naturali da gustare con la giusta soundtrack. Super Relax è un albo con una missione chiara, ardita, potente, impossibile: rilassarvi. Il buffo Gatto Silvestre affronta la massima quest di un eroe post-moderno, la scoperta del relax. Con abnegazione, impegno, stile, ci conduce tutti nel suo mondo parallelo, carico di umorismo giocoso, imparando l'estrema arte finale del rilassamento e condividendo con noi la scoperta. 
Super Relax è tra i fumetti che si possono leggere gratuitamente di Coconino Press grazie all'iniziativa che vi ricordiamo di andare a scovare sui loro social. 
Oggi trovare il Relax, anche solo per una mezzoretta è quasi come trovare il Graal. È lodevolissima l'iniziativa di regalarlo a tutti oggi come panacea, una bella pillola del buon umore dissacrante, giocosa e gioiosa. Grazie ancora una volta Pira per i tuoi bruttissimi ma bellissimi e tenerissimi disegnini.
E quale è la colonna sonora giusta per gustarli? Beh, Pira è anche un Dj da paura e troverete su YouTube il suo canale e una intera soundtrack rilassante legata a Super Relax



Cosa volete di più ? 
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venerdì 20 marzo 2020

Dragonero il ribelle n.5: Gli dei dell'arena - la nostra recensione!



- Sinossi fatta male: Dopo che nello scorso numero il nostro eroe ci ha  raccontato di come ha subito la più classica "truffa agli anziani", inventando probabilmente una palla enorme su come ne sia "uscito bene", Dragonero parte con Gmor per una missione potenzialmente suicida, quella di questo numero, ma che permetterà a entrambi i nostri eroi di mostrarsi mezzi nudi per la gioia delle lettrici. E tutti gli estimatori ed estimatrici di Gmor già esultano nel sognare i suoi pettorali pelosi, possenti e morbidosi. L'idea generale della "missione fondamentale che aiuterà come solito la ribellione" è salvare un principe decaduto, un morettone depresso per lo più mezzo nudo ma con fisico scolpito e oliato col Baby Johnson, che è costretto per debiti, in una specie di Sharm el-Sheikh, a lottare in un'arena di gladiatori di giorno e fare il gigolò a tempo perso la sera, per lo stesso esercizio commerciale. Il padre del depresso è il sovrano di un territorio strategicamente importante, ci si aspetterebbe un'opera di intelligence seria per il salvataggio, ma lo "svolgimento della missione" consiste nel diventare gladiatori dello stesso "proprietario" del principe depresso, avvicinare il principe, convincerlo che in qualche modo può fuggire, provare a farlo sorridere un po'. 
Tra mazzate, uomini nudi e nani con dispositivi allungabili e sparanti stile i Masters della Mattel, Ian e Gmor finiranno alla fine in tutt'altra storia. Una specie di dramma della gelosia con protagonista un Vincenzo Salemme arabo marito geloso col problema che "tiene eeh'corna, uaaaa!!!". 
Riusciranno i nostri eroi a compiere il salvataggio, gestire la sottotrama con Salemme ed affrontare le scene delle terme per soli uomini senza sfigurare davanti agli altri gladiatori palestrati e unti di Baby Johnson? 


- Oggi siamo tutti gladiatori come Totti:bSiamo a tutti gli effetti in questo numero in una interpretazione dragoneresca dello Spartacus televisivo australiano, per stessa ammissione della testata che cita lo show nella pagina delle "Cronache della ribellione" nonché nel titolo dell'episodio, Gli dei dell'arena, che richiama la seconda stagione del suddetto show. L'aspettativa dei più assidui fan della serie Starz era quindi una trama soft porno basata su temi quali: a) "uomini nudi palestrati che fanno sesso con ricche donne annoiate ma fighissime"; b) "uomini nudi palestrati che amano donne povere e schiave purché comunque sempre fighissime"; c) "uomini nudi palestrati che si amano tra di loro ma solo se entrambi fighissimi (perché nelle storie di gladiatori c'è sempre qualche brutto ceffo con la faccia che pare abbia avuto un incidente con un tram, ma non lo vogliamo veder pomiciare con uno altrettanto brutto per motivi di audience); d) "mazzate trucide nell'arena coreografica stile il 300 cinematografico" ; e) "qualcosa di nuovo, un gioco, del cioccolato", ossia un elemento a sorpresa per dare un po' di gusto alla trama. Se non eravamo in un fumetto Bonelli ma in qualcosa di più hot ci si poteva spingere con l'immaginazione pure in piena ortofrutta, con più banane e patate di quante ne trovereste ai mercati generali in giugno, ma non è questo il caso. Ma questo numero ha un cifra diversa ed è proprio grazie all'elemento e), la buona "salsa" che condisce gli eventi. L'autore è infatti Enoch e con il suo stile e classe "draga via" i molti eccessi di un magma narrativo, e conseguentemente visivo, "carnalmente iperattivo". Se l'arena possiede comunque una overkilling action da Mortal Kombat, se la sensualità rimane un elemento forte, Enoch riesce a veicolare la storia sulle latitudini diverse ma convergenti del tema del confine tra "amore" e "possesso". Tornano in scena  dopo lo speciale del 2017, La principessa delle sabbie, i personaggi di Abayomi e la sua "sposa di scudo e di spada" Gaelig e il loro ruolo subito diviene centrale. Abayomi è ora una delle molte spose di un sultano che la ama e riempie di doni ma è gelosissimo, mal tollera la relazione che lei ha con la sua ancella, la vorrebbe in esclusiva, un oggetto di sua proprietà. Incontriamo al contempo un lanista che ugualmente ama i suoi gladiatori, li riempie di privilegi e doni ma non sopporta che non possano essere più suoi, che vengano pur con un contratto ceduti o possano essere liberati. Anche il nostro principe rapito viene cercato da un padre di colpo interessato a lui, ma che prima, quando la situazione del suo stato era diversa, lo aveva "gettato via". I vari piani narrativi parlano la stessa lingua e i gladiatori che si vedono trionfare e morire nell'arena, così come diventare trofeo sessuale,  raccontano visivamente questo concetto, sono carne già in parte nelle fauci di diversi padroni. I disegni di Riccardo Latina tratteggiano uomini e donne dai corpi scultorei e dagli sguardi rigidi, perfettamente a loro agio in armature dalle geometrie aguzze e rugginose ma sessualmente sterili, ruvidi. Le barbe, i peli e le capigliature sembrano delle zone di erba avvizzita che si fa faticosamente strada tra la roccia. Sono corpi scultoriamente classici, plastici, in qualche modo "oggettificazioni", "giocattoli nelle mani di un proprietario".  I volti sono espressivi ma severi. Le scenografie sono per lo più aride, desertiche, il contesto dell'arena è essenziale, ma il piccolo mondo orientale in cui è ambientata la vicenda è carico di mille dettagli architettonici affascinanti. Riccardo Latina riesce quindi a tradurre al meglio il materiale narrativo di Enoch e la magnifica copertina di Pagliarani fa lo stesso, trasmette bellezza e crudeltà del racconto, armature lucenti che una folla esultante vuole vedere distruggersi e sporcarsi di fiotti di sangue. Quando il sultano cornuto entra in scena, pur con mille ombre, si riesce a trovare anche momenti di leggerezza narrativa, ma la storia è tosta e vediamo il nostro Ian muoversi in un modo se vogliamo anche più duro del solito. Un buon numero, in attesa del numero 6, che vedrà tornare in scena attivamente anche la nostra amata Sera. 


E anche qui mi immagino ci sia fin dalla copertina una citazione diretta da qualcosa che ho visto di recente al cinema. 


Finale: ho tra le mani questo numero di Dragonero dal giorno della sua uscita, ho fatto un po' fatica a trovare la forza di scrivere questo pezzo in un momento storico come questo, ma spero di avervi regalato con la nostra recensione "stupidina" almeno una piccola risata, una piccola finestra di normalità in un mondo in cui, per ora, nulla è più normale. Cercare di essere "leggeri" oggi è difficile, ma è uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare. Con affetto. 
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mercoledì 18 marzo 2020

Una quarantena di fumetti


Segnaliamo  anche noi la bella iniziativa di Coconino Press. molti suoi fumetti per questo difficile momento di quarantena sono disponibili gratuitamente online. Andate a scovarli sui loro social!

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venerdì 13 marzo 2020

Captain Tsubasa: Rise of New Champions - in uscita a giugno il videogioco di Holly e Benji




Attendevamo la conferma della data con trepidazione. Finalmente è arrivata e IL gioco di calcio più atteso di sempre dalla nostra micro-redazione si paleserà davanti a noi. In genere i giochi di calcio li gioco a distanza di ere geologiche. Vado a mente: Konami Soccer del 1985 per Msx 1, Sensible Soccer del 1992 per Amiga 500, Libero Grande del 1997 per Psx, Fifa 2012 con in copertina Del Piero (strano regalo di Gamestop, gioco usato di cui avevano un magazzino pieno e regalavano anche senza alcun acquisto) e Fifa 2014 per Ps4 (perché era in omaggio con una console, con il bundle di Call of Duty Advanced Warfare esaurito nella tornata natalizia). Non è che non abbia poi mai provato PES, Kick Off e figli o Super Sidekicks per Neo Geo, il fatto è che sono negato per questa tipologia di genere in sé. Non capisco come si passi la palla e il giocatore si trasferisce a controllare il player che la riceve, non mi è chiaro come gli altri mi tolgano la palla con classe e se io faccio lo stesso faccio fallo, non becco un tiro in porta. Nel calcio digitale sono una pippa e nelle partitelle con gli amici mi mettevano in difesa, dove in genere mettevano le pippe. È Gianluca l'esperto calcistico, di giochi come di calcio giocato, con un fiero passato e presente nei campi di calcetto. L'altro ieri mi hanno detto che Toto Schillaci non gioca più nella Juve e ci sono rimasto malissimo. Ma Captain Tsubasa è altra roba, è "cultura", uno dei 3 o 4 principali cartoni animati con un po' di seguito plurigenerazionale in Italia. Oggi c'è il remake che piglia i nomi originali giapponesi, ma questo è e rimane nei cuori l'immarcescibile Holly e Benji, anche se i nostri eroi si chiamano come il ministro dei trasporti cinesi Furgoncin. E allora eccoci pronti a plaudire per il tiro della tigre dell'ora diversamente chiamato Mark Lenders, a godere dei preziosismi tattici dell'ora diversamente chiamato Julian Ross, ad esultare per la catapulta infernale dei calciatori un tempo noti come i fratelli Derrick. Non è che mancassero in passato giochi sul cartone animato un tempo chiamato Holly e Benji, ma erano roba strana giapponese, più simile a dei giochi di ruolo tattici che a un Fifa e che in Europa, dove tutti vogliono solo Fifa, non ha mai importato nessuno per paura non se li cagasse nessuno. A dire il vero oltre a pareti di comandi tattici in giapponese stretto, questi giochi erano anche un po' "minimal", stile i gdr del 1991 alla Champions of Krynn. Oggi invece Bandai e Namco investono duro e vogliono portarci un gioco di calcio bellino da vedere e abbastanza "giapponese" per super-colpi vari, sulla riga immagino (mai giocati) degli Inazuna Eleven di Level 5. Tattico ma spettacolare, un po' come Dragon Ball Fighterz, ma con in mente alla base PES al posto di Street Fighter
Nota: questo è quello che speriamo, un altro discorso è arrivare a giugno e avere la conferma che sarà un gran gioco. Ma le good vibration, frutto di una  grossa e mirata campagna promozionale, ci sono tutte e i nostalgiconi che erano bimbi ai tempi della prima messa in onda un pensiero o due ce lo stanno facendo. I gameplay finora rilasciati consigliano prudenza ma l'entusiasmo è palpabile, la grafica quella giusta e la colonna sonora incalzante, che accompagnava lo scollinare della metà campo (in Holly e Benji c'era sempre una specie di montagna sulla metà campo), è proprio lei. E giù lacrime. 
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lunedì 9 marzo 2020

Candyman - Il trailer



È grosso, porta un lungo mantello nero, ha un uncino al posto di una mano, il fisico enorme e sexy,  la voce suadente, nel film del 2012 e sequel, di Tony Todd. È Candyman, una delle più riuscite figure horror nate dallo scrittore inglese Clive Barker, il babau che se dici per tre volte il suo nome allo specchio ti compare alle spalle, viene a prenderti e ti fa fuori. Lo spirito inquieto di uno schiavo di colore dell'ottocento che per aver sedotto una donna bianca (ed essendo da lei ricambiato) è stato coperto di miele, come un "uomo dolce", e fatto mangiare vivo da delle api inferocite. Ed è forse per questo che uccide se evocato, perché chiamarlo "candyman" è offensivo come la "parola con la n" che discrimina le persone di colore. Il film originale di Bernard Rose era bellissimo, fresco, uno dei migliori horror degli anni '90. In una Chicago da sogno, spesso fotografata al tramonto, piena di graffiti e paesaggi urbani  dai colori caldi, il film raccontava l'amore impossibile e struggente, con gli echi migliori del Dracula di Stoker, tra un mostro e una donna, sottolineato dalla sontuosa colonna sonora di Philip Glass. C'era una forte e ben costruita componente thriller, qualche "nota magica" alla X-files, la paura esplodeva nelle scene in cui le luci si spegnevano e arrivava il buio e presto irrompeva con lampi elettrici lo splatter, sangue e sbudellamenti anche "da stomaci forti", non per un pubblico occasionale. Ma di questo miscela horror era la malinconica love story, nata per finire nel più tragico dei modi, la sua nota più bella, quella che ci accompagnava a casa dopo la visione. Quindi se il Candyman di Todd era favoloso, uno dei boogieman più riusciti di sempre per possanza e stile, la studentessa di folklore Helen, interpretata dalla bellissima e incantevole Virginia Madsen, era in realtà il vero colpo di genio, quello che conferiva alla vicenda una insospettabile credibilità emotiva e narrativa, elevandola per me anche sopra a coevi adattamenti di Barker, come Hellraiser, che puntavano troppo sul piano visivo. Il finale è tuttora qualcosa di inaspettato, amarissimo. Anche il seguito, di Bill Condon, cercava di bissare la stessa formula, inscenando un Candyman ritornato in vita e alla ricerca della moglie reincarnata nel presente. Ebbe successo anche se era meno bello e generò un secondo seguito, diretto da Tury Meyer, in cui il Candyman tornava per cercare la nipote... stava diventando una variante del Giustiziere della notte e forse è bene che la serie lì si sia fermata un attimo a riflettere su cosa fare da grande. Il film diretto da Nia DaCosta, scritto e prodotto da Jordan Peele, riparte dal finale del primo Candyman, un po' come fatto dal recente Halloween. Si vuole rimettere al centro una componente visiva ricca e carica di influenze artistiche, si sceglie per regista una donna, perché Candyman torni a essere più di ogni altra cosa una love story dal punto di vista femminile, come lo era nell'originale. Ma l'attesa più alta è ovviamente per Jordan Peele, ormai a tutti gli effetti lo Spike Lee del cinema horror contemporaneo. Dopo i suoi geniali Get Out - Scappa e Noi, film che hanno saputo mischiare al meglio l'horror con la commedia per dare corpo a thriller sociali originali quanto inquietanti, Candyman è una sfida diversa, lo pone direttamente a confrontarsi con quello che per fama è a tutti gli effetti il "Dracula nero", scritto dal migliore Clive Barker di sempre. Sarà interessante e vi confesso che dal primo momento che ho sentito parlare del nuovo Candyman ho sperato che dietro ci fosse Peele, non vedo letteralmente l'ora. 
Todd sarà di nuovo Candyman, nel cast anche il simpatico Yahya Abdul-Mateen II visto in Noi, e molti volti televisivi in attesa della grande occasione, da Empire a Chicago Fire. Ho buone vibrazioni, a risentirci prima di giugno, data d'uscita della pellicola.
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