martedì 11 febbraio 2020

Dragon Ball Fighterz - Inizia a fine febbraio la Stagione 3 del picchiaduro di Arc System prodotto da Bandai Namco



Si sono tenute sabato 8 e domenica 9 a Parigi le finali del Secondo Anno del Red Bull Dragon Ball Fighterz World Tour, che hanno decretato la vittoria del grande Go1 contro l'aggueritissimo Fenritti al termine di un torneo esaltante e ricco di colpi di scena, con molti nomi illustri che non sono riusciti nemmeno ad arrivare al giorno finale (Sonic Fox). Unica costante la presenza, nel roster di praticamente tutti i partecipanti, del personaggio Goku GT, che da quando è uscito in digitale, il 9.5.2019 per il "Goku Day", è diventata costante irrinunciabile e soporifera in qualsiasi sessione online. Facilissimo da usare, piccolo, velocissimo, estremamente forte e dotato di caratteristiche che lo rendono ancora più temibile quando rimane da solo in campo, il piccolo demonio è diventato incubo e arma segreta di tutti i player. Goku GT a parte, i match parigini sono stati una sfilata infinita dei personaggi di tipologia "attaccante" come Goku, Kid Gohan, Kid Buu, Trunks e Adult Gohan, il sempreverde Yamcha e i tremendi (pur depotenziati) "Tank" Cell e Piccolo. Davanti a questi combattenti veloci e relativamente facili da usare, a questa ultima tornata mondiale del Game Arc System non è sembrata ai professionisti valere la pena investire sui personaggi più complessi ma lenti del roster, tranne qualche eccezione meritevole come il player DekillSage che ha fatto un ottimo uso del "tank" Broly (Z). A fronte di infiniti attacchi di energia (diretti e dei personaggi "support") intervallati da un costante gioco di nervi per rompere la difesa avversaria, nessuno ha scelto di affidarsi alla potenza del "counter" da distanza ravvicinata come Jiren, pochissimi che hanno optato per il "semi-tank" Broly o per i deboli attacchi a distanza di Janemba, zero utilizzi per Videl, Beerus e per lo più scomparsi e pur in passato gloriosi C-16 e Hit. Il piccolo mostro Goku GT ha reso in pratica tutti "i più grossi" e "più sfiziosi" desueti, compreso il personaggio che più gli somigliava sulla carta, Gotenks, a cui viene preferito quasi sempre. Bisogna cambiare un po' le meccaniche di gioco e la sempre bellissima e dolcissima producer del gioco, Tomoko Hiroki, ha già messo le carte in tavola per quello che vuole fare da fine febbraio.


In sostanza si vuole fare in modo che ogni personaggio abbia diverse azioni di supporto tra cui scegliere, si vuole fare in modo che sia necessario schierare un personaggio grosso contro uno grosso o piccolo contro piccolo, si cerca di scardinare il meccanismo perverso per cui se un giocatore ha solo un Fighter in campo, finisce presto inevitabilmente per perdere in pochissimo tempo (salvo se usa Goku GT). Un programma ambizioso che permetterebbe di vedere impiegati negli scontri online per una volta tutti i personaggi e non solo i soliti 8 tra cui il sempreverde "Tusaichi". Incrociamo le dita.
E parliamo quindi anche dei nuovi personaggi del season pass 3. Annunciati 5 combattenti che da fine febbraio usciranno a cadenza bimestrale, i primi due rivelati con un trailer sono Kefla, prevista per il 28 febbraio e Goku Ultra Istinto (probabile come per Goku GT per il 9.5 in occasione del Goku Day). Kefla sembra veloce e divertente da usare, Goku U.I. mi dà tutta l'aria del personaggio complicato e rognoso (da professionisti, anche se manco loro lo usano) come Jiren o Janemba. Ovviamente posso sbagliarmi. 
Dragon Ball Fighterz a distanza di due anni è ancora vivo e vegeto, ricco di una schiera di fan adoranti e con tanti buoni propositi di miglioramento. 
Sono contento di giocarci e non vedo l'ora dei prossimi aggiornamenti. 
Talk0

domenica 9 febbraio 2020

Daryl Zed - i mostri sono loro : la nostra recensione



Nel linguaggio dei giornaletti sporchi anni '70 il "69" è una posizione erotica che significa "incastrare l'alto con il basso", in cui un partner si mette sottosopra rispetto all'altro. Nel numero 69 di Dylan Dog nasceva così la "versione sottosopra" di Dylan Dog, il suo opposto speculare. Potrebbero essere gemelli separati alla nascita, ma Dylan è moro, Daryl biondo. Dylan gentile, Daryl arrogante. Entrambi per lavoro indagano l'incubo, ma Dylan cerca di comprendere quelli che sono definiti "mostri", Daryl gli spara addosso e basta perché "non possono esistere mostri buoni". Soprattutto, in un gioco meta-narrativo, Dylan il personaggio di un fumetto scritto da Tiziano Sclavi, un autore che vive nel mondo di Daryl Zed e gli è amico, al punto da ispirarsi alle sue avventure nelle sue opere, giusto abbellendole di un senso morale che nel mondo reale non potrebbe esistere. Anche se il mondo di Daryl Zed potrebbe sembrare per questo dettaglio il mondo reale, direi che ci troviamo in una qualche realtà parallela dove le creature da film horror sono all'ordine del giorno, ci sono le taglie su quelle più pericolose e Scotland Yard per contrastare cose come i vampiri utilizza corpetti con collare protettivo e armi lancia paletti di frassino, nel caso lanciando qualche missile da un elicottero in piena città per sgominare qualche minaccia. In un contesto simile pure i personaggi sono sopra le righe ed è divertente ritrovare tra le pagine la versione alternativa di qualche volto noto di Dylan Dog, solo che "sotto acido". È tutto così esagerato e assurdo, dal lato visivo quanto narrativo, che il mood della lettura diventa parodistico e quindi sostanzialmente innocuo, pur se intenzionalmente "cattivo/scorretto": Daryl Zed è una specie di "versione Deadpool" di Dylan Dog, anche se sarebbe più corretto dire una "versione Lobo". 


Personalmente mi piacerebbe che questo Daryl Zed si avvicinasse alle storie del periodo d'oro di Lobo di Alan Grant e Simon Bisley. Me lo richiamano i disegni di Nicola Mari, che enfatizza le linee muscolari esagerate di alcuni personaggi (che è molto comico in ragione di uno specifico personaggio), tavole ricche di mostri pieni di denti e lingue, esagerate armi e armature alla Giudice Dredd (Griffen, Grant e Bisley erano tutti ragazzacci inglesi della 2000 AD). Me lo ricorda la colorazione vintage, acida, da "comics quadricromatico" (se non è quadricromatico effettivo ci si avvicina moltissimo come citazione). Me lo ricorda la scrittura sarcastica di Tito Faraci, che ci fa guardare con affettuoso distacco e simpatia un anti-eroe bullo e un po' confuso come Daryl. C'è una scena molto divertente, mi è sembrata scritta dal Garth Ennis di Preacher: è un flashback che parla di vampiri con una accezione quasi alla Twilight (e quindi anche di sessualità), è geniale e scorrettissima e non vedo l'ora nei prossimi numeri di vedere come quella situazione di evolverà. Perché purtroppo Daryl Zed dura un po' poco, solo 34 pagine, con la storia che andrà a svilupparsi nelle sei uscite mensili previste, per ora destinate solo al circuito delle fumetterie. L'albetto è carino, spassose le finte pubblicità, carini gli inserti editoriali e micro-striscia umorista sul retro, anche quella una chicca "vintage". 
Un Nicola Mari in ottima forma si diverte a citare i "comics dei mostri" (c'è molto Lobo, ma pure Morbius e qualcosa dalle opere 2000 Ad), sceglie una gustosa linea stilistica affettuosamente retrò e conferisce nuova linfa al personaggio creato visivamente da Dell'Agnol, donandolo di una riuscita "acida" luce pulp. 
Faraci espande lo strano mondo del numero 69 voluto da Sclavi, ma adesso deve mettercisi dentro pure lui, deve pure lui ritrarsi a prendere un caffè con Daryl riflettendo sul ruolo di eroi e anti-eroi, moralità reale e ideale. In queste poche pagine Faraci dimostra comunque tutta la sua capacità di creare quei mondi alternativi, pieni di mostri e regole proprie, che mi era molto piaciuta nel suo Brad Barron
Daryl Zed è un progetto Bonelli strano per distribuzione, prezzo, colore e tipologia di formato. Vi consiglio di sfogliarlo prima di capire se può fare per voi. 
Potrebbe essere idealmente il tipico comics anni '80 che io (o qualche altro lettore attempato) ritroverei dopo un trasloco, tra i numeri di Lobo, il Punitore e la saga del clone.  Effetto nostalgia per me assicurato, mi ha ricordato Lobo ma nulla impedisce in futuro a Daryl di diventare a tutti gli effetti il Deadpool di Dylan, assecondando anche i lettori più giovani.
Serve necessariamente più tempo per valutare la storia, ma l'ho trovato un inizio divertente e ben confezionato, dal buon potenziale. 
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giovedì 6 febbraio 2020

Underwater - la nostra recensione del vostro nuovo b-Movie sottomarino preferito



Ci troviamo ventimila leghe e oltre sotto i mari, a trivellare tesori minerari in vere e proprie strutture fantascientifiche per l'estrazione. Una splendida ingegnere meccanico interpretata da Kristen Stewart, soprannominata amabilmente dall'equipaggio "piccolo elfo senza tette", sta in bagno splendidamente mezza nuda a lavarsi i denti. Con l'espressione splendidamente imbronciata (un classico dell'attrice, quello che per me la rende irresistibile) e i capelli rasati da dura, la Stewart elabora poco splendidi pensieri esistenzialisti da Smemoranda, che ci vengono offerti con tanto di voice over alla Blade Runner, in un momento un po' cringe. Poi la sorpresa, un ragno fa capolino sul lavello puntando le zampette da dentro al rubinetto!! E come ci è arrivato mai? Sarà stato il corriere Ikea con le nuove forniture dei rubinetti a farci questo regalo? Neanche un secondo per ragionarci sopra e... Sbooom!!! Prima un sussulto poi in un attimo trema tutto, crolla tutto, forse c'è una falla! La Stewart splendidamente mezza nuda prende il comando delle paratie stagne e blocca tutto, isola tutto, salva tutti. Anzi no, non proprio tutti, ma non c'è tempo di pensare, bisogna radunare i dispersi e correre alle capsule di emergenza o, se le cose andranno male, uscire dalla struttura, camminare con gli scafandri ipertecnologici per qualche miglio, giungere a una struttura vicina e prendere le capsule di emergenza che sono lì, oppure, se le cose andranno davvero male male, riprendere gli scafandri ipertecnologici e farsi altre miglia fino al punto dove si arriva a un altro avamposto e ripetere tutto. È una faticata come sembra a leggerla? No, di più. Primo, perché siamo ventimila leghe sotto i mari e oltre e la pressione, se non gestita con camere di pressurizzazione varie o marchingegni sulle tute scafandrate, o ti fa esplodere i nervi o ti fa implodere il corpo, con effetti splatter da implosione davvero macabri (e il film è molto splatter, al punto che quando esplode una tuta sottomarina chi la indossa diventa una specie di popcorn nel microonde). Secondo, perché oltre al terremoto sono comparsi dei mostri viscido - pinnati - alienformi aggressivi, veloci e quasi invisibili, ben disposti a smembrare gli esseri umani (ho già detto che il film è molto splatter? Ai popcorn aggiungete la tagliata al sangue). Terzo, perché la compagine dei nostri eroi è ovviamente male assortita, tra gente che è fuori di testa per la decompressione (tra chi straparla e chi accudisce conigli di pezza), gente che si ferisce e deve essere trasportata già dalla prima scena, gente che fa cose suicida. 
Riusciranno i nostri eroi a tornare a casa?
Riuscirà la Stewart, che parte in pantaloni da tuta e micro-reggiseno e subito rimane in micro-reggiseno e micro-slip per entrare nella tuta scafandro, a spogliarsi sempre di più fino alla fine del film? 


Che belli i thriller/slasher sci-fi sottomarini di una volta!! A cavallo di mega produzioni "alte" tra l'Alien di Scott e l'Abyss di Cameron, che dettavano regole stilistiche e di contenuto, si trovava tra la fine del 1970 al 1990 tutto un sottobosco di pellicole minori che in qualche modo, accantonando il lato più filosofico e fantascientifico, strutturavano la "formula" intorno a quattro elementi. La presenza di mostri/alieni/mutanti da affrontare senza conoscere. Situazioni con "assenza d'aria" (vuoi "spaziale" o "sottomarino" o "ai confini del mondo", tra ghiaccio o caverne, l'importante è che si fatichi a respirare) con legata a stretto giro una alta componente claustrofobica (sia in istallazioni spaziali che in quelle sottomarine o tra cunicoli di roccia e rifugi tra i ghiacci ci "si sta stretti"). Terzo punto, una fase narrativa caratterizzata da corazze varie, tute pesanti, scafandri o esoscheletri limitanti vista e mobilità dei personaggi (elevando al quadrato paura, claustrofobia e senso di mancanza d'aria). Quarto, il più importante al pari del mostro, la "bella": una donna di carattere ma femminile, intelligente, affascinante in un modo non banale (spesso androgina), coinvolta in scene cariche di tensione ed erotismo. Sigurney Weaver, in Alien di Scott, che di nascosto rimane in mutandine e reggiseno per indossare la tuta spaziale, nella stessa zona dell'astronave dove risiede il mostro, è la perfetta sintesi dei quattro punti e per vendere un film derivativo non bastava altro. Nel 1980 andavano fortissimo le pellicole ad ambientazioni "sottomarina" ed essendo io all'epoca un pischello le divoravo una dopo l'altra (oggi con occhi più adulti ho un po' paura a riguardare certi film). Tra questi film Lo squalo 3 (lo squalo torna spesso come mostro, diventando spesso una versione mutante aggressiva del pesce), Leviathan, La "cosa" degli abissi (The rift), Creatura degli abissi (Deep Star Six). La specifica  narrativa alla base dei "film di mostri sottomarini" è che "non gli devi rompere il tridente, a Nettuno, Cthuluh o chi per lui":  più inquini (anche un sottomarino nucleare sul fondo "inquina")  e rubi dal sottosuolo del mare, più finisce male. Il mare diventa il posto del male e arriva il mal di mare, tutti vanno giù giù giù e fanno glu glu glu, come in "Beato tra le donne" condotto da Bonolis, mentre noi effettivamente ci beiamo di donne forti e spesso mezze nude come Ripley che affrontano mostri tentacolosi. 


Gli attori rappresentano il classico gruppetto di vittime designate da film slasher, spesso citazioni volontarie di omologhi di altre pellicole dello stesso genere. Vincent Cassel è il capitano tutto di un pezzo carico di spirito di sacrificio e dramma personale alle spalle. T.J. Miller fa il pazzo maneggione un po' zozzo che parla con un peluche e tira rutti. Jessica Henwick è la tipa ultrasensibile e insicura sulla cui sopravvivenza non ci scommetterebbe nessuno, John Gallager jr è la "palla al piede" che rimane ferito alla prima scena. La Stewart è la "nostra" Ripley", un'eroina un po' nerd, un po' androgina, incredibilmente sexy. Kristen Stewart è perfetta per questo ruolo, è nata per questo ruolo e con la sua fisicità e stile riempie ogni inquadratura, grazie anche ad un talento che è sbocciato con pellicole come la ghost story Personal shopper (dove è davvero brava). Non so il perché (o almeno, temo riguardi una serie di film con i vampiri e i lupi), ma a qualcuno Kristen Stewart non piace e questo non è forse il film che vuole far cambiare idea a qualcuno (quello è Personal Shopper). Underwater è un film di genere, figlio di film divertenti a lui simili che si guardano per divertirsi senza pensare, agognando l'arrivo dei mostri. I mostri sono numerosi, sono belli da vedere e anche se non particolarmente originali (il Chtulhu e le creature di Dagon di Lovecraft sono il riferimento visivo più evidente) svolgono il loro compito e vi accompagno fino ad un finale ben orchestrato e per una volta non troppo aperto. Le armature sottomarine e il solito mix di scialuppe di salvataggio, ascensori lenti e rugginosi, infiniti mostri sempre più grandi, poche armi ed isteria da poco ossigeno fa il resto e il regista William Eubank, che qualcuno ricorderà per The Signal, che era un film tutto sommato onesto e non così male, confeziona un nuovo film onesto non così male. Un film pieno di luoghi comuni ma che fila dritto, visivamente non è affatto male, trova (per lo più) buoni attori in ruoli pur schematici e soprattutto ha una trama (scritta da gente che ha lavorato a Insurgent, Jack Ryan e l'ultimo Tarzan, oltre alla serie The Babysitter) che nel 2020, pur in assenza di specifici guizzi, non presenta buchi di sceneggiatura. 
Underwater è un film onesto e fieramente di genere, che non ambisce a offrire più dell'intrattenimento leggero che promette, confezionato con molta cura, leggero e divertente. Ideale se per un paio d'ore volete vedere un po' di mostri marini, scene splatter e una magnifica e sexy Final Girl. Se è uno spettacolo scacciapensieri quello che cercate,  Underwater è il film che fa per voi, magari da abbinare nel week end con Shark il primo squalo, Paradise Beach e Life con Ryan Reynolds. Ci sono buone potenzialità per un franchise, ma sarà il tempo a giudicarlo. Buoni popcorn a chi vuole divertirsi.
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lunedì 3 febbraio 2020

1917 - la nostra recensione del nuovo film di Sam Mendes, basato sui racconti di guerra di suo nonno Alfred



6 aprile 1917, Francia, tra i prati e fiori ai margini di un campo di soldati inglesi, con classico elmetto a padella in testa. Siamo nel primo pomeriggio, è passato il postino ma il rancio ancora no, quando il giovane e gioviale caporale Blake (Dean-Charles Chapman ), esperto mappatore, è richiesto per una missione urgente dal generale Erinmore (Colin Firth) e decide di prendere con sé il taciturno soldato Schofield (George MacKay), un commilitone che ha già conquistato sul campo una medaglia al valore. L'incarico è rischioso e coinvolge Blake personalmente. Suo fratello (Richard  Madden) fa parte di una compagnia che secondo le nuove fotografie aeree all'alba finirà massacrato in una maxi-trappola ordita dai tedeschi, che dopo aver finto la fuga e lo smantellamento delle trincee esterne stanno spingendo gli inglesi verso un avamposto fortificato pieno di cannoni. I ragazzi dovranno in gran segreto percorrere qualcosa come 15 chilometri, valicare le trincee nemiche (che si ritengono essere) abbandonate, lanciarsi tra fango, fiumi e detriti di città diroccate, per raggiungere il contingente e consegnare a chi è al comando una lettera del generale che ordina di annullare l'attacco. Sono a rischio le vite di 1600 soldati. I nostri due eroi, prima sbattendo continuamente contro la colonna dei commilitoni, e poi inciampando in fili spinati e interiora di cadavere, si incamminano così in quello che, passo stentato dopo passo stentato, sembra essere sempre più un cammino verso l'inferno. Tra paesaggi apocalittici sinistramente deserti, corpi ammassati e sparsi come decorazione un po' ovunque, bossoli giganti, carcasse di mucche e cavalli morti, cunicoli stretti e spettrali, topi grandi come cinghiali e chiese infuocate, riusciranno a portare a termine il loro incarico?  


Sembra di essere tornati ai tempi del Signore degli Anelli, con Sam e Frodo che si inerpicano tra gli anfratti sconnessi e mostruosi di Mordor, mentre sullo schermo esplodono mille giochi cromatici e una colonna sonora spettacolare, da vera epica, travolge ed emoziona a ciclo continuo. La "storia" raccontata uno dei milli episodi della "Storia" del conflitto con la "s" maiuscola in una dimensione su scala al contempo piccola quanto grande. Due uomini hanno in mano il futuro di 1600 soldati e oltre al viaggio dovranno anche convincere a ritrarsi dai giochi degli ufficiali troppo incazzati e troppo esauriti per ascoltarli. I nostri soldatini sono piccoli, coraggiosi, simpatici ragazzini. Blake è ultra-ciarliero ed emotivo, racconta storie dense di humor nero e sbatte contro feriti e cadaveri nella foga di arrivare prima al fratello, ma è anche incredibilmente altruista. L'altro quasi non parla, assomiglia a Ron di Harry Potter, non sprizza simpatia e si prende un sacco di ferite, è perennemente depresso e agisce con spirito tanto coraggioso quanto a volte suicida. Li conosciamo in poco meno di due ore di una pellicola che mette in scena una missione che si svolge quasi in tempo reale, con la telecamera che sta sempre ossessivamente su di loro, in un gioco di prestigio visivo alla Birdman che "non stacca mai" dai nostri eroi, anche se corrono tra i boschi, salgono su di un'auto, nuotano ed entrano in una casa diroccata. L'effetto generale è pazzesco per la fluidità con cui le immagini descrivono l'azione, ma forse rende tutto lo spettacolo un po' plasticoso e ovattato. Non è esattamente cinema che nasce dalle improvvisazioni del "mettersi nei panni" di un personaggio, è più un seguire con tutte le forze uno storyboard leggendo ogni espressione quando ogni passo all'interno di uno schema strettamente predefinito, un elegante orologio svizzero. Sembra di assistere a una specie di eterno balletto che coinvolge tutti gli elementi in scena, dagli attori agli effetti speciali, passando per le scenografie e le luci. Tutto danza insieme alla telecamera che sale, scende, gira, si immerge, rincorre e si fa seguire dai protagonisti. Forse per le riprese avranno usato dei droni-anfibi-militari-sperimentali, alla faccia di Sam Raimi che per gli inseguimenti de La casa montava una telecamera sulla sua moto e pregava che non si rompesse contro un albero o colpisse Bruce Campbell uccidendolo... Altri tempi, ormai le telecamere compiono acrobazie più articolate e precise del volo di un falco pellegrino. 1917 è in sintesi il modo più spettacolare concepibile di descrivere lo spostamento di due personaggi da un punto "a" ad un punto "b" che, stringi stringi, è tutto quello che accade a livello narrativo. Poche le interazioni con gli altri attori in scena, al punto che i più giovani e chi avrà visto il nuovo Jumanji li scambieranno per personaggi non giocabili di un videogame di avventura o sparatutto. Poche le linee di interazione dei due protagonisti, per lo più intenti a correre, saltare, accucciarsi e sparare, tanto che per i più giovani e per chi ha visto Jumanji, complice il fatto che la telecamera non stacchi mai da loro due, sembrerà a tutti gli effetti di guardare al cinema un videogame in terza persona. Pur con questi limiti strutturali, che rendono la narrazione più epidermica che effettiva, più sensoriale che cerebrale (ma forse è a tutti gli effetti un segnale di come muterà il cinema nei prossimi anni), lo spettacolo c'è, ed è grande, sontuoso. Gli attori sono bravi è molto espressivi e se non fosse stato per le loro capacità tutto il gioco visivo non avrebbe funzionato. Si avverte la paura, il dolore, l'impotenza, la rabbia. Si respira fango e sangue, ma si sente anche il calore del latte caldo, ci si commuove per un canto nostalgico come in Orizzonti di Gloria. Ci mettiamo davvero nei loro panni e al netto del fatto che non siano proprio dei "chiacchieroni" ci sentiamo coinvolti dalla loro vicenda perché la viviamo insieme a loro, quasi in prima persona. Certo si sacrifica un po' la narrazione (laddove la narrazione vive anche di un non detto e non rappresentato) relegando a pochissimi (ma geniali) spazi l'immaginazione dello spettatore, asservendolo alle regole di un magicamente cedibile "qui e ora". Ma funziona, soprattutto quando il regista gioca a mescolare la natura alle azioni e fantasie umane. Mendes torna qui a essere più vicino ad American Beauty, dove vedeva la poetica di riprendere con una telecamera a mano le folli e malinconiche traiettorie di un sacchetto di plastica spinto dal vento. Nello stesso film si accoglieva Mena Suvari coperta solo di petali di rose rosse che cadevano dal cielo come nuovo sogno erotico collettivo. Il vento ha di nuovo voce in 1917, ci sono petali di ciliegio che scendono anche loro dal cielo, la stessa armonia rivive e si espande. È al contempo un Mendes lontano dalla  satira del mondo militare, scorretta e anti-eroica, del suo Jarhead. Poche battute sul senso del conflitto, di più l'eroismo semplice di sopravvivere giorno per giorno per tornare a casa senza più ripartire per il fronte. Ma forse perché qui Mendes racconta storie di guerra che ha sentito direttamente da suo nonno, il lascito morale di un mondo "che poteva capire un bambino" che il Mendes piccino avrà avvertito come più vicino alla favola e per questo non dissimile al racconto di coraggio e altruismo che coinvolge Sam e Frodo nel Signore degli Anelli


È un unico piano-sequenza, showcase ultratecnico che "Scorsese spostati"? È la sublimazione del videogame "con elementi narrativi", qualche volta alla Battlefield qualche volta alla Plague Tale / Life is Strange, che diviene cinema e sarà sempre più cinema negli anni a venire? È la favola del nonno con cui Mendes si addormentava da bambino, dove un po' alla Indiana Jones "l'unico nazista buono è un nazista morto"?
1917 è un po' tutte queste cose insieme, ma soprattutto è una esperienza audiovisiva avvolgente, che smuove paure e slanci primordiali e che a fine visione rilascia un senso di compiutezza e circolare bellezza che assorbe e spinge a volerne ancora, a bramare una nuova visione dove perdersi tra i mille dettagli sullo sfondo che al primo giro si sono persi. Mi dicono dalla regia di comunicare che guadare 1917 non dà effetti di nausea come opere tipo Hardcore di Naishuller, potete quindi andare in sala senza il travelgum (ho scoperto che lo fanno ancora!! Quando andavo in vacanza in Liguria era l'unico modo che avevo per non inondare l'auto). 
Il direttore della magnifica fotografia è Roger Deakins, non a caso collaboratore storico di Mendes, ma anche per Villeneuve (in cose pazzesche come Blade Runner 2049, Arrival e Sicario), come per i fratelli Cohen. Le musiche sono di Thomas Newman, sono epiche più di tutto Lo Hobbit di Jackson e farete davvero fatica a levarvele dalla testa dopo la visione, al punto che il brano dal titolo "Gehenna" sto pensando di usarlo come sveglia.
1917 è un epico viaggio tra le trincee di un paio d'ore, qualche volta nella lenta perlustrazione di ricchi e dettagliati paesaggi, qualche volta veloce a rotta di collo, tra proiettili, bombe, fiamme ed eserciti in guerra. Trovatevi la sala più grande con l'impianto audio più performante e godetevelo appieno. La narrazione orizzontale non presenta molti guizzi, ma tra tanto splendore visivo e auditivo non ci farete molto caso. 
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domenica 2 febbraio 2020

Jojo Rabbit: la nostra recensione



Jojo è un bambino di 10 anni e vede il mondo come un bambino di 10 anni, solo che è un bambino tedesco, vive ai tempi della seconda guerra mondiale e ha un fantastico amico immaginario: Adolf Hitler. È per questo Jojo un sanguinario, razzista, ottuso epigono di Heichmann? No, perché ha solo 10 anni ed essere "nazisti" per molti bambini tedeschi come lui significa per lo più andare con gli amichetti in un campo scout (molto in acido), amare le uniformi, volere bene alla patria facendo volantinaggio e combattere eroicamente contro "creature fantasty" come gli ebrei e russi. Gli ebrei, gli hanno raccontato gli amichetti e le poche fonti disponibili, nascono da uova covate da una regina madre insettiforme, sanno mutare in serpenti e pipistrelli, si nascondono come fantasmi tra le pareti di casa tua, senza che te ne accorgi, attentando anche ai tuoi genitori. I russi, gli hanno raccontato le solite fonti non confermate, mangiano (ovviamente) i bambini, sono enormi come orsi e compiono atti sessuali ai danni dei cani. Chi salverà le mamme dagli ebrei? Chi salverà i bambini e soprattutto cagnolini del quartiere dai russi? Jojo naturalmente, l'eroe della patria Jojo! Solo che, caricato a palla di entusiasmo dal suo amico immaginario, durante una gita degli scout/piccoli-soldati finisce per lanciarsi una granata addosso per "eccesso di agonismo". Quasi morto, gravemente ferito alla gamba e con il volto pieno di cicatrici, Jojo è retrocesso da piccolo Soldato ad addetto alla propaganda. Jojo è depresso, non potrà più salvare come guardia scelta il suo eroe Adolf nel caso che un altro Von Stauffenberg attenti alla sua vita, ma la mamma gli vuole comunque bene, forse anche più bene. Ma tristezza a parte c'è un grosso problema nella vita di Jojo che ancora richiede il suo eroismo. A casa sua c'è forse nascosto un terribile ebreo. Capelli lunghi come un fantasma giapponese, artigli acuminati e una fisionomia tra il serpente, l'alieno e forse il pipistrello, l'ebreo fa costantemente e rumore, dietro i muri. Riuscirà a salvare la mamma?


Credo che avere 10 anni sia un po' percorrere l'età dell' "-issimo". Tutto è bellissimo o bruttissimo, fighissimo o tremendissimo. Jojo Rabbit è un film che con la sua assoluta innocenza, un umorismo nero e sulfureo e una cornice davvero cruda, reale da fare orrore, è riuscito a farmi tornare un bambino di 10 anni come Jojo. E quindi, di nuovo con dieci anni (non) anagrafici, mi faccio travolgere gli occhi da un intero mondo che mi appare per personaggi, colori, costumi e ambienti vicinissimo al Wes Anderson di Moonrise Kingdom, ma dove stanno tutti in acidissimo (fantastico il campo scout nazi Straordinari). Mi sento bruttissimo ma coraggiosissimo come Jojo (il piccolo e bravissimo Roman Griffin Davis), voglio scrivere come lui un libro per conoscere di più e combattere questi strani vampiri/alieni/serpenti profanatori di cagnolini (c'è in questo una surreale rappresentazione fanatasy del popolo ebraico, che si idealizza perché non si conosce direttamente, che mi ha ricordato uno dei momenti più "scorrettamente innocenti" di Borat. Il punto comico è deridere la propaganda e la eccessiva fantasia dei bambini in merito alle cose che non conoscono, non certo prendere in giro il popolo ebraico, che anzi viene conosciuto e diventa "sempre più umano" a mano che la pellicola prosegue). Mi mancano tantissimo una sorella che non c'è più e un padre da troppo tempo disperso, forse anche per questo credo all'assurdo di un ganzissimo "Hitler immaginario" (interpretato dal  grande Taika Waititi) che vola fuori dalla finestra come Peter Pan, mangia unicorni e sprona a non abbattersi davanti ai problemi della vita. Voglio essere anch'io epicissimo come i suoi """buffi""" soldati (molto divertenti  Sam Rockwell e Rebel Wilson), esagerati nelle convinzioni e al contempo umani, vanitosi, stralunati (come mi hanno insegnato essere "gli uomini" per la comicità dei Monthy Python). Vorrei abbracciare e avere le coccole da una mamma dolcissima, coraggiosissima e bellissima come Scarlett Johansson, che ama ballare, sorridere e senza di cui vivrei la vita a scarpe slacciate. Vorrei avere un amico figo come l'occhialuto e rotondetto Yorki (il piccolo Archie Yates) che ha dieci anni come me  ha è già una specie di eroe e guida spirituale. Vorrei avere un bacio da Elsa (Thomasin McKenzie), che è bellissima e non mi frega se è in realtà un insetto o pipistrello o serpente, dopo che la avrò conquistata copiando le poesie dell'autore che preferisce. Piango, e "di bruttissimo", quando si palesa che anche se sei un bambino di 10 anni, a un certo punto, ti arriva addosso tutta la realtà della guerra, spogliata di tutta la satira colorata e irriverente che ci hai avvolto intorno con ingenuità e candore. La vita (non) è "bellissima", ma possiamo sempre ballare, estraniarci dalle cose brutte, anche con una colonna sonora che non lesina capolavori, tra Beatles e Bowie. 


Da "bambini di 10 anni" trovo quindi il film tutto "-issimo": bellissimo, tenerissimo, tristissimo, divertentissimo e "irresistibilissimo", forse la migliore sorpresa di questa tornata cinematografica, la pellicola più gentile per raccontare la storia più spietata. 
Al cinema Taika Waititi ci ha proposto negli anni di non prendere "solo" sul serio cose come i supereroi, con Thor Ragnarok, e gli amanti dei cinecomics (specie chi non aveva mai letto Thor a fumetti, conoscendo il personaggio anche come molto divertente) in gran parte non hanno capito. Taika Waititi in un periodo di vampiri malinconici ci ha proposto di non prendere troppo sul serio cose come i vampiri, con il bellissimo Vita da vampiro. Oggi con Jojo Rabbit, che come sempre scrive, dirige e interpreta (è lui il surreale Hitler immaginario), adatta liberamente il bestseller del 2004 (da noi Come semi d'autunno di Christine Leunens) e ci fa vedere che in Germania ai tempi dei nazisti c'erano "anche" dei bambini innocenti che inconsapevoli "giocavano ai nazisti", che c'era dell'umanità anche tra i soldati, senza per questo nascondere gli orrori della guerra. Con i suoi gentili voli pindarici uniti al crudo realismo sferzato da una satira caustica,  Jojo Rabbit fa propri molteplici punti di vista (rispetto al più semplice e monodirezionale 1917) e diviene un autentico inno alla vita, al coraggio, all'altruismo. Un piccolo mondo assurdo e complicato dove solo con l'ironia si può sopravvivere all'orrore, cercando chiavi di lettura e fuga dal reale. Paragonarlo a La vita è bella non è banale, ci sono molte scene che hanno lo stesso sapore, la stessa dolcezza e malinconia. Davvero meravigliosa la mamma forte, ironica e travolgente (anzi, fortissima, ironicissima e travolgentissima) della Johansson, che per questo ruolo è candidata agli Oscar come non protagonista (e questo stesso anno è pure candidata, meritatamente, come migliore attrice per Storia di un Matrimonio, accanto ad Adam Driver). Bravissimo (ma sarebbe più gusto dire "bravissimissimo") il giovane attore che interpreta Jojo, convincente, umano e divertente come il giovane Jamie Bell di Billy Elliot. Favoloso un Waititi che reincarna la gioiosa follia di Chaplin e un Rockwell meravigliosamente gentile e affettuoso quanto sarcastico, stralunato. 
Non voglio rivelarvi troppo della trama, ma Jojo Rabbit fa riflettere su come i bambini, con la loro curiosità, attenzione e forza d'animo, possano davvero cambiare il mondo in meglio, a prescindere dalle favole che gli raccontiamo, anche se quello che gli abbiamo messo tra le mani è un mondo orribile, che dovranno sfangare da soli. Questa fiducia nei giovani è il messaggio più bello e importante su cui oggi, in un periodo in cui è in atto una paura generalizzata ad avere figli, il cinema ci porta a riflettere. 
Intelligente, gentile e con la forza di essere pure satirico (aspetto davvero "eroico" ai giorni nostri) Jojo Rabbit mi ha travolto con la sua vitalità e tenerezza, fatevi un regalo e correte a vederlo anche voi. Subitissimo.
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sabato 1 febbraio 2020

Villetta con ospiti: la nostra recensione del nuovo film di Ivano De Matteo



Siamo nella provincia italiana, quando è ancora notte ma iniziano ad arrivare le prime luci dell'alba. È in atto un'azione di forza contro un ospite inatteso, una caccia notturna al lupo che coinvolge un gruppetto di concittadini, tutti armati pesanti, pure chi non dovrebbe avere né porto d'armi né pistola. Il gruppetto è unito, compatto, e il lupo va giù a cannonate, il paesino e il bestiame sono salvi dall'invasore, si possono fare i selfie celebrativi con la preda distrutta. 
Siamo sempre nella provincia italiana ed è giorno, il commando dei cacciatori è sciolto, nel paesino ognuno fa la sua vita inseguendo un proprio vizio specifico. C'è il lussurioso imprenditore "acquisito" (interpretato da Giallini) che non vede l'ora di mollare impresa e famiglia per andare a trovare qualche amichetta fuori porta con una scusa lavorativa. C'è sua moglie (Michela Cescon), tutta agitata e non compresa, altruista ma tanto fragile e pronta a esplodere come "ira". C'è la nonna, la madre di lei, che da buona avara teme di essere troppo presto prosciugata dei liquidi da quel genero che avverte un po' degenere (Erika Blanc). C'è la figlia adolescente (Monica Billiani) accidiosa e indifferente a tutto e tutti come l'adolescenza spesso appare. Oltre la famiglia ma sempre nella stretta comunità cittadina ci sono persone che sono in qualche modo gli altri archetipi dei vizi. Come il superbo commissario di polizia (Gallo) che crede di comandare tutti con il ricatto, come il goloso e insaziabile veterinario (Bebo Storti), disposto a tutto per i suoi appetiti, come il prete (Vinicio Marchioni), che forse invidiando le ricchezze delle famiglie più ricche seduce e ammalia le signore più abbienti. Sono tutti comunque peccatori molto puliti e presentabili, piccoli mostri che navigano placidi nella quotidianità della luce del sole, a volte pure simpatici. Fino a quando arriva di nuovo la notte e, a causa di un incidente che potrebbe far cadere tutto, il branco si riunirà sodale, superando di nuovo le differenze e i piccoli vizi personali,  per cacciare nuovi ospiti inattesi. Solo che questa volta gli ospiti invasori avranno un volto umano. Finirà con un selfie come per il lupo? 
Funziona come un noir Villetta con ospiti, prendendo spunto da recenti fatti di cronaca legati all'uso garantito dalla legge delle armi da fuoco come autodifesa. Ci sono ovviamente degli "spari nel buio" con cui i personaggi saranno tenuti a fare i conti, svelando il loro animo e cercando un necessario aggiustamento nelle dinamiche di gruppo, ma andare oltre sarebbe raccontare troppo. Quello che funziona e rende disturbante la pellicola è l'intelligente zona grigia che omette allo spettatore la conoscenza di alcuni passaggi narrativi, facendo alla fine dubitare dell'agire di molti personaggi senza fornirci risposte. De Matteo non vuole essere accomodante, vuole che la pellicola oltre a essere un thriller suoni urgente e amara anche come critica sociale, idealmente nel solco di opere come Sole, Cuore, Amore di Vicari, dove è l'incomunicabilità tra le persone il vero problema da affrontare prima delle mille amarezze della vita e della legge. 
La fotografia richiama atmosfere crepuscolari: gioca con colori freddi glaciali, quasi norvegesi, per "la notte", cerca per "il giorno" la luce impossibile tra la nebbia che sfuma in colori pastello molto tenui. Nella villetta, scenario di gran parte della seconda parte, le stanze appaiono distanti, separate tra loro da corridoi bui,  piccoli mondi non comunicati, protette da porte chiuse. 
Parte come un film quasi buffo, muta in satira dei costumi e piomba nella pece del noir. Gli attori sono molto bravi nell'assecondare il ritmo della narrazione e la struttura regge bene, fino a un finale forse un po' insoddisfacente, al netto delle potenzialità fino ad allora espresse. Che poi erano le stesse criticità di Sole Cuore Amore. Buona la formula, bella la cornice e gli attori, forse non troppo a fuoco il messaggio, finale urgente e irrisolto che può piacere ma rimane un po' monco, soprattutto per i "giallisti accaniti" che alle zone d'ombra preferiscono una pianificazione pure spinta ai limiti ludici (come Knives Out), Villetta con ospiti è un film interessante per una serata all'insegna del noir con un pizzico di attenzione all'attualità. 
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Fast And Furious 9: il primo trailer



Spegnete il cervello.
Scaldate i motori.
Godetevi l'assurdo.
Prendete i fazzoletti.
E siamo tutti di nuovo in famiglia.

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