lunedì 13 gennaio 2020

Halloween - il "reboot" di David Gordon Green: la nostra recensione




La trama in breve: presente. Sono passati quarant'anni dagli eventi di sangue del 1978 che hanno colpito nella notte di Halloween la piccola cittadina di Haddonfield nell'Illinois. Il ventenne Michael Mayers, che nel 1963, aveva ucciso la sorella durante la stessa notte, era evaso dal manicomio dove era rinchiuso, aveva percorso due ore di macchina senza aver mai saputo guidare ed era tornato nella cittadina di origine, uccidendo alcune persone facendo uso di funi e coltelli. Indossava una maschera bianca rovinata, con le fattezze del Capitano Kirk di Star Trek. Era stato fermato e rinchiuso di nuovo, mentre una delle sue vittime, Laurie, (Jamie Lee Curtis), miracolosamente sopravvissuta alla mattanza, non è mai riuscita a superare quel trauma, diventando con gli anni una donna aggressiva e autoritaria. 
Ora, nel 2018, mentre un ormai vecchio Michael sta per essere trasferito in una nuova struttura detentiva, due giornalisti in cerca di una storia riescono a incontrarlo e gli portano la stessa maschera bianca che aveva indosso nel 1978. Sarà l'inizio di una nuova mattanza.


È tornato anche Michael: Ero al cinema a vedere l'ultimo Terminator, Dark Fate, quando mi è tornato in mente questo film del 2018 prodotto da Blumhouse e Universal, seguito ufficiale e benedetto da John Carpenter in persona del solo e unico primo capitolo di quello che poi è diventato un vero e proprio franchise, l'Halloween del 1978. Nell'articolo sull'ultimo Terminator parlo di come per me il primo film di James Cameron sia almeno al 70-80% un rip-off di Halloween. C'è un mostro inarrestabile che indossa una "finta maschera umana", una donna con un destino avverso (si parla di destino e della capacità o meno di cambiarlo il una sibillina sequenza ambientata a scuola nel primo Halloween) che dovrà affrontarlo laddove gente più preparata e venuta allo scopo ha fallito per anni (Il Doctor Loomis di Peasance ha stesso scopo e informazioni, ma forse è però meno sexy, del Kyle Reese di Michael Bien, peraltro con a curriculum un altro personaggio "aiutante" di una altra celebre final girl, in Aliens), c'è una placida provincia americana come scenario. Poi ovviamente c'è una "salsa diversa", ma il succo è quello, a volte pure le scelte di fotografia. Amo Michael quanto il T-800, amo Laurie quanto Sarah, non è una gara e sono fan di entrambe le saghe. Nella mia testa avevo già scritto l'anno scorso la recensione di questo Halloween del 2018, pensavo pure di averla pubblicata (al punto che oggi sono andato a cercarla in archivio) ma credo di aver perso il file. In quel file avevo scritto di come David Gordon Green con questo Halloween avesse a sua volta omaggiato Terminator 2, facendo vivere alla Laurie Stode di Jamie Lee Curtis un percorso da Final Girl a guerriero definitivo, minaccioso quanto paranoico, simile a quello intrapreso dalla Sarah Connor di Linda Hamilton. Ora, nel 2019, vedendo l'ultimo Terminator mi sono stupito di come praticamente rielabori delle idee da questo Halloween del 2018! A partire dalla bellissima dicotomia mostro e final girl entrambi "invecchiati ma ancora ruggenti", passando per le tre generazioni di donne protagoniste, toccando il tema dell'educazione della "più giovane", perché il male, anche se sconfitto, prima o poi può presentarsi in nuove forme senza poter essere sconfitto per sempre. Con due seguiti già programmati (anche perché Halloween è costato una caccola rispetto a Terminator, incassando tantissimo), che ora si stanno girando step by step per via di un meritato successo di critica e pubblico, chissà che Terminator prenderà spunto anche dai futuri capitoli di Halloween.
Quindi colgo l'occasione per parlarvi un po' di Halloween, rigorosamente dopo che la festa è passata, per essere meno mainstream possibili. Vi parlo della nuova pellicola in parallelo a quella del 1978, invitandovi a vederle insieme (prima 1978 poi 2018), per cogliere il modo magistrale in cui si combinano tra loro.


- Le mille vite di una saga: Halloween, il cui titolo di produzione era The Babysitter Murders, è un film semplice, diretto ed emozionante, dotato di personaggi e una colonna sonora indimenticabile. Come i cuochi più esperti potrebbero certificarvi, realizzare qualcosa di semplice riuscendo a stupire è in realtà di una difficoltà assoluta, bisogna essere perfetti negli ingredienti e cottura, perché tutti "a pelle" sanno di poter realizzare qualcosa di semplice. Nella sua semplicità Halloween è considerato a ragione un capolavoro, un archetipo del genere, per il modo in cui descrive i personaggi, per la tecnica di ripresa utilizzata, per l'uso della colonna sonora. Personaggi realistici (né buoni né cattivi), telecamera a mano (usata per delle soggettive e per un taglio più da documentario, e all'epoca non c'erano i cellulari, le telecamere erano enormi e pesavano!!), musica che dialogava con la scena senza anticiparla (come era uso negli horror classici, mentre qui ha anche funzione di "bus", alzandosi e trovando note in evidenza, spesso stridenti, solo quando l'azione effettivamente si realizza, "a tradimento"). Praticamente ogni slasher in seguito ha "giocato a imitare Halloween" (o la scena del bagno con le medicine dietro lo specchio, creata da Landis per Un lupo mannaro americano a Londra), moltissime opere hanno cercato di replicarlo (Venerdì 13 su tutte) o dovuto per forza di cose confrontarsi con la sua fama (Nightmare). Nella sua semplicità, il film del 1978 riesce a essere criptico, misterioso, nella caratterizzazione di Michael. Non è spiegato perché usi una maschera quando uccide, non si comprende la sua apparente immortalità, non si capisce se abbia sentimenti o regole nella sua scelte delle vittime. C'è solo un bisogno primario, per i più Freudiani scaturito quando da piccolo ha cercato di penetrare con un coltello sua sorella mentre nuda si truccava allo specchio. Un bisogno che sembra fargli seguire altre vittime come un predatore, osservarle da lontano per poi colpirle ma rimanendo lucido, reagendo in modo intelligente nel caso qualcuno si sovrapponga al suo piano. Oltre alla Final Girl ad affrontarlo c'è uno psicologo, il Dottor Loomis, che diventerà ricorrente in tutti i film fino alla morte dell'attore, Donald Pleasence. Loomis ha un legame quasi paterno con Michael, che di fatto chiama sempre per nome. Avendolo supervisionato per 15 anni, ma trovandosi incapace di curarlo, si è trasformato in una specie di crociato. Convinto che Michael sia "male allo stato puro" vuole che venga condannato e giustiziato dalla società, portandolo sul patibolo con le sue stesse mani, colpevolizzandosi di non aver potuto fare di più. Donald Pleasence è una specie di Van Helsing, un uomo di scienza che scruta i limiti del suo sapere e si arrende alla propria impotenza, ma anche un personaggio allegro, spesso gioviale ed eroico. 
Un altro personaggio è la cittadina di Haddonfield, percorsa metro per metro con la telecamera a mano seguendo i percorsi da casa a scuola delle babysitter. Chilometri a piedi di adolescenti reali, che parlano di loro problemi piccoli e grandi di tutti i giorni, inquadrate come secoli dopo in Elephant di Gus Van Sant. La calma dei paesaggi ha contrappunto nella colonna sonora, opera dello stesso Carpenter, che non lascia un momento di pace, evidenziando la tensione a ogni passo, facendoci scorgere la minaccia del mostro in agguato anche quando la sua sagoma da stalker non viene intravista tra le siepi o dietro una porta delle casette del viale alberato. Le ragazzine parlano e camminano in queste stradine verdi e ordinate, un po' stile Edward Mani di Forbice, mentre noi avvertiamo che qualcosa di brutto è in agguato. Qualcosa di cui loro sono consapevoli, perché essere seguiti è una sensazione percepibile, ma che sottovalutano proprio perché è Halloween e seguire le persone per spaventarle è accettato, incentivato durante questa festa. 


Visto il successo al botteghino, è arrivata la voglia di sequel. Il primo, datato 1981, come una continuazione diretta, senza inventare o evolvere molto, ma stabilendo un possibile legame tra mostro e Final girl (che poteva essere sottinteso nel primo film) e offendo uno scenario, l'ospedale, sufficientemente claustrofobico e pieno di idee visive interessanti legate al posto e al particolare modo in cui si era scelto di impostarne la fotografia del grande premio Oscar Dean Cundey (un bianco e nero dalle tonalità blu scuro che sarà "prestato" alla saga di Terminator). Insomma, Laurie era imparentata con Micheal come pochi mesi prima, anno 1980, avevamo scoperto che Dart Vader era padre di Luke Skywalker. Era un periodo filmico che dove ti giravi trovavi giovani protagonisti buoni di film fantasy/horror imparentati con i cattivi, i loro stessi genitori, che erano cattivi in quanto frutto di una società precedente, con una scala di valori ormai inaccettabile. Per qualche sociologo era la voce di generazioni nate dopo le gradi guerre che giudicavano i loro padri per i loro errori passati e recenti, come il Vietnam. Michael fa la prima mattanza nel 1963, anno del più alto invio di americani in Vietnam, 15.500). I fan di Star Wars dicevano che "Il mondo sta copiando Star Wars", dimostrandosi già all'epoca dei luminari. Ad ogni modo Halloween 2, aumentando il numero dei morti come regola aurea vuole e puntando più o meno sulle stesse carte, fece il suo lavoro dignitosamente e fu un buon successo. Ma l'assenza di Carpenter alla regia si sentiva, con il regista che per altro stava girando La cosa, remake de La cosa dell'altro mondo, uno dei film che venivano visti dai bambini e dalle babysitter durante la notte del primo Halloween. Per Halloween 3 sembrava non ci fossero idee nuove su Michael, si parlava di girare pagina e creare una specie di serie antologica, venne sviluppata una trama diversa con protagoniste sempre delle maschere inquietanti. Non brutto ma un po' fuori tema, i fan volevano ancora Michael e  così tornava Michael per i capitoli 4, 5, 6 di una trilogia rimasta ancora in parte inedita in Italia. Il 4 non è nemmeno così malvagio, il 5 e 6 sono piuttosto bruttini. Michael qui veniva narrativamente "spiegato del tutto", anche perché occorreva qualcosa da inventarsi oltre alla sequenza di omicidi, in quanto il personaggio della sua nemesi originale, la Final girl della Curtis, dal secondo film non era più tornata in scena (perché nel frattempo la Curtis, diventata "miss seno d'America", era passata ad attrice brillante per Una poltrona per due e poi Un pesce di nome Wanda, la farà tornare action girl James Cameron nel 1994 con la parte di super sexy milf definitiva in True Lies). Michael veniva detto (nel classico modo confuso di tutti i film horror all'alba del capitolo 4 del brand) che era una sorta di burattino satanico che veniva utilizzato dai cittadini del paesello per ricevere prosperità e successo in cambio di un piccolo sacrificio, sfiga e disgrazia per una delle loro famiglie scelta dal destino. La famiglia di Michael era predestinata ad autodistruggersi immolandosi per la setta, per mano del bambino posseduto da un demone che non essendo riuscito a finire l'incarico era tornato in pista 15 anni dopo, nel mentre avendo strategicamente ucciso le figlie di altre famiglie sacrificali. Se all'epoca ci fossero stati i nerd complottari con YouTube, qualcuno avrebbe pure notato in Halloween 1 una bambola come Annabelle nella stanza di Laurie, inventandosi che il vero demone era quello e tutto Halloween è collegato alla saga di James Wan e Warner Bros / New Line. Sintetizzando, un risvolto che è poco divertente, macchinoso, un po' pretestuoso, privo di mordente, banalissimo e che per poco uccide il franchise. Ma nel 1998 al cinema arriva l'episodio 7, Halloween H20  in celebrazione dei venti anni dei brand cavalcati a tutto spiano per riportare il pubblico in sala. Non si si parla più di demoni e bambolotti, con la trama che si riavvolge considerando canonici solo i primi due capitoli, con i complottari dell'epoca che vedevano anche 4, 5 e 6 in "continuity nascosta", roba da veri "believers". Interessante il fatto che nel 1998 esca pure Scream, che celebra gli slasher-movie proprio citando Halloween in modo diretto. Se nella scuola di Scream il preside è Fonzie di Happy days, icona immortale degli anni '80, nella scuola teatro del nuovo Halloween il preside è ancora Jamie Lee Curtis, icona immortale anni '80 pure lei (non alziamo l'età ad una signora). Il film è diretto da Steve Miner, regista anche "della concorrenza", di quei Venerdì 13 2 e 3 che avevano scopiazzato senza pietà Halloween (perché voi sapete chi è il villain del primo Venerdì 13) e di quella perla con Julian "Aracnofobia" Sands di nome Warlock e di una delle mie horror comedy preferite, Chi è sepolto in quella casa. Si parla nel film di come Laurie non fosse morta fuori campo perché l'attrice non c'aveva voglia di girare Halloween 4, 5 e 6, si inventa una scusa credibile che le dà un background tragico e si allestisce un re-match alla presenza di una figlia non riconosciuta di Laurie e con la partecipazione della madre della stessa Laurie (la diva Janet Leigh, la vera mamma di Jamie Lee Curtis). Avevamo quindi tre generazioni di Stode in scena, segnate questo dettaglio che poi ci ritorneremo. Il film va bene, tra le chicche mostra gli occhi di Michael dietro la maschera e tutto si commuovono, non è assolutamente 'sto capolavoro e anzi si segnala per un Josh Hartnett pettinato come un vero deficiente e per una diffusa mosceria del cast, comunque si mette in cantiere il film del 2002, Halloween Resurrection. Il regista a sorpresa è Rick Rosenthal, già dietro alla macchia da presa per quel comunque riuscito Halloween 2 del 1981. Si cambia un po' strada di nuovo, si punta alla stronzata divertente che strizza l'occhio alla nuova mania di quel momento, i reality show. Così degli attori improbabili danno vita a dei proto-influencer ancora più improbabili, che vengono invitati da Busta Rhymes in persona a passare una notte, ovviamente sotto l'occhio delle telecamere, nella casetta abbandonata di Michael. Una situazione abominevole. Jason pur vestito da pagliaccio Power Ranger per Jason X del 2001 non era caduto tanto in basso. Il film in sé è pure divertente, ma si guarda con una tristezza infinita e giustamente fa affondare la baracca. Nel 2007 arrivava il reboot di Zombie ed Halloween tornava ad avere un cuore, al punto da piacere e generare un sequel autonomo nel 2009 (che sarà come tradizione vuole un mezzo passo falso). Il regista della Casa del diavolo prese Michael e lo reinventò, pur formalmente seguendo alla lettera il film originale. Zombie cercava di farci addentrare nell'animo di Michael, voleva farci vedere il suo mondo al di là del suo modus operandi da predatore. La sua ossessione per le maschere diventava una sorta di sfogo artistico, i suoi legami forti con il personale della clinica facevano intuire un'esistenza non del tutto terribile  (anche grazie a un enorme e umanissimo Danny Trejo a dare supporto morale), le rappresentazioni mentali con cui leggeva il mondo e che apparivano simili a quanto percepiva sua sorella, una  "nuova" Final girl che nasceva quindi imperfetta, malata (la bella e brava Scout Taylor-Compton). C'era anche un trascorso di abusi subiti abbastanza evidente, a opera degli strani amanti che la madre portava in casa. Era un uomo nero ancora più grosso e minaccioso, un gigante muto che però era cresciuto in un contesto familiare diverso dalla perfetta famiglia americana del primo film, con una madre presente ma forse non in grado di accudirlo, (la mitica Sherie Moon Zombie, nella sua parte più dolce). Soprattutto era stato un ragazzino difficile con problemi mentali non adeguatamente affrontati che diventano nella seconda pellicola qualcosa di peggio, delle vere e proprie "voci nella testa" che proiettavano una distorta immagine materna, forse un po' dalle parti (ma con meno metafisica) dello stesso tormento che muoveva il "collega" Jason di Venerdì 13. Questo Michael aveva intenti vendicativi legittimi verso chi si era approfittato di lui senza aiutarlo, ed il Loomis di Malcom McDowell è un ripugnante approfittatore. Insomma, la casetta nel verde della famiglia perfetta dove abitava una forza distruttiva senza forma e senso (ogni riferimento al Joker di Ledger è puramente casuale), diventava una lurida magione di periferia davanti alla quale l'assistenza sociale girava al largo (ogni riferimento al nuovo Joker di Phoenix è puramente causale). Visivamente sontuosi, i due film di Zombie, quasi fotocopia classico del 1978 il primo e del tutto matto e rivoluzionario ("zombiezzato") il secondo, portarono Michael da un'altra parte ancora, lo "universalizzano" nelle fasce più deboli della società. Nascosto tra gli homeless, pronto a rispondere e insorgere contro i privilegiati più insensibili, indossando una maschera bianca che tiene nascosta in una tasca della giacca (anche questo mi ricorda un Joker che indossa una maschera da Joker di un film recente). Michael può essere ovunque e può essere radicato in chiunque, contagioso e nascosto nel DNA di qualcuno. Non avvallato al botteghino come il film del 2007, Halloween 2, bello ma decisamente lontano al modello originale, non avrà un seguito. E così arriviamo al 2018.
Il film del 2018 torna al 1978, immagina un epilogo diverso con gli eventi del sequel mai accaduti e di fatto azzerando tutte le precedenti evoluzioni del franchise. Cosa combina? Già si stanno girando due seguiti, perché le cose sono andate bene e possiamo quindi fare dei felici paralleli tra l'Halloween originale e questo. 



- Il primo e ultimo Michael: a indossare la maschera del cattivo nel 2018 è Nick Castle, che riprende il ruolo dopo essere stato il primissimo Michael dell'Halloween del 1978. A dargli una mano con gli Stunt c'è James Courtney, ma il buon Nick, che è stato per anni un collaboratore di Carpenter, fa gran parte del lavoro. Castle è anche un regista e ha diretto una delle pellicole anni '80 a cui sono più affezionato, The last starfighter (Giochi Stellari in Italia). Il suo Micheal è una creatura gigantesca e terribile, ma anche silenziosa (si muove nel buio non facendo rumore), amante della tattica (ha spostato più cadaveri lui che Snake in Metal Gear, ama riempire di trappole i suoi terreni di caccia), attendista (segue la vittima per ore intere), spesso veloce ed essenziale nell'esecuzione (non è un esteta o un particolare sadico, punta al sodo), soprattutto intelligente (sa raccogliere indizi e usarli). C'è qualcosa di soprannaturale in lui, in qualche modo legato alla sua maschera, che riesce a "sentire a distanza" (è strano e terrificante il fatto che non emetta alcun rumore, ma quando indossa la maschera lo sentiamo "respirare con affanno", come se provasse imbarazzo o godimento da quel comportamento), ma di fatto è un incredibile combattente, una specie di Rambo che misteriosamente non ama le armi da fuoco. Il film del 2018 segue quindi per Michael lo stesso spirito dell'originale, senza indugiare in svelamenti identitari che forse lo depotenzierebbero. Michael fa paura perché è insondabile. 

- La sola (e triplice) Final girl: Jamie Lee Curtis aveva 20 anni nel 1978, era al suo primo film. Alta, di una bellezza androgina da infarto, intelligente, determinata nonché credibilissima come combattente di mostri. Quando fu scelta da Carpenter si stava allenando per entrare nell'accademia militare e dietro agli abiti castigati e il ciuffo di capelli gioiosamente vaporoso di Laurie Strode nasconde non troppo bene la determinazione di una tigre. Il povero Michael, dopo un filotto di vittime abbattute senza sforzo, si trova davanti qualcuno che sa smontare un attaccapanni per creare spuntoni cava-occhi, riesce a rubargli il coltello/fallico per pugnalarlo a sua volta e probabilmente sarebbe riuscito a strozzarlo (l'attore e il personaggio) se non che appare fuori campo qualcuno che spara al mostro, permettendogli fortunosamente di scappare. E non vi ho detto quanto è brava a raccontare le favole, creare zucche votive con un art attack, far rispettare ai bambini l'ora del pisolino e in caso di emergenza occuparsi di altri bambini, fare il popcorn e vigilare sul lavaggio dei denti!! È la babysitter definitiva che non si fa prima abbattere per poi vendicarsi come la collega protagonista, nello stesso anno del signore 1978, di I split in your grave (tradotto dalle nostre parti con l'ancora allucinante titolo/preghiera Non violentate Jennifer). Jennifer non si è ancora "messa a nudo" per Dan Aykroyd, accadrà nell'81, offrendoci con le sue grazie la massima prova dell'esistenza di Dio, nel 78 è solo un concentrato di acerbo coraggio ed elegante determinazione. 
Nel 2018 la Curtis se ne esce con una pubblicità a questo nuovo film che mi inquieta. Dice che non si parlerà più di Halloween, ma di "Hallo-women" (che si legge "allowimen"). È già in questo momento infernale, che spero finisca presto, del post "metoo", dove le donne si sono impossessate di ogni pellicola per urlare che sono meglio degli uomini in qualsiasi cosa, comprese quelle cose di cui alle donne non frega nulla. È una campagna pur legittima, ma che finirà se non contenuta per scatenare i più bassi istinti misogini anche in un santo. Peraltro Halloween è una saga che da sempre parla di donne forti, che riescono a essere eroiche quanto affettuose, gentili quanto letali. Non ci sono damine in pericolo, è semmai l'opposto. Pertanto le donne di Halloween 2018 non sono affatto le stucchevoli donne-so-tutto di Ghostbusters, MIB internazional, Captain Marvel, ma vengono toste dalla tradizione della Ripley di Sigurney Weaver, la Sarah Connor della Hamilton, la stessa Laurie Strode della Curtis, la Red Sonja di Brigitte Nielsen. Sono guerriere Laurie (la Curtis), la figlia Karen (Judy Greer) e la nipote Allyson (Andi Matichak), educate fin da giovani a combattere, al punto che sull'esasperazione di un infinito training i rapporti si sono logorati e hanno reso realisticamente le loro vite uno schifo. C'erano nonna, figlia e nipote anche in Halloween H20, ma la famiglia lì era qualcosa da cui fuggire, un peso da dimenticare. Nel nuovo Halloween la famiglia è un motore che faticosamente si tiene insieme e i suoi singoli ingranaggi, le "Final girl" agiscono con uno scopo, a un certo punto prendendosi gioco del loro aguzzino, fingendo di essere delle persone deboli, umane. Il finale è pura epica e si fa potente proprio per queste donne che agiscono insieme con un realismo e coerenza che le varie ghostbusters e altre farlocche varie non hanno. E far vedere che le donne sono forti, come in questo Halloween, è più utile alle donne che rappresentarle forti a parole ed effetti speciali. È ciò che passa tra il fare l'attrice in un film o essere una sorta di cartellone pubblicitario dei diritti femminili. E in tema di donne...



- Ragazzine che fanno le ragazzine, ieri come oggi: uno dei punti di forza dell'Halloween classico è il contesto realistico della provincia americana. Le babysitter di Carpenter potevano essere benissimo le vostre vicine di casa, un po' sante e un po' no, "vere" e coerenti nel loro piccolo mondo. Non erano stereotipi urlati e bozzettistici come il 90% delle vittime degli slasher, erano gente credibile la cui dipartita (siamo in un horror e le dipartite capitano) ti dispiace. Anche Rob Zombie aveva riposto particolare cura a questo aspetto, ma forse aveva esagerato in venerazione/replicazione al punto che le babysitter del suo personale Halloween avevano molto il mood di una celebrazione di quelle babysitter anni '70, come lo Psycho di Gus Van Sant. David Gordon Green e Danny McBride sono dei "bro" di James Franco e Seth Rogen. È gente dietro a robe come Suxbed - tre metri sopra il pelo, Lo spaventapassere, Strafumati on The Road e molta commedia scorreggiona. Non per questo si sono limitati alle risate grasse, lavorano anche a ottimi drammi come Stronger con Jake Gyllenhaal, ma la cifra migliore dei loro lavori risiede sempre in un modo molto spontaneo di rappresentare i giovani. Le babysitter del 2018 parlano e si comportano quindi come normali ragazze del 2018. Si fanno le canne, sono brave studentesse, convivono con la forfora, si occupano davvero dei bambini che curano, bevono, si preoccupano per la nonna che è troppo sola. Sono sensibili e fanno cazzate, come tutte le ragazzine, "zero stereotipi viventi" e centro pieno per il coinvolgimento emotivo. Un'altra regola aurea degli horror (dopo l'aumentare il numero di morti nel seguito) applicata da Tarantino nel suo omaggio al genere, Bullet proof- A prova di morte. Ve lo ricordate, in versione estesa? È uno dei miei film preferiti. Minuti e minuti in cui delle ragazze normali parlano di problemi normali fino a che arriva un mostro a distruggere la loro innocenza (Si, anche Jungle Julia alla fine è una ragazzona infelice, nonostante la super carica sexy, e ci dispiace per lei). Perché funzionano le babysitter come "ragazze normali", funzionano anche tutti i personaggi che ci gravitano intorno. I loro coetanei /spasimanti sono deficienti quanto basta, i bambini sono teneri e convincenti nel sentirsi spaventati e inadeguati (mitico il bambino che sogna di fare il ballerino), gli adulti hanno uno scopo per cui esporsi eroicamente o fare errori clamorosi. 


- La notte: Nella notte del '63 il piccolo Michael, con sul volto la maschera di un pagliaccio, prima spia la sorella nuda da dietro l'armadio (scena omaggiata anche dalla commedia horror Il ritorno dei morti viventi del 1985, da un bambino con però la maschera di Frankenstein), poi esce dal nascondiglio e la accoltella, con la testa (lo vediamo perché l'inquadratura è argentianamente in prima persona) che sembra andare da tutte le parti, non si capisce se per un rigurgito di vergogna, per odio o per una sensazione simile all'orgasmo. Di sicuro sono i corpi femminili quelli che nella sua vita più predilige come omicida, quelli con cui "gioca di più", ma da bambino rimane indifeso, viene fermato dai genitori e una volta smascherato si ferma, non proferirà più parola per 15 anni. Nell'Halloween del 1978 si respira aria di coprifuoco. Gli amori tra ragazzi sono clandestini, all'ombra di adulti assenti come su una striscia dei Peanuts. La notte delle streghe arriva piano, con il sole che scende e si accendono le poche luci dei lampioni, con le strade che si popolano di pochi bambini. Michael si nasconde e confonde con la vegetazione, esce dal buio e ritorna al buio dopo un'esecuzione. È un ragazzone in forma che gioca al gatto e il topo, freddissimo e quasi chirurgico nelle azioni. Ha ancora bisogno di una maschera per sentirsi bene mentre uccide, se nel passato aveva avuto un'unica vittima, ora punta ad averne tre, a triplicare il piacere. Non senza dimenticare la prudenza, calcolando piani fulminei per bloccare sul nascere chi disturba i suoi piani. La notte di Halloween del 2018 è un vero casino. Le strade sono più illuminate e popolare di Riccione, i ragazzi vanno alle mega-feste e le babysitter sono in meno anche se di razza, come la bellissima Vicky di Virginia Gardner. Se Michael non facesse un vero casino, nessuno si accorgerebbe di lui. Sembra quasi che patisca la presenza di tutta quella gente "a casa sua", lo fa agire per frenesia come fosse (ed in effetti è) un vecchietto a cui scoppia la testa per il troppo casino. Anche la maschera riconquistata non gli dà gioia come un tempo, anche le donne diventano un trastullo meno interessante. Sembra Grendel del Beowulf di Zemekis, una creatura che agisce con fretta e frenesia perché lo stanno stressando e questo lo rende meno lucido, più inutilmente brutale. 
È un'evoluzione interessante del personaggio, ce lo rende più """"vicino""" ai canoni umani vederlo così spaesato. Anche se l'old Michael semina un casino infinito, dieci volte peggio del 1978, spesso arranca, viene investito dalle auto, deve fare affidamento su aiuti inaspettati per riprendersi dopo l'ennesima botta e non riesce più a nascondersi come prima, al punto che quasi lo fa fesso un ragazzino e l'esecuzione più riuscita è quella di una massaia che guarda Barbara d'Urso. Pare di leggere Senilità di Svevo e un pelo si rimpiangono le fesserie da reality show di Resurrection, ma il nuovo Michael ci piace, insieme alla sua maschera ormai consunta che ha sempre più l'aspetto di una coperta di Linus. Magari invece di Loomis o dello psicologo nuovo (che dà comunque delle gioie, non vi rovino però la sorpresa), Michael vorrebbe parlare con la psicologa Lucy. E qui chiudo perché citare tre volte il fumetto di Schulz parlando di Halloween mi fa troppo strano.
-Conclusione: dopo mille tentativi di bissare il successo del 1978, questo è l'esito più bello, quello che convince di più. Addio a parentele attaccate pretestuosamente con lo sputo, addio ai bambolotti satanici, addio alle buffonate dei reality show. Michael facendo lo spacca montagne  torna a casa per avere un altro incontro ravvicinato con la miss "Seno d'America" Jamie Lee Curtis e come ogni maniaco che si rispetti viene menato da lei, da sua figlia e pure da sua nipote. Occasionalmente viene picchiato pure da altri. Il film ci parla inoltre di una bella e complessa storia familiare e sa tenerci vigili con un finale fulminante e sorprendente... che mi ha ricordato un po' l'epilogo dell'ultimo Rambo. Ma è normale, di Halloween non si butta via niente e tutti lo "omaggiano", direttamente o indirettamente. Ora siamo pronti ai nuovi round previsti per gli Halloween di 2020 e 2021. Siamo carichi.
Oggi grazie a Midnight Factory abbiamo un mega cofanetto da collezione con tutta la saga originale, compresi i capitoli all'epoca mai tradotti in Italia. E' un'occasione ghiotta per riscoprire uno dei mostri più fighi del cinema horror di sempre e constatare come Jason possa solo inginocchiarsi di fronte a lui.
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giovedì 9 gennaio 2020

Sorry we missed you - la nostra recensire del nuovo film di Ken Loach




Vi ricordate gli anni 80, quando Jerry Cala' impersonava il fattorino-eroe per eccellenza ne Il ragazzo del pony express?



Ora siamo nel 2020. Perché pensare in piccolo, a un mondo privo di avventure? Perché inseguire la pietà di qualcuno rompendosi la schiena tutti i giorni per lui? Diventiamo imprenditori di noi stessi, prendiamo davvero in mano la nostra vita! Lavoriamo quando, quanto e come vogliamo, coniugando al meglio famiglia e tempo libero, è tempo di rivoluzione!! Sono più o meno queste le parole di fantomatico successo, indipendenza e speranza che convincono il povero e volenteroso Ricky Turner (Kris Hitchen), onesto e instancabile lavoratore trombato dalla crisi economica, con moglie Abbie, badante professionale a tempo pieno (Debbie Honeywood) e un paio di figli a carico, a fare Il grande balzo e diventare il "padroncino in franchise" di un furgone per consegne. Il lavoro c'è ed è in crescita esponenziale, con un gigante del commercio online che garantisce, il marchio, la continuità ed elargisce un numero infinito di bonus di produttività, clientela vip, il meglio della tecnologia di localizzazione e scelta dei tragitti senza traffico. I colleghi sono simpatici, il rientro delle spese iniziali sembra veloce e tra tre anni si potrà davvero fare il lavoro che si vuole fare davvero, comprare la casa che si vuole comperare davvero, frequentare quel circolo esclusivo davvero... ci siamo capiti, è tempo di essere eroici e intraprendenti, basta fare i minchioni attaccati a concetti superati come pensione, sindacati, diritti dei lavoratori, carte sanitarie. 
Certo ci sono anche un po' di clausole in piccolo di cui tenere conto: non arrivi puntuale e prendi una multa, non paghi una rata del furgone e prendi una multa, stai a casa un giorno e prendi una multa e magari perdi la tua tratta garantita, vuoi fare Natale  o metti qualcuno sul tuo furgone a fare la tratta (un sub-padroncino) e prendi una multa, perdi il carico e lo ripaghi, danneggia il carico e lo ripaghi, consegna il carico a chi non ha titolo o non firma la consegna e lo ripaghi, ecc. ecc. Poi non fa strano che invece di 3 anni ce ne impieghi 5 passando gli ultimi 2 a pagare multe e ammortizzare imprevisti... ma, ehi, cosa sono in fondo 5 anni con davanti il paradiso?


Ricky ci crede. Ci crede al punto di vendere per comprarsi il furgone la macchina di Abbie. Pure Abbie ci crede. Al punto che dice: "Non importa, andrò a lavorare saltando da un autobus all'altro tutto il giorno. Che tanto tra tre (cinque) anni abbiamo svoltato". Chi non ci crede sono i figli, purtroppo. La piccola Liza (Katie Proctor) e soprattutto il figlio maggiore, in aria di ribellione adolescenziale grave Seb (Rhys Stone). Riuscirà la Famiglia Turner a superare questa delicatissima fase della sua vita senza troppi scossoni?
Altro contributo video, oggi non badiamo a spese.



Se posso azzardare una tendenza nata negli ultimi mesi e che si imporrà di prepotenza negli anni '20, questa è la "delivero generation". Con Amazon e l'e-commerce i negozietti di una volta, che già campavano a fatica con la concorrenza spietata dei supermercati prima e dei mega-centri commerciali negli ultimi tempi, si stanno estinguendo. Il negozio virtuale ora è inteso come l'elenco dei prodotti disponibili in rete e come negozio reale dei giganteschi capannoni con stipati milioni e milioni di prodotti da consegnare previo fattorini ultra-celeri. Allo stesso modo sta prendendo piede ordinare da casa e farsi consegnare in soggiorno qualsiasi cosa, pure il cibo, sempre previo fattorini ultra-celeri. E siamo un po' già alla frutta per tutto il resto, perché ormai si possono frequentare corsi universitari da casa, lavorare da casa, guardare il cinema obbligatoriamente da casa per via delle stronze esclusive Netfix. Se non fossimo costretti a "muoverci":  per evitare di atrofizzarci, nutrirci o per riparare ogni tanto la caldaia o per andare fisicamente a lavorare, ormai potremmo (ad essere molto soli, tristi e misogini) pure stare immobilizzati a casa avendo unicamente contatti con fattorini e infermieri. Senza stare a pensare che se fattorini e infermieri fossero pure loro sostituiti dalle macchine in un lampo ci troveremmo nel futuro di Ready Player One e in due lampi nella "più vivibile" Matrix... come sono gli standard di vita classici di chi ci dovrebbe portare a casa la roba o curare, posto che nell'imminente futuro queste due potrebbero essere le principali scelte di vita del (spariamo basso, considerano che oggi si producono già dei robot che si "affittano per lavorare") 97% della popolazione mondiale (non ricca)? 
Anche se pure la cultura di massa, come nel recente videogame campione di incassi Death Stranding, ci sta dicendo quanto sia figo e avventuroso portare dei pacchi in spalla per vivere, tutto questo è vero?


Arriva Ken Loach, uno che come i fratelli Dardenne, Xavier Dolan e qualche altro pazzerello si interessa di portare al cinema problematiche sociali (mi piacerebbe mettere in lista anche Checco Zalone per provocazione, visto che ogni volta che esce in sala tutti si scatenano a torto o ragione sul "modo più corretto di parlare di sociale nei film comici", argomento di per sé che per me è supercazzola esilarante...). Cosa fanno questi registi pazzi? Fanno ricerche sul campo, intervistano le persone, visitano i luoghi dove vivono e vanno a conoscere i familiari, mettono insieme i dati e oltre a una storia per il cinema hanno un contesto brutalmente reale e concreto dove immergerla. Cosa ha scoperto oggi il vecchio Ken indagando sulla delivero generation? Qualcosa di inquietante, tipo che forse si stava meglio alla catena di montaggio con il paternalismo industriale. Se prima i tempi di lavoro erano dettati dal prodotto da mettere in catena, ora ci sono i tempi di consegna dei pacchi a stabilire la produttività, ed è qualcosa di mille volte più incerto perché "tutto il mondo diventa un luogo di lavoro". Come in un film dell'orrore, il regista racconta di come oggi basti pochissimo per fare cadere il castello di carte su cui si basa la "piccola" imprenditoria del trasporto. Un niente, che può essere un problema a scuola o un fanale rotto, e crolla tutto, arrivano le multe, gli ammortizzatori sociali falliscono, gli aiuti dell'ultimo momento non arrivano e di colpo un trasportatore può ritrovarsi come in un western alla Mad Max, a difendere con i pugni e i denti il suo carico da predoni stradali che aspettano solo di trovarlo stanco, con addosso tutta la paura e il peso che, se fallisce, fallisce con lui tutta la sua famiglia. Detto con una canzone di Caparezza.
Sorry me missed you ossia "ci dispiace di averti mancato per la consegna" è il cartellino che in Inghilterra ti mettono i fattorini quando non ti trovano a casa per la consegna del pacco. Fa specie come traducendolo letteralmente, e conoscendo Ken Loach non mi meraviglierebbe una "lettura trasversale", suoni  come "ci dispiace di esserci dimenticati di te": dove a essere stato smarrito è l'elemento umano più che un semplice pacco, in una frase dove chi si rammarica non è (strettamente) un portapacchi, ma (in senso figurato) la società. Allo stesso modo può suonare come "mi dispiace di  non essermi preso cura di te fino ad ora": dove a rammaricarsi di non aver visto prima questa prospettiva di futuro, per poterla arginare, sono colpevoli anche gli uomini di cultura stessi. È un film duro, dove emerge titanica la forza di sopravvivere dell'uomo comune. Ken Loach non parla con le frasi dei cioccolatini perugina, non fa i melodrammi come i registi spagnoli o idealizza la gente a basso reddito facendola vivere nei quartieri bene del centro come troppo cinema italiano. Ken Loach pesta duro e i suoi personaggi pestano duro, non c'è la paura a rappresentarli sgradevoli, irrisolti e capricciosi, quanto vigliacchi e superficiali. Ken Loach rappresenta persone vere e grottesche in quanto si trovano in situazioni grottesche quanto vere, il taglio è documentarista, l'intreccio è il modo in cui dei personaggi reali cercano di far fronte ad un problema reale sulla base di quanto effettivamente è successo nelle storie vere (pur folli) che hanno costituito la base di indagine della storia. Gli interpreti sono davvero molto bravi, la narrazione è serrata, c'è un buon ritmo, c'è anche umorismo (in specie incarnato dal personaggio irrimediabilmente ottuso del "capo dei trasportatori), ed è fulminante come in un film dei fratelli Cohen. Gli autotrasportatori vengono dipinti come un crogiolo incredibilmente vario di umanità, bravi ragazzi finiti in un inferno da cui non riescono più ad uscire. I proprietari dei pacchi sono tutti il vostro vicino di casa pignolo che vi telefona alle 23.39 di domenica per parlarvi della riverniciatura delle parti comuni. Poi c'è Abbie e i suoi vecchietti. Il film parla molto di vecchietti soli e persone fragili che hanno davvero bisogno di qualcuno che li aiuti pur nella cronica "mancanza di fondi". Abbie incarna le molte persone di cuore che si dedicano agli altri anche oltre l'orario di lavoro e la paga fissa, sono le persone grazie a cui il welfare rimane a galla ed è una fitta al cuore il fatto che uno stato sempre più di anziani (siamo in Inghilterra ma vale anche per l'Italia) poco si curi di loro. E infine, sempre infine, ci sono i giovani. Giovani pronti a dare la colpa ai genitori per la situazione economica in cui vivono, giovani che non vengono ascoltati ma che se ben motivati sono pronti a fare la loro parte nella staffetta. Ci si affeziona a queste persone titaniche quanto fallibili, Ken Loach non ha perso un grammo del suo smalto negli anni, speriamo che questo film apra un dibattito su questo momento storico, qualcosa che porti magari anche a soluzioni alternative al diventare un popolo di fattorini.
Buone consegue a tutti. 
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martedì 7 gennaio 2020

Il mio nome è Thomas : la nostra recensione





Terence Hill ha vestito negli anni molti celebri personaggi. È stato tra gli altri per il cinema e la TV Django (in Preparati la bara!), Don Camillo, Trinità, Lucky Luke, di recente il forestale Pietro Thiene e ovviamente Don Matteo, che tornerà a impersonare da gennaio per la serie di Rai 1. In questo film Terence Hill parte interpretando se stesso e a seguito di uno strano e metafisico "battesimo" diventa Thomas, un uomo sul finire della sua esistenza che ha paura di andare incontro al suo destino ultimo, un uomo che "dubita", come San Tommaso. Thomas a bordo della sua Harley Davidson parte dall'Italia verso l'Almeria, il piccolo deserto dell'Andalusia, in Spagna,  dove Terence Hill ha girato molti dei sui spaghetti western, dove sono conservati ancora i set di un saloon e dell'ufficio dello Sceriffo. Vuole stare da solo, il suo è un viaggio spirituale in cui vuole assaporare le parole del libro Lettere dal deserto di Carlo Carretto, guardare il cielo stellato e dormire intorno a un falò. Ma lungo il suo viaggio Thomas presto incontra Lucia (Veronica Bitto), una ragazza che sta fuggendo da qualcosa di grosso, nel modo più rocambolesco e disperato che tutta la sua giovane età riesce a concepire. I due presto si troveranno in viaggio verso la stessa meta.


Mi ha sorpreso questo film scritto, interpretato e diretto da un Terence Hill mai visto così malinconico, taciturno, metafisico. Il suo sterminato sorriso e un paio di scazzottate fanno tornare alla memoria i momenti più iconici della sua carriera e cercano di alleggerire la trama di questa pellicola, ma Il mio nome è Thomas è tosto, è un film che parla del modo di accettare la propria morte e scava "nella fede e nel destino" alla ricerca di un senso puro della vita, di una libertà possibile nonostante tutto. È un testamento autorale vero e proprio, intenso, accorato ma che non rinuncia alla speranza. Una storia apparentemente semplice nella struttura narrativa, ma che anche il questo aspetto emotivamente non scherza, richiama spesso Renegade - Un osso troppo duro (la sua altra celebre sceneggiatura), rileggendolo alla luce del terribile destino del figlio Ross Hill, che in quel film era coprotagonista. Il personaggio di Veronica Bitto ricorda per forza, anche se la distanza anagrafica con Terence Hill è ora doppia, quello di Ross Hill. Lo ricorda per la sua carica vitale e per il modo tenero e conflittuale con cui si rapporta con Thomas, uomo di un'altra generazione pur simbolo di un modo positivo e generoso di guadare alla vita, ma che a volte appare forse troppo ingenuo. Hill crea per Lucia dei dialoghi davvero struggenti e la Bitto è davvero brava nel dare vita a un personaggio davvero complesso quanto autentico. Anche la dedica finale all'amico fraterno Bud Spencer, recentemente scomparso e con cui non condivideva lo schermo del cinema da Botte di Natale del 1994 è forte come sono magnifici quanto malinconici quegli edifici western abbandonati in Almeria dove passiamo gran parte del secondo tempo. Verrebbe voglia dopo la visione di Il mio nome è Thomas di andare a cercare Hill per abbracciarlo forte e impedirgli di volare via per tanto è stato onesto, sincero e nudo in questa prova d'autore. Obbligatorio a fine visione buttarsi su un classico come Altrimenti ci arrabbiamo per tirarsi un po' su di morale, perché a questo giro Hill vi farà finire le lacrime. 
Molto autobiografico, metanarrativo, spirituale quanto filosofico, Il mio nome è Thomas è una lunga lettera d'amore nei confronti della vita e dei suoi grandi e piccoli miracoli. 
Terence Hill cita la sua carriera passata e crea per se un biker metafisico affascinante, taciturno ma quando serve ancora tosto.
La regia appare piuttosto semplice e lineare, il ritmo è altalenante, ma il tema è importante e Hill ci mette davvero cuore nel raccontarlo. Preparate i fazzoletti. 
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domenica 5 gennaio 2020

Pinocchio di Matteo Garrone - la nostra recensione



Toscana di un sacco di anni fa, in un paesino immerso nel verde. Lo squattrinato falegname Geppetto (interpretato da un Roberto Benigni segaligno e dalla voce dimessa, affettuoso come un nonno), ispirato dall'arrivo in città del circo dei burattini di Mangiafuoco (un malinconico più che luciferino Gigi Proietti) decide di realizzare un burattino tutto suo e per questo fa visita al collega Mastro Ciliegia (Paolo Graziosi, l'unico insieme a noi spettatori a rimanere un po' terrorizzato da questa vicenda). L'amico è ben felice di regalargli un ceppo di legno, misterioso e forse maledetto, che non si sa come gli era capitato in bottega, provocando scompiglio e dimostrando di essere quasi vivo. Geppetto tutto contento prende il tronco, crea così Pinocchio (un Federico Ielapi bravo ma un po' monocorde come il 100% dei giovani attori italiani ) e questo è l'inizio di uno degli adattamenti del classico di Collodi più creepy e inquietanti di sempre, "quasi horror" per stesse intenzioni del regista. 
Garrone era il nome giusto per un adattamento di Pinocchio. È il regista che per Gomorra ha preso le grigie Vele di Scampia e le ha rese brulicanti di vita, ponendosi idealmente tra l'Underground di Kusturica e Ichi the killer di Miike, una forma organica e dimessa della skyline di Blade Runner. È il regista che ha preso Basile e la sua enciclopedica favola (Il racconto dei racconti) arricchendola di visioni caravaggesche, quello che ha preso la periferia romana (Dogman) e gli ha sovrapposto colori apocalittici alla Mad Max. Garrone non è solo regista di luoghi ma anche attento indagatore dell'animo umano, appassionato dai personaggi più indifesi (l'umanissimo personaggio di Marcello Fonte in Dogman, come l'ingenuo scugnizzo di Ciro Petrone di Gomorra), creatore di orchi sotto la cui pelle albergano uomini sconfitti e forse redenti (il personaggio interpretato da  Aniello Arena, gigantesco e al contempo fragile, in Reality). È stato un piccolo miracolo vedere in Italia un fantasy come Il racconto dei racconti, ma se c'era qualcuno che poteva intraprendere l'impresa era Garrone e ho fatto le capriole quando ho scoperto che Garrone avrebbe adattato Pinocchio, anche se Pinocchio è un testo davvero terribile da adattare. 


La Disney con il suo cartone animato aveva ecceduto di melassa e aveva glissato sulla parte più oscura e sociale, "politica", del testo, producendo un Pinocchio visivamente magnifico ma incompleto. Ispirandosi molto a Pinocchio sono state realizzate pellicole molto originali come A.I. di Spielberg e Edward mani di forbice di Burton (con affetto ci metto anche il curioso e non capito Occhio Pinocchio di Nuti), ma ci si è sempre tenuti a una certa distanza di sicurezza dal modello originale. Lo sceneggiato Rai su Pinocchio con la notissima colonna sonora di Fiorenzo Carpi, celebrato per anni e anni, è per me (che l'ho più volte vissuto sulla mia pelle in giovane età, subendolo più che scegliendolo) una delle cose più angosciose e mortifere prodotte dalla Rai, qualcosa da proiettare a Guantanamo durante gli interrogatori, ma solo senza lo snervante motivetto di Carpi, il cui utilizzo sarebbe "troppo", dovrebbe essere bandito dalla convenzione di Ginevra. Era inconcepibile per ambientazioni, ritmo e recitazione anche solo pensare che a un bambino potesse piacere quello sceneggiato. Ma criticare Le avventure di Pinocchio della Rai è sempre stata una specie di lesa maestà. Più che una favola diretta ai più piccoli la miniserie di 280 minuti era una (riuscita ma noiosissima) metafora dell'Italia che si rialzava dopo la seconda guerra mondiale, in bilico tra un passato ultrabarocco ancora non metabolizzato (le pantagrueliche e straordinarie scenografie che già, per precisa scelta artistica, puzzavano di "marcio imbellettato") e l'incertezza del futuro dei giovani, con il 1968 appena passato da un paio di anni. La frizzantezza, la spensieratezza della storia di Collodi,  erano lontanissime, anche se lo sceneggiato pure lui come Disney glissava su molti degli aspetti più politici e scomodi della storia, è un film sulla morte più che sulla vita, sugli adulti più che sui bambini. Saltando uno sceneggiato televisivo del 2009 che ho rapidamente dimenticato, di recente c'è stato il Pinocchio di Benigni, più sfortunato di quanto meritasse, anche lui afflitto da una sovrabbondanza visiva barocca che tanta stima artistica ha raccolto tra gli addetti ai lavori, quanto ha segnato ulteriormente la distanza tra pubblico giovane e anziano con Pinocchio interpretato dallo stesso Benigni sessantenne non-bambino con vocina stridula. 


Arriviamo a Garrone. Subito apprezzo un alleggerimento delle scenografie che toglie l'aria muffa delle vecchie trasposizioni e ridona a la luce e fantasia di Collodi. Tutto è visivamente più funzionale, ma senza sacrificare i colori e gioia. Il paese dei balocchi è la sintesi perfetta di questa nuova impostazione, una specie di parco acquatico low cost credibile nella sua ingenuità e solarità. Per gli attori, spesso interpreti di creature animali antropomorfe, si è scelto un trucco complesso ma artigianale alla Rick Baker e in generale il livello è buono quanto Il pianeta delle Scimmie di Tim Burton. Se sono i personaggi truccati molto grotteschi, quelli apparentemente più "umani" mettono davvero paura. L'omino di burro di Nino Scardina fa più paura di Freddy Kruger, il Corvo di Massimiliano Gallo pare un capomafia!! Questo va bene, questa è la cifra scelta da Garrone e risponde esattamente alla richiesta di un Pinocchio nuovo, che sappia inquietare. Peccato che tutto crolli davanti al personaggio di Pinocchio stesso. Il volto è un ceppo di legno non troppo levigato e visivamente la cosa funziona nel suo essere creepy, come funzionano gli effetti speciali legati al burattino. Nelle inquadrature più "statiche", come quando è ripreso sui tetti all'ombra di un comignolo, come quando è davanti al fuoco con i piedi bruciati, il burattino funziona. Solo che Pinocchio è per la maggior parte del tempo un bambino bassino che indossa un costume di cinque taglie più grande di lui, con piedoni e manone enormi schiacciate su un micro torace e quel testone di cartapesta inquietante sulla testa. Sembra un nano gravemente ustionato che incede a fatica e ha difficoltà a interagire con gli oggetti se non solo a girare il collo.  Ielapi è tra i giovani attori uno dei più noti, era in Quo Vado di Zalone, nei Moschettieri del Re di Veronesi, in due stagioni di Don Matteo in un ruolo anche piuttosto drammatico. Qui è più ingessato di Michael Keaton nel costume di Batman del 1989, poverino. Se Pinocchio non funziona non è colpa dell'attore, è per via di questa precisa scelta di trucco, decisamente creepy ma forse "troppo creepy". 


Visivamente il film di Garrone non è quindi male, salvo le note di cui sopra, problemi più significativi della pellicola sono legati alla sceneggiatura, contratta eppure in più momenti troppo lenta, e alla resa di alcuni attori. Benigni è favoloso, giocoso e affettuoso, Marine Vacth una Fata Turchina eterea e dolce, Alessio di Domenicantonio un Lucignolo con cui si può empatizzare per più di un motivo e anche Ielapi funziona, il Corvo e l'uomo di Burro vanno molto bene. Non vanno per niente gli stucchevoli e non divertenti Gatto e la Volpe di Ceccherini e Papaleo, è poco incisivo e si dimentica in un istante il Mangiafuoco di Proietti, il Grillo Parlante di Davide Marotta non ricordo proprio di averlo visto e il Giudice Gorilla di Teco Celio sembra una micro-parentesi narrativa, quasi uno skatch. Forse il formato della miniserie sarebbe stato più adatto. Inutile dire che anche qui la parte più prettamente politica è poco accennata, ma per lo meno, pur striminzito, il Giudice Gorilla c'è.
Il conclusione il film di Garrone funziona più come horror che come favola, vive di momenti di grazia visiva e mette in scena alcuni personaggi ben riusciti. Non tutti i personaggi sono però riusciti, al burattino manca un po' di dinamismo e spensieratezza, una narrazione (per una volta) più vicina ai bambini, magari "moderna", non sarebbe stata male, il ritmo complessivo è sul lento andante. Il Pinocchio del 2019 è ad ogni modo uno spettacolo affascinante, anche se non esattamente un fuoco d'artificio. 
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domenica 29 dicembre 2019

Star Wars - l'ascesa di Skywalker: la nostra recensione



- Sinossi(?): Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, chi fa spoiler anche solo di un minuto di un film di Star Wars, anche solo raccontando cosa accade nei primi secondi, fa una fine brutta. E fa una fine brutta pure chi per contestualizzare un minimo la storia si collega al finale del film precedente, perché tutti abbiamo un amico che vuole vedere la nuovo trilogia senza spoiler, solo quando è uscita tutta insieme in cofanetto blu ray, con scene estese. E quindi la sinossi non la posso fare.  
- Commento NO SPOILER: c'è un indicatore importante che seguo con religioso scrupolo per capire quanto un film di Star Wars può essere per me buono: la relazione alla pellicola del mio socio Gianluca, da sempre amante della saga. 
Gianluca mi ha detto che non ha guardato l'orologio se non dopo i titoli di coda, ha trovato il film divertente, epico, un po' commovente come giusto, pieno di mille idee, trame e combattimenti. Gli ha dato giusto l'idea che questo film cerchi un po' di essere il seguito del sette, bypassando o limitando o per lo meno "contenendo" gli avvenimenti dell'Otto, ma il viaggio complessivo è stato più che buono. 
A me per andare a vedere L'ascesa di Skywalker non serviva altro e devo dire che confermo in toto la reazione di Gianluca. È un film visivamente spettacolare, accompagnato ancora una volta dalle magnifiche musiche di John Williams, che ha il merito di approfondire più del solito i nuovi personaggi, fornendogli un background e motivazioni più chiare. Ho apprezzato lo sviluppo di Rey (Daisy Ridley, qui davvero brava e non decorativa, oltre che bellissima), mi sono finalmente affezionato a Finn (un John Boyega che si "sbraccia meno" ed è più riflessivo), ho scoperto il lato più umano di Poe (un Oscar Isaac sempre divertente in coppia con Boyega, ma ora anche con un passato che lo rende più speculare che simile a Han Solo). Il Kylo Ren di Adam Driver è sfavillante, il personaggio più facile da amare e in cui immedesimarsi, carico di contraddizioni e slanci. Tutte le sue scene sono magnifiche, specie quelle con Rey, e sono contento che anche gran parte del pubblico che dopo episodio VII lo aveva bollato superficialmente come "fesso con la maschera" si sia ricreduto e abbia apprezzato. Se dopo la prima saga di Lucas è uscito un grande attore di nome Harrison Ford, questa nuova è la saga di Adam Driver, che negli ultimi tempi è letteralmente esploso al cinema, con merito. La Rose Tico di Kelly Marie Tran, vero cuore emotivo di Capitolo VIII ma non amatissima dal fandom, è presente sulla scena ma ha un ruolo più dimensionato, quasi da coro greco. Nota stonata, sempre relativa al "coro greco" che accompagna per lo più le scene con Leila, c'è un personaggio di cartone completamente inutile e addirittura molesto alla visione, che si pone con insistenza davanti all'obiettivo guardando in camera come un bambino di tre anni, dicendo battute banalissime con lo sguardo perennemente corrucciato e privo di carisma: è l'attore Dominic Monaghan in mood "mi è morto il gatto". A cosa serve? La leggenda vuole che J.J. Abrams, il regista del VII e di questo IX, abbia dovuto inserire Monaghan nel cast a seguito di una scommessa persa e lui di fatto è fastidioso e onnipresente come il vostro amico meno divertente che fa le corna a tutti quelli che scattano una foto nel giorno del vostro vostro matrimonio. Poi andate dal fotografo, pagate 200 euro il book delle nozze e 10 anni dopo la moglie rivedendo le foto vi domanda: "Ma chi è il cretino sempre presente nelle foto che fa le corna anche al prete e ai bambini?". E voi direte: "Dominic Monaghan". Vorrei una petizione online seria per rimuoverlo digitalmente, magari nella futura director's cut tra 15 anni in 120K, sovrapponendolo magari con quell'alieno buffo (o parente dello stesso) stile Sesame Street, con testone, senza braccia né gambe, che compare nel film nell'equipaggio del Falcon, a fare sa Dio cosa, facendo facce strane e versetti di continuo. Darebbe mooooolto meno fastidio. Ma prima della director's cut ho in mente un impiego nobilitante della performance di Dominic Monaghan. Quando il film uscirà in home video propongo come gioco uno shottino ad ogni apparizione di Monaghan sullo schermo. Spasso assicurato a fine serata. 


Dominic Monaghan a parte (voglio che si stampi in mente anche a voi questo nome, probabilmente qualcuno gli dedicherà una maglietta, ma non facciamo che Dominic Monaghan venga dimenticato per la sua insulsa presenza in Star Wars) tra i nuovi personaggi il mio preferito è l'esperto di robotica Babu Frik, un pupazzetto tutto energia e sproloquio, avrei voluto conoscere di più il personaggio di Rebecca Ferguson. Mi ha fatto tenerezza pure il robottino a cono che vive male la presenza umana per un caso di abuso su droidi e allora non lascia troppe confidenze. Non potevano mancare, e sono come sempre graditissimi i grandi ritorni di personaggi storici di Star Wars, anche per scene di breve durata ma significative, piccole chicche. Certo Lando (Billy Dee Williams) che dice: "Ai miei tempi Luke, Han, Leila e io abbiamo combattuto l'impero", fa un po' il Ringo Star della vecchia guardia, ma chi non ama Ringo dei Beatles o Winston dei Ghostbusters? Dolcissimo il C3PO di Anthony Daniels, che ci riempie di frasi affettuose come un vecchio zio che forse è troppo anziano per tornare la prossima volta sullo schermo, Luke torna con tutta la sua umanità e autoironia, Chewbe fa uuuaaaaaauaaa, tutti vorremmo abbracciare piangendo Carrie Fisher come fa Daisy Ridley, soprattutto dopo che l'unica vera principessa della sotto-cultura nerd ci ha lasciato per sempre e ogni frame di immagine con lei diventa tanto preziosa. Mi sono commosso più volte, come un pupo. C'è Palpatine, non è spoiler perché è la premessa stessa di questa pellicola. Se il tema conduttore della nuova saga è stato il confronto tra il passato e presente, Palpatine è "l'ostacolo" più convincente di tutti, un suo epigono, per quanto ben caratterizzato, avrebbe comunque perso nel confronto. Ian McDiarmid interpreta Palpatine nella sua forma più estrema, dolente, forse morente, ancora con la voglia dei giochini mentali, ancora pieno di fulmini dalle mani pronti a scatenarsi. Palpatine nei colori del suo abito talare, risata glaciale e attaccamento alla vita inclusi, cita e fa riviere direttamente il Dracula di Coppola (Coppola è l'uomo senza cui non avremmo mai avuto Star Wars, l'uomo che ha lanciato Lucas, ricordo ai posteri) e ridefinisce, forse "correttamente" ma definitivamente il Lato Oscuro (andando anche a scrivere e integrare la storia dei Sith). Forse, rimanendo fermo a questo avverbio, "definitivamente", possiamo passare ad analizzare la parte narrativa più relativa all'intreccio, la messa in scena degli eventi. 


Per qualcuno il vero problema della pellicola è proprio la tensione febbrile a definire, spiegare, sottolineare in grassetto, collocare logicamente e chiaramente ogni tassello di trama che prima era un mistero. Se fosse una puntata di Boris, questo Star Wars sarebbe la fantomatica puntata della distruzione della clinica di Occhi del cuore. È un ostinato e continuo mettere puntini sulle "i" che comprime la narrazione, rendendola quasi una gara contro il tempo, almeno per la prima parte del film, con la seconda che gira più liscia. L'impressione ulteriore è che alcuni concetti siano spiegati troppo e altri troppo poco. Si avverte che questo "spiegare tutto" sia un preciso dictat della produzione. È teso a appianare "nel modo più chiaro e diretto possibile" i dubbi sollevati in rete da parte del fandom che non ha gradito il capitolo VIII, spesso correggendo in corsa gli aspetti rimasti più controversi (ma lo fa in modo forse "troppo esplicito"). Si ha l'impressione che se i fan avessero reagito con meno polemica il film avrebbe toccato più o meno gli stessi punti, ma senza stare a rimarcarci così tanto, come se si sentisse l'obbligo di rispondere a un elenco puntato di domande che deve essere ficcato a forza nel film. Questo ossessivo "dover spiegare" è teso inoltre a "chiudere la narrazione interna", alla maniera dei comics americani che richiedono, alla fine del ciclo narrativo di uno scrittore su un personaggio noto, che questo necessariamente riporti il character "ad una situazione idealtipica di equilibrio", la "situazione tipo" che rende quella specifica storia "finita", quanto pronta a essere riaperta da un nuovo autore. Abrams, che è uno che di solito le saghe le inizia ma non le finisce, è stato bravo ad affrontare con lo sceneggiatore Terrio questo delicato processo, anche se in qualche caso non tutto è risultato sorprendente e scoppiettante come avrebbe potuto essere. A conti fatti c'era "fretta e tensione nell'aria", che se da un lato proprio ciò ha donato al tutto un ritmo indiavolato, di contro ha portato a sacrificare qualcosa che avrebbe necessitato di più tempo per funzionare davvero. Si è scelto di anteporre il didascalico all'epico, se posso con una metafora semplificare il discorso, ed è stato un peccato anche perché laddove si metteva da parte questa ossessione gli spunti narrativi buoni comparivano a frotte. Nella  prima parte la pellicola parla di un viaggio, che in uno specifico momento mi ha ricordato i Goonies, ed è stato "mondiale", un viaggio che spiegoni a parte è divertente. Come i film d'arti marziali insegnano però, se hai troppo di cui parlare, ti rimane troppo poco tempo per menare. Brevi ma intensi, magnifici, i combattimenti con le spade laser. Brevissimi e un po' confusionari gli scontri con astronavi e raggi laser vari, che peraltro si risolvono in un modi molto schematici con Macguffin deboli. C'è poca voglia di scontri spaziali in questo film sulle guerre spaziali. La saga ci ha già abituati ad eserciti interi, giganteschi quanto anonimi, che spuntano dal nulla, su pianeti di "stoccaggio Amazon", in attesa solo di essere pagati con bancomat imperiali, ma ogni volta che compare dal nulla una mega flotta spaziale anonima in cielo ci rimango male. Anche perché ci vorrebbe poco o nulla per caratterizzarla un po', magari dando alla flotta qualche contorno originale tipo la flotta navale dei non-morti del Ritorno del Re. Ma ve li immaginate, degli incrociatori imperiali fantasma guidati da trooper non-morti tenuti insieme con innesti dei robot della Gilda dei Mercanti con al comando qualcuno come il generale Grevious? Sono introdotti imperiali non umanoidi, potevo sperare di vedere un epigono di Sebulba pilotare Tie - Fighter, magari uno "sguascio-Tie"? Magari astronavi che si combinano tra loro, circondano a tenaglia i ribelli, li costringono a fate il surf tra macro-strutture semoventi? Ma quanti pupazzetti ci venderebbero!!! Il fatto è che tutto questo non avviene, ci sono solo una milionata di incrociatori stellari tutti uguali con giusto un cannoncino nuovo sotto, la morte della fantasia. Incrociatori perfettamente e asetticamente distanziati tra loro, di forma romboidale classica, che arricchiscono graficamente una specie di carta da parati del muro galattico del cinema. Magnifici, minacciosi per numero, ma per lo più carta da parati, con forse un omino o due su una plancia su tre milioni, a testimoniarci che non sono astronavi del tutto vuote. Anche la logica con cui la Resistenza "dei buoni" può far fronte a questa "infernale carta da parati" è poco approfondita, poco accattivante e no, per niente simile al finale di Episodio IV.  I Jedi combattono (poco) e parlano (tanto), mente nel cielo anonime astronavine ribelli guidate da personaggi che nessuno vede nel 98% dei casi, schizzano senza uno scopo e logica sulla "infernale carta da parati", con noi che a un certo punto ci disinteressiamo del tutto di loro. E questo, ripeto, perché per realizzare uno scontro lungo e con personaggi caratterizzati impegnati nello stesso, serviva del minutaggio extra che qui non c'è . Forse bastavano un minimo sindacale anche solo di tipo un paio di cavalieri neri su un paio di Tie-Fighters, senza essere esosi, che duettassero con i ribelli sulla scena scene spaziale. Ma non c'era tempo, servivano almeno 20 minuti buoni su schermo, e J.J. aveva perso la famosa scommessa per cui ci dobbiamo già sorbire  sullo schermo al loro posto un Dominic Monaghan, inutile tra gli inutili, che dice in modo triste cose inutili, per almeno 15 interminabili minuti inutili (forse non 15 effettivi, ma che io ho avvertito soggettivante almeno come 25 minimo, quindi cercavo di essere più "realistico"). Ricordate questo nome e insegnatelo ai vostri figli, Dominic Monaghan: "Il male". 


La pellicola era già lunghissima, i punti interrogativi aperti dalla trama precedente di Rian Johnson molti  (e la spiegazione di un paio di questi offerta da J.J. poco felice), ma forse sono pure diventati "troppi" anche alla luce del fatto che prima c'erano in produzione per Disney almeno 2 nuove trilogie e oggi, dopo il flop di Solo e la terza "Star Wars story" cassata, dopo la collezione delle action figures Elite Series di fatto sospesa dopo Gli ultimi Jedi (mai sottovalutare il mercato dei gadget per prodotti come Star Wars) si parla di tornare al cinema per il 2022 in un generico "sequel" con magari, se va bene, un seguito (questo almeno ad oggi secondo le recenti dichiarazioni, domani può cambiare tutto), mentre si sta puntando forte sulle serie televisive di Disney Plus, con Mandalorian che vola fortissimo e Obi Wan ai nastri di partenza. La strategia punta a Serie TV di Star Wars prettamente "per adulti", quella fascia di fan cui era indirizzato Rogue One, nell'attesa magari che questa terza trilogia per il cinema che oggi si chiude in fretta, con audience ancora e storicamente per famiglie, diventi cult per i fan giovani di adesso. Ma considerazioni di questo tipo a parte, che lascio agli analisti seri, dopo aver brevemente parlato di personaggi e della "troppa trama" su schermo, arriviamo ora, in questa lunga chiacchierata sull'ultimo Star Wars al punto per me più "ciccioso", ovvero all'aspetto visivo e sonoro. Dominic Monaghan a parte, che sia visivamente che auditivamente è insostenibile, Star Wars è come tradizione una bomba. Pianeti misteriosi ricchi di architetture strane e alieni buffi e colorati, tonnellate su tonnellate di astronavi a riempire bulimicamente lo spazio dello schermo più grande del vostro cinema, mirabolanti esplosioni che fanno scoppiare i subwoofer, giochi di luce, riprese a rotta di collo a cavallo di caccia interstellari, maestosi palazzi medioevali con statue, troni, arene. Sir John Williams, che si presta pure a fare un cameo come barista di una "cantina spaziale", prende ogni immagine e la riempie di magia facendoci con le sue note esultare, ridere e piangere a comando. La trama si dissolve sotto la potenza della musica, le ombre della trama lasciano spazio alla scie della velocità luce, rimangono i personaggi e le folli invenzioni grafiche, tutto si trasforma in una partitura visiva che fa da contrappunto alla magia sonora di Williams, facendoci tornare bambini. È questa la cifra finale, quello che davvero per me conta, ciò che rende lo spettacolo degno di essere visto e rivisto. Lasciatevi trascinare dalle scenografie sontuose, dagli alieni, le astronavi e i Jedi. Lasciatevi incantare da Sir John Williams e dalla Light and Magic. Allora davvero la trama diviene poca cosa rispetto al viaggio visivo. Star Wars non è solo trama e non lo è mai stato. Anche se i fili narrativi sono qui ogni tanto sfilacciati (come del resto in tutto Star Wars), lo spettacolo è sempre grandioso e sembra in grado di far tornare bambino chi lo ammira. E ovviamente non sto parlando di nessuno dei momenti in cui appare Dominic Monaghan. 


In sala ero circondato da detrattori della pellicola, quei classici ragazzi dall'aria gaudente che a ogni scena devono commentare che ci sono errori, contraddizioni, superficialità e che in genere guardano Star Wars con l'orecchio teso del consumato critico di musica classica, pronti a cercare l'errore più che a godere delle cose positive. A fine visione, in lacrime di estasi autentica, che credo di saper distinguere dallo "sdegno", uno di loro ha detto: "è il film più brutto che ho visto in vita mia, non vedo l'ora di parlarne con gli altri sul forum". Il suo amico, anche lui in lacrime di gioia, ha commentato: "Lol, zio". Da osservatore appassionato e curioso del comportamento umano ho visto due ragazzi felici di quello che hanno visto (pur nei difetti!!!), gioiosi del fatto di parlarne con gli amici per continuare l'esperienza nella condivisione. Solo che quando devono esprimere un'opinione, su quella che ricordiamo essere una favola destinata a tutta la famiglia piena di simbolismi anche semplici, trovano estremamente più Figo fare i critici acidi. Sono giovani interessanti, la cui "gioiosa scontentezza" è uno stimolante campo di analisi sociologica. 


- Conclusione:  è un film imperfetto, ma nessun film che preveda anche solo per un secondo la presenza di un Ewok su schermo può essere perfetto. Le magagne principali riguardano non tanto quello che dice la trama, ma "il modo in cui lo dice", l'ossessione didascalica ficcata a forza in molti passaggi narrativi, dando il via a troppi dialoghi esplicativi che vanno a comprimere il tempo dell'azione complessiva. Aspetto che nella seconda parte del film si avvertirebbe di meno, se non che nella seconda parte si vorrebbe un secondo tempo che duri il doppio per concedere la giusta epicità ai combattimenti. Nonostante questo, i personaggi riescono a essere sviluppati in modo convincente e facilmente ci si affeziona a loro più che in passato, l'esperienza sonora e visiva è da urlo e si esce dalla sala appagati e contenti, anche se in molti faranno fatica ad ammetterlo. 
Alla fine i pro per me sono molto più che i contro. 

- Una piccola nota personale: 
Dopo la trilogia degli anni 2000, in cui Star Wars ha mostrato i muscoli con lunghe ed elaborate scene action di eserciti in lotta, c'è stato Il signore degli Anelli di Jackson e una narrazione del fantasy che si è fatta sempre più lunga e accurata, tra intrighi e battaglie, sfociando in prodotti per adulti come Games of Thrones. Star Wars è tornato al cinema con un target ancora per famiglie, ma con un fandom in larga parte costituito da chi è cresciuto con le battaglie del Signore degli Anelli e forse si aspettava qualcosa di simile, magari di rispettoso della molta letteratura che negli anni ha accompagnato Star Wars. Il nuovo Star Wars mette un po' da parte i combattimenti fantasy per epicità e durata, sembra cercare nuovi fan tra i più giovani mentre tiene poco conto dei fan più anziani, fa con Gli Ultimi Jedi un elogio del fallimento che manco Pasolini, in un'epoca in cui i giovani sanno bene cos'è il fallimento al punto da non volerne sentire parlare pure al cinema mentre guardano il loro film fantasy escapista preferito. La strada del Brand sta per spostarsi in TV, scegliendo temi più adulti per le serie dal vivo e magari escogitando qualcosa per i bambini più piccoli. Il futuro ritorno al cinema del franchise sarà una sfida interessante. 
A questo giro mi sono divertito, sarebbe per me bello tornare in futuro in sala a Natale per vivere nuove avventure spaziali. Ma senza Dominic Monaghan. 
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martedì 24 dicembre 2019

Dragon Ball: Kakarot - il miglior trailer di sempre




Parleremo del gioco all'uscita perché è di Cyberconnect2 e merita. Parleremo del nuovo film di Dragon Ball in produzione quando sapremo dettagli "extra" rispetto al fatto che "esiste". Magari parlerò anche del nuovo, bellissimo e fichissimo Broly, come personaggio extra di Dragon Ball Fighterz e di come lui e Freezer abbiano ridato un senso alla continuity e Lore di Dragon Ball Super (con il "plus" narrativo, che molti sottovalutano, di come Goku sta con gli anni diventando più alieno e Vegeta più terrestre). Ma oggi per tutti i vecchi e nuovi fan di Dragon Ball c'è da vedere solo questo trailer, magari con a portata di mano un fazzoletto. Potrei forse non dirvi per l'ennesima volta di come leggessi Dragon Ball alle 7.00 di mattina, mentre andavo a scuola in treno a Milano, di come pasticciassi il banco di immagini di Vegeta e Dylan Dog e come... ma l'ho già raccontato in mille articoli e ognuno di noi ha la "sua storia" con Dragon Ball. Come il mio amico Roby che lo guardava in mensa nella pausa lavorativa senza riuscire ad ascoltare l'audio, come Willy che lo aveva scoperto e subito amato in Costa Azzurra trovando in TV, facendo zapping, lo speciale di Bardack, come Alessandro che "per me è meglio Kenshiro" e poi sul banco disegnava Vegeta alto come Goku. Ogni questi miei amici sono imprenditori della green economy, politici e fisici spaziali ma "se capita" un ritorno a Dragon Ball lo fanno, giusto per tornare una mezz'ora bambini. Io personalmente di tornare almeno 35 minuti bambino ogni 10 giorni ce l'ho scritto da prescrizione medica. Buona visione a tutti i fan di Dragon Ball.
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lunedì 23 dicembre 2019

Judy: la nostra recensione del film sul periodo londinese del 1968 di Judy Garland, interpretata da una straordinaria Renee Zellweger


Judy Garland, l'indimenticabile Dorothy del Mago di Oz di Victor Fleming (che lo stesso anno, il 1939, avrebbe girato anche Via col vento), è cresciuta e ora ha largamente superato i quaranta. Quattro matrimoni falliti alle spalle, senza un dollaro e una serie indefinita di pasticche e alcol dopo, Judy è una madre disperata e senza casa che non può accudire le sue figlie, per altro affidate a un marito che ha disperso ai cavalli tutto il patrimonio comune. Il caratteraccio che si ritrova, sommato al resto, le permette di lavorare solo all'estero, a Londra, come cantante fissa di un night club che risultata spesso burrascoso. 
Ispirato al dramma musicale End of the Rainbow di Peter Quiliter, Judy è un film struggente su quello che forse è il periodo più oscuro e drammatico della diva Judy Garland, interpretata da una (davvero incredibile) Renee Zellweger dal trucco molto invecchiata, con un corpo reso esile, aguzzo, febbricitante e instabile. È una Garland molto simile all'originale a metà degli anni '60, in disfacimento fisico ed emotiva, quella che vediamo sullo schermo. Una donna infranta più volte ma titanica nel sopportare il continuo maremoto della sua vita, ironica, arrabbiata, con un bisogno disperato di essere amata e la certezza (spesso) mal posta di non poter ricambiare, di non poter più essere quel sogno collettivo, positivo e ottimista, che incarnava per il pubblico la sua Dorothy. Peraltro una Dorothy (la giovane Garland nel ruolo del Mago di Oz che la ha reso celebre è interpretata dalla bravissima Darci Shaw) che sul set sembra aver subito degli abusi, psicologici e forse pure fisici, che per quanto "velatamente accennati" appaiono terribili. Il produttore Louis B.Mayer, interpretato da Richard Cordery è dipinto come una specie di orco, ritratto sempre facendone risaltare l'imponenza, il costante emergere dall'ombra come un mostro. Per fortuna che per Judy ci sono i fan, o almeno dei fan oltre a quelli che le tirano addosso roba quando si presenta ubriaca nel night londinese. Alcuni sono anche carini e cercano di cucinarle delle improbabili uova strapazzate alla panna in una notte londinese dove dopo le 23 è tutto chiuso. Ma sono solo una parentesi di una serie infinita di calci nei denti che la Zellweger affronta dimostrandosi anche una discreta interprete della Garland nei molti momenti musicali (tra cui The trolley song e ovviamente Somewhere over the rainbow) che lei canta personalmente. 
Judy è il perfetto "film da Oscar", un dramma biografico costruito per far risaltare al massimo le capacità di un bravo interprete, con momenti commoventi programmati, che la Zellweger domina con sicurezza dal primo all'ultimo minuto da vera mattatrice. Il suo lavoro, che non era per niente facile, è sorprendete e riesce a non far troppo trasparire una regia qualche volta schematica, ma dal ritmo sempre alto che mai fa avvertire la durata di due ore abbondanti della pellicola. Un plauso anche alla brava Darci Shaw e al composto e funzionale cast di supporto.
Preparate il fazzoletto e buona visione.
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