Anno
1892. Il selvaggio West per ordini dall'alto non deve essere percepito più come
così "selvaggio". Urge una "operazione simpatia" per
raffreddare gli animi e godere della nuova e più grande scoperta del secolo, la
ferrovia che presto (giusto una quarantina d'anni) porterà tutta l'America a
Disneyland. E poi chi se lo ricorda più il motivo per cui gli indiani si
picchiavano a morte con i coloni, è storia vecchia, parola d'ordine:
distensione. Con questo diabolico piano ordito dai pr del nuovo presidente
eletto, un omone pacioso e con la faccia un po' da scemo va a Fort Berringer,
nel New Mexico, dove i rapporti tra nuovi coloni e indiani sono ancora amabili come le relazioni umane descritte in film tipo Non aprite quella
porta. L'ormone parla con chi comanda e sulla porta dell'ufficio del capo
compare il Christian Bale più allucinato degli ultimi dieci anni, la versione
incazzata del personaggio che interpretava ne L'uomo senza sonno. Si chiama
Joseph Blocker ed è un eroe di guerra ora ritiratosi a vita più tranquilla. Fa
il carceriere a Fort Berringer per la gioia di sputare tutti i giorni in faccia
ai criminali indiani catturati, da lui stesso raccolti in raid che descrive
ancora come spaventosi bagni di sangue modello Starship Troopers. La circolare della
operazione simpatia un po' lo spiazza. Gli si chiede di accompagnare a casa il
detenuto Falco Giallo (Wes Studi) capo dei Cheyenne del Nord, perché
gravemente malato possa ricongiungersi con la sua famiglia nella Valle
dell'Orso, in Montana. A piedi. Senza i treni che saranno pronti per portare a
Disneyworld. Senza Google Maps o Tripadvisor ad aiutare, in quello che
ufficialmente è ora il "molto più civilizzato West". La circolare
dell'operazione simpatia intanto non deve essere arrivata nemmeno nelle zone
limitrofe a Fort Bennings, dove una allegra e gioiosa madre di famiglia
coloniale (Rosamund Pike) si vede sterminare, scalpare e stuprare il nucleo
familiare da una masnada di indiani pazzi - assassini. Quando l'ancora più
depresso Bale raggiunge quelli che sono i cocci della casetta felice della
Pike, con Coso Giallo, la sua famiglia e un piccolo drappello armato male per
farsi la traversata più assurda del mondo, la donna è già fuori di testa come
la Samara di The Ring (e da Gone Girl in poi sappiamo quanto alla Pike riesca
bene la parte della matta). Così la donna che, rimasta sola al mondo, continua
ossessivamente a cullare il cadavere del suo bimbo più piccolo e presto
svilupperà una passione morbosa per l'uso delle armi da fuoco pesanti, si unisce
al simpatico corteo diretto alla Valle dell'Orso. Tra indiani cattivi cattivi
pieni di scalpi e piume, tra proprietari terrieri già pronti a conservare
libere le terre appena conquistate a colpi di fucile, tra soldati
scoppiati come Rambo e reclute troppo zelanti ricoperti di sporco e piombo,
tra indiani/scarcerati con famiglia a carico taciturni e fieri come
vulcaniani muniti di pigiami e treccine, in compagnia di una donna attraente
seppure evidentemente pazza, Blocker dovrà cercare di portare a casa la
missione ingrata. Ma forse troverà un alleato proprio in Falco Giallo. Perché
Wes Studi passano gli anni ma rimane un figo assoluto e il suo vecchio generale
pelle rossa ammazza-cowboy forse non è così distante dall'onore e gli oneri che
il povero Blocker deve portarsi dietro controvoglia.
Seguiranno
tante sparatorie, scene piuttosto cruente e non adatte a un pubblico di
minori, arriverà a un certo punto Ben Foster in un ruolo niente male, a seguire
molto dramma (esistenziale quanto relazionale) e poco eroismo, nel
perfetto western crepuscolare del 2018.
Hostiles
è crudo, è cattivo quasi al punto da sembrare un Horror, è
"irrisolto" anche se non riesce ad essere in fondo del tutto cinico.
È una bella prova di attori, le location scelte sono molto suggestive e
magnificamente fotografate da Masanobu Takayanagi, le musiche di Max Richter
sono evocative, ma lasciano ampio spazio ai desolanti e inquietanti, quasi
mistici, rumori di una terra del passato crudele quanto e selvaggia.
Il
regista e sceneggiatore Scott Cooper, che ho amato tantissimo in Crazy Heart,
riprende qua gran parte della ciurma del suo Il fuoco della vendetta (Out of furnace) e adatta un romanzo di Donald E.Stewart (che ha
scritto sceneggiature per Caccia a Ottobre Rosso, Missing, Giochi di Potere)
davvero "scomodo" e cattivo come un pugno nello stomaco. Tra le
pianure e gli infiniti paesaggi del sogno americano, ma più sinistri del
solito "pacchetto fordiano", i personaggi si muovono con passo
insicuro e un codice morale sempre più appannato e nichilista verso un epilogo
autodistruttivo al quale arrivano nudi, spogliati dei sogni di un raggiante
futuro, destinati a una segregazione intergenerazionale, privi di
qualsiasi fiducia verso il prossimo. Per Scott, un piccolo omino cicciotto armato
di fucile che spara a chiunque (amico o nemico) urlando "fuori
dalla mia terra" (e ricorda tantissimo il Boss Hogg della serie Hazzard)
diventerà un po' il simbolo del modo in cui andrà a finire la grande
guerra senza quartiere tra indiani e cowboy. Il "mostro di fine
livello" più atipico di sempre nella storia di tutte le grandi epopee
western. Non vi dico altro. Cercatelo e godetevelo. Preparatevi però un po'
alla sua brutalità, perché non è decisamente un film per tutti.
Philip
Goodman (Andy Nyman) smaschera le truffe paranormali da tutta una vita. Non ci
sta proprio a vedere delle persone per bene vittime di approfittatori che si
arricchiscono giocando sulle loro debolezze e ricordi di cari estinti, ne ha
fatto una missione e fino ad ora il suo lavoro lo ha portato a maturare una
certezza assoluta: il paranormale non esiste. C'è però uno scienziato
smaschera-imbroglioni come lui, un suo mito e modello che sembrava per la
stampa essere morto da tempo, che di punto in bianco decide di contattarlo.
Vuole che Philip torni a credere nel soprannaturale e di conseguenza gli
sottopone tre casi che nemmeno lui è riuscito a smascherare. Tre storie
"vere" che porteranno Philip a entrare in una zona oscura dalla quale
il nostro eroe non riuscirà a scappare molto facilmente.
Ghost
Stories, basato su uno spettacolo teatrale di successo, è un film solido e
disturbante. La struttura a episodi all'inizio appare frammentata e le tre
storie in fondo, pur varie nelle tematiche e ricche di "spaventi", se
prese singolarmente non sono da top ten dei migliori film horror a episodi come
Creepshow, Body Bags, Ai confini della realtà, ABC of The death o V.H.S. La
"promessa" del trailer, che stuzzicava con un approccio realistico -
documentarista, con un passo procedurale e investigativo nell'affrontare e
confutare il paranormale, ben presto cade, e sulle prime dispiace. Ma il
film "monta" piano piano, saltano i nodi più convenzionali,
cresce nel tempo un senso di disagio quanto di amalgama narrativo e alla fine
tutto confluisce in qualcosa di diverso, di unico e a tratti geniale. Arrivando
al finale interessante e spiazzante, forse non del tutto imprevedibile, ma
carico di autentico terrore e che dimostra come nessun dettaglio sia stato
messo in scena per caso dalla prima all'ultima scena. Per senso di straniamento
mi ha ricordato un altro film horror a episodi a struttura simile, il
recente (e spesso sottovalutato) Southbound, ma Ghost Stories è ancora
più solido. Da temi classici come la paura dell'ignoto, le premonizioni e
l'incubo della vita familiare, il film arriva alla psicanalisi, al significato
dell'esistenza, alla fede. Parte basso, ma viaggia alto. Parte da quelle
che sembrano piccole urban legend, molto ludiche e se vogliamo schematiche, e
arriva ad indagare sui motivi più profondi per cui c'è in molti l'esigenza di
"credere nel paranormale". E la risposta a questa domanda è acida,
caustica e umanamente tragica. Se l'Andy Nyman regista e sceneggiatore (fa
tutto lui qui, insieme a Jeremy Dyson, che però non recita) ci è piaciuto per
la (inaspettata) freschezza della formula narrativa e per il modo in cui ci
stuzzica il nostro "bagaglio emozionale cinematografico" citando
Lynch, Zemeckis, Cronenberg e Mangold (e c'è anche un bel rimando letterario
a King), l' Andy Nyman attore, mattatore assoluto e cuore emotivo delle
vicende, ha la facciona pacioccona giusta, la grande umanità, la sottile
ironia e la corporalità bonaria simile ai migliori personaggi di Paul Giamatti.
Ci ha subito conquistato il suo Philip, un inquieto, sensibile e imbranato
indagatore del paranormale, ideale parente degli Specs e Tuker di
Insidious. Tutto il cast funziona in genere bene, anche se Martin
Freeman, su cui la struttura narrativa punta molto, forse non riesce a
esprimersi al meglio. L'attore, in genere molto a suo agio nei ruoli di
"uomo comune in situazioni non comuni", per i quali più volte è
paragonabile a un gigante come William H. Macy, in questa pellicola appare per
me troppo "ectoplasmatico" ed evanescente. Certo, sono due
aggettivi che possono pure essere utili in un film che parla fin dal titolo di
fantasmi, ma purtroppo non è questo il caso. Qui secondo copione (o
secondo come lo avrei letto io) Freeman doveva giocare dalle parti di
Tim Curry, Anthony Hopkins, Gary Oldman o Jack Nicholson. Era la sua grande
occasione di "fare il matto", reinventarsi e stupirci, ma Freeman
tiene il freno tirato, nonostante provi comunque (ed è cosa apprezzabile) ad
essere più "sopra le righe del solito". Peccato. Ma se togliamo
questo "neo" (che magari ho visto solo io) Ghost Stories è una
pellicola davvero piena di pregi e con pochi punti deboli, uno dei migliori
thriller / Horror di questo periodo e la scelta ideale per una serata con
qualche brivido. Lasciatevi trascinare dentro ai suoi incubi, non cercate di
smontarlo e decostruirlo mentre lo state vedendo, fatevi sorprendere
dall'ingranaggio finale e per me ve lo godrete al meglio. Ghost Stories non
"spaventa facile" perché punta ad insinuarsi sotto la pelle e a
terrorizzarvi piano piano. A me è piaciuto molto. Se ha colpito anche voi
fatemelo sapere. Questa volta non ho voluto anticiparvi quasi nulla della
trama, vi lascio tutte le sorprese. Ma state attenti al bambino con il
cappuccio.
Pablo
Escobar (Javier Bardem) era potente, era spietato, era il signore dei narcos.
C'era però qualcuno che lo vedeva come una specie di Robin Hood e che in fondo
era disposto a chiudere un occhio sul suo regno del terrore, se di fatto
Escobar si impegnava concretamente a costruire case per persone non abbienti e
in genere non era schivo a elargire parte dei suoi ricavi illeciti per opere di
bene. Escobar così era temuto, ma anche amato. A sostenerlo si era spinta anche
la giornalista Virginia Vallejo (Penelope Cruz), una barbaradurso (marchio registrato) colombiana. Questa barbaradurso (marchio registrato) era il suo
migliore sponsor e, carica di sorrisi e occhioni adoranti come era, presto
iniziò a far battere il cuore di Escobar fin troppo, fino a diventare la sua
amante. Quello che segue è poi la sintesi della stagione 1, 2 e parte della
futura 3 del telefilm "Narcos", solo che raccontato dal punto di
vista tutto femminile di Virginia Vallejo, in quanto tratto dal libro
autobiografico della stessa, condito con una buona dose di umorismo e
spettacolarità. Ci sono aerei che atterrano sulle autostrade, ci sono feste per
criminale vip stile Scorsese e un medesimo amore per i Bad guys, ci sono
scenette in cui il personaggio di Bardem invita il figlio a non drogarsi
e seguire il consiglio di Nancy Reagan (una pubblicità-progresso usata in una
campagna contro la droga che era rivolta a contrastare il business di Escobar
stesso). Ci sono due interpreti da urlo come Bardem (enorme, complicato e
shakespeariano, "mediterraneo" nelle passioni) e la Cruz (combattiva, disincantata ma al contempo fragile), che non per niente sono
stati candidati entrambi come migliori attori ai premi Goya, c'è una
ricostruzione storica meticolosa bei costumi e scenografie, c'è una colonna
sonora vintage avvolgente. Il film di Fernando Leon de Aranoa è fresco e
veloce, pieno di ritmo e con almeno un paio di scene epiche nella
rappresentazione "larger then life" di Escobar. C'è un momento in cui
Bardem è circondato dagli elicotteri mentre si trova nel suo covo a fare sesso
con una minorenne. Si sentono le pale dei rotori in avvicinamento e lui è
pronto, fieramente nudo nonostante una evidente pancetta, a contrastarli,
faccia incazzata e pipino al vento, imbracciando una enorme mitragliatrice. Ma
poi preferisce la ritirata, guadando il laghetto nelle vicinanze, sempre nudo e
armato, con una convinzione tragica simile al miglior Godzilla di Honda che
lentamente scompare tra le acque. E poi c'è lo spaccato di vita della Vallejo,
che ha vissuto i lussi della vita di amante ma ancor di più le pene, in un
paese in cui essere fedifraga è quasi peggio che essere innamorata di un
narcotrafficante. "Escobar - il fascino del male " ci è piaciuto, sa
essere divertente quanto tragico e spinge a saperne di più su quello
strano e controverso periodo della storia colombiana. Come solo le buone
pellicole riescono a fare.
È
difficile stare dietro alle attività di Roberto Recchioni, tanto nell'ambito
dei fumetti, che del cinema, che dei romanzi. Ti svegli e scopri che il nostro
"RRobe" oltre a curare mensilmente Dylan Dog e Orfani per Bonelli,
oltre a stare dirigendo sempre per Bonelli i lavori per 4Hoods e Chambara, oltre
a supervisionare e a essere "bollino di garanzia" di Caput Mundi per
la Cosmo, oltre ad essere intento nella realizzazione delle nuove storie del
Corvo di O'Barr per la IDW publishing in collaborazione con BD edizioni, oltre
a essere sempre attivo come recensore per Il sito di cinema ScreenWeek, oltre a essere uscito a tempo record in libreria con il secondo volume della
fantasy Ya! per Mondadori (che dice che ama scrivere tipo alle
cinque di mattina nel dormiveglia), oltre a... prendo un attimo una pausa...
oltre a tutto questo ti esce, in gamba tesa, con questo La fine della ragione,
edito per la nuova etichetta Feltrinelli Comics, di cui scopro l'esistenza
perché l'8 febbraio 2018, ero nel luogo della presentazione al
pubblico, a Milano presso la Ricordi/Feltrinelli di Galleria Vittorio Emanuele,
per puro caso. E poi scopro, dalla sua voce, che sta ultimamente sempre più in
giro con la moto, che sta iniziando a esplorare confini della provincia
italica per molti ancora misteriosi, che sta scoprendo l'Oriente
"andandoci"...
Constatato che è evidente che nel nuovo appartamento
del RRobe c'è una stanza dello spirito del tempo come in Dragonball,
affrontiamo questo "quadernaccio" scritto e anche disegnato da un
Recchioni ultra-underground, sparato su carta con una tale urgenza punk che... non vi dico. RRobe piglia il suo stile "da Asso" e lo riempie di
estrogeni, incide la tavola con un tratto energico/aggressivo veloce,
espressivo, quasi nagaiano (più Violence Jack che Devilman) e che in qualcosa
sta pure dalle parti di Jeff Lemire (di sicuro pure nelle scelte cromatiche,
sempre curate dal RRobe, graffianti), e se sei poetico ci vedi pure qualcosa di
semplificato ispirato agli ukiyo-e di Kawanabe Kyosai... oppure ci vedi solo una
paraculata molto, molto stilosa ma decisamente ispirata, con tavole a volte
tirate via e a volte così sbalorditive che non riesci a volergli male, anzi! E
poi arrivano i testi, giganteschi nelle dimensione, scritti con il pennarello
grosso. Muri di parole che riempiono intere splash-page, scritte a mano,
potenti e rabbiosamente buttate in trincea oplitica su fogli ingialliti dalla
sfumatura marroncina (fogli immarronciniti?). Fogli fatti a righe
come i quaderni delle elementari o le moleskine, che da dire fa più figo, per
essere poi stampati su carta porosa, esattamente come alle elementari, con le
immagini editate / scansionate facendoci le foto, giusto per rendere più
difficile i ritocchi e dichiarare al mondo: Qquesto è, e questo non lo
cambio più". Muri di parole nere con molte, moltissime sottolineature con
un pennarello di un rosso sangue, bello, violento e vitale come la penna della
maestra che ti mette 3 in inglese. A guardare questa pop-art da writer glottologi
sembra di accedere un po' alla Smemoranda arrabbiata di un bassista
liceale. E i bassisti liceali, lo sappiamo, sanno essere spesso carismatici e
alla fine sono pure quelli che rimorchiano, lasciate fare.
Ma che c'è scritto e
disegnato in questo volumetto da 16 euro con copertina traslucida
Feltrinelli che da lontano lo fa quasi sembrare vagamente per scelte
cromatiche della copertina un manuale di Shiatzu? È una storia di epica
intimista, come è stato definito dallo stesso Recchioni. C'è uno sguardo autobiografico
e intimo, quasi dalle parti di Gipi, sposato arditamente a una rabbia nagaiana
estrema. C'è la volontà di delineare un racconto distopico futurista, forse
troppo, inquietantemente troppo, vicino al presente, ma c'è lo stile aggressivo
di vomitare tutta la narrazione in faccia al lettore, come un pugno sul grugno,
semplificando e scarnendo ogni concetto, snocciolando ogni prassi di
comunicazione. Anche l'autore è in scena, come narratore, ma al centro del
racconto c'è la "madre", un'entità che "sputa in faccia al
destino", perché "lei è vento", "lei è tempesta" e
"sfortunati quelli che si metteranno davanti a lei nel suo cammino, perché
ci passerà attraverso". La madre è in missione, il mondo è impazzito nella
barbarie dall'oggi al domani e la tappa del suo viaggio è un luogo lontano e
nascosto, dove è andata a finire la "ragione". Seguiranno ipocrisie,
distruzione e cavalieri dell'apocalisse con tutto il trambusto in cui un
uragano può manifestarsi all'interno di un bicchiere. Ma come il mondo è impazzito?
Chi riuscirà a salvarlo e consolarlo? RRobe scrive e narra veloce, le pagine
girano veloci, il messaggio di fondo potrebbe essere sintetizzato da una
canzone rock. Però funziona, gira bene e arrivato in fondo vuoi ripartire.
Forse avrei voluto starci più tempo da queste parti, esplorare il futuro
medioevale che ho intravisto, ma mentalmente vedo che mi riaffiorano i paesaggi
italici di Orfani:Ringo (altra opera di Recchioni), pronti a fare da supplenti
e arricchire il quadro generale. Ma chi non è fan del RRobe e Orfani: Ringo (presente in bei cartonati da Bao Publishing) non me lo vuole recuperare?
Ricordo la mappa del mondo fantasy di Ya!, ricordo l'emozione di
quando tra valli e città ho riconosciuto per la prima volta Campocarne e la
testa è partita, ieri come oggi, a uno dei luoghi più famosi di Orfani.
Pensando alla Madre di questo fumetto, automaticamente e antiteticamente torno
alla figura femminile di Monolih. Il RRobe è sempre il RRobe, e questo mi
sento di dirlo perché un po' nei suoi mondi immaginari ci sono caduto e sono
contento di essermici perso. Ha sempre grinta, sa come scrivere dialoghi cool e
come esprimere un concetto chiaro come un missile che ti arriva in testa, sa
come provocare e rendere reattivo il lettore. Ma quest'opera forse si appoggia
un po' troppo a cose già dette, anche se nel cuore è interessante, più
nella forma che nella sostanza un piccolo Violence Jack sociale, molto
meno cattivo di quello che si sarebbe voluto, un po' spaventato e in cerca di
conforto sul futuro, in tutto questo amabilmente e fallibilmente
"umano". Sono sicuro che a rileggerlo ci piacerà anche di più. Una
prova molto interessante di decostruzione del media-fumetto, un modo un po'
diverso di assemblare le tavole e veicolare la narrazione, infine un modo
intelligente e diretto per condannare le ipocrisie e gli imbarbarimenti
dell'epoca moderna che spesso si nascondono dietro a una richiesta di affetto
e conforto. Bella prova RRobe, continua così. Poi se ti avanzano cinque minuti
liberi nel mentre che aspetti il caffè al bar, potresti pure fare un fumetto
sulla rivoluzione russa, io già te lo compro...
"La
vuoi vedere?" Con questa frase, un sorriso invitante e un fisico da far
invidia a una trentenne, Teresa (la sempre bellissima Tosca d'Aquino), moglie
di un piccolo ma onesto imprenditore edile napoletano, sembra suggerire al
consorte, Gennaro Parascandolo (Vincenzo Salemme), future e strepitose
evoluzioni erotiche. In realtà quella che vorrebbe fargli vedere è una
gigantesca fontana in marmo (arrivata nel loro appartamento non si sa come),
la "bomboniera" che vorrebbe dare in dono al futuro suocero, l'assessore
Cardellino (Francesco Paolantoni), per ringraziarlo della partecipazione al grandioso compleanno da 150 invitati che sta
organizzando per la figlia Mirea (Mirea Flavia Stellato) sul terrazzo del
condominio dove vivono. Questo evento da "un paio di pizzette in terrazzo
con due amici" sta decisamente diventando qualcosa di ingestibile e il
povero Parasole sta "uscendo pazzo". Già il fatto che la figlia
frequenti quel fesso di Bebè Cardellino (Andrea di Maria) non gli piace,
perché da imprenditore onesto non vuole far pensare a nessuno che diventi un
arricchito e trovi lavori per via delle raccomandazioni del potente genitore.
Ma la moglie Teresa ormai si sente parte della alta società bene e non vuole
sentire ragioni: la festa dei diciotto anni di Mirea sarà l'ingresso dei
Parascandolo nel circolo di quelli che contano. E per fare parte del club che
cosa sarà mai regalare all'assessore una fontana in marmo? Cosa costerà mai
chiamare a cantare tanti auguri il mitico James Senese (interpretato da James Senese stesso!! Il mito!!)? Cosa costerà ingaggiare dei cuochi professionisti?
Un abito per la padrona di casa da festa degli Oscar? Bloccare un palazzo e un
parcheggio? Troppo, ecco cosa costerà tutto questo compleanno. Troppo. E la
fontana - bomboniera sembra il meno. Anche dovere interagire per
coordinare i lavori con il "secondo portiere" dello stabile, Lello (Massimiliano Gallo), un bravo ragazzo non troppo sveglio, diventa per
Parascandolo un problema che non fa che sommarsi ad altri problemi, ma ecco che
arriva a bloccare tutto "il problema dei problemi". Don Giovanni
Scamardella (Nando Paone), il coinquilino del piano di sotto nonché padre
della isterica del palazzo, Lucia (Iaia Forte), di colpo muore. È lo stesso
Parascandolo a scoprirlo per caso prima che arrivino ambulanza, pompe funebri e tutto il resto. L'assessore per una cosa scaramantica sua non presenzia a eventi che si tengono in posti dove ci sono dei morti e non deve assolutamente
sapere nulla. Il prete locale (Giovanni Cacioppo), famoso per imbucarsi alle
feste ore prima per spazzolare tutte le pizzette, è d'accordo per far figurare
solo a festa avvenuta che nel palazzo c'è un morto. Lucia terrebbe la
bocca chiusa, ma solo se Parascandolo, di cui da sempre è segretamente innamorata,
si concedesse a lei. Andrà in porto questa "festa esagerata"?
Tratto,
come molte delle sue regie, da un suo spettacolo teatrale, l'ultimo film
scritto, diretto e interpretato da Vincenzo Salemme è una divertente farsetta
degli equivoci, leggera leggera, ideale per passare un'oretta e poco più in
totale spensieratezza. La trama è semplice e geometrica quanto basta, anche se
presenta un risvolto finale che per me funzionerebbe meglio a teatro che al
cinema, tutto passa leggero e tranquillo. Gli interpreti sono spiritosi e molto
reattivi ai meccanismi comici, perché del resto sono in gran parte
"ciurma" con cui è solito lavorare il regista napoletano. Tosca
d'Aquino, di cui ricordo con affetto una parte ultra-sexy a inizio carriera, in
Kinski Paganini con Klaus Kinski, non ha perso un grammo di una sensualità
esplosiva per troppo, troppo tempo nascosta e mortificata in ruoli comici da
"personaggio logorroico e rompialle" (come spesso sotto
Pieraccioni), che davvero non le hanno reso giustizia. Salemme ha sempre visto
invece questo potenziale, fin dallo strip tease in cui la fa esplodere nel
romantico Volesse il cielo! e anche in questa ultima pellicola, che
arriva 16 anni dopo, Tosca è ancora ultra sexy. Salemme la contiene, così anche
se le forme di Tosca tendono sempre ad esplodere dagli abiti (dimostrando un
fisico ancora invidiabile) le mille allusioni con cui si esprime il personaggio
di Teresa alla fine cadono nel nulla (come l'invito all'assessore di "fare
tutto quello che vuole nella sua camera da letto"), ma si ridà un po' di
giustizia a quello che è uno dei più clamorosi casi di attrice sexy mancata.
Anche laia Forte, che ricordo bene ai tempi del tenero I buchi neri di Pappi Corsicato e nel dolcissimo Luna e l'altra di Maurizio
Nichetti (regista che se non fossimo in Italia sarebbe venerato quanto e più
di Guillermo del Toro) si ritrova qui ancora molto sexy, in una parte da
psicopatica dark/vicina di casa surreale, estrema e quasi inquietante.
Massimiliano Gallo e Salemme funzionano molto bene come coppia comica, si
rifanno ai meccanismi più tipici e risaputi della farsa ma lo spettacolo è
sempre divertente. La regia pecca del solito problema che affligge il Salemme
regista cinematografico: la troppa aderenza al Salemme regista di teatro. I due
linguaggi si sovrappongono, ma i due media hanno un respiro e ritmo diverso che
il regista napoletano non sempre azzecca. Ma è comunque un peccato veniale su
cui i suoi fan possono tranquillamente chiudere un occhio.
Una
festa esagerata è un film divertente per chi apprezza la comicità di
Francesco Salemme ed è contento di andarlo a vedere al cinema. Salemme coccola
i suoi fan mettendo in scena la sua classica farsa ben oliata, garbata e tutto
sommato innocua. Non si eccede in volgarità, non si eccede in satira di costume, non si eccede in introspezione. Ci si diverte senza pensieri, cosa che come
punta a fare ogni "farsetta", come il Natale da Chef di Massimo
Boldi. La farsa è una messa cantata, simile a se stessa da secoli ma in grado
di divertire chi vuole divertirsi con i suoi meccanismi semplici, ben noti e
reiterati. Gli equivoci nel rapporto di coppia o in quello padri/figli, le
piccole truffe a fin di bene, le "corna" paventate o ricercate, i
piccoli giochi di potere con la fascinazione per le figure politiche,
l'idealizzazione (più che la pratica) della sessualità, i buoni sentimenti che
alla fine prevalgono su tutto .
Non
aspettatevi quindi rivoluzioni registiche o temi scottanti al di là del solito
"pacchetto completo". La Napoli di Salemme è un bel posto dove
splende il sole, popolata di persone per bene e di qualche mariuolo per lo più
innocuo. Sentitevi "a casa", rilassatevi e divertitevi. Se il teatro
e il cinema di Salemme non incontra i vostri gusti per struttura, temi e humor,
che forse ritenete troppo "classici", quest'opera di certo non vi
farà cambiare idea; ma passa veloce e qualche risata (magari controvoglia)
saprà comunque tirarvela fuori.
Nel 1984
è stato l'iconico sergente istruttore Hartman nel capolavoro di Kubrick,
facendo piangere e impazzire il soldato "Palla di lardo" di Vincent
D'Onofrio, ma era già un elicotterista in Apocalypse Now di Coppola. Era il
sergente dei soldatini di plastica Verdi di Toy Story di John Lasseter, era
sempre un sergente, ma fantasma, in Sospesi nel Tempo di Peter Jackson. Un'altra
divisa ha consolidato la sua fama negli anni, quella dello sceriffo Hoyt di Non
aprite quella porta. Ha interpretato anche altri ruoli, tra cui il padre del
Dottor House di Hugh Laurie, ma l'uniforme gli stava sempre bene, unita al
carattere spesso brusco e scorbutico (se non addirittura maligno) che
caratterizzava i suoi personaggi. Perché nell'esercito, nei Marines, insieme a uniformi e a personaggi dal carattere brusco, scorbutico (se non addirittura
maligno) ci era sempre vissuto e questo raccontava nella sua arte. Eroe
di guerra in Vietnam e ad Okinawa, spesso rivestendo proprio il ruolo di
Sergente Istruttore, in congedo da 1972 per motivi medici, nel 2002 i Marines
lo promuovono come riconoscenza al servizio svolto negli anni, a Gunnery
Sergeant. R.Lee Ermey era un cinematografico sergente istruttore cattivo più
vero del vero, in grado di terrorizzare con la sua determinazione da Marines
anche più generazioni di spettatori debosciati e senza palle tanto in film di
guerra che in pellicole Horror. Chi lo conosceva sapeva che in realtà, sotto
una scorza d'acciaio, che però sapeva spesso affievolire con
l'autoironia, Lee era sorridente, aveva un animo generoso e spesso aperto
a iniziative di solidarietà. Oggi ci ha lasciato, a solo 74 anni, a causa di una
polmonite. E già ci manca un po' la sua grinta e il suo modo di guardare la
vita dritta negli occhi con tutta la determinazione di un Marines.
Ma cosa sarebbe successo se invece di diventare
un sergente istruttore dei Marines fosse diventato un bibliotecario?
Ciao Lee. Grazie per averci ispirati e terrorizzati in
tutti i questi anni.
Non molto tempo fa diedero in mano a Brad Peyton un
disaster movie su un elicottero che cercava di salvare la sua famiglia (e
sporadicamente il resto della popolazione) dal drammatico distaccamento di una
nota faglia che riguarda il continente americano. Il film si chiamava San
Andreas e deluse molto chi si aspettava per un attimo di vedere al cinema la
trasposizione di un noto capitolo della saga videoludica del Gran Ladro d'auto
della Rockstar Games. Poi però ebbe un incredibile successo. Perché Peyton
aveva una grande idea alla base del progetto: prendere un action-hero dal corpo
gigantesco come The Rock e infilarlo in un piccolo elicotterino per quasi tutta
la durata del film. La gente era incuriosita su come effettivamente potesse The
Rock muoversi su un sedile piccolo piccolo che lo faceva sembrare un adulto a
cavalcioni di una giostra per bambini.
L'idea comunque piacque molto, così per un nuovo
disaster movie in uscita per il prossimo luglio, Meg, che da noi
arriverà con l'originale titolo di Shark - il primo squalo (perché il titolo originale probabilmente avrebbe deluso chi si aspettava in
sala una biografia di Meg Ryan), anche il nerboruto Jason Statham sarà per
molto tempo alla guida di cockpit molto piccoli (di elicotteri,
mini-sottomarini e roba varia).
Ma dietro al ruolo dell'elicotterista in San Andreas
c'era molto di più che "spazi ristretti per muscoli troppo grandi".
C'era un idea forte: far percorrere a The Rock il cammino cinematografico
dell'eroe impegnato che anni prima aveva già percorso Steven Seagal con Inferno
Sepolto: impersonare un eroe che per vivere svolge un lavoro improbabile per un
action hero.
Così dopo il mitico burocrate - eroe
di Seagal, Jack Taggart dell'EPA, l'agenzia per la protezione dell'ambiente,
Dwayne Johnson è pronto a vestire i panni di Davis Oyoke, un
"primatologo". Cioè un tizio che studia il comportamento delle scimmie
tipo Sigurney Weaver in Gorilla nella nebbia. Solo che mooooooooooooooolto più
credibile. Il nostro Rock preferito sarà così alle prese con un Gorilla Albino
di nome George, impersonato con il motion capture di lusso Weta (Signore degli
anelli, King Kong, l'ultima trilogia del pianeta delle scimmie) da Jason Liles,
che ha già interpretato digitalmente il corpo di Ryuk (la "voce"
era di Dafoe) nel Death Note di Netflix (che non ho ancora visto non avendo
Netflix, ma di cui mi dicono tutti un gran male, e spero non per colpa di Liles). Quindi The Rock gira Gorilla nella nebbia, dramma sulla
comprensione uomo-animale girato in qualche amena oasi WWF protetta? Più o
meno, anche se Rampage richiama di più l'atmosfera della WWF del Wrestling,
mettendo in scena scontri finti tra colossi che si picchiano tra di loro. Solo
che detti colossi sono mostri giganti (tra cui lo scimmione albino George,
mutato e reso enorme da spietati esperimenti governativi illegali su cui The
Rock indagherà) che si picchiano nel centro di una città americana
perfettamente ricostruita per essere perfettamente distrutta, seguendo grosso
modo il "canovaccio" di un per lo più dimenticato videogame della
defunta Midway Games del 1986, che per l'appunto si chiamava Rampage. Se con San
Andreas Brad Payton andava per un attimo a illudere i fan di Gran Ladro
D'auto, con Rampage arriva proprio a far incazzare lo storico regista di
filmacci Owe Boll, che più di recente del 1986 aveva girato già tre film con il
nome branderizzato di Rampage (che in fondo significa in
inglese "furia", andando bene anche come titolo per un film con
Vincenzo Salemme... tipo "Rampaaagne!!"mi immagino). Boll è
incazzatissimo come sempre e già mi immagino che parta presto per proporre a
Peyton di volerlo sfidare in un incontro di pugilato, come è solito fare per
sconfiggere i suoi nemici più spietati (i critici cinematografici). Ma alla
fine cos'era 'sto Rampage della Midway del 1986? Questa roba qua...
Dopo tre minuti di mostri che abbattono palazzi e
mangiano omini vi assicuro che diventa una palla assurda. Ma che altri giochi
erano usciti nel 1986? Era questo il top del gaming? Beh, il 1986 era in fondo
l'anno di Out Run, di Zelda, di Castlevania, di Arkanoid, di Bubble Bobble, di
Defenders of The Crown, Wonder Boy, Ikari Warriors, Dragon Quest... in sala
giochi iniziavano a farsi le code dietro a dei capolavori assoluti
dell'intrattenimento videoludico del domani e a casa (per lo più dei giappi,
ma pure Commodore e Spectrum avevano le loro carte da giocare) iniziava a
girare roba da paura.
Rampage no. Rampage nei posti che bazzicavo era sempre
senza fila, dimenticato in un angolo impolverato a fianco di Dragon's Lair (che costava un botto e per lo più era "spiato" da lontano). Era un
po' una poverata senza storia e senza futuro. Sceglievi un mostro tra un uomo
lupo, un lucertolone o un Gorilla e facevi punti tirando giù palazzi e
soldatini. E basta. Forse è l'idea stessa di impersonare un mostro gigante,
lento e ultra-distruttivo a non aver mai suscitato su di me e su tutte le
persone che ho incontrato nella mia vita un particolare fascino. Se sei enorme
in un videogame tutto il resto è grande quanto zanzare e le zanzare non le ho
mai trovate troppo divertenti. Nel gioco non fai che schiacciare zanzare e poco
altro il divertimento non mi hai conquistato troppo anche se il chara design
era carino, anche se gli omini erano buffi. Comunque Rampage di Midway ha
prosperato per anni e anni, reinventandosi a dire il vero molto poco di titolo
in titolo, ma piacendo a un sacco di gente, gente che non conosco, fino a che
qualcuno ha deciso di farci un film. Questo film, cavalcando l'onda dei film
sui mostri giganti che tanto piacciono in questi tempi. San Andreas di Peyton
era divertente, fracassone, indovinava due o tre scene pur essendo abbastanza,
drammaticamente, "stupidino". Qui mi attendevo la stessa solfa
in fondo, e non sono arrivato troppo lontano alla fine. Però come tamarrata è
una tamarrata che si lascia vedere. Tanto assurda quanto divertente, un c-movie
stile Syfy channel, ma ultra pompato e irresistibile nel suo essere seriosamente
auto-ridicolo. Un fumettone (nel senso più buono, indulgente e
ingenuo del termine) davvero divertente. Puro trash, adatto solo se amate
/ sopportate il genere al punto da non sentirvi truffati dopo la visione per
due ore di un film su uno squalo a sei teste. Roba da apprezzare se ubriachi,
roba genuinamente sgangherata.
Lasciate da parte il nuovo King Kong, Godzilla, Pacific
Rim e state con i pieni ben piantati per terra in una ipotetica seconda serata
su "Cielo" per il ciclo "Mostri e catastrofi". C'è qui tutto
il pacchetto del "film di merda low budget". Attori anche
interessanti e bravi che compaiono in due scene per poi sparire (Joe
Manganiello, Breanne Hill). Personaggi ultra - sopra le righe e senza senso (Jeffery Dean Morgan che per tutto il film va in giro con cinturone da cowboy
con pistola argentata senza un perché). Dei cattivi che vogliono conquistare
il mondo scemissimi a capo di un "palazzo dei cattivi" di 80 piani
rigorosamente vuoto (la risolutissima e fumettistica Malin Akerman e un tizio
che fa il suo fratellino scemo). Un love interest per il protagonista dal
passato non sviluppato e competente "in roba tecnologico / scientifica" varia (Naomi Harris). E poi ci sono le scene con i mostri, che per
quanto gradevolissimi e quasi ben realizzati (oggettivamente l'unico selling
point per l'home video) si muovono in ambienti amorevolmente posticci e fasulli
senza dare mai l'impressione di esistere davvero per un minutaggio
rigorosamente ridotto e per una spettacolarità depotenziata del 70%. E poi i
militari "generici", che in ogni film di merda sui mostri a basso
budget non possono mancare mai, sempre con la fissa di sparare per primi, di
tirare bombe e di far volare in cielo il solito aereo fatto a trapezio che
sgancia le atomiche. E infine la nota sensazione che in tutto il mondo ci siamo
solo sei persone che interagiscono tra di loro e che alcuni recitano più ruoli
vestendo vestiti diversi. Ma lo ripeto, questa è tutta roba che il film vuole
fare con determinazione, rigore e un rispetto dei topoi classico/orribili quasi
maniacale. Anche perché gli effetti speciali, la fotografia e la confezione non
è libera quanto un film sul barracuda volante qualsiasi. E poi c'è The Rock che
vuole fare il suo Gorilla nella nebbia. Per me è il punto più riuscito di tutto
il pacchetto in fondo.
The Rock interpreta il primatologo medio: un tizio che
sa pilotate elicotteri d'assalto, ha un file da agente blackops impegnato in
questioni internazionali, è esperto di sopravvivenza, scalata estrema, uso di
armi pesanti in zone di guerriglia, diplomazia e tattica, con un paio di esami
dal dottorato in fisica neuro-biologica e medicina impossibile. In più parla
con i Gorilla attraverso un linguaggio dei segni fluidissimo che rasenta il
contatto diretto neurale per velocità di comprensione. Questo trasforma il film
in alcuni momenti quasi in Figli di un Dio minore. Avete presente?
Immaginate in locandina The Rock che arruffa i capelli
di una scimmia gigante
Il rapporto tra il nerboruto personaggio di The Rock
con la scimmia albina George ha radici profonde che ci vengono narrate in molto
più tempo di quello che desidereremmo assistendo a una pellicola sui mostri
giganti. I due scherzano, riflettono sul loro posto nella comunità e nel mondo, gestiscono fraternamente i conflitti inter/specie, scherzano come due liceali
un po' scemi. E credetemi è bellissimo, perché The Rock ha una naturalezza e ingenuità fanciullesca incredibile nel parlare con quello che è in fondo un
tizio in calzamaglia che grugnisce.
E il tizio a quattro zampe è bravo da sembrare una
scimmia albina gigante vera, con buona pace del dinosauro e del lupo, che sono
forse troppo abbozzati. George e The Rock sono un team e sono amici che si
danno il pugnetto dopo aver detto una battuta divertente, che sottolineano nei
gesti i concetti di "famiglia", "amici", "tu mi hai
salvato non io", con una veemenza a cui era arrivata solo la Disney in
Lilo e Stich. Si vogliono bene e noi gli vogliamo bene, così che patiamo un po'
il momento in cui George per via di uno strampalato artificio di sceneggiatura
deve diventare cattivo e può salvarsi solo se assume una speciale variante di
un antidolorifico da banco famoso in compresse ricoperte di gelatina
rossa. Ci piacciono The Rock e George anche perché il loro è un rapporto
paritario. Non è che l'action hero samoano usi il suo amico per spostarsi o per
affrontare gli altri mostri (risvolto narrativo davvero inaspettato). Ognuno
fa il suo. George con stazza e pugni. The Rock con elicotteri, jeep, pistole e
granate che trova lungo la strada come in un videogame. Fratelli. Se vivessimo
nel mondo dominato dalle scimmie del pianeta medesimo, Rampage sarebbe il
blockbuster estivo e avrebbe sessanta seguiti. Cesare avrebbe approvato.
E chi sono io per non dare a Cesare quanto è suo? In
sintesi. Rampage è un interessante film c-movie ad alto budget fatto con tutti
i crismi dei film brutti per vocazione. È divertente, sganascione,
assolutamente innocuo e non sovversivo per andare bene pure a un pubblico di
scuola primaria e fila via senza sosta accumulando scene senza senso e buchi di
sceneggiatura "voluti". In una scena clou Rock deve salire un palazzo
di ottanta piani, ha un elicottero che potrebbe atterrarci sopra ma lo
parcheggia al piano terra per fare tutto a piedi. E di scene così il film è
pieno. Il film trolla sapendo di trollare. A chi giova tutto ciò? A me che sono
riuscito a divertirmi. Ma voi sarete altrettanto coraggiosi? Riuscirete a
sospendere la vostra incredulità come una motosega riesce a dividere in due uno
squalo volante?
Talk0
Giudizio sintetico: una stronzata così tamarra da
risultare quasi simpatica, ma comunque una stronzata.