martedì 9 gennaio 2018

Mary and che Witch's Flower: vi va di vedere una sequenza on- line del nuovo film degli ex animatori del Ghibli ?


Uscirà a marzo nelle nostre sale per Lucky Red, è l'ultima magia realizzata dallo studio Ponoc, uno studio di animazione formato da ex membri dello studio Studio Ghibli. La pellicola segnerà il ritorno alla regia di Hiromasa Yonebayashi, il regista di Arrietty e di Quando c'era Marnie, assente dalla casa di Totoro dal 2014. Negli ultimi anni grazie a Lucky Red, Yamato e Dynit siamo riusciti a recuperare in Italiano l'opera omnia dello Studio Ghibli, comprese le produzioni di quando lo studio doveva ancora nascere. Conoscevamo già molto del grande Hayao Miyazaki, abbiamo scoperto un genio dall'animo lunare come Isao Takahata, abbiamo guardato con interesse ai lavori di Goro Miyazaki e ci siamo esaltati per Yonebayashi, al suo esordio il più giovane regista dello studio. Sono tutti film straordinari, ma le opere dirette da Yonebayashi erano quelle che più di tutte proseguono a livello visivo un approccio vicino alle produzioni di Miyazaki, nel caso di Arrietty presentando anche una sceneggiatura scritta dallo stesso maestro. Arrietty parlava di piccoli mondi nascosti dalla modernità, era meraviglioso per ambientazioni, personaggi, musiche (composte dalla straordinaria Cecile Corbel) e carico di invenzioni visive. Quando c'era Marnie era una Ghost Story malinconica e autunnale carica di sensibilità e colori caldi (sottolineata dalle sonorità di Takatsugu Muramatsu, compositore scelto anche per questo Mary and The Witch's Flower). Sono entrambi film che toccano il cuore e trattano con garbo e rispetto temi forti, importanti e non scontati come la malattia e il lutto. Film dall'animo moderno, intimi e "piccoli" (e in questo simili ai lavori di Takahata), ma avvolti in ricche, dettagliate, calde e a tratti fiabesche scenografie, che non possono che farci ricordare Il Castello errante di Howl, La città incantata o la rigogliosa natura de La principessa Mononoke. 


Quando c'era Marnie è stata l'ultima cartuccia in un periodo travagliato dello studio, travolto nel 2014 da infinite vicissitudini e oggi in riassestamento. La casa di Totoro da allora salutava il produttore Nishimura (attivo dai tempi di Howl) e il regista Yonebayashi, che portandosi dietro un nutrito seguito di animatori andavano a fondare lo studio Potoc, che trae il suo nome da una parola serba che significa "mezzanotte", intesa filosoficamente come il momento in cui un giorno finisce e ne inizia uno nuovo. Mary to mayo no hana (letteralmente Mary e il fiore della strega, e quindi con un titolo internazionale corretto) è il loro primo lungometraggio ed è tratto da un'opera della scrittrice inglese Mary Stewart, "la piccola scopa". 


Bastano poche immagini e già vediamo a cavalcioni di una scopa una protagonista che ricorda molto la amata streghetta/panettiera Kiki di Kiki consegne e domicilio. Viene inseguita da figure strane e magiche, e anche questi figuri ci riportano dalle parti de La città incantata e Il castello errante di Howl. In Giappone ha già incassato più di Marnie e i commenti sono in genere molto positivi. Non vediamo l'ora di vederlo in sala a marzo. 
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lunedì 8 gennaio 2018

Jurassic World 2: il regno distrutto: il trailer....



 Ok, non ce la faccio davvero... Avevo le migliori intenzioni del mondo, ma non ce la faccio. Questo film mi sta già antipatico. È l'idea di base a urtarmi, sempre che il film giri tutto intorno all'idea espressa in questo trailer.  Il motivo del mio astio ha radici forse nel fatto che non ho mai preso per il verso giusto tutto questo franchise pieno di dinosauri e bambini. Quindi probabilmente errore mio. Colin Trevorrow aveva confezionato per me un Jurassic World dalla trama idiota, con personaggi idioti e dinosauri demenziali. Poi il tutto era infiocchettato da effetti speciali e alla fine ti divertivi pure, ma se ti fermavi sei secondi a decodificare quello che avevi visto, apriti cielo. Per lo meno c'era di fondo una critica gustosa alla società moderna. Viviamo in un posto in cui se crei i dinosauri dall'ambra condita con sprema di rana dopo tre mesi la gente si annoia e vuole che la stupisci creando mostri spaziali invisibili. Perché creare davvero come attrazione dei mostri che possono diventare invisibili? Non basterebbe  fregare i turisti dicendogli che c'è un mostro invisibile senza crearlo? Non costerebbe meno? No, perché il film non sarebbe così una arguta metafora sulla follia capitalista! Vedete quanto era profondo il lavoro di Trevorrow? Un'isola/parco gestita da psicolabili estranei a misure di sicurezza di cui probabilmente dispone il vostro benzinaio, in cui centinaia di turisti viaggiano circondati da dinosauri dentro stupide palle da criceto e solo una persona (stupida) sa usare e possiede un elicottero per scappare. Un posto da sogno dove trovi un militare che vuole insegnare a un velociraptor a scovare i talebani, uno scienziato che crea la vita come scegliesse il colore del cesso di casa sua, una donna in carriera che si fa tutto il film sui tacchi alti e un T-rex che senza un perché salva la vita alle persone come Batman. Non sembrerà raffinatissimo, ma c'è la satira dietro! Satira per chi poi, visto che il core business qui sono sempre i cosi... i nani... i maledetti mocciosi? Sarò una merda, ma ho sempre guardato questi film con la sotterranea speranza di vedere qualche dinosauro divorare esseri umani dopo averli smembrati male. E questa saga più volte mi ha accontentato e cullato in questa perversione. Ma qui il sangue non mi basta. Qui i nostri eroi vanno sull'isola con un gruppo di soccorso veterinario per salvare gli animali preistorici da un'esplosione vulcanica. Lo fanno per un dovere sociale perché come dice Malcom (Jeff, perché l'hai fatto? te le pagavo io le bollette!!!) noi, avendoli creati, abbiamo delle responsabilità verso di loro. 


E se il suo mantra di "la natura troverà il suo corso" fosse vero, io ho paura. Una paura maledetta. Perché già me li vedo, gli amanti degli animali che, una volta che il pericolo è scampato, portano i loro cuccioli del jurassico al centro commerciale. Tu sei lì, insieme ad altre trecento persone a fare compere, indifeso, a guardarti i nuovi arrivi in dvd. Poi arriva un tizio che ti guarda come una merda solo perché non possiedi un dinosauro come lui e subito il suo velociraptor alza la zampa e rilascia effluvi urinari su di te e una pila di stagioni quattro di Arrow. E se poi ci rimani male  per questa "dimostrazione di affetto" sei un mostro che odia i dinosauri e il suo padrone ti fa una foto, ti tagga su facebook e ti mette così all'indice. Perché tu non capisci e non ami. Perché tu sanguini (mentre non dovresti!!!) quando il velociraptor vuole solo giocare e per attirare la tua attenzione ti stacca una mano con i denti. Perché piangi se un brontosauro ti caga nel giardino undici tonnellate di roba fumante sopra le tue rose. Perché ti metti il vix vaporub quanto vai a trovare un amico e la sua casa sa tutta del suo rettile squamoso, pareti e cibo compresi. I dinosauri ci guardano, ma non tutti siamo pronti perché siamo meno evoluti di loro. E io, a vedere nel trailer per l'ennesima volta un T-rex che salva degli umani, vomito. Scusatemi, ma vomito. E me ne frego se il sogno di Spielberg era accarezzare uno di quei cosi. Perché quei così, per legge, anche se sono estinti, dovevano in quel momento staccargli un braccio. E tutto drammaticamente mi torna. Bajona è stato scelto per fare un disastrar movie come The impossibile e non per le sfaccettature di un Sette dopo Mezzanotte. Un disaster movie con cuccioli di dinosauro dagli occhioni grandi come il velociraptor "Blu", il migliore amico di Star Lord. Io volevo gli ibridi, gli uomini - dinosauro, magari dei Neandertal rettileschi venuti fuori da qualche ambra unita a sperma di rana. Volevo i miscugli tipo i draghi a nove teste, magari gestiti meno ad minchiam dell'indomitus rex. Qui invece siano tornati ad una Greenpeace del dinosauro, che già trovavo assurda in Jurassic Park il mondo perduto, espandendo il concetto. Certo tutto sarà per Trevorrow una sagace metafora di come noi ci comportiamo con gli animali e la natura. Ma questi non sono gattini e i loro denti aguzzi  meritano più dignità. Non è che un triceratopo visto che è erbivoro si trasforma in automatico in un mini pony.
Ribadisco, tutto quello che ho scritto finora può essere smentito  in sala in modo anche clamoroso. Troverò comunque più persone che vorranno trascinarmi a vederlo con la forza e so che se il film alla fine saprà divertimi come Jurassic World non sarà una serata sprecata. Ma questo trailer mi da al momento solo bad vibrations. Come sempre, sarò felice di sbagliarmi. 
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Uno spunto narrativo per il prossimo film? 

domenica 7 gennaio 2018

Ophidian : Avvento - Testi: Lucio Perrimezzi; Disegni: Francesca Follini





Veste di nero ed elegante, ha un'aria luciferina, si chiama Seth Frost, è un avvocato penalista e la punta di diamante dello studio legale di Andreas  Zohrr. La giuria si scioglie davanti alle sue arringhe, gli imputati dei delitti più efferati quando sono da lui patrocinato vengono assolti o subiscono solo pene lievissime. Per Zohrr, suo mentore e padre adottivo, Seth conosce molto bene la zona grigia che si trova tra il bene e il male. El Paria, il luchaderos che grazie a Seth è stato prosciolto da un'accusa di omicidio, gli è così grato che ha deciso di diventare il suo inquietante angelo custode personale, seguendolo ossessivamente come un'ombra ma il super avvocato ha problemi ben più gravi. Le sue mani sanguinano. Succede da un anno, lui cerca di nascondere come può queste circostanze ma il fenomeno ricapita sempre, nei momenti più inopportuni. Un monito alla sua condotta? Un segnale alieno da certificare al Cicap? È arrivata la santità? Ma le mani non sono l'unica stranezza, c'è uno strano uomo dai capelli bianchi che ogni tanto gli appare, lo minaccia e scompare. C'è qualcosa di grosso che lega Seth a questi eventi, qualcosa che trova fondamento in un passato di cui lui stesso non ha memoria, perché destatosi da un coma di cinque anni; non sa più chi fosse prima dell'incidente e qualunque fosse stato l'incidente che lo ha portato in coma. Qualcuno riuscirà però a fargli ricordare qualcosa, ma sarà doloroso e lo porrà al centro di una questione dai risvolti mistici. 


- Angeli e diavoli: Lucifer di Neil Gaiman, American Jesus di Mark Millar, Preacher e Chronicle of Wormwood di Garth Ennis, Sacro e Profano di Mirka Andolfo e questi sono solo alcuni esempi restando sulla carta stampata, se ci addentrassimo nei libri, televisione e cinema gli esempi sarebbero a migliaia e molte opere anche di successo. Perché il mistico ci piace, ci attira anche per un discorso culturale ed è il terreno più fertile per dei racconti di matrice fantasy. Perrimezzi centra un personaggio interessante, che ci ricorda un po' a prima vista il Keanu Reeves di un noto film di Taylor Hackford scritto da Andrew Neiderman per poi assumere, pagina dopo pagina, dei connotati originali, interessanti. Per lui non esiste un equilibrio netto nel mondo quanto un ordine scalare di situazioni grigie che viste da punti di vista diversi colorano in modo diverso un'azione. Seth non giudica, aiuta piuttosto a riflettere sui punti di vista e per questo è un buon avvocato ma anche un personaggio dalla mentalità estremamente aperta, così aperta da aver sovvertito con la sua esistenza l'ordine cosmico. E come è aperto di mente Seth, di larghe vedute, umani (anche se solo nominalmente) e fallaci sono anche gli altri personaggi che fanno capolino in questo racconto. Perfino qualcuno che sta nei piani davvero alti della fede riesce a dire "ho sbagliato" e questo dà all'opera una carica quasi rivoluzionaria. Tra angeli e diavoli si fa subito confusione ma si prendono le distanze da chi fa davvero paura: chi non ha alcuna paura di dividere il mondo in bene e male. È interessante trovare questa prospettiva obliqua in un fumetto horror dal taglio young adult, anche perché non si spreca troppo tempo in elucubrazioni filosofiche e tutto è presentato in modo semplice, diretto e divertente, con un ritmo narrativo in grado di offrire anche qualche sorpresa. I dialoghi sono sempre chiari e funzionali. Lo stile di disegno scelto da Francesca Follini mi ha ricordato in più punti le opere del compianto e mai troppo celebrato Steve Dillon. Figure chiare e spesso disegnate per intero,  che predominano sui fondali ed esprimono emozioni e movimenti sempre intellegibili e con la giusta mimica. Una composizione della tavola equilibrata e chiara, funzionale tanto ai dialoghi che alle scene di azione. Avrei forse preferito una diversa rappresentazione delle ali degli angeli, più classica e "piumata", ma parlo solo in merito al mio gusto personale. L'opera è in bianco e nero ma, seguendo la filosofia narrativa, presenta anche tutta una ampia gamma di sfumature di grigio. Questo tipo di arricchimento fa largo uso di retini e qualche volta di matite molto tenui. L'effetto funziona solo a tratti purtroppo quando si tratta delle sfumature a matita (e torno al discorso delle ali di cui sopra) ma nel complesso è un peccato veniale. 

Ophidian è solo all'inizio, ma dimostra di avere già carisma e una rappresentazione grafica molto valida. La trama è riuscita a spiazzarci con dei cambi di rotta interessanti e sale la curiosità di mettere le mani sui prossimi numeri. Un buon lavoro per la collana Dead Blood dell'etichetta Noise Press. Talk0

venerdì 5 gennaio 2018

Slender Man - il primo trailer


C'è un mostro che si aggira nei boschi. Sa manipolarti la mente fino a farti impazzire e se arriva a toccarti puoi morire all'istante. È una figura alta, dagli arti allungati, assomiglia a un uomo in giacca e cravatta, è calvo, ha un volto pallido senza occhi, naso, bocca e orecchie. Il volto di un manichino. Chi lo ha visto sa che può spostarsi con estrema velocità, potrebbe nascondere dei tentacoli e di sicuro la sua presenza crea dei disturbi alle apparecchiature elettroniche. Lo slender man, "l'uomo snello", è forse un alieno, forse un demone, forse qualcosa di estremamente vecchio e da sempre presente nel mondo. Ed è a caccia. 
Nato come trovata pare un concorso fotografico, lo Slender Man è diventato virale in breve tempo, ispirando le Urban legends telematiche (le cosiddette Creepy Pasta), i fumetti, i videogame, i forum. C'è gente che è arrivata a credere che fosse qualcosa di vero, al punto da uccidere in suo nome (i contorni di questa vicenda sono davvero tristi, si parla di bambine di 12 anni e il padre di una di questo si sta opponendo alla pellicola) e non era stano pensare che questo nuovo babau virtuale prima o poi varcasse i cancelli di Hollywood, dopo che Youtube e i social letteralmente esplodono di film amatoriali e racconti ispirati a questo essere. C'è già in giro di fatto un film, di James Moran, che "ufficiosamente" si è occupato del tema, un prodotto simpatico e nulla più che potete trovare già in home video. Eccovi il trailer



A differenza di Always Watching, questa prodotta da Sony per la regia di Sylvian White è invece la "trasposizione ufficiale".
David Birke come sceneggiatore ha all'attivo l'interessante thriller con Ron Perlman 13 Sins. Joey King la abbiamo di recente apprezzata nel simpatico (ma non epocale) Wish Upon di Leonetti (regista di Annabelle) e la ricordiamo bene in The Conjuring di James Wan. Annalise Basso era nei bellissimi horror di Mike Flanagan in Ouija - l'origine del male e in Oculus e i più "hipster" l'hanno magari notata in Captain Fantastic. Sotto lo Slender Man c'è poi Javier Botet, una leggenda. L'attore specializzato a interpretare mostri che abbiamo già incontrato come xenomorpho in Alien Covenant, come fantasma in Crimson Peak di Del Toro e in Non bussate a quella porta, come demone con il martellone nella saga Rec, come "l'uomo storto", The Crocked Man, scappato da un giocattolo inquietante in The conjuring 2 (che avrà uno spin-off della saga dei demonologi Warren a lui dedicato, come già successo ad Annabelle e come a giugno succederà per The nun), come "mama" in La madre di Muschietti (che lo ha voluto pure in IT ) e che è nelle sale, adesso, ad interpretare lo spaventoso Key Face in Insidious: l'ultima chiave. Se un mostro al cinema di recente ve l'ha fatta fare sotto dalla paura, sotto il make-up probabilmente c'è Doug Jones, Joseph Bishara (che di lavoro ufficiale fa comunque il compositore) o Javier Botet. 



Venendo al trailer, troviamo nelle immagini, da subito, qualcosa che ci ricorda felicemente il disturbante e "technofobico" remake di The ring di Verbinski, che rispetto all'originale di Nakata, ispirato al romanzo di Suzuki, aggiungeva al già bellissimo impianto visivo e narrativo la straordinaria fotografia di Borjian Bazelli e gli effetti di trucco di Rick Baker. Anche qui ci sono ragazzini che se la vedono brutta, anche qui scene violente ma senza sangue (poi al cinema vedremo se è effettivamente questo il taglio che vorranno dare alla pellicola), anche qui ci sono immagini strane e disturbanti come quelle generate dalla videocassetta di Samara/Sadako, anche qui c'è un cielo spettrale e quasi verdastro, alieno, che colora male i colori spenti della campagna americana. Lo Slender Man, ovviamente, si vede poco. Non  sappiamo se sarà quindi più manichino o più alieno o tentacolare o spettrale o in altre delle infinite varianti con cui oggi è immaginato in rete. Vedremo. Per ora, belle vibrazioni. L'investimento è consistente e a livello di curriculum ci siamo. La prova vera comunque è tutta da giocare in sala. Vi faremo sapere. 
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giovedì 4 gennaio 2018

Finalmente il trailer di Battle Angel Alita!




Taglio corto. Alita o "Gunnm" (che sta per Gun Dream come "Gundam") di Yukito Kishiro è uno dei manga che ho amato di più nella mia vita. Fino a quando la sua "espansione" The New Order mi ha frantumato i coglioni per così tanti numeri di "nulla" che l'ho mollato per disinteresse totale. Eppure quanto era figo e pieno di idee nei "tempi d'oro". Un mondo pieno di cyborg con l'anima e uomini simili ad androidi anaffettivi. Un mondo diviso tra due città così speculari da fare impressione. Un continuo brutale festival della carne e del sangue (ricostruito anche in uno dei momenti più ispirato di A.I. di Spielberg) accompagnato dai momenti più alti e più lirici che ricordi in un fumetto. Tante, tantissime idee diverse, originali ed esaltanti messe in campo. Tantissima azione, malinconia e cuore.  Alita al lettore letteralmente dona il proprio cuore, strappandoselo dal petto con tutto il sangue e bulloni che contiene, mente con l'altra mano tiene la testa mozzata di un Cyborg punk. Ed è davvero difficile descrivere a parola quanto nel farlo sia potente, bella e al contempo vulnerabile. Lo stile di Kishiro poi è così unico e iconico che lo ha solo lui. Pieno di rifiniture e ombre, dettagli maniacali e paesaggi infiniti in cui perdere lo sguardo. 


Di questo adattamento cinematografico si parla da sempre, nello specifico prima della serie TV Dark Angel con protagonista Jessica Alba e la produzione di James Cameron. Poi Dark Angel si è evoluto in qualcosa di diverso ma la Alba era lei, era una Alita perfetta e Cameron il miglior regista possibile per ricreare su grande schermo un mondo di androidi malinconici e di umani disumani. Poi però il regista cult si è riversato anima e corpo su Avatar, a cui donerà probabilmente il resto della sua vita, e ha passato il progetto a quel gran mistero di regista che è Robert Rodriguez. Rodriguez ci è stato pure simpatico, dai tempi di El Mariachi fino a (quasi) Machete (anno del signore 2010) ce lo siamo goduto tutto, tollerando male i suoi excursus nel cinema per lattanti con cagate come Sharkboy e Lavagirl. Il dannato Rodriguez "d'annata" sarebbe stato ottimo per Alita: sanguigno e ironico, splatteroso e melodrammatico, stralunato e geniale. Le sue trovate tecnico-visive stile la  "minchia a pallettoni" (vista più volte nei suoi film... tra gli altri in Desperado, in Dal Tramonto all'alba e Machete) probabilmente piacerebbero a Kishino, che con Rodriguez potrebbe condividere lo stesso malato e contagioso senso dell'umorismo, del macabro e della poesia. Ma parliamo del Rodriguez, lo ripetiamo, di un tempo passato. Dopo gli anni d'oro Rodriguez fa quella cosa ignobile "direct-to-video" di Spy Kids 4, un film che bisogna vedere con i propri occhi per rendersi conto di quanto è disastroso. Miracolosamente gli arriva poi la grande occasione, Predators, che però rifiuta di girare  per motivi pretestuosi, mettendo nello stesso tempo in cantiere quella mezza cagatina di Machete Kills, film molto più triste e svogliato del numero 1 che lui non si degna manco di chiudere in qualche modo: brutto e monco. Sperando che abbia in serbo ancora due o tre cartucce gli commissionano pure il sequel di Sin City, quanto il numero uno, sempre diretto da lui, non era uscito affatto male. Purtroppo viene fuori un film interessante ma loffio che per lo più spreca grandi attori e un'ottima fotografia, distruggendo ogni speranza per un capitolo 3, ai tempi già programmato (ma fu un anno orribile per i film tratti dalle graphic novel di Miller, pure il sequel di 300 andò malino, nonostante in entrambi i film ci fosse una divina Eva Green). E questo è Rodriguez oggi, dopo che si è dilettato un po' con la produzione della Serie TV tratta da Dal tramonto all'alba, che anche lei è carina ma poco più. Saprà questo Battle Angel Alita tirar fuori dalla carcassa morente di Rodriguez un cuore ancora pulsante, con la voglia di farci divertire e stupire senza freni come ai tempi di Planet Terror? Speriamo. Intanto guardiamo il trailer e troviamo un interessante Christoph Waltz nel ruolo di Ido, lo scienziato / cacciatore di taglie che trova nella discarica Alita, la ripara e ne diventa padre. Già partiamo malissimo, Waltz sarebbe stato perfetto nel ruolo del pazzo e stravagante dottor Desty Nova, uno dei villain più affascinanti della serie, ma su Ido proprio no... Ido sarebbe stato ottimo con il volto di Edward Norton o Anthony Edwards. Ma alla fine chissà, potrebbe andare benissimo pure Waltz, non voglio precludermi alcuna sorpresa positiva. È presente il personaggio di Hugo, (interpretato da Keean Johnson), c'è Chiren (Jennifer Connelly), Vector (Mahershala Ali) e il terribile Zapan (Ed Skrein). Questo potrebbe significare che il film si ispira a uno dei primissimi archi narrativi della serie, peraltro trasposto già in animazione, nel 1993 dalla storica Mad House, in un ancora bellissimo (e struggente) dittico di episodi "autoconclusivi" .   




Resta da parlare di Alita stessa, interpretata da Rosa Salazar. Il suo volto è volutamente modificato al computer, artificiale e squadrato come una bambola di porcellana, con gli stessi immensi occhi della eroina del manga. È straniante, è espressivo, è sinistramente affascinante. Mancano però le labbra "a piovra". Jessica Alba aveva esattamente il volto di Alita vent'anni fa, ed erano lineamenti che andavano benissimo così, senza questo mascherone digitale che di primo acchito spaventa. Però è una soluzione visiva potente e non scontata. Anche gli altri cyborg vanno bene, sono tentacolari, sono disperati, sono luridi, sono sgradevoli ma umanissimi. Non vediamo l'ora di vedere in azione il martellone a razzo di Ido. Partiamo bene insomma. Speriamo bene e diamo fiducia a Cameron e Rodriguez. Di sicuro potremo presto riparlarne. 
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mercoledì 3 gennaio 2018

Feud: Bette e Joan: la nostra recensione della prima puntata




Bette Davis (Susan Sarandon) e Joan Crawford (Jessica Lange), due dive che nel 1962 erano già avviate su quel Viale del tramonto raccontato da Billy Wilder con un grande William Holden e una gigantesca Gloria Swanson. A chi si proponevano solo ruoli di anziana o madre di qualche stella più giovane, a chi per lavorare in teatro davano solo un paio di battute, lo splendore di Hollywood era per entrambe cosa passata e le due ci godevano, delle sfighe capitate alla carriera dell'altra. Erano troppo grandi per occupare un solo schermo e quando una era in sala con un film l'altra aveva di fatto una sala in meno su cui risplendere. Era inaccettabile, ma alla fine stava importando solo a loro due mentre il mondo guardava tutto da un'altra parte. Bette e Joan erano sole in questo odio reciproco e spesso dall'odio nascono cose inaspettate. 
Così capita che a Joan Crawford finisca tra le mani, pescato a caso dalla sua colf tra una pila di romanzi con in copertina una donna trovati in una libreria, un horror: Che fine ha fatto baby Jane?
La storia parla di due sorelle. Una, Jane, da piccola era un'ugola d'oro e bambina prodigio così famosa che sono arrivati a creare una bambola con le sue fattezze, una "Baby Jane", ma con il tempo era caduta in disgrazia, era diventata supponente e viziata e nessuno l'aveva più chiamata per cantare o recitare e si era attaccata all'alcol ed era diventata acidissima. L'altra, Blanche, era esplosa come attrice mentre la prima era in disgrazia e si era sempre prodigata per fare in modo che i produttori scritturassero anche la disgraziata sorella. Poi Blanche si era fratturata la schiena, carriera finita e affidata alle cure della sorella, con il tempo sempre più inacidita. Pare inoltre che l'incidente potesse essere stato architettato dalla stessa Jane. Il racconto poi acquista tinte più fosche e surreali.
Joan Crawford, a 58 anni, vuole interpretare la parte di Blanche, la sorella più giovane e sfortunata, ma ha già trovato l'attrice perfetta per quella pazza psico labile di Jane, la sua decaduta rivale Bette Davis, che all'epoca ha 54 anni. 



La serie parla della lavorazione del film Che fine ha fatto baby Jane? e le due dive in qualche modo finiranno per specchiarsi nei personaggi che interpretano, trasformando il set in un autentico campo di battaglia da conquistare metro per metro, in trincea, a discapito della rivale. La Crawford era stata sposata con Alfred Steele, capo della Pepsi e disseminava il set, le conferenze stampa e ogni dove di distributori e bottigliette di Pepsi, con cui spesso posava. 
Bette Davis per ripicca diventava testimone di Coca Cola, invadendo altro spazio di frigoriferi e bottiglie. 
Bette Davis trovò la parrucca che la Crawford indossava in un film precedente, se la mise in testa per tutto il film truccandosi in modo esagerato proprio per parodiare e dissacrare il precedente ruolo della rivale.

Lotte continue su chi dovesse mettersi a sinistra nelle foto (perché il nome viene citato per prima nelle didascalie allegate), lotte per il camerino, lotte per il compenso, dichiarazioni acide e botte, le botte vere fatte di calci e pugni su di un set che riusciva a raggiungere il massimo realismo possibile nel raccontare l'odio di due sorelle un tempo famose e poi stroncate dalla vita. Il massimo per un horror, genere svecchiato e nobilitato un paio di anni prima da Psycho di Alfred Hitchcock, un vero casino da produrre e da girare però. Soprattutto per il povero regista Robert Aldrich (un sempre amabile Alfred Molina), fresco del disastroso set di Sodoma e Gomorra. Cosa ne è venuto fuori è storia. Ma se ve lo dicessi vi farei spoiler. 

Ryan Murphy ci piace. Dai tempi di Nip/Tuck, che ha reso famoso tra gli altri Peter Dinklage, passando per la serie Glee fino alla spettacolare American Horror Story, che ha portato a una seconda giovinezza artistica proprio Jessica Lange, il regista e sceneggiatore statunitense ha saputo con stile e ispirazione creare dei serial di culto. Feud è la sua nuova miniserie ed è a struttura antologica come American Horror Story. Quest'anno vedremo il "feudo" o meglio "la faida" o "rivalità" tra Joan Crawford e Bette Davis, l'anno prossimo ci aspetta invece la faida tra Carlo di Inghilterra e Diana Spencer (Feud: Diana and Charles). Nel cast è presente un'altra delle star passate di recente per American Horror Story, Kathy Bates, che interpreta la diva del passato Joan Blondell e che tutti ricordiamo anche per un altro horror: Misery non deve morire. La Sarandon e la Lange sono perfette per le parti della Davis e della Crawford. Inaspettatamente e insperatamente la Lange, che di anni ne ha 68, ha ancora le splendide e chilometriche gambe che sfoggiava in King Kong nel 1976 a 27 anni, gambe che riescono a rivaleggiare con le leggendarie gambe che con tanta classe e generosità sovente mostrava la Crawford. Inoltre la Lange era diva fino al midollo già in American Horror Story, dove riusciva sempre a stregare tutta la scena, ad alzare il livello dello show con carisma e mestiere. La Sarandon, che di anni ne ha 71, si sta divertendo a recitare in serie TV e film leggeri come Bad Mom 2, ora nelle sale. Si crea subito una bellissima alchimia tra le due attrici, anche se mancano tutte le implicazioni di odio reale delle originali interpreti di Baby Jane ovviamente. I loro scambi di battute sono cinici e fulminei e dietro la cattiveria forse c'è anche un po' d'amore oltre al rispetto, come immaginiamo ci fosse anche tra la Davis e la Crawford. La Lange fa la acida che schiavizza la sua colf tedesca, la bravissima e rigida al punto da essere comica Jackie Hoffman, (che lei chiama "mamacita" dimostrando di non capire neanche da dove viene, ed è storia vera) e allestisce degli autentici set dove si mette in posa per ricevere a casa i suoi ospiti. Poi c'è una scena stupenda e spassosissima nella prima puntata dove Ryan Murphy parodizza Viale del tramonto: c'è il produttore che va a incontrare la Crawford a casa e vediamo che entra e si trova davanti a una scalinata paro paro a quella di Sunset Boulevard. Lui inizia a salire e la colf lo rimbrotta: "La signora è nel patio!!". Come a dire "Non è che sono così sul viale del tramonto da replicare pure la scena di quel film!!". Da vedere vi assicuro che ha un effetto esilarante ed è solo uno degli easter egg che "chi sa" può apprezzare e godere. La Sarandon replica poi la scena in cui si mette in testa la famosa parrucca della Crawford e si trucca da pazza per poi arrivare così sul set. Lo fa con rabbia tale che pare uno stupro, quasi spaventa (e fa a contrasto molto ridere) ed è una scena meravigliosa, accompagnata in sottofondo dalla musica più Horror della pellicola originale, inquadrata prima di spalle e poi con l'ombra che diventa grande fino a coprire la luce alla Crawford/Lange e alla sua inseparabile Pepsi. La prima puntata è tutta così, un lento corteggiamento/ battaglia tra le due star, puntellato di scene già iconiche. Ci è piaciuta come ci è piaciuto tutto il cast. Feud parte decisamente bene e vi consigliamo di guardarlo su Mediaset Premium, che a corollario metterà in onda anche il film originale Che fine ha fatto Baby Jane?. A noi è piaciuto. Voi fatecelo sapere. 
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lunedì 1 gennaio 2018

Seven Sisters: la nostra recensione





- Premessa: Iniziamo con un contributo filmato esplicativo di importanza morale e storica fondamentale e in assenza del quale questo articolo non avrebbe senso di esistere 



Era doveroso.

-Sinossi fatta male: Futuro, intorno al 2070. Il mondo lo abbiamo lasciato a marcire come stiamo facendo già adesso ed è diventato una vera cloaca. Per una botta di fortuna inaspettata gli scienziati sono riuscito a far fronte all'inquinamento del suolo e ora vengono prodotte verdure sane e più energetiche, ma sono così energetiche che hanno fatto incrementare il numero delle nascite oltre ogni immaginazione e in un pianeta già sovrappopolato questo è un autentico casino. Per cercare di far tornare un po' i conti è stata quindi varata la legge del figlio unico. In sostanza non si può che avere un figlio per famiglia e in caso di abusi il surplus viene invitato a criogenizzarsi per essere scongelato in un ipotetico futuro in cui avremo magari colonizzato lo spazio. La dottoressa Cayman (Glenn Close) segue personalmente le procedure di criosonno alla guida di un bureau asettico a metà tra l'ospedalizzazione e il servizio sociale. Siccome però le verdure ultra-generative sono troppo buone, fioccano migliaia di bambini extra e la polizia agisce con una repressione così dura da essere proprio efferata. Nelle zone di accesso alla città ci sono autentici checkpoint in cui "manu militari" viene scannerizzato e controllato ogni giorno e ogni ora il braccialetto identificativo che tutti i cittadini devono per legge portare. In caso qualcuno si opponga al criosonno si spara, spesso alla testa. Il questo non idilliaco ma drammaticamente realistico futuro vive Terrence Settman (Willem Dafoe), la cui figlia è morta dando alla luce per via delle carotine del futuro sette gemelle. Il signor Settman non è che sia poi troppo fiducioso di questa storia del criosonno e decide di tenerle tutte con sé, nascondendole tra le pareti della sua dimora. Per rendere loro possibile una vita all'esterno quasi normale decide che tutte loro assumeranno l'identità di Karen Settman e come lei potranno uscire di casa, vedere amici, studiare e lavorare. Solo che potranno farlo un giorno alla settimana per ognuna. Chi esce di casa poi dovrà raccontare tutto alle altre, che dovranno fare bene i compiti e rivestire il giorno dopo gli stesi panni. Settman per rendere le cose più facili assegna a ognuna delle figlie il nome di un giorno della settimana. Ogni bambina potrà uscire di casa quando sarà il giorno del suo nome. Biologicamente ed esteticamente uguali, truccate e abbigliate in modo conforme, le Settman (tutte interpretate da Noomi Rapace) reggono al gioco fino all'età adulta, quando Karen Settman diventa un'affermata donna in carriera, in vista di un'importante promozione. Ma se lo specchio mostra all'esterno sempre lo stesso volto, le Settman in casa amano distinguersi, anche perché caratterialmente sono molto diverse tra loro. Lunedì è l'esempio da seguire, quella su cui il nonno ha riversato le maggiori responsabilità. È una lavoratrice instancabile e una perfettina. Martedì è ipocondriaca e buffamente sempre in agitazione. Mercoledì ha i muscoli e un carattere duro, quasi mascolino. Giovedì è l'animo ribelle del gruppo, ma in fondo anche il leader e ricorda come carattere (bene) la  Ripley di Sigurney Weaver. Sente il peso della responsabilità per il bene delle sorelle anche per un forte senso di colpa per un certo fatto terribile della loro infanzia. Venerdì ha gli occhiali e la testa ficcata nei libri e nel computer, è timida e introversa ed è quella a cui si deve il successo lavorativo di Karen. Sabato è finta bionda e finta bitch. Ama ubriacarsi e sembrare una mangiatrice di uomini ma nasconde un carattere da timida. Domenica rappresenta al meglio la fede e la famiglia, è il grande cuore materno del gruppo. Ora che sono grandi non c'è più nonno Settman a guidarle, anche se la sua figura è sempre presente nei loro ricordi. Il mondo è diventato un posto più duro e più cupo. Tutto all'esterno è sporco e schifoso, il topo ha preso il posto dell' hamburger nella dieta del terrestre medio. Pronta per il giorno della promozione, seguita a distanza con il gps dalle sorelle da casa, Lunedì con i tacchi alti va al lavoro ma la sera non torna più a casa. Cosa le sarà successo? L'avranno presa quelli del bureau del figlio unico? Le ricerche di Lunedì porteranno le sorelle in luoghi molto pericolosi e importanti per il destino dell'umanità. 


- 7x7=49, che per la smorfia napoletana è "La carne". Ci piace Tommy Wirkola. Ci sono piaciuti i suoi zombie nazisti surgelati di Dead Snow e i suoi Hansel e Gretel cacciatori di streghe (in specie la morbida Gemma Arterton strizzata in completini di pelle sexy). È un regista horror nel senso più nobile del termine, un artigiano sempre carico di splatter e autoironia nelle sue produzioni. Con Seven Sisters, in originale What happened to Monday, fa il grande salto per contenuti e regia e si diploma in fantascienza sociale seria, al pari di Alfonso Cuaron (I figli degli uomini) e Andrew Niccol (Gattaca). Merito della folgorante sceneggiatura di Max Botkin e Kerry Williamson, merito di una letteralmente straordinaria Noomi Rapace, merito di una produzione curata e dall'alto budget. Seven Sisters colpisce allo stomaco per il suo mondo spietato quanto possibile, per il modo in cui riesce a giocare con l'azione e la tragedia, per la sua confezione patinata da figlio di Matrix. Perché Matrix era anche una lettura del videogame in chiave tragica e Seven Sisters gioca nello stesso campionato, con immagini dall'impatto ugualmente potente e con una simile idea di fondo. Karen Settman è un avatar per sette persone, ogni volta che Karen esce di casa si immerge in una specie di Matrix, con le altre sorelle che fanno da "operatori", seguendola, supportandola e indicandole delle vie di fuga in caso ci fossero nelle vicinanze degli agenti del bureau inquadrati da qualche telecamera di sorveglianza craccata da Venerdì. Se una Karen Settman muore (e succederà spesso, in modo anche violento) ci sarà un'altra Settman e un'altra monetina da inserire nel coin-op dopo il Game Over, per poter far proseguire la trama. È un film quindi profondamente ludico ma anche lucido, spietato, vero. Guardando mister Settman che nasconde in casa le sue figlie, guardando i posti di blocco e le stanze dei bureau torniamo subito con la mente all'olocausto, ai ghetti, ai campi di concentramento nazisti. Entrando  negli uffici della corporation dove lavora Karen veniamo incontro a un'umanità arida e arrivista in cui denunciare un collega è un buon modo per sopravvivere. Un quadro spietatamente attuale, moderno. Nelle strade sembra di essere piombati in Blade Runner, ma se girate anche sono per le strade di Milano oggi non ci troverete troppe differenze. È quindi un film dannatamente attuale, che sa leggere i corsi e ricorsi della storia e che ci pone davanti a un futuro ancora più cupo e disperato. Non ci sono principesse spaziali da salvare, si può solo sopravvivere in uno sporco formicaio perennemente a rischio di essere seccati dal ddt. L'antidoto a questo futuro che il film suggerisce è la famiglia. Le sorelle vivono insieme e non potrebbero sopravvivere se non raccontassero le une alle altre la loro giornata. La comunicazione salva la vita qui, letteralmente. Ci viene da riflettere su quanto tempo passiamo in una giornata per comunicare con i nostri cari, soprattutto oggi che l'aria natalizia è più frizzantina. Forse è stando più uniti che si può esorcizzare quello che per Dickens è il fantasma del Natale futuro. 



-Conclusioni: Seven Sisters è un film di fantascienza sociale intelligente, cupo, carico di azione e molto violento, ma molto più per la testa che per le retine. È un film che fa riflettere, è un film bello da guardare, divertente per l'azione e ben recitato. Noomi Rapace impersona sette personaggi più uno (quello collettivo, ma visto che è sempre declinato diversamente da una delle diverse sorelle si potrebbe quasi parlare di 14 personaggi diversi in totale) e riesce dare a ognuno sfumature diverse e credibili. Dafoe incarna una figura tragica e profonda e non si può che applaudire per il terribile, asettico e fanatico personaggio di Glenn Close. Una donna contorta, a suo modo illuminata e in fondo fragile, cui è stato posto sulle spalle tutto il peso del mondo da persone che non avrebbero mai avuto il coraggio di prendere decisioni come le sue. Decisioni che speriamo che tra settant'anni  non debba prendere nessuno. Uscirete di sala atterriti, ma non vi sarete addormentati un momento e più di una scena vi rimarrà scolpita in testa. A ricordarci che gli piacciono le teste mozzate ed esplose, Wirkola ne mette più che può nella pellicola e questo potrebbe scoraggiare qualche spettatore dalla visione. Ma ne vale la pena, perché è una delle pellicole più interessanti di questo periodo. 
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