Uscirà a
marzo nelle nostre sale per Lucky Red, è l'ultima magia realizzata dallo studio
Ponoc, uno studio di animazione formato da ex membri dello studio Studio
Ghibli. La pellicola segnerà il ritorno alla regia di Hiromasa Yonebayashi, il
regista di Arrietty e di Quando c'era Marnie, assente dalla casa di Totoro dal
2014. Negli ultimi anni grazie a Lucky Red, Yamato e Dynit siamo riusciti a
recuperare in Italiano l'opera omnia dello Studio Ghibli, comprese le
produzioni di quando lo studio doveva ancora nascere. Conoscevamo già molto del
grande Hayao Miyazaki, abbiamo scoperto un genio dall'animo lunare come Isao
Takahata, abbiamo guardato con interesse ai lavori di Goro Miyazaki e ci siamo
esaltati per Yonebayashi, al suo esordio il più giovane regista dello studio.
Sono tutti film straordinari, ma le opere dirette da Yonebayashi erano quelle
che più di tutte proseguono a livello visivo un approccio vicino alle
produzioni di Miyazaki, nel caso di Arrietty presentando anche una
sceneggiatura scritta dallo stesso maestro. Arrietty parlava di piccoli
mondi nascosti dalla modernità, era meraviglioso per ambientazioni, personaggi,
musiche (composte dalla straordinaria Cecile Corbel) e carico di invenzioni
visive. Quando c'era Marnie era una Ghost Story malinconica e autunnale carica
di sensibilità e colori caldi (sottolineata dalle sonorità di Takatsugu
Muramatsu, compositore scelto anche per questo Mary and The Witch's
Flower). Sono entrambi film che toccano il cuore e trattano con garbo e
rispetto temi forti, importanti e non scontati come la malattia e il lutto.
Film dall'animo moderno, intimi e "piccoli" (e in questo simili ai
lavori di Takahata), ma avvolti in ricche, dettagliate, calde e a tratti
fiabesche scenografie, che non possono che farci ricordare Il Castello errante
di Howl,La città incantata o la rigogliosa natura de La principessa Mononoke.
Quando c'era Marnie è stata l'ultima cartuccia in un periodo travagliato dello
studio, travolto nel 2014 da infinite vicissitudini e oggi in riassestamento.
La casa di Totoro da allora salutava il produttore Nishimura (attivo dai tempi
di Howl) e il regista Yonebayashi, che portandosi dietro un nutrito seguito di
animatori andavano a fondare lo studio Potoc, che trae il suo nome da una parola
serba che significa "mezzanotte", intesa filosoficamente come il
momento in cui un giorno finisce e ne inizia uno nuovo. Mary to mayo no hana (letteralmente Mary e il fiore della strega, e quindi con un titolo
internazionale corretto) è il loro primo lungometraggio ed è tratto da un'opera
della scrittrice inglese Mary Stewart, "la piccola scopa".
Bastano
poche immagini e già vediamo a cavalcioni di una scopa una protagonista che
ricorda molto la amata streghetta/panettiera Kiki di Kiki consegne e domicilio.
Viene inseguita da figure strane e magiche, e anche questi figuri ci riportano
dalle parti de La città incantata e Il castello errante di Howl. In Giappone ha
già incassato più di Marnie e i commenti sono in genere molto positivi. Non
vediamo l'ora di vederlo in sala a marzo.
Ok, non
ce la faccio davvero... Avevo le migliori intenzioni del mondo, ma non ce la
faccio. Questo film mi sta già antipatico. È l'idea di base a urtarmi, sempre
che il film giri tutto intorno all'idea espressa in questo trailer. Il
motivo del mio astio ha radici forse nel fatto che non ho mai preso per il
verso giusto tutto questo franchise pieno di dinosauri e bambini. Quindi
probabilmente errore mio. Colin Trevorrow aveva confezionato per me un Jurassic
World dalla trama idiota, con personaggi idioti e dinosauri demenziali. Poi il
tutto era infiocchettato da effetti speciali e alla fine ti divertivi pure, ma
se ti fermavi sei secondi a decodificare quello che avevi visto, apriti cielo.
Per lo meno c'era di fondo una critica gustosa alla società moderna. Viviamo in
un posto in cui se crei i dinosauri dall'ambra condita con sprema di rana dopo
tre mesi la gente si annoia e vuole che la stupisci creando mostri spaziali
invisibili. Perché creare davvero come attrazione dei mostri che possono
diventare invisibili? Non basterebbe fregare i turisti dicendogli che c'è
un mostro invisibile senza crearlo? Non costerebbe meno? No, perché il film non
sarebbe così una arguta metafora sulla follia capitalista! Vedete quanto era
profondo il lavoro di Trevorrow? Un'isola/parco gestita da psicolabili estranei
a misure di sicurezza di cui probabilmente dispone il vostro benzinaio,
in cui centinaia di turisti viaggiano circondati da dinosauri dentro stupide
palle da criceto e solo una persona (stupida) sa usare e possiede un
elicottero per scappare. Un posto da sogno dove trovi un militare che vuole
insegnare a un velociraptor a scovare i talebani, uno scienziato che crea la
vita come scegliesse il colore del cesso di casa sua, una donna in carriera che
si fa tutto il film sui tacchi alti e un T-rex che senza un perché salva la
vita alle persone come Batman. Non sembrerà raffinatissimo, ma c'è la satira
dietro! Satira per chi poi, visto che il core business qui sono sempre i
cosi... i nani... i maledetti mocciosi? Sarò una merda, ma ho sempre guardato
questi film con la sotterranea speranza di vedere qualche dinosauro divorare
esseri umani dopo averli smembrati male. E questa saga più volte mi ha
accontentato e cullato in questa perversione. Ma qui il sangue non mi basta.
Qui i nostri eroi vanno sull'isola con un gruppo di soccorso veterinario per
salvare gli animali preistorici da un'esplosione vulcanica. Lo fanno per un
dovere sociale perché come dice Malcom (Jeff, perché l'hai fatto? te le
pagavo io le bollette!!!) noi, avendoli creati, abbiamo delle responsabilità
verso di loro.
E se il suo mantra di "la natura troverà il suo corso"
fosse vero, io ho paura. Una paura maledetta. Perché già me li vedo, gli amanti
degli animali che, una volta che il pericolo è scampato, portano i loro
cuccioli del jurassico al centro commerciale. Tu sei lì, insieme ad altre
trecento persone a fare compere, indifeso, a guardarti i nuovi arrivi in dvd.
Poi arriva un tizio che ti guarda come una merda solo perché non possiedi un
dinosauro come lui e subito il suo velociraptor alza la zampa e rilascia
effluvi urinari su di te e una pila di stagioni quattro di Arrow. E se poi ci
rimani male per questa "dimostrazione di affetto" sei un mostro
che odia i dinosauri e il suo padrone ti fa una foto, ti tagga su facebook e ti
mette così all'indice. Perché tu non capisci e non ami. Perché tu
sanguini (mentre non dovresti!!!) quando il velociraptor vuole solo giocare e
per attirare la tua attenzione ti stacca una mano con i denti. Perché piangi se
un brontosauro ti caga nel giardino undici tonnellate di roba fumante sopra le
tue rose. Perché ti metti il vix vaporub quanto vai a trovare un amico e la sua
casa sa tutta del suo rettile squamoso, pareti e cibo compresi. I dinosauri ci
guardano, ma non tutti siamo pronti perché siamo meno evoluti di loro. E io, a
vedere nel trailer per l'ennesima volta un T-rex che salva degli umani, vomito.
Scusatemi, ma vomito. E me ne frego se il sogno di Spielberg era accarezzare
uno di quei cosi. Perché quei così, per legge, anche se sono estinti, dovevano
in quel momento staccargli un braccio. E tutto drammaticamente mi torna. Bajona
è stato scelto per fare un disastrar movie come The impossibile e non per le
sfaccettature di un Sette dopo Mezzanotte. Un disaster movie con cuccioli di
dinosauro dagli occhioni grandi come il velociraptor "Blu", il
migliore amico di Star Lord. Io volevo gli ibridi, gli uomini - dinosauro,
magari dei Neandertal rettileschi venuti fuori da qualche ambra unita a sperma
di rana. Volevo i miscugli tipo i draghi a nove teste, magari gestiti meno ad
minchiam dell'indomitus rex. Qui invece siano tornati ad una Greenpeace
del dinosauro, che già trovavo assurda in Jurassic Park il mondo perduto,
espandendo il concetto. Certo tutto sarà per Trevorrow una sagace metafora di
come noi ci comportiamo con gli animali e la natura. Ma questi non sono gattini
e i loro denti aguzzi meritano più dignità. Non è che un triceratopo
visto che è erbivoro si trasforma in automatico in un mini pony.
Ribadisco,
tutto quello che ho scritto finora può essere smentito in sala in modo
anche clamoroso. Troverò comunque più persone che vorranno trascinarmi a
vederlo con la forza e so che se il film alla fine saprà divertimi come
Jurassic World non sarà una serata sprecata. Ma questo trailer mi da al momento
solo bad vibrations. Come sempre, sarò felice di sbagliarmi.
Veste di
nero ed elegante, ha un'aria luciferina, si chiama Seth Frost, è un avvocato
penalista e la punta di diamante dello studio legale di Andreas Zohrr. La
giuria si scioglie davanti alle sue arringhe, gli imputati dei delitti più
efferati quando sono da lui patrocinato vengono assolti o subiscono solo pene
lievissime. Per Zohrr, suo mentore e padre adottivo, Seth conosce molto bene la
zona grigia che si trova tra il bene e il male. El Paria, il luchaderos che
grazie a Seth è stato prosciolto da un'accusa di omicidio, gli è così grato che
ha deciso di diventare il suo inquietante angelo custode personale, seguendolo
ossessivamente come un'ombra ma il super avvocato ha problemi ben più gravi. Le
sue mani sanguinano. Succede da un anno, lui cerca di nascondere come può
queste circostanze ma il fenomeno ricapita sempre, nei momenti più inopportuni.
Un monito alla sua condotta? Un segnale alieno da certificare al Cicap? È
arrivata la santità? Ma le mani non sono l'unica stranezza, c'è uno strano uomo
dai capelli bianchi che ogni tanto gli appare, lo minaccia e scompare. C'è
qualcosa di grosso che lega Seth a questi eventi, qualcosa che trova fondamento
in un passato di cui lui stesso non ha memoria, perché destatosi da un coma di
cinque anni; non sa più chi fosse prima dell'incidente e qualunque fosse stato
l'incidente che lo ha portato in coma. Qualcuno riuscirà però a fargli
ricordare qualcosa, ma sarà doloroso e lo porrà al centro di una questione dai
risvolti mistici.
- Angeli
e diavoli:Lucifer di Neil Gaiman, American Jesus di Mark Millar, Preacher e
Chronicle of Wormwood di Garth Ennis, Sacro e Profano di Mirka Andolfo e questi
sono solo alcuni esempi restando sulla carta stampata, se ci addentrassimo nei
libri, televisione e cinema gli esempi sarebbero a migliaia e molte opere anche
di successo. Perché il mistico ci piace, ci attira anche per un discorso
culturale ed è il terreno più fertile per dei racconti di matrice fantasy.
Perrimezzi centra un personaggio interessante, che ci ricorda un po' a prima
vista il Keanu Reeves di un noto film di Taylor Hackford scritto da Andrew
Neiderman per poi assumere, pagina dopo pagina, dei connotati originali,
interessanti. Per lui non esiste un equilibrio netto nel mondo quanto un ordine
scalare di situazioni grigie che viste da punti di vista diversi colorano in
modo diverso un'azione. Seth non giudica, aiuta piuttosto a riflettere sui
punti di vista e per questo è un buon avvocato ma anche un personaggio dalla
mentalità estremamente aperta, così aperta da aver sovvertito con la sua
esistenza l'ordine cosmico. E come è aperto di mente Seth, di larghe vedute,
umani (anche se solo nominalmente) e fallaci sono anche gli altri personaggi
che fanno capolino in questo racconto. Perfino qualcuno che sta nei piani
davvero alti della fede riesce a dire "ho sbagliato" e questo dà all'opera una carica quasi rivoluzionaria. Tra angeli e diavoli si fa subito
confusione ma si prendono le distanze da chi fa davvero paura: chi non ha
alcuna paura di dividere il mondo in bene e male. È interessante trovare questa
prospettiva obliqua in un fumetto horror dal taglio young adult, anche perché
non si spreca troppo tempo in elucubrazioni filosofiche e tutto è presentato in
modo semplice, diretto e divertente, con un ritmo narrativo in grado di offrire
anche qualche sorpresa. I dialoghi sono sempre chiari e funzionali. Lo stile di
disegno scelto da Francesca Follini mi ha ricordato in più punti le opere del
compianto e mai troppo celebrato Steve Dillon. Figure chiare e spesso disegnate
per intero, che predominano sui fondali ed esprimono emozioni e movimenti
sempre intellegibili e con la giusta mimica. Una composizione della tavola
equilibrata e chiara, funzionale tanto ai dialoghi che alle scene di azione.
Avrei forse preferito una diversa rappresentazione delle ali degli angeli, più
classica e "piumata", ma parlo solo in merito al mio gusto personale.
L'opera è in bianco e nero ma, seguendo la filosofia narrativa, presenta anche
tutta una ampia gamma di sfumature di grigio. Questo tipo di arricchimento fa
largo uso di retini e qualche volta di matite molto tenui. L'effetto funziona
solo a tratti purtroppo quando si tratta delle sfumature a matita (e torno al
discorso delle ali di cui sopra) ma nel complesso è un peccato veniale.
Ophidian
è solo all'inizio, ma dimostra di avere già carisma e una rappresentazione
grafica molto valida. La trama è riuscita a spiazzarci con dei cambi di rotta
interessanti e sale la curiosità di mettere le mani sui prossimi numeri. Un
buon lavoro per la collana Dead Blood dell'etichetta Noise Press. Talk0
C'è un
mostro che si aggira nei boschi. Sa manipolarti la mente fino a farti impazzire
e se arriva a toccarti puoi morire all'istante. È una figura alta, dagli arti
allungati, assomiglia a un uomo in giacca e cravatta, è calvo, ha un volto
pallido senza occhi, naso, bocca e orecchie. Il volto di un manichino. Chi lo
ha visto sa che può spostarsi con estrema velocità, potrebbe nascondere dei
tentacoli e di sicuro la sua presenza crea dei disturbi alle apparecchiature
elettroniche. Lo slender man, "l'uomo snello", è forse un alieno,
forse un demone, forse qualcosa di estremamente vecchio e da sempre presente
nel mondo. Ed è a caccia.
Nato
come trovata pare un concorso fotografico, lo Slender Man è diventato virale in
breve tempo, ispirando le Urban legends telematiche (le cosiddette Creepy
Pasta), i fumetti, i videogame, i forum. C'è gente che è arrivata a credere che
fosse qualcosa di vero, al punto da uccidere in suo nome (i contorni di questa
vicenda sono davvero tristi, si parla di bambine di 12 anni e il padre di una
di questo si sta opponendo alla pellicola) e non era stano pensare che questo
nuovo babau virtuale prima o poi varcasse i cancelli di Hollywood, dopo che
Youtube e i social letteralmente esplodono di film amatoriali e racconti
ispirati a questo essere. C'è già in giro di fatto un film, di James Moran, che
"ufficiosamente" si è occupato del tema, un prodotto simpatico e
nulla più che potete trovare già in home video. Eccovi il trailer
A
differenza di Always Watching, questa prodotta da Sony per la regia
di Sylvian White è invece la "trasposizione ufficiale".
David
Birke come sceneggiatore ha all'attivo l'interessante thriller con Ron Perlman
13 Sins. Joey King la abbiamo di recente apprezzata nel simpatico (ma non
epocale) Wish Upon di Leonetti (regista di Annabelle) e la ricordiamo bene in
The Conjuring di James Wan. Annalise Basso era nei bellissimi horror di Mike
Flanagan in Ouija - l'origine del male e in Oculus e i più "hipster"
l'hanno magari notata in Captain Fantastic. Sotto lo Slender Man c'è poi Javier
Botet, una leggenda. L'attore specializzato a interpretare mostri che abbiamo
già incontrato come xenomorpho in Alien Covenant, come fantasma in Crimson Peak
di Del Toro e in Non bussate a quella porta, come demone con il martellone
nella saga Rec, come "l'uomo storto", The Crocked Man,
scappato da un giocattolo inquietante in The conjuring 2 (che avrà uno
spin-off della saga dei demonologi Warren a lui dedicato, come già successo ad
Annabelle e come a giugno succederà per The nun), come
"mama" in La madre di Muschietti (che lo ha voluto pure in IT ) e
che è nelle sale, adesso, ad interpretare lo spaventoso Key Face in
Insidious: l'ultima chiave. Se un mostro al cinema di recente ve l'ha fatta
fare sotto dalla paura, sotto il make-up probabilmente c'è Doug Jones, Joseph
Bishara (che di lavoro ufficiale fa comunque il compositore) o Javier
Botet.
Venendo
al trailer, troviamo nelle immagini, da subito, qualcosa che ci ricorda
felicemente il disturbante e "technofobico" remake di The ring di
Verbinski, che rispetto all'originale di Nakata, ispirato al romanzo di
Suzuki, aggiungeva al già bellissimo impianto visivo e narrativo la
straordinaria fotografia di Borjian Bazelli e gli effetti di trucco di Rick
Baker. Anche qui ci sono ragazzini che se la vedono brutta, anche qui scene
violente ma senza sangue (poi al cinema vedremo se è effettivamente questo il
taglio che vorranno dare alla pellicola), anche qui ci sono immagini strane e
disturbanti come quelle generate dalla videocassetta di Samara/Sadako, anche
qui c'è un cielo spettrale e quasi verdastro, alieno, che colora male i colori
spenti della campagna americana. Lo Slender Man, ovviamente, si vede
poco. Non sappiamo se sarà quindi più manichino o più alieno o
tentacolare o spettrale o in altre delle infinite varianti con cui oggi è
immaginato in rete. Vedremo. Per ora, belle vibrazioni. L'investimento è consistente
e a livello di curriculum ci siamo. La prova vera comunque è tutta da giocare
in sala. Vi faremo sapere.
Taglio
corto. Alita o "Gunnm" (che sta per Gun Dream come
"Gundam") di Yukito Kishiro è uno dei manga che ho amato di più nella
mia vita. Fino a quando la sua "espansione" The New Order mi ha
frantumato i coglioni per così tanti numeri di "nulla" che l'ho mollato
per disinteresse totale. Eppure quanto era figo e pieno di idee nei "tempi
d'oro". Un mondo pieno di cyborg con l'anima e uomini simili ad androidi
anaffettivi. Un mondo diviso tra due città così speculari da fare impressione.
Un continuo brutale festival della carne e del sangue (ricostruito anche
in uno dei momenti più ispirato di A.I. di Spielberg) accompagnato dai momenti
più alti e più lirici che ricordi in un fumetto. Tante, tantissime idee
diverse, originali ed esaltanti messe in campo. Tantissima azione, malinconia e
cuore. Alita al lettore letteralmente dona il proprio cuore,
strappandoselo dal petto con tutto il sangue e bulloni che contiene, mente con
l'altra mano tiene la testa mozzata di un Cyborg punk. Ed è davvero difficile
descrivere a parola quanto nel farlo sia potente, bella e al contempo
vulnerabile. Lo stile di Kishiro poi è così unico e iconico che lo ha solo lui.
Pieno di rifiniture e ombre, dettagli maniacali e paesaggi infiniti in cui
perdere lo sguardo.
Di
questo adattamento cinematografico si parla da sempre, nello specifico prima
della serie TV Dark Angel con protagonista Jessica Alba e la produzione di
James Cameron. Poi Dark Angel si è evoluto in qualcosa di diverso ma la Alba
era lei, era una Alita perfetta e Cameron il miglior regista possibile per
ricreare su grande schermo un mondo di androidi malinconici e di umani
disumani. Poi però il regista cult si è riversato anima e corpo su Avatar, a
cui donerà probabilmente il resto della sua vita, e ha passato il progetto a
quel gran mistero di regista che è Robert Rodriguez. Rodriguez ci è stato pure
simpatico, dai tempi di El Mariachi fino a (quasi) Machete (anno del
signore 2010) ce lo siamo goduto tutto, tollerando male i suoi excursus
nel cinema per lattanti con cagate come Sharkboy e Lavagirl. Il dannato Rodriguez "d'annata" sarebbe stato ottimo per Alita: sanguigno
e ironico, splatteroso e melodrammatico, stralunato e geniale. Le sue trovate
tecnico-visive stile la "minchia a pallettoni" (vista più
volte nei suoi film... tra gli altri in Desperado, in Dal Tramonto all'alba e
Machete) probabilmente piacerebbero a Kishino, che con Rodriguez potrebbe
condividere lo stesso malato e contagioso senso dell'umorismo, del macabro e
della poesia. Ma parliamo del Rodriguez, lo ripetiamo, di un tempo
passato. Dopo gli anni d'oro Rodriguez fa quella cosa ignobile
"direct-to-video" di Spy Kids 4, un film che bisogna vedere con
i propri occhi per rendersi conto di quanto è disastroso. Miracolosamente gli
arriva poi la grande occasione, Predators, che però rifiuta di girare per
motivi pretestuosi, mettendo nello stesso tempo in cantiere quella mezza
cagatina di Machete Kills, film molto più triste e svogliato del numero 1 che
lui non si degna manco di chiudere in qualche modo: brutto e monco. Sperando
che abbia in serbo ancora due o tre cartucce gli commissionano pure il sequel
di Sin City, quanto il numero uno, sempre diretto da lui, non era uscito
affatto male. Purtroppo viene fuori un film interessante ma loffio che per lo più
spreca grandi attori e un'ottima fotografia, distruggendo ogni speranza per un
capitolo 3, ai tempi già programmato (ma fu un anno orribile per i film tratti
dalle graphic novel di Miller, pure il sequel di 300 andò malino, nonostante in
entrambi i film ci fosse una divina Eva Green). E questo è Rodriguez oggi, dopo
che si è dilettato un po' con la produzione della Serie TV tratta da Dal
tramonto all'alba, che anche lei è carina ma poco più. Saprà questo Battle
Angel Alita tirar fuori dalla carcassa morente di Rodriguez un cuore ancora
pulsante, con la voglia di farci divertire e stupire senza freni come ai tempi
di Planet Terror? Speriamo. Intanto guardiamo il trailer e troviamo un
interessante Christoph Waltz nel ruolo di Ido, lo scienziato / cacciatore di
taglie che trova nella discarica Alita, la ripara e ne diventa padre. Già
partiamo malissimo, Waltz sarebbe stato perfetto nel ruolo del pazzo e
stravagante dottor Desty Nova, uno dei villain più affascinanti della serie, ma
su Ido proprio no... Ido sarebbe stato ottimo con il volto di Edward Norton o
Anthony Edwards. Ma alla fine chissà, potrebbe andare benissimo pure Waltz, non
voglio precludermi alcuna sorpresa positiva. È presente il personaggio di Hugo,
(interpretato da Keean Johnson), c'è Chiren (Jennifer Connelly), Vector (Mahershala Ali) e il terribile Zapan (Ed Skrein). Questo potrebbe significare
che il film si ispira a uno dei primissimi archi narrativi della serie,
peraltro trasposto già in animazione, nel 1993 dalla storica Mad House, in un
ancora bellissimo (e struggente) dittico di episodi "autoconclusivi"
.
Resta da
parlare di Alita stessa, interpretata da Rosa Salazar. Il suo volto è
volutamente modificato al computer, artificiale e squadrato come una bambola di
porcellana, con gli stessi immensi occhi della eroina del manga. È straniante,
è espressivo, è sinistramente affascinante. Mancano però le labbra "a piovra".
Jessica Alba aveva esattamente il volto di Alita vent'anni fa, ed erano
lineamenti che andavano benissimo così, senza questo mascherone digitale che di
primo acchito spaventa. Però è una soluzione visiva potente e non scontata.
Anche gli altri cyborg vanno bene, sono tentacolari, sono disperati, sono
luridi, sono sgradevoli ma umanissimi. Non vediamo l'ora di vedere in azione il
martellone a razzo di Ido. Partiamo bene insomma. Speriamo bene e diamo fiducia
a Cameron e Rodriguez. Di sicuro potremo presto riparlarne.
Bette
Davis (Susan Sarandon) e Joan Crawford (Jessica Lange), due dive che nel 1962
erano già avviate su quel Viale del tramonto raccontato da Billy Wilder con un
grande William Holden e una gigantesca Gloria Swanson. A chi si proponevano
solo ruoli di anziana o madre di qualche stella più giovane, a chi per lavorare
in teatro davano solo un paio di battute, lo splendore di Hollywood era per
entrambe cosa passata e le due ci godevano, delle sfighe capitate alla carriera
dell'altra. Erano troppo grandi per occupare un solo schermo e quando una era
in sala con un film l'altra aveva di fatto una sala in meno su cui risplendere.
Era inaccettabile, ma alla fine stava importando solo a loro due mentre il
mondo guardava tutto da un'altra parte. Bette e Joan erano sole in questo odio
reciproco e spesso dall'odio nascono cose inaspettate.
Così
capita che a Joan Crawford finisca tra le mani, pescato a caso dalla sua colf
tra una pila di romanzi con in copertina una donna trovati in una libreria, un
horror: Che fine ha fatto baby Jane?
La
storia parla di due sorelle. Una, Jane, da piccola era un'ugola d'oro e bambina
prodigio così famosa che sono arrivati a creare una bambola con le sue
fattezze, una "Baby Jane", ma con il tempo era caduta in disgrazia,
era diventata supponente e viziata e nessuno l'aveva più chiamata per cantare o
recitare e si era attaccata all'alcol ed era diventata acidissima. L'altra,
Blanche, era esplosa come attrice mentre la prima era in disgrazia e si era
sempre prodigata per fare in modo che i produttori scritturassero anche la
disgraziata sorella. Poi Blanche si era fratturata la schiena, carriera finita
e affidata alle cure della sorella, con il tempo sempre più inacidita. Pare
inoltre che l'incidente potesse essere stato architettato dalla stessa Jane. Il
racconto poi acquista tinte più fosche e surreali.
Joan
Crawford, a 58 anni, vuole interpretare la parte di Blanche, la sorella più
giovane e sfortunata, ma ha già trovato l'attrice perfetta per quella pazza
psico labile di Jane, la sua decaduta rivale Bette Davis, che all'epoca ha 54
anni.
La serie
parla della lavorazione del film Che fine ha fatto baby Jane? e le
due dive in qualche modo finiranno per specchiarsi nei personaggi che
interpretano, trasformando il set in un autentico campo di battaglia da
conquistare metro per metro, in trincea, a discapito della rivale. La Crawford
era stata sposata con Alfred Steele, capo della Pepsi e disseminava il set, le
conferenze stampa e ogni dove di distributori e bottigliette di Pepsi, con cui
spesso posava.
Bette
Davis per ripicca diventava testimone di Coca Cola, invadendo altro spazio di
frigoriferi e bottiglie.
Bette
Davis trovò la parrucca che la Crawford indossava in un film precedente, se la
mise in testa per tutto il film truccandosi in modo esagerato proprio per
parodiare e dissacrare il precedente ruolo della rivale.
Lotte
continue su chi dovesse mettersi a sinistra nelle foto (perché il nome viene
citato per prima nelle didascalie allegate), lotte per il camerino, lotte per
il compenso, dichiarazioni acide e botte, le botte vere fatte di calci e pugni
su di un set che riusciva a raggiungere il massimo realismo possibile nel
raccontare l'odio di due sorelle un tempo famose e poi stroncate dalla vita. Il
massimo per un horror, genere svecchiato e nobilitato un paio di anni prima da
Psycho di Alfred Hitchcock, un vero casino da produrre e da girare però.
Soprattutto per il povero regista Robert Aldrich (un sempre amabile Alfred
Molina), fresco del disastroso set di Sodoma e Gomorra. Cosa ne è venuto fuori
è storia. Ma se ve lo dicessi vi farei spoiler.
Ryan
Murphy ci piace. Dai tempi di Nip/Tuck, che ha reso famoso tra gli altri Peter
Dinklage, passando per la serie Glee fino alla spettacolare American Horror
Story, che ha portato a una seconda giovinezza artistica proprio Jessica
Lange, il regista e sceneggiatore statunitense ha saputo con stile e
ispirazione creare dei serial di culto. Feud è la sua nuova miniserie ed è a
struttura antologica come American Horror Story. Quest'anno vedremo il
"feudo" o meglio "la faida" o "rivalità" tra Joan
Crawford e Bette Davis, l'anno prossimo ci aspetta invece la faida tra Carlo di
Inghilterra e Diana Spencer (Feud: Diana and Charles). Nel cast è presente
un'altra delle star passate di recente per American Horror Story, Kathy Bates,
che interpreta la diva del passato Joan Blondell e che tutti ricordiamo anche
per un altro horror: Misery non deve morire. La Sarandon e la Lange sono
perfette per le parti della Davis e della Crawford. Inaspettatamente e
insperatamente la Lange, che di anni ne ha 68, ha ancora le splendide e
chilometriche gambe che sfoggiava in King Kong nel 1976 a 27 anni, gambe che
riescono a rivaleggiare con le leggendarie gambe che con tanta classe e
generosità sovente mostrava la Crawford. Inoltre la Lange era diva fino al
midollo già in American Horror Story, dove riusciva sempre a stregare tutta la
scena, ad alzare il livello dello show con carisma e mestiere. La Sarandon, che
di anni ne ha 71, si sta divertendo a recitare in serie TV e film leggeri come
Bad Mom 2, ora nelle sale. Si crea subito una bellissima alchimia tra le due
attrici, anche se mancano tutte le implicazioni di odio reale delle originali
interpreti di Baby Jane ovviamente. I loro scambi di battute sono cinici e
fulminei e dietro la cattiveria forse c'è anche un po' d'amore oltre al
rispetto, come immaginiamo ci fosse anche tra la Davis e la Crawford. La Lange
fa la acida che schiavizza la sua colf tedesca, la bravissima e rigida al punto
da essere comica Jackie Hoffman, (che lei chiama "mamacita"
dimostrando di non capire neanche da dove viene, ed è storia vera) e allestisce
degli autentici set dove si mette in posa per ricevere a casa i suoi ospiti.
Poi c'è una scena stupenda e spassosissima nella prima puntata dove Ryan Murphy
parodizza Viale del tramonto: c'è il produttore che va a incontrare la Crawford
a casa e vediamo che entra e si trova davanti a una scalinata paro paro a
quella di Sunset Boulevard. Lui inizia a salire e la colf lo rimbrotta: "La signora è nel patio!!". Come a dire "Non è che sono così sul viale
del tramonto da replicare pure la scena di quel film!!". Da vedere vi assicuro
che ha un effetto esilarante ed è solo uno degli easter egg che "chi
sa" può apprezzare e godere. La Sarandon replica poi la scena in cui si
mette in testa la famosa parrucca della Crawford e si trucca da pazza per poi
arrivare così sul set. Lo fa con rabbia tale che pare uno stupro, quasi
spaventa (e fa a contrasto molto ridere) ed è una scena meravigliosa,
accompagnata in sottofondo dalla musica più Horror della pellicola originale,
inquadrata prima di spalle e poi con l'ombra che diventa grande fino a coprire
la luce alla Crawford/Lange e alla sua inseparabile Pepsi. La prima puntata è
tutta così, un lento corteggiamento/ battaglia tra le due star, puntellato di
scene già iconiche. Ci è piaciuta come ci è piaciuto tutto il cast. Feud parte
decisamente bene e vi consigliamo di guardarlo su Mediaset Premium, che a
corollario metterà in onda anche il film originale Che fine ha fatto
Baby Jane?. A noi è piaciuto. Voi fatecelo sapere.
- Premessa:
Iniziamo con un contributo filmato esplicativo di importanza morale e storica
fondamentale e in assenza del quale questo articolo non avrebbe senso di
esistere
Era
doveroso.
-Sinossi
fatta male: Futuro, intorno al 2070. Il mondo lo abbiamo lasciato a marcire
come stiamo facendo già adesso ed è diventato una vera cloaca. Per una botta di
fortuna inaspettata gli scienziati sono riuscito a far fronte all'inquinamento
del suolo e ora vengono prodotte verdure sane e più energetiche, ma sono così
energetiche che hanno fatto incrementare il numero delle nascite oltre ogni
immaginazione e in un pianeta già sovrappopolato questo è un autentico casino.
Per cercare di far tornare un po' i conti è stata quindi varata la legge del
figlio unico. In sostanza non si può che avere un figlio per famiglia e in caso
di abusi il surplus viene invitato a criogenizzarsi per essere scongelato in un
ipotetico futuro in cui avremo magari colonizzato lo spazio. La dottoressa
Cayman (Glenn Close) segue personalmente le procedure di criosonno alla guida
di un bureau asettico a metà tra l'ospedalizzazione e il servizio sociale.
Siccome però le verdure ultra-generative sono troppo buone, fioccano migliaia
di bambini extra e la polizia agisce con una repressione così dura da essere
proprio efferata. Nelle zone di accesso alla città ci sono autentici checkpoint
in cui "manu militari" viene scannerizzato e controllato ogni giorno
e ogni ora il braccialetto identificativo che tutti i cittadini devono per
legge portare. In caso qualcuno si opponga al criosonno si spara, spesso alla
testa. Il questo non idilliaco ma drammaticamente realistico futuro vive
Terrence Settman (Willem Dafoe), la cui figlia è morta dando alla luce per via
delle carotine del futuro sette gemelle. Il signor Settman non è che sia poi
troppo fiducioso di questa storia del criosonno e decide di tenerle tutte con
sé, nascondendole tra le pareti della sua dimora. Per rendere loro possibile
una vita all'esterno quasi normale decide che tutte loro assumeranno l'identità
di Karen Settman e come lei potranno uscire di casa, vedere amici, studiare e
lavorare. Solo che potranno farlo un giorno alla settimana per ognuna. Chi esce
di casa poi dovrà raccontare tutto alle altre, che dovranno fare bene i compiti
e rivestire il giorno dopo gli stesi panni. Settman per rendere le cose più
facili assegna a ognuna delle figlie il nome di un giorno della settimana.
Ogni bambina potrà uscire di casa quando sarà il giorno del suo nome.
Biologicamente ed esteticamente uguali, truccate e abbigliate in modo conforme,
le Settman (tutte interpretate da Noomi Rapace) reggono al gioco fino all'età adulta, quando Karen Settman diventa un'affermata donna in carriera, in vista
di un'importante promozione. Ma se lo specchio mostra all'esterno sempre lo
stesso volto, le Settman in casa amano distinguersi, anche perché
caratterialmente sono molto diverse tra loro. Lunedì è l'esempio da seguire,
quella su cui il nonno ha riversato le maggiori responsabilità. È una
lavoratrice instancabile e una perfettina. Martedì è ipocondriaca e buffamente
sempre in agitazione. Mercoledì ha i muscoli e un carattere duro, quasi
mascolino. Giovedì è l'animo ribelle del gruppo, ma in fondo anche il leader e
ricorda come carattere (bene) la Ripley di Sigurney Weaver. Sente il
peso della responsabilità per il bene delle sorelle anche per un forte senso di
colpa per un certo fatto terribile della loro infanzia. Venerdì ha gli occhiali
e la testa ficcata nei libri e nel computer, è timida e introversa ed è quella
a cui si deve il successo lavorativo di Karen. Sabato è finta bionda e finta
bitch. Ama ubriacarsi e sembrare una mangiatrice di uomini ma nasconde un
carattere da timida. Domenica rappresenta al meglio la fede e la famiglia, è il
grande cuore materno del gruppo. Ora che sono grandi non c'è più nonno Settman
a guidarle, anche se la sua figura è sempre presente nei loro ricordi. Il mondo
è diventato un posto più duro e più cupo. Tutto all'esterno è sporco e
schifoso, il topo ha preso il posto dell' hamburger nella dieta del terrestre
medio. Pronta per il giorno della promozione, seguita a distanza con il gps
dalle sorelle da casa, Lunedì con i tacchi alti va al lavoro ma la sera non
torna più a casa. Cosa le sarà successo? L'avranno presa quelli del bureau del
figlio unico? Le ricerche di Lunedì porteranno le sorelle in luoghi molto
pericolosi e importanti per il destino dell'umanità.
-
7x7=49, che per la smorfia napoletana è "La carne". Ci piace Tommy
Wirkola. Ci sono piaciuti i suoi zombie nazisti surgelati di Dead Snow e i suoi
Hansel e Gretel cacciatori di streghe (in specie la morbida Gemma Arterton
strizzata in completini di pelle sexy). È un regista horror nel senso più
nobile del termine, un artigiano sempre carico di splatter e autoironia nelle
sue produzioni. Con Seven Sisters, in originale What happened to Monday, fa il
grande salto per contenuti e regia e si diploma in fantascienza sociale seria,
al pari di Alfonso Cuaron (I figli degli uomini) e Andrew Niccol (Gattaca).
Merito della folgorante sceneggiatura di Max Botkin e Kerry Williamson, merito
di una letteralmente straordinaria Noomi Rapace, merito di una produzione
curata e dall'alto budget. Seven Sisters colpisce allo stomaco per il suo mondo
spietato quanto possibile, per il modo in cui riesce a giocare con l'azione e
la tragedia, per la sua confezione patinata da figlio di Matrix. Perché Matrix
era anche una lettura del videogame in chiave tragica e Seven Sisters gioca
nello stesso campionato, con immagini dall'impatto ugualmente potente e con una
simile idea di fondo. Karen Settman è un avatar per sette persone, ogni volta
che Karen esce di casa si immerge in una specie di Matrix, con le altre sorelle
che fanno da "operatori", seguendola, supportandola e indicandole
delle vie di fuga in caso ci fossero nelle vicinanze degli agenti del bureau
inquadrati da qualche telecamera di sorveglianza craccata da Venerdì. Se una
Karen Settman muore (e succederà spesso, in modo anche violento) ci sarà
un'altra Settman e un'altra monetina da inserire nel coin-op dopo il Game Over,
per poter far proseguire la trama. È un film quindi profondamente ludico ma
anche lucido, spietato, vero. Guardando mister Settman che nasconde in casa le
sue figlie, guardando i posti di blocco e le stanze dei bureau torniamo subito
con la mente all'olocausto, ai ghetti, ai campi di concentramento nazisti.
Entrando negli uffici della corporation dove lavora Karen veniamo
incontro a un'umanità arida e arrivista in cui denunciare un collega è un
buon modo per sopravvivere. Un quadro spietatamente attuale, moderno. Nelle
strade sembra di essere piombati in Blade Runner, ma se girate anche sono per
le strade di Milano oggi non ci troverete troppe differenze. È quindi un film
dannatamente attuale, che sa leggere i corsi e ricorsi della storia e che ci
pone davanti a un futuro ancora più cupo e disperato. Non ci sono principesse
spaziali da salvare, si può solo sopravvivere in uno sporco formicaio
perennemente a rischio di essere seccati dal ddt. L'antidoto a questo futuro
che il film suggerisce è la famiglia. Le sorelle vivono insieme e non
potrebbero sopravvivere se non raccontassero le une alle altre la loro
giornata. La comunicazione salva la vita qui, letteralmente. Ci viene da
riflettere su quanto tempo passiamo in una giornata per comunicare con i nostri
cari, soprattutto oggi che l'aria natalizia è più frizzantina. Forse è stando
più uniti che si può esorcizzare quello che per Dickens è il fantasma del
Natale futuro.
-Conclusioni:Seven Sisters è un film di fantascienza sociale intelligente, cupo, carico di
azione e molto violento, ma molto più per la testa che per le retine. È un film
che fa riflettere, è un film bello da guardare, divertente per l'azione e ben
recitato. Noomi Rapace impersona sette personaggi più uno (quello collettivo, ma visto che è sempre declinato diversamente da una delle diverse sorelle si
potrebbe quasi parlare di 14 personaggi diversi in totale) e riesce dare a
ognuno sfumature diverse e credibili. Dafoe incarna una figura tragica e
profonda e non si può che applaudire per il terribile, asettico e fanatico
personaggio di Glenn Close. Una donna contorta, a suo modo illuminata e in
fondo fragile, cui è stato posto sulle spalle tutto il peso del mondo da
persone che non avrebbero mai avuto il coraggio di prendere decisioni come le
sue. Decisioni che speriamo che tra settant'anni non debba
prendere nessuno. Uscirete di sala atterriti, ma non vi sarete addormentati un
momento e più di una scena vi rimarrà scolpita in testa. A ricordarci che gli
piacciono le teste mozzate ed esplose, Wirkola ne mette più che può nella
pellicola e questo potrebbe scoraggiare qualche spettatore dalla visione. Ma ne
vale la pena, perché è una delle pellicole più interessanti di questo periodo.