martedì 18 giugno 2024

Dall’alto di una fredda torre: la nostra recensione del film drammatico di Francesco Frangipane con Vanessa Scalera ed Edoardo Pesce

L’insegnante di nuoto Elena (Vanessa Scalera) e l’allenatore di cavalli Antonio (Edoardo Pesce) sono due gemelli di cinquant’anni, non sposati e senza figli, che spesso si ritrovano domenica a Gubbio a pranzo con i loro genitori (Anna Bonaiuto e Colangeli) nella casa della loro infanzia.

Una domenica Elena incalza la mamma su uno dei più classici problemi morali senza soluzione:  “Entra un terrorista armato di pistola e ti intima di scegliere tra me e Antonio o ci ammazza entrambi. Tu chi scegli di salvare mamma?”.

L’argomento non piace e fa anzi un po’ incazzare. Sembrano solo sciocchezze, un po’ sulla linea ruffiana di “a chi vuoi più bene”, un po’ dalle parti del classico giochino del “chi butti giù della torre” con cui si chiede se piaccia un cantante invece che un altro. Non c’è una risposta possibile. Ma un interrogativo molto simile a questo, nonché drammaticamente reale, presto saranno chiamati a porselo proprio Elena e Antonio.

La dottoressa Lamberti (Elena Rodanicich) insieme a un collega (Massimiliano Benvenuto)  hanno da poco fatto delle analisi sui  genitori dei due fratelli.

Risulta che sono entrambi malati di una patologia rara, mortale e dal decorso veloce. Ma che è curabile grazie a un trapianto di midollo. 

Accedere alla banca dei donatori è un’impresa quasi impossibile ma Elena e Antonio sono gemelli, sono compatibili e ognuno di loro potrebbe salvare un genitore. Sembra che in mezza giornata si possa prelevare il midollo a entrambi, con un successo dell’intervento seguente dato al 98%. Poi arriva la doccia fredda: Antonio per via di una malformazione generica non può donare e Elena può cedere il midollo solo a uno dei genitori, di fatto condannando a morte l’altro.

E ora chi buttano giù dalla torre, i due figli?

Mentre i genitori sono all’oscuro di tutto, tranquillizzati dal fatto che gli esami sono andati bene se non per una leggera questione reumatica, Elena e Antonio si tormentano in attesa di prendere una decisione, che dovrà arrivare in poche ore pena l’impossibilità di intervenire. 

I due passano del tempo insieme, nella baita dove Antonio alleva i cavalli. I due stanno vicini, ma per lo più in silenzio. Quando Elena va in piscina, lo fa negli orari in cui non c’è nessuno, per potersi immergere in acqua e straniarsi da tutto il mondo. 

Antonio è per tutto il giorno distratto e assente, motivo per cui il suo cavallo bianco Dario fugge dal recinto e inizia a vagare per i monti, correndo a perdifiato e perdendo la strada di casa. Le ricerche dei giorni successivi sono lunghe e inutili. 

Chi scegliere?

Antonio un giorno compila una lista sui pregi e difetti dei due genitori: una lista sulle “tare caratteriali”, sulla “capacità di sopravvivere” di uno in assenza dell’altro, sullo stato di salute più sano, sulle statistiche di chi muore prima tra uomini e donne, su qualcosa di brutto che uno di loro gli ha fatto quando era bambino. 

La notte precedente, forse in ragione della voglia di compilazione di questa lista, Antonio si è immaginato in sogno di picchiare in volto sua madre, mentre lei lo guarda attonita. Si è svegliato nel sudore, gli sembrato di aver toccato per mano un piccolo inferno. Ma quella lista forse può essere la guida giusta.

La mamma ha un carattere forte, spigoloso e polemico, ma è anche molto legata ai valori ed è affettuosa. Spesso però rimprovera i due gemelli di non aver costruito una famiglia, li incalza nel trovare a questo una soluzione immediata quanto impossibile. 

Il padre è dolce, silenzioso e remissivo, ma ha spesso l’aria triste, forse nasconde molte più paure di quante ne mostri. Forse non sopravvivrebbe a lungo senza la mamma. 

In media gli uomini vivono meno delle donne. 

La mamma ha però una soglia del dolore più bassa, se dovessero servire altre cure.

Chi dei due andrebbe maggiormente accudito in seguito? 

Per salvare la vita a uno dei due genitori, Antonio ed Elena devono “diventare spietati”. 

Elena piuttosto che scegliere decide di non donare il suo midollo a nessuno dei due. Lo decide dopo aver provato ad odiare con tutte le forze sua madre, attaccandola di continuo durante una cena domenicale. Non ci riesce. 

La algida e distaccata dottoressa Lamberti, che vive sola con la madre malata, sprona invece i fratelli a prendere una decisione veloce. A Elena mente, dicendo di avere ancora in vita entrambi i genitori, confidandole che lei però non esiterebbe un attimo a uccidere la madre per il bene di suo padre. 

Poi la dottoressa prova a manipolare Antonio, chiamandolo espressamente a far cambiare idea alla sorella in quanto salvare la vita a qualcuno, “di qualunque persona”, è un dovere non solo personale come figli, ma anche sociale, in quanto sono tutti parte di una comunità con delle regole. 

Al telefono con il suo collega, dopo tanto accaloramento, la Lamberti appare laconica sulla scelta dei fratelli, esprimendo un serafico “cazzi loro”. Forse provando una sorta di piacere nel vederli all’angolo, nel piccolo girone dantesco in cui sono precipitati. Qualsiasi sarà la scelta, fosse anche un tiro di dadi o una specie di roulette russa, il peso cadrà sempre e solo su Elena e Antonio.


È intelligente, malinconico, gelido e cattivo, il nuovo film di Francesco Frangipane.

È una storia drammatica con al centro una scelta morale impossibile come ne Il sacrificio del cervo sacro di Lanthimos, ma qui l’aria che si respira è ancora più arida: non ci sono concessioni al “fantasy” che per lo meno “abbelliscano di mistero” le brutture umane. 

È un film che parla di “dinastie di sangue interrotte”, in una società dove i giovani si allontanano sempre più tardi dalla casa materna. Figli che per questioni economiche o pratiche e vivono con genitori anziani senza speranza o possibilità di costruire una loro famiglia, con i genitori che invano li richiamano più volte a sposarsi risultando a loro il più delle volte fastidiosi, quasi ipocriti. 

È un film di persone senza futuro è che per questo arriva anche a parlarci di malattia e morte, come unica conseguenza, sgradita quanto spesso ingiusta nei tempi. 

La scienza c’è e può fare la sua parte, ma in fondo la scienza, come la austera e “irrisolta” dottoressa Lamberti della Rodanicich (anche lei “quarantenne senza futuro) spesso si limita a tirare i dadi. Tutto diventa un assurdo calcolo costi-benefici, e avviene all’insaputa dei diretti interessanti. 

Il problema di “chi getti dalla torre” ingabbia i due fratelli in una situazione senza uscita, in una negatività dalla quale riesce a salvarsi, forse, solo il cavallo: l’unico personaggio  che fugge o per lo meno crede di poter fuggire. 


Insieme ai bravi Edoardo Pesce e Vanessa Scalera lo spettatore invece non sa davvero dove sbattere la testa contro il muro.

Il dramma minuto dopo minuto scava e si fa sempre più terribile, fino a che diventa palese che Dall’alto di una fredda torre è un vero e proprio horror, dove Thanatos prende a pugni fortissimi Eros. Forse perché di questi tempi Eros non è abbastanza forte da ribellarsi.

Ad ogni modo, se l’estate significa calura questo film sa offrire brividi continui per svariate ore. Aspettate la giornata più calda e afosa e dirigetevi in sala a guardare Dall’alto di una fredda torre. Può funzionare meglio di un Pinguino Delonghi.

Francesco Frangipane confeziona un thriller psicologico spietatissimo, concitato e benedetto da una coppia di straordinari attori disposti a contorcersi di rabbia e lacrime per almeno 90 minuti. La messa in scena è di stampo molto teatrale, non tradendo la sua originaria natura di spettacolo scritto per il pubblico da Filippo Gili, che qui ne cura anche la sceneggiatura. Tuttavia la bravura e le dinamiche accorate dei due protagonisti, unite alla forte potenza simbolica del tema, ne fanno una pellicola molto movimentata, veloce e dalla quale non si riesce a staccarsi fino al finale. 

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domenica 16 giugno 2024

The Animal Kingdom: la nostra recensione del fantasy diretto da Thomas Cailley, vincitore di cinque premi Caesar

   


In un mondo odierno distopico, l’umanità è stata colpita da una strana e inarrestabile “onda”, che sta progressivamente mutando la razza umana in creature ibride animali. Uomini-falco che dominano i cieli volando con gli altri uccelli. Dei ragazzini-polpo che si nascondono nel reparto surgelati di un supermercato in cerca di provviste. Alcuni uomini-insetto giganti che si mimetizzano con gli alberi, uomini-toro possenti, veloci donne-leone che segnano con i ruggiti il loro terreno di caccia. 

Questa nuova-specie è ormai ovunque: a volte temuta, a volte accettata o precauzionalmente confinata come semplici malati. 

Alcune di loro, assecondando la loro nuova natura, sfuggono dalle città, dagli ospedali e centri di studio per andare a vivere nei boschi o lungo il corso dei fiumi, dove progressivamente diventano del tutto degli animali, dimenticandosi anche del loro passato. 

Anche Lana (Florence Deretz), la moglie di Francois (Romain Duris), è stata contagiata da questo strano fenomeno. Il suo volto si è con il tempo coperto di pelo e la memoria ha cominciato a vacillare come in una formazione di Altzeimer. 

Il suo atteggiamento si è fatto sempre più violento, imprevedibile. Rimangono gli occhi di una volta, sebbene ora l’iride allungata è quella di un predatore. Forse è rimasto troppo poco, ma forse Lana è ancora “lì sotto”.

Il marito, insieme al figlio sedicenne Emile (Paul Kircher), ha deciso di trasferirsi in un bungalow vicino al nuovo centro che si occuperà meglio della salute Lana, situato proprio ai margini di una grande foresta. 

Francois potrà visitarla più spesso e nel contempo lavorare come cuoco nel locale ristorante estivo all’aperto. 

Il figlio frequenterà una nuova scuola, “un’altra maledetta” nuova scuola. Quando qualcuno gli chiede della madre, lui preferisce dire che è morta. Giusto per non attirare su di lui i bulli che odiano i mutanti. 

Anche solo arrivare nella nuova casa in Gascogne in auto, risulta per padre e figlio un viaggio complesso: le autostrade sono intasate, le forze dell’ordine e le ambulanze sono tutte impegnate nella gestione di un numero sempre più crescente di mutanti, che si aggirano fuori controllo proprio perché protetti da quella ricca vegetazione. Proprio davanti ad Emile e Francois appare all’improvviso un uomo-uccello, Fix (Tom Mercier), che dopo aver demolito l’ambulanza che lo tratteneva cerca di nascondersi anche lui  tra i boschi.

Giunti alla nuova casa, in attesa dell’arrivo di Lana, scoprono di lì a poche ore che anche il trasporto della donna ha subito un incidente: il veicolo è caduto in acqua ma i mutanti sono in fuga verso quel bosco.

Emile e Francois, superando i cordoni della polizia, ogni notte si addentrano tra il verde con la loro auto, con lo stereo che a tutto volume diffonde la canzone preferita di Lana. Gridano il suo nome, ricordano i momenti felici, si aspettano che lei all’improvviso, in qualunque forma sia mutata, li raggiunga e torni a vivere con loro. 

Emile cerca di integrarsi nella nuova scuola, ma il processo è più difficile del previsto: perché anche lui sta mutando. Prova a nasconderlo ma tutto risulta inutile. Cerca come può di tagliare i fitti peli neri che continuano a ricoprirlo, si copre di bende le mani per nascondere degli artigli, indossa abiti pesanti che non facciano sembrare la sua schiena così arcuata, come quella di un lupo. 

Spesso si risveglia sporco di sangue nel bosco, senza sapere come lì sia finito. 

La ricerca della madre si fa sempre più pressante anche solo per riuscire a parlare con lei di questa trasformazione improvvisa e strana. Emile intanto trova in una compagna di classe qualcuno che forse può ascoltarlo. Ma allo stesso tempo trova qualche bulletto che inizia a perseguitarlo. Nel tranquillo paesino iniziano a formarsi dei gruppetti spontanei di uomini armati, in cerca di mostri da uccidere. Ci sono fucili per tutti, anche per i ragazzini.

Emile sempre più spesso sta nella foresta in compagnia di Fix: cerca di comprendere il suo nuovo corpo e al contempo cerca di aiutarlo giorno dopo giorno a volare, mentre il ragazzo-uccello progressivamente perde la capacità di parlare. Il destino di entrambi sembra già segnato, ma per una volta sentono di sentirsi nel posto giusto del mondo.

Un giorno una creatura enorme che sembra Lana va al ristorante di Francois, per quello che pare quasi un ultimo addio.

Francois decide che proteggerà il figlio finché sarà possibile, ma la mutazione e la rabbia dei cacciatori di mostri sembrano sempre più inarrestabili.


Thomas Challey, regista e sceneggiatore del film Love at the first Fight e della serie Netflix Ad vitam, scrive insieme a Pauline Munier un interessante fantasy moderno, dall’approccio molto realistico e drammatico, ambientato nella verdeggiante regione di Gascogne. 

Fin dalle prime scene ci troviamo davanti a un disaster movie che rievoca molto il periodo pandemico: definendo trattamenti sanitari di urgenza e con isolamento per gli infetti, zone di contenimento, ronde di polizia e un crescente stress sociale che innalza il livello di paranoia. La medicina crea stabilizzatori per i mutanti, i volontari  si dedicano all’approvvigionamento di montagne di carne per tenere buoni i mutati, allestendo centri provvisori. I familiari si trovano a essere caregiver dei loro membri più fragili e ricevono anche loro supporto psicologico e logistico. Si muove la macchina della solidarietà, vige uno stato di polizia, si arriva a volte, forse, a una possibile “normalizzazione”. 

Poi in un attimo risale l’odio. Ciclicamente.

Se il “percorso umano”, degli abitanti del piccolo paesino della nostra storia, tende a una progressiva, inevitabile autodistruzione, intervallata da lampi di umanità, nel bosco i mutanti riscoprono equilibri e legami inaspettati con l’ambiente. Nascono convivenze e alleanze: ma cosa accadrà quando il lato animale prenderà del tutto il sopravvento e si tornerà alle regole della catena alimentare? 

Chi saranno gli amici, i nemici e la semplice “carne”?

Da un lato uomini che “tirano fuori gli artigli”, nel senso dei “fucili”, per difendersi.

Dall’altro ragazzini messi ai margini della società che “fuggono dal progresso”, felici momentaneamente di imparare a volare o vivere sott’acqua.  


La “natura maligna” si fa disaster movie “pandemico”, contaminandosi con squame, artigli e “diffidenze” della stessa fantascienza-sociale figlia degli X-Men, portati in sala da Singer, quanto del Lupo mannaro americano a Londra di Landis. 

Abbiamo creature della laguna, bambini camaleonti, e bigfoot, Ent insettoidi e meta-umani assortiti: tutti a riempire la scena, avanzando fieramente tra nebbie e la vegetazione, andando incontro forse a dei fucili puntati. 

Poi d’un tratto, tra tanto pessimismo e deboli speranze, Cailley ci porta in scene di incredibile gioia e purezza, tra una natura lussureggiante e “benigna”, quasi dalle parti de La Gabbianella e il gatto di Sepulveda, dove ci fa riscoprire la gioia di correre tra i prati, ululare alla luna, “volare”, sebbene dopo un numero consistente di cadute. 

La formula funziona, il film ci avvolge con tutta la sua carica evocativa e aiuta anche a riflettere su come oggi la “bestialità umana” sia molto più evidente sul piano morale più che su quello fisico. Se Cailley è bravissimo nel raccontare le speranze e paure di una famiglia che cerca di sopravvivere davanti a un morbo fantasy che assomiglia a tratti a malattie degenerative tragicamente verissime, il regista francese dimostra molto tatto e amore anche nella descrizione di ogni creatura del piccolo mondo che costruisce nel grande bosco ai margini, “tra verde e civiltà”. 

Vengono approfondite le dinamiche di territorio, si fa largo il tema della possibile comunicazione tra specie diverse, si racconta l’istinto di sopravvivenza, la necessità della caccia e della difesa.

A tutto questo contribuiscono degli ottimi effetti speciali sia di tipo digitale che prostetico, che non hanno davvero nulla da invidiare a Hollywood. Come gioca un ruolo particolarmente importante la meravigliosa colonna sonora di Andrea Laszo De Simone, in grado di immergerci in un'atmosfera tribale quanto favolistica. 

Molto bravi tutti gli interpreti, con una nota particolare di plauso per il convincente e spontaneo Paul Kircher.

Sembra esteticamente un film di supereroi, ma assomiglia di più (e per forza) a una graphic novel di tipo francese. Ricorda per certi versi Epiphania di L.Debeurme, edito da noi di Coconino. 

Cailley riesce a parlarci, più con disincanto che con cinismo, di una forte disillusione verso il futuro. O forse più semplicemente di un futuro che non contempla più la razza umana, se non ridotta a una “piega della memoria” passeggera e saltuaria, di qualche nuova razza di volatile.

È tutto incredibilmente malinconico, ma per questo molto poetico. Bravi gli attori, belle e concitate le scene d’azione, meravigliosa la fotografia e la musica. 

Non lasciatevelo scappare. 

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sabato 15 giugno 2024

Kinds of Kindness: la nostra recensione della nuova surreale opera di Yorgos Lanthimos. Una raccolta di tre store decisamente “greche”

Kinds of Kindness è un film diviso in tre episodi strani e surreali, che vanno affrontati alla cieca, con meno elementi narrativi possibili a fare da guida, in “piena immersione”. 

Sono episodi molto elaborati e “ludici” a livello simbolico, in cui si possono rintracciare significati diversi a seconda del particolare punto di vista di ogni spettatore.

Io “il viaggio” non ve lo voglio rovinare.

Sono qui solo per offrirvi come negli anni ‘80 un “travelgum”: un chewing-gum anti-stress concepito con l’intento di alleviare il mal d’auto, in preparazione delle mille curve emotive che la visione di questa pellicola potrebbe causarvi.


 
C’è un scena emblematica, in Borotalco di Carlo Verdone: la visita del personaggio di Verdone al rosticciere impersonato da Mario Brega. 

Brega fa provare a Verdone varie pietanze e poi arriva a delle leggendarie “olive greche”. Brega le definisce specialissime proprio in quanto “greche”. Verdone assaggia ed è invitato a commentare “come so’ ‘ste olive??”. 

E Carlo risponde, serissimo e convinto dell’unica corretta definizione che ha appena appeso: “So’ greche!!!”. 

Allo stesso modo, non si può dare una definizione precisa di come ci si sente alla fine della visione di questa pellicola di Lanthimos, al di là del fatto che è senza ombra di dubbio un “prodotto di Lanthimos”. Un prodotto che per l’ironia, il surreale, Emma Stone e Willem Dafoe, una visione distorta e quasi “psicanalitica” della realtà che lo accomuna ad Ari Aster, le musiche strane e la particolarissima fotografia, è senza ombra dubbio un distillato di Lanthimos. Un Lanthimos così riconoscibile e unico nella messa in scena e linguaggio che, forse non a caso, è anche lui stesso, per le sue origini anagrafiche, “greco”. 

E quindi le tre storielle del film sono per proprietà transitiva decisamente pure loro, come le olive di Verdone: “greche”. 

Le tre “storie/olive”, scritte da un Lanthimos forse più ironico e divertito del solito, insieme al sodale Efyhimis Filippou (suo co-autore di Dogtooth, Alps, The Lobster, Il sacrificio del Cervo Sacro), ci vengono presentate come un trittico legato a una figura emblematica e ricorrente, di nome R.M.F., interpretata sempre e solo dall’amico di vecchia data di Lanthimos, il noto attore greco Yorgos Stefanakos.

Il personaggio di R.M.F. da anche il titolo a ogni storia: “La morte di R.M.F.”; “R.M.F. è in volo”; “R.M.F. mangia un sandwich”. 

Ma in ogni storia, sebbene il mosaico collettivo possa sembrare “unico” (o per lo meno cerca di sembrare tale disperatamente, per il disperato spettatore), compaiono, in ruoli e contesti ogni volta diversi, sempre gli stessi attori: Emma Stone, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley e pochi altri. In ogni storia R.M.F. è in qualche modo presente, anche solo per pochi secondi, quanto spesso assolutamente periferico. 


R.M.F. è un viaggiatore multidimensionale? Forse una specie di divinità in contrasto con altre simili su piani dell’esistenza diversi (magari spiegabile con le pergamene del mar morto di Evangelion/testo religioso a scelta)? 

Forse trova un senso più chiaro guardando gli episodi in un ordine diverso da quello proposto nel montaggio?

O forse è semplicemente un geniale e molto articolato “mcguffin”: un sarcastico e volutamente inspiegabile “congegno narrativo a uso ridere”, messo in campo da quei bricconi di Lanthimos, Filippou e Stefanikos per vedere poi come gli spettatori-topolini si muoveranno: alla ricerca del senso di una storia che senso forse non ne ha (Vasco Docet.)?

Se la risposta è quest’ultima, funziona al 100%: perché la rete è già piena di gente alla ricerca del significato più profondo e nascosto, nonché “ufficialmente garantito” delle tre storie/olive. Magari anche sulla base di dotte letture comparate che spaziano da Esopo a Omero e tengono nel mezzo tutti i miti e tragedie, che da secoli e secoli accomunano il sapere dei massimi produttori e fruitori di olive greche. 

È bello che un film stimoli curiosità, ma io vi ricordo che sono qui con il vostro travelgum e voglio prepararvi al peggio.

Spesso il film sembra quasi bullizzare la gente che “non si gode il viaggio”, perché ossessionata nel vicolo cieco del “capirci qualcosa”, prendendola continuamente a sberle di surreale e ironia a ogni minuto che passa. È uno stress continuo, che può distrarre e a volte far incazzare. 

Qualcuno si sentirà magari spennacchiato come nel finale metafisicamente non-sense di Beau ha paura di Ari Aster. 

Qualcuno si sentirà pur legittimamente deluso, magari dopo essere rimasto “folgorato” dopo La Favorita, avvertendo quasi a livello tattile che l’autore greco è qui in una totale e spensierata “libera uscita”, come lo era forse il Ridley Scott di Una magnifica annata. Si apprezza il “divertimento generale”, ma giustamente si chiede “qualcosa di più”, a uno che è considerato l’astro nascente del cinema moderno. 

Voi non fatelo, evitate di perdervi nei simbolismi, state insieme a Emma Stone che improvvisa buffi balletti della vittoria in quello che vuole essere sostanzialmente un film comico strano.

Mi immagino benissimo Aster con Lanthimos, Filippou e Stefanikos tutti insieme a degustare con Verdone olive greche. Voraci, come se gli mancassero da troppi anni e ora volessero ingozzarsi senza un domani, magari con il rischio di esplodere:  come la rana che voleva sembrare più grande del bue in una celebre favola del “sempre greco” Fedro. 

Non dategli soddisfazione, guardate le cose in positivo.

Se è vero quanto ci ricordava Gabriele Salvatores in Mediterraneo, con l’affermazione che  “italiani e greci, (sono) una fazza una razza”, con questo Kinds of Kindness ci si può anche divertire moltissimo senza ragionarci troppo, al di là di ogni malumore, mal di pancia, metafisiche ricerche di significato ossessivo/compulsive e (di rimandi all’irritazione) evocazioni vernacolari assortite. 

Oltre alla enorme barriera corallina di olive greche, si fanno largo personaggi con tratti e dilemmi boccacceschi. Impera un senso dell’assurdo avvicinabile alle nostre commedie del passato più strane come I Mostri, Vedo Nudo. Troviamo persino, in un plot twist quasi geniale per irriverenza qualcosa della commedia sexy più scollacciata. Ci sono molti rimandi degli horror anni ‘70 sulle sette religiose. 

Lanthimos omaggia, coccola, si immerge e ci immerge in un non-luogo che ci è emotivamente familiare. 

Il montaggio è sempre veloce e permette alle tre storie di avere ognuna un respiro proprio, velocità e tempi diversi. 

La cornice quella di una America odierna a 360 gradi: divisa tra i palazzi dove si tengono strani giochi di potere, una sonnolenta casetta in legno di provincia carica di insoddisfazioni familiari, on the road tra motel e deserto “waiting for a Miracle”, come cantava Leonard Cohen, per dei tizi in missione per conto di una setta.  Lanthimos ci fa ridere ma come sempre sa scompigliare le carte da un momento all’altro, giocando con le regole del thriller e dell’horror. 


Gli attori sembrano essersi divertiti un casino sul set e trasmettono a pieno tutta la disinvolta follia che abita i loro personaggi. 

La ex fidanzatina d’America Emma Stone, che ai tempi di Gangster Squad era stata bollata come troppo timida e trattenuta, dopo la “cura Lanthimos” è ormai un pozzo di energia senza freni, un catalizzatore emotivo magniloquente, quasi una idrovora. Sulla stessa strada è Margaret Qualley, che da subito ha scelto dei ruoli estremi e sopra le righe (e qui fa lo stesso), per dimostrare la sua grande versatilità e voglia di trasgressione, attirando anche l’attenzione di grandi registi come Ethan Cohen e Tarantino. 

Un plauso anche al sempre più bravo e convincente Jesse Plemons che, per la peculiare scelta delle parti, per molti è in qualche modo già il successore spirituale del compianto Philip Seymour Hoffman. Nel recente In Civil War di Garland, come del resto fa anche in Killers of the Flower Moon di Scorsese, ha dimostrato di saper dominare la scena e rendersi iconico pur in un ruolo di pochissimi minuti. Qui zompetta dal ruolo di vittima a carnefice più volte, indossando come svestendo i ruoli con una disinvoltura assoluta. 

Dafoe con Lanthimos si sta invece felicemente sempre più trasformando in Vincent Price: un grande vecchio saggio del cinema che non disdegna i ruoli più folli e sa infondere umanità attraverso anche la sua fragilità. Dafoe qui non teme mai di mettersi a nudo e con generosità si lancia nei ruoli più eccentrici, passando con disinvoltura da mite a luciferino a un assurdo santone con vocazioni imprenditoriali. 

Tutto il cast si sdoppia e triplica, veste ruoli sempre più distanti e quasi antitetici ai precedenti, “gioca”, che è nel senso più nobile il mestiere di attore, con i mille stati emotivi. Nessuno si sottrae a questo strano tour de force, gioiosamente finendo con il perdendosi dentro. 

È anche qui presente l’erotismo quasi “plastico e poco accalorato”, tipico del regista greco, che ancora una volta viene affrontato sulla scena da tutti senza tabù.

Alcuni personaggi sono posti davanti a scelte morali impossibili, come ne Il sacrificio del cervo sacro. Ogni attore viene chiamato a esprimere con convinzione i diversi “punti di rottura”: che spesso riguardano il modo in cui la religione prova a duettare con il caso e il caos, alimentando continue pulsioni morali quanto amorali. 

Non ci sono eroi positivi in Kinds of Kindness, quanto piccoli “mostri” come quelli di Dino Risi, che il cast riesce a tradurre con un particolare gusto dell’eccesso, portandone in superficie fin dalle più piccole crudeltà e meschinità. 


Il musicista Jerskin Fendrix, già compositore per il Lanthimos di Povere Creature! di una colonna sonora stranissima che a piene mani citava L’uccello di fuoco di Stravinskij, qui “cambia tutto”, si fa “ultra pop”. O meglio “ritorna ultra pop”, come nel suo album di pop sperimentate del 2020 , Winterreise. Si dice che Lanthimos lo abbia fatto esordire al cinema come compositore, proprio dopo l’ascolto dell’elettro-punk di Winterreise: uno stile e sonorità che qui si fondono felicemente anche con la pop music anni ‘80. 

Tra i molto brani “storici” presenti nella soundtrack fa sopratutto bella mostra di sé Sweet Dreams (Are Made of This) degli Eurythmics, che può essere a tutti gli effetti intesa quasi come un manifesto programmatico degli intenti di Kinds of Kindness. Forse  la sua più sottile (non)guida alla (in)comprensione. 

Come il testo della canzone, il film ci parla di “dolci sogni” (che spesso sono declinati come sogni di potere) e di come qualcuno per terra e mare li stia cercando di realizzare. In virtù di questo sogni, qualcuno vuole usarci o farsi usare da noi, qualcuno vuole abusare o essere abusato da noi. La canzone invita a “tenere la testa alta” e ammonisce a “passare oltre”, senza ossessionarsi.

Ma questo di fatto non riesce ai personaggi sulla scena. 

Come in parte non riesce neanche agli spettatori, grazie ai nostri mattacchioni amanti delle olive greche, che di fatto “ci proiettano” in tre sogni diversi quanto studiatamente criptici. Forse il “dolce sogno” può essersi declinato per Lanthimos, attraverso gli Eurythmics, nel “potere stesso del cinema”: nella sua capacità e indole di raccontare storie attraverso regole proprie, facendoci immedesimare in situazioni “volute e comandate” da altri. Situazioni spesso “cattive” come quelle dei film horror e del cinema dell’assurdo in genere, che possono essere del tutto separate gioiosamente dalla logica, rimanendo significative e intriganti in quanto tali. In una parola: greche.  

La soluzione come sempre è accettare la provocazione per quello che è: un gioco.

Per una volta, grazie a Lanthimos, non ci addormentiamo in sala come troppo spesso inizia a succedere per molto cinema attuale. È oro colato, in un mondo ricoperto da politically correct e idee trite, venire qui consapevolmente tritati da un frullatore narrativo caotico, costantemente messo a velocità massima, che ci fa schizzare tra idee e suggestioni sempre stimolanti quanto amabilmente contorte. 

Torniamo a casa e il film ce lo portiamo dietro e dentro, “ci fa peso”(anche solo per la mezza incazzatura), come una bella scorpacciata di olive. 

Se vi piacciono le olive e non temete il non-sense, se amate le interpretazioni sopra le righe e le trame piene di simbolismo fuorviante, se non avete paura di farvi una risata liberatoria quando il film continua a “prendervi in giro”, Kinds of Kindness fa per voi. 

Fate dolci sogni, comprendere i sogni per quello di cui sono realmente fatti e dateci il giusto peso, come cantavano gli Eurythmics. Per il resto divertitevi. 

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giovedì 13 giugno 2024

L’esorcismo - Ultimo Atto: la nostra recensione del film, in parte horror e in parte “biografico”, di M.A. Fortin e Joshua John Miller, con protagonisti Russell Crowe e Ryan Simpkins



È notte fonda, il freddo è pungente, tutto è avvolto dal silenzio.

Un prete si fa largo tra la nebbia, recita concentrato delle preghiere e poi senza fermarsi entra in una casa di tre piani con giardino. Si sta preparando un esorcismo per salvare la vita di una ragazzina posseduta da un diavolo. 

Poi il prete impreca. Ha sbagliato qualcosa. Non si trova in una vera casa indemoniata, ma sul set silenzioso di un film, fuori dall’orario consueto delle riprese. Non è un vero prete esorcista ma un attore che sta provando il suo ruolo, ha dimenticato la parte e in qualche modo così, imprecando, si è “burlato del rituale”. 

D’un tratto vediamo il quadro di un demone dall’aria adirata. Forse solo un oggetto di scene grottesco. Le luci si spengono. L’attore viene buttato giù dal terzo piano della scenografia, nel vuoto. 

Esistono film dell’orrore maledetti come Poltergeist. Film che durante la lavorazione sono afflitti da continui incidenti, anche mortali, come se fossero stati in grado di evocare nella loro messa in scena, tra realtà e immaginazione, dei veri demoni. 

L’attore che interpretava la parte dell’Esorcista muore forse per mano di un demone che aleggia sul set. O forse è solo inciampato. Si va avanti.

Si offre la possibilità che a interpretare quella parte sia un altro attore, una “nuova vittima”.

Il prescelto è Anthony (Russell Crowe), un attore decaduto e già finito tra le braccia del demone dell’alcol, dopo la prematura scomparsa della moglie. Ha cercato di rimettersi in sesto e ora è accudito dalla figlia Ryan (Ryan Simpkins, conosciuta per la serie horror Fear Street Trilogy e per Revolutionary Road), che lo aiuta a ripassare battute che non riesce più a memorizzare bene come un tempo, in attesa dell'audizione. La sua grande rivalsa. 

Lee è felice per lui e potrà incontrare magari sul set la cantante Blake (interpretata dalla cantante Chloe Bailey), di cui è grande fan, che qui esordisce al cinema nel ruolo di “posseduta”. Il provino sembra andare decisamente male. 

Il regista Peter (Adam Goldberg), scontento, inizia a insultare, umiliare e far arrabbiare Anthony. Gli ricorda che è un fallito, un ubriacone, un uomo che non ha più motivo di vivere. Minuto dopo minuto l’attore appare sempre più confuso e afflitto. 

Lee non capisce cosa stia succedendo, sembra quasi che non senta gli insulti rivolti al padre. Dal modo di parlare confuso, guardandolo, che il padre, per “sostenere lo stress”, abbia ripreso a bere, tornando a duettare con il suo demone.

Ma i demoni non esistono. Lo sottolinea più volte alla festa per la ripresa del film il consulente religioso, padre Conor (David Hyde Pierce), di fatto più che un pastore tradizionale un laureato in psicologia (Hyde Pierce ha impersonato l’ironico psicologo Fraiser nelle serie tv Cin Cin e nel suo spin off Fraiser), che ha abbandonato da tempo le suggestioni del folklore. La parte principale del grande esorcista è di Anthony, mentre nel ruolo del giovane apprendista c’è il giovane attore Joe (Sam Worthington, l’attore protagonista di Avatar), che è voluto diventare attore proprio guardando recitare Anthony, quando era una star dei western. 

L’incidente sul set sembra dimenticato in un lampo, ma ne seguiranno di nuovi.

Lee nei giorni successivi proverà sempre più paura a condividere la casa con il padre. Anthony di notte vaga in stato di trance per il palazzo. A volte parla alla figlia come se non fosse lui ma un estraneo, subdolo e volgare, con una voce quasi diversa. Sul set momenti strani di tensione, incidenti e blocchi improvvisi delle riprese si susseguono. Il quadro di scena del demone protagonista del film, intanto, se la ride. 


Il regista Joshwa John Miller, dopo una intelligente e divertentissima commedia horror/slasher, The Final Girls, super meta-cinematografica e ultra-citazionista, torna a scrivere insieme al suo sceneggiatore e compagno di vita, M.A.Fortin, un nuovo film dell’orrore. Questa volta non abbiamo a che fare con grossi e maneschi epigoni di Jason Voorhees alle prese con adolescenti discinte, nella cornice pop di un horror anni ‘80, ma siamo nell’ambito dei “più seri” film sugli esorcisti ed esorcismi anni ‘70. Erano film sulla fede ma soprattutto sul “potere”, sulla manipolazione della società ai danni delle persone comuni. 

Ne nasce una pellicola ancora una volta stratificata, curiosa e personale, di stampo ancora più marcatamente “autobiografico”.

Joshwa John Miller è infatti il figlio di Jason Miller, attore vincitore del premio Pulitzer per la recitazione nel '73, per la sua interpretazione del ruolo di padre Merrin ne L’Esorcista di William Friedkin. 

Già in The final girls il regista ci parlava della difficoltà per un figlio di vivere il suo rapporto con un genitore-attore, spesso lontano e sfuggente, di fatto cercando “per conoscerlo” di sovrapporre “quanto più possibile” il suo ruolo del genitore con i molti suoi ruoli sullo schermo. Vivere a fianco di Jason Miller, come figlio, non deve essere stato per Joshwa particolarmente semplice. L’attore, scomparso nel 2001,  era un perfezionista, per molto versi un genio, ma che ha avuto anche molti momenti di crisi, sbalzi d’umore, depressione e tanti demoni personali “oltre a Pazuzu”. 

Nel rapporto tra i personaggi di Lee e Anthony, che risulta la parte più interessante, sentita  e profonda del film, Miller sembra rivivere parte di quel rapporto travagliato tra padre e figlio, affrontando anche temi complessi come le dipendenze, ma anche  la difficile accettazione del padre della sua omosessualità. 

Il “film nel film”, quello che affronta sulla scena l’attore fallito Anthony, è poi a tutti gli effetti una reinterpretazione libera de L’Esorcista di Friedkin, e diventa minuto dopo minuto una dantesca discesa agli inferi, tra i demoni dell’alcol e quello del set maledetto, dove realtà e finzione continuamente vanno a confondersi e sovrapporsi. 

Anthony e Lee vagano insieme sulla scena, legati a inesplicabili “radici del male”, profonde quanto personalissime, cercando in modo tenero quanto tragico di continuare a parlarsi, perdonarsi e accettarsi come famiglia. 


Il personaggio della Simpkins è il cuore della storia. Ci racconta di una giovane ribelle cresciuta per lo più da sola, che diventa caregiver del padre ma non controvoglia, materna quanto risoluta, critica e pratica. Le scene con sulla scena padre e figlia risultano sempre ben realizzate, per nulla macchiettistiche, autentiche. 

Forse è solo l’amore della famiglia, sembra dirci il regista, l’unica cura a un “male” che non sembra comprensibile neanche per la giovane scienza medica/psichiatrica, qui ironicamente “vicaria” della vecchia religione, nonché “impersonata” dall’attore che è stato il più divertente psicologo da telefilm più favola della tv, David Hyde Pierce, non riesce del tutto a comprendere. 

Anche la scrittura del suo Padre Conor è gustosa, carica di ironia ma al contempo complicata, in costante bilico tra fede e ragione, come se il personaggio fosse sempre sospeso, incerto se affidarsi ancora a dei valori forse fuori moda. Hyde Pierce interpreta questa “bussola morale spuntata” con molta raffinatezza e trasporto, cercano di far riemergere “un altruismo” che di fatto dovrebbe connotare tanto i sacerdoti che i medici. 

Il personaggio di Anthony è invece del tutto in crisi, fisica quanto spirituale, come forse si è sentito in crisi, negli ultimi anni, anche l’attore che lo interpreta: Russell Crowe. 

L’attore australiano, diventato celebre per il ruolo da protagonista ne Il Gladiatore di Ridley Scott, è con il tempo diventato celebre anche una vita fuori dal set molto turbolenta. Oggi sceglie sempre più spesso ruoli sopra le righe, in cui dà voce anche a un corpo in decadimento, a una vocazione naturale verso il b-movie. Anche la locandina de L’esorcismo - Ultimo Atto pare richiamare graficamente e grottescamente a quella di un poliziesco anni ‘70, con Crowe che impugna un crocefisso come una pistola, come farebbe Callaghan. 

Crowe si mette a nudo ed è come sempre fantastico. È “enorme e viscerale” nella “espressività caricata” dei suoi movimenti, quanto nel modo incerto e spaesato di incedere del suo personaggio. È gioiosamente teatrale nei momenti di “rabbia metafisica”, ma sa rendersi piccolo, intimo e indifeso, quando affronta con difficoltà e sincero sforzo la sua dipendenza. Come dice in una battuta meta-cinematografica il finto-regista del film: se hai un grande attore non puoi solo fare un film horror, devi fare almeno un dramma psicologico. Ed è di fatto ciò che riesce meglio qui a Joshua John Miller, anche perché sul tema “horror” tutto diventa confuso e strano proprio “nell’ultimo atto” della pellicola richiamato dal titolo. 

La parte finale, se vogliamo in linea con quanto prescrive il genere horror, è un caos fatto e finito in cui esplode tutto, regna lo splatter e la sceneggiatura non sembra voler prendere mai una direzione precisa tra realtà e finzione. Tra le righe si comprende lo sforzo di tenere insieme l’idea che i demoni dell’alcol non sono troppo diversi dai demoni di altro tipo, come il fatto che la possibilità di uscire da una dipendenza/possessione sia possibile solo grazie all’aiuto, e spesso sacrificio, di altre persone amiche. Ma i tempi narrativi sono forse troppo concitati, la messa in scena forse eccessivamente confusa e sarcastica il “demone” troppo raccontato, quasi reso una macchietta ciarliera e depressa. 

Per un attimo sembra di tornare dalle parti della commedia horror di The final Girls, ma questo cambio di registro (forse necessario al regista/sceneggiatore per prendere maggiore distanza tra storia personale e realtà filmica) è forse troppo ardito e sconclusionato.  

Nel plot-twist finale la struttura si riprende, con una scena dal gusto gioiosamente eccessivo degno degli horroracci del passato, ma l’ultimo atto de L’esorcismo - ultimo atto ha infine il retrogusto della peperonata e di fatto butta un po’ via molto del fascino complessivo dell’opera. O per lo meno rende parecchio strano e un po’ sconclusionato il tutto. 

Non è un film perfetto, ma un film che per tre quarti ha una direzione interessante e attori interessanti. Tre quarti di pellicola che sanno raccontare l’intimità di una famiglia, i dolori delle dipendenze, il senso di vuoto e sconforto nel ritrovarsi nel mondo senza avere i mezzi per rialzarsi da soli. 

Poi arriviamo all’ultimo atto e serve un po’ di ironia a farci i conti. Ma chi è in grado di farlo potrebbe dimenticarsi presto dell’ultimo miglio della pellicola, considerando un bilancio generale infausto ma forse a tratti non così disastroso. 

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lunedì 10 giugno 2024

Abigail: la nostra recensione del nuovo, divertente, “ludico” e adrenalinico horror firmato dai “Radio Silence”,con protagonista una piccola e sorprendente “vampira- ballerina” interpretata da Alisha Weir


America dei giorni nostri, stato di New York.

Sembra un piano semplice quanto squallido: un piano pensato per persone disperate e derelitte che non hanno nulla da perdere e pochi rigurgiti di coscienza. 

Bisogna rapire una ragazzina di ricca famiglia (Alisha Weir), alla fine della sua ora settimanale di danza classica presso il teatro cittadino, quando ancora è in tutù e l’anziano autista la sta aspettando all’uscita, con la portiera di una auto da ricchi aperta. La ragazzina va legata e messa in un furgone nero, portata in una magione isolata e in una stanza ancora più isolata, in attesa che il padre paghi il riscatto nel giro di poche ore. Soldi facili, tanti, con minime precauzioni: tutti devono portare dei passamontagna, almeno durante l’azione e la gestione dell’ostaggio e poi aspettare. Aspettare e basta. 

Gli uomini in campo non si sono mai visti prima, sono stati selezionati personalmente da un uomo misterioso (Giancarlo Esposito) apparentemente a caso e sembrano “fin troppi” e “fin troppo assurdi” per questo tipo di missione. Hanno pochissime informazioni su quello che dovranno realmente fare, usano per comunicare tra loro nomi fittizi come ne Le Iene di Tarantino, scherzano molto per stemperare tensione e l’imbarazzo, nessuno in fondo si fida di nessuno. 

La donna che si fa chiamare “Joey” (Melissa Barrera, vista negli ultimi Scream), sembra calma e tranquilla, quasi professionale, come se rapisse bambine da sempre. Il taciturno e sospettoso “Rickles” (Will Catlett) non sembra voler mai abbassare il fucile che impugna, fiuta ogni pericolo in modo ossessivo e sembra sempre sul punto di esplodere. La bionda e svampita “Sammy” (Kathryn Newton) sembra essere, come dice, una esperta hacker informatica, ma nell’aspetto ha poco di professionale. L’autista “Dean” (Angus Cloud, simpatico e giovane attore scomparso tragicamente di recente) sembra fin troppo calmo e rilassato. L’elegante “Peter” (Kevin Durand) sembra dispensare tranquillità e charme con il suo modo lento di parlare e i suoi sguardi altezzosi come il completo firmato che indossa. Il solitario “Frank” (Dan Stevenson) dietro ai suoi rassicuranti occhiali da nerd appare misterioso quanto sembra affidabile.

Il piano riesce: l’autista che sembrava troppo vecchio e anziano per reagire di fatto lo era. La ragazzina sembra docile, peserà 30 chili, non sembrano esserci quasi anima viva o telecamere attive nei paraggi del rapimento, anche grazie a Sammy. In un attimo sono a destinazione in quella che appare come una gigantesca villa di lusso. Basta ora solo “aspettare”, tra un drink e l’altro, in una sontuosa sala adibita a bar con biliardo, per poi passare all’incasso a giochi finiti. 

Joey fa subito amicizia con la piccola Abigail, che pur legata e relegata in una stanza del sottotetto “concordata”, sembra confermare di essere una dolcissima ragazzina indifesa, nella media di ogni ragazzina indifesa delle scuole elementari. 

Il fatto è che, in fondo, in quella casa tutti “sembrano” qualcosa di diverso da ciò che sono. Anche la casa stessa, una villa troppo sontuosa e troppo eccentrica per essere stata scelta così a caso. 

Le apparenze ingannano. L’attesa perché le maschere cadano dura poco. Abigail rivela presto, prima tra tutti, chi è veramente.

La villa in un istante si trasforma in una trappola mortale. Porte e finestre vengono blindate dall’esterno con congegni meccanici e questi strani criminali rimangono chiusi dentro, “rapiti loro”, a loro insaputa, da una piccola ballerina che in realtà è un vampiro centenario assetato di sangue. Un vampiro che ama “giocare con il cibo”, un vizio che sembra non abbia abbandonato da quanto era ancora un essere umano. Così di colpo sembra che il film si sia trasformato in un estremo gioco al massacro da vivere rigorosamente “Dal tramonto all’alba”, per dirla come farebbe il regista Robert Rodriguez. Un film dove i “cattivi” scopriranno presto cosa significa diventare vittima di un ingranaggio alimentare inaspettato: da prede a predatori. 

Chi sopravvivrà? 


Tornano al cinema quei pazzerelli dei “Radio Silence”, per l’occasione oggi  in una “formazione a tre” classica, derivante dai loro primi prodotti amatoriali (dei corti “prank” che si trovano ancora in rete), composta dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett e dallo sceneggiatore Guy Busick. 

Come gli Astron-6, i Radio Silence sono da sempre super cultori e fruitori compulsivi di tutto il cinema “di genere”, specie i B-movie, nonché dei simpatici giocherelloni le cui opere nuotano consapevolmente felici tra action, horror e commedia, tra mille citazioni e tanta voglia di incasinare i generi, mischiando a più non posso fonti, temi, fotografia. 

Li abbiamo visti produttivamente e artisticamente guidare una piccola rivoluzione nell’ambito del new-horror, dando voce a nuovi o poco noti piccoli/grandi registi, con la bellissima opera collettiva antologica “a puntate” V.H.S. Li abbiamo visti imbarcarsi nel demoniaco e forse troppo goliardico Devil’s Due, La stirpe del male, per qualcuno uscito come un disastro e qualcun altro come un “amabile disastro”. Li abbiamo visti riprendere punti e ispirazione nel genuino e crepuscolare Southbound, una mini raccolta di storie “on the road”, su una route 66 che omaggiava con garbo a amabile disperazione H.P. Lovecraft. Li abbiamo ri-visti, sempre più in forma, mentre nel 2017 iniziavano a lavorare al Thriller sulle “final girl toste” (post You are Next) Ready or Not, consacrando Samara Wearing a nuova e definitiva final girl del genere horror slasher, nello stesso anno in cui l’attrice australiana realizzava anche The Babysitter

Sono poi tornati a produrre un nuovo trittico di film a episodi della serie V.H.S. (Che aspettiamo presto in italiano in home video) e nel mentre sono arrivati a realizzare un po’ il sogno di tutti i registi horror moderni: i capitoli 5 e 6 dell’amatissima saga “meta/slasher” di Scream, di Wes Craven e Kevin Willamson. Nel pieno rispetto dello stile originale, goliardico quanto pieno di colpi di scena e splatter, i Radio Silence riuscirono nel miracolo di far ripartire il brand, iniziando un sodalizio che sembra continuerà anche con il numero 7 .

Che cos’è quindi Abigail

È un’altra occasione di divertirsi girando un action-horror dai toni scanzonati. Per qualcuno, specie per la parte produttiva  targata Universal, è stato inizialmente visto come l’occasione di portare nella modernità un classico come Dracula’s Daughter, puntando più o meno a un re-fresh come The Invisible Man.


Abigail è 
forse anche “produttivamente e necessariamente” un’opera scanzonata, che viene schedulata proprio per “prendere tempo” in attesa dei tanti casini inaspettati dietro alla produzione di Scream 7, un po’ come Malignant per James Wan o Sleepy Hollow per Tim Burton erano stati una felice pausa tra progetto travagliati. Scream 7 dal 2021 ha infatti generato infiniti mal di testa generali, non ancora del tutto risolti: dalle “dichiarazioni scomode” di alcuni attori che poi la produzione ha dovuto allontanare a repentini cambi di regia e progetto, passando per irreperibilità varie (la coprotagonista Ortega è ora diventata star della serie Mercoledì) e voglie fuori tempo massimo di ritorno alle origini. Insomma “Vi faremo sapere” ed ecco nascere l’idea per Abigail, che eredita di fatto, anche in una positiva “prospettiva sindacalista”, gran parte del gruppo di lavoro degli ultimi Scream ora rimasto fermo in stallo. 

Abigail è, dal punto di vista del “soggetto”, un altro grande omaggio dei Radio Silence al genere slasher, condito da tanta azione e humor. Un omaggio con l’intento di miscelare le atmosfere del genere “vampirico scanzonato“, con più di un rimando a Dal tramonto all’alba di Tarantino e Rodriguez, con una estetica generale e una idea di azione che spinge moltissimo verso le atmosfere da “videogame”. 

L’accattivante quanto “sovraccarico” scenario della vicenda, realizzato ad hoc a Dublino da un reparto artistico molto nutrito e fantasioso, è una “eccentrica e sfarzosa magione gotica” in cui i personaggi sono chiamati a sopravvivere e magari “scoprire dei segreti”, muovendosi tra suggestioni ambientali che ricordano il classico primo Resident Evil di Capcom quanto la sfarzosità da “parco di divertimenti” del giocattoloso (e bellissimo) film di fantasmi Haunting di Jan de Bont. 

La villa di Abigail è così piena di personalità, mille particolari ed enigmi, da risultare a tratti anche una enorme “Escape room”, in grado di cambiare “quasi organicamente” forma e suggestione ad ogni stanza, grazie anche alla buona fotografia di Aaron Morton. Allo stesso modo, come avviene oggi per molti videogame moderni come Outlast e Poppy Playtime, a volte i movimenti e azioni dei personaggi sulla scena sono ripresi da una telecamera che ne simula la soggettiva o li inquadra alle spalle, mentre vagano da soli nella villa avanzando con torce e pistole. Per comunicare a distanza tra loro usano una radio, scambiandosi classiche “tattiche nerd contro i vampiri” e tanta ironia: esattamente come farebbero dei gamer per stemperare la tensione generale. 


Non poteva mancare, proprio per dar corpo a tutta la tensione generale, una “creatura di peso”, una villain abbastanza pericolosa ma anche affascinante in modo sinistro, che potesse essere in grado di stregare e dominare la scena senza abbassare mai il senso di sfida e pericolo. 
Fin dalla sua piena “trasformazione”, la piccola Abigail incanta, per teatralità quanto sarcasmo.

Prima che inizi ogni sua mattanza parte in filodiffusione un’aria classica stile Il lago dei cigni. Abigail balla e piroetta in aria iniziando a volare, vorticando come un twister pieno di denti aguzzi, tutù e scarpette. È quasi impossibile fermarla, ha poteri di controllo mentale, è in grado di “creare” dei seguaci non-morti mordendo al collo ignare vittime, conosce ogni scorciatoia e trappola della casa. 

Alla sua fisicità esile, la voce infantile e una espressione del viso quasi dolce, si alternano una trasformazione di grande impatto ma allo stesso tempo anche una ben nascosta ma suggestiva dimensione da donna adulta “condannata a un corpo di bambina”, insoddisfatta e vendicativa come la malinconica e indimenticabile Claudia, interpretata da una piccola Kirsten Dunst, di Intervista col vampiro di Anne Rice e Neil Jordan.  

Fin dal primo istante riesce a diventare iconica e riconoscibile in ogni movenza, battuta e “stranezza”, come la M3gan di Johnstone e Wan. 

A interpretarla è la  bravissima e già lanciatissima protagonista nel nuovo musical Matilda, Alisha Weir, da cui ci aspettiamo fin da ora grandissime cose per il suo futuro di attrice. 

Il cast annovera un gruppo di attori molto affiatato e divertito, impegnato “ritualmente“ (per dirla come in Cabin in the Woods di Goddard) nell’impersonare quelli che sono gli ormai classici e codificati “personaggi da film slasher”. Si segnalano almeno due ottimi caratteristi: l’elegante Giancarlo Esposito e il simpaticamente esagitato Kevin Durand (sugli schermi anche come interprete digitale di Proximus Caesar nell’ultimo Pianeta delle Scimmie). 

Nel ruolo della “protagonista” Joey c’è la brava Melissa Barrera, che torna in un film dei Radio Silence dopo il suo ruolo di “final girl” in Scream 5 e 6

Dan Stevens, smessi i panni dell’assurdo epigono di Ace Ventura per l’ultimo Godzilla X Kong, torna ai ruoli sinistri e ambigui come ai tempi di The Guest di Adam Wingard e gli riesce bene. 

L’impressione dello scrivente è che Abigail puntasse a essere un film semplice e divertente fin dalle premesse, di fatto seguendo in modo chiaro, punto per punto, tutti gli aspetti e “passioni” della filmografia dei Radio Silence. Un “giocattolone” così consapevole di se stesso, divertitamente “ludico” e carico di battute, che c’è seriamente da stupirsi di come qualcuno credesse di trovare in sala il nuovo Nosferatu di Robert Eggers o Vampires di Carpenter o suggestioni da Ragazzi Perduti

Abigail non è ne pretende di essere mai un film rivoluzionario, quanto una gioiosa e spensierata macchina da popcorn. Siamo fieramente nel b-movie satirico di lusso stile Ammazzavampiri, Renfield, Vamp, Per favore non mordermi sul collo e per appunto dalle parti di quel dissacrante “pastiche” di Dal Tramonto all’alba.


Un
Dal tramonto all’alba che sembra condividere quasi lo stesso mondo narrativo e che viene “citato” anche nella similare campagna marketing: da un trailer che “svela subito” la natura di film action/vampirico dell’opera. La cosa buffa, quanto sapientemente calcolata, è che la “sorpresa rovinata dal trailer”, cioè quella di trovarsi (di nuovo) in un giocoso film di vampiri e non in un serioso film sui rapimenti come “presagito” nel primo tempo dello spettacolo, ha scaturito in parte del pubblico pari “reazioni indignate”. 

I Radio Silence oggi, come Tarantino e Rodriguez ieri, sembrano invitarci esplicitamente a divertirci abbassando ogni tipo di serietà o supposta serietà, in un mondo horror che anche oggi ama prendersi tanto sul serio. Non che sia un male, “prendersi sul serio”, quanto la necessità di affermare che l’horror qualche volta può essere anche solo divertimento, riportandoci per un paio di ore tra le risate e le scenografie plasticose di una casa degli orrori di un luna park che abbiamo visto da bambini. 

Astenersi, se non si vuole più tornare virtualmente bambini e si cerca nell’horror qualcosa di più esistenziale. L’offerta horror odierna è in grado di soddisfare un po’ tutti i gusti. Insomma tutti, dal cast alla crew al reparto marketing, sembrano essersi divertiti un mondo sul set e nella produzione. Tutto questo viene bene trasmesso in sala da una pellicola ben confezionata in ogni suo aspetto che riesce a divertire, spaventare, sorprendere con eccentricità e umorismo, nonché conferire buone dosi di adrenalina tutto il tempo. Il tutto in una laccata patina da videogame che potrebbe affascinare anche nuovi spettatori. 

Insomma, quella ormai consolidata capacità dei Radio Silence di frizionare, con disinvoltura e sprezzo del pericolo, H.P.Lovecraft e Stoker con i film action e gli American Pie, sembra anche in questo caso confermata. Per chi ha voglia di una commedia horror super leggera e veloce, con al centro un “cattivo” molto ben caratterizzato, Abigail è il film giusto. 

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domenica 9 giugno 2024

Arrivederci Berlinguer!: la nostra recensione del documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi, con le musiche di Massimo Zamboni dei CSI. In sala il 10,11 e 12 giugno

Enrico Berlinguer, una delle personalità più importanti della politica Italia del ventesimo secolo, scomparve a soli 62 anni, il 7 giugno del 1984, mentre teneva il suo ultimo comizio a Padova in Piazza della Frutta. 

Erano in vista come oggi le elezioni europee e nel mentre di un intervento molto accorato e concitato, seguito da centinaia di persone e ripreso dalla televisione, il politico ebbe un ictus. Il pubblico se ne accorse, vide il dolore insieme alla voce tremante, alle parole che senza fiato si perdevano nel fazzoletto che portava alla bocca. 

Applaudirono con fragore, con gioia e inquietudine mentre il politico si tolse gli occhiali per asciugarsi la fronte, cercando in un bicchiere d’acqua un po’ di refrigerio. Alcune voci urlarono “Basta, Enrico!”, chiedendogli di “riposare per un istante”, che “aveva già fatto molto”,  ma le parole che dovevano ancora essere pronunciare erano importanti.

Per molti versi, non piegandosi a quel male, Berlinguer sentiva lucidamente che doveva portare a termine qualcosa di più grande: quello che sarebbero state il suo lascito politico testamentale. 

Dopo essersi liberato dalla fitta profonda di quel dolore, riuscì pur nella fatica a continuare con parole che riuscirono a farsi largo tra i continui applausi: “(…) lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando, con fiducia”. In un mondo, anche odierno, in cui la politica è uno stupido e cieco “muro contro muro”, dove gli schieramenti opposti si guardano con disprezzo rinunciando a qualsiasi tipo di dialogo, che dovrebbe essere nell’interesse collettivo, Berlinguer per tutta la vita e con le sue ultime parole richiamava all’unità e all’impegno nel trovare il dialogo. 

Alla fine del comizio rientrò in albergo, si addormentò ed entrò in coma. Morì l’11 giugno, di emorragia cerebrale, dopo essere stato portato all’ospedale Giustinianeo in una situazione già molto compromessa.

Il presidente Pertini, che era anche lui a Padova, decise di portarlo a Roma con l’aereo presidenziale: “lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”. Come nel celebre 5 maggio di Manzoni, dedicato alla morte di Napoleone pur non nominandolo nel titolo, anche L’Unità titolava semplicemente con una sola parola: “Addio”. 

Il 13 giugno si tennero i funerali a Roma, a cui parteciparono le istituzioni e i capi di stato, ma anche un milione di persone, il più grande movimento mai visto in Italia per tributare una figura politica. Intorno a Berlinguer c’era una nazione unita che lo vedeva come un figlio, un amico fraterno e un compagno. Vennero da tutti i luoghi e con tutti i mezzi di trasporto possibili. 

L’Italia si fermò per un giorno. 

Molti fecero delle collette per pagarsi il biglietto o viaggi di tantissime ore, pur di esserci. Le telecamere ripresero volti e parole di adulti come di bambini, appartenenti a ogni provincia, ceto sociale e schieramento. Portavano tutti bandiere, commozione e orgoglio, muovendosi ordinatamente come un unico grande fiume tra le strade principali della capitale. C’erano persone e bandiere a mezz’asta a ogni finestra, alcuni si arrampicavano su lampioni o terrazzamenti per vedere meglio o depositare striscioni. La città scoppiava di vita e le telecamere delle tv erano ovunque, a documentare un amore che andava oltre ogni bandiera politica. 


Cinquanta minuti.

Questa è la durata di questo particolare tributo a Enrico Berlinguer confezionato da Michele Mellara e Alessandro Rossi. 

Sono filmati di repertorio, legati a un lungo speciale tv sulla vita e sul funerale di Berlinguer, realizzato anni prima a più mani, che in questi 50 minuti vengono sintetizzati e strutturati in un modo inedito. Nel documentario sono presenti poche, essenziali, interviste e comizi, anche se è presente il celebre e caloroso incontro di Berlinguer con Benigni. 

Il Focus è però sul popolo raccontato da queste immagini: reale, “vivo”, sanguigno e addolorato. Un popolo autentico e senza filtri, intento a dimostrare riconoscenza e grande amore nei confronti di un politico, come mai era accaduto prima nella Storia. È lo spaccato di una Italia a cui importava ancora della politica, forse per la “caratura” di protagonisti che oggi latitano o non riescono ad essere chiari e incisivi come Berlinguer. 

Un popolo in lutto protagonista, accompagnato nelle sue emozioni dalla trascinante e malinconica colonna sonora di Massimo Zamboni. È una colonna sonora che si fa voce a sé, originale quanto trascinante con le sue chitarre distorte e l’animo psichedelico. 

Un ritmo struggente e malinconico. 

Arrivederci Berlinguer! è quindi un’“opera rock”. Una opera rock già di successo, in quanto prima del film questo lavoro è già stato portato a teatro, con Zamboni che suonava e improvvisava dal vivo commentando le immagini. 

Per il film Zamboni ha realizza anche materiale nuovo, come del resto quando faceva parte del gruppo CCCP aveva scritto la canzone “Svegliami”, sempre dedicata a Berlinguer.

C’è da dire che questi funerali di Stato nel tempo hanno ispirato anche canzoni come “I funerali di Berlinguer” dei Modena City Ramblers, “Dolce Enrico” di Antonello Venditti, “Qualcuno era comunista” di Gaber, “Nel tempo” di Ligabue, “1948” di Salmo.

La musica non ha dimenticato.

C’è stato anche un film di Walter Veltroni, ambientato durante il funerale, ma l’opera cinematografica di  Michele Mellara e Alessandro Rossi, con le musiche di Zamboni e i filmati di archivio, è qualcosa di diverso da un documentario come da un film: diventa trascendente e fuori dal tempo come la versione rock dei Queen di Metropolis di Fritz Lang. 

Ci sono certo “le parole”, di forza e cordoglio, della gente comune come del politico, ma la musica trasforma gradualmente tutto in flusso, avvolge e mischia le emozioni in un viaggio quasi sensoriale, quasi come una puntata di Fuso Orario di Enrico Ghezzi dove la Storia e il pop si sovrappongono e confondono, diventavano nel montaggio sorprendenti collage sovrapposti che comunicano solo contaminando tra linguaggi nuovi.

Arrivederci Berlinguer! è un unicum, come un unicum era il fiume umano che simile a un unico coro si è mosso verso Roma, il 13 giugno, per confluire unito in un’unica voce alla salma di un politico unico nel suo genere: un uomo al quale era davvero difficile volere male. Un politico quindi “di altri tempi”, ma che forse può ispirare ancora per il futuro, smuovendo gli animi con la forza di quel comando imperativo: “lavorate per dialogare!”, che oggi sembra quasi impossibile. 

Non solo un documento per nostalgici, ma anche una pellicola che può ispirare. 

Un agrodolce arrivederci. 

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