lunedì 24 giugno 2024

L’impero: la nostra recensione del surreale film di Bruno Dumont con Brandon Vlieghe, Anamaria Vartolomei, Camille Cottin e Fabrice Luchini


Siamo nella Francia del nord, in piena estate, ai giorni nostri.

In un piccolo paesino di pescatori della Cote d’Opale, che come ogni anno si anima di colpo di giovani e belle turiste mezze nude, con la voglia di stare in spiaggia sotto l’ombrellone, si fanno i preparativi per l’apocalisse.

È nato il signore del caos e ha occhi azzurri e capelli biondi, un viso un po’ a patata.

Il padre, Jony (l’attore non professionista Brandon Vlieghe), che dovrebbe essere tipo un grande ufficiale dell’impero degli “zero”, è un tizio sulla trentina davvero bruttarello e anonimo, perennemente in tuta da ginnastica, che tutto il giorno traffica con delle barche e sembra non aver fatto altro tutta la vita. Ha una voce demoniaca, riesce a sedurre un numero incredibile di donne bellissime con quella che appare ipnosi. Ma in fondo vive con la anziana madre in una casetta fatiscente come mille ragazzi della zona, anche se è saltuariamente al comando di quattro vecchietti amanti dei cavalli. I contatti con i capi avvengono nei pressi di un boschetto poco distante dal paese, in una dimensione parallela piena di sfere fluttuanti e parlanti nere e brutte come piccolo sacchi della spazzatura, che vivono all’interno di una specie di reggia/astronave spaziale. 

Chi contrasta la fine di tutto è Jane (Anamaria Vartolomei), una angelica fanciulla della razza degli “Uno”, perennemente mezza nuda, che fa affidamento come alleato quasi solo su un bambinone non troppo cresciuto, Rudy (l’attore Julien Manier) che ama le spade laser e la fantascienza e anche lui vive con la mamma a pochi passi da Jony. La creatura angelica riporta a una dimensione parallela poco distante dalla riva, a cui si accede con un passaggio subacqueo. È un luogo simile a una chiesa, in cui vivono fluttuanti e parlanti sfere blu acceso simili a mappamondi. 

Sono secoli e secoli che soldati di ambo gli schieramenti aspettano dallo spazio l’arrivo del grosso delle truppe delle rispettive razze. 

Alla resa dei conti finale manca davvero pochissimo, al punto che si materializzano nei rispettivi palazzi anche i comandanti spaziali in capo. Da un lato c’è Regina (Camille Cottin), che ama così tanto passare del tempo con i terrestri che si è fatta eleggere pure sindaco del paesino. Dall’altro lato c’è Belzebuth (Fabrice Luchini), che detesta i terrestri e preferisce stare isolato nel suo palazzo di potere spaziale, ascoltando creature sonore e ballando in vestiti eccentrici, in attesa di distruggere ogni cosa.

Le interferenze con la realtà di questi due eserciti extra dimensionali, che si affrontando tra le strade e la spiaggia mettendo sempre più tutto a ferro e fuoco, iniziano a creare un caos che non fa bene al turismo locale, scatenando incidenti sempre più curiosi, sui quali cercheranno di indagare i poliziotti un po’ rintronati Carpenter (Philippe Jore) e Van der Weyden (Bernard Pruvost), per lo più arrivando a conclusioni surreali. 

Il giorno dello sconto finale si avvicina e Jony e Jane iniziano a pensare alla possibilità di passare il tempo “in modo diverso”, rispetto dall’annientarsi a vicenda. Sarà una tregua o nella Cote d’Opale finirà per sempre la storia della razza umana?


L’impero arriva nelle sale in quel di giugno come un autentico “ufo”: un curioso oggetto filmico poco identificabile. 

Arriva come vincitore a Berlino con motivazioni forse troppo criptiche o troppo “alte”, pur avendo una estetica del tutto diversa da qualsiasi film che vince a Berlino.

Arriva letteralmente sbudellato in due da critica e pubblico, divisi fino alla morte tra chi ne è rimasto “comunque affascinato” e chi piuttosto un po’ inorridito.

Arriva quasi di nascosto, come un guilty pleasure in poche sale. 

“Cos’è di preciso” L’Impero, è materia complicata. 

È pieno di navi spaziali di cartapesta, donne semi nude come nella fantascienza sexy anni ‘70, personaggi buffi ai limiti della macchietta e una sceneggiatura a tratti sgangherata quasi da film indipendente Troma. È ricco di attori importanti del cinema francese ma nel cast figurano anche esordienti assoluti, di fatto trovati sui luoghi delle riprese in corso d’opera. 

È forse un fantasy un po’ antipatico e girato con tre lire che ci racconta di quanto, fuori dall’estetica laccata che costa svariati miliardi, tutti i fantasy sono concettualmente di fatto antipatici e “se la tirano molto” più sulla rappresentazione che sui contenuti?

È forse un film che usa attori di strada in ruoli principali anche “favolistici”, come faceva Pasolini, in cerca di una purezza che si è persa nello star system attuale, ma che non rinuncia a grandi attori come Luchini e la Cottin in piccolissimi ruoli eccentrici? 

È un film sulla religione o la politica, il bene o il male, gli uni o gli zero e in genere tutti gli “opposti”, che vivono costantemente come diadi inconciliabili, dove in fondo però tutte le idee più estreme possono convivere grazie al “sesso”, con chi la pensa diversamente? 

È quindi un film d’amore vero contro spade laser e concetti metafisici farlocchi?  

È un film sull’attualità o un film che in fondo riporta argomenti vecchissimi di anni? 

Ma poi, a che razza di pubblico è rivolto? Al “pubblico di razza” dei cineforum o a chi i cinefili più duri e puri dicono “ma che razza di film stai guardando?” puntando l’indice a chi ama il disimpegno cinepanettonico? 


Quasi lo percepiamo, a chilometri di distanza e da quella prima uscita alla Berlinale, Bruno Dumont che se la ride. 

Lo fa di gusto, per tutto il caos gioioso e anarchico che ha messo sulla scena nelle effettivamente “importanti” 2 ore e dieci di durata della pellicola. Minuti a tratti concitati ma spesso interminabili, meditabondi, quasi muti, in cui i protagonisti si limitano a spostarsi da un luogo di cartapesta e l’altro come in quel grande “film sul trekking” che per Kevin Smith, in un celebre e irriverente commento, era Il signore degli anelli

Anche per inquadrare le astronavi e le basi degli Zero e degli Uno per intero occorrono lunghissimi minuti che parodizzano la stazza degli incrociatori di Star Wars come faceva lo Space Balls di Mel Brooks. 

Però qui tutto è visibilmente finto. Gli abitacoli hanno al loro interno visibilmente delle sedie da giardino e il fatto che lo scontro apocalittico finale riguardi tue tizi che vivono con la mamma nello stesso vialetto e si menano con finte spade laser ci immerge per lo più nella trama-tipo di un episodio di South Park.

Se poi consideriamo che Bruno Dumont è famoso per qualcosa di esteticamente meno fuori dalle righe, ecco il motivo del fioccare dei capelli strappati dalla disperazione di molti spettatori, ecco le accuse di essere un “bollito”, ma non gourmet. Di fatto qui il nostro Dumont gioca con l’estremo, ma non dimentica le sue origini e le sue ossessioni. 

Le sue ultime ossessioni, per il concetto di vero vs apparenza, ce le ricordiamo dal suo precedente e ugualmente stranissimo, ma meno estremo, France. Lì una bellissima Lea Seidoux interpretava una famosissima quanto falsissima giornalista, cinica fino al midollo per la sua “fame di fama” e voglia di riflettori, incapace però di reale empatia. A causa di questa assenza di coinvolgimento emotivo, la Seidoux si “autoprovocava” emozioni, in modo innaturale, complesso, spingendo il suo corpo quasi a contorcersi pur di spremere fuori delle lacrime autentiche, in grado di raggiungere il cuore dei suoi spettatori. Era una contorsione da Body Horror ed ovviamente fatica sprecata, perché per Dumont tutte le infrastrutture emotive o fisiche, che non sono autentiche, sono prima o poi destinate a crollare o mostrarsi di colpo per quello che sono: per lo più vacue, seppur molto colorate bolle di sapone.

Anche L’impero ci parla di bolle di sapone e dello stacco crudele tra realtà e grandiosità, andando sarcasticamente a costruire uno scenario apocalittico del tutto anti-epico, spoglio quanto tragicamente, “fantozzianamente” dimesso. Lo scenario inadeguato per uno scontro che potrebbe portare alla fine del mondo: un evento di cui non importa nulla o comunque pochissimo agli esseri umani, specie nel periodo delle ferie estive, al di là di quelle tre/quattro persone direttamente coinvolte nella vicenda, in un paesino che non avrà neanche 100 anime. 

Dumont usa santi e diavoli, ma non nasconde mai l’intento di parlarci di un potere o di una classe politica attuale quanto concreta, sempre più incapace di dialogare con se stesso e tanto meno con la gente comune. Un potere temporale quanto secolare sempre più appassionato a scenari di “distruzione intergalattica”, forse anche per la sua nascosta paura di essere ora dimenticato da tutti, di liquefarsi come bolla di sapone al sole, nell’indifferenza generale di una cittadina di pescatori che anche senza diavoli e angeli potrebbe benissimo andare avanti. 

Dumont scatena così anche il più classico dei tabù in virtù del quale le persone si dimenticano del potere in genere: il sesso. È un sesso gioioso, compulsivo, del tutto intenzionato a ristabilire il primato della carne sopra una “ragione che ragiona troppo”, per colpa di un “potere sempre più alieno”, come di fatto gli Zero e gli Uno appaiono effettivamente essere “alieni”.

Il tutto viene condito poi con abbondanti dosi massicce di assurdo, mucche volanti e poliziotti surreali, sovrani intergalattici folli e ossessive manie sulla moralità o immoralità di ogni cosa. 

L’impero di Bruno Dumont è una grande pernacchia a tutto ciò che è tronfio. 

Per questo è anarchicamente sgangherato nella forma, esteticamente e artisticamente dimesso, ricercatamente grottesco e kitch, “libero” al punto da risultare antipatico specie a chi, con quel nome (“L’impero”) e quelle premesse (La “Space-opera”), si aspettava magari Star Wars che incontra Il Signore degli Anelli sul pianeta Dune. Un grandiosità di cui la Francia è capacissima in senso artistico e culturale da sempre, probabilmente la prima al mondo, ma anche una grandiosità che spesso, come insegnano i tempi recenti, può essere fine a se stessa. Una grandiosità che Bruno Dumont non vuole e quindi, umilmente, decide di “non-esprimere”, in un “Non-colossal”. 

L’invito che rivolgo al pubblico che troverà questo strano tesoro in una sala cinematografica estiva, all’ombra di un cartone animato Pixar, un action Movie e Mad Max, è quello di “vivere L’impero” anche nella sua innegabilmente e gioiosa antipatia. Guardare alle sue spade laser di plastica come a semplici spade laser di plastica, ridere per le mille gag visive che riguardano animali teletrasportati in luoghi strani, ridere di Luchini che fa il monarca spaziale, del dress code stile Barbarella degli Angeli sotto copertura, del cast di attori della proloco, della cartapesta. 

Ridere di ogni assurdo seguito da nuovo assurdo, senza cercare troppi paragoni, per infine scoprire quanto di davvero interessante e geniale questo strano hellzapoppin può offrire, nel classico stile di Bruno Dumont. 

Non per tutti, decisamente. Ma si sicuro per chi ama veder scoppiare i tabù come bolle di sapone. 

Talk0

giovedì 20 giugno 2024

The Kill Room: la nostra recensione del surreale film sul mondo dell’arte di Nicol Paone, con protagonisti Uma Thurman, Joe Manganiello e Samuel Jackson

Ci troviamo in una New York periferica dei giorni nostri, tra le strade popolari di Hoboken. 

La gallerista Patricia (Uma Thurman), che si ritiene una delle migliori professioniste nel suo campo, è in crisi. La sua pittrice di riferimento, la giovane e insicura Grace (Maya Hawke), per la quale sente una specie di affetto materno, non vende più come prima ed è scontenta del patrocinio. La galleria è sommersa da debiti, l’edificio è molto fatiscente e tutto da ristrutturare, la stagista “che sembra un minion” Leslie (Amy Kewn) non aiuta e ci sono da pagare pure i debiti di Patricia. Debiti che “in periodi di crisi” sono nei confronti di persone un po’ losche, che occasionalmente le forniscono gli psicofarmaci necessari per reggere lo stress. 

Piegarsi e vendere tutto alla civettuola gallerista rivale Anika (Drew Hamingway) sembra ormai l’unica soluzione, quando dallo scaltro malvivente Gordon (Samuel L.Jackson), all’apparenza un panettiere jiddish di Hoboken, autoproclamatosi il miglior panettiere Jiddish di Hoboken, arriva un'inaspettata soluzione. 

Anche a Gordon gli affari vanno male, specie da quando hanno arrestato gli addetti della sua organizzazione adibiti al riciclaggio. La “crisi” è per tutti, ma la soluzione può essere “l’arte”. 

Gordon pagherebbe sottobanco per dei quadri-patacca che Patricia certificherebbe come opere d’arte di svariati mila dollari e poi entrambi dividerebbero in percentuale gli utili di soldi puliti. È una truffa bella e buona, ma Patricia è una gallerista di arte moderna credibile, decaduta ma affermata, e l’arte moderna risulta “soggetta” a valutazioni spesso “fuori parametro”, che coprirebbero in parte le sue balle. 

Titubante, la gallerista accetta. 

Ma servirebbe anche trovare un nuovo artista in grado di suscitare interesse e dare credibilità al tutto, magari un tizio nuovo, misterioso e carismatico. Gordon propone Reggie (Joe Manganiello), un tizio che lavora per lui, più che altro sulla base del ragionamento che per l’arte è tirare pennellate a casaccio su un foglio. 

Reggie non ha mai espresso velleità artistiche, è più famoso come killer che usa come modus operandi soffocare le vittime con sacchetti di plastica, ma fin dalle prime pennellate a casaccio ha del “potenziale”.  Di sicuro è anche lui il migliore nel suo settore. 

Il nome d’arte scelto è “The Bag Man” (letteralmente “l’uomo dei sacchetti”) e Gordon si premura di non rivelare altro su Reggie neanche alla gallerista. 

Ma ecco che la voglia di emergere di Patricia, in coppia con la voglia di Reggie di emergere come pittore e quella di Gordon di fare soldi, iniziano a mescolare le carte.  Le opere di The Bag Man, pur poche e blindatissime, pur stranissime e per alcuni osservatori parecchio brutte, funzionano.

Succede per via di svariati giri di parole e strani e immotivati incrementi di prezzo, più il passaparola, più “il mistero”, più il fatto che ognuno ha una propria visione dell’arte. I quadri, che sembrano fatti con pennellate simili a coltellate, e poi le sculture, a base e “tema” di sacchetti di plastica rosso sangue, iniziano ad attirare l’attenzione di collezionisti e critici d’arte leggendari. Tra questi, la quotatissima e terribile Kemono (Debi Mazar), che adora Bag Man. 

A Patricia viene così data l’opportunità di allestire un'importante esposizione con performance dal vivo di The Bag Man in un museo prestigioso. Kemono vuole un'intervista esclusiva tutta per lei e questo significherà una recensione leggendaria. 

Reggie grazie a questi riflettori pensa di riuscire a cambiare vita ed estinguere i debiti con l’organizzazione. Ma tutti questi risvolti non piacciono molto ai superiori di Gordon, una famiglia di malavitosi ma anche i migliori ristoratori di cotolette di maiale di Hoboken.  

Non piace il fatto che Reggie, che era bravissimo come killer, ora non si possa più utilizzare come tale. Non piace il fatto The Bag Man vende troppo e loro non ricevano una maggiore fetta di torta. Vogliono anche loro fare e vivere di arte, come di fatto ci vivono i clienti della gallerista concorrente di Patricia, che si occupano primariamente di traffico internazionale di armi. 

Intanto tra Reggie e Patricia nasce una particolare intesa che si trasforma in breve in rispetto artistico: i lavori del killer hanno di fatto qualcosa di speciale e unico, vivido quanto disperato. Un “dolore“ che la gallerista riesce a riconoscere e apprezzare, fino a che inizia a spaventarsi e a comprendere il reale lavoro di Reggie. All’improvviso la donna capisce che Reggie è davvero un killer. 

Lo scopre in diretta streaming e ha un attacco di vomito, che esprime dentro una scultura di The Bag Man: un sacchetto rosso sangue dove immagina di vedere dentro una testa soffocata. 

Riuscirà l’arte a essere più forte di tutti questi imprevisti? 

Riuscirà The Bag Man a diventare il migliore autore di arte moderna del futuro? 


Dopo lo straordinario, bellissimo e controverso The Square, con Uma Thurman  produttrice torniamo a vedere un film “mille volti” dell’arte moderna. 

Anche se Nicol Paone a prima vista sembra confezionare un film abbastanza divertente e sopra le righe, per molti versi anche abbastanza convenzionale e non esplosivo nella messa in scena, The Kill Room è dotato di un'importante dose di cinismo e scorrettezza che ne fanno un’opera del tutto singolare, crudelmente sarcastica quanto a tratti quasi tetra.

The Square ci parlava di “spazio”, del confine più o meno valicabile tra l’arte moderna e il mondo fisico, portandoci alla ricerca di simboli, segni e forme,  che nel loro atto realizzativo “si fanno e diventavano” anche performance disturbanti degli stessi artisti, primitive quanto potenti. The Square puntava con intelligenza e ironia sul valore espressivo, sulla ricerca di emozioni forti attraverso un medium come l’arte. 

The Kill Room ci parla invece di denaro e affini, che si moltiplicano in virtù della prezzatura di un’arte nata senza intento artistico, riconoscibile però emozionalmente in termini di forza e violenza realizzativa. L’atelier del killer Bag Man è così una “Kill room”: un mattatoio dove rappresenta su tela l’unica cosa che ha imparato a fare negli anni, cioè uccidere. Tuttavia, essendo “arte moderna”, perfino la gallerista impersonata dalla Thurman ci mette un po’ a decodificare il significato delle sue opere. Per poi indignarsi. Per poi un secondo dopo ritenerle nuovamente delle belle opere e ritenere di nuovo Bag Man effettivamente un talento. 

Il film di Paone vive su continui “cortocircuiti” di questo tipo: storie di truffe e truffatori che forse non sono però del tutto accreditabili come tali “perché dietro c’è comunque del talento”. Magari non talento “a 360 gradi”, ma comunque del talento che può essere riconosciuto. 

È un film che si radica quasi su una “ossessione per il talento”, malattia di cui soffrono tutti i protagonisti sulla scena, ma che gli permette la ricerca di un loro ruolo nel mondo.

Il serafico personaggio di un Samuel Jackson è un malavitoso controvoglia, ma con grande talento è anche un panettiere. La Thurman è una pessima gallerista in bancarotta ma ha talento per dire balle. Bag Man un killer infelice, ma col talento per la pittura. L’organizzazione criminale funziona meglio come ristorazione. 

Sono tutti ossessionati dallo spreco del loro per talento. 

Un'ossessione che poi diventa talento quasi per “autocertificazione”, di fatto spernacchiando un po’ la critica e i suoi mezzi di valutazione basati su parametri “materialistici”: come la presunta “preziosità” di un oggetto sulla base di recensioni favorevoli (che si possono falsare) disponibilità sul mercato (che si può falsare), prezzo (che si può anche lui falsare), firma di un autore (falso). 


Solo dopo che sono state “certificate come  arte”, le opere di Bag Man diventano di colpo opere piene di fascino e significati profondi… che vanno anche al di là degli effettivi intenti. È solo allora che “il primitivo diventa arte”, sembra suggerire Nicol Paone. Decisamente un punto di vista scorretto, ma in qualche misura anche squisitamente “critico” di un sistema che oggi potrebbe, per qualcuno, far fatica a smentire che le cose possano di fatto accadere in questo modo. 

Interessante e davvero inquietante il ruolo di Joe Manganiello, che nemmeno per un istante assume i contorni comici che ci si aspetterebbe. Il suo Bag Man, killer sul serio con velleità artistiche, in qualche modo rimane impresso e ci fa temere sul possibile “cuore nero” degli autori di certe opere d’arte decisamente disturbanti. 

Anche il fatto che venga dipinto un mondo dell’arte in perenne balia di ricchi e loschi faccendieri mette una certa ansia, piuttosto che stimolare ironia. Adeguato, ma un po’ convenzionale, il lavoro del resto del cast.

Scorrevole la scrittura, sebbene ogni tanto il ritmo si faccia altalenante e la “transizione” tra i momenti più leggeri e quelli drammatici non sempre appaia riuscita.

L’idea alla base della costruzione del film è però davvero stimolante e fa meritare a The Kill Room di Nicol Paone almeno una visione. 

Talk0

martedì 18 giugno 2024

Dall’alto di una fredda torre: la nostra recensione del film drammatico di Francesco Frangipane con Vanessa Scalera ed Edoardo Pesce

L’insegnante di nuoto Elena (Vanessa Scalera) e l’allenatore di cavalli Antonio (Edoardo Pesce) sono due gemelli di cinquant’anni, non sposati e senza figli, che spesso si ritrovano domenica a Gubbio a pranzo con i loro genitori (Anna Bonaiuto e Colangeli) nella casa della loro infanzia.

Una domenica Elena incalza la mamma su uno dei più classici problemi morali senza soluzione:  “Entra un terrorista armato di pistola e ti intima di scegliere tra me e Antonio o ci ammazza entrambi. Tu chi scegli di salvare mamma?”.

L’argomento non piace e fa anzi un po’ incazzare. Sembrano solo sciocchezze, un po’ sulla linea ruffiana di “a chi vuoi più bene”, un po’ dalle parti del classico giochino del “chi butti giù della torre” con cui si chiede se piaccia un cantante invece che un altro. Non c’è una risposta possibile. Ma un interrogativo molto simile a questo, nonché drammaticamente reale, presto saranno chiamati a porselo proprio Elena e Antonio.

La dottoressa Lamberti (Elena Rodanicich) insieme a un collega (Massimiliano Benvenuto)  hanno da poco fatto delle analisi sui  genitori dei due fratelli.

Risulta che sono entrambi malati di una patologia rara, mortale e dal decorso veloce. Ma che è curabile grazie a un trapianto di midollo. 

Accedere alla banca dei donatori è un’impresa quasi impossibile ma Elena e Antonio sono gemelli, sono compatibili e ognuno di loro potrebbe salvare un genitore. Sembra che in mezza giornata si possa prelevare il midollo a entrambi, con un successo dell’intervento seguente dato al 98%. Poi arriva la doccia fredda: Antonio per via di una malformazione generica non può donare e Elena può cedere il midollo solo a uno dei genitori, di fatto condannando a morte l’altro.

E ora chi buttano giù dalla torre, i due figli?

Mentre i genitori sono all’oscuro di tutto, tranquillizzati dal fatto che gli esami sono andati bene se non per una leggera questione reumatica, Elena e Antonio si tormentano in attesa di prendere una decisione, che dovrà arrivare in poche ore pena l’impossibilità di intervenire. 

I due passano del tempo insieme, nella baita dove Antonio alleva i cavalli. I due stanno vicini, ma per lo più in silenzio. Quando Elena va in piscina, lo fa negli orari in cui non c’è nessuno, per potersi immergere in acqua e straniarsi da tutto il mondo. 

Antonio è per tutto il giorno distratto e assente, motivo per cui il suo cavallo bianco Dario fugge dal recinto e inizia a vagare per i monti, correndo a perdifiato e perdendo la strada di casa. Le ricerche dei giorni successivi sono lunghe e inutili. 

Chi scegliere?

Antonio un giorno compila una lista sui pregi e difetti dei due genitori: una lista sulle “tare caratteriali”, sulla “capacità di sopravvivere” di uno in assenza dell’altro, sullo stato di salute più sano, sulle statistiche di chi muore prima tra uomini e donne, su qualcosa di brutto che uno di loro gli ha fatto quando era bambino. 

La notte precedente, forse in ragione della voglia di compilazione di questa lista, Antonio si è immaginato in sogno di picchiare in volto sua madre, mentre lei lo guarda attonita. Si è svegliato nel sudore, gli sembrato di aver toccato per mano un piccolo inferno. Ma quella lista forse può essere la guida giusta.

La mamma ha un carattere forte, spigoloso e polemico, ma è anche molto legata ai valori ed è affettuosa. Spesso però rimprovera i due gemelli di non aver costruito una famiglia, li incalza nel trovare a questo una soluzione immediata quanto impossibile. 

Il padre è dolce, silenzioso e remissivo, ma ha spesso l’aria triste, forse nasconde molte più paure di quante ne mostri. Forse non sopravvivrebbe a lungo senza la mamma. 

In media gli uomini vivono meno delle donne. 

La mamma ha però una soglia del dolore più bassa, se dovessero servire altre cure.

Chi dei due andrebbe maggiormente accudito in seguito? 

Per salvare la vita a uno dei due genitori, Antonio ed Elena devono “diventare spietati”. 

Elena piuttosto che scegliere decide di non donare il suo midollo a nessuno dei due. Lo decide dopo aver provato ad odiare con tutte le forze sua madre, attaccandola di continuo durante una cena domenicale. Non ci riesce. 

La algida e distaccata dottoressa Lamberti, che vive sola con la madre malata, sprona invece i fratelli a prendere una decisione veloce. A Elena mente, dicendo di avere ancora in vita entrambi i genitori, confidandole che lei però non esiterebbe un attimo a uccidere la madre per il bene di suo padre. 

Poi la dottoressa prova a manipolare Antonio, chiamandolo espressamente a far cambiare idea alla sorella in quanto salvare la vita a qualcuno, “di qualunque persona”, è un dovere non solo personale come figli, ma anche sociale, in quanto sono tutti parte di una comunità con delle regole. 

Al telefono con il suo collega, dopo tanto accaloramento, la Lamberti appare laconica sulla scelta dei fratelli, esprimendo un serafico “cazzi loro”. Forse provando una sorta di piacere nel vederli all’angolo, nel piccolo girone dantesco in cui sono precipitati. Qualsiasi sarà la scelta, fosse anche un tiro di dadi o una specie di roulette russa, il peso cadrà sempre e solo su Elena e Antonio.


È intelligente, malinconico, gelido e cattivo, il nuovo film di Francesco Frangipane.

È una storia drammatica con al centro una scelta morale impossibile come ne Il sacrificio del cervo sacro di Lanthimos, ma qui l’aria che si respira è ancora più arida: non ci sono concessioni al “fantasy” che per lo meno “abbelliscano di mistero” le brutture umane. 

È un film che parla di “dinastie di sangue interrotte”, in una società dove i giovani si allontanano sempre più tardi dalla casa materna. Figli che per questioni economiche o pratiche e vivono con genitori anziani senza speranza o possibilità di costruire una loro famiglia, con i genitori che invano li richiamano più volte a sposarsi risultando a loro il più delle volte fastidiosi, quasi ipocriti. 

È un film di persone senza futuro è che per questo arriva anche a parlarci di malattia e morte, come unica conseguenza, sgradita quanto spesso ingiusta nei tempi. 

La scienza c’è e può fare la sua parte, ma in fondo la scienza, come la austera e “irrisolta” dottoressa Lamberti della Rodanicich (anche lei “quarantenne senza futuro) spesso si limita a tirare i dadi. Tutto diventa un assurdo calcolo costi-benefici, e avviene all’insaputa dei diretti interessanti. 

Il problema di “chi getti dalla torre” ingabbia i due fratelli in una situazione senza uscita, in una negatività dalla quale riesce a salvarsi, forse, solo il cavallo: l’unico personaggio  che fugge o per lo meno crede di poter fuggire. 


Insieme ai bravi Edoardo Pesce e Vanessa Scalera lo spettatore invece non sa davvero dove sbattere la testa contro il muro.

Il dramma minuto dopo minuto scava e si fa sempre più terribile, fino a che diventa palese che Dall’alto di una fredda torre è un vero e proprio horror, dove Thanatos prende a pugni fortissimi Eros. Forse perché di questi tempi Eros non è abbastanza forte da ribellarsi.

Ad ogni modo, se l’estate significa calura questo film sa offrire brividi continui per svariate ore. Aspettate la giornata più calda e afosa e dirigetevi in sala a guardare Dall’alto di una fredda torre. Può funzionare meglio di un Pinguino Delonghi.

Francesco Frangipane confeziona un thriller psicologico spietatissimo, concitato e benedetto da una coppia di straordinari attori disposti a contorcersi di rabbia e lacrime per almeno 90 minuti. La messa in scena è di stampo molto teatrale, non tradendo la sua originaria natura di spettacolo scritto per il pubblico da Filippo Gili, che qui ne cura anche la sceneggiatura. Tuttavia la bravura e le dinamiche accorate dei due protagonisti, unite alla forte potenza simbolica del tema, ne fanno una pellicola molto movimentata, veloce e dalla quale non si riesce a staccarsi fino al finale. 

Talk0

domenica 16 giugno 2024

The Animal Kingdom: la nostra recensione del fantasy diretto da Thomas Cailley, vincitore di cinque premi Caesar

   


In un mondo odierno distopico, l’umanità è stata colpita da una strana e inarrestabile “onda”, che sta progressivamente mutando la razza umana in creature ibride animali. Uomini-falco che dominano i cieli volando con gli altri uccelli. Dei ragazzini-polpo che si nascondono nel reparto surgelati di un supermercato in cerca di provviste. Alcuni uomini-insetto giganti che si mimetizzano con gli alberi, uomini-toro possenti, veloci donne-leone che segnano con i ruggiti il loro terreno di caccia. 

Questa nuova-specie è ormai ovunque: a volte temuta, a volte accettata o precauzionalmente confinata come semplici malati. 

Alcune di loro, assecondando la loro nuova natura, sfuggono dalle città, dagli ospedali e centri di studio per andare a vivere nei boschi o lungo il corso dei fiumi, dove progressivamente diventano del tutto degli animali, dimenticandosi anche del loro passato. 

Anche Lana (Florence Deretz), la moglie di Francois (Romain Duris), è stata contagiata da questo strano fenomeno. Il suo volto si è con il tempo coperto di pelo e la memoria ha cominciato a vacillare come in una formazione di Altzeimer. 

Il suo atteggiamento si è fatto sempre più violento, imprevedibile. Rimangono gli occhi di una volta, sebbene ora l’iride allungata è quella di un predatore. Forse è rimasto troppo poco, ma forse Lana è ancora “lì sotto”.

Il marito, insieme al figlio sedicenne Emile (Paul Kircher), ha deciso di trasferirsi in un bungalow vicino al nuovo centro che si occuperà meglio della salute Lana, situato proprio ai margini di una grande foresta. 

Francois potrà visitarla più spesso e nel contempo lavorare come cuoco nel locale ristorante estivo all’aperto. 

Il figlio frequenterà una nuova scuola, “un’altra maledetta” nuova scuola. Quando qualcuno gli chiede della madre, lui preferisce dire che è morta. Giusto per non attirare su di lui i bulli che odiano i mutanti. 

Anche solo arrivare nella nuova casa in Gascogne in auto, risulta per padre e figlio un viaggio complesso: le autostrade sono intasate, le forze dell’ordine e le ambulanze sono tutte impegnate nella gestione di un numero sempre più crescente di mutanti, che si aggirano fuori controllo proprio perché protetti da quella ricca vegetazione. Proprio davanti ad Emile e Francois appare all’improvviso un uomo-uccello, Fix (Tom Mercier), che dopo aver demolito l’ambulanza che lo tratteneva cerca di nascondersi anche lui  tra i boschi.

Giunti alla nuova casa, in attesa dell’arrivo di Lana, scoprono di lì a poche ore che anche il trasporto della donna ha subito un incidente: il veicolo è caduto in acqua ma i mutanti sono in fuga verso quel bosco.

Emile e Francois, superando i cordoni della polizia, ogni notte si addentrano tra il verde con la loro auto, con lo stereo che a tutto volume diffonde la canzone preferita di Lana. Gridano il suo nome, ricordano i momenti felici, si aspettano che lei all’improvviso, in qualunque forma sia mutata, li raggiunga e torni a vivere con loro. 

Emile cerca di integrarsi nella nuova scuola, ma il processo è più difficile del previsto: perché anche lui sta mutando. Prova a nasconderlo ma tutto risulta inutile. Cerca come può di tagliare i fitti peli neri che continuano a ricoprirlo, si copre di bende le mani per nascondere degli artigli, indossa abiti pesanti che non facciano sembrare la sua schiena così arcuata, come quella di un lupo. 

Spesso si risveglia sporco di sangue nel bosco, senza sapere come lì sia finito. 

La ricerca della madre si fa sempre più pressante anche solo per riuscire a parlare con lei di questa trasformazione improvvisa e strana. Emile intanto trova in una compagna di classe qualcuno che forse può ascoltarlo. Ma allo stesso tempo trova qualche bulletto che inizia a perseguitarlo. Nel tranquillo paesino iniziano a formarsi dei gruppetti spontanei di uomini armati, in cerca di mostri da uccidere. Ci sono fucili per tutti, anche per i ragazzini.

Emile sempre più spesso sta nella foresta in compagnia di Fix: cerca di comprendere il suo nuovo corpo e al contempo cerca di aiutarlo giorno dopo giorno a volare, mentre il ragazzo-uccello progressivamente perde la capacità di parlare. Il destino di entrambi sembra già segnato, ma per una volta sentono di sentirsi nel posto giusto del mondo.

Un giorno una creatura enorme che sembra Lana va al ristorante di Francois, per quello che pare quasi un ultimo addio.

Francois decide che proteggerà il figlio finché sarà possibile, ma la mutazione e la rabbia dei cacciatori di mostri sembrano sempre più inarrestabili.


Thomas Challey, regista e sceneggiatore del film Love at the first Fight e della serie Netflix Ad vitam, scrive insieme a Pauline Munier un interessante fantasy moderno, dall’approccio molto realistico e drammatico, ambientato nella verdeggiante regione di Gascogne. 

Fin dalle prime scene ci troviamo davanti a un disaster movie che rievoca molto il periodo pandemico: definendo trattamenti sanitari di urgenza e con isolamento per gli infetti, zone di contenimento, ronde di polizia e un crescente stress sociale che innalza il livello di paranoia. La medicina crea stabilizzatori per i mutanti, i volontari  si dedicano all’approvvigionamento di montagne di carne per tenere buoni i mutati, allestendo centri provvisori. I familiari si trovano a essere caregiver dei loro membri più fragili e ricevono anche loro supporto psicologico e logistico. Si muove la macchina della solidarietà, vige uno stato di polizia, si arriva a volte, forse, a una possibile “normalizzazione”. 

Poi in un attimo risale l’odio. Ciclicamente.

Se il “percorso umano”, degli abitanti del piccolo paesino della nostra storia, tende a una progressiva, inevitabile autodistruzione, intervallata da lampi di umanità, nel bosco i mutanti riscoprono equilibri e legami inaspettati con l’ambiente. Nascono convivenze e alleanze: ma cosa accadrà quando il lato animale prenderà del tutto il sopravvento e si tornerà alle regole della catena alimentare? 

Chi saranno gli amici, i nemici e la semplice “carne”?

Da un lato uomini che “tirano fuori gli artigli”, nel senso dei “fucili”, per difendersi.

Dall’altro ragazzini messi ai margini della società che “fuggono dal progresso”, felici momentaneamente di imparare a volare o vivere sott’acqua.  


La “natura maligna” si fa disaster movie “pandemico”, contaminandosi con squame, artigli e “diffidenze” della stessa fantascienza-sociale figlia degli X-Men, portati in sala da Singer, quanto del Lupo mannaro americano a Londra di Landis. 

Abbiamo creature della laguna, bambini camaleonti, e bigfoot, Ent insettoidi e meta-umani assortiti: tutti a riempire la scena, avanzando fieramente tra nebbie e la vegetazione, andando incontro forse a dei fucili puntati. 

Poi d’un tratto, tra tanto pessimismo e deboli speranze, Cailley ci porta in scene di incredibile gioia e purezza, tra una natura lussureggiante e “benigna”, quasi dalle parti de La Gabbianella e il gatto di Sepulveda, dove ci fa riscoprire la gioia di correre tra i prati, ululare alla luna, “volare”, sebbene dopo un numero consistente di cadute. 

La formula funziona, il film ci avvolge con tutta la sua carica evocativa e aiuta anche a riflettere su come oggi la “bestialità umana” sia molto più evidente sul piano morale più che su quello fisico. Se Cailley è bravissimo nel raccontare le speranze e paure di una famiglia che cerca di sopravvivere davanti a un morbo fantasy che assomiglia a tratti a malattie degenerative tragicamente verissime, il regista francese dimostra molto tatto e amore anche nella descrizione di ogni creatura del piccolo mondo che costruisce nel grande bosco ai margini, “tra verde e civiltà”. 

Vengono approfondite le dinamiche di territorio, si fa largo il tema della possibile comunicazione tra specie diverse, si racconta l’istinto di sopravvivenza, la necessità della caccia e della difesa.

A tutto questo contribuiscono degli ottimi effetti speciali sia di tipo digitale che prostetico, che non hanno davvero nulla da invidiare a Hollywood. Come gioca un ruolo particolarmente importante la meravigliosa colonna sonora di Andrea Laszo De Simone, in grado di immergerci in un'atmosfera tribale quanto favolistica. 

Molto bravi tutti gli interpreti, con una nota particolare di plauso per il convincente e spontaneo Paul Kircher.

Sembra esteticamente un film di supereroi, ma assomiglia di più (e per forza) a una graphic novel di tipo francese. Ricorda per certi versi Epiphania di L.Debeurme, edito da noi di Coconino. 

Cailley riesce a parlarci, più con disincanto che con cinismo, di una forte disillusione verso il futuro. O forse più semplicemente di un futuro che non contempla più la razza umana, se non ridotta a una “piega della memoria” passeggera e saltuaria, di qualche nuova razza di volatile.

È tutto incredibilmente malinconico, ma per questo molto poetico. Bravi gli attori, belle e concitate le scene d’azione, meravigliosa la fotografia e la musica. 

Non lasciatevelo scappare. 

Talk0

sabato 15 giugno 2024

Kinds of Kindness: la nostra recensione della nuova surreale opera di Yorgos Lanthimos. Una raccolta di tre store decisamente “greche”

Kinds of Kindness è un film diviso in tre episodi strani e surreali, che vanno affrontati alla cieca, con meno elementi narrativi possibili a fare da guida, in “piena immersione”. 

Sono episodi molto elaborati e “ludici” a livello simbolico, in cui si possono rintracciare significati diversi a seconda del particolare punto di vista di ogni spettatore.

Io “il viaggio” non ve lo voglio rovinare.

Sono qui solo per offrirvi come negli anni ‘80 un “travelgum”: un chewing-gum anti-stress concepito con l’intento di alleviare il mal d’auto, in preparazione delle mille curve emotive che la visione di questa pellicola potrebbe causarvi.


 
C’è un scena emblematica, in Borotalco di Carlo Verdone: la visita del personaggio di Verdone al rosticciere impersonato da Mario Brega. 

Brega fa provare a Verdone varie pietanze e poi arriva a delle leggendarie “olive greche”. Brega le definisce specialissime proprio in quanto “greche”. Verdone assaggia ed è invitato a commentare “come so’ ‘ste olive??”. 

E Carlo risponde, serissimo e convinto dell’unica corretta definizione che ha appena appeso: “So’ greche!!!”. 

Allo stesso modo, non si può dare una definizione precisa di come ci si sente alla fine della visione di questa pellicola di Lanthimos, al di là del fatto che è senza ombra di dubbio un “prodotto di Lanthimos”. Un prodotto che per l’ironia, il surreale, Emma Stone e Willem Dafoe, una visione distorta e quasi “psicanalitica” della realtà che lo accomuna ad Ari Aster, le musiche strane e la particolarissima fotografia, è senza ombra dubbio un distillato di Lanthimos. Un Lanthimos così riconoscibile e unico nella messa in scena e linguaggio che, forse non a caso, è anche lui stesso, per le sue origini anagrafiche, “greco”. 

E quindi le tre storielle del film sono per proprietà transitiva decisamente pure loro, come le olive di Verdone: “greche”. 

Le tre “storie/olive”, scritte da un Lanthimos forse più ironico e divertito del solito, insieme al sodale Efyhimis Filippou (suo co-autore di Dogtooth, Alps, The Lobster, Il sacrificio del Cervo Sacro), ci vengono presentate come un trittico legato a una figura emblematica e ricorrente, di nome R.M.F., interpretata sempre e solo dall’amico di vecchia data di Lanthimos, il noto attore greco Yorgos Stefanakos.

Il personaggio di R.M.F. da anche il titolo a ogni storia: “La morte di R.M.F.”; “R.M.F. è in volo”; “R.M.F. mangia un sandwich”. 

Ma in ogni storia, sebbene il mosaico collettivo possa sembrare “unico” (o per lo meno cerca di sembrare tale disperatamente, per il disperato spettatore), compaiono, in ruoli e contesti ogni volta diversi, sempre gli stessi attori: Emma Stone, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley e pochi altri. In ogni storia R.M.F. è in qualche modo presente, anche solo per pochi secondi, quanto spesso assolutamente periferico. 


R.M.F. è un viaggiatore multidimensionale? Forse una specie di divinità in contrasto con altre simili su piani dell’esistenza diversi (magari spiegabile con le pergamene del mar morto di Evangelion/testo religioso a scelta)? 

Forse trova un senso più chiaro guardando gli episodi in un ordine diverso da quello proposto nel montaggio?

O forse è semplicemente un geniale e molto articolato “mcguffin”: un sarcastico e volutamente inspiegabile “congegno narrativo a uso ridere”, messo in campo da quei bricconi di Lanthimos, Filippou e Stefanikos per vedere poi come gli spettatori-topolini si muoveranno: alla ricerca del senso di una storia che senso forse non ne ha (Vasco Docet.)?

Se la risposta è quest’ultima, funziona al 100%: perché la rete è già piena di gente alla ricerca del significato più profondo e nascosto, nonché “ufficialmente garantito” delle tre storie/olive. Magari anche sulla base di dotte letture comparate che spaziano da Esopo a Omero e tengono nel mezzo tutti i miti e tragedie, che da secoli e secoli accomunano il sapere dei massimi produttori e fruitori di olive greche. 

È bello che un film stimoli curiosità, ma io vi ricordo che sono qui con il vostro travelgum e voglio prepararvi al peggio.

Spesso il film sembra quasi bullizzare la gente che “non si gode il viaggio”, perché ossessionata nel vicolo cieco del “capirci qualcosa”, prendendola continuamente a sberle di surreale e ironia a ogni minuto che passa. È uno stress continuo, che può distrarre e a volte far incazzare. 

Qualcuno si sentirà magari spennacchiato come nel finale metafisicamente non-sense di Beau ha paura di Ari Aster. 

Qualcuno si sentirà pur legittimamente deluso, magari dopo essere rimasto “folgorato” dopo La Favorita, avvertendo quasi a livello tattile che l’autore greco è qui in una totale e spensierata “libera uscita”, come lo era forse il Ridley Scott di Una magnifica annata. Si apprezza il “divertimento generale”, ma giustamente si chiede “qualcosa di più”, a uno che è considerato l’astro nascente del cinema moderno. 

Voi non fatelo, evitate di perdervi nei simbolismi, state insieme a Emma Stone che improvvisa buffi balletti della vittoria in quello che vuole essere sostanzialmente un film comico strano.

Mi immagino benissimo Aster con Lanthimos, Filippou e Stefanikos tutti insieme a degustare con Verdone olive greche. Voraci, come se gli mancassero da troppi anni e ora volessero ingozzarsi senza un domani, magari con il rischio di esplodere:  come la rana che voleva sembrare più grande del bue in una celebre favola del “sempre greco” Fedro. 

Non dategli soddisfazione, guardate le cose in positivo.

Se è vero quanto ci ricordava Gabriele Salvatores in Mediterraneo, con l’affermazione che  “italiani e greci, (sono) una fazza una razza”, con questo Kinds of Kindness ci si può anche divertire moltissimo senza ragionarci troppo, al di là di ogni malumore, mal di pancia, metafisiche ricerche di significato ossessivo/compulsive e (di rimandi all’irritazione) evocazioni vernacolari assortite. 

Oltre alla enorme barriera corallina di olive greche, si fanno largo personaggi con tratti e dilemmi boccacceschi. Impera un senso dell’assurdo avvicinabile alle nostre commedie del passato più strane come I Mostri, Vedo Nudo. Troviamo persino, in un plot twist quasi geniale per irriverenza qualcosa della commedia sexy più scollacciata. Ci sono molti rimandi degli horror anni ‘70 sulle sette religiose. 

Lanthimos omaggia, coccola, si immerge e ci immerge in un non-luogo che ci è emotivamente familiare. 

Il montaggio è sempre veloce e permette alle tre storie di avere ognuna un respiro proprio, velocità e tempi diversi. 

La cornice quella di una America odierna a 360 gradi: divisa tra i palazzi dove si tengono strani giochi di potere, una sonnolenta casetta in legno di provincia carica di insoddisfazioni familiari, on the road tra motel e deserto “waiting for a Miracle”, come cantava Leonard Cohen, per dei tizi in missione per conto di una setta.  Lanthimos ci fa ridere ma come sempre sa scompigliare le carte da un momento all’altro, giocando con le regole del thriller e dell’horror. 


Gli attori sembrano essersi divertiti un casino sul set e trasmettono a pieno tutta la disinvolta follia che abita i loro personaggi. 

La ex fidanzatina d’America Emma Stone, che ai tempi di Gangster Squad era stata bollata come troppo timida e trattenuta, dopo la “cura Lanthimos” è ormai un pozzo di energia senza freni, un catalizzatore emotivo magniloquente, quasi una idrovora. Sulla stessa strada è Margaret Qualley, che da subito ha scelto dei ruoli estremi e sopra le righe (e qui fa lo stesso), per dimostrare la sua grande versatilità e voglia di trasgressione, attirando anche l’attenzione di grandi registi come Ethan Cohen e Tarantino. 

Un plauso anche al sempre più bravo e convincente Jesse Plemons che, per la peculiare scelta delle parti, per molti è in qualche modo già il successore spirituale del compianto Philip Seymour Hoffman. Nel recente In Civil War di Garland, come del resto fa anche in Killers of the Flower Moon di Scorsese, ha dimostrato di saper dominare la scena e rendersi iconico pur in un ruolo di pochissimi minuti. Qui zompetta dal ruolo di vittima a carnefice più volte, indossando come svestendo i ruoli con una disinvoltura assoluta. 

Dafoe con Lanthimos si sta invece felicemente sempre più trasformando in Vincent Price: un grande vecchio saggio del cinema che non disdegna i ruoli più folli e sa infondere umanità attraverso anche la sua fragilità. Dafoe qui non teme mai di mettersi a nudo e con generosità si lancia nei ruoli più eccentrici, passando con disinvoltura da mite a luciferino a un assurdo santone con vocazioni imprenditoriali. 

Tutto il cast si sdoppia e triplica, veste ruoli sempre più distanti e quasi antitetici ai precedenti, “gioca”, che è nel senso più nobile il mestiere di attore, con i mille stati emotivi. Nessuno si sottrae a questo strano tour de force, gioiosamente finendo con il perdendosi dentro. 

È anche qui presente l’erotismo quasi “plastico e poco accalorato”, tipico del regista greco, che ancora una volta viene affrontato sulla scena da tutti senza tabù.

Alcuni personaggi sono posti davanti a scelte morali impossibili, come ne Il sacrificio del cervo sacro. Ogni attore viene chiamato a esprimere con convinzione i diversi “punti di rottura”: che spesso riguardano il modo in cui la religione prova a duettare con il caso e il caos, alimentando continue pulsioni morali quanto amorali. 

Non ci sono eroi positivi in Kinds of Kindness, quanto piccoli “mostri” come quelli di Dino Risi, che il cast riesce a tradurre con un particolare gusto dell’eccesso, portandone in superficie fin dalle più piccole crudeltà e meschinità. 


Il musicista Jerskin Fendrix, già compositore per il Lanthimos di Povere Creature! di una colonna sonora stranissima che a piene mani citava L’uccello di fuoco di Stravinskij, qui “cambia tutto”, si fa “ultra pop”. O meglio “ritorna ultra pop”, come nel suo album di pop sperimentate del 2020 , Winterreise. Si dice che Lanthimos lo abbia fatto esordire al cinema come compositore, proprio dopo l’ascolto dell’elettro-punk di Winterreise: uno stile e sonorità che qui si fondono felicemente anche con la pop music anni ‘80. 

Tra i molto brani “storici” presenti nella soundtrack fa sopratutto bella mostra di sé Sweet Dreams (Are Made of This) degli Eurythmics, che può essere a tutti gli effetti intesa quasi come un manifesto programmatico degli intenti di Kinds of Kindness. Forse  la sua più sottile (non)guida alla (in)comprensione. 

Come il testo della canzone, il film ci parla di “dolci sogni” (che spesso sono declinati come sogni di potere) e di come qualcuno per terra e mare li stia cercando di realizzare. In virtù di questo sogni, qualcuno vuole usarci o farsi usare da noi, qualcuno vuole abusare o essere abusato da noi. La canzone invita a “tenere la testa alta” e ammonisce a “passare oltre”, senza ossessionarsi.

Ma questo di fatto non riesce ai personaggi sulla scena. 

Come in parte non riesce neanche agli spettatori, grazie ai nostri mattacchioni amanti delle olive greche, che di fatto “ci proiettano” in tre sogni diversi quanto studiatamente criptici. Forse il “dolce sogno” può essersi declinato per Lanthimos, attraverso gli Eurythmics, nel “potere stesso del cinema”: nella sua capacità e indole di raccontare storie attraverso regole proprie, facendoci immedesimare in situazioni “volute e comandate” da altri. Situazioni spesso “cattive” come quelle dei film horror e del cinema dell’assurdo in genere, che possono essere del tutto separate gioiosamente dalla logica, rimanendo significative e intriganti in quanto tali. In una parola: greche.  

La soluzione come sempre è accettare la provocazione per quello che è: un gioco.

Per una volta, grazie a Lanthimos, non ci addormentiamo in sala come troppo spesso inizia a succedere per molto cinema attuale. È oro colato, in un mondo ricoperto da politically correct e idee trite, venire qui consapevolmente tritati da un frullatore narrativo caotico, costantemente messo a velocità massima, che ci fa schizzare tra idee e suggestioni sempre stimolanti quanto amabilmente contorte. 

Torniamo a casa e il film ce lo portiamo dietro e dentro, “ci fa peso”(anche solo per la mezza incazzatura), come una bella scorpacciata di olive. 

Se vi piacciono le olive e non temete il non-sense, se amate le interpretazioni sopra le righe e le trame piene di simbolismo fuorviante, se non avete paura di farvi una risata liberatoria quando il film continua a “prendervi in giro”, Kinds of Kindness fa per voi. 

Fate dolci sogni, comprendere i sogni per quello di cui sono realmente fatti e dateci il giusto peso, come cantavano gli Eurythmics. Per il resto divertitevi. 

Talk0

giovedì 13 giugno 2024

L’esorcismo - Ultimo Atto: la nostra recensione del film, in parte horror e in parte “biografico”, di M.A. Fortin e Joshua John Miller, con protagonisti Russell Crowe e Ryan Simpkins



È notte fonda, il freddo è pungente, tutto è avvolto dal silenzio.

Un prete si fa largo tra la nebbia, recita concentrato delle preghiere e poi senza fermarsi entra in una casa di tre piani con giardino. Si sta preparando un esorcismo per salvare la vita di una ragazzina posseduta da un diavolo. 

Poi il prete impreca. Ha sbagliato qualcosa. Non si trova in una vera casa indemoniata, ma sul set silenzioso di un film, fuori dall’orario consueto delle riprese. Non è un vero prete esorcista ma un attore che sta provando il suo ruolo, ha dimenticato la parte e in qualche modo così, imprecando, si è “burlato del rituale”. 

D’un tratto vediamo il quadro di un demone dall’aria adirata. Forse solo un oggetto di scene grottesco. Le luci si spengono. L’attore viene buttato giù dal terzo piano della scenografia, nel vuoto. 

Esistono film dell’orrore maledetti come Poltergeist. Film che durante la lavorazione sono afflitti da continui incidenti, anche mortali, come se fossero stati in grado di evocare nella loro messa in scena, tra realtà e immaginazione, dei veri demoni. 

L’attore che interpretava la parte dell’Esorcista muore forse per mano di un demone che aleggia sul set. O forse è solo inciampato. Si va avanti.

Si offre la possibilità che a interpretare quella parte sia un altro attore, una “nuova vittima”.

Il prescelto è Anthony (Russell Crowe), un attore decaduto e già finito tra le braccia del demone dell’alcol, dopo la prematura scomparsa della moglie. Ha cercato di rimettersi in sesto e ora è accudito dalla figlia Ryan (Ryan Simpkins, conosciuta per la serie horror Fear Street Trilogy e per Revolutionary Road), che lo aiuta a ripassare battute che non riesce più a memorizzare bene come un tempo, in attesa dell'audizione. La sua grande rivalsa. 

Lee è felice per lui e potrà incontrare magari sul set la cantante Blake (interpretata dalla cantante Chloe Bailey), di cui è grande fan, che qui esordisce al cinema nel ruolo di “posseduta”. Il provino sembra andare decisamente male. 

Il regista Peter (Adam Goldberg), scontento, inizia a insultare, umiliare e far arrabbiare Anthony. Gli ricorda che è un fallito, un ubriacone, un uomo che non ha più motivo di vivere. Minuto dopo minuto l’attore appare sempre più confuso e afflitto. 

Lee non capisce cosa stia succedendo, sembra quasi che non senta gli insulti rivolti al padre. Dal modo di parlare confuso, guardandolo, che il padre, per “sostenere lo stress”, abbia ripreso a bere, tornando a duettare con il suo demone.

Ma i demoni non esistono. Lo sottolinea più volte alla festa per la ripresa del film il consulente religioso, padre Conor (David Hyde Pierce), di fatto più che un pastore tradizionale un laureato in psicologia (Hyde Pierce ha impersonato l’ironico psicologo Fraiser nelle serie tv Cin Cin e nel suo spin off Fraiser), che ha abbandonato da tempo le suggestioni del folklore. La parte principale del grande esorcista è di Anthony, mentre nel ruolo del giovane apprendista c’è il giovane attore Joe (Sam Worthington, l’attore protagonista di Avatar), che è voluto diventare attore proprio guardando recitare Anthony, quando era una star dei western. 

L’incidente sul set sembra dimenticato in un lampo, ma ne seguiranno di nuovi.

Lee nei giorni successivi proverà sempre più paura a condividere la casa con il padre. Anthony di notte vaga in stato di trance per il palazzo. A volte parla alla figlia come se non fosse lui ma un estraneo, subdolo e volgare, con una voce quasi diversa. Sul set momenti strani di tensione, incidenti e blocchi improvvisi delle riprese si susseguono. Il quadro di scena del demone protagonista del film, intanto, se la ride. 


Il regista Joshwa John Miller, dopo una intelligente e divertentissima commedia horror/slasher, The Final Girls, super meta-cinematografica e ultra-citazionista, torna a scrivere insieme al suo sceneggiatore e compagno di vita, M.A.Fortin, un nuovo film dell’orrore. Questa volta non abbiamo a che fare con grossi e maneschi epigoni di Jason Voorhees alle prese con adolescenti discinte, nella cornice pop di un horror anni ‘80, ma siamo nell’ambito dei “più seri” film sugli esorcisti ed esorcismi anni ‘70. Erano film sulla fede ma soprattutto sul “potere”, sulla manipolazione della società ai danni delle persone comuni. 

Ne nasce una pellicola ancora una volta stratificata, curiosa e personale, di stampo ancora più marcatamente “autobiografico”.

Joshwa John Miller è infatti il figlio di Jason Miller, attore vincitore del premio Pulitzer per la recitazione nel '73, per la sua interpretazione del ruolo di padre Merrin ne L’Esorcista di William Friedkin. 

Già in The final girls il regista ci parlava della difficoltà per un figlio di vivere il suo rapporto con un genitore-attore, spesso lontano e sfuggente, di fatto cercando “per conoscerlo” di sovrapporre “quanto più possibile” il suo ruolo del genitore con i molti suoi ruoli sullo schermo. Vivere a fianco di Jason Miller, come figlio, non deve essere stato per Joshwa particolarmente semplice. L’attore, scomparso nel 2001,  era un perfezionista, per molto versi un genio, ma che ha avuto anche molti momenti di crisi, sbalzi d’umore, depressione e tanti demoni personali “oltre a Pazuzu”. 

Nel rapporto tra i personaggi di Lee e Anthony, che risulta la parte più interessante, sentita  e profonda del film, Miller sembra rivivere parte di quel rapporto travagliato tra padre e figlio, affrontando anche temi complessi come le dipendenze, ma anche  la difficile accettazione del padre della sua omosessualità. 

Il “film nel film”, quello che affronta sulla scena l’attore fallito Anthony, è poi a tutti gli effetti una reinterpretazione libera de L’Esorcista di Friedkin, e diventa minuto dopo minuto una dantesca discesa agli inferi, tra i demoni dell’alcol e quello del set maledetto, dove realtà e finzione continuamente vanno a confondersi e sovrapporsi. 

Anthony e Lee vagano insieme sulla scena, legati a inesplicabili “radici del male”, profonde quanto personalissime, cercando in modo tenero quanto tragico di continuare a parlarsi, perdonarsi e accettarsi come famiglia. 


Il personaggio della Simpkins è il cuore della storia. Ci racconta di una giovane ribelle cresciuta per lo più da sola, che diventa caregiver del padre ma non controvoglia, materna quanto risoluta, critica e pratica. Le scene con sulla scena padre e figlia risultano sempre ben realizzate, per nulla macchiettistiche, autentiche. 

Forse è solo l’amore della famiglia, sembra dirci il regista, l’unica cura a un “male” che non sembra comprensibile neanche per la giovane scienza medica/psichiatrica, qui ironicamente “vicaria” della vecchia religione, nonché “impersonata” dall’attore che è stato il più divertente psicologo da telefilm più favola della tv, David Hyde Pierce, non riesce del tutto a comprendere. 

Anche la scrittura del suo Padre Conor è gustosa, carica di ironia ma al contempo complicata, in costante bilico tra fede e ragione, come se il personaggio fosse sempre sospeso, incerto se affidarsi ancora a dei valori forse fuori moda. Hyde Pierce interpreta questa “bussola morale spuntata” con molta raffinatezza e trasporto, cercano di far riemergere “un altruismo” che di fatto dovrebbe connotare tanto i sacerdoti che i medici. 

Il personaggio di Anthony è invece del tutto in crisi, fisica quanto spirituale, come forse si è sentito in crisi, negli ultimi anni, anche l’attore che lo interpreta: Russell Crowe. 

L’attore australiano, diventato celebre per il ruolo da protagonista ne Il Gladiatore di Ridley Scott, è con il tempo diventato celebre anche una vita fuori dal set molto turbolenta. Oggi sceglie sempre più spesso ruoli sopra le righe, in cui dà voce anche a un corpo in decadimento, a una vocazione naturale verso il b-movie. Anche la locandina de L’esorcismo - Ultimo Atto pare richiamare graficamente e grottescamente a quella di un poliziesco anni ‘70, con Crowe che impugna un crocefisso come una pistola, come farebbe Callaghan. 

Crowe si mette a nudo ed è come sempre fantastico. È “enorme e viscerale” nella “espressività caricata” dei suoi movimenti, quanto nel modo incerto e spaesato di incedere del suo personaggio. È gioiosamente teatrale nei momenti di “rabbia metafisica”, ma sa rendersi piccolo, intimo e indifeso, quando affronta con difficoltà e sincero sforzo la sua dipendenza. Come dice in una battuta meta-cinematografica il finto-regista del film: se hai un grande attore non puoi solo fare un film horror, devi fare almeno un dramma psicologico. Ed è di fatto ciò che riesce meglio qui a Joshua John Miller, anche perché sul tema “horror” tutto diventa confuso e strano proprio “nell’ultimo atto” della pellicola richiamato dal titolo. 

La parte finale, se vogliamo in linea con quanto prescrive il genere horror, è un caos fatto e finito in cui esplode tutto, regna lo splatter e la sceneggiatura non sembra voler prendere mai una direzione precisa tra realtà e finzione. Tra le righe si comprende lo sforzo di tenere insieme l’idea che i demoni dell’alcol non sono troppo diversi dai demoni di altro tipo, come il fatto che la possibilità di uscire da una dipendenza/possessione sia possibile solo grazie all’aiuto, e spesso sacrificio, di altre persone amiche. Ma i tempi narrativi sono forse troppo concitati, la messa in scena forse eccessivamente confusa e sarcastica il “demone” troppo raccontato, quasi reso una macchietta ciarliera e depressa. 

Per un attimo sembra di tornare dalle parti della commedia horror di The final Girls, ma questo cambio di registro (forse necessario al regista/sceneggiatore per prendere maggiore distanza tra storia personale e realtà filmica) è forse troppo ardito e sconclusionato.  

Nel plot-twist finale la struttura si riprende, con una scena dal gusto gioiosamente eccessivo degno degli horroracci del passato, ma l’ultimo atto de L’esorcismo - ultimo atto ha infine il retrogusto della peperonata e di fatto butta un po’ via molto del fascino complessivo dell’opera. O per lo meno rende parecchio strano e un po’ sconclusionato il tutto. 

Non è un film perfetto, ma un film che per tre quarti ha una direzione interessante e attori interessanti. Tre quarti di pellicola che sanno raccontare l’intimità di una famiglia, i dolori delle dipendenze, il senso di vuoto e sconforto nel ritrovarsi nel mondo senza avere i mezzi per rialzarsi da soli. 

Poi arriviamo all’ultimo atto e serve un po’ di ironia a farci i conti. Ma chi è in grado di farlo potrebbe dimenticarsi presto dell’ultimo miglio della pellicola, considerando un bilancio generale infausto ma forse a tratti non così disastroso. 

Talk0