sabato 17 giugno 2023

Daliland: la nostra recensione dell’ironico e malinconico, epico e psicanalitico film sulla vita del grande pittore Salvador Dalì. Diretto da Mary Harron, regista di American Psycho e interpretato magistralmente da Ben Kingsley

C’era una volta un uomo che con la sua arte e sensibilità sapeva dirigere le onde del mare come un’orchestra. Poteva quasi disciogliere il tempo e riusciva a trasformarne con il suo sguardo ogni donna in una dea. Era il grande Salvador Dalì (Ben Kingsley), genio e rockstar incontrastata dell’arte, conosciuto e amato da grandi e bambini, cullato da ogni salotto artistico e aristocratico quando dalla tv commerciale. Un uomo forse anche in possesso delle chiavi per poter accedere ai party più incredibili e trasgressivi di New York: quelli che si tenevano in uno dei più lussuosi piani del più lussuoso albergo della città. Feste che duravano giorni a cui partecipavano anche Alice Cooper, Andy Warhol e lo stesso Gesù di Nazareth: nel senso dell’attore Jeff Fenholt (Zachary Nachbar-Seckel) protagonista nel ruolo di messia del musical Jesus Christ Superstar. Si dice che Dalì stesso provvedesse al mantenimento “terreno” di Gesù, albergo ed extra compresi, per conto dell’unica persona al mondo che lui riteneva più grande: sua moglie Gala (Barbara Sukowa). Gala lo aveva accolto nella sua vita quando era giovane (da giovane Dalì ha il volto del bravo Ezra Miller), in una bellissima giornata di sole. Gli era stata quasi portata dal mare e da allora lo aveva amato e guidato, mentre altri lo credevano solo un pazzo. Dalì le aveva dato il suo cuore e le chiavi della sua sanità mentale, designandola come amministratrice unica di ogni sua pur piccola decisione: amante, moglie e madre, sua dea e padrona, per sempre. Con questo compromesso , una certa briglia sciolta di Gala, era così diventato un uomo felice, in grado di realizzare ogni suo sogno e opera di ingegno. Un uomo che poteva sedurre chiunque lo incontrasse, pagare il ristorante con un “autografo” che sarebbe stato rivenduto a caro prezzo, circondarsi perennemente di ninfe. Ninfe moderne/amanti/ancelle come l'aristocratica “Ginestra” (Suki Waterhouse) e la solare “Amanda” (Andreja Pejic). Ma nonostante la grandezza, l’amore, la fama, i soldi e la vicinanza diretta con il figlio del Padre Eterno, talvolta non era comunque facile essere Dalì. 

Ogni tanto anche un genio come lui “si bloccava”, con le mani che non riuscivano più a orientarsi correttamente sulla tela. Dalì temeva allora l’ira funesta di Gala. Viveva così sempre più spesso le emozioni in modo forte e contraddittorio. Se gli affari non andavano bene, doveva per Gala dipingere di più, sempre di più per sostenere il piccolo mondo di nani e ballerine in cui vivevano, la sua “Daliland”. 


A New York, nel 1974, presso l’appartamento di lusso del Saint Regis Hotel dove aveva momentaneamente sede legale “Daliland”, arrivò così San Sebastiano (Christopher Briney). Si faceva chiamare “James”, diceva di essere assistente di una galleria d’arte ma c’era effettivamente di più: sapeva guardare Dalì con un occhio diverso da tutti gli altri. Sapeva riconoscere il differente stile con cui il pittore rendeva unica ogni sua firma sugli assegni e autografo, come fosse un piccolo originale regalo, un‘opera personalizzata. Da qualche tempo gran parte del lavoro di Dalì consisteva in firmare litografie, in quanto il tempo non bastava mai e non avrebbe mai avuto più la capacità di produrre tutti i quadri e sculture che servivano a mantenere il suo piccolo mondo. In quelle piccole firme c’era un Dalì che non si piegava alle logiche da catene di montaggio delle repliche e James lo aveva colto: San Sebastiano conosceva il martirio che lui viveva e poteva volergli bene. James lo avrebbe seguito anche nelle successive sedi di Daliland, ma avrebbe dovuto fare i conti anche con uno sfuggente e meteoropatico Gesù e soprattutto con Gala: una donna ormai indurita dagli anni e forse diventata incapace di amare, ma al cui volere il pittore che dirigeva le onde e controllava il tempo non poteva opporsi.

La regista di Ho sparato a Andy Warhol e America Psycho (vero manifesto sociale del “post yuppismo”), Mary Harron, dirige un film scritto da John Walsh: suo sceneggiatore nella serie Netflix L’altra Grace, ispirata a una storia vera tra cronaca nera e psicologia, ma anche autore di un corto su Armani e regista di seconda unità di The Notorius Betty Page. La fascinazione comune della Harron e di Walsh per la cronaca, la società dell’immagine, la psicologia e alcune delle figure più iconiche della storia recente, li ha portati così a scegliere il camaleontico Ben Kingsley per celebrare, umanamente e “mitologicamente”, prima ancora che artisticamente, una delle più controverse e amate icone del novecento. L’intento era raccontare  l’uomo nel suo essere fragile quanto “dionisiaco”, scegliendo un periodo della vita del grande artista particolarmente turbolento e caotico, ma anche incredibilmente affascinante, “pantagruelico e luculliano”, da tragedia greca ma con le luci psichedeliche e psicotrope della rivoluzione e contro-cultura hippy. Kingsley indossa i baffetti arricciati di Dalì con la stessa eleganza con cui inforcava i rotondi occhialini di Ghandi, fondendosi in tutto e per tutto con l’icona. Quasi posseduto dal suo spirito, il pittore rivive in lui nello sguardo pungente, nei movimenti eleganti quando nell’eloquio magniloquente ma non superficiale, tra grandiosità e fragilità, eccentricità e sensibilità. Più che un uomo un titano ferito, perennemente incatenato al destino ingrato che lo lega emotivamente e forse subdolamente a Gala, una donna descritta in modo altrettanto “imponente”, matrignamente divina, dalla eccezionale Barbara Sukowa, che fu già nel 1981 (a pochi mesi da Ghandi di Kingsley) la fatale ammaliatrice Lola per Fassbinder, per essere poi la diabolica scienziata/dittatrice dell’Esercito delle 12 scimmie di Gilliam. Vedere insieme Kingsley e la Sukowa a impersonare Gala e Dalì ci proietta nella tragedia greca: con Dioniso e le sue baccanti che devono fare quasi i conti con la divina madre di tutti gli dei, la vendicativa (chiedere a Hercules...) Era, nel momento di “massimo sgarro”: la mancanza di tributi in denaro. Alla tragedia il plus da “estasi mistica pop” in cui come coprotagonisti intervengono lo sfuggentissimo e inconcludente Gesù del musical hippy Jesus Christ Superstar, “alleato di Gala”, che dialoga sul successo insieme al “compassato e luciferino” Alice Cooper, alleato del rock quanto di Dalì. È un’estasi per cui uno stagista di una galleria d’arte belloccio è trasfigurato da Dalì in San Sebastiano: per similitudini fisionomiche e artistiche con il San Sebastiano di Mantegna o del Perugino, ma anche quasi con un tocco da allucinazione fantozziana. 


C’è il piano epico e il piano mistico, ma al di sotto c’è anche tutto un universo psicanalitico che la regista e lo sceneggiatore da sempre amano rappresentare con dovizia di dettagli anche da “addetti ai lavori”, che rende la costruzione di questi personaggi ancora più gustosa. 

Mentre i “giganti”, Gala e Dalì, combattono su un piano tragico irraggiungibile, come Godzilla contro Mothra, tra bene e male, ordine e caos, noi spettatori li guardiamo un po’ da lontano mettendoci nei panni proprio del simpatico San Sebastiano/James di Briney. Un ragazzo intraprendente ma dall’aria gentile, coscienzioso ma anche con voglia di sperimentare cose nuove, che come il protagonista del musical Hair (versione cinema) viene subito gettato “in pasto a Daliland”, tra le “ninfe di Dalì“ e un universo di colori e suggestioni nuove, sedicenti e seducenti. Una esperienza psichedelica ma anche umanamente strana. La “Ginestra” di Suki Waterhouse è una donna ammaliante come la Venere di Milo il cui fondoschiena può essere dal grande pittore usato come pennello per arte d’avanguardia, ma al contempo dietro a tanta maschera soave e maliziosa è una ragazza bene della New York alto borghese: è una musa part-time e forse pure hippy part-time. La Amanda Lear di Andreja Pejic ricorda invece molto per fascino, simpatia e sensibilità, l’amatissima soubrette nota anche in Italia: è un personaggio solare e accogliente che vive davvero fuori dagli schemi, simile a una musa classica, quasi una eroina moderna. Il rapporto che le due musa hanno con James viene spesso “spiato” da Dalì, come gli dei greci spiano “le vicende umane” nei miti. Si creano così  strane triangolazioni e suggestioni, emotive ma anche erotiche, che permettono all’artista di evadere dalla gabbia psicologica/morale in cui Gala lo ha infine rinchiuso insieme all’Onnipotente del musical, permettendo al contempo a James di avvicinarsi a lui, diventando quasi un suo possibile e seppur momentaneo “alter ego”. Quanto più James si avvicina a Dalì, tanto più riusciamo a cogliere il processo creativo delle opere del grande artista. Opere che vengono alla luce in momenti di vivace ribellione quanto in stati quasi di estasi, dove la natura che circonda il pittore sembra rispondere ai suoi stimoli fino a riplasmarsi, assecondandone fantasia e amore.  Non vediamo le opere di Dalì se non a livello di “idea”, in momenti lisergici quanto onirici, ma se dopo il film le approcciassimo ne scopriremmo forse un po’ di più l’intima poetica e tormento, la bellezza come l’angoscia, il modo austero come convivano in loro ordine e caos: Gala e Salvador. Questa è la magia del film di Mary Harron: la capacità di raccontare l’arte cercando di accedere alle persone e alla loro psicologia, al di là di un elenco di mostre e riconoscimenti come troppi film biografici continuano ancora  a fare.

Daliland è un film che in breve tempo conquista grazie alla sfarzosa quanto accurata messa in scena, la straordinaria interpretazione di Kingsley e della Sukowa, un ritmo travolgente e una storia raccontata in modo affascinante, tra l’epica, la religione, l’arte  e la psicanalisi. È il film ideale per approcciarsi alle opere di Dalì ma anche un’opera a tutto tondo, complessa quanto intrigante. Sullo stesso ideale solco di Amadeus, un ottimo modo per raccontare l’arte al cinema. 

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martedì 13 giugno 2023

Spoiler Alert: la nostra recensione sulla love story diretta da Michael Showalter con protagonista Jim Parsons (lo Sheldon di Big Bang Theory) e Ben Aldridge (il Thomas Wayne della serie tv Pennyworth)

America dei giorni nostri. Spesso la vita procede a “scossoni” improvvisi, dove commedia a tragedia si alternano quasi senza logica, come fosse un copione scritto male. In genere si urla, ci si fa del male, alcuni personaggi importanti vengono dimenticati dalla “trama”, si piange, si ricordano quasi per niente i momenti felici e ci si incolpa pure di questo. Le famiglie esplodono, le persone muoiono, la scuola fa schifo, il lavoro fa schifo, tutto fa schifo. Questo però non succede mai in molti telefilm: sensati progetti editoriali nati per essere seguiti da persone che vogliono rilassarsi dallo stress di tutti i giorni. Nei telefilm c’è sempre una risata, magari registrata, a stemperare gli animi seguendo tempi comici ed emotivi perfetti. Ci sono veri amici a portata di mano “giù al bar” tutti i giorni, che non ci fanno sentire mai soli. I parenti sono ingombranti ma buffi, i colleghi di lavoro sono ugualmente ingombranti ma ugualmente buffi. Non ci sono incomprensioni e quindi anche i drammi più catastrofici si riducono a piccoli battibecchi risolvibili entro fine episodio, l’atmosfera può essere sempre frenetica e gioiosa come la mattina di Natale quando da bambini si scartavano i pacchi. Se serve, arriva sempre qualcuno che come deus ex machina con pazienza e coerenza trova una soluzione, la soluzione sensata e politicamente corretta migliore a tutti i problemi. Questo è “il mondo che vorrebbe” il giornalista della guida tv Micheal (Jim Parsons), un ragazzo timido e sensibile che ama il Natale, i Puffi e il suo compagno di vita: l’affascinante e comprensivo fotografo Kit (Ben Aldridge). Fin da piccolissimo Michael sognava di vivere una vita parallela in una famiglia simile a quelle delle serie tv. Una vita in cui stava perennemente seduto in un salotto da sit-com stile Genitori in Blue Jeans, pieno di fratelli che non aveva, con una madre sempre comprensiva e con i bulli della scuola rigorosamente fuori dalla scena. Ogni periodo della vita di Michael è stato per lui come un “telefilm diverso”: il suo attuale lavoro nella redazione è simile a una stagione del telefilm The Office e la vita che sta costruendo insieme a Kit il suo grande telefilm sentimentale perfetto, un po’ come lo era Una mamma per amica. Deve diventare un telefilm ancora “più perfetto” soprattutto ora che Kit, Spoiler alert, nei primissimi minuti del film, si trova in punto di morte in ospedale, con un cancro incurabile che lo sta uccidendo. Michael è presente e combatte insieme a Kit in questa sua battaglia, ma al contempo il giornalista della guida tv ci racconta, rivolgendosi direttamente a noi come pubblico (ma anche un po’a se stesso) di quando la sua storia con lui sia stata “come nei telefilm”: tra gioie, successi, amori, sfide e problemi affrontati con la serenità di una sit-com. Sceglie di mettere decisamente da parte le burrasche del quotidiano che alla fine, col senno di poi, si sono comunque risolte con il tempo senza problemi, proprio come accade nei telefilm. La vita di Michael e Kit diventa così una specie di album dei ricordi pieno della sua passione “fuori controllo” sui Puffi, tanti Natali da passare felici sdraiati sotto l’albero a guardare le lucine colorate, cene di famiglia potenzialmente imbarazzanti fino a quando non si comprende che l’imbarazzo è sempre qualcosa di relativo, specie quando i sentimenti sono più importanti. Le stanze  dell’ appartamento condiviso tra Kit e Michael si animano come le stanze di Friends, ma periodicamente i due devono necessariamente tornare a quelle atmosfere poco gioiose da medical drama stile E.R.: dove medici corrono e cercano letti liberi per i pazienti, la musica diventa concitata e dove infine… gli episodi finiscono con parte del cast non riconfermato per le puntate successive. 


Il regista della commedia The Big Sick, Michael Showalter, dirige una curiosa pellicola sulla “narrazione di un amore” che sovverte in modo originale le regole classiche della commedia e del dramma. La sceneggiatura, scritta a tre mani dal produttore della serie tv Brothers & Sisters David Marshall Grant, dal produttore di The Real O’Neals Dan Savage e dall’attore e sceneggiatore Michael Ausello, prende spunto dalla storia personale di quest’ultimo, raccontando il rapporto di Michael con il suo compagno Kit, proprio a partire dai suoi ultimi momenti di vita. Protagonisti assoluti della scena sono Jim Parsons, che dopo il successo nel  ruolo di Sheldon nella serie tv Big Bang Theory è uno degli attori più amati del momento. e Ben Aldridge, il Thomas Wayne della serie tv Pennyworth. Entrambi sembrano aver trovato la giusta intesa sul set, riuscendo a rappresentare bene l’affetto che lega i rispettivi personaggi: una coppia molto diversa ma alla continua e proficua ricerca di una intesa felice tra loro.

Ci sono da sempre film che “giocano” con in linguaggio e la messa in scena “tipiche” dei telefilm. Da un lato ci sono pellicole come il riuscito Pleasentville di Gary Ross, che ironizzano sul contrasto tra mondo reale e mondo della tv portando alla luce i tanti cortocircuiti interni che si vengono inevitabilmente a creare. D’altro lato ci sono pellicole che “inglobano” il linguaggio stesso della tv “nel reale” per farne un unico meta-linguaggio, che in parte è proprio riflessone sul modo odierno di “raccontare la realtà” attraverso i media. Oliver Stone prendeva così Woody Harrelson, l’interprete del dolce e amatissimo ragazzino apprendista-barman della sit-com Cin Cin  (Cheers),  ai tempi amato quanto Sheldon, e “usando il linguaggio della tv anni 90” gli faceva “indossare” i panni dell’assassino psicopatico Mickey Knox, in Natural Born Killer. Se in Cin Cin Harrelson “viveva” in divertenti e tranquillizzanti puntate da trenta minuti trasmesse in fascia pre-serale, in Natural Born Killer la vita del suo personaggio era scandita cinque minuti per volta da un furioso e turbolento “zapping tra i canali”:  tra un brano di musica hard Rock di Patty Smith e una ballad di Leonard Cohen, un film horror in bianco e nero e un programma sui true crime, un telegiornale che segue in diretta una strage, un documentario sui nativi d’America, il wrestling, i mostri giapponesi giganti, la pubblicità, i cartoni animati e altro. Tutto veniva “mesciato” e contaminato più volte tra i vari stili narrativi e visivi dei rispettivi show, per essere poi annaffiato con una generosa dose di psichedelia in un modo dissacrante quando potente, disturbante quanto malinconico. Alla fine a essere trasfigurata “toccava pure” alla serie tv tranquillizzante, stile Cin Cin o Genitori in Blue Jeans: quella con il salotto, i buoni sentimenti e le risate registrate. Quello diventava di colpo il momento più terribile di tutto il film di Stone, anche perché alle scene da sit-com familiare venivano alternate delle immagini “di come erano andati nella realtà i fatti”, con scene di violenza familiare reale filmate in glaciale bianco e nero, proiettate in brevi flash subliminali. Spoiler Alert, nel costruire la “realtà ideale” voluta dal protagonista/narratore, se vogliamo compie un viaggio inverso rispetto a quello di Natural Born Killer, ma non meno ardito: trasformare/riscrivere davvero, per quanto possibile e in funzione di un “dolore attuale”, la realtà in una specie di album dei ricordi positivi. Anche egoisticamente a costo, qualche volta, di estraniare lo spettatore dalle reali dinamiche emotive dei protagonisti sulla scena. L’epilogo doloroso della storia tra Kit e Michael è “decisamente reale e terribile”, ma diviene fin dai primi minuti del film quasi la condizione necessaria, per raccontare una relazione amorosa che si vuole con tutta la forza del mondo che appaia perfetta come un telefilm del pomeriggio “dall’inizio alla fine”. Possiamo certo comprendere idealmente quello che prova il nostro narratore, Michael, nella sua volontà di cancellare le cose brutte dal suo racconto, ma fino a che torniamo al “piano reale”, nella situazione iniziale dell’ospedale tra lui e Kit, parte del pubblico può pensare di sentirsi come quegli amici che negli anni '80 venivano invitati il sabato sera a vedere le diapositive delle vacanze dalla Grecia di qualcuno. Immaginate che siamo nel dopocena e che chi deve mostrare le foto abbia una scaletta rigida per dire più cose in pochissimo tempo. A corredo delle foto caricate sul proiettore, nascevano  frasi del tipo:  “in questa foto siamo in aereo, c’è stato un problema con il biglietto del volo ma abbiamo risolto. Foto successiva”. Oppure: “qui siamo davanti al Partenone. Un turista ci ha impedito di riprendere quel dettaglio del capitello, ma è andata bene lo stesso con... Foto successiva”. Questo per dire che “le cose accadono” in Spoiler Alert, anche importanti e non scontate (tra il modo in cui viene affrontato tanto il “coming out” che la crisi di coppia), ma ci vengono narrate in modo per lo più veloce ed edulcorato per una precisa “policy aziendale”, senza che le “sintesi emotive” possano essere in qualche modo filtrate da ironia o da quegli agghiaccianti scorci nel reale in bianco e nero di Natural Born Killer. Sembra che il film voglia trincerarsi in un continuo e  pur umanissimo: “Kit e Michael sono bellissimi così e basta!”, quando il punto di vista di Kit (perennemente “tagliato” in quanto protagonista, ma non narratore/protagonista come Michael) alla fine con ci viene mai davvero rappresentato, se non con l’idealizzazione che ne fa Michael. È una scelta di stile, interessante, “emotiva”, coraggiosa e che di fatto svela alcuni meccanismi psicologici poco esplorati che esistono nei rapporti di coppia. È qualcosa che rende questo film unico. Ma al contempo questo stile può risultare per qualcuno in sala una scelta quasi  “antipatica”, divisiva almeno fino alla parte finale del film, dove la pellicola in parte ripara questa situazione con una soluzione originale che riflette in modo intelligente proprio su questa ambiguità di linguaggio, donando al film un livello di lettura ulteriore.


Spoiler Alert è una pellicola “dramedy” romantica, spiritosa e dalla struttura narrativa originale, portata in scena con gusto e con al centro una coppia di attori molto affiatati e coinvolti nella parte. È un film che può sembrare un po’ strano, almeno fino a che entriamo davvero nel punto di vista del personaggio di Parsons, ma è un film che può infine conquistare e anche commuovere. Portare i fazzoletti. 

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lunedì 12 giugno 2023

Billy: la nostra recensione del film di esordio di Emilia Mazzacurati sulla provincia più depressa e disorganizzata, ma commovente, del nord est

Imilia: un piccolo paesino fuori dal tempo e dallo spazio, situato nel nord est dell’Italia. Siamo nella grande “provincia italiana”, il non-luogo che Samuele Bersani descriveva in una canzone “a tre chilometri di curve dalla vita”. Qui le strade sono infinite e deserte il paesaggio brullo e verdastro è uguale all'America “tra i campi” dell’Arizona, stile Little Miss Sunshine. Anche le persone che vivono in questo film sembrano coloratissime e stralunate come quelle uscite da Little Miss Sunshine, perché il nord est dell’Italia è di fatto  una succursale non segnata di quel mondo. In una casetta di Imilia insieme a una mamma divertente, un po’ repressa e un po’ alcolista di nome Regina, (Carla Signoris) vive Billy (Matteo Oscar Giuggioli), un ragazzone sui vent’anni segaligno, dall’aria sorridente e i capelli spettinati. Billy ama trascorrere il suo tempo nel suo fortino segreto: una roulotte tra i boschi con il tetto sfondato, dal quale si può ammirare il cielo e gli aerei che passano. Ogni aereo va da qualche parte e Billy e i suoi amici, i “piccoli giovani di Imilia”,  quando non sono intenti a giocare con qualche gioco da tavolo del covo, guardano e contano aeroplani col naso all’insù: fanno “Airplane-spotting”. Invece per “guardare i treni che passano”, dedicandosi così nel più tradizionale trainspotting, il posto migliore che esiste in zona è il Pitstop di Penelope, situato vicinissimo ai binari e gestito da una donna meravigliosa, anche se molto avida nel mettere la maionese nei panini. Non è un problema: c’è chi risolve portandosi la maionese da casa. I treni passano, gli aerei passano e Billy sta lì da vent’anni. Forse aspetta che suo padre ritorni a casa dopo che è sparito quando era bambino, mentre stavano giocando a nascondino. Avrebbero dovuto stabilire un “tempo massimo” per quella partita. Billy nel frattempo a 9 anni era già diventato lo speaker radiofonico più seguito della zona, gestendo una intera radio nella sua cameretta e conoscendo così canzoni e gesta del più importate idolo rock locale, Zippo (Alessandro Gassman). Zippo era un mito e alla fine è in poco tempo sparito nel nulla, forse anche lui “vittima” di una partita a nascondino. I tempi della radio e dei 9 anni sono finiti, anche se Billy in fondo frequenta ancora e solo ragazzini sui 9 anni: perché dopo quella età pure tutti i giovani sembrano sparire nel nulla per tornare a casa troppo raramente, prendendo infine uno di quei treni o aerei che a furia di guardarli sembrano sempre più affascinanti. In assenza di altri “esseri umani giovani” nei paraggi, con cui condividere la routine, la roulotte o la sera bighellonando tra le panchine del locale Al Lido, chiuso da anni ma ancora con una discreta insegna al Neon, Billy insegue una sirena, Lena (Benedetta Gris). Lena canta vestita da sirena e con una voce degna della mitologica creatura marina, anche se accompagnarla alle serate musicali in motorino con quella coda è un casino. Billy è cotto ma è ancora troppo timido per le danze acquatiche. Regina invece sembra pronta, tra un cocktail e l’altro che le viene servito dalla solerte collaboratrice domestica, a provare a cambiare la sua situazione: magari innamorandosi del pompiere Massimo (Andrea Battiston), single e che vive su una bella barchetta attraccata al molo, quasi un piccolo galeone pirata. È un uomo gentile, forse un po’ troppo fissato con la sua passione monotematica per il legno, ma è “disponibile”. Per attirarlo nella sua casa ha dovuto quasi darle fuoco, ma ha funzionato, la relazione si è avviata: quando si fanno le cose, qualcosa in genere succede. Così Regina subito dopo ha organizzato pure un bel mercatino per cercare di pagare le bollette e l’affitto (e forse pure la filippina tuttofare) e succede un’altra cosa inaspettata: riappare Zippo, la star. A volte ritornano, come scriveva Stephen King. Riappare dallo stesso nulla da cui era scomparso, veste ancora con giacche in pelle, è belloccio e interessato a una surreale pelliccia sintetica di colore blu scuro che Regina vuole vendere. Zippo conosce così Billy e le loro strade si incrociano, si contaminano e “sbandano”: c’è davvero un mondo oltre Imilia o è tutta una fantasia? Perché è così difficile tornare a casa “nella provincia”, anche solo qualche volta, anche solo “per salutare”? Zippo può avere delle risposte, ma nessuno è davvero sicuro che siano le risposte giuste. 


Esiste una provincia strana e con le sue strane regole, giù nel nord est dell’Italia. È un luogo magico quanto in larga parte ancora inesplorato dal nostro cinema, per lo più dimenticato e criptico, ma necessario da comprendere per capire come sono fatti alcuni alcuni dei popoli autoctoni di quella zona, se mai ne incontrerete uno. È gente “di frontiera”, in genere composto da grandi lavoratori e professionisti, che vive sul confine tra l’Italia e il resto del mondo e di fatto spesso “salpa per il resto del mondo”. Cosmopoliti più per nascita che per vocazione quanto nei rapporti umani generosi, anche se caratterizzati da una scorza un po’ ruvida: con quel tipico complesso del porcospino in virtù del quale anche nel film si dice “la gente qui non è così male, anche se io preferisco restare da solo”. Per comprendere lo “spleen”, quel misterioso stato di malinconia, amore e insoddisfazione dei quotidiano raccontato in poesia da Charles Baudelaire, dovreste farvi un giro nel nord est. Ogni tanto qualcuno è riuscito a raccontarci “tra le righe” il non-luogo geografico e dell’animo di chi vive queste zone, come Pier Paolo Pasolini e Tinto Brass (ma anche la voce della cantante Elisa) nelle loro opere più autobiografiche. Di recente ci ha raccontato il nord est il regista horror Lorenzo Bianchini anche con il suo ultimo L’angelo dei murice lo ha raccontato Matteo Oleotto con la serie tv Volevo fare la rockstar e ce lo racconta qui anche Emilia Mazzacurati, figlia del regista padovano Carlo Mazzacurati (quello che nel film comico La lingua del Santo faceva dire al personaggio di Bentivoglio: “la sola Padova fattura come l’intero Portogallo”) alla sua opera prima con Billy


Billy è un’opera con al centro uno Scott Pilgrim atipico, dolce quanto complicato, con il volto del simpatico e intenso Matteo Oscar Giuggioli. Billy vive avventure come fratello maggiore di una piccola banda di Peanuts, tenera ed eccentrica, sparpagliata in casette tra il verde o riunita nella mitica roulotte-covo con il buco sul tetto e illuminata da lucine di Natale collegate a un generatore, piena di giochi e carte con cui passare il tempo. Gli adulti quasi non ci sono, al di là di alcuni “nonni”, in quando la maggioranza sembra davvero scomparire come dopo un rapimento alieno. Chi rimane e sembra “anagraficamente adulto”, come i personaggi della Signoris, Gassman e Battiston, si è già scottato tra responsabilità e tragedie e a conti fatti “rinuncia a essere adulto” e sceglie uno stile di vita quasi-eterno adolescente, avvolgendosi di noia e malinconia. C’è quindi molto “spleen” in questa opera corale dai colori tenui e gli “animi scoloriti” alla Little Miss Sunshine, quanto appare un film genuinamente intimo e probabilmente autobiografico. Chi ha vissuto o conosce quella zona d’Italia qui raccontata, inevitabilmente nella narrazione della Mazzacurati “si riconosce in qualcosa”, magari anche solo a livello indistinto o inconscio. Riconosce qualcosa di unico quando non (ancora) codificato dai canoni consueti del cinema italiano. È un’opera dall’andamento più lineare del solito, quasi simile nella struttura ad una favola per il suo essere piena di sirene, pirati e covi, ma i personaggi sono costantemente immersi in un magma di sentimenti contrastanti intensi. Sentimenti che più che guidarli spesso li ostacolano, li “bloccano”, cercano di incatenarli alla coccola di una quotidianità gentile ma senza via d’uscita fino a che il “bubbone esplode” e inizia il meccanismo di “fuga” sopra descritto. L’ironia e l’autoironia, fin quando ci sono, sono le armi più potenti al mondo per tamponare questo “malessere esplosivo”. Anche l’alcol è un buon tampone, nel nord est diffusissimo quanto in grado di fare danni ulteriori. Alla fine il bubbone esplode e i giovani spariscono dal giorno alla notte, dalla provincia al circolo polare artico, viaggio di sola andata: alla conquista del mondo e al contempo con un senso di colpa lacerante per aver abbandonato la famiglia. Un sentimento che “non molla” a distanza di anni e che muta la favola della Mazzacurati in tragedia esistenziale. Anche chi nonostante il bubbone decide di rimanere, vive circondato da uno strano senso di solitudine, spesso incolpandosi oltre il lecito, spesso rinchiudendosi in una quotidianità meccanica, ciclica e dentata come un ingranaggio. Sentimenti forti e un rapporto con il territorio difficile che accarezzano, se vogliamo, anche le atmosfere del western crepuscolare. È un cinema italiano inedito, figlio di una realtà di provincia inedita rispetto alle province già ampiamente narrate al cinema in cui tutti i sentimenti umani sono esternati per lo più  con la forza e le urla del melodramma. Billy è un film quasi sussurrato, quasi timoroso di esprimere i sentimenti che lo agitano, umanamente irrisolto e non spettacolarizzato, ingentilito dalla grande voglia di sognare che riescono ad esprimere questi personaggi “troppo con i piedi per terra”. Il pitstop di Penelope con le sue luci soffuse davanti ai binari, la roulotte con il buco in cui può entrare la neve, la casa galleggiante da pirata del pompiere di Battiston, la sirena come massimo simbolo dell’amore che esplode nell’adolescenza, il rocker misterioso e leggendario che va in giro con in tasca la maionese e i genitori che scompaiono mentre si gioca a nascondino. La Mazzacurati nella sua opera prima con immaginazione e amore riesce a portarci nel “suo nord est”, un nord est quasi alla Michael Gondry. Ha un tocco leggero anche quando il dramma viene a svelarsi, anche quando il “destino” arriva beffardo a rimescolare le carte di chi sceglie di opporsi a lui. È un film tragicamente ottimista, che sceglie di mettere i sorrisi e il “sogno” sopra alle lacrime. Un film per molti versi complicato e ambivalente che ben si adatta a descrivere personaggi affettuosamente complicati. 


Molto bravi tutti gli attori coinvolti, tra cui si segnala ovviamente Giuggioli, perfetto anche nel duettare tanto con Gassman che con la Signoris. Simpatico come sempre Battiston, Benedetta Gris ha un piccolo ruolo ma è molto interessante, simpaticissimi tutti i piccoli interpreti. Buona la colonna sonora, belli i costumi e la fotografia calda e avvolgente, davvero riuscite le scenografie, dal Pitstop Penelope alla chiatta del pompiere, passando per la casetta di Billy e ovviamente la roulotte-covo. Billy è un film pieno di inventiva che racconta con ironia e malinconia una Italia di provincia poco rappresentata ma affascinante. Un “luogo nuovo” che il cinema italiano dovrebbe provare a esplorare di più. Se vogliamo, il vostro west crepuscolare. 

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domenica 11 giugno 2023

Sanctuary: lui fa il gioco lei fa le regole - la nostra recensione del film sexy e intelligente di Zachary Wigon, con protagonisti Christopher Abbott e Margaret Qualley

Ci troviamo in una lussuosa stanza di hotel dei giorni nostri, con pareti rosse, tende sigillate e luce soffusa. Rossa è pure la moquette, su cui una fantasia oro riporta disegni simili a occhi. Bionda è invece una giovane donna di nome Rebecca (Margaret Qualley), affascinante e sicura di sè, che qui incontra lo scapigliato e ansioso Hal  (Christopher Abbott). Lei porta i capelli lisci a caschetto, veste in modo raffinato ma rigido: completo verde scuro da uomo giacca e pantaloni, una camicetta a balze bianca ben chiusa fino all’ultimo bottone, scarpe scure aperte con il tacco alto. Glaciale, quanto lui è quasi mediterraneo, quasi un pomodoro. Ha la barba di qualche giorno e i capelli scuri ricci, veste “casual” per non dire disordinato, senza cravatta, rievocando uno oggi troppo scolorito e triste Don Johnson dei tempi di Miami Vice. È un incontro molto esclusivo il loro, complesso quanto quasi intimo: la valutazione finale del candidato perfetto a un prestigioso ruolo di comando in una catena di Hotel. I due si mettono comodi, si versano un soft drink con ciliegina, vengono estratti dei questionari e inizia un complesso gioco di ruolo in cui non è mai chiaro fino in fondo chi sia l’esaminatore e l’esaminato. Dopo una prima fase Rebecca abbandona la parrucca bionda e si rivela mora, anche lei riccia. Hal non è per niente sorpreso, era già previsto e i due per un attimo iniziano a parlarsi con confidenza e quasi complicità da amici, ma poi il gioco delle parti prosegue, “deve” proseguire. Il colloquio si fa sempre più strano assecondando  dinamiche nuove. L’iniziale rapporto di lavoro già mutato in rapporto confidenziale, si evolve in pratiche di sottomissione tra schiavo e padrona, si sviluppa forse per un istante in amore autentico e poi arriva subito all’odio. Lo schema si ripete e contorce, conducendolo entrambi verso uno stato di paranoia che mette in dubbio le reali intenzioni e “limiti di entrambi”. Poco conta che i loro giochi, per regolamento severamente vergato a fuoco tra le parti, dovrebbero sempre  finire quando uno dei due pronuncia “Sanctuary”, la parola in codice di sicurezza. Quel giorno la coppia vuole andare oltre. Hal, da sempre uomo schivo e sottomesso prima dal padre e poi da tutti gli altri, vuole dimostrare a Rebecca, a se stesso e al mondo di essere diventato un uomo forte. Rebecca, da sempre spietata e calcolatrice donna di potere, vuole dimostrare ad Hal, a se stessa e al mondo di poter avere dei sentimenti. Nessuno dei due crede davvero alla buona fede dell’altro e nasce così uno scontro fisico quanto psicologico, che potrebbe unirli o separarli per sempre. Uno tsunami che sconvolgerà per sempre il loro rapporto. 


Il tecnico del suono di lungo corso Micah Bloomberg passa dalle colonne sonore alla sceneggiatura, costruendo una “partitura emotiva” perfetta, accorata quanto punk, per molti versi vicinissima alla piece La Venere in pelliccia, di David Ives già portata al cinema anche da Roman Polanski. Christopher Abbott interpreta un personaggio non lontano dal suo imbranato e improbabilissimo “killer di prostitute” nel divertente Piercing di Nicholas Pesce: un uomo con troppa voglia di dimostrarsi potente e spietato che finisce subito vittima, in una simile stanza di hotel, di una donna “forte per davvero”, che in Piercing aveva il volto della bellissima Mia Wasikowska. Bellissima e altrettanto forte è anche qui Margaret Qualley, figlia di Andy MacDowell, che già stregava Quentin Tarantino e tutto il pubblico in sala in C’era una volta a Hollywood con solo i suoi occhi penetranti e lo sguardo sensuale, oltre ai “classici” piedi nudi che il regista di Pulp Fiction ha voluto riprendere sporchi di terra come quelli dei ragazzini che giocano d’estate sull’asfalto. La perfetta donna/bambina “ammaliatrice definitiva”, dietro cui forse si nasconde ancora una sorta di purezza adolescenziale che tanto piacerebbe a Nabukov. La Qualley e Abbott, in un film che li vede unici protagonisti della scena dal primo all’ultimo minuto e ben “accordati” dalla partitura di Bloomberg, si mettono così al servizio di un promettente autore come Zachary Wigon, che dopo la sua prima opera del 2014 era entrato un po’ in stallo, di fatto aiutandolo a risplendere di nuovo in questo thriller psicologico dall’impostazione molto teatrale. La scena principale è tutta per la stanza d’albergo dalle pareti rosse e soffuse, che diventa un vero e proprio piccolo mondo a parte dove i due si analizzano, si amano, si cambiano di ruolo e vestito, complottano e si scontrano distruggendo o cannibalizzando tutto l’arredo che li circonda. Wigon sta al gioco e dà corpo a tutte le fantasie camaleontiche che attraversano Hal e Rebecca. Diventano così incredibilmente sexy le piastrelle bianche del bagno da pulire rigorosamente a torso nudo, mentre lei lo umilia “eccitandolo”. Il materasso si trasforma in una specie di muro di mattoni, perché nella relazione tra Hal e Rebecca le effusioni “pelle su pelle” sono bandite a favore di più intellettuali “simboli”, “ordini”, orologi preziosi e contrattazioni “multi livello” che piacerebbero al mister Grey e E.L.James. La moquette a un certo punto si scopre che ha “gli occhi” e non sono i soli occhi, forse né buoni né cattivi, che il luogo potrebbe nascondere, per scherzo o per rabbia. Oltre la porta c’è l’ascensore che porterebbe i due al di fuori della loro fragile e  “sanguigna” interiorità condivisa. È un limite emotivo più che fisico, che fa paura varcare “da soli” perché potrebbe distruggere come salvare entrambi ma “per sempre”, ponendo fine ad ogni modo a un idillio simile a una fune sospesa nel vuoto che viene costantemente allungata e impreziosita di cerchi di fuoco da saltare, minuto dopo minuto, seguendo affinità elettive eccentriche quanto “facili” da intercettarsi e infiammarsi tra loro. In questo percorso ad ostacoli reciproco e contrapposto appare subito evidente la grande complicità che si è creata sul set tra i due protagonisti, che riesce a dare quasi l’impressione che tutto sia nato durante un'improvvisazione. Christopher Abbott usa una recitazione molto spontanea, apparendo spesso in balia dei sentimenti quanto di ossessioni che fatica a gestire. Margaret Qualley ha un personaggio che indossa una corazza emotiva che in qualche modo ne contraddice gli intenti, e riesce sempre a mostrare questo doppio ruolo, entrando e uscendo con successo dal ruolo della manipolatrice. È una bella “lotta”, una lotta incredibilmente sexy se si considera il dettaglio non trascurabile che è combattuta quasi tutta a livello mentale e suggestivo, un po’ come quella scena dell’orgasmo finto di Harry ti presento Sally. È un film che vola via come il vento nella sua ora e trenta, senza perdersi in troppe lungaggini e anzi riuscendo a “cambiare pelle” quasi quattro o cinque volte, sempre tenendo desta l’attenzione del pubblico. 


Sanctuary è una piccola sorpresa, un film simile a una piece teatrale decisamente riuscito sul piano tecnico quanto artistico, benedetto da due interpreti in ottima forma. In nuovo ottimo biglietto da visita per Zachary Wigon e il film ideale da vedere al cinema, magari in compagnia, per una serata all’insegna della seduzione e dei brividi che solo i veri “giochi di ruolo” (fantasy e non) sanno regalare. 

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sabato 10 giugno 2023

La sirenetta: la nostra recensione del live action firmato da Rob Marshall che riporta in sala uno dei più amati personaggi della Disney, in una veste nuova e “più realistica”

Grande oceano blu, blu notte, in un luogo e un tempo da Pirati dei Caraibi. È la “luna di corallo”, il periodo in cui si racconta che in fondo al mare si radunino sirenette coperte quasi solo dal body painting al cospetto di Re Tritone (Javier Bardem), un affascinate uomo capelluto avvolto in un mantello di sardine. Su una nave piena di marinai ubriachi dove tutti cantano si lanciano in acqua reti a caso, cercando di pescare queste creature leggendarie mezze nude al posto di qualche tonno. Il fascinoso principe-marinaio Eric (Jonah Hauer-King), a bordo insieme al suo primo ministro Sir Grimsby (Art Malik), è molto adirato per questo irrispettoso atto nei confronti delle popolazioni subacquee e ha ragione: è una cosa che porta anche sfortuna e di lì a poco tutti affonderanno a causa di una tempesta improvvisa. A salvare Eric, Grimsby, un cane buffo che non rivedremo mai più e il resto dell’equipaggio interverrà però Ariel (Halle Bailey), una sirena che colleziona tutti i cimeli provenienti dalla superficie improvvisando delle canzoni sul loro utilizzo. Ariel sente uno strano trasporto anche per Eric, che ha poco prima ammirato in tutta la sua principesca bellezza mentre i marinai esplodevano dei fuochi d’artificio per irritare ulteriormente Tritone. Il principe viene tratto in salvo, la nave cola a picco e Ariel come souvenir si porta nella sua stanzetta sottomarina dei nuovi cimeli terrestri, tra cui la statua di due metri di Eric che la nave trasportava. Che le navi colino a picco è una gran seccatura per l’inquinamento marino, così la notte di corallo diventa per il re dei mari e le sirene provenienti da tutti i mari del mondo (7 in tutto) una occasione per tirare fuori sacchetti, la scopa e le palette e smaltire il barcone nella differenziata, mentre Ariel sta a trastullarsi con questa statua real-Doll di Eric. Tritone, posate le palette, è arrabbiatissimo e va personalmente a distruggere quella statua poco biodegradabile con una precisa invettiva: Ariel non deve fidarsi del popolo di superficie, perché l’ultima volta quei tizi hanno ucciso sua madre. Ariel piange, si dispera, decide di andare nelle profondità oceaniche da Ursula (Melissa McCarthy) la sorella di Tritone e strega dei mari a chiedere una pozione per diventare una donna terrestre, viene maledetta in un momento musicale, perde la coda e la voce, le spuntano le gambe, arriva in superficie. L’adolescenza, detta in una parola. Tritone prima che Ariel arrivasse dalla strega decide di mandare il granchio di corte Sebastian (doppiato in italiano da Mahmood, in inglese dal rapper Daveed Diggs, noto interprete del musical di Broadway Hamilton) a sorvegliare la sirena dopo quella lavata di capo, non sospettando ancora che di lì a poco sarebbe arrivata addirittura sulla terraferma. Sebastian non era riuscito a dissuadere Ariel nonostante si fosse esibito per lei in un celebre momento musicale, ma è stato pure in grado di essere presente di nascosto al patto tra Ariel e Ursula e ora si fa aiutare in una improvvisata missione di salvataggio dal pesce sergente amicissimo della sirena Flounder e dalla “sula bassana” Scuttle, una “espertissima” conoscitrice delle usanze umane (nel cartone animato originale era un pellicano di sesso maschile, ma ora è stato scelto un animale “”forse più carino”” per essere interpretato da una donna, in inglese dalla rapper Awkwafina e in italiano dalla doppiatrice di Megan Fox Alessia Amendola. In tutto il film nessuno disserterà mai su cosa sia una sula bassana, comunque). Il granchio, la sula e il sergente arrivano sulla terraferma dopo che Ariel è già stata caricata su una barchetta da un loschissimo individuo che ancora più loscamente l'ha ha caricata dietro un carretto sotto una coperta per portarla sottobanco tra gli inservienti del castello. Uno scafista? Non lo sapremo mai, ma assisteremo a un brano inedito in cui Ariel ci racconta della difficoltà di stare in piedi su delle gambe. Poco dopo sapremo per la prima volta da un numero musicale che pure Eric (parallelamente ad Ariel) è più interessato al mare che alla terraferma, raccogliendo mille cimeli sottomarini nella sua cameretta. Come sapremo che la sua madre adottiva Selina (Noma Dumezweni) è molto preoccupato per il fatto che il figlio esplori il mare finendo nei naufragi, esternando una invettiva abbastanza precisa: Eric non deve fidarsi del popolo del mare, perché l’ultima volta quei tizi hanno ucciso la sua vera madre causando un naufragio. Eric e Ariel sembrano avere tanto in comune, ma non possono raccontarselo: perché una delle clausole della maledizione della strega del mare era che la sirena rinunciasse alla sua voce. Di fatto da quando è sulla terra Ariel non può parlare e ha cantato tutta la canzoncina sulla forza di gravità che rende difficile camminare sui piedi “a mente”. Tra le altre clausole della Maledizione c’è anche il fatto che se non riuscirà a far innamorare il principe in poche ore il suo corpo tornerà quello di una sirena e lei diventerà di proprietà della strega Ursula: sarà una corsa contro il tempo! Riusciranno Ariel ed Eric ad amarsi e suggellare così una relazione interspecie inclusiva e multietnica, grazie a dei numeri musicali, buffi pesci ballerini, le piccole partita iva di un mercatino pieno di sombrero e alla magia dei Caraibi? 


Il regista di Nine e Chicago, Rob Marshall, è stato chiamato dalla Disney a dirigere questo nuovo adattamento live action di un loro classico animato, nello specifico un’opera bellissima e molto amata che ha riportato in auge lo studio dopo un periodo di particolare crisi che lo ha colpito negli anni ‘80. Ogni live action racconta “qualcosa di più” del film di animazione originale: le canzoni più celebri vengono arricchite con nuove strofe e ci sono anche pezzi inediti, scopriamo dettagli nuovi sui personaggi e sul loro passato, ammiriamo la recitazione di veri attori e la ricostruzione in computer grafica foto-realistica di creature realizzate originariamente a matita, apprezziamo in generale un “approccio moderno” che cerca di mettere il racconto più a contatto con i problemi della attualità. Con Alice in Wonderland di Burton e il suo seguito abbiamo conosciuto una “Alice più grande”, che oltre alle atmosfere del cartone animato ha poi vissuto altre avventure sempre però ispirate dall’autore dei libri Lewis Carroll. Anche il Libro della Giungla ha raccontato degli eventi successivi al cartone animato ma presenti nei libri, Malefica e Crudelia hanno invece molto ampliato la caratterizzazione di questi personaggi scrivendo storie sul loro passato. Per Mulan, Pinocchio e Aladdin la Disney ha cercato di calare maggiormente i personaggi nel contesto culturale da cui le storie originariamente provenivano, per Dumbo Tim Burton ha ampliato il mondo del circo seguendo una sua visione autoriale, di fatto innestando sul classico delle suggestioni del circo del suo Batman Returns. I live action non sono opere che vanno a sostituire i classici: sono anzi un modo ulteriore di omaggiarli, come i musical teatrali del Re Leone o di Aladdin che fanno ancora il tutto esaurito a Broadway scegliendo una direzione artistica autonoma quanto in grado di “strizzare l’occhio con gusto ai vecchi fan”. Rob Marshall noni si sottrae a queste regole di ammodernamento, parlando nella sua sirenetta anche di inquinamento marino, accoglienza dei naufraghi e  multietnicità. Si poteva accogliere alcune suggestioni sul gender, considerando che l’autore originale della favola, Hans Christian Andersen indirettamente avrebbe voluto affrontare quel tema, ma forse sarà per il prossimo live action. Marshall è uno che di musical se ne intende e La sirenetta prima di ogni altra cosa è un bellissimo e coloratissimo musical, grazie alle incredibili musiche originali del premio Oscar Alan Menken qui riarrangiate, nuovi brani e allo straordinario lavoro degli animatori e del cast vocale. La sceneggiatura, che anche in questo caso si preoccupa di ampliare la storia originale senza stravolgerla troppo è ad opera di David Magee, autore tra gli altri di Vita di Pi di Ang Lee e di Il ritorno di Mary Poppins, un altro film diretto per Disney sempre da Rob Marshall. Anche il direttore della fotografia, che ci racconta il mondo “in fondo al mare” con colori nuovi, quasi più “metallici e traslucidi”, è un collaboratore di lungo corso di Marshall come Dion Beebe, che lo ha accompagnato anche in un recente bellissimo quanto poco celebrato film musicale ispirato alle favole dei Grimm, Into The Woods. Viene da Into The Woods ma ha un passato che inizia con Edward Mani Forbice e ha seguito tutte le pellicole di Tim Burton la costumista Colleen Atwood. Per la protagonista Ariel la scelta è ricaduta su una cantante che molti iniziano a paragonare a Whitney Houston, Halle Bailey, con già alcune esperienze televisive alle spalle. Il granchio Sebastian, a tutti gli effetti il “secondo protagonista” della vicenda, è interpretato da uno degli interpreti di Hamilton, uno dei più importanti e acclamati musical moderni di Broadway e Awkwafina, che interpreta la sula bassana è una rapper di recente spesso prestata al cinema con esiti più che positivi, come nel Marvel Movie Shang-Chi. Tutto l’apparato produttivo messo in campo dalla Disney per La sirenetta versione 2023 è sontuoso, anche se si scontra giocoforza con alcuni dei “limiti noti” di tutti i live action Disney. Il primo tra tutti è la scelta di ricreare i personaggi di fantasia, come i classici animali parlanti, mettendo in campo una tecnologia foto-realista: il motivo per cui già Il re leone appariva più come un bellissimo documentario sugli animali della savana rispetto al film originale. Nella Sirenetta questo approccio realistico rende giocoforza Flounder più vicino a una triglia del banco del pesce che a un pelouche coccoloso giallo e blu. Sebastian rispetto alla sua incredibile espressività animata è incatenato da una corazza che ne limita di moltissimo la mimica. La “sula bassana” è stata scelta in luogo del gabbiano magari anche in ragione degli occhi più gradi e della espressione facciale “naturalmente più buffa”, anche se forse questo non basta. C’è da dire che i doppiatori di questi animali parlanti, tanto inglesi che italiani, svolgono sempre un ottimo lavoro, con una menzione speciale per Mahmood, bravo tanto nelle performance cantante che quando recita la parte. Anche i personaggi dal cartone animato cambiano molto la loro espressività in ragione di essere ora interpretati da attori reali. Bardem e la McCarthy riescono a rendere al meglio le rispettive parti, tutti gli attori sono in genere simpatici, ma purtroppo sono i protagonisti principali a non convincere appieno, Ariel ed Eric. Su Eric andiamo veloci: è vestito come nel cartone animato, ha un’aria un po’ assente, nell’insieme è abbastanza coreografico ma non riesce mai a trovare il giusto feeling con la Sirenetta. Passiamo ad Ariel. Sul piano degli outfit di Ariel (mentre il look di Tritone e di altri è magnifico), la vincitrice di quattro premi Oscar per i costumi Coleen Atwood sembra aver dovuto sottostare a scelte di produzione specifiche quanto decisamente “infelici” sull’uso di alcuni abiti tradizionali, come un vestitone a gonna lunga e una ambia fascia per raccogliere i capelli. Anche il look da sirena del personaggio sembra che sia stato reso deliberatamente meno sensuale e provocante, con una specie di body painting super coprente, che schiaccia ogni forma, e con la bellissima colorazione della coda e della pinna che vengono “smorte” in riferimento a una fotografia “piuttosto cupa”. Sul piano puramente espressivo l’Ariel a cartoni animati assomigliava a una piccola Rita Hayworth: giocava a sollevare la chioma rossa che le copriva gli occhi (sulla terraferma) tirando un soffio nervoso verso l’alto, sorrideva a trentadue denti e con gli occhi brillanti che saltavano fuori dalle orbite, gesticolava in continuazione apparendo carina anche quando faceva qualcosa di buffo, come arrotolare i suoi capelli con una forchetta. Aveva una straordinaria mimica che sopperiva al fatto che il suo personaggio dovesse essere del tutto muto, per via della maledizione, per una ampia portata della storia. Era innocente ma anche sensuale, mentre esibiva senza imbarazzo un bikini fatto di conchiglie. Halle Bailey non ha alcuna mimica, sorride, ha una bella voce ma non riesce a trasmettere la gioia e il carattere di Ariel. Il nuovo hair look con i deadlocks tribali le rende impossibile “giocare con i capelli” pur volendolo, con la scena della forchetta sopra citata che assume qui dei contorni terribili, quasi di imbarazzo e sdegno. La Bailey poi sembra non poter apparire quasi mai “anche” sensuale con il suo corpo, forse perché una ragazza in carne ed ossa che si muove come la Ariel a cartoni animati quando scopre di aver le gambe può oggi effettivamente essere considerata troppo provocante. Il personaggio della Bailey comunque esegue le coreografie di balletto come richiesto e gli effetti speciali aggiustano il tutto in un modo molto gradevole, ma si sente che manca qualcosa. Anche la storia, quando cerca di ampliare su nuovi aspetti interessante come le sorelle di Ariel o il passato di Eric, non riesce in verità che ad accennarli, anche se il film ha una durata molto più lunga dell’originale. 


Il nuovo live action Disney è un prodotto ben confezionato e che sicuramente non dispiacerà ai fan del film originale, grazie a un’ottima comparto produttivo, al cast tecnico e ad attori che in genere riescono a essere divertenti e bravi nelle molte scene di ballo, canto e non. Un po’ fuori fuoco i personaggi di Ariel ed Eric, Flounders e Sebastian se vogliamo pagano un po’ (come tutti i pesci) l’eccessivo realismo della messa in scena, ma hanno delle voci simpatiche. Belli gli effetti visivi e le nuove versioni delle musiche, un po’ cupa la fotografia generale che al cinema riesce però a rendere molto bene. La Sirenetta mantiene l’alto livello e le peculiarità dei live action Disney. Al netto delle considerazioni sopra esposte, se vogliamo dovute in gran parte a specifiche scelte artistiche già note, è un film gradevole, divertente e da gustare al meglio al cinema in una sala abbastanza ampia da farci sentire sul fondale marino. 

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lunedì 5 giugno 2023

The boogeyman: la nostra recensione dell’horror psicologico di Rob Savage tratto da Stephen King, dai produttori di Stranger Things e dagli sceneggiatori di A Quiet Place, con protagonista la “piccola Leia” di Star Wars

America dei giorni nostri. Nella sua casetta tra il verde che funge anche da studio, lo psicologo junghiano Will Harper (Chris Messina, già visto nell’horror “sull’ascensore” Devil) aiuta i suoi pazienti ad affrontare la loro “ombra”: scavando nelle loro paure più inconsce alla ricerca del modo più corretto per comprenderle e convivere con esse. Gli assistiti gli sono molto grati, ma non possono fare a meno di notare quanto triste e abbattuto si trovi il loro analista nell’ultimo periodo. Dopo che un incidente d’auto, sulle cui dinamiche lo psicologo ancora si incolpa, gli ha portato via per sempre la giovane moglie, lasciandolo solo con le sue due figlie, Sadie (Sophie Thatcher, vista nel fantascientifico Prospect a fianco di Pedro Pascal) e Sawyer (Vivien Lynn Blair, vista nel ruolo della piccola principessa Leia nella serie Disney+ Obi Wan Kenobi). Sadie è una liceale e cerca di trovare dei modi per non dover sciogliere per sempre il suo legame con la madre: passa molto tempo nella stanza dove lei dipingeva, indossa i suoi vestiti per farsi forza, prova a cercare su YouTube strani rituali per mettersi in contatto con il mondo dell’Aldilà e taglia fuori tutto il resto del mondo, vivendo sempre con gli auricolari con la musica abbastanza alta da non accorgersi quanto gli capiti intorno. Sawyer è ancora molto piccola e ha in genere tanta paura del buio, ma sa affrontarlo con una cameretta sempre illuminata da delle lucine colorate natalizie e dorme abbracciata alla sua inseparabile palla luminosa, che quando serve lancia nelle zone più buie per scacciare tutte le ombre più inquietanti. Vorrebbe stare un po’ di tempo in più nel lettone di papà, ma le sue ronde contro i mostri dell’armadio la riescono comunque sempre a tranquillizzare. Un giorno compare nello studio di Will uno strano nuovo paziente, di nome Lester Billings (David Dastmalchian). Lester ha più o meno la stessa età di Will e un tempo era come lui un genitore, prima che i suoi tre bambini morissero in circostanze tragiche quando misteriose. Lester ha scelto Will perché aveva letto sul giornale dell’incidente di sua moglie ed è convinto per questo che sia in grado di comprendere il suo dolore, ma appare in stato confusionale, parla di uno strano mostro che uccide i bambini quando nessuno può vederlo. Fa osservare a Will una specie di diario su cui uno dei suoi figli è riuscito a ritrarre questa creatura, che dice sia in grado di replicare la voce di chiunque e confondere la mente. Dice che lui è innocente, a dispetto di quando tutti hanno raccontato, anche se è stato fin dall’inizio l’unico sospettato delle loro morti. Will vuole prendere tempo, chiede di interrompere l’incontro per una boccata d’aria quando Lester scompare dallo studio. Sadie è a casa e sente dei rumori provenire dal ripostiglio al cui interno, nella penombra, trova il cadavere impiccato di Lester. La vita per Will, Sadie e Sawyer si fa di colpo ancora più strana. La più piccola inizia a essere aggredita da una creatura simile a un uomo glabro dagli arti allungati come un ragno, che si sposta tra il buio e il soffitto. Anche Sadie ha visto qualcosa nel buio mentre cercava di evocare la madre scomparsa con un rituale, ma non ha la certezza di quello che si è trovata davanti con precisione. Will, cercando di difendersi dal caos che lo sta circondando, nega ogni cosa e si butta sul lavoro, decide di portare la figlia più piccola da una terapeuta specializzata nell’affrontare la paura del buio, riuscendo solo a traumatizzare ancora di più Sewyer. Sadie vorrebbe al suo fianco un padre e non uno psicologo, ma il genitore non è in grado di soddisfare questa richiesta, con l’adolescente che si trova suo malgrado circondata da un gruppo di “amiche” (come nella migliore tradizione dei “ragazzini più orribili del mostri” della provincia americana, raccontati in molti libri di Stephen King) che trovano molto buffo deriderla in quanto orfana e con un tizio che si è suicidato in casa sua. Tutta questa  paura, come Mosters & Co. Insegna, sta in qualche modo “nutrendo la creatura” che vive nel buio, rendendola ancora più forte e pericolosa. Nel tentativo di trovare una soluzione Sadie contatta Rita (Marin Ireland), la moglie di Lester, che vive ormai da giorni senza dormire in una casa trasformata in una specie di campo da battaglia: dove con candele, riflettori e fucile a pompa cerca ancora di combattere con quella creatura che le ha portato via tutta la famiglia. Ma basteranno delle luci artificiali e delle bocche da fuoco ad avere la meglio sull’uomo nero?


Lo sceneggiatore del dramma psicologico“ di Darren Aronofsky Il cigno nero, Mark Heyman, scrive (in “momenti produttivi diversi”) insieme a Scott Beck a Bryan Woods, autori di A quiet place, questo film ispirato a un racconto breve di Stephen King del 1973, pubblicato nel 1978 nella celeberrima raccolta di racconti A volte ritornano (in originale Night Shift), che ha ispirato già molte trasposizioni cinematografiche e televisive (tra le più celebri Grano Rosso Sangue, Il tagliaerba, Brivido, The Mangler, A volte ritornano e il film a episodi L’occhio del gatto). Il regista inglese Rob Savage è diventato famoso nel 2020 per l’horror Host, tutto girato durante dirette Zoom con le telecamere di portatili e cellulari e in qualche modo diventato una interessante evoluzione del genere, nel contesto dei “distanziamenti sociali” del periodo pandemico del Covid 19. Il dato interessante dell’operazione era quindi fondere quello che a tutti gli effetti può essere stato per King il “prototipo di IT”, che avrebbe poi preso forma nel libro uscito nel 1986, insieme ai “mostri della mente” del Cigno Nero e alle creature della “tacitazione delle emozioni” di A quiet place. Come il Mimic di Del Toro questo “uomo nero”, se vogliamo una evoluzione diretta dei “Listeners” di A quiet place, si presenta a tutti gli effetti come una creatura che per “mangiare” dà fondo alla sua abilità di imitare le voci e confondersi con gli esseri umani, mentre risulta intelligentemente più sfumato il suo potere di “suggestionare” le prede, che di fatto può essere un effetto dello stato di paranoia nel quale vengono indotte le sue vittime. Dopo anni in cui il “babau” è sempre uscito dall’armadio delle camerette dei bambini, in questo The Boogeyman si esplora anche la possibilità che si possa rintanare in “luoghi diversi”, simbolicamente non meno suggestivi, interessanti e al passo dei tempi. La “lotta con il mostro” recupera alcune suggestioni positive di pellicole come Al calare delle tenebre del 2003 e Lights Out del 2016. Ogni horror che si rispetti ha bisogno di una final girl e la piccola Sawyer di Vivien Lynn Blair, la piccola principessa Leia della serie tv di Disney+ Obi Wan Kenobi, ha davvero tutte le carte in regola. È piccolissima ma coraggiosa e non intenzionata a scappare dal mostro, mentre si muove con il filo delle lucine colorate legato a tracolla come fosse un cinturone porta munizioni di Rambo o Commando, armata della sua inseparabile palla luminosa rimbalzante. È Sawyer che riesce ad affrontare il buio meglio e prima della sorella Sadie, interpretata dalla brava Sophie Thatcher, che appare spesso più sottomessa alle “bullette locali” e intenta a isolarsi dal mondo fino a che è proprio la piccolina a darle una bella “svegliata fraterna”. Il Will di Chris Messina è un padre ugualmente credibile nel suo dolore e nel modo più comune di affrontarlo, chiudendosi a riccio: il suo modo di non affrontare i mostri del buio risponde realisticamente anche allo stress a cui può andare incontro per la propria professione. Anche il personaggio di Rita di Marin Ireland non è banale e quasi tragico nel modo in cui cerca di affrontare le sue ossessioni. Maddie Nichols interpreta una “bulla” che è tale per delle ragioni, che vengono espresse in modo così sottile quando convincere da non farcela vedere solo come un personaggio solo bidimensionale. Tutto il cast in genere riesce a trasmettere il grande impegno nella costruzione e interpretazione dei rispettivi ruoli e il lavoro artistico legato al mostro e al mondo nel quale si muove ha degli spunti di sicuro interesse. La regia di Rob Savage, purtroppo, non riesce a valorizzare al meglio tutto questo potenziale messo in campo.  Forse per portare in sala un film degli autori di A quiet place serve davvero l’occhio per i dettagli e le sfumature umane di John Krasinski, in special modo anche alla luce della recente sceneggiatura di Scott Beck a Bryan Woods, che in sala ha preso la forma del modesto 65 - fuga dalla terra con protagonista il povero (e se ben diretto bravissimo) Adam Driver. Forse passare per Savage da un horror che è l’evoluzione aggiornata all’era social dello stile di Paranormal Activity può essere stato un triplo salto indietro carpiato, dove alla fine ha cercato un po’ di inseguire i classici come Amythiville Horror, aggiungendo una spruzzata del Babadook di Jennifer Kant, cadendo nella deriva un po’ “generica” di opere come Zeta vuole giocare, Come play, The other side: tutti  film che sanno intrattenere e regalare qualche spavento anche gustoso grazie a validi effetti speciali e giochi di camera, ma che il pubblico finisce per confondere tra loro. Anche il mostro, il boogeyman stesso, raccoglie delle idee non scontate in ambito di design e caratterizzazione, ma è come se non riuscisse ad “osare abbastanza”, valorizzandole al 100% e creando una creatura davvero iconica e riconoscibile. È un peccato perché l’atmosfera generale, la recitazione e le idee ci sono tutte, con la piccola Vivien Lynn Blair che qui è brava come quando recita Leia. 


The Boogeyman è un film basato su un racconto di King del 1973, interessante sotto molti punti di vista, ma che nella sua struttura piuttosto classica ha in qualche modo ingabbiato un regista che interpreta il genere horror in una chiave più moderna, digitale e legata al mondo dei social. Quella che ne esce grazie all’impegno di cast e tecnici è una pellicola comunque godibile e dotata anche di qualche spunto originale, con la quale passare insieme una bella serata all’insegna del brivido, saltando qualche volta sulla sedia, ma a cui manca quella marcia in più per diventare qualcosa di davvero memorabile. Chi ama in genere i mostri del cinema horror troverà nel nuovo boogeyman una creatura comunque interessante.

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giovedì 1 giugno 2023

Renfield: la nostra recensione della commedia horror di Chris McKay con protagonisti Nicholas Hoult, Awkwafina e un folle e tragico Nicolas Cage nel ruolo di Dracula

New Orleans dei giorni nostri. Uno strano tizio dall’aria emaciata e dai vestiti di un’epoca e usura indefinibili (Nicholas Hoult), segue per qualche strano losco motivo “Bob” alla sua riunione settimanale di supporto psicologico. Il tizio dice di chiamarsi Renfield e non sembra voler condividere con gli altri la sua storia, ma è un buon ascoltatore. Sente così di Kaitly, che a prima vista ha problemi con una persona molto egocentrica che la tratta malissimo e la costringe ad ascoltare tutto il giorno musica ska, ma in realtà c’è di più. Kaitly soffre a causa di quello che sembra a tutti gli effetti un autentico mostro. Nell’aria prendono forma parole come narcisismo e co-dipendenza ma a Renfield balena di colpo un’idea geniale: libererà la ragazza da quel mostro, dando quel mostro in pasto al mostro che da secoli tormenta lui: il conte Dracula (Nicolas Cage). Grazie a Dracula, trasferitosi di recente in città in un ospedale abbandonato dopo l’alluvione, Renfield può infatti vivere in eterno, dotato di superforza al fianco della persona più carismatica, divertente e straordinaria di tutti i tempi: Dracula per l’appunto. Questo a patto di essergli sempre fedele e rispettoso, solerte negli incarichi e disponibile 24 ore su 24, compiere piccole commissioni in orario diurno, dover mangiare in eterno solo dei vermi e dover portare al capo tante persone da dissanguare come arance. Lui ama molto dissanguare la gente come le arance, solo che un vampiro preferisce non cibarsi troppo di brutte persone o criminali vari, perché il sangue migliore proviene da persone buone di cuore, ”pure” e gentili tipo le suore e le cheerleader. A mangiare brutture la pelle si riempie di bozzi e diventa più grigia, arrivano i bruciori di stomaco, nausea e vomito: non è bello. Dracula in questo momento è così emaciato e smunto da sembrare quasi un fungo decomposto. Sogna come minimo un “pullman di cheerleader”, ma dopo un paio di secoli il suo servo Renfield gli appare “così distante”… ha questa specie di crisi, è demotivato e invece di portargli roba buona vuole “fare il giustiziere” e va a cercare solo questi tizi malevoli, indigesti in tutti i sensi. Oggi per l’appunto in menù ci dovevano già essere tizi laidi amanti della musica ska, ma questi allo stato dei fatti si sono forse rivelati molto più amanti delle droghe, motivo per cui Renfield è finito per confrontarsi pure con locale famiglia narcotrafficante dei Lobo, gente ancora più cattiva da mangiare. A seguito di un gran casino a base di proiettili, accette e smembramenti vari, nel piatto del vampiro arriva solo un enorme omaccione psicopatico decapitato, con addosso ancora il puzzo del sangue e le frattaglie di almeno altri dieci tipacci suoi pari. Una schifezza inimmaginabile per la quale starà male per un paio di mesi. Quasi “un affronto”, da parte del servo a quello che è stato più un padre che un padrone, l’unica persona al mondo che gli abbia davvero voluto bene per due secoli: Dracula per l’appunto. Ci sono oramai troppi indizi che il ragazzo dopo tanto onorato servizio non pensi più a lui come unico centro di gravità permanente della sua esistenza: il nuovo look dai colori pastello di Renfield, la sua scelta di vivere da solo in uno squallido appartamentino pieno di “gente comune” al posto del nuovo spaziosissimo covo infernale. Il suo avvicinarsi sempre più a una integerrima, e quindi socialmente perdente e squalificate, agente di polizia di nome Rebecca Quincy (la rapper Awkwafina) piena di inutili “buoni principi” e poi, per l’appunto, quel nuovo gruppo di auto-aiuto di Bob. L’ultima volta che Renfield si è sottratto ai suoi piccoli doveri di servo ingrato ha pure brandito contro Dracula un libro su “come affrontare un narcisista”, come una fosse una specie di moderno crocifisso del ventunesimo secolo. È troppo! Come si risolverà questo rapporto (quasi) paritario tra un “trascurato” signore onnipotente delle tenebre e un ometto che dovrebbe in eterno mangiare insetti ed essere felice per il suo unico padrone? Dracula si vendicherà, troverà nuovi servitori o farà di tutto per riavere indietro la persona che, pur umiliandola, da sempre ha sempre voluto al suo fianco? 


Nel 2023 arriva un nuovo film sulla “storia professionale e privata” di “celebri personaggi horror e dei loro devoti servitori”, un po’ alla maniera dell’interessante e non troppo celebrato Victor - la storia segreta del dott.Frankenstein, che nel 2015 reimmaginava e “aggiornava” il rapporto tra il celebre Mad Doctor (interpretato da James McAvoy) e Igor (un ottimo Daniel Redcliffe). Renfield si basa su un’idea del sempre più prolifico scrittore Robert Kirkman, l’autore dei celebri fumetti The Walking Dead e Invincible e qui in veste di produttore con la sua Skybound, ma la sceneggiatura è resa ancora più frizzantina e stralunata da Ryan Ridley, uno degli autori della dissacrante serie a cartoni animati, dallo humor “gioiosamente nero”, Rick e Morty. Lo scenario prescelto è la sempre più magica New Orleans, luogo affascinante quanto molto amato anche dai vampiri di Anne Rice, nella quale si sono svolte le riprese dal febbraio e l’aprile 2022 in alcune location molto iconiche, tra cui un deposito dei carri allegorici del carnevale e dei suggestivi locali notturni dalle atmosfere mistiche. Originariamente doveva essere diretto da Dexter Fletcher, il regista di Eddie The Eagle e del film su Elton John Rocketman, ma dal 2021 la palla è passata a Chris McKay, regista di Lego Batman The Movie ma anche della pazza serie tv animata Robot Chicken. Awkwafina, che interpreta la poliziotta Rebecca, è una musicista rap e attrice comica dalla mimica facciale incedibile e dalle battute al vetriolo (ricorda un po’ Whoopi Goldberg), che abbiamo già visto e apprezzato in Ocean 8, Jumanji Next Level e Shang-Chi (e interpreta inoltre in lingua originale il pellicano nel nuovo film della Sirenetta Disney, esibendosi anche in un brano rap) e non vedevamo l’ora di vedere all’opera in un film realizzato dai pazzerelli di Robot Chicken, Rick e Morty e Lego Batman. Nicholas Hoult fin dai trailer ha ancora dopo vent’anni l’eterna aria del bravissimo ragazzino con cui giovanissimo era cinema al fianco di Hugh Grant nel 2002, nella tenera commedia About a Boy, anche se nel recente The Menù ci aveva offerto una interpretazione davvero inquietante. Nel 2005 Hoult già divideva lo schermo con Nick Cage, in un rapporto padre e figlio molto contrastato e carico di problemi psicologici ma pieno di calore, nel surreale e malinconico The Wheater Man, per la regia di Gore Veribinski. Inoltre Hoult ha già ricoperto un ruolo dai contorni “paranormali e umani” se vogliamo simile al “famiglio” Renfield, interpretando l’interessante horror Commedy Warm Bodies di Jonathan Levine, dove si è dimostrato ancora un bravissimo ragazzo, quanto nello specifico un originalissimo e buffo “zombie moderno e sensibile”, in grado di scegliere quanto più possibile una “dieta vegetariana” pur di poter ri-provare l’amore. Questa volta l’attore inglese viene giocoforza messo a confronto con forse il più celebre Renfield degli ultimi anni, protagonista del Braham Stoker Dracula di Francis Ford Coppola (Coppola che è zio di Nicolas Cage ed è stato suo consulente particolare per questo film): il musicista Tom Waits. E poi c’è ovviamente lui, Nicolas Cage, che torna a interpretare un ruolo da sempre a lui molto caro. Da giovane si autoproclamava il Californian Klaus Kinski, in ossequio all’attore leggendario che è stato sia Renfield al fianco del Dracula di Christopher Lee (Il Conte Dracula, nel 1970, di Jesus Franco) nonché Nosteratu nel film di Werner Herzog del 1979. Cage ha spesso raccontato che da ragazzino guardava suo padre, August Coppola, come a un uomo austero quanto autorevole, intento a osservare e controllare ogni cosa con ossessione, quasi fosse l’incarnazione stessa del Dracula di Bela Lugosi. Se lo ricorda spesso nel buio del proiettore cinematografico del soggiorno, dove quando era piccolissimo aveva visto il vampiro per lui più terrorizzante di sempre: il Nosferatu di Mark Schreck (che nel 2024 riceverà un nuovo adattamento a cura di Robert Eggers), sulla cui lavorazione Cage stesso aveva prodotto il (bellissimo) film L’ombra del vampiro, con Willem Dafoe. Quando nel 1989 Cage, a 25 anni, ha affrontato il suo ruolo-cult da protagonista, in Vampire’s Kiss - Stress da vampiro, impersonare per lui un vampiro è stato invece simile a provare “uno stato di ebbrezza”: con la sua performance voleva rappresentare tanto gli effetti (prima di forza assoluta poi di estrema debolezza) della “dipendenza dalle droghe” (come fatto in parte anche dai vampiri di Ragazzi Perduti, del 1987) quanto le “situazioni tossiche” (anche e soprattutto sentimentali) cui andavano sempre più incontro i giovani “nuovi vampiri”: gli imprenditori di successo degli anni ‘80,  i cosiddetti “yuppies” (raccontati in Italia dal film con Calà e Boldi, ma in America con Wall Street di Mann). Il film non fu capito, la performance di Cage fu giudicata “bizzarra”, oggi molte scene sono dei famosissimo meme sui social, ma è ancora uno dei sui film più amati dai fan. Con Renfield Cage può impersonare un vampiro ancora diverso, ma non meno ironico e satirico, in considerazione del cast e degli autori coinvolti. 

Tom Waits nel Dracula di Coppola degli anni ‘90 mangiava con stile gli insetti e viveva già un difficile rapporto con il “suo Dracula”, interpretato da Gary Oldman. Continuamente nella sua camicia di forza ripeteva: “io sono il vostro servo, servo solo voi!” con le lacrime agli occhi, mentre il suo padrone sembrava ricordarsi di lui sono di sfuggita, mentre riviveva nello sguardo di una ragazza immortalata in eterno su un ciondolo (Winona Rider) il grande amore perduto della sua vita. Oldman era un Dracula ammaliatore e manipolatore “del ventesimo secolo”, che si faceva stupire solo dalla “nuova immortalità” del cinema. Il Renfield di Waits era per Dracula molto poco affascinante e quindi soffriva, veniva trattato con disprezzo e lui era in risposta costantemente in disordine, arruffato e in stato confusionale. Il Renfield di Hoult è “uscito dall’hangover” (dalla sbornia) in cui vegetava il personaggio di Waits, perché il Dracula di Cage, del ventunesimo secolo, è molto meno onnipotente e seduttivo, quasi un “boomer”. Nella società del trionfo dell’apparenza e della auto-rappresentazione, dove tutti sui social ostentano potere e sicurezza, Dracula è seduttivo “quanto basta e quanto altri”, risultando quasi triste quando ostenta dei look (pur bellissimi!!) ispirati al Dracula di Christopher Lee ma (tragicamente) tessuti in un cuoio nero troppo vintage. È un po’ come Fantozzi che si tinge i capelli per sembrare un ventenne. Inoltre, come “signore del male alla ricerca di vergini pure” per berne il sangue più “genuinamente biologico”, forse pretende “portate” non più nei menù da tanto tempo, anche perché nel film sembra che in quella New Orleans “i buoni” non esistano quasi più o se ci sono sono destinati a finire malissimo in qualche sparatoria. Sul suo nuovo “trono” nell’ospedale abbandonato (bellissimi i set) Dracula siede circondato da corone di flebo piene di sangue anonimo: una creatura al lumicino, quasi in dialisi, che si arrampica più che può a quello che è il suo unico Caregiver, il suo badante più che il suo servo, il “famiglio” del vampiro che diventa unico familiare accudente: Renfield appunto. Questo rende ancora più evidente che la “dipendenza da un’altra persona” è nei fatti (quando le manipolazioni falliscono) molto più un problema di Dracula che del suo servo. Renfield ricomincia dopo secoli di “io sono il vostro servo, servo solo voi!”, in cui tra i soprusi si era anche goduto l’ebbrezza dell’onnipotenza “riflessa” del suo padrone (il Renfield di Hoult non lo nega affatto!!), a “riprendersi i suoi spazi”. Hoult riprende Waits e “continua il suo personaggio” partendo dalla mimica e movimenti quasi da ragno, nonché la tragicità dello sguardo, per poi sempre più scoprire di poter cambiare. Sullo schermo questi ragionamenti creano proprio quel tipo di situazione esilarante, esasperata, buffa ed esagerata che ci si potrebbe aspettare dagli autori di Rick e Morty. Renfield inizia a scoprire di poter vivere in un mondo così pieno di luce da voler indossare, in una spinta di “positività”, terribili maglioncini color pastello, quando finisce continuamente in situazioni piene di sangue e delinquenti, dove il film si trasforma in un action a base di arti marziali, super poter e corpi fatti letteralmente a pezzi in esplosioni varie, in momenti dall’altissimo e gioiosamente immotivato splatter. Sono sequenze così esagerate nel loro tasso di distruttività, interpretate con molta convinzione “scenografica” da parte di tutto il cast, da diventare innocue e far ridere, in puro “stile Deadpool” o “stile Kingsman” se preferite, ma soprattutto in “stile Rick e Morty” (che è un cartone  animato buffo ma per adulti), quando vengono realizzate alla lettera pure le classiche “minacce in romanesco” del tipo: “ti stacco le braccia e te ce meno”. Sono scene molto ben realizzate a livello visivo, super movimentate quanto estreme, in cui i personaggi si esibiscono in robe assurde come camminare sui muri stile Matrix, trasformarsi in un mucchio di pipistrelli, dare pugni così forti da aprire in due una persona. Quando “le stragi vengono messe in pausa”, esattamente come avviene nelle puntate di Rick e Morty, i due personaggi principali iniziano a battibeccare: uno ribadendo la sua irrinunciabile necessità di essere libero che viene sempre compressa, l’altro portando l’attenzione sulla importanza per il bene dell’universo che il compagno di avventure lo aiuti senza fiatare. La dinamica è questa, ma Cage ha dichiarato anche che per il rapporto del suo Dracula con il servo/famiglio ha pensato di ispirarsi anche alla Anne Bancroft nel ruolo della Mrs Robinson del film Il Laureato: una delle più celebri “manipolatrici emotive” della storia del cinema. È una nota ulteriore e originale che suggestivamente traspare ma nella direzione non viene troppo seguita con convinzione preferendo un approccio diverso, forse in questo perdendo un’occasione. Anche grazie a questa “limitazione” i due attori a ogni modo riescono bene a inscenare sullo schermo un continuo e gustoso “balletto emozionale” in cui appaiono evidenti tutti gli alti e bassi di una relazione tossica: ogni tanto sembrano padrone e servo, a volte maestro e allievo, qualche volta padre e figlio, qualche volta nemici mortali. Con questo Dracula, proprio grazie alla interazione molto convincente raggiunta con Nicholas Hoult, Cage ha dichiarato di essere riuscito a tirare fuori molti aspetti caratteriali di suo padre August. Questo ha di fatto reso la sua interpretazione davvero molto diversa dal solito, modificandone profondamente la mimica e il modo classico di parlare ed esprimersi. È un Dracula che preferisce parlare a denti stretti piuttosto che urlare, biascicando come un gangster e sfoderando i suoi poteri da vampiro solo quando occorre, come una pistola automatica. È una delle prove d’attore più sentite e uniche del Californian Klaus Kinski, un Cage che non conoscevamo, che affronta la parte con quasi religioso rispetto, pur preservando l’ironia necessaria al contesto, decidendo di non eccedere mai troppo nei toni e mettendosi più volte a pieno servizio di Hoult. In un modo diverso ma simile ai tempi di Joe, dove si metteva da parte per far risaltare Tye Sheridan. Hoult risulta ancora una volta un bravissimo ragazzo come nel 95% della sua attuale filmografia, confermando che è anche grazie a questo “candore” che anche per riesce a stare sulla scena “con garbo” tra zombie e vampiri, dimostrandosi il protagonista ideale di una commedia horror: con una ingenuità che possiamo in qualche modo accostare quasi all’Edward Mani di Forbice di Johnny Depp. È allampanato e strano come in Warm Bodies, ma con quello sguardo da eterno fanciullo pur nascosto da occhiaie e trucchi cadaverici riesce a “normalizzare” anche questo mondo pieno di vampiri, narcotrafficanti, narcisisti e co-dipendenti. Interessante, ma forse non esplosiva come poteva esserlo sulla carta, il personaggio di Awkwafina, che di fatto aiuta Renfield nel suo processo di “crescita personale” vivendo in parallelo alcune situazioni simili a lui e condividendo quasi tutte le ben riuscite scene d’azione. L’intesa tra i due attori traspare, ma è come se ci fosse sempre una barriera invisibile che limiti il loro coinvolgimento emotivo, come se la direzione scegliesse di nuovo, per legittime scelte di target, di glissare sul discorso sentimentale, forse per non mettere troppa carne al fuoco (magari in un sequel però…). Molto simpatici tutti gli attori che danno vita agli smargiassi ed eccessivi “cattivi non soprannaturali” della famiglia Lobo, piccolo ma gustoso il ruolo di moderatore del gruppo di mutuo-aiuto rivestito da Brandon Scott Jones.


Renfield è un film divertente e ricco di azione che sotto tutti i punti di vista dimostra di uscire dalla penna di uno degli autori del cartone animato per adulti Rick e Morty. Tante sparatorie esagerate e battutacce sullo stile di Deadpool e Kingsman, due interpreti principali molto coinvolti e “compici” in grado di sviluppare perfetti tempi comici quanto una non banale dinamica tra i rispettivi personaggi, una New Orleans straordinaria a fare da scenario e, ultima ma non meno importante, una durata complessiva di novanta minuti che rende il film ulteriormente godibile. Simpatico il cast di supporto, gioiosamente irriverente la lettura “aggiornata” del vampiro di Stoker proposta, con tantissimo sangue messo in scena in modo così esagerato e parossistico da fare il giro e risultare innocuo (ma comunque i non amanti dello splatter sono avvisati).

Renfield è un film adatto a una serata all’insegna dell’intrattenimento più “liberatorio”, disimpegnato e leggero, con tante battute, tanta finta emoglobina esibita, tante scene d’azione di stampo quasi supereroistico, un piccolo gradevole accenno di “psicanalisi” sui temi ormai ampiamente sdoganati sui sociali (purtroppo spesso in modi un po’ naif) come “narcisismo e co-dipendenza”. È una commedia horror realizzata con tanto amore per i film sui vampiri del passato, che omaggia il genere in modo fresco e con un simpatico punto di vista sull’attualità. Se amate Rick e Morty o l’umorismo ingenuo di Lego Batman può essere una buona scelta per passare una serata al cinema. Se amate Cage e i vampiri che riescono ad apparire anche ironici è una visione più che consigliata. 

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