mercoledì 22 dicembre 2021

Death Shield volume 3 - la nostra recensione


(Riassunto delle puntate precedenti) Nella città di Shin si erge la Shield Tower, sede della più importante e prestigiosa società fornitrice di guardie del corpo, la Life Shield. Ma al di sotto della Shield Tower si cela una torre speculare, sede della misteriosa Death Shield. La Death Shield ha per clienti persone in genere potenti e pericolose, che vivono in modo molto rischioso e di conseguenza possono qui fare affidamento su agenti speciali dotati di un potere unico: la precognizione. I precognitivi hanno un istinto supersviluppato, simile a quello di certi animali feroci, che permette loro di anticipare di qualche secondo una minaccia mortale imminente. Se addestrati a dovere, questi rari e preziosi soggetti possono riuscire anche a contrattaccare e ribaltare le situazioni più disperate. I servigi della Death Shield sono costosi e riservati a pochi. Trovare un precognitivo e addestrarlo è un incarico difficile, anche perché le persone che hanno tutto questo potere spesso hanno un animo instabile. Il giovane Kaito, precognitivo a capo della sezione Death Shield, possiede metodi di ricerca e reclutamento spietati e spesso non ha la giusta calma per trattare con i nuovi membri. Incontra così un giorno il promettente precognitivo Kris con una ricerca sul territorio. Lo testa e lo recluta, gli instilla la determinazione per diventare uno degli agenti migliori. Ma si fa odiare da lui. Così Kris, che meno di quattro mesi prima era un ragazzo normale e sorridente, impacciato e in cerca di lavoro alla fine degli studi, diventa un assassino a sangue freddo. Un uomo capace di uccidere a ripetizione degli innocenti come fossero “oggetti”, pur di attirare l’attenzione di Kaito e vendicarsi su di lui. Compiuta la sua vendetta, Kris viene scelto a sorpresa come nuovo capo della Death Shield dal misterioso Magus. 


Il fumetto scritto da Luca “Mangaka96” Molinaro e disegnato da Giorgio Battisti partiva da un’ottima idea di base che ricordava in qualche modo il classico Il mio nome è Remo Williams (o i combattimenti di Sherlock Holmes di Guy Ritchie per i più giovani), mischiando in modo “filosofico” sparatorie e arti marziali. I disegni, che ricordavano un po’ lo stile sobrio degli anime anni ‘90 (stile la serie basata su Virtua Fighters) erano molto stilizzati nei fondali ma appropriati per la messa in scena di una trama dai risvolti “mistey/investigativi/introspettivi”, un po’ dalle parti di Death Note. Il ritmo narrativo era spigliato, la scelta di seguire il racconto dal punto di vista di un personaggio misterioso ma “amichevole” come Kris interessante e al contempo “spiazzante”, specie quando il ragazzo iniziava a sbarellare diventando un killer quasi inconsapevole, la vittima di un gioco di potere che gli aveva fatto il lavaggio del cervello e prosciugato ogni senso morale. Una vittima che per lo più vive isolata dagli altri e si commuove solo a guardare un cielo stellato, che arriva a riconoscere nell’esistenza umana solo una acritica scalata al potere, ben rappresentata dalla “torre da scalare”, dai piani interrati fino alla cima, in cui si svolgono gran parte degli eventi. Potere per potere. Donne-trofeo ideali oggetti del “sé glorioso” narcisistico. La visione utilitarista della vita altrui che arriva all’oggettivizzazione più totale, quando vengono uccise delle persone a caso perché fungano da “messaggio sms”. La più semplice quando perfetta immagine della deriva del pensiero liberista che avvolge da due secoli la società occidentale. Veniva davvero voglia di divorarlo, il fumetto. Capitolo dopo capitolo. Se tutto funzionava abbastanza bene nel primo numero, con il secondo, nonostante l’affiorare di alcuni “problemi”, la voglia di andare in fondo alla trama non calava. C’erano di fatto molte ingenuità, come descritto nel nostro precedente articolo legato al manga, causate in parte dalla giovane età degli autori, come dalla voglia di stupire a tutti i costi. Ma si avvertiva anche la sensazione del grande potenziale di crescita di entrambi gli autori, che aspettavamo di cogliere in questo terzo volume. 

Ed eccoci al volume 3.


(Death Shield volume 3 di 4 complessivi). Kaito, capo della Death Shield è caduto dalla cima del palazzo e viene dichiarato morto. Magus, capo della Life Shield e capo “di tutto”, offre a sorpresa a Kris il perdono assoluto da tutti i suoi misfatti e gli offre il posto di Kaito. Il ragazzo, ebbro di potere, accetta. 

Kris è il nuovo capo del Death Shield, la società ha un approccio più “amichevole” rispetto a quello che aveva adottato Kaido per il reclutamento, arrivano buoni risultati, il successo, il riconoscimento, donne e navi sulle quali fare feste faraoniche. Ma Kris non è felice e pensa che l’unico modo per esserlo sia andare ancora più in alto nella torre, alzare l’asticella del suo status, defenestrare Magnus e prendere il suo posto. Poi boh, magari non si accontenterà neanche di quello, ma per ora non pensa ad altro. Ma ecco che arriva una situazione alquanto surreale, buffa quanto illuminante. C’è qualcun altro che vuole far fuori Magnus e mettere a capo della baracca Kris e Kris è d’accordo! Ma quando questo gruppo decide di agire, Magnus ha deciso spontaneamente di cedere tutta la baracca a Kris, perché molto ammalato, perché lo stima e perché non vede nessun altro in quel ruolo. Di colpo la “foga di potere” di Kris si inclina, ma ed ecco che accade il “patatrac”. Un patatrac che ci fa nuovamente riflettere sulle capacità di Kris di prevedere gli eventi… Ma soprattutto che ci apre dubbi su quale sia il vero piano di Magnus. Perché questi ha accettato senza battere ciglio che Kris uccidesse Kaito per poi affidargli le chiavi del potere? 

Con il numero tre del manga, Mangaka96 si prepara a “chiudere la storia” con il prossimo capitolo, forse in modo troppo frettoloso. Abbandona così una trama orizzontale possibile e fatta di nuove missioni e nuovi personaggi e va al succo, all’intrigo di potere centrale all’intreccio. Il numero tre diventa così un thriller con solo una parte finale dedicata all’action e ai superpoteri. Viene aperta con poca convinzione una veloce linea narrativa sullo sfruttamento scientifico dei precognitivi, arriva un plot twist molto “prevedibile” e il “cast” dei personaggi viene sostanzialmente a ridursi a tre persone in croce, due secondari e alcune comparse senza volto. La questione della “scalata al potere” è così ripida che fagocita ogni altra linea narrativa ed evoluzione logica e psicologica, al punto che nel lettore-tipo possono insorgere le classiche domande “arrabbiate” di chi vede un mondo narrativo ridursi ad una linea retta. Domande tipo: “Irrompere in una torre fantascientifica piena di soldati con poteri precognitivi, armati ma in grado di uccidere anche a mani nude, può essere davvero più facile che entrare in una discoteca protetta da un buttafuori?. Oppure: “Tra telecamere di sorveglianza, agenti di ronda e un sistema gps sottocutaneo che di fatto monitora e rende impossibile la fuga di chi sta dentro, possono mancare anche solo 2 telecamere in bianco e nero che controllino il cancello all’ingresso come quelle che ha il mio vicino di casa?”. Oppure: “Possibile che si accorgano del casino seguente all’assalto, con tanto di elicotteri e sparatorie,  solo tre persone, quando invece dovrebbe partire un allarme generale? Possibile che nessuno dei precognitivi della torre, che sono centinaia, abbia la precognizione di un assalto e di conseguenza nessuno faccia qualcosa?”. Sembrano davvero  tutte domande la cui risposta avrebbe richiesto almeno altri tre numeri del fumetto. Numeri che  però forse gli autori non potevano o non potranno sviluppare per ragioni che non conosciamo. È un peccato che alla fine Death Shield, con un potenziale action alla “Matrix”, ci cali mestamente in un mondo “piccolo”, abitato letteralmente da tre persone. Un piccolo mondo abitato da persone con “superpoteri” che si palesano solo quando l’autore si ricorda. Un mondo in cui le persone precognitive perdono tempo a calcolare al millimetro la distanza di chi si trova in una stanza, per cercare una strategia o vie di fuga, e poi si espongono su un balcone all’aperto al mirino di cecchini di cui ignorano la reale intenzione. 



Tutto questo è “recuperabile” con il quarto volume? Scaturirà una riflessione sulle inspiegabili ingenuità di personaggi che l’autore vuole continuamente presentarci come super-intelligenti? 

Un po’ voglio crederlo. Un po’ voglio credere che Death Shield diventi una apologia sul potenziale sprecato per la troppa ambizione e una critica sociale a un mondo che sembra nutrirsi solo sull’ambizione di potere. 

Di fatto ci sono nel terzo volume anche aspetti positivi. Il personaggio di Kaido assume un senso più ampio e ci potrebbero essere ulteriori sorprese per il futuro. La ragione reale per cui Magnus agisce getta una nuova luce sui reali fini per cui potrebbe esistere la torre. La paranoia e la difficoltà di autocontrollo di Kris anche “a causa dei suoi poteri” ci rimandano ad alcune figure di newtype della saga di Gundam

Questo numero “taglia corto e semplifica”, forse anche per sopraggiunte esigenze editoriali, ma possiede comunque un buon ritmo narrativo. I disegni di Battisti sono più solidi e convincenti e  una trama fatta più di thriller che di azione si sposa maggiormente  al suo stile. Migliora la caratterizzazione grafica dei personaggi, compare a sorpresa un interessante mecha design, il lavoro sui fondali è più convincente. Le scene d’azione della parte finale sono concitate ma interessanti, davvero “fighe”. 

Meno convincente del primo volume, decisamente meglio del secondo, per ora sospendo il giudizio su questo volume tre in attesa della  lettura del numero finale, in attesa di una svolta che lo completi. Segnalo per ora come comunque il progetto risulti piacevole a una lettura non troppo analitica e ogni tanto sia davvero in grado di sorprendere in modo genuino. Se Death Shield è il primo banco di prova di questi giovani autori, la prossima opera potrà di certo volare più in alto. Correggendo al meglio le asprezze ora evidenti, mettendo più a fuoco i punti di forza. Stando più sui personaggi e il loro mondo e meno sul senso universale che l’opera dovrebbe avere. Ma sono quasi aspetti che si possono aggiustare perché gli autori li vedo abbastanza “vicini” a quell’esito.  Avanti così. 

Talk0

martedì 21 dicembre 2021

Il colore della libertà (Son of South): la nostra recensione del film prodotto da Spike Lee sull’attivista Bob Zellner

 

Siamo in America, stato di Alabama, presumibilmente intorno agli anni '50. Ai bambini si fanno credere le cose più strane. A Joanne (Lex Scott Davis) hanno raccontato che i capelli biondissimi dei ragazzi bianchi “sanno di pollo fritto”, quando vengono bagnati. A Bob (Lucas Till) hanno spiegato che non è igienico riempire la sua pistola d’acqua dal rubinetto pubblico destinato alle persone di colore. Poi i due ragazzi sono cresciuti, diventati adolescenti e hanno iniziato pure loro a provare sensazioni contrastanti, che li facevano sentire un po’ diversi da chi li circondava, forse “strani”. Bob si sentiva in colpa quando lo costringevano a tirare per strada dei sassi alle persone di colore, perché a differenza dei suoi amici non lo trovava un passatempo troppo divertente. Joanne era invece andata a vivere all’estero ed era confusa sul fatto di non ritenere i ragazzi francesi dei “ragazzi bianchi”, anche se la loro carnagione era indubbiamente caucasica. Di confusione in confusione, Bob un giorno finisce nei guai quando per una tesina sui diritti umani chiesta dal corso che frequenta prova ad interessarsi dell’opinione delle persone di colore che seguono il reverendo Abernathy (Cedric The Entertainer). Viene quasi espulso, manda quasi a monte la sua relazione con la bellissima Carol Ann (Lucy Hale) e sconforta tantissimo il nonno (Brian Dennehy), figura di spicco dei suprematisti bianchi dell’Alabama. Ma suo padre lo consola perché anche lui si era sentito strano, anni prima, quando aveva accompagnato all’estero un gruppo canoro di colore: quando era tornato a casa aveva provato la strana sensazione, per molto tempo di “non vedere più i colori” e forse è lui che ha attaccato al figlio “questa strana malattia”. Di confusione in confusione Johanna partecipa nel 1961 a una marcia pacifica per l’integrazione, i “freedom riders”, nello spirito della protesta non violenta di Ghandi, e finisce quasi picchiata a sangue, costretta a nascondersi in una biblioteca. Fino a che arriva a salvarla, portandola in braccio verso un riparo, un principe azzurro bianchissimo, proprio il nostro Bob. Forse è l’occasione per testare se quei capelli biondi bagnati sanno davvero di pollo fritto.



Credo che la giusta via per parlare dei problemi di integrazione razziale passi dalle semplici ma traumatiche iperboli di cui si compone questa piccola ma riuscita pellicola prodotta da Spike Lee. Da un lato c’è la bella e poco conosciuta storia vera di Bob Zellner, attivista a favore delle persone di colore in Alabama con un nonno esponente del KKK: aspetto che rendeva quantomeno problematico e a volte surreale “redarguirlo”. Zellner è stato una figura importantissima nel processo di integrazione (addirittura rappresentato nei libri per i più piccoli da colorare), che ha saputo esporsi in modo pacifico e inattaccabile, dando corpo a un movimento che oggi è molto strutturato. Un rispetto con cui è riuscito a  guadagnare la fiducia di persone che sulle prime erano un po’ “incredule”, vedendo questo ragazzone biondo muovere i primi passi per aderire all’SNCC, il comitato studentesco per la non violenza. Per altro verso il film ci suggestiona, più che con mille parole e attestati,  proprio attraverso piccoli episodi semplici quando “al limite”, storielle in cui un osservatore esterno, come noi italiani nello specifico, al giorno d’oggi, può sentirsi per lo meno spaesato. Come quando un fattore, reo confesso dell’omicidio di una persona di colore, dichiara candidamente: “era mio amico, gli ho prestato i soldi per comprarsi la casa. Ma lui oggi voleva votare”. Come quando il reduce di guerra suprematista dice: “Sotto le bombe in Corea eravamo tutti americani e ho salvato la vita a molti di colore, portandomeli anche sulle spalle sotto i proiettili. Ma ora sono a casa e le cose sono diverse e li detesto di nuovo”. Quello che emerge da questi piccoli racconti, per lo più tratti dalla cronaca, è un odio confuso, “situazionale”, intermittente, con il personaggio del nonno che un po’ capisce il nipote perché “le donne di colore sono bellissime e gentili”, ma poi indossa il cappuccio bianco e brucia croci. Il film non va alle radici dell’odio (ma se vi interessa il tema vi consiglio anche Free State of Jones, di Gary Ross, che parla di un precedere storico che può essere significativo), ma trova modalità per esporlo nei suoi risvolti più contraddittori, guardarlo come fosse uno strano bug dell’inconscio collettivo più che una chiara convinzione precisa. Il colore della libertà in questa ricerca di contenuti sceglie di “non urlare”, come sentendosi di fare quanto invece Spike Lee aveva già espresso in Fa la cosa giusta. Mette inoltre in scena il training con cui gli attivisti si preparano a un confronto secondo le regole della non violenza di Ghandi. Ci parla di come una parola risulti offensiva quando viene storpiata e arrotolata nella pronuncia, diventando una specie di verso più che una definizione. Ci parla della possibilità di stupirci del pollo fritto che irradiano i capelli biondi con la curiosità buffa di quella che può essere una favola e forse un modo più “gentile e curioso” di relazionarci con persone di etnie che non conosciamo. La messa in scena in qualche caso può apparire non troppo cinematografica, gli attori sono in parte e il ritmo è buono, ma i messaggi che vogliono essere veicolato arrivano e spesso sono originali, interessanti. C’è poi come ciliegina finale una nota surreale e sarcastica, di stampo sociologico, alla Django Unchained come un po’ alla Blackkklansman. Film piacevole e utile per riflettere. 

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lunedì 20 dicembre 2021

One Second: la nostra recensione del nuovo film di Zhang Yimou

 


Siamo in Cina, negli anni ‘60, in un territorio sabbioso e poco abitato che sembra uscire da un film western. 

C’è un fuggitivo (Zhang Yi), che insegue la moto dell’addetto alle bobine di un cinegiornale, lungo le tappe del suo itinerario. Su quella pellicola, che passa di paese in paese, per poco meno di un secondo c’è qualcosa che per lui è importate, ma i cinegiornali si possono vedere solo nei cinema, che sono frequentatissimi e al centro delle città, mentre è davvero complicato vederli in altro modo. Lui è evaso, ha vestiti usurati e l’aria stravolta, può essere riconosciuto e dover tornare in prigione, ma guardare quella pellicola può essere per lui più importante, quasi una ragione di vita.

C’è poi una piccola ragazzina (Fan Wei),minuta e dall’aria disordinata, affamata e un po’ incarognita dalla vita. Senza farsi vedere una sera ruba proprio quella pellicola, davanti agli occhi increduli del fuggitivo, mentre l’addetto è per un momento distratto. 

Inizia tra i due un tragicomico inseguimento per contendersi la preziosa bobina, in cui i ruoli di chi la detiene passeranno più volte di mano, spesso come effetto di situazioni e incontri spassosi quando surreali. La storia vedrà i due più volte rivali o complici: come se questa loro competizione infinita seguisse regole al di fuori delle “ragioni del mondo” e i due si sentissero quasi parte di qualcosa di speciale, al punto da proteggersi reciprocamente e considerarsi in fondo amici. 


In cosa consiste la vera “magia” del cinema? Vive in quelle ombre colorate e quei suoni che si animano nel buio della sala? Si nasconde nel rito collettivo che permette a più persone di radunarsi in un unico locale per stare una vicino all’altra, in silenzio, a “condividere emozioni”? Respira nella sua capacità di farci concentrare attraverso gli attori e la narrazione, su quei singoli “momenti importanti”, che nel mondo reale ci sfuggono? C’è chi piange e ride al cinema e solo al cinema. C’è chi sogna, chi osserva divertito e sorpreso i volti di chi ha accanto (per vedere se provano le sue stesse emozioni), chi sfida il suo coraggio guardando un film horror, chi entra per cantare le canzoncine di un cartone animato con i suoi bambini, chi si nasconde nel buio per scambiarsi effusioni, c’è chi non riesce proprio a stare zitto perché nel buio della sala si sente poco protagonista. C’è un ricco e variegato mondo, in una sala cinematografica. C’è una frase, scritta sulla parete della sala 1 del cinema Odeon di Milano, che recita: “ex  tenebris vita”. Ed è verissima. Onora al meglio quella particolare magia che la luce del cinema irradia in una sala buia. 



Zang Yimou è maestro indiscusso del cinema, non solo “asiatico” in senso stretto. Negli anni ha saputo parlare tanto di sentimenti tormentati (Ju-Dou, Lanterne Rosse) quanto di politica (attraverso il satirico  Keep Cool), di contrasti tra tradizione e modernità (nella piccola odissea “burocratico-morale” de La storia di Qui Ju), del mito da cui nasce una nazione (dove le arti marziali di Hero si trasfigurano in immagini che sanno parlare per astrazione anche di cultura e letteratura), di teatro shakespeariano (dove c’è molto Amleto ne La città proibita), di favola (ne La foresta dei pugnali volanti, dove ci sentiamo quasi su una luna boscosa di Star Wars), di scuola e futuro (tra i bambini e l’insegnate bambina di Non uno di meno), integrazione culturale (anche usando il linguaggio degli action movie, come in  The great wall). Oggi Zhang Yimou ci parla con la sua nuova opera di “cinema”, nel senso più ampio e totale, quello della magia potente e inebriante che scaturisce dalla pellicola. Lo fa attraverso un Road movie ambientato in Cina negli anni ‘60, in un luogo di “interminati spazi e sovrumani silenzi” (per dirla con Leopardi) che segue le regole di un western, in cui si agitano e rincorrono un uomo e una bambina che sembrano usciti da un film comico (e malinconico) di Charlie Chaplin. Un po’ Tempi Moderni, un po’ Il monello, un po’ Nuovo Cinema Paradiso. Ma anche un po’ Lo chiamavano Trinità, per quella voracità e gusto con cui gli affamati protagonisti spazzolano via piatti interi di cibo per far fronte a una fame atavica. Poi c’è anche  un po’ Nitrato d’argento di Marco Ferreri e ovviamente Bastardi senza gloria, dove il cinema diventa anche riflessione su quella pellicola originaria lunga metri e metri, da maneggiare con cura quasi sacerdotale, infiammabilissima e in grado di ingigantire oltre misura le immagini che proietta in modo sorprendente, qualche volta pericoloso, stordente. Dire di più sarebbe fare un torto a un lavoro tanto raffinato e accorato, simile quasi ad una dichiarazione d’amore. One second va scoperto nello stesso buio della sala di cui parla, ora che pellicole e sale al buio sembrano sempre più superate e deserte e il rito collettivo, di sederci a fianco di sconosciuti per condividere emozioni, sembra sempre più una cosa strana. Molto bravi e in parte gli attori, che hanno trovato una intesa sulla scena davvero unica. Molto belli i paesaggi, tra il “vuoto desertico” del 
mondo esterno e il calore e l’attesa febbricitante che si muovono nei pressi della sala cinematografica. One Second irradia autentica magia. 

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domenica 19 dicembre 2021

House of Gucci - la nostra recensione del nuovo film di Ridley Scott

 


Siamo nella Milano anni ‘70, con la “Milano da bere” ancora lontana ma non così tanto, perché c’è già “fermento”. C’è un fermento simile (ma di diversa natura) anche in uno dei posti più magici del mondo per iniziare una storia d’amore: la storica libreria Cortina, davanti all’Università Statale (o almeno così pare dalla posizione). Lui si chiama Maurizio, è un ragazzone magrolino dall’aria un po’ allampanata e gli occhi buoni (Adam Driver). Vuole studiare legge per andare via da tutte le beghe familiari: tra il malinconico e scostante padre/attore-mancato Rodolfo (Jeremy Irons), lo zio d’America Aldo (Al Pacino) troppo distante per capirlo e la fabbrica di borse “un po’ vecchiotte” che incombono sul suo futuro. Lei si chiama Patrizia, è una gnappetta un po’ tarchiatella ma peperina, con dagli occhioni enormi e così azzurri da sembrare Liz Taylor (Lady Gaga). Lavora nell’ufficio dell’impresa paterna (il papà è interpretato da Vincent Riotta) operante nel settore del trasposto gommato e sogna il grande amore, intravisto di sfuggita alla maxi festa in maschera dai conti Serbelloni Mazzanti (di fantozziana memoria) e scambiato sul momento per il barman. Quel grande amore che ora è lì, davanti a lei, tra i mattoni polverosi di procedura civile della Cortina (o così pare) e l’aria di uno che non riesce a sollevarli con troppa convinzione. I due si presentano come si deve, si piacciono e scappano in vespa direzione lago di Como, trovandosi subito davanti alla più classica e romantica delle giornate sul lago di Como (per chi lo conosce e lo vive): in barchino a remi in due con nebbia totale a visibilità zero, acqua gelata e rischio concreto di cadere negli abissi, dove non troveranno mai più i corpi. È amore vero, anzi “l’Amore”, quando poi lui decide di andare via dalla “casetta paterna di migliaia di metri quadrati” dopo che il genitore, ex attore borioso, non vuole saperne della sua nuova tresca, che rischierebbe nel breve periodo di vedere legato il suo nome, altisonante dal glorioso passato, con una famiglia di “camionari”, come quella di Patrizia. Maurizio si fa le ossa lavorando insieme a quei camionari, vivendo con loro e giocando a gavettoni mentre puliscono i mezzi, in canotta, fino a che i due si sposano, con i nobili Gucci che disertano in toto la cerimonia. Ma lo zio Aldo poi ci ripensa e cerca di riagganciare i ponti. Suo figlio Paolo (Jared Leto) è troppo naif per ereditare l’impresa di borse, lui è anziano, Rodolfo misogino e Maurizio rimane l’unico degno erede possibile. Aldo troverà un assist importante proprio da Patrizia, che si rivelerà donna ambiziosa quanto abile stratega, in grado non solo di ricucire i legami familiari ma pure di rilanciare in alto il marchio verso nuove vette, con nuove idee e un sincero coinvolgimento per la causa comune. La  donna un tempo “gnappetta” appare di colpo a Maurizio bellissima bellissima (scrivo due volte per rafforzare), anche sotto la pioggia di una New York autunnale in bianco e nero, da ammirare come una diva del muto. I “gucci” con lei stanno per diventare i “Gucci”. Poi accade il “patatrac”. Beghe di soldi e finanza, casini e burocrazia presi sotto gamba, un po’ di cattiva gestione. Maurizio scappa in moto in Svizzera scoprendo che a Patrizia preferisce la bella Paola Franchi (Camille Cottin), l’amica di tante vacanze sulla neve di gioventù: bellissima, altissima, biondissima e con il naso strano. Di colpo ritrovata e subito riportata nella sua vita, insieme a tutta la vecchia cumpa degli amici fighetti, pronti a nuove sciate tutti insieme con in sottofondo Last Christmas dei Wham!. Patrizia raggiunge il marito sul set di questa specie di cinepanettone dopo aver cercato di spegnere i casini economici, ma appare subito fuori posto. Troppo gnappetta, nera come Calimiero, picchietta il cucchiaino sulla tazzina di caffè come un martelletto (e ha pure le sue ragioni dopo aver scoperto questo improvviso “volto galletto” del marito) ed è così poco “fashion”. Maurizio scappa e cambia tutti i lucchetti delle ville, si mette in casa la bionda dal naso strano, inizia a sognare in grande e arriva a chiamare Tom Ford per trasformare la sua azienda in qualcosa di enorme, dando fondo quasi a tutte le risorse nella realizzazione dell’impresa. Patrizia cerca di riaggiustare le cose, chiama e lui non risponde, lo segue e lui la tratta male, fino a che lei sceglie di servirsi dei poteri spiritici (e non) della medium Pina (Salma Hayek), conosciuta in passato durante una trasmissione televisiva notturna in cui leggeva le carte. Aldo intanto sarà in piena balia del figlio naif.  Finirà “a schifio”, ma prima il marchio Gucci volerà alto come non mai.


House of Gucci è una commedia nerissima, basata sul libro di Sara Gay Forden che adatta molto liberamente la vera storia della famiglia Gucci (al netto di qualche figlio in meno nella conta totale e situazioni e contesti non verificabili), leggendola nella chiave di una scalata al potere che non fa prigionieri. Ridley Scott ama rappresentare  al cinema gli uomini di potere, spesso leggendoli come figure tragiche incapaci di amare se stessi, amici, amori e financo i propri figli, alla costante ricerca di qualcosa di “più grande”, anche se indefinito, quella che i greci chiamavano “Hybris”. Il dottor Tyler di Blade Runner (Joe Turkel) amava suo “figlio” Roy Batty (Rutger Hauer) ma lo condannava a essere schiavo per poi morire in pochi anni per “un bene superiore” (ed economico). Ne Il Gladiatore, l’Imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) non permetteva al figlio Commodo (Joaquin Phoenix) di succedergli per la volontà di far rinascere “la Repubblica”, facendosi ricordare come ultimo sovrano assoluto. In Tutti i soldi del mondo il milionario Paul Getty (Christopher Plummer) non voleva concedere il riscatto per liberare il nipote John (Charlie Plummer) per una questione di onore quanto di attaccamento a un rango che non riconosceva il mettersi a parlare con i comuni esseri umani (in una scena dice proprio al nipote bambino: “Per noi, un tempo, gli uomini avrebbero costruito le piramidi”). Il “potere” che muove il sol e le altre stelle (si perdoni questa dissacrante suggestione nell’anno di Dante) nel caso di House of Gucci è in fondo solo un nome: “Gucci”. Un nome dal grande potenziale gestito da persone che non sanno cosa farsene, fino a che questa donnina con gli occhi di Liz Taylor se ne appropria, lo lucida e ci crede “troppo”, fino a suscitare per riflesso un po’ di genuina invidia da parte dei legittimi detentori. È lì che la donna viene “rimessa al suo posto” come indegna, “proletaria”, facendo saltare il banco e le alleanze, con i “legittimi eredi del nome” che nel frattempo tornano a volerlo gestire in proprio, anche se in modo maldestro. Si può quindi nella finzione cinematografica “fare il tifo per Patrizia” senza sentirsi troppo in colpa, pur dissociandosi per l’esito finale delle vicende. Lady Gaga la incarna come donna in continua mutazione: da brutto anatroccolo a vamp, da casalinga disperata a parodia di una strega, ma sempre con gli stessi occhi profondi, intelligenti quando determinati. È una donna pratica, disillusa, infranta e quel nome, “Gucci”, sente di esserselo meritato con anni di lavoro.


Adam Driver dà corpo a questo eterno ragazzone elegante che il nome “non se lo è meritato”, che gira in bici con i pantaloni legati dalle mollette, per non finire sotto i raggi, tra i palazzi più ricchi della città più ricca d’Italia. Vive perennemente di sogni, idealizza persone e situazioni, ha “fiuto per il bello” e per l’arte, ma non riconosce alleanza e deve essere lui il solo protagonista della sua vita. Non può assecondare il padre, reso da Jeremy Irons come un uomo ricurvo intento a contemplare per sempre, nella penombra di un fioco camino, la sua stanza dei trofei, lamentandosi di ogni cosa e rivedendo le vecchie pellicole che lo vedevano protagonista, ancora “vivo”. Il nipote non può nemmeno mettersi dalla parte dello zio, che Al Pacino veste come un commerciante gentile, accogliente, paterno ma disilluso, che punta al profitto più che alla qualità assoluta. Non può sopportare il buffo e inconcludente cugino Paolo interpretato da Jared Leto, per la spericolatezza con cui “nomina invano il nome Gucci” (che pure sarebbe il suo, all’anagrafe), per promuovere in genere la sua arte da quattro soldi, fatta di capi da abbigliamento dozzinali. Maurizio pecca di Hybris e finisce un po’ come Icaro, ad un passo dal sole e dal successo. Patrizia pecca infine anche lei della stessa Hybris, come la shakespeariana lady Macbeth. L’insoddisfazione e i limiti di Paolo potrebbe avvicinarlo a Fredo, della saga del Padrino di Puzo e Coppola. Poteva essere quindi tragedia, greca quanto moderna, ma Scott, che da poco ha portato sullo schermo la “sua versione della tragedia” con The last duel, sceglie un tocco più leggero e per lui più adatto per raccontarci le umane miserie di personaggi “tragicamente fantozziani” quanto umani. In una cornice lussuosa e ammiccante (grazie alla fotografia sempre affascinante di Dariusz Wolski) che dà continuo lustro alle bellezze di un’arte italiana che nella moda trova una delle sue mille voci, con in sottofondo il meglio della nostra musica pop d’annata (unita a un’ottima colonna sonora firmata da Harry Gregson - Williams) si muovono personaggini più goffi che sexy, più umorali che razionali, più infagottati che eleganti. Figli di una Dolce Vita un po’ amara, spesso con un approccio alla vita un po’ fumettoso, quasi “trash”, come la surreale veggente Pina interpretata da una divertita e divertente Salma Hayek, con il suo sottobosco criminale da avventori del panino alla porchetta. Personaggi che in un attimo da New York e le ville, dove ci si scontra virilmente nei caldi pomeriggi nel più british dei rugby, passano a quell’atmosfera da Vacanze di natale della location Svizzera, dove a un certo punto quasi ci sentiamo di invocare Jerry Calà e un “delicatissimo” Christian De Sica. C’è poi quel “faccione da Alberto Sordi”, straordinario quanto tenero, che tira fuori di colpo Al Pacino, mente coccola un Jared Leto che si agita con la voce della signora Coriandoli di Maurizio Ferrini (già in lingua originale), dicendogli paterno: “Tu sei un imbecille. Ma sei il Mio imbecille”. 


Se James Wan ha preso Argento e lo ha riletto stilisticamente in Malignant, se Tarantino ha preso Castellari, Corbucci e Leone e li ha fusi nelle inquadrature dei suoi ultimi film post-spaghetti-western, il Ridley Scott di Blade Runner e Prometheus, di Alien e Thelma e Louise, dei Duellanti e The last duel, per House of Gucci ha preso a piene mani dalla nostra commedia all’italiana. Lo ha fatto non con un atteggiamento di sfida o supponenza, perché ha trovato che fosse il modo più corretto per leggere questa sceneggiatura.

Più una variante de Il vedovo di Dino Risi che Game of Thrones

Forse Scott ha fatto uno “sgarro”, per chi cercava dalla pellicola una celebrazione dello stile italico quanto Nine di Rob Marshall o si aspettava per lo meno la algida Grande Bellezza di Sorrentino. Qualcuno si sarà sentito deluso per la componente “gialla” della vicenda, ben lontana pure da “un giorno in pretura”, che nasce e si risolve non esattamente come un dedalo inestricabile di indizi, inseguimenti, thriller. Possiamo dare salomonicamente la colpa di queste “delusioni” in parti uguali al libro di Sara Gay Forsen come alla sceneggiatura di Backy Johnson e Roderto Bentivenga, ma House of Gucci, se si ha la voglia di “passare oltre”, è davvero gustoso. Crudele quanto basta. Più sarcastico che malinconico. Un po’ come quei villoni sfarzosi sul lago di Como, che il destino ha voluto spesso coperti dalla nebbia e maltempo, con Paolo Villaggio che li guarda e ci guarda dal cielo e ride, con noi che dovremmo ridere con lui e insieme a Scott di questa cosa. 

La pellicola ha una durata abbastanza imponente, ma non ho avvertito in modo negativo questo aspetto. Bravi tutti gli attori, Gaga e Pacino straordinari, umani e avvolgenti. Driver misurato quanto etereo, Irons crepuscolare quanto tagliente, una menzione speciale a Jared Leto, che si è totalmente trasformato nell’aspetto e nella voce per interpretare il ruolo di Paolo.

Molto divertente, ben confezionato, potrebbe non piacere a chi si aspetta qualcosa di diverso da una commedia nera. 

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mercoledì 8 dicembre 2021

Mollo tutto e apro un chiringuito: la nostra recensione del film con protagonista il milanese imbruttito


L’imbruttito (Germano Lanzoni), l’animale predatore più pregiato e affascinante della Milano del futuro, è un esperto totale dell’arte del fatturare (dice pure della “f**a”, ma non sembra un grande praticante dell’articolo, per lo meno sul lato della seduction & endurance…), anche se ogni tanto il mondo gli rema contro, con la sua palese illogicità strutturale. I nuovi imprenditorini-bambini sul “merdapattino“ che lo irridono e stanno sempre a cazzeggiare in brain storming. I dirigenti stunned (Claudio Bisio) da tutte quelle fesserie new age dello zen, le tisane, la meditazione yoga e la ricerca spirituale che poi manco sanno che prodotti vendono e trattano troppo bene i sottoposti. I clienti-top (Paolo Calabresi) super danarosi ma umorali per via delle nuove manie ecologiste e zero interesse per un solido planning di investimento. Così quando si rende conto che il suo impegno costante per qualcuno “is nothing”,  l’imbruttito va giù di testa, perde se stesso, inizia ad aggirarsi per il capoluogo meneghino solo sugli sposta-poveri (gli autobus) e finisce come un giargiana qualsiasi in piazza Duomo a dare il pane ai piccioni. La “wife” (la moglie, interpretata da Laura Locatetti) non può capirlo perché non ci vede abbastanza lungo e fa l’emotiva perché donna, il “nano” (il figlio, interpretato da Leonardo Uslengo) ormai ha 13 anni ed è per la legge della natura già diventato troppo adulto, critico da affrontare. La soluzione per ripigliarsi può essere il Brera (Alessandro Betti) e una business innovation di rottura, guidata dal mantra: “fatturare in infradito, rilevando in Sardegna un chiringuito”. Meno stress, più f**a e fatturato, in un piccolo paradiso a trenta minuti di fly dall’office. Partono subito per il planning di base 350k, si sub-odora forte “aria di pacco” ma l’entusiasmo è alle stelle e il Giargiana (Valerio Airò) è pronto a seguire il maschio alfa nella nuova occasione di crescita professionale come fido scudiero/stagista di sempre. Ma i sardi saranno pronti alla nuova economy revolution dell’imbruttito per il suo personale rilancio alla grande del territorio, nel segno del full green, del food & beverage e della emotional experience a chilometro zero? Dopo il fuori-milano, la Sardegna avrà il suo fantomatico “fuori-pastore”? O molto più probabilmente tutti vorranno mandare a cagare l’imbruttito per un cultural misunderstanding? 


Era solo questione di tempo e… taaaac, il personaggio dell’imprenditore lombardo tutto lavoro, auto-esaltazione  e aperitivi tornasse di moda come maschera comica. Lo era stato tra gli altri il Dogui di Guido Nicheli, lo era stato il Marco Ranzani di Albertino, lo è ora l’imbruttito di Germano Lanzoni, figlio di una seguitissima pagina facebook che in breve tempo ha generato un gran numero di meme, battute, stories, interviste, video comici, libri, magliette e marchandising variegato. La nuova tappa “alla conquista del mondo” dell’imbruttito è constatare come “Leonardo di Caprio is nothing”, approdando al cinema e giocando nel suo stesso campionato, smarcandosi dalla macchietta e crescendo come personaggio più tridimensionale. L’idea dello storico gruppo di autori del milanese imbruttito per questo primo Red Carpet (metaforicamente) al “Chinese Theatre di Baranzate“ è ispirarsi alla più classica storia del King Kong: 1) piazzare l’imbruttito fuori dalla comfort zone dell’office milanese celebrato in mille sketch; 2) metterlo a contatto con realtà e sensibilità a lui distanti dove le logiche di business, planning ed advertising non sono più attuabili; 3) vedere che cacchio succede. Per minare al meglio le sicurezze del nostro eroe e dare più sugo allo scontro dei titani, si sceglie per l’occasione una “strategia a tenaglia”, giusto per citare il mondo tecnico/calcistico che amano tanto gli imbruttiti. Da una parte gli sceneggiatori gli schierano contro “a barriera” personaggi del “nuovo business”, ammantati di strani valori spirituali che ancora non riescono culturalmente a maneggiare bene (anche perché pure loro sono “imbruttiti dentro”, anche se si sentono magari “imbruttiti 2.0”) e pertanto rei di concepire il working al di fuori delle regole della “competizione spinta” degli “uomini forti al comando”. Dall’altra attaccano il nostro eroe “sulla fascia”, con personaggi che “non vogliono alcun business”, figli di una provincia sarda che preferisce essere valorizzata per quanto ha da offrire di suo, piuttosto che trasformarsi spontaneamente in una colonia che assecondi i gusti degli “imbruttiti” attraverso un’immagine nuova e accattivante. Occupata barriera e fasce, al nostro eroe per sfangarla serve un po’ di team-building, se non addirittura un “team e basta”, giusto per avere qualcuno a cui passare la palla, smarcarsi e andare a rete. Ma per l’imbruttito l’idea stessa di team è difficoltosa, perché gli cade la logica del “one man show” (più stagista di supporto). Per questo nascono nel nostro eroe menate come il sentirsi tipo un dinosauro, superato, irriso e infranto. Una creatura con il cuoricino spezzato nelle sue certezze sul mondo e sul business e quindi agile e tranquillo in attesa che arrivi ”il meteorite” che lo estingua. La sconfitta è certa “due pere minimo e a casa”, a meno che il nostro eroe non scopra delle nuove skills, magari si ripensi al ruolo della wife… del nano… del valore della mission… oh, ma quanto bella non è, la Sardegna? (traduco per i non milanesi per evitare misunderstanding: la locuzione “Oh, ma quanto bello non è (oggetto)? “ significa “Caspita, ma è bellissimo (oggetto)!”). Ci sono i sardi con il loro modo di fare severo all’esterno ma dolce all’interno. Ci sono le sarde, le donne più belle della terra, dalla Palmas alla Canalis, passando per la Marini. Ci sono dei paesaggi incontaminati da urlo, la sabbia da urlo, il mare da urlo, le canzoni in sardo di De Andrè sono da urlo, la birra Icnusa, il porceddu, il sole… Ma quanto bella non è la Sardegna???!!!

Se il King Kong invece di andare a rompersi le palle a New York finiva in Sardegna, non me lo tiravano giù con gli aeroplanini nella sua scalata al business e ora mi faceva i gorillini e con le banane ci prendeva i bit-coin!!!


Ed eccoci al punto dolente o per lo meno. “Controverso”. Come molti dei video del Milanese Imbruttito presenti sui social sono di fatto dei geniali e ben congegnati product placement per supermercati, oggetti tecnologici e sevizi vari, il film del Milanese Imbruttito è un po’ un product placement riuscitissimo sulla Sardegna. I personaggi del milanese imbruttito rispecchiano la classica caratterizzazione e meccaniche interne nella prima parte del primo tempo, mentre entrano poi in scena i personaggi sardi raccontandoci di fatto la “loro” storia per il resto del film, il personaggio del bravo Paolo Calabresi a fare un po’ da riuscito jolly fantasista d’attacco e Bisio un po’ defilato sulla fascia. Parole d’ordine: 1) non stravolgere, una trama semplice basata sui buoni sentimenti funziona sempre; 2) far vedere quanto sono belle le cose sarde; 3) la tranquillità dei luoghi e tutto il pacchetto Holidays devono esaltare; 4) ci mettiamo anche Elettra Lambrorghini? Ma perché no!!! 5) ci mettiamo un po’ di “etica del territorio”, con i sardi che sono contenti di non avere attorno troppa gente… un po’ come i comaschi… 6) e fine, incasso, fatturato e taaaaac!!

Dopo questo film voglio andare un po’ di più in Sardegna, anche e soprattutto grazie a tutta la compagine degli attori sardi e a quei luoghi pazzeschi in cui è ambientata la pellicola. Ma l’imbruttito ha perso la grande occasione di uscire dalla maschera, sottraendosi a un possibile e fantozziano “percorso di dolore” (e crescita) al grido di “wow che figata la Sardegna!!!”. O forse non ha mai realmente voluto uscire dalla maschera. O questo è un primo lodevole quanto timido tentativo di “uscire un po’” dalla maschera: nel senso che è già un primo passo importante spostarsi dagli sketch di 5 minuti al film di un’ora e mezza e magari si arriverà ad aggiustare il tiro con episodi da 25-30 minuti. Perché i personaggi ci sono e gli attori sono bravi, quindi il problema qui è proprio il “planning” dell’imbruttito nei prossimi anni e non è detto che la formula dello spettacolo cinematografico sia la meta “per adesso”. 

Quindi, tirando le fila, il primo film del Milanese Imbruttito risulta un prodotto ben confezionato, in cui si ride più volte e pieno di magnifici prodotti e luoghi della cultura e tradizione sarda. Per vedere un conflitto imbruttito Vs imbruttita (che farebbe monto girl power attuale a Hollywood) o un crossover imbruttito vs cipollino (sulla strada nostalgica di yuppies della Milano da bere) o imbruttito vs “imbellito” (magari esiste già o esisterà, immagino un palestrato social che fa fotoritocco) quindi dovremo attendere ancora un po’ o forse mai. Nel frattempo: ue’, ma che bella non è la Sardegna? 

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lunedì 6 dicembre 2021

Napoli Eden: la nostra recensione del docu-film sulle opere di Annalaura di Luggo, in lizza per concorrere tra i documentari che parteciperanno agli Oscar del 2021


C’è una Napoli sempre diversa e unica, in continua trasformazione, come in un infinito balletto tra tradizione e futuro, nel film diretto da Bruno Colella con al centro il lavoro della vulcanica Annalaura di Luggo. È una Napoli che crede nell’inclusione sociale e nella valorizzazione delle sue zone più periferiche. Una Napoli che motiva le nuove generazioni ad “ascoltarsi” e sentirsi parte di una tradizione artigianale antica quanto rinomata. È una Napoli che studia, scompone e ri-crea quanto viene considerata a “fine ciclo”, “spazzatura”. Prende oggetti dismessi, li riporta allo stato di “materie prime” e poi gli conferisce nuova vita, più nobile, come arte moderna, per poi riciclare ancora, nel rispetto della natura. È una Napoli che fuori dalle “botteghe” trova al contempo la voglia di andare casa per casa per raccontarsi, attraverso una ragnatela di storie umane piccole e grandi quando spesso uniche, originali: quasi fossero la testimonianza di un estro e inventiva scritti nel dna. È una Napoli bella e sorridente, vista con gli occhi di qualcuno che la ama profondamente, con tutti i suoi pregi e difetti, fiducioso nel suo futuro.  


Napoli Eden è un prodotto dalla natura mista, in parte documentario e in parte film, in parte  servizio giornalistico e in parte favola. L’ambiente in cui hanno luogo le riprese è sempre reale e concreto, ma riesce con naturalezza ad “ammantarsi di cinema” a ogni inquadratura. La scultrice, pittrice e fotografa Annalaura di Luggo ci racconta della sua vita personale quanto della sua ricerca artistica. La vediamo recarsi in luoghi per il riciclaggio e smaltimento che paiono quasi scenari “steam-punk”, dove si tuffa con la gioia di una bambina tra l’alluminio di recupero e i misteriosi ingranaggi a elica di un'imbarcazione, in cerca di forme e cromie antiche quanto nuove da cui costruire qualcosa di nuovo (con la mente di qualche spettatore che magari vagherà anche dalle parti di Tetsuo di Tsukamoto, seguendo una simile fascinazione per tubi, trivelle e forme post-industriali). Poi la nostra eroina si infila tra le strette strade di periferia in cerca del significato del misterioso e “fantascientifico” caleidoscopio dell’iride umana, forse specchio del nostro potenziale innato, fotografando con una macchina fotografica speciale in super-zoom gli occhi della gente comune, in quella che appare per metà una visita oculistica e per l’altra metà una intervista biografica (attraverso un modo di “guardare dentro” le persone che a qualcuno ricorderà il fantascientifico test oculistico/empatico del Blade Runner di Scott). C’è poi un po’ di neorealismo nei giovani ed eroici “cacciatori d’arte” colleghi della di Luggo che su un’Ape Cross vagano tra i cassonetti in cerca di tesori nascosti, con le madri un po’ perplesse per il loro amore per la spazzatura. 



C’è satira, quando un esperto d’arte dichiara che il futuro è nella spazzatura, mettendo su un tavolo un cestino pieno di rifiuti. C’è un po’ di commedia dell’arte nel modo di Annalaura di proporre alla commissione comunale e ai critici i suoi lavori, nell’apparire disordinata e sempre in ritardo (spesso è ancora in una galleria mentre qualcuno la porta sul retro di un motorino), nel vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, nel guardare con un entusiasmano infinito persone che la considerano “troppo felice” per essere vera (con le reazioni di queste ultime che sono spesso imperdibili). Una felicità che apre anche alla dimensione della favola, che si rivela nei momenti in cui la nostra protagonista sembra inseguire la se stessa bambina, nei luoghi della sua infanzia (su un triciclo che magari a qualcuno nell’incedere ricorderà più  una storia di fantasmi come Shining). Anche se la Di Luggo si dichiara ancora inesperta nel cinema, il piccolo mondo che racconta è densamene imbevuto nella settima arte e risulta, al netto di qualche spigolatura, quanto mai gustoso, ricco di immagini e punti di vista originali. Con tutta questa esuberanza ed energia, tra momenti recitati e documentati, tra interviste e visioni oniriche, l’artista ci parla dei lavori dietro la realizzazione della sua Napoli Eden: un percorso artistico modulato su più opere concomitanti rappresentative di Napoli, esposte in zone diverse della città intorno al 2020. Opere diverse, nate dalla ricerca individuale della di Luggo “sugli occhi e sull’anima” come dall’impegno civico per stimolare la cultura del riciclo e del green, come dalla volontà di stimolare l’arte tra i giovani. Opere realizzate dalla di Luggo stessa da sola, tra saldatore e macchina fotografica, o con la collaborazione delle scuole d’arte (tra cui i magnifici vestiti realizzati con materiali di recupero dalle Belle Arti) come con i ragazzi della associazione Miniera dei Quartieri Spagnoli. L’arte crea ponti tra le varie storie, stili, passioni e linguaggi che animano Napoli Eden, fondendo la pellicola in un unico amalgama di colori e suggestioni che a noi spettatori cadono addosso in modo generoso, fragoroso e spiazzante. Napoli diviene nell’originale “linguaggio della di Luggo”, qui anche sceneggiatrice dell’opera, una città che può essere vissuta in un unico abbraccio, dai suoi lati più chic a quelli più kitsch, dal suo mare al tramonto alla sua musica di piazza, dai suoi palazzi altolocati e silenziosi ai mille suoni e sfumature delle periferie. Napoli Eden è un giro panoramico di un’ora e mezza su molti aspetti di Napoli che per alcuni spettatori potrebbero sembrare nuovi e pertanto oltremodo preziosi e trova un modo molto originale e interessante per parlarci di arte e cultura del territorio. 

Il film è disponibile anche sulla piattaforma ITsART, a cura di  Cassa Depositi e Prestiti e del canale streaming Chili e concorre nella rosa dei documentari che potranno accedere agli Oscar del 2021. 

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venerdì 3 dicembre 2021

Il nuovo Trailer di Spiderman - No way home è una bomba!!

 


C’è una cosa molto specifica che questo trailer mi ha fatto ribollire, in positivo, ma per arrivarci devo fare una premessa pallossissima. 

Quando intorno al 2000 iniziai a leggere massicciamente i fumetti “da edicola” Marvel ero attratto dai lavori di scrittori come Peter David, Mark Millar, Warren Ellis, Garth Ennis, Straczynski. Mi stregavano i disegni di John Romita Jr, Mark Bagley, Gary Frank, Steve Dillon, Andy Kubert. Poi trovavo interessantissima, per motivi del tutto slegati a storie e disegni, la questione dell’Universo Condiviso, con i supereroi che andavano a “visitare” le testate di altri supereroi o vivevano avventure insieme, in serie o eventi stagionali ad hoc. Questo aspetto aveva scopi narrativi (perché è bello immaginare un mondo pieno di supereroi) quanto se vogliamo obiettivi “manageriali” (perché devi comprare più fumetti di più testate quando una storia inizia sul fumetto di un personaggio e termina sul fumetto di un altro) o “promozionali” (se un personaggio ha poco successo editoriale, lo fai incontrare con uno con più successo per incrementare le vendite). Spider-Man, proprio perché il character più famoso e amato della casa delle idee di Stan Lee, in queste operazioni era un po’ il più “aziendalista di tutti”, te lo trovavi ovunque e in fondo era lui stesso il volto della Marvel, specie in quello specifico periodo intorno al 2000, in cui I fantastici 4 erano un po’ opachi (e lo saranno per anni, fino all’arrivo di Warren Ellis), gli Avengers non erano ancora al cinema e nessuno se li filava (cosa che permise totale carta bianca a opere rivoluzionarie come Ultimates) e Hulk spaccava come sempre ha spaccato per fatti suoi facendosi gli affari suoi (affari sempre più introspettivi, come nel ciclo La psicanalisi di Hulk). Anche perché se Hulk non fa l’aziendalista tu non puoi costringerlo a farlo. Negli anni questo giochino dell’universo condiviso, che ho apprezzato molto ai tempi della saga House of M mi è sempre più venuto a noia, fino a quando ho smesso di seguire tutto, dopo la saga Assedio, conscio che non ne potevo più di una politica editoriale spinta basata su supereroi sempre più “vicini di casa invadenti” che non facevano che girare come trottole su tutte le testate, anche le più marginali, sostanzialmente impedendo un qualsiasi sviluppo decente di un arco narrativo. Da lì ho continuato a seguire per lo più in libreria gente come Moon Knight, Devil e Hulk, tutti e tre eroi misogini che a queste mega-feste cross-over non se li cagava mai nessuno. Per un po’, per stima e simpatia, ho retto anche con lo Spider-Man da edicola, arrivando a leggere più o meno intorno alla saga di Spider-Island. Una saga in cui gli Spider-Man di più linee temporali e narrative facevano tra di loro un maxi-crossover interno. Insomma Spiderman vicino di casa invadente di se stesso, per dire. Però era un evento alla fine divertente, qualcosa che poi avrei ri-visto al cinema nell’ottimo cartone animato di Spider-Man di Sony, con protagonista Miles Morales. 


Ed eccoci al punto. Sì, ci ho messo un bel po’ a questo giro, ma sono arrivato al punto. Il trailer rivela tutto questo popò di fanservice crossoveristico, ma sembra farlo con un senso interessante.

Quello che succede “nel mondo delle case cinematografiche”, è che il “manager attuale di Spider-Man”, Sony, non ha rinnovato il contratto di collaborazione con Marvel Disney e quindi dopo questo film, salvo future intese, l’arrampicamuri non potrà più giocare insieme agli Avengers nelle future pellicole. Sony però sta preparando da tempo per Spider-Man un “campionato minore” tutto suo, in cui potrà incontrarsi con i suoi antagonisti storici (sempre di proprietà Sony) quanto (per le magie meta/narrative e meta/paragnoste di un Multi-verso con “versioni alternative”, evocato già nella pellicola di Doctor Strange) con le versioni alternative di Spider-Man stesso, che derivano dai film precedenti o da fumetti stile What if (sempre di proprietà Sony). Se sul versante “comprimari” al cinema è da poco uscito il secondo film su Venom e presto arriverà anche il film di Morbius, è davvero interessantissima l’idea di ripescare e buttare nel mucchio tutti i personaggi dei film di Raimi, Webbs e dello Spider-Man animato. Anche perché nello Spider-Man animato c’era un eroe di un universo narrativo in bianco e nero, Spider-Man Noir, con la voce di Nicolas Cage e noi sul blog amiamo Nicolas Cage. Chi non vorrebbe vedere Cage interpretare Spider-Man al cinema in un team-Up con a fianco gli Spider-Man di Toby Maguire, Andrew Garfield e Tom Holland, magari contro villain interpretati negli anni da Willem Dafoe (Goblin), Alfred Molina (Octopius), Paul Giamatti (Rinho) Jamie Foxx (Electron), James Franco (secondo Goblin) Dane DeHaan (secondo Goblin e mezzo) Thomas Church (Sandman)? Ma tagliando corto, Cage che fa Spider-Man per noi basta e saremmo felici, gli altri tre possono pure non esserci.


Naturalmente mancano ancora molte delle conferme ufficiali (quando lo annunciano Cage??? quando???), ma fin dai primi trailer della nuova pellicola di Spider-Man si intuiva che si andasse a parare da queste parti e va bene. Si poteva, per lo Spider-Man di Tom Holland, in film futuri re-introdurre con nuovi attori un Goblin o un Doc Ock. Ma non sono già perfetti Dafoe e Molina? Si poteva trovare un modo nuovo per legare Spider-Holland a Venom, ma questa esperienza non era già stata vissuta traumaticamente da Spider-Maguire? Si poteva a livello drammaturgico far rivivere a Spider-Holland il dramma/crisi di una persona amata che cade nel vuoto, ma questo dramma non lo ha già vissuto Spider-Garfield e noi con lui al cinema? Tutto si lega, in una ragnatela che già esiste da sempre nel cuore dei fan dell’arrampicamuri. Ed è qualcosa che sta facendo anche la Warner DC, con il prossimo film di Flash che va a ripescare nientemeno che il Batman interpretato da Michael Keaton.

In questo nuovo trailer si vede Molina, si rivive la scena straziante della caduta nel vuoto di una ragazza come in The Amazing Spider-Man 2, c’è Sandman. Ed è tutto al suo posto, tutto interconnesso.

Manca solo Nicolas Cage. Spider-Cage che potrebbe diventare il nuovo mentore di Spider-Holland. Dateci Nicolas Cage. 

Lo spider-verso non ha senso senza Nicolas Cage. Non vorrete mica perdervi un confronto a boccacce e sguardi pazzi tra Spider-Cage e il Venom di Tom Hardy? Quei due sono nati per questo scontro!!!! 

È in uscita il 15 dicembre per Sony e già sembra testimoniare un passo molto interessante  per la gestione futura del personaggio di Spiderman. Noi non vediamo letteralmente l’ora di fiondarci in sala per tifare per Spider-Nicolas Cage.

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