Sinossi fatta male: Siamo nel Kent, in piena provincia
inglese, a Grain, descritta come "un granello di polvere sulle mappe
geografiche". Durante un'uscita notturna un gruppo di pescatori fa una
scoperta inquietante: a pelo d'acqua affiora il corpo di una giovane donna
decapitata. Uno di loro sbianca, sulla schiena la ragazza riporta dei tatuaggi
identici a quelli di sua figlia, morta due anni prima a seguito di una grave
malattia. Dylan si incuriosisce, ne parla con Bloch (in un Pub londinese,
ritratto da pagina 15 a 18,che mi ricorda tantissimo tanto come interni che per
facciata, uno in cui sono entrato anch'io, dalle parti di Victoria Station... se
ci passate chiedete una porzione grande di fish'n'chips, puro orgasmo culinario) e decide di andare sul posto non "Groucho - munito". Arrivato
in loco per indagare, trova una situazione ancora più strana del previsto, in
quanto viene ostacolato nelle indagini in ogni modo dalle istituzioni locali,
capitanate da uno sceriffo dai tratti quantomeno "lombrosiani".
Tuttavia alcuni cittadini sembrano accoglienti e simpatici e dicono al nostro
eroe che la città in effetti un tempo era da cartolina ma che si è imbruttita
di colpo solo nel recente. Più il detective scava a fondo, più emerge una realtà
soprannaturale tanto brutale, inquietante e perversa, quanto nascosta
malamente sotto l'apparente normalità della piovosa e un po' deprimente
provincia in riva al mare. E troppe persone sono complici degli orrori che si
stanno perpetrando in quei luoghi.
Giù nella provincia: Il mondo è un posto brutto ance se ci allontaniamo dalla
tentacolare città, addentrandoci nell'apparentemente serena provincia dove vive
"la gente perbene". E' un adagio sempre di più insistente, forse
avvalorato dalle "pro loco" che non vogliono invasioni di forestieri.
Più il posto è tranquillo e rilassante, più c'è da aspettarsi che la calma
apparente costituisca solo la quiete prima della tempesta e che
tutto all'improvviso possa degenerare e deflagrare in modo dirompente. In questa
storia c'è un elemento sovrannaturale che prescinde la strana situazione che
sta accadendo nel paesino e questo aspetto costituisce il vero colpo di genio
dell'autore. Quello che "fa male" è il modo in cui le persone
coinvolte in questo "soprannaturale" ne facciano uso, in totale
sfregio delle mille possibilità e pericoli che tale potere comporta. Un uso
distorto e continuativo atto a perpetrare una barbarie che supera l'umano e
attenta direttamente allo spirituale.
Fabrizio Accatino dopo l'ottimo Il generale inquisitore ci regala
una struggente, amara e disturbante storia sulla più svilente delle condizioni
umane, sulla mercificazione della carne e dello spirito. L'autore non punta
alla costruzione di un giallo troppo complesso, giacché il percorso narrativo è di facile intuizione, ma lavora molto accuratamente sulla suggestione, sul
contrasto tra una natura misteriosa e le devianze più brutte dell'animo umano
che si sfogano su di essa nei tratti più sporchi e osceni. L'esito della
vicenda è pura grammatica cinematografica, non sorprende ma appaga in una
ricercato e assiduo ribaltamento dei ruoli, tra vittime e carnefici, cacciatori
e prede. Un gioco "alimentare" di carne e sangue che tanto sarebbe
piaciuto al Romero di Zombie. Certo l'inizio è lento, procedurale, e
dobbiamo passare quasi la metà dell'albo, con la sequenza di pagg. 40-47, per
vedere quanto c'è di davvero interessante. Da qui però riusciamo ad accedere a un contesto davvero forte, quasi dantesco.
I disegni di Roberto Rinaldi sono squisitamente crepuscolari, sporchi e
cattivi, sanguigni e rugginosi. I suoi "mostri" sono visivamente
qualcosa di davvero inquietante, unico e innovativo. Tragici angeli caduti con
avvitate parti in acciaio, sensuali quanto agghiaccianti. Sarebbe davvero un peccato
non rivederli su grande schermo, sono idee visive come queste che possono
risollevare l'anemico cinema italiano di genere. L'azione ritratta da Rinaldi è sempre chiara e crudele, feroce e avvilente. Molto appropriata la splash page
di pagina 74 nel descrivere un autentico inferno in terra. Molto bella la
sequenza tra pagina 59 e 62, sottolineata, come dice l'autore, dal Mambo n. 5
di Lou Bega, improbabile quanto cinicamente amaro. Davvero riuscito l'overture
visivo da pagina 70 a 81. Struggenti le pagine 94 e 95.
Mi sembra quasi di aver detto troppo, ogni parola che aggiungo potrebbe
rovinarvi la scoperta di un numero davvero inconsueto e affascinante. E' una
storia di piccoli e cattivi uomini che giocano nel modo più triste possibile
con un potere quasi divino. E' una storia di creature spezzate, perse e sole,tra
realtà e aldilà. Davvero un buon numero, che se si toglie un certo senso di
lentezza nella parte iniziale non si espone per il sottoscritto a molte altre
critiche .
Dirige Fuqua, il
regista di Training Day e quel "diverso" maglifici 7 che fu King
Arthur. C'è al centro un gigantesco Denzel Washington, baffuto, nella parte di
Yul Brynner. L'azione, per quanto visto dal trailer, sembra interessante. Certo
I magnifici 7, l'originale, è davvero "troppo magnifico", un film
epico, spietato e gigantesco che visto oggi non è invecchiato di un solo
minuto. Dovranno inventarsi qualcosa di pazzesco per non far partire le
classiche critiche sulla necessità di fare remake di tutto. Sarà una bella
sfida,
Sinossi fatta male: Antico Egitto. Gli Dei camminano tra i mortali e indossano
sandaloni dorati. Come nei fumetti di Enki Bilal (e forse pure nei
geroglifici, ma non metto la mano sul fuoco) sono più alti degli umani, quasi
il doppio. Hanno oro che scorre nel sangue, sono nevrotici come i colleghi dei
greci e possono incredibilmente mutare aspetto. Solo che in questo caso non
assumono forme zoomorfe, divengono direttamente dei transformers-bio-meccanici
con tanto di "pezzi" del proprio corpo o dell'armatura scomponibili e
riassemblabili. Tipo Jeeg Robot d'acciaio, con pezzi robotici che si
ricompongono con aggiunta di ali e trivelle. A un certo punto, anno più anno
meno, il buon Osiride (un grande attore che finito in questa tamarrata si nasconde come può sotto un trucco pesante) decide di abdicare a favore del
figlio Horus (l'attore Nokolaj Coster-Waldau, che interpreta Jemie Lannister
del Trono di Spade, qui spesso a petto nudo come quando è in vacanza a
Sharm'el'sheik e in effetti la prima persona che viene in mente pensando a un
dio medio-orientale) e tutti gli egiziani sono felici, compreso Bek (l'attoraccio brutto e inespressivo Brenton Thwaites, che ci siamo già sorbiti
in Maleficent e Oculus), la brutta copia di Alladin della Disney, e la sua
amata ragazza-gnocca-senza-fine Saya (Courtney Eaton, bellissima, vista come
Jinx nei G.I.Joe 2) che veste già, ante litteram, con un push-up da paura. Pure
Horus è contento, anche perché, eredità a parte, pure lui sta con una mega
manza fotonica (Eodie Yung, l'Elektra della nuova serie tv Netfix su
Daredevil), la dea dell'amore egizio, e si fa ogni mattina il bagnetto con
manze mezze nude come Eddie Murphy ne Il principe cerca moglie. Tutti felici
anche perché gli Dei sono benevolissimi e per tradizione "regalano"
l'aldilà anche ai mortali, ma qualcuno non è d'accordo. E' Set, interpretato da
un Gerald Butler in forma splendida, stra-contento di interpretare un cattivo
come ai tempi di Giustizia Privata, che sembra uscito dritto e incazzatissimo
e con la stessa armatura spartana da 300. Ce l'ha con il fratello Osiride, col padre Rah (il grande Geoffrey
Rush, che si è ispirato ad una tartaruga secolare per interpretare con la
giusta trascendenza il ruolo di un monaco spaziale in pigiama che vive su una barchetta cosmica), con il nipote
Horus, con il corriere Bartolini che non arriva mai e anche con i tizi che ti
mettono nella posta i buoni sconto di Mediaworld. Gli sta sulle palle chiunque.
Decide di pigliare lui il potere "perché sì" e dopo essere comparso
non invitato alla cerimonia di successione come la Malefica della Disney uccide
a tradimento il fratello Osiride e inizia un mega scontro con Horus. Una zuffa
colossale in cui entrambi sfoggiano per l'occasione super armature zarre dorate
animaliformi che paiono direttamente uscite da serial tv live action giapponesi
tipo Garo. L'impatto visivo dello scontro rimanda tanto alla stop
motion quanto a un concetto di computer grafica che fa tanto "fine anni
novanta", modello "Bio-transformers" o "Filmati di Tekken 2", qualcosa del genere, diventata "animazione 3d vintage", roba
che spero sempre dimenticata ma che nei miei incubi peggiori fa capolino di
tanto in tanto. Set in versione cyber--megazord in breve sconfigge
il nipote spezzando le sue ali da Vultus V di plastica e lo priva del suo
superpotere, gli occhi, che si trasformano subito in gemme azzurre. Vincitore e autoeletto capo di tutto, come segno di magnanimità verso i mortali Set decide di cambiare la politica del welfare ultraterreno: da allora in poi,
se vogliono l'aldilà, devono pagarlo in oro. Si introduce così la prima tassa
modello unico post-mortem (e speriamo che la cosa non faccia venire strane
idee anche al nostri governo). Passa un po' di tempo, la gente mormora
mentre Set, carico di tributi, sta facendo guerra a tutto il mondo, perché è
uno sempre con le palle girate. In più sta costruendo, in puro oro ricavato dalle tasse, edifici quasi più
costosi del Ponte sullo Stretto di Messina. L'Aladdin dei poveri, dalle folte
sopracciglia rese stupidissime da un barbiere che lo odia, spinto dalla morosa
che lavora per l'architetto del dio in carica (Rufus Sewell, che dopo
Lancilotto in King Arthur racimola solo ruoli da stronzo, chissà perché),
decide di farla finita con questo regime totalitario. Vuole essere comandato da
un dittatore più simpatico. Con le mappe dello studio dell'architetto, usate
come fossero le guide ufficiali di un videogioco di cui lui è il
protagonista, Bek tra seghe circolari, passerelle semoventi, una
prova a tempo e due trofei conquistati, penetra nell'edificio in
cui Set nasconde gli occhi di Horus. Li ruba e dopo una fuga rocambolesca e
sfigatissima il restituisce al legittimo proprietario, che momentaneamente
versa per terra nel suo vomito, formalmente guardiano di una tomba part-time pagato cui voucher comunali,
ubriaco come se non ci fosse un domani. Riuscirà con questo gesto a motivare
Horos a prendere a calci Set? Li aiuterà in questa missione il dio della
saggezza egizia (interpretato da Chadwick Boseman, felice di essere sulla
pellicola quanto lo si è in coda alla posta)?
Un film non per tutti: Prima di passare al commento è giusto però fare
"una chiamata alle armi", anche perché il film non è decisamente per
tutti. Quindi prendo idealmente un megafono e parto con l'appello.
Voi che avete apprezzato la sobrietà e stile neoclassico architettonico dei film di Riddick, in specie del secondo. Voi che avete un poster di Barbarians Brothers sulla porta dell'ufficio del vostro posto di
lavoro. Voi che il sabato pomeriggio vi sparate Masters of the Universe con
Dolph Lundgren conoscendo a memoria le battute. Voi che (unici) cercate
febbrilmente in rete informazioni su Scontro tra Titani 3. Voi che comprate i Transformers e i Cavalieri dello Zodiaco di metallo a quarant'anni, pagandoli
oro, perché le armature sono fighissime. Voi che pensate che Zardoz sia stato
il top di Sean Connery. Voi che avete comprato un album di Grace Jones solo
perché la avete vista in Conan il distruttore. Voi che avete scritto una mail a
Sommers incitandolo a girare La Mummia 4. Voi che volevate altri 16 film di
Stargate al cinema, al posto della serie tv con McGuyver. Voi adoratori
dell'Hercules del 1983 con Lou Ferrigno. Voi tutti. Se incarnate tutti questi
aspetti, insieme e non disgiuntamente, Fratelli, venite a me! Perché
questa pellicola accolta ancora prima dell'uscita come "lammerda",
potrebbe in fondo non farvi poi così schifo. E' un film tremendo sotto vari aspetti, ma pure
colorato, innocuamente eccessivo e divertente. E' un giocattolone, sa di esserlo
e non pretende di sembrare qualcosa di altro. Per alcuni questa schiettezza è squalificante, per altri si può accettare.
Un kolossal con l'animo infelice del b-movie retrò: Gods of Egypt ha
suggestioni del mito greco di Orfeo ed Euridice, la forma esteriore di un
super-hero movie ante-litteram, ma soprattutto il cuore frenetico di un
videogame. Vorrebbe sembrare di conseguenza una tragedia greca sull'orgoglio
spezzato e sul destino che uccide la libertà umana, vorrebbe incarnare,
come oggi di moda, il mito moderno dei "grandi poteri da cui derivano
grandi responsabilità", ma alla fine si accontenta dello spettacolo visivo
che vuole offrire, frenetico, zarro e fracassone, e risulta una lunga corsa videoludica, di livello in livello,
all'interno di una mitologia egizia amabilmente pasticciata. Un Rollercoaster
visivamente intrigante, anche se in un modo del tutto "analogico", e
non privo di momenti divertenti. I personaggi e gli ambienti sembrano uscire da
graphic novel fantasy anni 70-80. La recitazione è la stessa che trovavamo nei
peplum classici, pomposa ed epicheggiante, ma modernizzata con ironia, un po' di
buddy movie e un pizzico di romanticismo ripercorrendo la formula di Scontro
tra Titani, pellicola con cui condivide gli sceneggiatori e produttori. I
vestiti, le armi, i tesori preziosi da ritrovare per "finire
l'avventura", sono l'evoluzione kitch dei materiali di scena di mille
pellicole su Maciste e Ursus. Horus, quando non è un unico effetto digitale
dorato con appiccicata la faccia di Nokolaj Coster-Waldau, indossa un
completino in pelle neo hippy, Set sembra sempre corazzato come uno spartano, la dea dell'amoe porta un vestito con reggiseno a vista. Non c'è coerenza storica tra un abito e l'altro, ma
sono "belli da vedere", puro "fantasy disimpegnato".
Non mancano dei super serpenti (stile vermoni di Dune) cavalcati da
amazzoni, mostri grandi quanto il Kraken (ve lo ricordate Scontro tra
titani e il suo "liberate il kraken!!"? Quello è lo stile e
imponenza). Non mancano mega templi fantomatici, pieni di trappole, architetture
mobili, marmi e fiaccole perenni in stile Cinecittà sandalona anni '60 - '70, ma
purtroppo tutti o quasi virtuali, creati in digitale. L'intero film è stato infatti girato senza una sola scenografia, con il blu screen che sembra
essere stato usato su ogni superficie e suppellettile. Una sfida creativa
spesso così invasiva che se da un lato è riuscita a creare scene sicuramente
evocative, dall'altra ha portato a momenti in cui queste di colpo appaiono
forzosamente fasulle, con gli attori incollati come figurine su ambienti digitali.
Un continuo strizzare l'occhio alle tecniche e ai movimenti delle
creature di film come Gli Argonauti e I viaggi di Simbad, che hanno parte del
fascino anche nel risultare in una certa misura "posticci" non
incontra poi spesso i gusti del grande pubblico, ma piacerà ai fan. Sembra un
film pensato per nerd di quarant'anni senza ritardi della nuova odience. Non
mancano mai scenograficamente ispirati tocchi di classe da "copertina
generica di album metal anni '80" come la Nave di Rah, come i giudici del
tribunale delle anime, come la biblioteca di Thoth. La trama è per lo più un
pretesto per infilare più scene d'azione possibile, non vuole essere altro.
Il
montaggio è serrato, la fotografia "dorata" in modo quasi
imbarazzante. Il realismo scenico non è nemmeno lontanamente preso in
considerazione. Certe coreografie di combattimento (vedi la sequenza della
cascata) sono esaltanti, colorate, piene di mostri anche se
"posticci". L'aspetto visivo non si discosta "per
teatralità" (soprattutto nella parte finale) da Immortals di Tarsen e
alcune creature (e ce ne sono davvero tantissime) sembrano copia-incollate da
Jupiter Ascending (si vede che anche i mostri digitali hanno una famiglia da
mantenere). Diciamolo senza filtro: è kitsch da paura ma non è orribile, solo
maledettamente eccessivo e gratuito. Ed è fiero di esserlo, questo film
desidera apparire eccessivo espressamente, in tutto. Gli attori, Butler in
testa, sembrano essersi divertiti un mondo a giocare con personaggi sopra le
righe, caricandoli e donando loro un surplus di eccentricità e follia. Butler
non era così intenso da tempo, Geoffrey Rush dona credibilità a un personaggio
sinceramente assurdo anche solo per come è vestito (e c'è un interessante
momento alla Tron con lui protagonista), Nikolaj Coster-Waldau ha la giusta
faccia da schiaffi e ricorda pure il Kurt Russell degli anni '80. Edolie Yung e
Courtney Eaton oltre a essere belle da infarto sono molto dolci e reggono bene
il lato emotivo della pellicola. Brenton Thwaites e le sue buffe sopracciglia
sono da cinghiate sui denti, siamo in quei caso in cui il protagonista è reso
tanto male (per incapacità dell'attore manifesta) che si spera muoia presto e
malissimo. Ma "in media" il cast se la cava bene. Trasmettono quindi
ai loro personaggi molta vitalità e si lanciano senza pensarci troppo in stunt
scavezzacollo.
Un
giocattolone per nostalgici che costa troppo: Allora perché tanta acredine, per
un film che si presenta da subito con le carte scopertissime, come
rappresentante della baracconata cinematografica medio-classica? Si è
visto di meglio, ma pure parecchio di peggio. Il film è esattamente in linea
con le due pellicole sui Titani, che avevano incassato tantissimo, al punto che
ne condivide sceneggiatori e produzione. Se avete gradito i due film con Sam
Worthington non c'è davvero qui un solo motivo per cui questo non dovrebbe
piacervi. Gli attori sono pure in parte e con una dose maxi di autoironia
"divertiti nei ruoli". Alex Proyas, qui molto meno cupo del
solito, ha diretto Il Corvo, Dark City, Io robot e ha una vera passione per la
messa in scena della fantascienza e del fantasy, riesce a donare il
"colore giusto" alle sue pellicole. E questa pellicola è oro
placcato, fasullo ma che se ci si accontenta non appare così male. Il film
diverte, ha un modo di prendersi sul serio che spinge al
parodistico, scorre veloce. Forse è però un film troppo ricco di budget in
ragione del vasto target finale e delle sue aspettative. Poca introspezione,
una trama che si svolge tutta in una specie di Gardaland, pupazzi digitali
vintage che apparentemente, anche se frutto di una precisa scelta creativa,
sembrano molto economici. Per certa critica se fai b-movie in genere devi
produrteli in casa, con attori-comparse amici tuoi, con la sceneggiatura che
hai scritto alle medie, un po' vergognandotene. Allora si apprezzano i pupazzi,
si perdona l' ingenuità, a volte si applaude il "cult". Mentre qui ci
stava una montagna di soldi tutta volta al divertimento più basso ed elementare.
Il pubblico spesso faccio fatica a comprenderlo, ma la shit-storm caduta sul
film è di dimensioni così vaste che prima di entrare in sala quasi mi davo del
coglione per aver speso i soldi del biglietto. Tutti, critica compresa che già
in anteprima lo ha bocciato, volevano qualcosa "di più" e non
trovandola si sono divertiti a demolire pezzo per pezzo questo film. Cioè 14% su
Rotten Tomatoes! Il film ha il biglietto da visita di un ristorante con
vomitate non pulite sul pavimento e infestato dai ratti giganti! Al
pubblico e ai critici non sono soprattutto piaciuti, oltre al maxi budget a
fini giocattolosi, soprattutto gli effetti speciali vintage. Ma alla fine, vuoi
in proporzioni diverse, non è piaciuto nemmeno "tutto il testo". La
trama è risultata risibile e inappropriata per introdurre dei miti nuovi per
Hollywood. Le scelte visive sono risultate pessime, la recitazione troppo sopra
le righe ha infastidito, gli attori occidentali sono stati giudicati
inappropriati per interpretare degli egizi, anche se potevano andare bene per
fare i "greci" qui non erano molto politically correct. E il film ce
le ha tutte a ben vedere queste magagne, ma se amate
l'intrattenimento disimpegnato e pellicole come l'Hercules di Lou Ferrigno a
Flash Gordon passando per i due Titani (tre se contiamo l'originale Scontro tra
titani del 1981), sono convinto che in fondo non riuscirete a volergli così
male. Allora gli effetti visivi li apprezzerete per quello che vogliono essere,
una via di mezzo tra modellini anni '70 e computer grafica. Allora i set
pomposi fino all'eccesso vi faranno ricordare Ursus, allora gli attori sopra le
righe li apprezzerete come in quei film biblici che propone rete 4. Non è forse
il modo migliore di fare le cose , ma per quei quattro o cinque come me che
amano i fantasy anni '70 - '80 è "aria di casa". Forse siamo in pochi,
troppo pochi rispetto a una platea da blockbuster . Giudizio finale: Difficilmente, visto il responso ai botteghini (costo
dichiarato 140 milioni per un guadagno, considerando anche i boxoffice mondiali,
di miseri 30), vedremo un Gods of Egypt 2, a meno che non faccia i
numeri stratosferici in home video, diventando magari un guilty pleasure. Una
perla ultra kitch di fantasy retrò destinata a rimanere isolata. Ma il film ha
per lo meno il merito di chiudere le trame ed essere abbastanza
"conclusivo" (un po'btimidamente una porta mezza aperta la lascia, ma
è davvero poca cosa). A me comunque vedere un dio egizio uomo-uccello armato di
spade e raggi laser che si azzuffa in cielo contro il bio-transformers di un
uomo-cane composto da organi organico-pseudo-robotici di Dei egizi (fusi
a lui addosso come in un megazord dei power rangers) non è affatto dispiaciuto.
Anche se in effetti la frase che ho appena scritto sembra non avere alcun senso
logico. Più che le persone a cui non è piaciuto e, diciamolo, questo film non è
piaciuto praticamente a nessuno, mi piacerebbe trovare nei commenti qualcuno
che per un verso o per l'altro ha trovato questo Gods in Egypt non così
tremendo. Mi sentirei meno solo emeno folle. Forse.
L'home video: Leone Editore confeziona un prodotto non troppo pingue di
contenuti extra, ma dal video brillante e dal sonoro potente. Ad ogni modo vi
consiglio prima un noleggio se non lo avete ancora visto.
Sinossi fatta male: America provinciale contemporanea ma un po' vintage, che è
di moda (in questi ricorda un po' il Babadook). I nostri eroi sono
ragazzi verso la fine della adolescenza, quasi fuori dall'essere
"teen-agers", sul calare degli spaventosi 19 anni. Quella dolce
e incosciente età tra il bambino e l'adulto alimentata dalla voglia di
diventare subito grandi, abbattere tutti i paletti ultra protettivi imposti dal
mondo dei genitori, voler fuggire fuori a esplorare il mondo. La voglia di
indipendenza, la voglia e la possibilità di farsi una birra o di vedere i film
vietati, la voglia della macchina e la voglia del sesso, ri-scoperto e
apprezzato dopo che maldestramente e "scientificamente" lo si è
incrociato da bambini, in quelle "rivistacce porno vintage"
abbandonate da qualcuno, dove appariva roba illogica e buffissima. Persone messe
in posizioni strane che in una curiosa ginnastica nudista si incastravano come
i lego e che facevano un sacco ridere, ora non lo fanno più. Più si
diventa grandi più si trovano sexy quegli strani riti, in armonia con un corpo
sodo, spaziale e in piena esplosione ormonale come quello di Jay, la bellissima
protagonista di questa pellicola interpretata da Maika Monroe (attrice e
surfista, ci racconta imdb). Jay che ha il fisico da modella di intimo ma che è
ancora bambina. Jay che gioca a fare la sirenetta passando le ore più calde
della giornata a fare "cif ciaff" nella piscina di plastica sotto
casa. Jay che subito dopo, a piedi scalzi, ancora bagnata, va in giro per casa
mezza nuda, coperta da un micro asciugamano e nient'altro addosso, con esposte
delle chilometriche gambe da puro infarto, irretendo l'amico di infanzia, il
nerd, sensibile, coscienzioso e pure parecchio sfigato Paul (Keir Gilchrist... Brutto, sfigato e dal nome impronunciabile ). Paul che si trova a casa sua su
quel divano a giocare con la sorella più piccola di Jay aspettando solo queste
sue celestiali visioni. Paul che spera, da vero servo della gleba, che
l'amicizia di lunga data con Jay possa un giorno, magari presto, consentirgli
di accedere a quello che poco cela quel micro asciugamano di cui sopra. Illuso.
Jay guarda già lontano, verso Hugh (Jake Weary). Più bello di Paul. Con la
macchina figa che non ha Paul. Dall'aria maledetta e misteriosa che non ha
Paul. Jay si trucca da adulta per Hugh non avara di rossetto e ombretto, si
mette lo smalto rosa sbriluccicante che trasforma le unghie in caramelle al
lampone, indossa il vestitino corto vedo-non vedo che si può levare in due
mosse. Non importa se Hugh è strano e forse inquietante. Hugh è figo, un
aspetto che smerda la capacità cognitiva di quasi ogni donna diciannovenne e
non. Hugh potrebbe essere un killer, un agente della folletto, un collezionista
di orecchie ma è figo e Jay ha deciso che va bene. Insieme vanno al cinema, a uno spettacolo ovviante vintage. Poco dopo sono su un prato al chiaro di luna,
appartati nell'auto di Hugh. Qui il ragazzo scatena tutta la passione che è in
lui. Sedici secondi di pura passione dopo, Jay sdraiata sull'auto con le
braccia a penzoloni verso il prato, con le sue unghie che sembrano caramelle al
lampone che accarezzano l'erba, riflette sul fatto che il romanticismo, il
"diventare grandi e farsi il ganzo, quello giusto=Figo" lo aveva pensato
come diverso. Lunghi abbracci in riva al mare, baci gentili e non succhiotti
sul collo, raccontarsi tutta la propria vita scambiandosi le smemo e un fuggire
dalle regole di casa, dalla scuola e da tutti, insieme all'uomo dei sogni,
liberi nel mondo, facendosi forza in due contro il sistema, in colesterolo, le
tasse. Scriversi FTW con un tatuaggio sulla schiena, come in quel film
con Mickey Rourke. No aspetta, questa ultima cosa andava di moda nel
94...
Comunque. I sedici secondi di Hugh non devono essere stati il massimo
della vita. Jay è ancora sul sedile posteriore dell'auto a rimuginare sulla
poco spettacolare fine della sua fanciullezza quando Hugh, da vero signore, la
anestetizza con il cloroformio. Ne usa poco e lo fa male. Hugh è un coglione
anche come psicopatico. Ma è Figo. E' per questo che le ragazze escono con
lui. La ragazza si risveglia legata a una sedia a rotelle in quello che
pare un ospedale o comunque un grosso edificio abbandonato. E' imbavagliata e
legata. A questo punto Hugh inizia a parlare come in quei film giapponesi con
una ragazzina con i capelli sugli occhi, quella roba che alle ragazze non è mai
piaciuta e che nelle sale è durata poco. Roba da nerd. Jay è spaventata, ma
forse di più adirata per aver trovato l'uomo sbagliato basandosi solo
sull'aspetto fisico. Ma è un pensiero che dura sei secondi, poi torna a pensare
a quanto sia Figo. Hugh, come uscito da un manga, parla di una strana
maledizione che si trasmette con il sesso, un ricordino che le ha passato senza
sensi di colpa in quei sedici secondi di cui sopra. Per lui comunque
impegnativi (anche perché i "Fighi", nota per il genere femminile
tutto: "ce l'hanno piccolo"). La maledizione prevede che la
vittima, cioè Jay, venga perseguitata a morte da una misteriosa entità che
cambia più volte aspetto. A vederla è solo la vittima, mentre al resto del
mondo appare invisibile. L'entità, chiamiamola "clamidia-zombie",
segue la vittima ovunque nel mondo, cercando sempre di raggiungerla. Se
la raggiunge la vittima muore. Ci sono poi tutta una serie di regole
comportamentali che lascio a voi scoprire per non rovinarvi il film. C'è
un dettaglio, presente già nel trailer, che svela ulteriormente la buona fede
dietro al piano di Hugh. Se vuole la ragazza, glielo dice esplicitamente, può
levarsi il clamidia-zombie "dandola via" a qualcun altro,
aggiungendo: "Cosa che per te sarà più facile". Sedotta,
abbandonata, maledetta e trattata da mignotta. Ma il succo è: a questo punto
Jay ha capito quanto sono stronzi i fighetti. Quindi si troverà un ragazzo per
bene come Paul, che le vorrebbe bene, non parlerebbe per deliri, la
accompagnerebbe a fare shopping tutti i sabati, le curerebbe il giardino,
spazzatura, il bagno intasato e la pulizia della sua cacchio di piscina di
gomma? E che soprattutto non la infetterebbe, dettaglio importante, con una specie di clamidia zombesca, frutto di sesso occasionale con una sconosciuta?
Certo, potrebbe farlo, ma in giro c'è Greg (Daniel Zovatto). Più figo di Paul,
con la macchina che non ha Paul, bello e misterioso come non lo sarà mai Paul.
Con tutta una serie di casini in casa che non ha Paul. Un nuovo amore per Jay è quindi in vista, ma il problema secondario (anche se non troppo) rimane ed è la maledizione del "coso che ti segue", il frutto della sua prima,
"spettacolare", "consapevole", "appagante" e
"romanticissima" esperienza di vita. Una clamidia-zombie da combattere
insieme ai suoi amici più cari. Perché Hugh nel mentre si è dato alla macchia.
Riuscirà Jay a sopravvive all'essere che "ti segue"?
Un nuovo modo di fare horror.
Sorprendente! Il nuovo film di David Robert Mitchell, regista giovane che ha
sempre avuto un occhio di riguardo nel trattare i temi adolescenziali, è l'autentica sorpresa di questa estate cinematografica. Come va di moda oggi, è vintage. Gli anni ottanta si respirano a pieni polmoni, attraverso la
splendida fotografia con colori caldi e un po' acidi, attraverso una scenografia
che fatta da villini di legno, muscle car e catafalchi come unici
dominatori delle strade, piccoli supermercati e soggiorni con la tv che
trasmette solo film in bianco e nero stile Ai confini della realtà.
Se non fosse per un palmare che per un secondo fa capolino, vediamo la
stessa provincia americana che pare uscire dai "Goonies". E c'è pure,
a scopo scena buffa, la stessa bicicletta per bambine goffamente rubata in quel
film da un adolescente Matt Dillon. Come sottofondo una colonna sonora
elettronica da film horror, anche lei vintage (suona come qualcosa dei Goblin,
ma pre simile al tema di Supercar), ad opera dei Disasterpeace, semplicemente
bellissima quanto aliena in questo 2016.
Un
montaggio azzeccato, alla Wes Craven, e non un solo minuto morto per
tutta la durata della pellicola.
Attori bene nella parte, nulla di sconvolgente ma azzeccati. Tra loro svetta un
bellissima Maika Monroe che già ci immaginiamo all'assalto di Hollywood, che ci
ha ricordato per la sensuale ingenuità la Juliette Lewis di Dal Tramonto
all'Alba. La Monroe riesce a magnetizzare l'attenzione su di lei, qualche
volta persino oscura il mostro "che ti segue", la vera trovata
registica di Mitchell, un babau che si muove seguendo schemi inediti e che potrebbe
essere già pronto per mille altre pellicole. L'intrigante sceneggiatura,
anch'essa ad opera di Mitchell, è una autentica bomba a orologeria volta a
nascondere e sublimare, incuriosire e depistare circa i poteri e le ragioni di
questa entità metafisica. L'entità "nasce nelle parole" e solo dopo
compare, attesa, riuscendo comunque a spaventare nonostante l'anticipazione.
Ricorda in questo il demone fuori dalla tavola calda di Mulholland Drive di
David Lynch. Stiamo tutti ad attenderlo e poi lui inevitabilmente arriva,
aspettato come il treno delle 18.00. Il mostro non parla, cambia forma (e ogni
forma potrebbe avere istinti diversi), non è stupido, raggiunge sempre la
sua vittima, è lento ma può attaccare all'improvviso, si può stordire ma di
rialza, non dorme mai. Può essere facilissimo da riconoscere o può mimetizzarsi
completamente, la sua origine è tuttora ignota. Un rebus insondabile. Forse un
fantasma o demone vendicativo dalle parti dei J-horror, forse un alieno, forse
un esperimento mentale. Unica certezza è il modo in cui si
"trasmette", il sesso. Il tabù massimo del genere slasher, la pratica
che dettava la condanna immediata per i ragazzini che avevano a che fare con
Freddy o Jason nei puritani Stati Uniti anni '80, qui, 36 anni dopo, rimane il
peccato originale, l'impurità che uccide la giovinezza, ma di riflesso è anche
il modo in cui si può combattere il male. Insomma negli slasher di una volta
non si poteva fare nulla, soprattutto il sesso, come ci ricordava il Fake -
trailer di Wright-Penn legato a Grindhouse
Ora
invece possiamo gridarlo con tripudio e gioia
E
quindi il sesso diviene la metafora perfetta dell'ingresso nella vita adulta,
la fine dell'innocenza. Un evento però molto meno bello di come sembrava, una
prova iniziatica insoddisfacente. Sesso che non c'entra nulla, dai fatti
narrati, con l'amore, inteso come un "sentimento scomodo ma utile".
La maledizione svilisce e in qualche modo riesce a uccidere l'amore, lo
cannibalizza, se ne serve in modo utilitaristico. Un falso amore usato
letteralmente per tradire il prossimo e lasciarselo alle spalle, una volta
"salvo dal mostro", come una presenza sporca, un fardello scomodo. E
la pellicola ci dice fra le righe che così devono rimanere le cose, se si vuole
sopravvivere. A meno che non si sia intenzionati a lottare, pur con armi
spuntate, contro un essere metafisico. Per sempre, titanicamente. Incredibile
come con una scrittura così a prova di bomba possiamo fare a meno di tutta
quella serie di effetti speciali di cui oggi siamo abituati. It follows
spaventa, tantissimo, non con salti continui dalla sedia ma con un malessere
che si insinua di più scena dopo scena, fino a diventare insostenibile, fino a
portarci la tensione fuori dalla sala. A casa ci si ripensa e ci si innamora di
questa pellicola. Si chiudono gli occhi davanti alle piccole ingenuità che
presenta, ci si affeziona al gioco intellettuale di inquadrare il mostro,
definirlo. Si vorrebbe vedere il seguito, che non è ancora stato pianificato ma
è nell'aria, il grosso successo internazionale ricevuto lo esige. Anche se non
servirebbe, anche se il film può concludersi benissimo così, l'entità che
segue, come uno zombie della clamidia ma forse anche qualcosa di più, è un
personaggio troppo bello per non essere ulteriormente esplorato. Come sarebbe
criminale non vedere più sullo schermo la lolita Maika Monroe, ingenua e
sensuale, ferita e sconfitta, una delle più belle scream Queen degli ultimi
anni.
Ma vogliamo davvero vederlo al cinema d'estate alle nove di sera?: Quando
arrivi nel cinema ti accoglie la locandina di It follows con un
flano da annali del cinema. "Non pensa. Non ha pietà. Non si ferma".
Quello che subito ti viene in mente sono quei ragazzetti di merda che giorno
dopo giorno infestano sempre di più gli horror al cinema. Parlano tutto il tempo
di cazzi loro, urlano ogni due scene come fossero sulle giostre e commentano ad
alta voce, facendo i versi con la bocca. Sono sempre con quei cellulari accesi
a faro che rompono i coglioni accecando fino a 300 metri, e che
quando non illuminano direttamente nei vostri occhi vengono usati più
canonicamente per parlare, in lunghi giri di telefonate che: "Fanculo chi
è al cinema, dobbiamo organizzare il calcetto domani". Inoltre ruminano
popcorn infiniti che alla fine smerdano sul pavimento. E poi l'ultima
frontiera, che non avevo ancora sperimentato e non credevo esistesse: i
vestiti e braccialetti "con i campanelli". Giuro, sarò diventato
vecchio e intransigente, ma ho sempre meno voglia di andare al cinema,
soprattutto a vedere gli horror, fino a che questo è il pubblico medio che ci
trovo. Avevo quindi (e ho sempre) una paura stra-fottuta del buio in sala, il
momento topico in cui compaiono e appoggiano la loro scarpa da ginnastica
sudata sopra il vostro poggiatesta. Questa volta mi è andata abbastanza bene,
ma il livello di guardia lo si sta passando già da un po'. Per questo film vi
consiglio di evitare le ore di punta quindi, anche perché merita dannatamente
di essere visto su grande schermo ed è un bellissimo regalo quello che ci ha
fatto Midnight Factory mettendocelo in programmazione. E' un film immersivo,
sexy, enigmistico, anche ironico. Andate a vederlo, perché ne vale la pena, ma
prendete degli accorgimenti per vederlo tranquilli e potervi così calare al
meglio nelle immagini.
Dove sono le recensioni di Orfani, Dragonero e Le Storie? Ebbene, arriveranno tutte, le mancanti e le ultime uscite, in questo caldo agosto ci metteremo in pari e, tempo permettendo, vi offriremo anche qualche effetto speciale. Non ci siamo dimenticati di voi e vi vogliamo sempre bene, solo che il tempo libero quest'anno è stato dannatamente tiranno. Preparatevi quindi al maxi recupero di agosto!
Vanessa
Wilson, la scream Queen definitiva. Dylan ha la casa piena di sue VHS (ma a
guardare i disegni paiono dvd, chissà perché), poster e memorabilia. Le ha
pure scritto di suo pugno una letterina da vero fan devoto e oggi, come per
magia, grazie a quella letterina, Vanessa Wilson è lì, al 7 di Craven Road, per
ringraziarlo del suo supporto e affetto. Sembra la canzone "E Raffaella è mia" di Tiziano Ferro. Certo Vanessa è un po' che è fuori dal giro delle
star che contano. Il fisico regge, ma le rughe iniziano a farsi strada. E' stata
messa da parte dopo un paio di flop a vantaggio di attrici più giovani e che
urlano più forte, non può farci niente. E' depressa e sconfitta, dimenticata dal
mondo. Il fantasma della diva che era un giorno la perseguita. E' quello il
fantasma che Dylan deve esorcizzare, magari in camera da letto. Una notte di
passione dopo,Vanessa scompare. Il nostro eroe teme che sia finita in un brutto
giro, anche per il misterioso e inquietante biglietto indirizzato a lui che la
donna lascia come ultima sua traccia. Pochi indizi che lo portano ad un viaggio
intercontinentale inaspettato e affrontato senza Travelgum. Riuscirà il fan
numero uno a trovare e a salvare la diva dalla sua ossessione per il cinema e
dai fantomatici giurati dei Bloody Awards?
Eros e thanatos, amore e morte declinati in sesso e sangue, una ricetta inquietante ma vincente che
inconsciamente, primordialmente, attira e che ha reso grandi negli slasher,
almeno quanto "i mostri", le Scream Queen, tanto le peccaminose
"bitchs" che le virginali "final girls". Autentiche coppie
di fatto sullo schermo, i mostri e le vittime. Norman Bates si avvicinava armato a una
bellissima Janet Leigh sotto la doccia e il suo coltello sembrava comporre un
disordinato amplesso sessuale che sfociava con uno sverginamento, il sangue di lei che
arrivava a turbinare nel tombino mente l'ultima barriera alla nudità dei corpi,
la tenda da doccia, veniva strappata. Jason Voorhees aveva una passione
autentica per uccidere utilizzando lunghe lame, tanto che in Freddy vs Jason la
scream Queen Kelly Rowland gli chiedeva esplicitamente di mostrare il "suo
lungo coltello". Michael Myers aveva una passione parentale e
morbosa per la sorella Jamie Lee Curtis, ma amava anche giocare con le coppiette. Lo dimostrava il suo celebre travestimento da "amante fantasma" (ci hanno fatto addirittura una action figures!!) con lenzuola e occhiali come maschera, usato per ingannare la bellissima P.J.Soles del primo film, per confonderla con lo stesso travestimento poco prima usato dal suo ragazzo (precedentemente ucciso) per poi per
trapassare le sue carni in un rapido raptus (non una grande performance). Il mangaka Tatsuya Egawa nell'horror Deadman arrivava a spiegare, scientificamente,
il modo in cui i morsi dei canini dei vampiri generassero, sul collo di procaci vittime,
ferite a forma e struttura di vagine. C'è un flirt continuo tra sesso e horror, tra mostri e bellissime ragazze seminude che provano a fuggire a loro. Ognuno ha le sue
scream Queen preferite. Io sono da sempre innamorato di Heather Langenkamp e
quest'anno attendo tantissimo di vedere al cinema Blake Lively (che per me è nata
per questo tipo di parti) in The Shallows giocare a una specie di striptease
con i denti di uno squalo gigante. Insomma, un numero dedicato ad una scream Queen mi
piace sempre, dai tempi de "Il fantasma di Anna Never". E come è
questa Vanessa Wilson? Un po' sul viale del tramonto ma sempre diva, consapevole
ed esigente del suo ruolo di unica protagonista della storia, come esplicitato
in una azzeccata ed estrema scena onirica. Una attrice che sa di avere anche un
corpo sensuale da esibire e usare come suo potere per irretire le folle e i
fan, forse fino a confonderli. Un personaggio forte protagonista di una storia
forte, estrema, dalle parti dello snuff movie, come vediamo fin dalle prime
tavole dell'albo. Un numero molto sanguinolento con cui la testata punta a un
livello di budella e schizzi ematici su pagina davvero extra-large. Un numero
che già dal titolo minaccia temi forti e che cita in copertina Frank Miller
nella sua opera più "peccaminosa". Non è lettura per tutti, qui la
violenza visiva è molta. Labbra divelte da mazze ricoperte da spine metalliche,
corpi arsi vivi come spiedini, decapitazioni a uso orgasmo, torture corporali
a base di mannaie e martelli che penetrano le carni, smembramenti a piacere
operati da carnefici-attori che si fingono ora cuochi d'alta cucina ora soldatini.
Tuttavia, e purtroppo, c'è "solo questo" nel numero 357 di Dylan Dog.
Ossia vincenti, grottesche, alimentari, spaventose e divertenti scene splatter
splendidamente disegnate da Furnò e Armitano, ritratte per lo più in
cinematografici set, non-luoghi spaventosi e artificiali carichi di donne
seducenti e terrorizzate in balia di oscuri e spesso garruli carnefici. Tutto
cattivo, attraente e funzionale per il lettore che "sa quello che
vuole" ed è in cerca di facili sfogli a frustrazioni quotidiane. Un po' come
chi prende Tex e va a sfogliare le pagine solo in cerca delle sparatorie. Ma se
si brama da un fumetto horror solo questo, non è meglio rivolgersi direttamente
a comics porno-splatter come Crossed della Avatar Press? Lo splatter va benissimo,
ma il canovaccio narrativo confezionata da Ruju pecca di eccessiva
schematicità. Il modello di riferimento sembra inizialmente essere quel film
maledetto di A Serbian Movie di Srdan Spasojevic. Bastava "citarlo di più" per farne un fumetto migliore, magari mettere da parte le scene più
intraducibili per un'opera main stream e concentrarsi sulla caratterizzazione
emotiva dei personaggi, sulla caduta esistenziale e morale del protagonista (un attore fallito in cerca di un ultima parte... Ricorda qualcosa), sulla
esaltazione erotica, macabra e gioiosa di carne e sangue vista attraverso gli
occhi di vittime e carnefici. Qualcosa di tutto questo "rimane" nel
lavoro di Ruju. Il senso del "business", della
"autenticità", del deprezzamento morale. Solo che sulle pagine di
questo numero abbiamo di questi temi una versione drammaticamente e
inesorabilmente depotenziata, a "uso gialletto". Un A Serbian Movie
adattato a puntata di Don Matteo, abbinato a un finale senza guizzo e da
plagio (citazione qui è un termine riduttivo) a uno dei più riusciti film di
Tarantino. Una volta imboccata la parte finale, la storia si trascina banalmente su un lungo e
prevedibile binario triste (perché ripeto, è la riproduzione di un epilogo
notissimo, ma fatto male) fino alle ultime vignette e a un colpo di scena che, possa piacere o meno, riesce a farci trastullare in po' e dare un senso interessante alla
lettura. Speravo qualcosa di più. Il personaggio di Vanessa creato da Ruju non
è affatto male. E' sexy, autoritario, fragile e cinico. Ha inizialmente una
interessante caratterizzazione e le scene che la riguardano, in un progressivo amalgama di eros e thanatos, pornografia e morte, sono le migliori: dirompenti,
tracotanti, ruvide. Sul finale lei mi piace di meno, ma questo è un mio giudizio personale che si abbina alla sensazione che la storia manchi di quel qualcosa in più che mi porti ad empatizzare i suoi personaggi. Il lavoro di Ruju comunque alla fine sicuramente intrattiene e
accompagna con una cornice abbastanza funzionale, quelli che sono scollegati ma impattanti quadretti
"grandguignoleschi". Possiamo quindi immaginare questo "Vietato ai minori"come una sorta di "film a episodi", un genere di recente rinato grazie a opere come ABC of the Death e V/H/S. Ma si poteva fare di meglio.
SPOILER
Non si comprende come sia possibile che un gran numero di attori e
registi si radunino ogni anno senza che un paparazzo o la stampa ne sappiano
qualcosa. Il terrore per l'alta quota di Dylan viene liquidato forse con
troppa facilità. Il dettaglio della cicatrice sul collo doveva essere visibile
prima anche per i lettori. In genere per la tecnologia e contesto sembra che la
storia sia ambientata nel 1986, non che sia per forza un male però, un po' di
sano amarcord.
SPOILER.
Insomma
divertente anche se poteva essere più interessante, troppo derivativo, ma
splendidamente disegnato al punto da invogliare a tornare più volte sulle
tavole più impattanti, specialmente quelle che vedono la Wilson padrona-vittima
della scena.
- Premessa: questo film parla di musica e rimpianto ed è quindi necessario partire con lei prima di infilare una serie di parole infinite. Con la musica argentina, del Perù e dell'Amazzonia
I Los Gatos, il gruppo che ha ispirato gli Hermnos Santoro, la band protagonista del film
e i Los Wembles, della compagine amazzonica
- Trailer!
- Sinossi allungata con filtro: Tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70 il gruppo degli Hermanos Santoro, capitanato dai fratelli Diamond (Emilano Carrazone) e Nicky (Manuel Fanego) coltivava, produceva, arrotolava e aspirava puro rock psichedelico. Erano calienti, dal fisico sodo, capelloni e giovani, si vestivano come fossero usciti da Jesus Crist Superstar e facevano assoli senza senso con chitarra distorta da trenta minuti. Argentini, cantavano nella loro lingua e non scimmiottando l'inglese perché era la lingua del loro popolo, quella con cui baciavano e facevano l'amore. I due fratelli suonavano fin da bambini, con Nicky il più grande che faceva da maestro e da sempre annotava sul suo quaderno da disegno suggestioni per le copertine dei loro album e testi delle canzoni. Chitarre elettriche distorte, sperimentazione di suoni esotici, il carisma dei due fratelli ultra-baffuti e del capello ribelle. Dal primo loro pezzo trasmesso in radio al successo, donne ed eccessi il passo era breve. Così come cresceva la voglia di Nicky di sperimentale sempre di più "nuove sonorità interiori" passando dai bong a mezzi sempre più hardcore, gli sciamani e i loro intrugli per arrivare verso i più alti stadi di coscienza transitoria, al trascendente, alla magia. Un viaggio esoterico che lo avrebbe spinto verso la scoperta dei riti segreti della foresta amazzonica, luogo che i barcaioli illegali del fiume dicevano tappa di gita vacanziera anche di Mick Jagger, e verso la fantomatica Ayahuasca, la bevanda tutta biologica con cui, con l'aiuto di un santone-guida "si attivava lo spirito", si poteva comunicare con gli dei e arrivare a curare la propria anima. Una bevuta di intruglio accompagnata da seduta di tre ore di visioni e vomito supportato da canti sciamani, roba che se si vuole trovare se stessi dicono essere migliore di 10 anni di psicanalisi. Lo sballo curativo. Sballo e spiritualità in unica soluzione emotiva e sperimentale, alla ricerca delle radici che collegano mondo e uomo attraverso la natura incontaminata la "planta madre". Probabilmente per fumarsela e partire con assoli senza senso di chitarra distorta da trenta minuti. La strada ultra-dimensionale battuta e terminata-bruciata troppo presto per i molti "fan" della psichedelia, perché il fumo in fondo fa parecchio male. Narcos che devi frequentare per averlo, dipendenza e degrado del fisico che susseguono inevitabili ed effetti inattesi e spiacevoli che possono accadere mentre si è "in viaggio". L'uso e abuso di queste sostanze aveva comportato in qualche misura la fine di almeno due dei più importanti "Jim" della storia del rock, nel cuore pulsante dei 60/70, la golden age di quel matto periodo in cui, forte di queste sostanze naturali al 100% e di qualche bong, un cantare come Robert Plant dei Led Zeppelin, in un momento che dicono di momentanea lucidità, poteva urlare ad un party, di se stesso, credendoci, forte del super-potere ultra-sensoriale indotto da nessuno sa bene cosa, "sono un dio dorato!". Per gli Hermanos Santoro succedeva lo stesso e Nicky lo sciamano del gruppo, il leader carismatico, il copertinista e creativo, lo sperimentatore di suoni esotici, arrivava a quella fase in cui "per eccesso di trascendenza" mentre si incideva un nuovo brano sul sesso selvaggio partiva con assolo senza senso di chitarra distorta da quarantacinque interminabili minuti accompagnati da tamburelli nigeriani e voci di bambini peruviani di seconda media. Certo è un'iperbole. Non arrivava a tanto ma la via sembrava quella. Un po' troppo anche per gli standard psichedelici. Adorato da tutti, in primis dal fratello Diamond, Nicky si stava "perdendo" e il gruppo ne risentiva. Inoltre, dopo un successo rapido come un treno merci, si paventava già il declino per via della classica Yoko Ono, la affascinante e promiscua Pierina, carica di misticismo, astrologa, naturopata, interessata ai disegnini del quaderno di Nicky, mezza-cantante introspettiva pure lei, gambe chilometriche e seno spaziale. La classica sciagura per ogni gruppo, l'elemento di disturbo supremo. Misteriosamente il gruppo scompariva dalle scene, ma entrava nella leggenda del rock argentino. Qualcosa di brutto era accaduto, come spesso accadeva a molte rock band di quell'epoca, come era accaduto ai due Jim. Il viaggio spirituale che voleva intraprendere Nicky, quello in cui, raccontava alla band attonita, le persone piccole piccole si dovevano confrontare con la natura grande grande, si era interrotto per una tragedia. Ma il viaggio sarebbe stato ripreso da Diamond, (Robertino Granatos) quaranta anni dopo, su spinta di una attempata ma sempre mistica Pierina (Camila Perisse'). Sarebbe stata ripresa la ricerca della Ayahuasca, la medicina dell'anima, la cura spirituale che sarebbe forse riuscita ad alleviare il male di vivere di Nicky, ma che non aveva fatto in tempo a curarlo. Ma come si prepara? Ingredienti esotici a parte e corso da sciamano amazzonico non compreso nella spiegazione...
grazie alla rete e senza rivelare dettagli compromettenti possiamo dire che: 1. per fare l'ayahuasca serve usare un secchio da imbianchino
2. la cottura all'aperto migliora la fragranza...non andate tutti insieme al Parco delle Groane peró...
3. la Findus non l'ha ancora considerata per i quattro salti in padella
4. la cottura fa molto pentolone magico o coca cola non le mentos...
La bevanda magica oggi può però aiutare il depresso, malato e vecchio Diamond, che dalla morte del fratello non è più riuscito a emettere un suono da una chitarra. Lo spirito del fratello sarà con lui in questo road trip nella calda Amazzonia alla ricerca di un santone - guida per l'uso della Ayahuasca. Nicky è già al suo fianco, Diamond lo vede fin dall'inizio del viaggio a saltellare felice sopra l'ala dell'aereo, beffardo come un dio dorato.
- Quegli anni psichedelici che ruggiscono ancora: Arriva nelle nostre sale con il titolo internazionale di Toxic Jungle, "Planta Madre" (credo in riferimenti alla Ayahuasca..), film del 2014 di Gianfranco Quattrini, regista proveniente dai videoclip e qui anche tra gli sceneggiatori. Per produrlo, inserendo nel film alcuni dei più importanti complessi argentini, è stata creata una vera "Planta Madre committee". Toxic Jungle è uno strano e intrigante road movie sulla memoria dei bei tempi (mai troppo "andati"), quelli dei "cappelloni" e della musica più trascinante e spirituale. Una importante, epica e giocosa incoscienza collettiva che da sempre e ancora oggi risuona nelle sale cinematografiche. Gli Hermanos Santoro purtroppo sono un gruppo fittizio, ma potevano tranquillamente essere autentici, come gli Stillwater di Amost Famous. Al cinema la psichedelia è di casa. Abbiamo avuto drogatissimi film manifesto della stagione psichedelica come Apocalypse Now di Coppola e film (più recenti) a celebrazione dei maggiori gruppi rock della corrente. Tra questi il biografico The Doors di Stone, in cui il "livello psichedelico" raggiunto durante la produzione, per ricreare spiritualmente quei tempi, era tale che a fine riprese troupe e regista non solo non sapevano che film ne fosse uscito, ma gli venne il dubbio se avessero o meno girato qualcosa. Siamo di recente passati dal dolce, autoironico e autocritico omaggio al rock di Almost Famous di Cameron Crowe, allo scompigliato giallo psichedelico di P. T. Anderson, Vizio di Forma. Sostanze psicotrope e anni 60-70 sono una combinazione che va fortissimo anche in questo momento nelle sale con i Nice Guys di Shane Black e le sostanze psicotrope "da sole" sono in cartellone tanto con American Ultra che con il nuovo Cattivi Vicini 2 di Seth Rogen (un po' il bardo della cannabis su celluloide fin dai tempi di Strafumati on the road). Nostalgia e misticismo. Credo c'entri qualcosa il fatto che dovremmo essere finalmente entrati dell'era dell'acquario tanto celebrata da Hair alla fine dei 70, ma potrei sbagliarmi. Riuscirà questa pellicola di Quattrini a riproporre l'aroma pungente di quegli anni o sceglierà la via del requiem ad memoriam?
- la psichedelia dell'animo umano: In effetti la psichedelia c'è, l'intero viaggio in Amazonia è un viaggio "tossico", anche se rivolto alla cura, al "de-tox", ma gli sgargianti colori e la musica del periodo psichedelico sono più un contrappunto al viaggio e al dramma interiore dell'anziano Diamond, interpretato dall'ottimo Robertino Granados. Ancora dopo anni di silenzio una rock star, al punto che se si lancia dal palco di un concerto i fan lo "prendono", non come succede a Jack Black in School of Rock. Il passo instabile, lo sguardo allucinato, la voglia di bere e sedersi appena può, Diamond è un po' "conciato"ma vive e lotta insieme a noi. L'ex star si sposta un po' barcollante ma fiducioso, stancamente ma fieramente, nei territori "ai confini del mondo" dell'Amazzonia. Tra sorridenti prostitute bambine, narcos incattiviti, festival musicali nostalgici, lunghi viaggi sul fiume su chiatte che sembrano piccoli mondi galleggianti, attraverso mercatini etnici dove se si è fortunati si può trovare un pescivendolo che di secondo lavoro faceva il santone. Perché al giorno d'oggi si può essere mistici solo part-time. Granados lavora molto per sottrazione come il buon Kitano. Dietro una maschera apparentemente impassibile si muovono febbricitanti piccoli muscoli facciali, sempre quelli giusti. Il suo Diamond "apparentemente impassibile" viene quindi messo alla prova e travolto in un vero e proprio flipper emotivo ordito, ma non malignamente, da Pierina e dal giovane Fefe', alla ricerca di un modo per rianimare la sua felicità. La Pierina della Perisse' è una donna consumata e lacerata, perennemente in fuga nella spiritualità e ancora affetta da adolescente incoscienza. La Perisse' ne sottolinea la fragilità quanto l'orgoglio interiore, costruendo un personaggio interessante, che canta in modo struggente e non perde la voglia di accompagnarsi con un pur immaturo toy - boy. Fefe', interpretato da Santiago Pedrero, è il "ragazzo con la chitarra", i cui accordi diventano colonna sonora nei lisergici momenti della traversata del lungo fiume. Solare, positivo, ingenuo. Forse ricorda Diamond da giovane. Forse è l'unico personaggi a non essersi ancora "perso" nella jungla della vita e per questo più esposto ai pericoli della vita. Forse Diamond potrebbe essere per lui la guida che da giovane è mancata a lui stesso. La trama sviluppa attraverso il suo personaggio interessanti spunti sul dialogo generazionale. Diamond non vuole che Fefe' suoni le canzoni di Nicky, perché "non gli appartengono". Non Appartengono alle nuove generazioni ma forse non appartengono più neanche a lui, che non ha più gli addominali, il sex appeal e il furore del tosto Carrazone, che lo interpreta da giovane. Diamond non trova più un senso a quella musica, non riesce più a capire il senso della musica e il ragazzo con la chitarra è lì, come insistente promemoria del passato. Viene trascinato in deprimenti festival che sembrano usciti da una serata di liscio di Radio Zeta, ma il ragazzo con la chitarra è sempre lì, a motivarlo. E' un conflitto tra ciò che oggi idealizziamo di noi stessi di ieri e ciò che realmente siamo nel presente. Una doccia fredda che Diamond deve superare. La migliore medicina per il passato è forse proprio guardare al futuro. Fefe' e Pierina vogliono in fondo solo che il musicista torni ad essere felice, che la musica torni ad essere perno e medicina della sua anima, ma la presenza metafisica del fratello è costante e ancora problematica. Il suo fantasma, interpretato dal vitale ma malinconico Manuel Fanego, quasi una emanazione della natura che si manifesta nella forza del vento e nel temporale, deve essere prima affrontato ed esorcizzato, perché Diamond torni a vivere. Non sarà facile nè senza dolore. Siamo quindi più dalle parti del bellissimo L'arte della felicità di Alessandro Rak e ben lontani dalla psichedelia del Paura e delirio a LasVegas di Terry Gilliam. Tuttavia i paesaggi e la fotografia, così come una trama che mischia commedia e tragedia, riescono a trasmettere in modo sottile uno squarcio sul mondo interiore e il malessere di vivere di Diamond.
- E poi c'è la musica e il suo potere curativo: La musica argentina degli Hermanos Santoro, su ispirazione del gruppo argentino del Los Gatos, ricreata da Ariel Minimal
e Pipo Lernoud
la musica amazzonica dei Los Wemblers, dei Los Mirlos y Juaneco. La produzione è riuscita ad avere tutti i Los Wemblers originali, oltre ai moderni Grupo Ilusiòn e ai Dengue Dengue Dengue. Ora sapete cosa cercare in rete per apprezzare questo affascinante affresco musicale. Qui sotto gli attempati ma tosti Los Wemblers
qui invece i Los Mirlos
La musica dona alla pellicola una nuova e diversa tavola di colori, trasforma gli afosi paesaggi amazzonici in luoghi dal clima più temperato. Seduce ma si fa spesso da parte, sottolinea il giusto, compare quando serve.
- conclusione: Quattrini vuole affascinarci, ci riesce, ma non dirci troppo. Il film compie continui salti tra passato e presente. I flashback si susseguono in modo disorganico come flussi di coscienza, ma trovano logica nella progressiva ricostruzione della interiorità di Diamond. Il nostro personaggio principale è sfuggente agli avvenimenti che lo circondano e noi con lui accettiamo il suo "muoversi in linea retta". Diamond è all'interno di un viaggio spirituale, mira al trascendente, poco si cura della realtà circostante fatta di narcos e traffichini, festival locali e fan adoranti. C'è tutta una sottotrama dedicata a Pato (Rafael Ferro), una specie di toy-boy / addetto al mixer di Pierina, più sfigato del Dillon di Non è un paese per vecchi, di cui non frega nulla al protagonista. Perché dovrebbe interessare lo spettatore? Quattrini ci fa accettare tranquillamente questa anomalia, glissa, ci mette davanti Diamond e sfuma sul resto. Perché Diamond almeno all'inizio del viaggio è cinico e si trova in quei luoghi solo per un bisogno personale imprescindibile. E questo è un modo inconsueto di fare cinema, che ci porta un po' dalla parti dei fratelli Cohen. Per quanto riguarda il ritmo, Quattrini predilige un andamento lento e malinconico, il passo lento del barcone che porta alla bevanda magica. Non c'è fretta e questo avviene a tutto vantaggio dei personaggi, che con pochi gesti e relazioni ci conquistano con umane imperfezione, mostrandosi tanto sfaccettati quanto irrisolti. Toxic Gungle è una storia di riappacificazione interiore che fa bene ogni tanto trovare in sala.
Toxic Jungle ci appare all'improvviso d'estate, nascosta dai cartelloni delle Tartarughe Ninja e dal nuovo horror di Wan. E' l'occasione per scoprire un diverso modo di fare cinema e per rispolverare qualche vecchio vinile colpevolmente impolverato. Calarsi su un barcone verso la foresta amazzonica con in sottofondo le chitarre distorte, per 87 minuti, è un ottimo modo per staccare il cervello e sognare di essere altrove.