Mi
appassionano molto le indagini antropologiche. Siccome mi reputo un
fan, un consumatore di oggetti di intrattenimento, sono felice quando
riconosco in altri le mie stesse stigmate: brilla quella particolare
luce negli occhi, si dipana la gioia sulle gote, la bocca si apre in
autonomia emettendo sbavi e gemiti imbarazzanti. A questo segue un
blocco delle canoniche funzioni cerebrali deputate al buon senso. La
mente tocca un collasso da guru meditation e proietta nell'encefalo
solo un insistito comando imperativo: devo vederlo-comprarlo, deve essere
mio. In fondo non è che una manifestazione un po' contorta della
gioia, ma nei tempi che corrono, laddove la gioia non è a buon
mercato, è facile emozionarsi per le piccole cose; metaforicamente
è prendere una boccata d'aria prima di tornare a respirare l'aria
pesante della vita quotidiana. Per questo mi divertono molto gli
eccessi, le isterie davati al nuovo trailer della tal pellicola.
Soprattutto quando la persona che “si gasa” è un soggetto
tranquillo tranquillo, mite e rispettoso del prossimo, che magari va
al cinema in giacca e cravatta dopo una pesante giornata di lavoro,
magari per accompagnare la morosa a vedere il nuovo abominio con
Julia Roberts, perchè glielo ha promesso, perchè lo ha promesso
anche alla sorellina della stessa, di 5 anni, che sta trangugiando
popcorn (confezione sfamiamo-il-Biafra da 9kg, 8 euro, dal soggetto in questione pagata
con somma gioia) con la compostezza e silenziosità di una motosega
oppure, che è peggio, sta masticando i popcorn uno a uno, con
cadenza paragonabile solo alla tortura dell'acqua, e a ogni morso si
sforza di riprodurre il rumore di un raudo. È sera, piove, è più
povero del previsto in ragione di un ingiustificato aumento del
popcorn, ma prima della Roberts parte un trailer, una musica
familiare si insinua nella sua mente, le prime inequivocabili
immagini, sente un durello insinuarsi nelle parti basse e poi
esplode: “C@!!#! C@!!#! C@@@@@!!######!!!!IL NUOVO FILM
DEI TRANSFORMERS!!!!!!!!!!!!!”
E allora si accorge di essere in piedi, che con la gamba alzata sta
schiacciando il cranio dello spettatore seduto nella fila davanti
alla sua, che la morosa sta con le mani chiudendo gli occhi alla
sorellina, che qualcuno ha chiamato la neuro. Ma frega una sega, è
felice, felice perchè ha visto un ammasso di computer grafica che
gli ricorda un pupazzo di plastica e metallo che da piccino adorava
alla follia. E anch'io sono felice per lui, tutti dovremmo essere
felici per qualcuno felice, anche se si esalta per cose che non
comprendiamo, soprattutto se si esalta per cose che non comprendiamo.
Per quindici secondi di una fosca giornata è felice, io brindo ai
quei quindici secondi. È con questo spirito che mi sono intrufolato
a vedere l'ultimo episodio di Harry Potter, parte 2, oltre che per la
curiosità del 3d, in uno spettacolo di post-pranzo presso il
cinema Odeon di Milano. Orario strano, credo abbastanza inconsueto
per il resto del mondo, che spinge i primi ragazzini
usciti da scuola nelle sale, che si riempiono di insospettabili professionisti in
pausa pranzo e per il resto sono invase dai soliti vecchietti che in
virtù della carta sconti si bevono di tutto, compresi i concerti 3d
di Janis Joplin. Una folla che ho trovato interamente (vecchini a
parte) composta da fan del maghetto della Rowling. Devo aver
intravisto una distinta signora sui quaranta, con una copia
dell'ultimo libro tra le mani, intenta a ripassare prima della
pellicola. Luci spente, massimo silenzio. Poi gli scontri, quelli
tanto attesi per chi ha letto, e il pubblico si animava, esultava, in
più momenti applaudiva, applaudiva la mamma di Ron, applaudiva
Piton, applaudiva Longbottom-Paciock, applaudiva e si commuoveva per
Piton. Una collettiva celebrazione della gioia di cui anch'io mi
sentivo parte, nonostante avessi solo visto di straforo i film,
nonostante li avessi trovati tutto sommato bruttini e troppo
prolissi, afflitti dall'interpretazione del figlio-del-produttore,
passabile da piccino, monocorde da adulto, per nulla, mai,
somigliante al relativo personaggio cartaceo.
Twilight
per molte ragazzine è stato un fenomeno importante. Conosco alcune
che non avevano mai letto alcun libro, al di là di quelli imposti
dalla scuola, e Twilight è stato il loro primo acquisto autonomo.
Personaggi che possono essere facilmente rapportati alla loro erà,
situazioni in cui, in senso lato, possono riconoscersi. Vampiri e
Lupi sono allegorie del futuro, non sono i classici vampiri e lupi di
Underworld. La ragazza protagonista, in cui si immedesimano
necessariamente le lettrici, è umana come in parte umani possono
sembrare sia vampiri che licantropi: nel fututo non può restare tale
(l'autrice è categorica, per le sue convinzioni religiose non
potrebbe mai Bella rimanere zittella o passare all'altra sponda: le
donne come le api sono destinate univocamente alla procreazione e a
un godimento limitato al solo singolo atto fecondativo), deve
necessariamente “evolvere in una delle due razze”, sposando una o
l'altra causa. Solo che i vampiri sono aristocratici, individualisti,
contorti e si presume ricchissimi. I lupi sono più proletari, vivono
in grandi famiglie allargate come i messicani, ti danno il cuore e
sono felici di mostrarti i frutti tangibili del lor impegno
quotidiano nei confronti della comunità: una montagna di muscoli, da
esporre a torso rigorosamente nudo, frutto di indicibili ore di
palestra. Ovvio che ogni donna alla fine sceglie per lo stronzo con
i soldi, che anche mentre ti bacia sembra che vomiti, la storia
insegna. Certo, fosse contemplata almeno una via di mezzo...perchè
Bella non può scegliere per un nerd uomo-pesce? O per un impiegato
uomo-farfalla? Troppo ambiguo l'uomo farfalla? Ovvio che “si
conceda” al più danaroso e solo dopo il matrimonio (l'anello della
castità insegna). In fondo le donne sono programmate per questo fin
da bamnine, no? E invece no! Dal libro, dai libri, è nato tra le fan
un dibattito molto acceso, sono nate due fazioni armate e
belligeranti, il team Edward (il vampiro ciuffo) e il team Jacob (il
lupo Centocelle). Se le fan del vampiro non sorprendono, in fondo i
vampiri sono delle rockstar maledette, secondo le interpretazioni più
aggiornate, le fan dei palestrati messicani, cioè i lupi, ci sono e
combattono per noi, facendo probabilmente uno sforzo titanico e
capovolgendo la loro più intima natura. A livello sociologico questa
è una vera bomba, la panacea degli esclusi dai piani divini, che ora
possono fiduciosi sperare: “Posto che i soldi non li ho,
posso mettermi a fare un numero raccapricciante di pesi e mettermi a
dieta e allora qualcosa trovo!". Con in più la certezza che la ragazza plasmata in Twilight sul
personaggio di Bella è una creatura fedele a vita, gnocca e dedita
ai figli e alla preservazione del nido familiare. E questo grazie a
Twilight, grazie agli integralismi dell'autrice e grazie, per quanto
riguarda i film, al lupo Jacob, al secolo Taylor Lautner, e alla sua
propensione al nudismo.
Wolfman:un vero lupo mannaro
Ovvio
che le principali critiche a tutta l'operazione Twilight vengano
poste in essere dagli uomini-pesce di cui sopra, esclusi dal
triangolo insieme agli uomini-farfalla. Per i nerd, che si rifanno
all'interpretazione letterale di miti e leggende, nonché a una
considerevole quantità di post, video e libri da loro stessi scritti
e autoprodotti sul tema, Twilight è un abominio. Un abominio
letterale, in quanto melenso e scritto unicamente per un pubblico
femminile, privo di vere situazioni eccitanti e combattimenti accesi.
Un abominio filmico in quanto gli interpreti sono da telenovela e gli
effetti speciali indegni per un dvd che sta sullo stesso scaffale del Mediaworld dei film dei Transformers. Poi le premesse. Nella storia
del cinema, tralasciando la letteratura, i vampiri sono lupi
travestiti da agnelli che irretiscono i deboli; le brave ragazze
dovrebbero diffidare da tali creature, i vampiri sono cattivi anche
se fighi (vedi Ragazzi perduti, vedi Intervista con il vampiro, vedi
L'ammazzavampiri, vedi Bats, vedi La regina dei dannati, vedi Dracula
2000, vedi Dracula di Coppola), i vampiri sono comunque, sotto l'aria
fica, dei soggetti bruttissimi (vedi Dal tramonto all'alba, vedi
Vampiers di Carpenter, vedi Blade 1, 2, 3, vedi Vampiro a Brooklin,
vedi L'ombra del vampiro, vedi 30 giorni di notte, vedi The night
flyer, vedi Dracula di Coppola). I lupi poi o licantropi sono se
possibile pure peggio, creature incapaci di contrapporsi al proprio
istinto e destinate inevitabilmente alla morte, che il cinema ha
letto sia nella chiave di arroganti possidenti terrieri –
imprenditori senza scrupoli che il destino, per punizione ha
trasfigurato in predatori autentici (vedi Wolf, vedi l'originale e il
recente Wolfman, vedi In compagnia dei lupi), sia in chiave di malati
terminali o metafora delle vittime di malattie come l'Aids (vedi Un
lupo mannaro americano a Londra). Miti importanti e imponenti che
hanno già vissuto di semplificazioni fantasy, nella saga Underworld
così come in molti giochi di ruolo (tra cui the Elder's scroll), ma
mai sono stati così ridotti ai minimi termini in Twilight. Se il
Dracula di Coppola e tutti i vampiri del mondo non sopportano la luce
del sole in quanto il sole rappresenta Dio, che li ha maledetti, in
Twilight il sole ha un effetto strano sui vampiri e inatteso: li fa
sudare di perline colorate come le bocce stroboscopiche di una
discoteca. I vampiri vivono nell'ombra, per via del sole di cui
sopra, i vampiri di Twilight posson tranquillamente prendere il sole
su un isolotto tropicale. Se gli uomini lupo non si controllano e
uccidono persino i loro congiunti per via dell'istinto, i lupi di
Twilight si trasformano quando cavolo vogliono loro e sono mansueti
come cuccioloni. Ovvio che, dal punto di vita della corrispondenza al
mito, la saga di Twilight svuoti di significato le due figure:
situazione economica a parte, vampiri e lupi sono più simili a dei
supereroi che a dei mostri da romanzo gotico. Ma l'autrice non
puntava a questo, come già spiegato.
Gary Oldman con Keanu Reeves nel Dracula di Coppola
Poi ci si fionda a criticare Kristen Stewart, l'attice che impersona
Bella, in quanto soggetto amorfo, scarsa propensione empatica (ho un
geranio che è più espressivo di lei sul mio terrazzo), risibile
gamma delle espressioni facciali, che in sostanza si riducomo a una
solo espressione, quella della perennemente arrapata, che utilizza
sia nelle scene comiche, che nelle scene d'azione, che quando fa il
bucato. Critica valida, ma superlfua alla resa finale. Le ragazzine
devono immedesimarsi in Bella, è giusto che il personaggio appaia
più neutro possibile. Io avrei quasi girato tutta la pellicola dalla
prospettiva in prima persona di Bella, non facendo vedere mai il
personaggio quindi, l'effetto sarebbe stato migliore. Certo il fatto
di avere solo un viso perennemente arrapato non aiuta
l'immedesimazione.
Questo è quanto. La saga si conclude dopo aver macinato un numero
considerevole di soldini con questo ultimo episodio, episodio che
regala una iniezione di azione in più rispetto al romanzo, inserita
quasi ad accontentare chi accompagna la propria ragazza-figlia-moglie
al cinema per fargli dire all'uscita, magari inconsciamente: “beh,
in fondo mi sono divertito!”. L'importante è che si siano
divertite loro e magari per ricambiare ci accompagnino al cinema a
vedere il prossimo film con Vin Diesel, magari quello con le macchine
tamarre guinto al capitolo 6. Un po' per uno.
Si chiamava Versus
o semplicemente VS, finora è stato un oggetto oscuro per i più, esisteva giusto un trailer datato 2011.
Per la regia e
sceneggiatura di Jason Trost, il film sembra essere un incrocio tra
Kick-Ass e Saw l'enigmista, nello specifico un Kick-Ass VS Jigsaw.
Simon, antenato di Dance Dance Revolution
Scopro da imdb che
questo Jason Trost ha una passione per i film dai nomi corti e il suo
ultimo successo del 2011 è relativo alla versione grande schermo di
un suo corto di esordio, “FP”. Poi la produzione per dare
maggiore tono all'opera lo avrà convinto a rivedere il titolo, a
ritornare sui suoi passi e dopo mesi di discussioni e notti insonni
in cui tutta la produzione poteva essere a rischio, in cui la vita
cinematografica di tale opera era a rischio, si è decisi per un
compromesso, sofferto, che avrà sicuramente scontentato la visione
mistica di Trost, la sua ossessione di fare film con titoli di due
lettere. Così la pellicola che sarebbe stata “FP” ricade in un
più banale “The FP”. Tutto è distrutto. Una crudeltà che oggi
si perpetra con violenza inaudita, laddove “VS” viene stuprato
nella sua essenza a beneficio di un wertmulleriano “All superheroes
must die”. Ti prego Trost, non cadere nella trappola della
depressione e dell'alcool.
Di cosa parlava
questo “The FP”? In un futuro post apocalittico, due gang rivali
combattono per il controllo di un territorio noto come Frazier Park
(FP per l'appunto). Pistole? Arti marziali? Lanciafiamme contro
moto armate di mitra (qualcuno si ricorda Fuga dal Bronx, stracult
italianissimo degli anni 80? Che nostalgia...)? No. Si sfidano a gare
di Dance Dance Revolution, quel gioco da sala giochi di Konami in cui
bisogna ballare su una pedana che si colora in zone
diverse (un Simon musicale, quindi). Certo non il Dance Dance
Revolution classico, un Dance Dance Revolution in cui chi sbaglia
muore, come la partita di basket di Jena Plenskin in Fuga da Los
Angeles. Wow! Eccovi il trailer se non credete a quanto ho appena
scritto, per ovvie ragioni come logica e buon senso.
Una scena da "The FP"
Voglio vedere
questa pellicola, la voglio in blu ray con la firma autografa del
regista. Ovvio che dopo un simile exploit qualche produttore abbia
voluto spontaneamente coprire di soldi Trost. Anch'io lo avrei fatto
spontaneamente. Un dannato genio. Ed eccoci a noi, a VS, che voglio
chiamare così per Trost, che così lo aveva pensato. Perchè i
produttori di Hollywood potranno privarci della vita ma non ci
priveranno mai della libertà (copyright Mel Gibson).
Quindi in assenza
di un nuovo imminente Saw e di un ancora in produzione Kick-Ass 2 si
direbbe un giocattolino niente male per trastrullarsi un'oretta
felice tra popcorn al microonde e fiotti di sangue a sporcare tutine
in spandex. Certo non c'è dietro né James Wan (Saw, Dead Silence, Insidious) né Matthew Vaughn (Kick Ass, Kick Ass 2, X-men –
l'inizio, Pusher, Star Dust e accreditato per essere uno dei più
papabili registi per Star Wars 7). Ma abbiamo Trost! Il tizio di “The
FT”!! FT che ha fatto strage in tutti i festival indipendenti di
genere. Tra serio e faceto, se ha vinto qualcosa e il mondo non è
pieno di solo corrotti, a qualcuno deve pur essere piaciuto! E
parrebbe che simile fama-fandom abbia apprezzato anche VS! (certo
pure io al Far East Festival di Udine del 2012 ho esultato alla
visione del film "The 33d Invader" insieme a una folla disumana di
allupati nottambuli, a volte nei festival si esulta felici anche per
cose che, a mente fredda, si potrebbero a rigor di logica considerare
colossali puttanate, ma che a livello emozionale si ricordano come
grandiose puttanate).
Una produzione
indipendente quindi, presentata peraltro al Toronto Afther Dark Film
Festival con successo (appunto), che si appresta a esssere vista dai
più, magari al cinema, magari solo in home video. Le aspettative per
ora non ve le so quantificare, a Toronto non ci vado da...mai? Ecco,
ora mi sono depresso...
Sarà distribuito
in poche sale americane (nonostante The FT???? Bastardi!!) e se farà
il botto chissà... magari pure in Papuasia e quindi tra 5 anni
passerà pure da noi su Rai 4. Certo spererei in tempistiche più
felici, ma davanti a proposte di questo tipo bisogna stare cauti.
Pertanto eccovi il
trailer aggiornato, definitivo, con nuovi eccitanti flani e nuovo
nome, trailer che sembra essere stato realizzato con maggiore
investimento di tutta la pellicola.
Titolo italiano “Jimmy Bobo – un mito diventa leggenda”
Con un appeal
simile, questo film non me lo farei scappare per nulla al mondo.
Quando Sly impersona personaggi con nomi simili il successo al
botteghino è da ritenere assicurato.
Un nome davvero
originale per la distribuzione italica dell'ultimo film di Walther
Hill interpretato dal granitico Sylvester Stallone. Ma tant'è, dopo
Rocky, Rambo (che in originale era il molto più prosaico “First
blood”), Slallone sarà anche Bobo. Ma che dire di questo Bullet to
the head? È un fumetto l'ispirazione, un fumetto della Vertigo,
divisione DC d'autore-adulta. Da qualche parte abbiamo parlato di
Transmetropolitan, altro fumetto celebre della Vertigo, e parleremo
presto di 100 bullets. Grandi autori, storie forti. Ma in questo caso
Vertigo non produce, ma importa una graphic novel francese dal
titolo Du plomb dans la Tete di
Alexis Nolent. Un noir ambientato a New Orleans perfetto per essere
convertito al cinema in un buddy movie, con la strana coppia qui
formata da un assassino in disarmo (Stallone) e un detective (Sung
Kang, visto in un ruolo convincente in fast'n'furious 3, 4 e 5). Al
cast si aggiunge peraltro Jason (Conan) Momoa e Christian Slater. La
notizia davvero pessima è che il cast tecnico è stato quasi
integralmente mutuato di peso dal “capolavoro” Sono il numero 4.
Male, molto male. Cosa aspettarci dunque? Ve lo faremo sapere...
Può una ragazzina
giapponese in vestaglia da notte e con i capelli lunghi a coprire il
viso essere uno dei personaggi più terrorizzanti di tutti i tempi?
Bambini inquietanti non sono mancati nella cinematografia, il piccolo
Damien di "The Omen" e le gemelline di "Shining" hanno privato del sonno più
di una persona, ma erano gli anni 70. I veri mattatori delle
pellicole più terrorizzanti quasi fino al duemila rimanevano grossi
tipacci armati di machete o motosega o segaligni babau con guanti
artigliati. Ma i tempi passano e quando lo scettro di mostro del mese
passa ai mattacchioni Ghost Face di Screem il genere è in piena
crisi e non fa altro che stare a parlare di se stesso. Partono remake di
remake di remake e questa tendenza sembra non avere più freno. Poi
qualcuno va in Giappone e torna con The Ring. Il terrore assume tutto
un altro significato, si amplia. Non sono tanto gli effetti speciali,
non è la ricchezza della produzione, è l'idea, il concetto stesso
di orrore a essere nuovo per noi occhi a palla. Finalmente qualcosa
torna a scuoterci da dentro, senza ricorrere all'esposizione di
frattaglie. Folgorante: la concezione di terrore degli orientali è
del tutto diversa dalla nostra. Certo è stata una vittoria facile.
Al di qua
dell'oceano i tipacci di cui sopra dominano un genere particolare,
non il più mostruoso in assoluto, ma quello economicamente più
appetibile per i produttori: i teen-horror. Spettacoli per popcorn,
risate di gruppo con qualche spavento gestito ad arte qua e là, con
stacchi veloci di camera e striduli commenti sonori a sottolineare lo
shock. Quello che genera paura sono, nella maggior parte dei casi, le
conseguenze dirette di qualche atto stupido (o che i genitori dicono
essere brutto). I nostri personaggi da film horror fanno in genere
qualcosa di moralmente sbagliato, non importa che siano però dei
“mostri”. Fanno le classiche cacchiate dei giovani, bevono,
rispondono male ai genitori, si drogano o copulano prima del
matrimonio, non aiutano il prossimo, parlano male degli anziani,
ascoltano la musica ad alto volume, non vanno a scuola. Trasgredire e
commettere le azioni di cui sopra in genere fa incacchiare i genitori
che mediteranno un'adeguata punizione. Sono cose di tutti i giorni e
chi più chi meno chiunque può immedesimarsi in certe situazioni,
per lo meno potenzialmente. Anche se gli horror sono diretti a
essere vietati ai minori, sono sempre i più piccini che ne fruiscono
e quelli che ne ricavano la maggiore paura: “stai vedendo un film
vietato, vero? Sappi che stai sbagliando e allora ti faremo cacare
addosso di gusto”. Ed ecco che arriva la punizione. Il
mostro-moralizzatore. La filosofia è la stessa delle favole: “se
non mangi la minestra arriva l'uomo nero” (dai siate seri, non
leggeteci per forza allusioni sessuali...). Ed ecco che ai
trasgressori viene incontro Jason armato del suo grosso machete (ecco,
appunto...). Se i pischelli si spaventano, gli adulti spesso non
vedono il vero terrore in questi spettacoli, essendo vissuti ai
tempi de "L'Esorcista" e de "La Cosa" di Carpenter; i teen-horror sono
pappetta. Chi si diverte invece sono quelli che non sopportano
certi atteggiamenti dei giovani, forse inconsciamente invidiando di
non esssere più tali o non abbastanza spregiudicati, e quindi si
immedesimano nel mostro sterminatore-moralizzatore. E i produttori
lo sanno, nei teen-horror sopravvive solo la brava ragazza,
vergine, altruista, pura e sottovalutata dai suoi compagni di
sventura: in un mondo malato la purezza, quella dei deboli e degli
innocenti, vince sempre. Se non fosse stato per il quantitativo di
budella estratte e gli spaventi si può affermare di essere davanti quasi sempre a
spettacoli a lieto fine. Al di là dell'oceano, in oriente, le cose vanno in modo del tutto differente. Mi ripeto, se l'ondata
dell'horror orientale fosse capitata nei settanta, mentre da noi
impazzava il migliore Dario Argento, Fulci e ci metto pure il primo
Romero oltre ai giganti Carpenter, Cronenberg e Kubrick, non so se
avrebbe attecchito tanto bene. Il fatto è che ci stanno sti cacchio di teen. Non me
ne vogliate, amo Krueger e ne parlerò più volte con stima, ma una decina di anni fa, anche i mostri erano nella loro forma più loffia, decadente.
Non intagliavano ragazzotti come ai primi tempi. Al di là dell'oceano
la paura è qualcosa di atavico, a stretto contatto con il concetto
di maledizione. Non importa quanto ti comporti bene nel mondo
reale, personaggi buoni e altruisti sono destinati a capitolare
senza scampo. Negli horror orientali esiste una colpa originale, che
si perpetra nel tempo attraverso il cosiddetto “rancore”. I
fantasmi orientali sono emanazione di questo rancore e infestano
luoghi od oggetti in passato legati a fatti di sangue. Risiede qui la
peculiarità del j-horror: non c'è un rapporto diretto tra errore –
punizione, i fantasmi non colpiscono chi ha fatto loro (o alla
società in senso lato, come nei teen horror) degli sgarbi; sono
creature spersonalizzate, un'eco delle persone che erano, posti a
guardia di un territorio: chi entra muore. Nel momento stesso in cui la
maledizione o rancore colpisce, ogni via di scampo è preclusa,
l'incauto personaggio è come se avesse già attivato una mina la cui
esplosione è solo questione di secondi. Le colpe del passato creano
tragedie, le tragedie risuonano negli anni attraverso il loro ricordo
e puniscono, con il rancore, chi ha dimenticato, chi fino ad allora
ha vissuto la sua vita senza patire quel dolore. Potremmo dire con
un'espressione appropriata: “le colpe dei padri ricadranno sui
figli”. E' come se la terra urlasse per le atrocità dell'uomo. La
via di fuga da questo rancore è il “non dimenticare”, mai, le
colpe passate. Il sottile messaggio di questa impostazione è
sproporzionalmente più adulto rispetto ai teen. I teen dicono: “se
ti droghi arriva l'uomo nero”. I j-horror indagano sulle colpe
delle generazioni passate, che ora danno in mano ai giovani un
presente deviato, instabile e pericoloso. Discariche, capannoni
diroccati, abitazioni abbandonate. Quancuno più in gamba di me ci
vede lo spettro di Hiroshima e Nagasaki, ferite aperte del Giappone,
che riecheggia ancora oggi con la contaminazione delle centrali
nucleari: gli errori del passato non sono serviti a migliorare il
futuro, ragioni economiche spingono a mettere sempre più da parte la
sicurezza del futuro. Questo può estendersi anche all'inquinamento,
alla criminalità, alla corruzione della politica. Si ha la
consapevolezza che anche se si opera al meglio per migliorare il
mondo, la prossima generazione sarà ancora in bilico e quindi
dovremo impegnarci con maggiore passione. Se il messaggio,
forte, nasconde un senso civico positivo e lodevole perchè è volto
alla speranza, al migliorare le cose, non nasconde la cinica
consapevolezza che l'uomo è destinato a fallire di continuo a
rendersi reo di collane infinite di maledizioni. Lo sguardo
cinematografico risiede su questa ineluttabilità di aggiustare il
passato pur con la buona volontà di aggiustare le cose a posteriori,
riconoscendo le colpe della società. I fantasmi del passato,
letteralmente, vengono a popolare i nostri incubi. Non si può avere
con loro un confronto fisico, non si può come Ash ne "La Casa"
impugnare una motosega e farla pagare al fantasma. Il fantasma è
immateriale, non esiste che nella nostra mente ed è persino slegato
da chi era in passato, è “altro”. Il fantasma uccide, terrorizzando, si direbbe uno shock mentale come quello
praticato dal buon vecchio Ghost Rider di marvelliana memoria. La
tragedia è che non c'è quasi mai via di fuga, gli spettatori dei
j-horror in cuor loro sanno che prima o poi finirà male e nello
spettatore cresce la peggiore delle angosce, la certezza che si stia
solo assistendo ad una prolungata esecuzione di una vittima. La paura
più grande di tutte, l'ineluttabilità di sfuggire a un destino
tracciato da colpe di persone venute prima di noi.
Il successo di
queste opere è straordinario. Dopo Ring ecco quindi arrivare il
bellissimo Dark Water e l'agghiacciante (almeno per quanto riguarda
la trasposizione televisiva iniziale) Ju-on. Nell'ondata del
“pigliamo tutto dall'oriente” dalla Cina arrivano invece i
fratelli Pang con la trilogia di The Eye, entra in gioco un altro
mondo: il buddismo riveste di affascinanti connotazioni i legami del
mondo dei vivi con il mondo dei morti, ne riparleremo. Seguono un
centinaio di film, più o meno declinazione dello stesso concetto,
migliaia di sequel e remake che putroppo fanno cumulo, intoppano:
prematuramente viene a noia questa ondata orientale come dopo
un'indigestione di peperonata. L'horror moderno intanto si evolve
sullo splatter estremo e sul gioco mentale di vittima e carnefice,
arriva il giustiziere Saw. Da lì a poco nasce l'horror da telecamera
di sorveglianza alla Paranormal Activity e siamo già ai giorni
nostri. Non ho parlato di The Blair Witch Project? Gran film, ma che
scopiazzava l'immortale Cannibal Holocaust, ancora anni settanta,
ancora il grande horror made in Italy. Quando la paura era lo
straniero, lo scontro culturale, quando la paura era l'inefficacia
della fede nel proteggere un gregge sballottato dai tempi moderni. Anche di questo
riparleremo.
Ring è il
capostipite di questa ondata, dei primi anni duemila. Possederlo in
blu ray è portarsi a casa un pezzo di storia del cinema horror
contemporaneo.
Una cassetta vhs
uccide chi la guarda entro sette giorni. Una urban legend in piena
regola. Se ti rechi in villeggiatura in una località tra i boschi,
potresti trovare vicino a un videoregistratore una cassetta vhs che
nessuno sa a chi appartenga. Introducendola nel lettore, per la
curiosità di vedere cosa effettivamente sia, vengono trasmesse dalla
tv immagini strane e inquietanti. Dopo la visione del nastro si
riceve una telefonata in cui una giovane voce femminile dice alla
vittima: “sette giorni”. Iniziano gli incubi, la misteriosa
Sadako appare come figura spettrale. Poi arriva il settimo giorno, il
fantasma viene a prendere la vittima, fine dei giochi. Decessi
misteriosi attirano l'interesse della stampa, qualcuno inizia le
indagini. La ricerca della verità costituirà un ingegnoso puzzle da
risolvere, che parte dalla visione e comprensione della cassetta
stessa. Pur nella circostanza che i “detective” sono i primi a
incorrere nella maledizione. Ma risolvere il caso porterà alla
salvezza? Spezzerà la maledizione?
Koji Suzuki scrive
questo racconto nel 1991 ed è fino ad oggi la mente dietro a tutti i
Ring, orientali come occidentali, oltre che il papà di Dark Water.
Sapevate che è uscito in giappone, basato sul suo ultimo lavoro
“S” il film Sadako 3d, proprio quest'anno? Vi linko il trailer in
attesa che qualcuno in Italia si svegli a pubblicarlo.
Ecco come è
avvenuta la promozione del film in Giappone...
State tranquilli,
nel caso non arrivasse mai, cosa che dubito, è già in cantiere un
remake americano. The ring 3d che Imdb dà in uscita per il 2014.
Si può dire che
il buon Suzuki sia un autentico maestro della tensione, il migliore
nel rappresentare il “rancore” come sopra descritto. Sebbene gran
parte della sua opera riguardi “The ring”, gli spunti narrativi
sono sempre originali e degni di interesse e il nostro si muove
agevolmente anche in ambito fantascientifico. Non è stata quindi una
sorpresa che qualcuno si sia fatto avanti a proporre una
trasposizione della sua opera maggiore. Nel 1995 arriva quindi Ring
Kanzenbam e no, non è il Ring che pensate voi. E' un film tv
misconosciuto ai più. Presente la figura spettrale che esce dalla
tv? La terribile Sadako Yamamura o Samara in versione occidentale? Ok. E
se fosse una bella gnocca completamente nuda? Stareste probabilmente
vedendo Ring Kanzenbam.
Sì, i sub in
spagnolo donano quel “tocco in più”. Wow.
Dopo questo
evidente passo falso, The Ring passa nelle mani di qualcuno più
capace. Al secolo il regista Hideo Nakata e lo sceneggiatore Hiroshi
Takahashi, che nel 1998 realizzano la prima pellicola cinematografica. O
meglio, una delle due. In parallelo viene infatti prodotto un altro
adattamento del racconto di Suzuki che era il diretto seguito di
Ring, dal titolo Spiral, a opera del regista-sceneggiatore Joji
Iida, stessa produzione, pure parte dello stesso cast. Grande paese
il Giappone: ti piace un film? Non devi aspettare 5 anni per un
seguito, sperando che regista e attori ci siano ancora tutti. Basta
che esci dalla sala, ancora tutto gasato, passi alla cassa per
prenderti un secondo biglietto ed entri nella sala accanto dove è
già in programmazione il sequel! Figata!!
Il film di Nakata
è un capolavoro e diventa la testa di ponte dell'invasione j-horror
in tutto il mondo. Viene realizzata anche una miniserie tv, mai vista
oltre il giappone, di 13 episodi.
Il film di Iida è
molto buono, ma non se lo fila nessuno. Al punto che nel 1999 viene
messo in cantiere Ring 2, seguito diretto della pellicola di Nakata e
Takahashi e agli stessi assegnata, che letteralmente cancella la
time-line dell'opera di Iida andando da tutt'altra parte. Ma Spiral
godrà a sua volta di una serie televisiva di 13 episodi da un'ora
l'uno. Ma siccome non è piaciuto troppo la trama sarà di nuovo
stravolta rispetto allo scritto originale di Suzuki. Per me ciò è
male, Spiral mi era piaciuto...
1999, ecco che
arriva il remake coreano di Ring, Ring Virus. L'opera risulta un
adattamento più fedele del romanzo di Sukuzi, solo che i
protagonisti hanno ora nomi coreani e leggere modifiche vengono
apportate al character di Sadako, che diventa Park UnSeo, è
ermafrodita, ama suo fratello, lavora con lui in un night club (...oh
mio Dio, mi gira la testa....).
Ma che sta bevendo
quella, roba gialla?...
Siamo nel 2000 ed
ecco arrivare Ring 0: Birthday, Nakata si è stufato e fa dirigere a
un altro. La storia è di Takahashi, ma si ispira comunque a un
racconto di Nakata: vengono narrati eventi di 30 anni prima alla
linea temporale di Ring e Sadako diviene il personaggio principale.
Viene anche realizzato per l'occasione un fumetto. Ottimo successo per
entrambi.
Sempre nel 2000
esce per la console Dreamcast The Ring: Terror's Realm, un bel
survival horror alla Resident Evil dove Sadako impazza in un mondo
virtuale. IGN lo premia con un orrido 5.4e ha pure ragione!
Esce pure un altro
gioco, Ring Infinity per una console giapponese misconosciuta, il
WonderSwan, un'avventura testuale su cui mai nessun occhio
occidentale ha mai avuto la possibilità di posarsi.
Anno del signore
2002, esce il remake americano di The Ring, forse la migliore
pellicola di sempre del regista Gore Verbinski (che con il nome che
si trova era ora si dedicasse all'horror serio), soundtrack evocativa
di Hans – il Gladiatore - Zimmer. Produzione Dreamworks
stra-cazzuta e danarona, la splendida e bravissima Naomi Watts, un
ottimo lavoro di ri-sceneggiatura, pazzeschi effetti speciali, visivi
e trucco, opera dell'immortale Rick Backer. Alla sceneggiatura
collabora direttamente Suzuki, il papà, affiancato da Ehren Kruger,
già sullo script di Screem 3 (non un gran biglietto da visita) e
Scott Frank, lo stesso anno alle prese con lo script di un certo
Minority Report.
Ho ancora negli
occhi il trucco, opera del pluri-premio-oscar Rick Backer, dei
cosidetti morti-di-paura. Quasi una mutazione facciale derivativa
della celebre opera di Munch, un'immagine da incubo. Vedere dopo
questi i morti-di-paura originali, degli attori giapponesi che al più
sembrano fare boccacce con occhi da pesce lesso, è un po' straniante.
Naomi Watts in "The Ring 2"
Originale e remake
americano conservano però ciascuno una propria identità, anche
concettuale. Non si è operata una banale sovrascrittura, se mai si è
riempito il recipiente di connotazioni diverse. Laddove l'originale
parla di maledizioni e del loro modo di diffondersi a macchia d'olio,
il remake parla dell'indolenza dell'uomo moderno, circondato da
tecnologie che non usa o non comprende. In più scene viene rimarcato
come l'uomo conviva a stretto rapporto con la sua televisione: la
televisione vista come un camino per illuminare, male, una stanza,
un oggetto cui dedicarsi passivamente a discapito del buon senso. La
causa dell'inedia, del fancazzismo, cui ci si può liberare solo
togliendola dal soggiorno, magari mettendola in soffitta. Se non ci
si riesce si rischia di morirci, magari immergendosi insieme alla tv
in un bagno mortale. Forse Samara, la Sadako americana, è proprio
questo in senso lato: una televisione che imbambola senza farsi
veramente capire per quello che dice, un oggetto pericoloso che, per
farci diventare tutti suoi schiavi, vuole diffondersi, altri perdano
tempo con lei. Facile che se la pellicola fosse venuta alla luce in
questi ultimi anni, Sadako sarebbe stata una pagina fantasma di Facebook.
Dark Water, locandina
Successo
strepitoso e stra-meritato. Ring acquista così due anime distinte e
anche la prospettiva americana ha il suo fascino. La pellicola apre la
strada ad altri remake di pellicole j-horror: lo splendido Dark Water
di Nakata, una tenera e al contempo crudele Ghost Story su una
piccola fantasmina e The Grudge, trasposizione dell'estremo e
tremendo Ju-on, la cui primissima trasposizione televisiva giapponese
rappresenta uno dei più spaventosi e disturbanti horror di sempre.
Il Remake di Dark Water, anch'essa opera dello scrittore di the Ring,
ma guarda il caso, con la Connelly riesce bene, The Grudge con Sarah
Michelle Geller risulta altrettanto valido, ma si perderà in sequel
un po' insulsi.
Nel 2005 si mette
in cantiere Ring 2 americano, alla regia viene chiamato Nakata, il
resto del cast confermato. La pellicola risulta anche in questo caso
ottima. Più di un eco a Dark Water, ma in fondo lo scrittore è lo
stesso e tale costruzione narrativa ci sta benissimo.Viene nel
contempo realizzata una piccola perla, Rings, un cortometraggio che
sarà allegato all'home video di Ring 2 e lega cronologicamente le
due pellicole. Nella manciata di pochi minuti si crea una storia
avvincente con un esito non scontato, assolutamente da vedere o
recuperare in qualche modo. Ma il j-horror ha stancato e i critici
impazzano per impallinare Ring 2 per colpe che, a conti fatti, non
sono sue. Si alza un coro di “Basta”. L'import in blocco
dall'oriente è momentaneamente sospeso. Ragazzine dai capelli lunghi
e camicia da notte (ring) e bambini bianchi (grudge) hanno rotto.
Ora che ci siamo
disintossicati, sono passati quasi 8 anni da Ring 2 americano,
possiamo a mente fredda riguardare il tutto e valutare come non fosse
affatto male il j-horror.
Il romanzo "Spiral" di Suzuki
Dynit oggi offre
in blu ray disk la trilogia originale di Ring: Ring 1, 2 e Zero in un
bel cofanetto. Ottima edizione, imperdibile per chi ha amato questo
fenomeno. Per farmi contento fanno uscire in blu ray anche Spiral.
Niente edizioni italiane per il ring coreano ermafrodita, sorry.
Da vedere e
rivedere con un po' di nostalgia. Lo spettacolo è buono, ma un
po' invecchiato, non so se riuscirebbe ora a destare l'attenzione dei
nuovi appassionati di horror, quelli che magari stanno tutto il
giorno attaccati al videocitofono e si riprendono quando
dormono... rimane la testimonianza importante di un genere forte, che
poche consessioni ha lasciato allo splatter, putroppo precocemente
dimenticato in virtù di una cannibalizzazzione del mercato. Ad ogni
modo donne con i capelli sulla faccia e bambini mezzi nudi coperti di
bianco a me fanno ancora un sacco di paura...
Come sempre, quando si parla di grandi progetti, le voci di corridoio si moltiplicano ogni giorno. Figuriamoci quando il progetto in questione è il primo episodio della terza trilogia della saga più amata/venduta/guardata/idolatrata di tutti i tempi. I primi rumors pertanto, riguardano la macchina da presa...dopodiché si parlerà di cast per qualche mese, poi si aspetteranno le prime foto rubate dal set, si agognerà il primo trailer... tutto come semre insomma! Dicevamo della regia: al momento i nomi caldi sono tre: il primo è Matthew Vaughn, l'uomo dietro a Kick-Ass e X-men l'inizio. Forse poca esperienza, ma tanto talento. Il secondo è Jon Favreau, attore (è Hogan in Iron Man) e regista (i primi due Iron Man, Cowboys and Aliens), un fan sfegatato della saga, quindi al momento in pole positon. Il terzo nome è una bomba dell'ultima ora: David "Fight Club" Fincher! Forse si è cercato il colpo ad effetto, ma è anche vero che Fincher ha lavorato come assistente agli effetti visivi sui set de "Il ritorno dello Jedi" e di "Indiana Jones e il tempio maledetto" e pare essere sinceramente interessato. Chi la spunterà?
(Corollario 3 a Gundam Unicorn vol.1
) Ok, sono in palla, vai con i pupazzi!
Cari collezionisti, se volete morire felici tra plastica e tubetti di
vernice potete farvi già malissimo (economicamente) con questo primo
capitolo di Gundam Unicorn. Vi ricordo che i modellini li trovate nei
migliori rivenditori on-line e su Amazon, gli HG sono abbastanza
abbordabili intorno ai 50 euro e meno, per gli MG il prezzo sale fino
al centinaio se volete versioni in titanio e amenità varie. Ci sono
anche i FIX, anche loro sul centinaio. Tranne che per i FIX vi
occorerà munirvi di pinze da elettricista per disassemblare i pezzi
dalle griglie, taglierini e seghetti. Per i colori ci sono i prodotti
ufficiali di Gundam, ma potete tranquillamente utilizzare colori
classici da modellismo, esistono dei tutorial su youtube e sono
imprescindibili per coprendere le tecniche; cercateli e traetene
frutto. Vi proporrò ogni volta una top 3 dei mezzi più belli apparsi
nell'episodio in esame... e spesso non basterebbe una top 20 per dare
giustizia al lavoro dei realizzatori.
Andiamo con la top3!
Terzo posto: D-50C
Loto: (disponibile in HG) della Federazione Terrestre, corpo Ecoas.
Questo mobile suit a disposizione delle truppe d'assalto si traforma
in un tank, con tanto di cingoli dall'aria cattiva e compatta.
Presenta un design abbastanza inconsueto per la serie, bello
aggressivo. A conti fatti parliamo sempre di un mezzo deboluccio ma
chissene...
Secondo posto:
NZ-666 Kshatrya: (disponibile in HG, ma se me lo facessero in MG mio
subito) in dotazione alle “Maniche”, chiamato minacciosamente anche
“il quattro ali” per ovvi motivi non solo estetici. Un mostro di
imponenza, l'esatta definizione di zack grosso e cattivo anche sulla
mensola di casa vostra. Ha una linea ricercata e moltissimi dettagli.
Un orgasmo.
Prima Posizione:
RX-0 Unicorn Gundam (disponibile in tutte le sigle e versioni chiuse o
destroy. Io vi consiglio quella che ho io, l'MG, trasformabile in
destroy dal colore rosso, in tema con questo primo film). Per quelli
che dicono che i Gundam sono tutti uguali ecco la risposta di Sunrise: un mobile suit semplicemente unico. Magnifico nella sua
versione all white con il caratteristico corno invece del diadema,
assolutamente fuori di testa nella versione destroy: diventa pure più
alto, grosso e cattivo... e con lui pure le sue armi! Assolutamente
bellissimo, nemmeno troppo delirante da montare. Di certo se questo
sarà il vostro primo gunpla rappresenta una sfida stimolante,
sicuramente da provare.
Manca ancora
tanto, ma si delinea sempre più chiaramente quello che sarà il
nuovo film degli X-men. Esultiamo. La saga cinematografica degli
X-men ha costituito la testa di ponte dell'invasione dei supereroi al
cinema. Una formula moderna, personaggi inseriti in un contesto più
realistico, la mano di Brian Singer a dare lustro agli eroi più
sfigati del panorama supereroistico mondiale. Dal giorno alla notte
tutti conoscevano gli X-men dopo aver visto una singola pellicola,
tutti vivevano il loro dramma di popolo emarginato e soffrivano con
loro, tutti diventavano esperti di fumetti. Oltre a un bravo
regista, che ha saputo capitalizzare un budget meno stellare di
quanto si possa immaginare, ottimi attori si sono espressi al meglio.
Gigantesco Patrick Stewart, indimenticato capitano Picard di Star Trek
next generation, nell'incarnare il Professor X, telepate più potente
della terra, ma destinato a muoversi su una sedia a rotelle.
Convincente Hugh Jackman nel dare umanità e spessore a un
personaggio per lo più grezzo e violento come Wolverine (almeno in
superficie), al punto da meritarsi uno spin off autonomo di cui al
momento è in produzione un numero 2, ispirato a un celebre run di
Miller, quello di Sin City, che all'epoca aveva reinventato
Wolverine, come ronin decaduto in un Giappone mai così familiare per
lui. Straordinario Ian McKellen (attore già utilizzato da Singer in
“L'allievo” e noto per un figherrimo “Riccardo III” in versione
hitleriana); dopo il suo Magneto, signore del magnetismo vittima delle
brutture dell'olocausto, l'attore ha goduto di una rinnovata
giovinezza artistica e indossato la tunica di Gandalf nella saga del
Signore degli Anelli. Favolosa Halle Berry nel ruolo di Tempesta, che
in seguito passerà alla storia per uno sconvolgente topless in
Codice Swordfish e successivamente per amplessi da autentico porno in
“Monster Ball” e per la tutina ultra-fetish di Catwoman: tengo a
precisare che è, anche, una brava attrice, ma davanti a cotanta
bellezza si rimane disarmati e sbavanti senza capire quello che
effettivamente dice mentre recita.
Adeguato al ruolo
anche James Marsden nel ruolo di Ciclope, la sua interpretazione ha
influenzato pure la controparte cartacea, che appare sempre di più
quale un ottuso idiota con il complesso del pene piccolo (ma Marsden
recita bene ed è simpatico, è il personaggio di Ciclope a essere
così). La fatale Famke Jenssen oltre ad essere una delle creature
più sexy del creato incarna alla perfezione Jean Grey,
l'incarnazione umana della forza Fenice. Poi altri, tutti
straordinari, Anna Paquin su Rogue, Rebecca Romijn su Mystica. Grandi
attori, ottimi effetti, un quantitativo allucinante di gnocca: il
primo X-men di Singer è un successo. Si mette in cantiere un
seguito. I produttori nonstante sfoggino dei nuovi rolex di diamanti,
fanno tuttavia ancora gli stronzi e danno a Singer un budget
altrettanto scarso. Ma lui se ne frega e fa di necessità virtù. Il
secondo film conferma tutto il bene del primo e si chiude con un
cliffhanger che preannuncia un terzo episodio, con l'inevitabile
deflagrante arrivo della Forza Fenice. Poi Singer si perde, si defila
come produttore e crea quel capolavoro televisivo che è Dr House.
Osserva da esecutivo anche X-men conflitto finale, che viene affidato
al regista di Rush Hour 2, Brett Ratner. Al cast si aggiunge il
Fenomeno interpretato da Vinnie Jones, si aggiunge Bestia, si
aggiungono una marea di nuovi personaggi alcuni dei quali, pur
leggendo gli X-men, manco io riconoscevo. Purtroppo il film deflagra,
è programmato per essere il capitolo conclusivo di una trilogia,
molti personaggi, anche chiave, defungono ponendo grossi
interrogativi su un continuo del brand. Il film è comunque
bellissimo, il meglio che finora si sia visto per effettistica
speciale. Dispiace la sua definitività, si sarebbe voluto vedere
molto di più. Un particolare, nelle primissime scene della pellicola
Wolverine allena i ragazzi X nella stanza del pericolo contro una
figura strana che ancora non si era vista. Interviene per aiutare gli
studenti e si fa lanciare da Colosso (mossa tipica che nel fumetto
ormai appare con consuetudine) con gli artigli sguainati. Quando
atterra si vede chiaramente che ha decapitato un robot gigante. Ma
non un robot gigante qualsiasi, una Sentinella. Chi legge i fumetti o
ha visto il cartone animato conosce bene questi esseri meccanici:
fanno parte del cosiddetto Progetto Sentinella, volto all'eliminazione dei mutanti.
Le Sentinelle
Alcune pilotate, alcune puri automi, sono
IL nemico per eccellenza, la personificazione del rifiuto della razza
umana di condividere il pianeta con i mutanti. Oggi sarebbe costoso
mettere le sentinelle in un film degli X-men, ma visto quello che si
è fatto per The Avengers risulterebbe comunque possibile farlo.
All'epoca di "X-men conflitto finale" realizzare degnamente delle
sentinelle sarebbe stata utopia (chi coglie questo riferimento
fumettistico ha diritto a un derattizzatore...). Il terzo capitolo
chiude un ciclo, dicevamo. Ma qualcuno decide di resuscitare il brand,
in tempi più recenti. Bryan Singer è di nuovo della partita, reduce
dal tremendo Superman con Brandon Routh (che dopo l'uomo d'acciaio è
corso a distruggere pure Dylan Dog. Qualcuno lo fermi!), alla regia
quel Matthew Vaughn che si era da poco cimentato nel genere
supereroistico con Kick-Ass. Si sceglie la strada del prequel. JamesMcAvoy, già protagonista di Wanted, tratto da un fumetto di
Millar (autore anche di Kick-Ass... c'è come un filo invisibile,
rosso, che lega certe persone, come si direbbe nel terzo capitolo di
una celebre trilogia cinematografica francese) veste i panni di un
giovane Professor X. Michael Fassbender, reduce da Ingloriuos
Bastards e uno dei più promettenti attori attuali, diviene un
giovane Magneto. La splendida January Jones diviene la giovane
Mystica e scende in pista Kevin Bacon ad impersonare il capo del Club
Infernale. Perfino Hugh Jackman appare come Wolverine in un breve
cameo. Il titolo originale è X-men: First Class e visto che ha un
senso solo per chi legge il fumetto, in Italia è tradotto come
X-men: l'inizio. Un brand morto nelle mani di un ottimo cast tecnico.
Gli X – men risorgono ed eccoci ai giorni nostri, con la produzione
di un film che è l'esatta continuazione di X-men: first class.
Certo che in First
Class c'erano dettagli strani, legami tra personaggi inediti o
incongruenti rispetto alla trilogia classica degli X-men. Anche se si
narravano eventi passati incongruenze permanevano tipo: da quando
Mystica è legata al Professor X? Voluto o non voluto, in rete si
scatena un putiferio su come considerare X – men: First Class che
non può essere un prequel, ma neppure un reboot. Ecco che tutto oggi
assume un significato, alla luce della sceneggiatura in corso di
scrittira per questo nuovo film degli X-Men.
X-Men First Class
si trova in una dimensione alternativa a quella della originale
trilogia degli X-Men e i personaggi dell'una dimensione passeranno
nell'altra proprio come avveniva nel celebre arco narrativo Giorni di
un futuro passato. In una delle due dimensioni i mutanti sono
perseguitati e messe alle strette dal governo con l'utilizzo di un
numero abnorme di robot giganti Sentinelle. Hanno già firmato per la
pellicola sia McAvoy che Fassbender, così come Patrick Stewart e
McKellen. Si presume, ma sarebbe folle che ciò non accadesse, che ci
saranno anche una marea di gigantesche e incazzate sentinelle, con
cui i mutanti avranno a che fare, sperando che il tutto si risolva in
una prolungata estenuante orgia di effetti speciali di
transformeristica matrice. Finora le premesse per un capolavoro o per
un prolungato orgasmo visivo ci sono tutte. La regia è di nuovo
nelle mani di Singer. Orgasmo. Il 2014 appare sempre troppo lontano.