- Sinossi ruspante: Se sei "boccia", non sai ancora
niente del mondo, e il mondo è un posto cattivo, dove bisogna lottare duro e
ingoiare rospi enormi per sopravvivere, tirare avanti. Ma nel mondo si trovano
anche le donne e le avventure, il coraggio viene ripagato, i padri parlano coi
i figli in silenzio pur capendosi benissimo, la montagna fa spavento, ma
incanta. Ai confini del piccolo mondo degli uomini c'è il "diaul".
Enorme, vorace, implacabile. E' stato buono per un po', ma adesso è tornato a
guardare il mondo con i suoi occhi cattivi. Ha già iniziato a squartare il
bestiame e arriverà alle case se nessuno lo ferma. Ma chi lo può affrontare il
diavolo? Forse i pazzi. Quelli con la pancia svuotata dalla paura, forse perché
dal mondo non hanno più nulla da perdere ed è bello andarsene così,
giocandosi la vita, per dimostrare chi è uomo da quanto sono fumanti le sue
palle. Bello, epico, da applausi e un giro di rosso, di quello buono, per
tutti. Ma quando quell'eroe o quel pazzo è tuo padre, la cosa non finisce lì,
non può scivolarti via. Anche se è un padre da poco, uno violento e cattivo, è
pur sempre un padre. Bisogna andargli dietro perché non finisca male. E andarlo
ad aiutare su per i boschi, contro il diavolo, armati solo con uno
schioppo rugginoso, non è affare da "boccia". E' impresa da uomo,
anche se "uomo" si rischia di non diventarlo mai.
- Il far east italico che ci piace: Nel fantastico scenario delle Dolomiti
degli anni cinquanta ci arriva dal regista Marco Segato uno scorcio di quello
che è il nostro, sempre troppo poco celebrato, cinema di frontiera. Altro che
far west degli americani, il "far east". Un mondo antico come
le montagne, abitato da diavoli e spettri, difeso da uomini bizzarri di grande
coraggio e poche parole. Un mondo narrato spesso da Mauro Corona e portato
anche al cinema da Mazzacurati (sul finale del suo La poltrona
della felicità) e Bianchini (soprattutto con il suo straordinario horror Oltre
il guado - Across the river, di cui abbiamo già parlato qui) e Zampaglione (The Shadows). La
pelle dell'orso si muove su questo solco, racconta una storia di montagne e
paura, coraggio e umanità. Una storia che fila dritta senza sbavature grazie a interpreti straordinari come Marco Paolini e Leonardo Mason e a un
mostro davvero terribile che ci si caccia davanti agli occhi come un vero diavolo.
Uno spaventoso orso, enorme e sanguinario, costruito dalla magia dei cinema in
un modo tanto naturale che implacabile. Più la caccia si fa serrata, più
il mostro avanza cupo e inesorabile come un treno merci. Ci sentiamo dalle
parti di Revenant per un attimo (ma senza quel fastidio di
"digitale" e "supereroistico"), ma poi finiamo in pieno
horror, come in Back Country (dove l'orso sarà più analogico ma molto più
splatter e "disumano"), quando intuiamo per la prima volta quanto la
palla di pelo sia assolutamente letale e affamata di carne. Affrontare la
bestia è per il "boccia" la più primordiale prova iniziatica, il
percorso difficile per giungere alla età adulta. E come sempre accade (ma non
è scontato, e funziona bene, merito indubbio di Segato che tiene in
equilibrio i registri narrativi), al di là del viaggio fisico c'è pure quello
spirituale, che passa prima per lo scontro e poi per il riconoscimento della
figura paterna. Piccoli uomini arroccati in casette su grandi montagne, che
vivono di poco e con poco. Zero tecnologia. Pochi oggetti che li raccontano più
delle poche parole che si scambiano tra loro. Le scarpe, da curare come tesoro.
Il pane raffermo, che si può rianimare con la pentola fino a farlo tornare
commestibile. Lo schioppo, tesoro e dannazione da nascondere e riscoprire solo
nei momenti più duri. Oggetti che ossessivamente si adoperano e proteggono e su
cui Segato punta la telecamera, rendendoli importanti. L'uso di questi oggetti
rimanda la dignità della povertà, che ci arriva diretta come un pungo. Piccoli
uomini con pochi poveri oggetti che lottano con il diavolo. Non è
Hollywood. Non è un cinema accomodante o consolatorio. Non è L'orso di
Annaud.
- Finale: dateci più storie di questo mondo ancora così inesplorato e
affascinante. Dateci queste location fuori dal tempo, perché girando per le
montagne anche oggi ci si rende conto che questi luoghi esistono ancora,
immutati al punto che senza alcuni dettagli parrebbe di stare ancora in pieno
medioevo. Il linguaggio utilizzato è ruvido, gutturale, la montagna è sempre
uguale e diversa, immortale come i mostri che la abitano, e ha un suono tutto
suo, sinistro, tra mille fruscii di rami spezzati. Questi sono i posti nuovi
dove dovrebbe girare il cinema italiano moderno. Basta commedie sugli italiani di nord e sud con interpreti sempre uguali, basta con gli psicodrammi della
coppia in crisi che vive alla Garbatella, investiamo su questo cinema di
frontiera, che ce lo abbiamo solo noi e nemmeno ce ne rendiamo conto.
E' questo il cinema italiano che più ci piace, quello da investirci seriamente
sopra, e La pelle dell'orso è uno dei film italiani migliori dell'anno. Sa
essere un ottimo film drammatico quanto pellicola di genere. Sa far piangere e
pensare, sa commuovere. E fila dritto, con una trama cristallina che lascia il
segno. Ve lo consiglio senza remore, guardatelo e passate parola. Poi fateci
sapere.
Talk0
Bellissimo, non ne sapevo niente e ora ho voglia di vederlo.
RispondiEliminaCinema italiano di frontiera, o rurale: generi che si scavano poco e che regalano sempre ottime perle.
Moz-
Alla proiezione stampa ci è stato regalato anche il romanzo; ti farò sapere se è una buona lettura o meno! Il film è davvero interessante...
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