giovedì 19 novembre 2020

JIU JITSU - primo trailer

 



Quando all’improvviso scopro che c’è in uscita un film in cui il nostro mito Nicholas Cage indossa una bandana armato di katana, il mondo mi appare subito più bello. Poi vedo che ci sono pure i nostri beniamini dei film di arti marziali di fascia b-fiera, come Alan “Kickboxer 2.0” Moussi, Rick “Drift King” June, il nostro villain preferito Frank Grillo e soprattutto sua maestà Tony Jaa, e inizio a credere nel futuro. Poi ti vedo sto tizio in tuta low budget da predator-wannabe che si muove come un power ranger e sono sicuro di aspettare già, nei migliori cestoni dei film in dvd a 3 euro, questa nuova fatica del folle, tamarro e irresistibile Dimitri Logothetis. L’uomo che ha ridato lustro alla saga di Kickboxer, dando un’occasione da attore a quel simpatico stoccafisso, ma pazzesco lottatore che è Alan Moussi, potrebbe regalarci una nuova adrenalinica perla action-vintage, da mettere già lì sullo scaffale, sulla fiducia, tra un Arma Non Convenzionale e Skyline Beyond, con la benedizione di Paramount. Attendiamo trepidanti un bel match Tony Jaa vs Rick Yune vs Moussi vs Cage con katana. 

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P.s. E se non riuscite ad aspettare l’uscita nelle sale (22 novembre in America, da noi ancora non confermato), su Amazon potete già trovare il fantastico e ultra-underground fumetto che ha ispirato la pellicola. Rigorosamente anche lui parto di Logothesis.

lunedì 16 novembre 2020

Monster Hunter - il primo trailer

 



L’ultima volta che P.T. Anderson ha detto alla bellissima Milla Jovovich “facciamo un film tratto da un videogioco Capcom di successo” sono usciti i 6 film di Resident Evil. Come andrà a questo giro? 

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mercoledì 11 novembre 2020

Diabolik - il primo teaser del nuovo film dei Manetti Bros con Luca Marinelli protagonista

 



Era tanto atteso un nuovo adattamento cinematografico del fumetto delle sorelle Giussani, dopo il film diretto da Bava nel 1968. Diabolik è una vera istituzione e vanta da anni schiere di fans che vanno anche al di là della nostra piccola Italia. È un ladro spietato, sexy, astuto. Un antieroe con un passato misterioso e violento, ha un cuore che sembra di ghiaccio. Predilige un coltello affilato come arma, ma nella sua cassetta degli attrezzi non può mancare un rampino e una serie infinita di molle e strumenti per il salto. Un fisico scultoreo, degli occhi azzurri penetranti, delle sopracciglia cespugliose da vero uomo, i lineamenti de volto ispirati all’attore Robert Taylor. Guida una Jaguar E, è l’unico in tutta la regione che ce l’ha ma nessuno riesce a risalire a lui (Claudio Bisio, cit.). Indossa una tuta senza zip dalla quale può entrare solo dai buchi fatti per gli occhi (Claudio Bisio cit.). La sua donna, Eva Kant, ha i lineamenti algidi della Principessa di Monaco Grace Kelly, che con i suoi occhi di ghiaccio lo segue nelle sue imprese con devozione ed esperienza. Ha un nemico, il commissario Ginko, infaticabile e scaltro, ma non quanto lui.

Migliaia di copie e migliaia di omaggi, dal fumetto Cattivik di Bonvi alla parodia con Johnny Dorelli Dorellik (Arriva Dorellik, film di Steno), passando per tutta una serie di antieroi che a lui si ispirano e per questa devozione portano una “K” nel nome, da Satanik a Kriminal



Servivano gli attori giusti, i registi giusti, il glam più corretto. È interessante che a vestire i panni dell’antieroe sia stato chiamato Luca Marinetti, già meraviglioso nei panni dello Zingaro, un villain “alla Joker”, in Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, già Fabrizio De André nello sceneggiato Rai diretto da Luca Faccino, splendido interprete in Non essere cattivo. Forse non ce lo aspettavamo per il fisico un po’ segaligno, ma nel frattempo potrebbe aver fatto una “cura Christian Bale”. Di sicuro gli occhi ci sono, come una predisposizione a interpretare personaggi complessi, spesso maledetti. Eva Kant è il nostro tesoro nazionale Miriam Leone. Un fisico da infarto, un sorriso infinito, uno sguardo da innamorarsi all’istante. Valerio Mastrandrea è Ginko, anche lui un po’ magretto per il ruolo ma con la giusta esperienza.

Dirigono, producono e scrivono i Manetti Bros, cultori assoluti della cultura pop anni 60/70, i cui temi, spirito e colori inseguono in molte loro opere, dal “poliziottesco” Coliandro agli horror come Paura, passando dal “musicarello” Song’e Napule. Tra i pochissimi in Italia a fare film di genere, dalla fantascienza aliena di L’arrivo di Wang ai concept thriller come Piano 17. Ci piacciono e non vediamo l’ora di vederli scatenati con un budget più corposo del solito. La fotografia è di Francesca Amitrano, già collaboratrice dei Manetti per Ammore e malavita e per le stagioni cinque e sei dell’Ispettore Colliandro. Produttore Esecutivo è Carlo Macchitella, di Rai Cinema e 01 Distribution, che nel recente ci ha portato anche l’horror zombesco The End? L’inferno fuori di Daniele Misischia, un piccolo ma divertente “action da ascensore” come lo era Piano 17 dei Manetti, ma anche il bel thriller Non sono un assassino di Andrea Zaccariello. Le buone premesse ci sono tutte, si parla di un adattamento del terzo numero della serie, quello sull’incontro tra Diabolik ed Eva Kant. 

La data di uscita è il 31 dicembre 2020. 

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domenica 8 novembre 2020

Eggshells - il film “ritrovato”di Tobe Hooper



(Dove trovare Eggshell): Amo profondamente la label Midnight Factory di Koch media, poche storie. Porta in home video horror di tutti i paesi e le tendenze, da Train to Busan di Yeon Sang-oh a Goodnight Mommy dei fratelli Franz, passando da Amer di Cattet e Forzani, virando verso il Babadook della Kent, i film Blumhouse, Lucky McKee, Nicholas Winding Refn, Robert Mitchell, Pascal Laugier, Kevin Smith, Kitamura, Maury e Bustillo. La lista è lunga. Midnight Factory inoltre recupera dal passato, restaura e traduce cose introvabili o mai viste, come Street Trash, il delirante hobo-splatter di Muro, gli Halloween 5 e 6, i film di amabile serie z come Troll 2, Squirm - I carnivori venuti dalla savana e il suo quantitativo oversize di vermi viscidosi. Ci sono le antologie horror come ABC of The death, V.H.S, Holidays, ci sono i classici, Re-Animator, La Mosca, Zombie... tanta roba e tutta gustosa per chi ama il genere horror in tutte le sue declinazioni, al punto che spesso viene la voglia di pescare a scatola chiusa un titolo mai sentito, rischiare sulla fiducia e scoprire magari Road of The Dead, un Mad Max in cui dagli zombie si ricava carburate per auto. Non è certo un rischio comunque prendere tra le mani il lussuoso cofanetto contenete Funhouse di Tobe Hooper, conosciuto da noi come Il tunnel dell’orrore.  E‘ un piccolo cult del papà di Texas Chainsaw Massacre (Non aprite quella porta), per una volta in quel periodo non scritto dall’amico Kim Henkel, con cui realizzò oltre che i due primi capitoli della saga di Faccia di Cuoio (Henkel dirigerà il terzo capitolo: Texas Chainsaw Massacre: New Generation) anche Eaten Alive (Da noi Quel motel vicino alla palude), ma dal carneade Larry Block. Uno slasher divertente, con un villain estremamente interessante, Twibunt (un freak pieno di fragilità che nasconde il volto sotto una maschera di Frankenstein... quasi un personaggio felliniano, nel senso migliore del termine), una bella ambientazione sudicia e fatiscente come da “manuale Hooper”, tanto ritmo, ironia e squartamenti, ragazzetti odiosi che vorremmo vedere subito falcidiati. In un certo senso è la risposta “ironica“ di Hooper all’Halloween di Carpenter, una lettera d’amore all’interno di una palla infuocata di odio, dal New Horror sociale anni ‘70 indirizzata al principale (anche se ancora incolpevole) ispiratore del pruriginoso Teen-horror anni ‘80. Guardate Funhouse e capirete ancora di più l’amore di Rob Zombie per i freak-show che fuoriesce fin dalla Casa dei 1000 corpi. Certo non costa esattamente due lire il cofanetto de Il tunnel dell’orrore confezionato da Midnight Factory, ma ecco la sorpresa. Nel disco 3. Il primo corto di Hooper, per lo più una prova tecnica di stile con personaggi sopra le righe che si tirano torte in faccia in un contesto medieval-umoristico sotto acido. Poi un film intero, accidenti, questo Eggshells, che è invece tutto un acido ricolmo di amore dalla testa ai piedi!


(Eggshells):
Austin, Texas. Quattro amici + “1” che passano da una comunità Hippie a un appartamento più piccolo. Destinazione finale-mortale “sposarsi” e “conformarsi”. Voglia di sballarsi, essere liberi e ribelli, fare sesso, scrivere storie nudi per casa, all’epoca delle marce contro la guerra in Vietnam, Woodstock, Hair. Prendere un’auto, colorarla tutta, metterci sopra un oblò trasparente, farci gli scemi andando in giro e poi nel pomeriggio rompersi le palle, prenderla ad accettate come simbolo di improvviso “conformismo”, darle fuoco insieme a tutti i propri vestiti conformisti e correre nudi con il pisello di fuori, mentre l’auto alle spalle esplode. Iniziare a dipingere una stanza da letto di blu, togliersi i vestiti e dipingere i capezzoli della propria ragazza di blu, andare in bagno dopo aver pennellato su e giù e iniziare a tirare le tette su e giù, allo stesso modo e con lo stesso ritmo. Intorno allo sballo o creato dallo sballo stesso, in giro per casa si trovano tizi che forse sono fantasmi, forse sono invisibili perché sfigati, forse sono personaggi di un racconto, forse una personalità multipla di un altro tizio, forse sono di un’altra dimensione. Tizi che vanno al parco, si innamorano di una che lecca gli alberi e iniziano a ricoprirsi di palloncini colorati. Che diavolo è Eggshells?

È decisamente un film fatto senza una lira con un gruppi di amici, tra cui lo stesso Kim Henkel a pisello al vento (peraltro c’è una scena in cui senza un perché manca un personaggio, forse perché nel pomeriggio aveva Judo o per via della personalità multipla...). Molte scene sembrano rubacchiate a filmati d’epoca, matrimoni e cresime per dare l’impressione che i nostri eroi siano in mezzo a una folla di comparse. Ma quante idee, quanta poesia! Monologhi pre-tarantiniani a non finire, scene di montaggio veloce a telecamera invisibile che piroetta, sgasa, si ribalta, frulla e farebbero impallidire Sam Raimi, psichedelia e roba surreale in ogni dove, tra aeroplanini di carta che prendono fuoco e strumenti alchemici che succhiano e spremono hippie. Perché tutto questo non ha avuto un seguito? Perché Hooper è finito a fare gli horror sporchi e cattivi (tra i più bei film sporchi e cattivi di sempre) senza tornare a bazzicare questa anarchica e satirica visione del mondo? Questo Eggshells dovrebbe essere nella filmografia privata di Nanni Moretti, dovrebbe essere tra i film indipendenti più di grido, invece è semi-nascosto come extra di un film di nicchia (pur un bellissimo film di nicchia), nessuno ha avuto l’incoscienza di scommetterci sopra un ghello. Forse perché Hooper è davvero troppo libero e come sempre, come nei suoi Texas Chainsaw Massacre, “pericoloso”. Nei suoi film i “cattivi” non sono più i mostri fuori dal tempo e dallo spazio della Universal, ma dei freak, dei dimenticato dalla società moderna. Chi va più alla macelleria di Leatherface, se la nuova superstrada in trenta minuti ti porta al centro commerciale più fornito (Texas Chainsaw Massacre)? Chi va più al circo degli orrori, quando in tv c’è già tutto e non si rischia di incontrare la “brutta gente” come i giostrai (Funhouse)? Anche gli Hippie di Eggshells sono a loro modo dei dimenticati. Dimenticati e arrabbiati quanto “bambinoni”, come Leatherface o Twibunt. Gli adulti, il cui credo e idea di famiglia è per loro da rinnegare dichiarandosi “comunisti”, sono sempre fuori fuoco, lontani, come nelle strisce dei Paenuts. Anche gli atti di ribellione alla società più rumorosi (accompagnati da motivetti stile comiche) non sortiscono effetto e l’unica valvola di sfogo è la fuga psicotropa dal reale, la necessità di diventare “spirito”, fondersi con il partner e con il mondo (accompagnati da musiche mistiche) fino a leccare le radici degli alberi, consapevoli che come nel cerchio della vita Disney tutto ritorna e diventeremo concime di quegli alberi da leccare. C’è molta magnificata autodistruzione in Eggshells, come fuga dallo stigma della “normalità”. Ma forse è più forte la gioiosa voglia di vivere degli hippie che brulicano la pellicola, sbattendo gli uni contro gli altri sulle scale della piccola comune/mondo, condividendo i letti in quattro. Forse Hooper li ama davvero e un po’ li rimpiange, quei giovani scapestrati degli anni '60 di Austin. Al punto da sottrargli un futuro deprimente facendoli metaforicamente sbranare dai suoi orchi mangia-uomini di provincia, palude o Freak-Show. Un po’ come il pifferaio di Hamlin, Hooper con la sua arte “nichilista” porta via i bambini e il futuro da quel grande paesone che è l’America, in cui non si riconosce più. È forse per questo pessimismo verso il futuro, come Fulci in Non si sevizia un paperino, che Hooper è diventato un creatore di mostri di celluloide, rinunciando a cantare l’amore e la ribellione giovanile  come un Bertolucci in The Dreamers

The Eggshells ci arriva quindi di nascosto, solo sottotitolato, nel terzo disco di uno slasher a tema freak-show. Ma è un bel tesoro ed è carico di tutta la malinconia e dolcezza che solo chi suona musica pesante sa infondere in una ballata. 

Attenzione al viso d’angelo e al sorriso della splendida Amy Lester, c’è il serio rischio di innamorarsi e iniziare a volare in aria sospesi a palloncini colorati. 

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mercoledì 4 novembre 2020

Dragonero Il ribelle n.12 - Dove la luce muore: La nostra recensione a risparmio energetico



In un oscuro bosco fantasy, pieno di nebbia, che sembra maledetto e carico di fantasmi, Ian, Aura e Gmor, insieme ad un nutrito numero di comprimari sacrificabili stile i pigiami rossi di Star Trek, incontrano per l’appunto i fantasmi di cui sopra. O per lo meno una versione tostissima, ultra-fantasy degli stessi, che risultano aggressivi, pompati, in grado di uccidere, probabilmente perché alimentati da una pietra maledetta che ne potenza i poteri. Ebbene sì, ci troviamo in una classica avventura da D&D che definisco di “ricerca dell’oggetto magico per Sandro”. Sandro giocava a D&D con poca voglia, saltava gli after-hours con il gruppo, non c’era mai. Così il suo personaggio rimaneva indietro e il Roby, un game-Master onesto stile metà anni ‘80, invece di appioppare il personaggio di Sandro ad un altro, gli faceva le avventure dedicate per livellarlo a suon di missioni speciali. Quindi pure i nostri eroi oggi sono in cerca di una pietra magica per potenziare i punti magia di Alben-Sandro e presto scopriranno che per ottenerla devono raccoglierne più pezzi dispersi sulla mappa, forse fonderla, forse fare due o tre subquest ed extra. Perché giocare solo per Sandro in fondo è una palla. Così, dopo una strage di pigiamini rossi, che vanno a morire male nella nebbia prima che ne abbiamo assimilato nome, equipaggiamento e punti abilità, i nostri eroi giungono in un villaggio abbandonato, ma dove il cibo non manca sui tavoli della locanda, tipo La città incantata di Miyazaki, ultimo film che deve aver visto il Roby per ispirarsi. I nostri si mettono a mangiare da pagina 22 a 38, magari in attesa che il Sandro si palesi per la sua avventura. Nel mentre nel palazzo dei cattivi, Rodney, il cattivo dal braccio strano, incontra tipi che gli comunicano cose misteriose su persone misteriose. Farà mai qualcosa in questa serie Rodney, a parte tramare e incazzarsi perché non lo tengono in considerazione? Lo scopriremo nelle prossime puntate! Nel mentre Alben-Sandro lo stregone, da tutt’altra parte dello scenario di gioco e immaginiamo pure nel mondo reale,  prova un nuovo bed’n’breakfast consigliatogli dalla nuova guida degli scout erondariani. Il pollo con le erbette al fuoco pirico sembra da paura e c’è pure la stanza con vista panoramica! Perché quel maledetto di Sandro ha alla fine telefonato tirando il pacco, con il master Roby che per disperazione crisi isterica ha cercato di fargli fare un paio di turni in viva voce al telefono, materializzandogli contro un paio di maghetti direttamente al bad’n’breakfast. Tristezza e sconforto, si fa una certa. Nel villaggio misterioso arrivano i misteriosi  abitanti che raccontano al party una storia misteriosa sul fatto che una pietra magica ha incasinato le cose e in buona sostanza per tenere insieme le cose hanno fatto una brutta azione “diverse volte”, il bosco vicino al villaggio è in balia di questi fantasmi, loro si sentono un po’ stronzi per l’accaduto... esattamene come dovrebbe sentirsi un po’ infame Sandro, che sono tre giornate che manca!!! Nel bosco c’è inoltre qualcuno che si è opposto al villaggio, un po’ come la Principessa Mononoke. Si vede che il Roby oggi è in fissa con Miyazaki... sempre meglio di lunedì scorso, quando era in fissa con Nathan Never e aveva riempito tutta la storia di alieni, robot e astronavi. Risolveranno i nostri eroi la situazione ? Del resto è un affare che i villici non potevano gestire fino a quando non sarebbe arrivato un vero eroe! Non uno che pacca!! 



Il mitico Vietti racconta (sicuramente tra e righe) in questo numero uno dei momenti di maggiore sconforto di un appassionato di D&D, quando il tuo compagno di giochi di ruolo pacca e il resto del gruppo non può andare avanti senza inventarsi qualcosa. Perché si fa presto a dire “faccio anche il suo personaggio”, ma è di una tristezza atavica, pare di gestire un morto, non si può sentire. Quindi, in tema di morti “ruolistici”, è giusto che la storia prenda delle atmosfere horror e parli di gente amica che si è fatta fantasma. Ci sono le atmosfere giuste, tra nebbie e avamposti isolati, giungle tossiche (aridaje con Miyazaki), zombie. Ci scappa anche un bel power-up Segreto per Ian in stile Devil May Cry che sicuramente il pubblico (me compreso) amerà. Il ritmo è veloce, come sempre non vengono lesinate le scene di azione, tra cui svetta la sequenza finale, in un tripudio di zolfo e corpi corrotti. Molto bello il lavoro grafico svolto da Fabio Babich e Fabrizio Galliccia dalle prime tavole immerse nella nebbia alla resa traslucida dei fantasmi, passando per la dinamica sequenza che coinvolge Alben. Come già accennato, di forte impatto anche i disegni della parte finale della storia, carichi di mille effetti speciali. Delle diverse filosofie di disegnare Aura, qui si sceglie la via un po’ sexy, un po’ da miss camicetta bagnata, e io apprezzo. 
Un altro numero divertente, leggero e pieno di azione, mentre si avvicina sempre di più un mega-scontro all’orizzonte. Avanti così! 
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sabato 24 ottobre 2020

Banksy - l’arte della ribellione: la nostra recensione in anteprima del documentario al cinema solo il 26,27,28 ottobre

 

È nato nel 1974 a Bristol, secondo Wikipedia. La sua vera identità è sconosciuta, ma è uno dei massimi esponenti della Street Art dei nostri tempi. Muove i primi passi nella sua città, seguendo la “seconda ondata” di una florida e acclamata corrente di writers tra le cui file militava il celebre Robert “3D” De Naja, futuro leader del gruppo musicale Massive Attack. Arte e sociale si fondono creando una sinergia che il piccolo Banksy apprende seguendo nelle incursioni gli artisti più grandi. Passa presto dai graffiti agli “Stancil”, disegni a bomboletta realizzati con l’uso di mascherini in cartone che ne delineano già le forme. È una tecnica che permette di lavorare senza essere scoperti troppo in fretta, in quanto sembra all’esterno l’attività di chi affigge dei manifesti, ma al contempo richiede una grande preparazione in studio per la creazione dei materiali. Banksy fonde gli stili, diventa il massimo esperto di questa tecnica. Apprende quanto più possibile dai massimi maestri internazionali come Blek le Rat, coniuga presto la rapidità e clandestinità dei writers con una forma d’arte in grado di fare critica e satira del territorio e della politica. Un modo per regalare una risata ai passanti nella grande cornice urbana, arte gratis per tutti. Dona vita ai muri di Bristol attraverso una serie di murales popolati da scimmie pensose, topolini intenti a segnalare qualcosa di rotto, poliziotti alle prese con piccoli monelli, bambine con palloncini. Arriva a portare al British Museum le sue opere, appendendole abusivamente. Poi scoppia come fenomeno e diventa “virale”. Decide di vendere la sua arte a tutti, in tutte le forme, utilizzando in modo sapiente i media. Lo spirito è quello di avere per clienti chi non avrebbe i soldi per comprare abitualmente dei quadri, creando litografie per degli eventi nel periodo natalizio. Poi inizia a creare dei veri percorsi artistici, spazi in cui dipinge anche su animali vivi (rigorosamente con prodotti non pericolosi per gli animali), decide di valorizzare il museo locale e si getta in imprese sempre più grandi, trattando temi sempre di più vasta scala: le guerre, le disuguaglianze e i molti “muri” che circondano le persone. Ma che in fondo sono ottime tele per la sua arte. In breve diventa uno dei principali comunicatori artistici del nuovo millennio, crea esposizioni internazionali di grande successo, porta nel mondo la sua arte in molte forme e tecniche diverse, come un albergo trasformato in opera d’arte a Betlemme, arriva a interessare i collezionisti di Hollywood come i “Brangelina”, Jude Law. Fino a che, momento scelto dal documentario per iniziare la narrazione, un suo quadro viene battuto all’asta di Sotheby per una somma folle. È una riproduzione di uno dei suoi murales più noti, La bambina con il palloncino, opera le cui copie anni prima vendeva come “arte per tutti” realizzate nei sottotetti di Bristol, realizzandone una decina di copie in pochi minuti, proprio grazie alla tecnica degli stencil. Ora, 6 ottobre 2018, la vende con una particolare è strana cornice, viene battuta per un milione di sterline. Ma appena il martelletto assegna la vendita parte un meccanismo a distanza. La cornice si trasforma in un distruggi-documenti e La bambina con palloncino inizia a uscire tritata in linee verticali verso il basso, fino a che qualcuno non ferma la distruzione a metà. È una vendetta sul prezzo dell’arte, sul fatto che anche se periodicamente vende ancora le sue litografie a due lire in un evento “per tutti”, c’è qualcuno che il giorno dopo le rivende su ebay al triplo del prezzo. Senza parlare di chi decide di vendere i muri cittadini stessi dei suoi lavori. Risultato? L’opera è stata rivenduta a due milioni di dollari e oggi Banksy sta utilizzando i suoi soldi per intraprendere azioni su più vasta scala, come comprare una nave e l’equipaggio necessario per aiutare i migranti nel mediterraneo. 



Chi è quindi Banksy? 

Un artista di strada che “fa il palo” per i writer più grandi di Bristol, mentre riempiono di colori un edificio abbandonato, che diventa capofila di un movimento artistico e politico, per poi diffondere la sua arte nel mondo e sovvertire ogni regola precostituita sul commercio dell’arte, diventando icona e fonte di ispirazione per molti. Il soggetto ideale per un film, in quando la storia artistica di Banksy è così sorprendente e multiforme che sembra incredibile, è eccitante, trasgressiva. Elio Espana, che produce, scrive e dirige questo Banksy - l’arte della ribellione è un documentarista esperto, che ha narrato la vita di Prince, Bob Dylan, The Grateful Dead, Robert Plant, Stevie Nicks, gli Smiths e tanti altri musicisti, si è dedicato a musical come Hamilton e alla storia criminale. Il suo film sull’arte di Banksy ha un montaggio veloce, molta ironia, offre una lunga e accurata descrizione delle sue imprese più celebri. Si avvale delle interviste di molti artisti ed esperti d’arte e soprattutto ritrae al meglio le opere, davvero bellissime sul grande schermo, grazie alla fotografia di Peter Lowden e David Sampedro e all’accompagnamento dalla colonna sonora di Pete Weitz. 

Banksy - l’arte della ribellione è un documentario da seguire dal primo all’ultimo minuto, un compendio indispensabile per approcciare il vasto mondo dell’artista di Bristol e uno degli appuntamenti immancabili in questa asfittica, traballante ma in qualche modo eroica stagione cinematografia di convivenza con il Covid. 

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