giovedì 21 maggio 2026

The Lunch - A Letter to America: la nostra recensione del prezioso documentario di Gianluca Vassallo, che scommette sulla “democrazia alimentare” per raccontarci, per una volta, il volto più umano e fragile degli Stati Uniti.

Ci troviamo nell’America del 2024, a 5 giorni dalle elezioni che porteranno Donald Trump alla Casa Bianca per la seconda volta. Viaggiando per tutti gli Stati, tra tavole calde, vie assolate, metropolitane e distese di grano, tra grandi città e comunità di provincia, la telecamera “cerca una storia”, in grado di raccontare quel momento in un modo diverso dal solito. La scova seguendo donne velate e immigrati messicani, che camminano indossando sulle spalle, come il mantello di un supereroe, un manifesto elettorale. Mantelli con sopra la foto di un signore attempato dai capelli paglierini e la scritta “Trump take America Back”. La indossano senza parlare o disporsi in corteo, come una specie di divisa con cui andare al lavoro, senza destare particolare scalpore o contestazione. È gente così comune da non farci caso, spesso per qualcuno “invisibile”, che svolge nel quotidiano lavori ritenuti per lo più “umili”, ma fondamentali per far funzionare un paese. Un unico grande popolo dei macellai, badanti, meccanici, agricoltori, personale addetto alle pulizie. Un popolo spesso legato alle tradizioni, profondamente religioso e rispettoso delle leggi, parte attiva in associazioni di volontariato, ospitale. Non vivono nei salotti del centro di Manhattan ma magari lì ci lavorano. Come  Eduardo, di professione cuoco, che griglia a Manhattan gli hamburger di bovino che arrivano dalla provincia: allevati e poi macellati da appartenenti della working class come lui, per poi venire indistintamente serviti a tutti gli americani, democratici come repubblicani, di destra come di sinistra, in un’unica ideale “tavola calda”. Una tavola calda, da sempre “luogo simbolo” della cultura americana, dove così si compie a tutti gli effetti un “atto di democrazia alimentare”: ciò che dà vita al “pranzo” (in inglese il “Lunch”, del titolo) e rifocilla il sogno americano, accompagnato con coca cola media e patatine fritte medie, offerto a ogni americano medio. Un “pranzo per tutti”, senza distinzioni di ceto, credo, politica, a cui contribuisce parecchio, “attivamente” e forse un po’ in controvoglia, anche un bovino. A tutti gli effetti il silenzio e “cristologico” non-protagonista principale del documentario: “Il pranzo stesso”. Nel corso del film seguiamo in sottofondo alle vicende delle persone umane,  “il cammino del bovino”: dal mercato al macellaio alla cucina. Dalla fase di macellazione, dove viene “ammorbidito” all’interno di una comunità cattolica di campagna ultra conservatrice: tra campi sconfinati, sedie a dondolo in veranda, canti gospel è un bambino di quattro anni che tratta la carne “con tenerezza”, armeggiando con dedizione il suo primo pestello. Frollato, tritato e reso indistinto da altra carne di stessa forma e colore, il vitello sarà spedito nella grande città, per essere servito con in sottofondo una radio che racconterà l’esito della corsa elettorale. Quando i giochi saranno ormai “fatti”. Solo che Eduardo il cuoco, pur in tono scherzoso, è un po’ preoccupato dal fatto che Trump, seguendo il programma della sua campagna, decida di non rinnovargli il visto, ponendo fine al suo, di sogno americano. Non è una fantasia, perché il presidente è abbastanza “preciso sul punto” e molti suoi amici hanno già lasciato o stanno lasciando il paese. Se l’America tornerà grande per qualcuno, lui farà sempre parte del sogno americano? Ma il dubbio di Eduardo alla fine “si perde”, non trova risposta, le voci raccolte del film non si pronunciano sul tema. Sembra che le voci degli americani in video restino per lo più arroccate, “chiuse a riccio”, in quella che appare un’America terribilmente polarizzata in due parti “troppo diverse per incontrarsi”. C’è una America che dice di “guardare al futuro”: vive nei centri urbani, sfoggia cultura e ironia nelle trasmissioni radio, parla di “capacità di ascolto e  inclusività“ ma non riesce troppo a identificarsi con chi vive fuori dalla città. Poi c’è un’America con “i piedi piantati per terra”: rurale quanto profondamente religiosa, di provincia e spesso di ceto più basso, con l’incubo di un “comunismo” che “aprendo le porte a migliaia di stranieri” li metta in costante competizione con loro: sottraendogli la sicurezza e le piccole fortune che sono riusciti ad accumulare in anni, con lavori spesso faticosi e sottopagati. Nessuna delle due Americhe è particolarmente “fan” del candidato proposto dalla rispettiva fazione, ma affrontano i malumori a testa bassa:  perché “non c’è altra scelta possibile”, perché non c’è modo di parlare con l’altra parte venendosi incontro. 

Eppure la filiera alimentare che “nutre” l’America  “funziona bene”, anche se forse un po’ meno bene per il bovino. In quella “democrazia alimentare” tutti sanno lavorare insieme a un unico risultato, coesi come un unico grande Stato che accoglie democratici e repubblicani, immigrati compresi. Si potrà da questo documentato, scientifico e forse pure “sacro” atto di “comunione alimentare”, ricostruire tutto il resto? O almeno rendersi conto che è ora di iniziare a comunicare seriamente tra persone senza vedere l’avversario politico o lo straniero come un “nemico”?

Al suo terzo film da regista, Vassallo sceglie la via del documentario. La scelta è  vivere il cinema come una avventura e “trovare una storia” durante la produzione del film, in viaggio on the road per gli States, facendosi affascinare dalle persone quando da straordinari paesaggi che sembrano uscire da un film western crepuscolare. Sceglie di recarsi in America in uno dei momenti storici più complicati della storia recente, intenzionato a realizzare un documentario che di petto racconti la politica e i suoi comizi, ma poi la storia racconta in centinaia di ore di riprese e montaggio lo portano altrove, verso uno dei cuori nascosti del paese. Vassallo nelle interviste sul film parla che i giochi elettorali al suo arrivo erano già chiari: era più utile per lui raccontare il “capitale umano”. Lo trova tra i piccoli lavoratori: alcuni precari o con visto in scadenza in città che li sopportano a fatica, alcuni ancorati a una realtà di frontiera che permane dai tempi del Generale Lee. La telecamere li cattura mentre sono intenti a vivere e sopravvivere, nel modo migliore possibile, il proprio personale sogno americano. È un popolo complesso e per lo più poco rappresentato, pieno di forza di volontà, ironia e paure. Vassallo li lascia parlare a ruota libera e con il cuore in mano, seguendoli da vicino per alcuni giorni sui loro posti di lavoro e nelle loro case, raccontando lo “spleen” della loro quotidianità senza filtri e sovrastrutture, senza l’ambizione di racchiudere nel suo film “tutta l’America possibile”. Senza inseguire a tutti i costi il “politicamente corretto” e la frenesia di molti documentari recenti, sceglie quasi il “passo lento” di opere realistico-contemplative con animo “alla John Ford”, come Una storia vera di David Lynch o il recente Il filo del ricatto di Gus Van Sant. Ci racconta di paesaggi e città sterminate In cui si muovono persone e vite che appaiono “fin troppo piccole”, quasi minuscole tra spazi imponenti quanto seraficamente spesso vuoti. Dalla forza della fotografia e scenografia arriva così un “senso di vertigine” che sembra cogliere i personaggi quanto gli stessi spettatori. Che siano elettori democratici come repubblicani, tutti appaiono immobilizzati, chiusi in un mondo che non sarà mai davvero “loro” ma ancora nella condizione di non riuscire a “tendere la mano”, gli uni agli altri, per affrontare insieme i problemi. Tutto per non “accettare compromessi”.


Vassallo cattura questo caos emotivo in un’opera fatta col cuore, che di fatto solleva dubbi che vanno oltre il paese degli Hamburger. Vassallo racconta un caos che è “anche nostro”, per farci capire che questo caos “esiste” e dobbiamo prima o poi farci i conti, per andare avanti. Forse però Vassallo fa un’opera con “troppo cuore”, che per questo “difetto” può non piacere a tutti. 

Soprattutto può non piacere a chi ritiene di essere sempre e comunque dal lato giusto “della barricata” e per questo ha ormai messo in soffitta valori come l’empatia. In un mondo in cui si preferisce elargire giudizi saccenti, alimentare conflitti, allestire lotte infinite tra fazioni per la minima cosa, dividendo tutti in schieramenti di “bianchi o neri”, il film di Vassallo compie un piccolo, semplice ma necessario atto rivoluzionario.

Per tutto questo, un’opera preziosa per capire una piccola ma pur importate parte dell’America, e forse anche la nostra Storia Recente. 

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