lunedì 14 settembre 2015

Across the river - Oltre il guado - la recensione del dvd


Boschi sul confine tra Italia e Slovenia, Friuli orientale. Pochi giorni al Natale. Un etologo che a stenti riesce a ripararsi dal freddo con una giacca pesante (Marco Marchese) è intento nello studio del comportamento della fauna locale. Il luogo è tranquillo ma quantomai vivo, ricco di cinghiali, cervi e forse lupi. Creature che alla telecamera a infrarossi appaiono strane come fantasmi, figure in bianco e nero con occhi di un bianco così lucente che sembrano alimentati dai tizzoni dell'inferno. L'uomo si sposta in un camper attrezzato con un portatile. Compie un lavoro solitario, non ha alcun contatto con altre persone. Fa escursioni e sistema l'attrezzatura sul territorio. Utilizza telecamere a infrarossi, radio-trappola per imprimere i suoni, fotocamere perimetrali e gabbie con esche. Non si separa dalla mappa, dal registratore portatile e dalla sua torcia. Per caccia e difesa dispone di un fucile e di una cerbottana con dardi tranquillanti. E' un po' trasandato, capelli lunghi e barba non curata da giorni. Seguendo la profondità e morfologia delle impronte, analizza la stazza degli animali e i loro spostamenti, scoprendo i tratti di bosco più battuti, i luoghi di riposo. Dall'esame dei resti di animali morti risale alle  zone di caccia, dal tipo di morsi teorizza l'esistenza di branchi. Cataloga predatori e prede, registrando ogni attività con il suo microfono, l'unico strumento con cui si permette di "dialogare", rompere il curioso e multiforme suono del bosco, un'armonia carica di grugniti, dello scricchiolio dei rami mossi dai freddi venti e di silenzi assordanti, cupi. In breve riesce a catturare una volpe, a narcotizzarla con un dardo e ad applicare su di lei una telecamera satellitare a infrarossi. Segue l'animale aggirarsi nella zona di notte, fino a che questi si imbatte in un villaggio isolato dove diventa più debole la recezione del segnale. Le immagini sono disturbate, l'etologo per non perdere il suo oggetto di studio decide di avvicinarsi al paese e per questo attraversa con il suo camper un guado. Il veicolo si impantana nell'acqua, una pioggia improvvisa e costante in poco tempo trasforma il passaggio in un torrente. Ma l'uomo riesce comunque a giungere dall'altra parte, le indagini possono proseguire. 


La telecamera della volpe funziona ancora, le immagini  rivelano che è stata attaccata da qualcosa, forse è in pericolo,  ma i riscontri sul luogo fanno pensare che se la sia cavata e si trovi ancora lì, da qualche parte. Tutto sembra misterioso in quel villaggio dimenticato e di notte si sentono grida sinistre. Forse di donna, forse di un mostro. Non ci sono solo animali ad aggirarsi nella notte. Tornato di corsa,  inquieto, da un giro di ispezione in una scuola abbandonata dove crede di sentire quasi una litania di bambini, l'etologo scopre che il suo camper è sparito, che il guado non è praticabile e che privo di strumenti con cui comunicare è costretto ad aspettare lì l'arrivo dei soccorsi. Dovrà quindi abitare in quello strano villaggio abbandonato, esplorandone i luoghi più segreti e inquietanti alla ricerca di possibili vie di fuga e di vestiti asciutti da indossare, fino a che l'acqua non smetterà di cadere. E sarà un'attesa lunga e snervante, perché qualcosa di inumano è sulle sue tracce.
Torna Lorenzo Bianchini dopo la sua storia d'esordio sulle sette friulane in Radice Quadrata di Tre, dopo i suoi corti pluripremiati, dopo il diabolico Custodes Bestiae, il suo Film Sporco ed Occhi. Ogni volta migliore, più maturo e consapevole del suo talento, qui per chi scrive al suo massimo tanto come sceneggiatore che regista. Il tratto amatoriale che pur caratterizzava le sue prime opere anche in virtù di un budget davvero minimale (e parlo di cifre davvero misere, non oltre i mille euro a volte) viene qui del tutto spazzato via grazie a un interprete credibile e sfaccettato come Marco Marchese, la stupenda fotografia di Daniele Trani, la lirica colonna sonora di Stefano Sciascia per gli inquietanti suoni di Davide Piotto. Lo sforzo produttivo della Collective si sente e Oltre il Guado è riuscito finora a incantare le platee di molti festival del cinema, guadagnando un medagliere pregevole. Mancava solo la distribuzione e Cecchi Gori confeziona un dvd ricco di contenuti speciali in cui è presente anche un corto di Trani. Ma cos'è Oltre il Guado? E' un film sinistro, cupo e disperato in cui un uomo viene  risucchiato in un "incubo che cammina" che ha radici nella Storia italiana e slovena. 


Un autentico Ju-oh, una maledizione che imperversa in un luogo abbandonato. Metafora dei mille scheletri nell'armadio del secondo conflitto mondiale, specchio del decadimento progressivo di molti paesi delle zone di montagna del nord Italia, non solo friulano, che l'inurbamento ha trasformato con gli anni in luoghi spettrali, disabitati dopo che anche gli anziani, gli ultimi che li lasciano, sono passati a miglior vita. Luoghi di cui si riappropria la natura, giorno dopo giorno, eliminando ogni traccia umana. E ce ne sono così tanti e così spettrali di loro che Bianchini ha trovato tutto quello che gli occorreva per il suo horror da uno di loro, Topolo', come spiegato nell'interessante documentario inserito nei contenuti speciali. C'erano già le case, i vestiti, le foto, una location naturale perfetta. Per le telecamere ha chiesto in prestito l'arsenale classico degli etologi. Le loro registrazioni degli animali in notturna, i loro visori e rilevatori sonori, le telecamere da far portare agli animali. Tutto materiale da lavoro che sembra straordinariamente adatto a un horror, al punto che dopo l'intuizione di Bianchini di utilizzarlo in questa pellicola mi immagino che saranno in mille a rubargli l'idea. Ed è singolare e pazzesco allo stesso tempo constatare come un animale-cameraman riesca a fare riprese da found foutage molto più logiche, chiare e meno mosse di un qualunque film epigono di Blair Witch Project - Cannibal Holocaust. Quindi a luoghi reali esistenti e strumentazione esistente Bianchini aggiunge una sceneggiatura assolutamente realistica, pur nella declinazione fantasy. Il nostro protagonista non parla quasi mai, si fa i fatti suoi, cerca di razionalizzare il più possibile parlando a se stesso al microfono. Ne esce una atmosfera di insieme veramente di impatto quanto originale, costruita da talento e pochissimi strumenti di scena. Visto al cinema durante i festival metteva veramente paura, rivisto in home video si difende ancora benissimo. Peccato ci siano alla messa in scena dei limiti, ancora una volta legati al budget. Gli effetti visivi sono molto artigianali e un po' improvvisati. Il finale paga dazio di una spettacolarità davvero contenuta e lascia magari l'amaro in bocca. Quindi ci troviamo davanti a un bellissimo viaggio che si ammoscia un po' sul finale, non avendo gli strumenti per osare di più. Se si pensa invece in termini di produzione, la lavorazione di questo film sembra essere stata così eroica da dover essere premiata con una visione a prescindere. Rimane il fatto che registi come Bianchini dovrebbero davvero poter accedere a un budget proporzionato alle loro capacità. Ma in Italia il cinema di genere è considerato morto e sepolto, non si trovano investitori disposti a rischiare e qualche volta pure la censura, nel caso di film come Morituris (di cui presto parleremo), sembra fare di tutto per ostacolare la distribuzione di questi prodotti. Mi piace sognare Bianchini che conclude un contratto con la Blumhouse. Farebbe un film favoloso e magari mi conquisterebbe gli americani.
Tirando le somme, il film merita e se amate l'horror italiano è altamente consigliato. La regia è solida e le scene girate con gli animali o con gli infrarossi sono davvero tetre e perderete diottrie a scorgere  i dettagli inquietanti, orrorifici, nelle immagini. Un po' come ci di trastullava con le telecamere di Paranormal Activity. La fotografia è affascinante nei suoi colori tenui del bosco invernale e nel bianco e nero delle riprese in notturna, la scenografia è evocativa e l'interprete davvero bravo. Le musiche svolgono al meglio il loro lavoro e gli effetti sonori fanno tenere sempre le orecchie tese. È tuttavia un film che perde gran parte del suo mistero a una seconda visione o ad una visione non troppo "suggestiva", tipo la mattina con una tazza di cereali davanti. È quindi un one-shot (come tantissimi altri horror) da gustare al buio, da soli, con le finestre che sbattono, alle tre di mattina, con magari dei vicini di casa che camminano avanti e indietro nell'appartamento sopra di voi facendo rumori inquietanti. Un noleggio pertanto ve lo consiglio, ma il prezzo invitante del dvd, sui dieci euro, potrebbe pure spingervi verso un acquisto. Se amate gli effetti speciali negli horror, qui ne troverete pochi o nessuno. Se amate saltare sulla sedia per lo spavento avrete invece diverse scene da affrontare a occhi chiusi, ma sappiate che la pellicola preferisce portare lo spettatore in un mondo tetro e minaccioso piuttosto che offrirgli spaventarelli continui. Il finale, come già detto e ridetto è rivedibile ma questa ultima opera di Bianchini ha così tanti altri meriti che sarebbe davvero un peccato perdersela. 
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sabato 12 settembre 2015

Absolutely anything - Un'occasione da dio



In passato abbiamo mandato nello spazio una capsula per venire in contatto con altre forme di vita (questo pezzo l'ho già scritto di recente mi pare... Starò invecchiando?). Qualcuno l'ha trovata, quattro alieni ultra-potenti in computer grafica  (con le voci dello storico gruppo comico - satirico inglese dei Monty Python) che viaggiano per il cosmo su una mega astronave a forma di murena - piovra spaziale. Gli alieni vogliono testare se siamo davvero degni di loro e per questo scelgono di donare dei pazzeschi poteri cosmici a uno di noi scelto a caso. Il fato punta sul depresso insegnante inglese di scuola media, Neil Clarke (Simon Pegg). Docente di una classe che lo odia, sfigato cronico in perenne balia di bulli, single che vive solo con il suo cane Dennis (con la voce in originale del grande Robin Williams, una delle sue ultime performance, da noi doppiato dal suo solito bravo doppiatore Carlo Valli) sognando un giorno di diventare scrittore e magari far innamorare di sé la sua bella vicina di casa Catherine  (Kate Backinsale). Un raggio cosmico parte dalla piovra spaziale ed ecco che Neil si trova con poteri inimmaginabili, degni di un dio. Gli alieni sono in osservazione ed esamineranno cosa farà Neill con tali capacità sorprendenti. Magari il pianeta è un posto che vale la pena non radere al suolo. E per questi severi alieni potrebbe essere anche il primo pianeta che non distruggeranno.

Che cosa fanno insieme i mitici Monty Python, l'attore inglese del momento Simon Pegg, la bellissima Kate Beckinsale, il compianto genio comico Robin Williams, il compositore di film da premio oscar George Fenton e una pletora di effetti speciali ?
Un film di merda.
Chi legge questo blog sa bene quanto ami trovate il lato buono in prodotti indifendibili, quanto ami valorizzare l'impegno e il lavoro di registi, attori, fumettisti, animatori e creatori di videogame. Noi non siamo gente che giudica a priori, non siamo schizzinosi e abbiamo la mentalità totalmente aperta a qualsiasi forma di intrattenimento che riesca a intercettare i desideri di chiunque. Mai abbiamo assistito a un simile spreco di potenziale, se non forse in Comic Movie. Questo film urla vendetta per il tempo che ci avete perso dietro.
La trama, a firma Terry Jones, che ci ha regalato capolavori come Brian di Nazareth e Il Senso della vita, è orribile nel suo rigirarsi a vuoto, incapace di strutturare qualcosa oltre a a siparietti comici della durata di tre minuti e che non fanno mai ridere. Mai. Tutto quello che il film ha da offrire in termini visivi e di contenuto si vede già ampiamente nel trailer, il resto è puerile, moscio, vecchio nella messa in scena, patetico, frammentario, illogico, dimenticabile, urtante per l'intelligenza, urticante per il divertimento. Tra tutte, per la pessima gestione, la storia della "adorazione" del collega di Neil, ma c'è davvero per certe scene solo il mucchietto viscido dell'umido. La sceneggiatura ha delle autentiche voragini (ma quando la Backinsale ha incontrato il collega di Neil per poterlo poi riconoscere?) con un imbarazzante numero di situazioni che vengono buttate nel mucchio (come la giornalista che odia recensire libri) senza essere sviluppate o completate (ma il libro di Neil, di cui ha recuperato le pagine, che fine fa? Lo scrive?). La soluzione a ogni possibile pericolo, svolta narrativa o colpo di scena  è sempre la stessa (con la mano un cenno e si esprime - resterà un desiderio) ed è una trovata francamente sempliciotta, svogliata, l'equivalente drammaturgico di un rutto. 


Da fan dei Monty Python viene quasi da pensare che si sono scientemente sforzati di realizzare il film più brutto del mondo per entrare magari nel libro dei Guinnes. Un tempo erano tipi che ci credevano in assurdità come queste. Ne sarebbero stati fieri e avrebbero esposto l'attestato in soggiorno, da mostrare a tutti durante l'ora del tè. In una parte della mia testa vorrei credere che sia realmente così, sono sempre stati comici d'assalto che graffiavano, pescavano dall'humour più nero, sputavano in faccia alle idiosincrasie della società moderna, scardinavano i bastioni dell'assurdo irridendo scienza, costume, religione e storia. Non riesco nemmeno a immaginarmeli, nonostante li abbia appena visti con questi miei occhi, tanto scarsi, decadenti, insipidi. E se la storia è orribile e la regia riesce pure a essere peggio, in questa brutta copia di Una Settimana da dio con Jim Carrey anche tutto il resto viene travolto. Gli attori (e Pegg è di quelli bravi e versatili) provano a impegnarsi ma non hanno gli spazi per costruire qualcosa al di là di una estemporanea, brevissima, improvvisazione. Tutto sembra gestito da uno storyboard rigido e idiota. Il compositore dello score di Ghandi (di Ghandi, cacchio!!!) sembra un ubriaco che si è impossessato del pianobar e molesta le nostre orecchie per tutta la durata del film con le melodie più schizofreniche che potreste immaginare. Gli effetti speciali sembrano direttamente usciti dalle pubblicità degli anni '90 di dentifrici e detersivi smacchianti, plasticosi, fasulli e irritanti. Tutto è brutto. Si salva Londra, un paesaggio sempre suggestivo, vivo e diversamente sgargiante a cui non si può volere male. Si salva la performance di quel genio pazzo che fu Robin Williams, che crea un cane parlante ultraeccitato, pragmatico, saggio quanto stupidissimo. La Backinsale si salva sempre perché è bona come er pane e qui ci fa pure intravedere mezzo reggiseno. Si salvano un paio di scene con poliziotti rosa e piedi di papera, un istante in cui ci sembra davvero di vedere un film del Python . Mi va bene il messaggi di fondo, mi piace. Il potere alla fine serve solo a rendere infelice chi non li possiede e nevrotico chi ce l'ha. Ma è davvero troppo poco per i Python, una delle colonne portanti della comicità della storia umana. Mi viene un po' da piangere. 
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giovedì 10 settembre 2015

Sinister 2 - la nostra recensione!



Dopo il sanguinoso epilogo del primo film, il terribile Bagul (Nicholas King) continua a seminare il terrore nelle famiglie disfunzionali d'America. I casi di stragi cui si abbina la sparizione di bambini continuano a essere segnalati in ogni dove. Il vice sceriffo (eroe "senza nome" come nei western, interpretato da James Ransone, qui davvero bravo, umano e convincente), ora investigatore privato, che ha assistito ai fatti della prima pellicola e forse per questo si è rovinato la carriera, continua ossessivamente le indagini, vicinissimo a scoprire la verità e determinato a chiudere la catena di sangue. Pur consapevole che ha davanti un nemico sovrannaturale che come gli insegna padre Ramos (John Beasley, un caratterista straordinario) non si potrà mai battere, ma dal quale forse è possibile difendersi. Perché il bagul o "babau" si nutre della paura e della violenza e sta sempre nascosto, in agguato, pronto a manifestarsi e a rubare l'anima dei più indifesi. La pista del vice, che ricostruisce la vita delle famiglie distrutte dal mostro, lo porta alla casa di un pastore, con annessa chiesa nella quale si tenevano le funzioni. Il vice vuole bruciarla, per evitare che in quel luogo ci sia qualcosa che possa risvegliare il mostro.


La tragedia degli Oswalt non deve ripetersi. Ma trova la casa abitata. Courtney (la stupenda Shannyn Sossamon, che ricordavamo come principessa rock'n'roll nel divertente Il destino del cavaliere accanto al compianto Heath Ledger) ha nascosto qui i suoi due figli, i gemelli Dylan (Robert Daniel Sloan) e Zack (Dartanian Sloan). Sta fuggendo dal potente e manesco marito Clint (Lea Coco), che vuole il loro affidamento e ha i mezzi per ottenerlo. Il vice la aiuta ma Courtney e la sua famiglia dovranno rimanere in quella casa, la casa in cui abitava Milo (Lucas Jade Zumann), il figlio del pastore, un ragazzino scampato a una misteriosa strage. E Milo appare ancora a Dylan, il gemello più sensibile dei due, quello che ha preso più botte dal padre. Milo ci tiene che ogni notte Dylan, se vuole dormire senza incubi, lo accompagni nello scantinato dell'abitazione a vedere degli strani fulmini di famiglia. E insieme a Milo nello scantinato ci sono anche altri bambini. È ora di guardare i video di famiglia girati in super 8. È ora di evocare il Bagul.



Scott Derrickson cede per il sequel la cabina di regia a Ciaran Foy, ma non abbandona il suo babau preferito. Continua a scriverne le storie insieme al fido Robert Cargill, supervisiona i lavori e produce insieme alla sempre più cool Blumhouse. Derrickson, conscio del fatto che non si può ripetere lo schema del primo film, cambia il punto di vista, scrive regole, espande il mondo narrativo e dona al suo mostro una vitalità invidiabile. Il demone che amava i filmini in super8 può ora andare ovunque, invadere i media e seminare il caos nelle famiglie dove ci sono genitori cattivi. Sembra che il Bagul possa fare più del telefono azzurro ed è qui che risiede la potenza innovativa di questo mostro, può dare ai deboli la forza di rispondere alla violenza o all'apatia nei loro confronti. Anche se come sempre c'è un "piccolo" prezzo da pagare. Se nel primo film avevamo quindi il punti di vista, assai miope, del genitore distratto, un po' sadico e irresponsabile interpretato da Ethan Hawke, ora osserviamo il mondo per lo più dalla prospettiva del piccolo, sensibile e straordinario Robert Sloan. Ed è una vera rivoluzione copernicana. I bambini fantasma così come il Babau diventano figure "normali", anche se piuttosto invadenti e pure un po' stronze. Con loro si instaura una routine, una sorta di "educazione al male" a base di filmini di famiglia (dall'aria sempre inquietante, simile agli snuff movie con qui un tocco da Saw l'enigmista in più) che per i ragazzini "perduti" sono occasione di orgoglio e rivalsa rispetto alle loro brutte famiglie. Già nel nostro special (qui) parlavamo di Bagul come un mostro all'apparenza gentile, quasi un Babadock, un uomo nero vestito per bene che non gridava mai, a differenza dei genitori, perché privo di bocca. Un Peter Pan contorto. Il Bagul non vuole davvero fare paura, anche quando attacca lo fa in modo quasi gentile, impercettibile. L'educazione alla rivalsa del piccolo Dylan però non va come sperato dal babau e dai piccoli fantasmi. Dylan vuole bene alla mamma e anche a quel cretino di Zack, manesco e ottuso quanto il padre. E in questo suo percorso di crescita è aiutato anche dal vicesceriffo. Un uomo di cuore anche se strampalato, debole, destinato a essere perdente. Un uomo che come il piccolo Dylan non riesce la notte a prendere sonno, ma che crede nella necessità di aiutare il prossimo per poter vivere felice, almeno di giorno. Tra i due nasce una chimica molto bella, una relazione genuina e non stucchevole.


Ma gli incubi di Dylan permangono e sono anche piuttosto reali. Quando compare il padre (Lea Coco, mostruoso in senso cattivo, candidabile a un annuale "premio Erode") entra davvero in scena il personaggio più terribile e terrorizzante. Ed è da quel momento che il film parte davvero a rotta di collo, sprofondando in un horror che nel finale cita Il Villaggio dei Dannati quanto Profondo Rosso. Forse è questa peculiare struttura narrativa a non aver convinto molti critici e pubblico. Il film parte come un dramma familiare, sorreggendosi peraltro benissimo sulle spalle della brava Shannyn Sassomon, la madre dei gemelli, che diviene il fulcro emotivo dell'azione. Poi è solo in un secondo momento, quando arriva il padre Lea Coco, che giunge potente l'horror. Si ripete il famoso adagio psicanalitico: "La madre porta la vita, il padre la morte". Nel mentre ci sono le indagini del vice, volte alla creazione di una vera e propria mitologia del Bagul, ma anche loro sono un sottofondo, una cornice suggestiva. Ma nonostante tutta questa armonia e raffinatezza di scrittura, il bene e male cosmico che trascende nel privato domestico, una tematica propria di Derrickson fin dai tempi di Emily Rose, il film spaventa poco se non negli ultimissimi minuti. E lo fa spesso per motivi comprensibilissimi : la trama se fosse piena di "bus" o jumpscare perderebbe di forza ed emotività. Qui non si cercano le montagne russe quanto un più sottile senso di malessere, in grado di essere colto magari non da tutti, ma forse da chi è genitore. Un approccio che sicuramente delude (un po' come era successo per L'evocazione di James Wan) chi si aspetterebbe continui jumpscare o "spaventarelli" quasi glissando sopra alla violenza famigliare esposta, in grado di rivaleggiare con un Non aprite quella porta ma in un certo senso accettata da molto per la sua "normalità". Soprattutto si trovano delusi i ragazzini  che vanno in sala oggi unicamente perché dagli horror si aspettano di potersi cimentare in "prove di forza e resistenza (perché gli appare all'improvviso il volto di gomma di un mostro)", prove che falliscono subito in quanto si mettono a urlare come coyote ogni tre minuti per evitare di farsela nelle mutande. E purtroppo sono loro che staccano più biglietti al botteghino. Per questo la pellicola è molto controversa sia per critica che per pubblico, pur garantendo l'alta qualità delle produzioni Blumhouse. Per chi vi scrive Sinister 2 è un film bello, in senso totale e non di "genere", forse più riuscito e completo del primo capitolo, più interessante e articolato. Ve lo consigliamo senza remore, soprattutto se avete amato il primo capitolo. Con la consapevolezza che la saga sarà in grado in futuro di esprimersi in modo anche mille volte più terrorizzante, anche se magari con meccaniche meno originali di questa pellicola. Ma se vi aspettate l'esperienza più agghiacciante della vita o colpi al cuore ogni sei secondi per qualcosa che fa "bu!" da dietro l'angolo, questo non è il film che cercate. 
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martedì 8 settembre 2015

Dylan Dog n. 348 - La mano sbagliata



La bionda, filiforme, magnetica, ultra cool diva dell'arte Anita Novak strega la scena glem della Londra che conta con le sue opere potenti, conturbanti, macabre e affascinanti. Un tempo era dedita a quadri carini e colorati, si offriva per ritratti molto popolari nello star system, linee aggraziate che disegnavano donne-bambine sorridenti in bolle di sapone e con orsacchiotti di peluche. Ma dopo un incidente misterioso le sue opere sono cambiate, insieme al suo stile. Ora la chiamano la pittrice della morte. I suoi soggetti sono donne ritratte uccise in modi cruenti, in scene dove predomina il sangue e un vertiginoso senso di terrore e sconforto, abbellito solo in parte da un ricercato fascino gotico. In città a dividere con la Novak i riflettori sul palcoscenico e i luoghi più ricercati per le esposizioni c'è un'altra donna, Rita Leight, forse un'amica, forse una rivale, si fa chiamare la pittrice della vita. Un giorno i quadri della Novak oltre che macabri e glam diventano pure maledetti. La modella di una sua opera muore nello stesso modo in cui era stata ritratta poco prima dalla pittrice. Ed è solo l'inizio di una catena di sangue che sembra premeditata dai pennelli dell'artista. Scotland Yard si muove per incastrarla. Troppe le coincidenze tra tela e realtà, deboli gli alibi, nessun altro il movente se non aumentare la fama della Novak con un tributo di sangue. La diva chiama in sua difesa Dylan Dog, sicura di essere innocente ma timorosa del suo lato più oscuro, quello che è nato in lei ai tempi dello strano incidente che ha cambiato la sua vita. La Novak forse ha una personalità multipla o addirittura nasconde un demone.


Esordisce ai testi di Dylan Dog la scrittrice Barbara Baraldi, in una storia piena di fascino e stile asservita per lo più allo straordinario, inquieto e gotico tratto di un Nicola Mari sempre più bravo, sempre più unico e riconoscibile nello stile, sempre potente nella messa in scena. Il numero 348 è un'opera così piena e completa dal lato visivo che non necessiterebbe quasi di alcun dialogo, segno dell'ottima coesione che si è instaurata tra disegnatore e scrittrice. Anche se è il Dylan Dog che si muove tra le tavole che magari scontenterà molti lettori dello zoccolo duro. Un Dylan molle, travolto dalle passioni, inconcludente e autentico "sesso debole" in una storia che parla di donne forti e determinate. Ricorda quel Dylan di un numero passato che sono riuscito a dimenticare, dove per stare vicino alla ragazza che amava decideva di andare a vivere da lei per farle i lavori di casa e preparale la cena la sera. Il Dylan "casalin(gu)o", schiavo inerme della patata. Faceva davvero orrore. Ma forse il Dylan di questo numero 348 un po' lo capiamo, comprendiamo la sua incapacità a sfuggire da tanto magnetismo sessuale e un po' lo invidiamo, data la beltà dei corpi femminili affusolati, allungati e sexy delle donne di Mari. Donne che, ripetiamo, sono forti, emancipate, protagoniste e pericolose. Con nomi che richiamano grandi dive del passato e con una storia sensualmente noir e disperata a segnare i passi.
Donne che ci riportano alla memoria le dive di Alfred Hithcock, Eva contro Eva di Mankiewicz, il Viale del Tramonto di Billy Wilder. C'è nel racconto pure un tratto classico della superstizione italiana, radicata fino a pochissimi anni fa ovunque. Il distintivo di mano del diavolo assegnato alla sinistra, che veniva curato nelle scuole degli anni sessanta e settanta ancora con delle bacchettate sulle dita. Un po' di film del passato, un po' di idiosincrasie nostrane, ma il quadro di insieme, a me che sono apocrifo e tamarro, ha fatto pensare anche all'opera omnia dell'immortale Paul Verhoeven. La mano che una volta mutilata diviene il primo passo per il mutamento della propria vita (Robocop). L'inconsapevolezza di essere se stessi e padroni delle proprie azioni (Atto di Forza), la lotta - amore tra donne che si dividono un palco (Showgirls), il fascino sinistro di donne pericolose e sicure di se stesse che porta gli uomini ad agire come burattini (Basic Instinct). Un mix affascinante. E poi c'è Mari, che ci porta nei party più coreografici dell'alta società, palazzi dalle scale infinite, ascensori a gabbia, chiese sconsacrate, roseti conditi con il sangue. Luoghi in cui si annidano corpi vivi in piena esplosione ormonale e corpi freddi a confondersi con gli elementi della natura, diventando personaggi unici e spettrali, i ritratti lugubri e malinconici della Novak.
Si potrebbe obiettare che il giallo alla base di questo tour visivo sia abbastanza canonico, forse prevedibile. A qualcuno darà fastidio un Dylan trasportato dagli eventi come non mai. Ma l'atmosfera e i disegni di questo numero sono davvero pazzeschi. Auguriamo alla Baraldi di poter scrivere altri numeri interessanti come questo, magari qualcosa di più incentrato sulla trama, per saggiare al meglio le sue potenzialità. Non ci dispiace affatto l'idea di avere un'altra donna al timone della testata. Ringraziamo Nicola Mari di esistere. Un bel numero. 
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sabato 5 settembre 2015

Green Inferno - dal 25 settembre il film "perduto" di Eli Roth arriva finalmente al cinema.


Nel 2013 Eli Roth portava al Festival del Cinema di Toronto la sua nuova pellicola, girata a distanza di 6 anni dalla sua ultima prova di regia, Hostel 2. Il film omaggiava un florido filone italico, trashone e anni '70, i film sui cannibali di Lenzi e Deodato. Era girato in Perù, in terre incontaminate e tra popoli che vivevano ancora a contatto con la natura. Per dimostrargli quanto gli voleva bene, leggenda vuole che Eli Roth trovasse un televisore, un dvd e della corrente e facesse vedere a questi nativi il primo film che in assoluto avrebbero visto nella loro vita. Il capolavoro di Ruggero Deodato, archetipo di mille slasher movie e precursore del found foutage mille anni prima di Blair Witch Project e Paranormal Activity, il film dopo il quale potreste diventare vegetariani, il film con tante tette, tanto sangue e Luca Barbareschi. Cannibal Holocaust. Troppo assurdo per essere vero?


Sembra che i nativi apprezzassero, invocassero i grandi spiriti e decidessero di benedire la pellicola. Roth girava con in testa Deodato, ma senza la parte found foutage, senza parecchie tette, senza Barbareschi e con un'impostazione più leggera in genere. Si faceva aiutare per il make up da un team creato dal guru Greg Nicotero.
Negli effetti di make up da Il giorno degli Zombie del 1985 a Walking Dead oggi. Riempiva la pellicola di sangue finto e arti tagliati, dirigeva un cast di giovani promesse (tra cui la bellissima attrice cilena Lorenza Izzo, che rivorrà nel suo nuovo film Knock Knock con Keanu Reeves) e grandi caratteristi (Richard Borgi, già visto in Hostel 2 come splendido capitalista bastardo che qui torna come splendido capitalista bastardo) co-sceneggiava con il talentuoso, cupo Guillermo Amoedo, prendeva per un'immagine cruda quanto sgargiante il direttore della fotografia Antonio Quercia, sceglieva Manuel Riviero per lo score (anche loro riconfermati in Knock Knock).
A Toronto il film non veniva capito. Nascevano mille problemi distributivi e la pellicola, schedulata per il 2014 scompariva nel nulla con la fama di film eccessivo e maledetto. Ma dopo mille traversie i cannibali di Roth riescono arrivare e il 25 saranno nelle nostre sale grazie a Koch Media. 

Ma di cosa parla questo controverso film?


Perù. Ogni giorno ettari ed ettari della Foresta Pluviale scompaiono. Cattivi capitalisti stranieri vogliono costruirci sopra dei McDonald's e parcheggi di McDonald's, a perdita d'occhio. Non sono in pericolo solo gli alberi, di fatto il polmone verde del nostro pianeta, ma anche le popolazioni locali, la loro cultura e il loro futuro. Ma dei ragazzi bianchi americani non ci stanno, armati di Smart Phone andranno in loco e denunceranno i capitalisti in streaming su youtube. Faranno sentire al mondo il loro dissenso abbracciando alberi e tutti si uniranno nel girotondo della pace sulle spiagge del pianeta contro il capitalismo e le guerre. Il piano è solido, gli zaini pronti e le canzoni di Battisti saranno tutte cantate unpluged, con le chitarre a fare da colonna sonora. Peccato che l'aereoplanino su cui sono stipati con tutto il loro amore finisca in una tempesta e caschi in mezzo alla foresta tropicale. I giovani si salvano e sono ben contenti di intraprendere delle tavole rotonde con i locali sull'equilibrio perduto tra uomo e ambiente e i suoi influssi sulla poesia intimista slava. Peccato che i villici che incontrano li scambino piuttosto per carne di piccione. In fondo sono bianchi e sono arrivati dal cielo. Così mentre i nostri parlano di lotta operaia ed espressionismo tedesco, i villici passano il tempi a condirli di erbe e aromi per poi passarli al girarrosto. Uno alla volta. E come recita il flano italiano della pellicola, "nessuna buona azione rimarrà impunita". Riusciranno i nostri peace-warriors a scappare o al limite superare con i nativi delle evidenti divergenze culturali e culinarie? Riusciranno poi a non venire impallinati dalle guardie delle losche corporations disbosca - foreste?
Eli Roth è "cattivo" nel senso buono del termine. Il suo cinema, tanto come regista che come attore, sembra plasmato sul concetto: "anche se hai le migliori intenzioni, non rompere le palle a casa degli altri o ne pagherai le conseguenze". I ragazzini di Cabin Fever andavano a fare casino in un paese tranquillo e finivano male. I ragazzini di Hostel volevano comprare i corpi delle donne dell'est europa e diventavano a loro volta spezzatini di carne. In Inglorious Basterds è Roth stesso, come attore, a interpretare l'Orso Ebreo e a ribadire ai soldati crucchi con una mazza da baseball che era meglio se non si mettevano contro la sua gente. Con Green Inferno Roth si scaglia contro il buonismo e pacifismo da due soldi, quello fatto per pulirsi la coscienza per poi tornare a vivere la propria vita il giorno dopo. Alla fine chi fa vera beneficenza sa che comunque ogni gesto di solidarietà, anche se non costante e interessato, è sempre meglio di nulla. Ogni manifestazione è virtualmente in grado di smuovere le coscienze, se arriva alle persone giuste. Ma Roth si mette volontariamente scomodo, di traverso, non riesce a vedere il bicchiere comunque mezzo pieno. Il "restate a casa vostra" urla ancora forte. Negli anni '70 con Cannibal Holocaust si indagava sul limite del visivamente accettabile. Si accettava di vedere in televisione documentari in cui animali mangiavano altri animali, si accettava di vedere persone di culture diverse e primitive che vivevano ancora ai giorni nostri. Ma quando Deodato inquadrava gli indigeni che uccidevano gli animali per mangiarli, come facevano tutti i giorni nella realtà, gli stomaci e le coscienze si rivoltavano, anche di più di quanto si vedevano uomini  (pur nella finzione qui) uccisi e squartati dai cannibali. In più il film metteva a una certa in primo piano la telecamera, un occhio indagatore e senza filtri, a ribadire che pur nella finzione e pur nella ributtante messa in scena quello poteva essere vero. Come detto, Green Inferno si scarica di tutte le tensioni e controversie  che animavano Cannibal Holocaust, è un film molto più semplice e per bene. Nemmeno tutta la macelleria splatter che potreste desiderare da una pellicola di questo genere. Ma funziona ed è pure divertente. Le atmosfere sono più cool che vintage (abbiamo già fatto ieri questo discorso su L'uomo con i pugni di ferro), i cannibali sono pittati con colori sgargianti, il film è visivamente patinato e le location bellissime. Ci sentiamo un po' dalle parti di Apocalypto di Mel Gibson, magari con più colori. I giovani attori sono appropriati e i nativi davvero inquietanti. La trama è semplice e non nasconde di volersi espandere, tanto che un Green Inferno Beyond pare già scritto, anche se per ora è nel cassetto magari per i problemi distributivi di cui sopra, magari per l'esigenza di incassare con un film più commerciale, quel Knock Knock con Keanu Reeves per cui Roth ha confermato quasi tutte le maestranze e tecnici conosciuti nella produzione di Green Inferno. Knock Knock che pare una specie di Funny Games con una vittima che si fa abbindolare da due ragazze lascive. E torna il Roth - censore di brutti costumi, quelli stessi alla base di Hostel.
Chissà se Green Inferno in Italia farà il botto e riporterà i nostri giovani registi a spolverare il cannibal movie. Sarebbe interessante, fuori tempo magari, ma stimolante. 
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giovedì 3 settembre 2015

Pay the ghost - il trailer del nuovo horror con Nicolas Cage!!


Halloween. L'occasione ideale per stare insieme e divertirsi con la famiglia e gli amici. Così Mike Lawford (Nick Cage), vestito da Elvis - torero - cowboy da rodeo si mette sulle spalle il piccolo Charlie (Jack Fulton), vestito da pirata, salutano mamma Kristen (Sara Wayne Callies - odiatissima petulante moglie di Rick in The Walking Dead) e se ne vanno alla parata cittadina. Tra scheletri, diavoli e streghe c'è un mostro che fa più paura di tutti, il nuovo parrucchino di Nicolas Cage. Un gatto morto gellato portato come i peggio mafiosi di Brooklyn, solo che incredibilmente piccolo ed aerodinamico. Mike su gira un attimo, appoggia il figlio in terra e due secondi dopo lo ha già perso. Ricerche a vuoto, matrimonio a pezzi, passa un anno, invano. E' sempre Halloween, un anno dopo, la festa in cui i morti fanno visita ai vivi. E Charlie ricompare davanti a Mike, uguale a come lo aveva lasciato, vestito da pirata con la benda sull'occhio. Solo che non fa più parte del mondo dei vivi, è qui solo in visita.


Nuovo thriller sovrannaturale per Nick Cage. Un genere che a volte gli riesce bene e a volte no. Ricordate The wicker man?


Questo trailer è un capolavoro e il suo autore un genio, cambiando la colonna sonora ha trasformato un horror in commedia. E funziona pure meglio!! Andate a coprirlo di like, che se li merita tutti!
Questa volta speriamo comunque che l'effetto finale non sia così involontariamente comico. Il regista è quello di molte puntate del serial carcerario Oz e della bella miniserie Houdini con Adrien Brody, Uli Edel.
La produzione è della Voltage Pictures, la casa che ha finanziato The Hurt Locker e Dallas Buyers Club.
Il direttore della fotografia, Sharone Meir, ha già curato il fantastico Whiplash per la Blumhouse e già da questo trailer si nota quanto sia accattivante qui il suo lavoro; colori esautorati, neri profondi, arancioni vividi, un vero spettacolo, dall'impatto più favolistico che orrorifico. La sceneggiatura sembra interessante, un mystery che diventa un viaggio agli inferi stile Orfeo ed Euridice, ma declinato nei rapporti padre-figlio.
La musica è di Joseph LoDuca, da sempre nella squadra di Sam Raimi, dai tempi dell'Armata delle tenebre fino all'ultimo Spartacus della Starz e naturalmente arruolato per Ash vs Evil Dead. Uno che di temi tenebrosi se ne intende.
L'autore della novella da cui il film è tratto, Tim Lebbon, ha vinto un Bram Stoker Award e uno Scribe Award, qualsiasi valore detto premi possano avere non pare male. Ha lavorato a 30 giorni di buio, scrivendo la versione a romanzo del film (che a sua volta era tratto da un fumetto come ben sapete... O no? Forse dovrei parlarvi prima o poi di Steve Niles...).
Insomma le carte buone ci sono, il trailer è il primo con Nick Cage, dopo quasi un'era geologica, che mi fa venire la voglia di andare a vedere un suo film al cinema. Sta tutto a te Nick! Lo sai che ti amiamo, che sei sempre nelle nostre preghiere per un film decente e che presto organizzeremo un Nick Cage Day! Dacci dentro!! Anche se visto che è uscito il trailer immagino tu lo abbia già fatto, e alla grande! In America uscirà, guarda un po', ad Halloween. In Italia pure o forse o no o un anno dopo in dvd. Con Nick di recente non si sa mai... Ma vogliamo crederci per una volta! Ci hai convinto! Vedremo il tuo film! E poi ovviamente vi faremo sapere. 
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N.b. Intanto Cage arriverà in sala -dvd con un film in cui sfoggia anche questo parrucchino...


Molto Christoper Walken style... Sarà un film cazzuto!

mercoledì 2 settembre 2015

L'uomo con i pugni di ferro 2 - la nostra "attesissima" ma sorprendente recensione


Thaddeus (Rza, incredibilmente meno imbambolato del solito, quasi bravino) è stato un reietto, straniero in terre lontane, venduto e seviziato. Ha scoperto la rabbia, è diventato un criminale, poi un guerriero. Forse è stato anche impiccato, ma i monaci lo hanno salvato, ne hanno fatto un loro discepolo. Thaddeus ha scoperto così la misericordia, l'onore, la saggezza di Buddha e i misteri dell'energia interiore, il "chi", in grado di armonizzare l'uomo con la Terra. Il suo viaggio lo ha portato a Jungle Village, è diventato un fabbro leggendario, le sue armi avevano il potere di rendere più forte chi le brandiva. Ha trovato l'amore ed è stato costretto a lavorare per chiunque, cinicamente, pur di garantire un futuro alla donna che aveva rapito il suo cuore. Infine aveva trovato la disperazione e le sue braccia sono state tagliate, rendendolo invalido. Ed è allora che Thaddeus si rimette in piedi, rinasce. Si costruisce braccia e pugni usando il ferro, attraverso i chatra li fonde con la sua pelle, riesce a risvegliare il suo "chi". Gli arti di ferro si animano come protesi metafisiche e Thaddeus acquisisce un potere inimmaginabile, in grado di far letteralmente esplodere i corpi con il tocco. Thaddeus diventa "l'uomo con i pugni di ferro" e ottiene la sua vendetta contro chi gli ha portato via per sempre il suo unico amore. Compiuta la missione, si butta tutto alle spalle e medita di tornare dai monaci che lo avevano salvato, per riequilibrare il suo potere, abbandonare la via del guerriero. È così che finisce per caso in un villaggio dove giovani donne vengono misteriosamente rapite e uccise. Un posto dove chi amministra la giustizia, il perfido Maestro Ho (Carl Ng, bravissimo e cattivissimo) non fa nulla per i più deboli e gode nel seviziare gli abitanti che lavorano nella cava d'argento. Il sindaco (un gigantesco, granitico Cary- Hiroyuki Tagawa, un attore imprescindibile per chi ama i film orientali) sembra impotente davanti alle angherie di Ho, il vecchio guerriero Li Kung (Dustin Nguyen, che vi ricorderete a fianco di Johnny Depp in 21 Jump Street e qui è perfetto e credibile in parte) sembra impotente. La situazione precipita, lavorare in miniera è sempre più pericoloso e le donne uccise continuano, il popolo è in rivolta e ogni rimostranza contro il perfido Ho si risolve su di un ring da combattimento, l'unico mezzo per far valere la giustizia in questo strano posto. Forse per Thaddeus non è ancora giunto in tempo di percorrere la via della spada.


L'uomo con i pugni di ferro è il sogno nel cassetto che si realizza di ogni nerd-fan del cinema asiatico, l'eroe su cui fin da bambino il rapper del Wu-tang Club conosciuto come Rza, scriveva storie e inventava tecniche di combattimento e armi. Fanatico di arti marziali e dei film degli Shaw Bros come "Le furie umane del Kung Fu" Rza ha sempre avuto gli occhi luccicanti parlando di questo progetto, fino a che ha incontrato Quentin Tarantino che  gli diceva: "Prova a buttare giù una sceneggiatura, metti tutto su carta e poi ne parliamo". Ed Rza scriveva, scriveva e scriveva assecondato dalla gioia pura. Il suo fabbro creava armi stranissime, armature improbabili e possedeva una forza pari a Ken il guerriero. I suoi nemici non erano da meno, erano armati di pistole-motoseghe rotanti, avevano il potere di trasformare il loro corpo in corazze dorate. Nel delirio più "nerdesco" possibile scriveva una storia contorta, mille personaggi, mille tribù diverse, mille combattimenti. E scriveva, produceva e cantava e suonava, insieme ad Howard Deissen, la colonna sonora, sullo stile del Wu-Tang Club. La musica black al servizio del kung fu. Tarantino leggeva e approvava, il suo amici Eli Roth (fra poco parleremo anche del suo nuovo Green Inferno) approvava. C'era così tanta "roba" che pare il materiale presentati alla Warner dai Wachoski per farsi produrre Matrix. Non poteva essere tutto male. Lo riempivano di soldi, più di 20 milioni di budget, gli davano in mano un cast faraonico che annoverava Russell Crowe, Lucy Liu, Dave Bautista (che con il film si è vinto la parte nei Guardiani della Galassia), Rick Yune, Jamie Chung. Riuscivano a ingaggiare il coreografo di arti marziali Corey Yuen. Ci stavano pure soldoni per gli effetti speciali e un livello di splatter clamoroso, epico.


Rza dirigeva tenendo per sé la parte del fabbro, restando volutamente un po' in disparte in una storia che parla di un villaggio pieno di conflitti tra bande e di un carico d'oro da rubare. Voleva che fossero gli attori "professionisti" a stare maggiormente in scena, anche se si ritagliava alcune scene spettacolari. Il primo trattamento era un mostro di tre ore e passa. Tarantino e Roth decidevano di sforbiciare. Ed era il dramma. La materia era troppo densa. 

Rza era alla prima regia, alla prima parte un po' più lunga di tre minuti sulla scena. Andava nel panico, non sapeva cosa tenere e tagliare, sforbiciava a caso, il senso originale si perdeva e la versione estesa home video riusciva a malapena a tamponare. Se la trama diventava così un vero casino, tutto il resto rimaneva grandioso. Le idee di Rza, l'esercito di attori ingaggiati che di divertiva un mondo, le coreografie geniali del maestro di Hong Kong Corey Yuen, gli effetti speciali ultra splatter , le scenografie fuori di testa, la colonna sonora. Armi, tette, zen e accenni agli spaghetti western. Tutto era sopra le righe in modo tanto figo che il film, pur facendosi un bagno di sangue al botteghino, diventava un piccolo cult, anche grazie al passaparola, imprescindibile se si ama un certo filone trash - splatter  e naturalmente arti marziali. Tutti volevamo assistere alle nuove avventure di Thaddeus , ma ci si è ghiacciato il sangue non appena abbiamo letto che il nome del nuovo regista era Roel Reine'. Il regista dei seguiti "a basso costo" ( ma ne abbiamo già parlato qui 
link).


Sembra che Rza si sia innamorato di Roel Reine' dopo aver visto il suo Dead in Tombstone. Un trash western con protagonista un Danny Trejo pistolero - criminale - zombie tornato in vita per mano di un Lucifero interpretato da Mickey Rourke per vendicarsi della sua ex banda. Qualcosa che sulla carta aveva del clamoroso e a vederlo è una tristezza. Ma Rza comunque sceglie Reine' per il sequel del suo film. Eli Roth c'è ancora alla produzione, Tarantino benedice ma si dà alla macchia. Il film ha un budget di 5 miseri milioni di dollari per "tutto", effetti e post produzione compresa e un tempo per le riprese di 20 giorni. Il Rza caccia i soldi extra (immagino per Catering) di suo, chiama tutti i suoi amici, scrive le musiche (in 90 giorni) con il suo socio del primo film, ci mette la sceneggiatura. Reine' dirige e fa anche la fotografia, per risparmiare usa dei droni quadricottero per le riprese dall'alto. Il set è la Thailandia e si prendono gran parte delle maestranze dei film di Tony Jaa, amico di Rza in quanto alla colonna sonora di Protector (versione usa non la nostra) e addirittura attore in Protector 2. Siccome il fatto che non ci sta una vera lira è pesante, per set usano un villaggio nella Thailandia del nord poverissimo, al punto che per far figurare che è il XIX secolo portano al massimo due picconi e una katana. La troupe gira nel villaggio svuotato dai suoi abitanti, che vanno a vivere per i venti giorni da dei parenti. Gli attori in pratica girano e la sera ci dormono dentro. La grotta in cui si trova la cava, location fondamentale del film, esiste e la usano pari pari. Volevano le risaie e allora hanno piantato vicino al villaggio un ultra fertilizzante quattro settimane prima delle riprese e hanno avuto le risaie. Come coreografo hanno trovato Seng, un grande in Thailandia ma che non sapeva una mina di Kung Fu, ma una milionaria di cose sullo stile shaolin. Trovano un esperto di shaolin stile "scorpione" in Corea. Bruttissimo ma che mena come un dio. Trovano un vero monaco shaolin esperto di stile "mantide", lo pagano tipo con una donazione al suo tempio di trenta euro. Ovviamente i vestiti che indossano gli attori sono in larga parte degli abitanti del villaggio. Rza prende i pugni di ferro direttamente da una copia che ha a casa sua. La legge thailandese non permette scene di sesso esplicito e non si possono far vedere tette, mai. Sembra la cronaca di una poverata colossale destinata al fallimento. Ma è qui che la produzione si trasforma in una corsa pazza per fare i fenomeni.

Roel Reine' vuole girare e gira qualcosa come 120 pose al giorno. Una roba da guinnes dei record. Rza dopo 20 ore di volo arriva in Thailandia, fa la pipì in albergo e mezz'ora dopo gira il suo primo combattimento cadendo pure in acqua. E lui non sa nuotare e quasi muore. Seng vuole dimostrare che ce l'ha se non più grande almeno uguale al grande Corey Yuen. Non solo fa combattere artisti marziali veri e pazzeschi, ma assegna agli attori scene di lotta con almeno 180 mosse, da girare in serie di tre, con lo spiazzo per il ring che è disponibile solo per tre notti della lavorazione. E tutti si fanno un fondo così. Dio sa come, ricavano dal villaggio in "ostaggio" e dai vicini qualcosa come 300 comparse e Reine' gira una maxi scena di combattimento di massa alla " buona la prima" inquadrata dal cielo con il suo quadricottero. Ovviamente non c'è il budget per le armi spaziali del primo film, ma lo stile shaolin ispira Rza che va in trip per il mondo degli insetti e crea armi economiche a tema, tra cui un clamorosissimo piccone da minatore con tasto segreto che apre due lame stile spadone di Kruger nel primo Highlander.
Allo splatter non ci rinuncia e tutti gli effetti macabri ante-digitale (e quindi a due lire) si usano. Da teste decapitate di gomma a braccia di manichino, fino ai sempreverdi uomini impalati coperto di sangue spray. Pare di essere tornati ai tempi dei film di Fulci e Deodato. Per sboroneria si fa esplodere pure un pupazzo pieno di carne di maiale con una granata. Per ampliare il set abbattono delle pareti alle casette dei locali.
C'è chi torna dopo le riprese e ha la casa rasa al suolo.
Ma su tutto questo caos domina, incontrastato, l'amore per i film di kung fu classici dell'era Shaw Bros. Delegando a Reine' il lavoro duro, Rza ha tempo (anche se pochissimo) per entrare nel personaggio, buttare giù una trama semplice, breve, chiara da seguire. Dustin Nguyen, che non si filava nessuno da vent'anni, vede l'occasione di una vita e si impegna al massimo, recita in un ruolo drammatico, credibile e picchia in modo spettacolare. Carl Ng mette in scena un cattivo bastardo amabilissimo, estremo e bullo, si divora la scena. Tagawa quando appare ci fa sembrare di essere davanti a un film di serie A. Il film incredibilmente funziona e ha il fascino di quelle storiche pellicole di Hong Kong degli anni '60 - '70. La tamarraggine del capitolo uno un po' sopravvive e questo grazie alle "armi di ferro", usate in scene di lotta spisciose e surreali tanto da ricordare quasi un mix assurdo tra One Piece e i film di Bud Spencer.
E poi è arrivato Zack Hemsey e la sua Teaching of a ronin.


Reine' scopre online questo pezzo e "ci monta il film", in attesa della colonna sonora ufficiale di Rza, che sarebbe arrivata almeno 50 giorni dopo. I tempi sono così corti che usare dei brani provvisori è necessario. Il pezzo è così centrato che Rza lo fa inserire nella soundtrack e ci elabora intorno delle melodie. Ne esce uno score più cupo ma nuovo, intrigante. Il film trova una precisa anima sonora.
Ottimizzare così bene un budget simile non era facile e il prodotto finale, sebbene non ambisca a ripetere l'impatto visivo del primo capitolo, è più che dignitoso, divertente e ben confezionato. Assolutamente retrò, per non dire proprio "vecchio" nella formula e rappresentazione, da vedere affiancato magari, in una ipotetica double vision con un film degli Shaw Bros.
Magari "Cinque dita di violenza". Non aspettatevi minimamente invenzioni visive eclatanti, glam, cose troppo pazze o eccitanti. L'uomo dai pugni di ferro 2 è la perfetta messa cantata per quel genere che fu. Ottimi combattimenti, una storia di onore e amicizia una progressione narrativa semplicissima. Perfino la telecamera usata è una digitale con filtro ingrandito finalizzata a rendere l'aria sporca e sgranata delle VHS di una volta, ma senza l'effetto volutamente ilare dei film di Rodriguez. Un omaggio quindi, non una parodia o una versione più moderna e cool. E questa impostazione ci sta benissimo per un secondo capitolo del brand di Rza. Un brand che speriamo sia ancora lungo. Magari nel capitolo 3 vorremmo vedere Rza contro i samurai e i mostri di gomma giapponesi. Ve lo immaginate un film dell'uomo dai pugni di ferro in cui ci sono mostri come questo?


Non sarebbe fighissimo? Sogni a parte questa seconda interpretazione di Thaddeus è decisamente più ispirata e riuscita della prima. Rza era davvero l'anello debole del primo film, ma ora sta crescendo e migliorando. Non vediamo l'ora di visionare le sue nuove prove. Questo è uno dei migliori Direct - to - video che vedo da molto tempo a questa parte. Ma speriamo che la serie torni presto in sala e con un budget tale da permettere meraviglie. E se Thaddeus lanciasse i pugni come Mazinga e li riagganciasse a sé con una catena di ferro attaccata alle braccia? Se li facesse turbinare come le armi dei ninja? Non sto nella pelle a immaginarmi una scena simile. Il nerdismo è molto potente anche in me.
Quindi. Amate il primo film? Amate i film classici degli Shaw Bros? Avete il poster di Rza in camera? Le arti marziali vi intrippano e Tony Jaa è il vostro dio? Guardate questo film. Pensate che prima di The Raid ci fosse il nulla? Per voi le arti marziali cominciano con Matrix? Non guardate nulla che non sia patinato o ultramoderno? Detestate gli effetti speciali antiquati? Cercate una trama sorprendete e innovativa per forza? Il film potrebbe non piacervi per nulla. Nonostante le mille parole che posso usare per incuriosirvi, più che in molto altri casi il film rimane difficile da valutare e sta alla fine a voi scegliere se può piacervi o meno. Se usassimo su questo blog dei voti io farei davvero fatica ad assegnarne uno. Ma visto che non lo facciamo, vi consiglio prima di un eventuale acquisto di provare a vederlo. Magari in streaming, magari a noleggio, magari a sbafo da un amico. Al massimo, se non vi è piaciuto e avete speso quei tre-quatto euro , (e nuovo il film ne costa 9... che è quello che oggi costa un ingresso al cinema... Fate i vostro calcoli) una volta che ci vedremo vi offrirò una birra per farmi perdonare. A me questa pellicola, nonostante tutto e contro tutto, è piaciuta un sacco. 
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