lunedì 14 ottobre 2013

Kyashan Sins

(o Casshan/Casshern Sins se preferite) finalmente in home video by Yamato

ATTENZIONE: la disamina di Talk0 è talmente approfondita (lunga) che il post verrà editato in tre parti, quindi continuate a seguirci nei prossimi giorni per non perdervi il profondo (lungo) excursus su questo prodotto!

PARTE SECONDA

La questione del nome e l'uniforme Parte del fascino dell'opera risiede anche su questi due peculiari aspetti legati all'eroe, nome e uniforme.
Il nome. Kyashan viene ad essere esportato in America come Casshan o Casshern per il solo fatto che i giappi leggendo i caratteri occidentali di “Casshern” pronunciano “Kyashan”, come risulta evidente anche dalla sigla giapponese, in cui il nome del personaggio (nel ritornello) appunto Kyashan. Per una volta noi italiani abbiamo tradotto correttamente in kyashan il fonema, ma per il resto del mondo la serie si chiama appunto “Casshern”. È una divagazione ma è interessante valutare come ci si sia alambiccati sulla “reale fonte” del nome Kyashan, in quanto i giappi dicono di riferirsi a una divinità portatrice di pace. Potrebbe per certi aspetti essere pure Krishna, avatar del dio Visnu, che nel periodo epico del testo sacro indù Mahabharata assume le vesti di protettore del mondo. I giappi sono soliti “giocare con le religioni” e il fatto che Kyashan sia un androide, quindi un avatar meccanico in cui è infuso lo spirito dell'eroe, potrebbe far filare questa teoria. Anche altri personaggi di Kyashan Sins hanno nei nomi delle implicazioni religiose, vedasi Dio e Leda, che sembra proprio una storpiatura di Veda.

L'uniforme. Kyashan indossa una tuta completamente bianca, un cinturone con due pistole razzo e un elmo che all'occorrenza può chiudersi sul volto, proteggendo il viso durante gli scontri. Partiamo dal casco. È quasi la riproduzione dello storico elmo a falce di luna di Masamune Date e in effetti c'è qualcosa che ha in comune Kyashan con il celebre generale: una vita dedicata alla guerra fin dalla giovane età in supporto al padre. L'elmo rappresenta al contempo l'onore del guerriero ed è peculiare il fatto che nel film "Kyashan la rinascita" questo accessorio sia stato distrutto prima che il nostro eroe si appropri dell'armatura. Ne riparleremo! Ci sono delle razzo-pistole ma Kyashan le utilizza per spiccare il volo in salto più che per combattere. Questo perché il nostro eroe è per lo più un artista marziale che affronta a mani nude i suoi avversari. In questo aspetto l'autore mette in luce probabilmente la sua avversione per le armi da fuoco, strumenti che nella maggior parte dei casi mette nelle mani degli antagonisti. Una scelta di campo che mitiga in parte la violenza dell'opera e avvicina Kyashan alla filosofia tipica dei supereroi americani. 

Infine il colore dell'uniforme, bianco. Ve lo ho già raccontato in un post di Gundam U.C. Ma la questione qui è la stessa. Il bianco è il colore della purezza tanto del corpo quanto dell'anima, tuttavia per i giapponesi assume anche una seconda connotazione, l'incognita. Perché il bianco è anche inteso come “assenza di un colore” e in senso lato come assenza di appartenenza a uno schieramento, un vessillo vuoto. Giocando su questo dualismo da un lato comprendiamo come in effetti Kyashan sia il “buono”, dall'altro accettiamo il fatto che la gente non si fidi di lui, che lo veda come un possibile nemico. Dubbi che non dovrebbero esserci sui supereroi ma di cui i fumetti sui supereroi sono pieni. A ogni modo l'uniforme piace e rimane per lo più invariata fino alle odierne rivisitazioni di Kyashan.
Kyashan – il mito / Casshan Robot Hunter. (in dvd by Yamato video)



Nel 1993 ecco che si palesa l'occasione di celebrare i 20 anni dalla prima messa in onda di Kyashan con una nuova miniserie. Certo 4 episodi da 30 minuti l'uno non possono competere contro gli originali 36 episodi e la trama, che grossomodo ripercorre il canovaccio originale, non innova particolarmente. Visto negli anni '90 l'opera aveva un suo fascino. Rivista oggi vengono in luce tutti i suoi limiti: un chara design troppo anonimo se paragonato all'originale, digressioni sessuali un po' gratuite, musica pop-jap triste in luogo della marziale colonna sonora originale. Zero epicità, zero trasporto emotivo. Pare tanto un espediente per battere cassa e di fatto costituisce un tassello del tutto bypassabile. Non fosse per un paio di combattimenti carini il recupero non è essenziale.

FINE SECONDA PARTE

sabato 12 ottobre 2013

Kyashan Sins

(o Casshan/Casshern Sins se preferite) finalmente in home video by Yamato

ATTENZIONE: la disamina di Talk0 è talmente approfondita (lunga) che il post verrà editato in tre parti, quindi continuate a seguirci nei prossimi giorni per non perdervi il profondo (lungo) excursus su questo prodotto!


Nel 2009 Yamato Video acquisiva una delle serie di maggior successo del 2008, Kyashan Sins. Oggi, in concomitanza del Lucca comics'n'games 2013 arriverà anche nelle nostre case in home video questo capolavoro animato dalla Mad House che rebootta (ho forse creato un neologismo burino...) una delle storie animate più belle di sempre, nonché fonte di ispirazione per grandi registi come Anno (che proprio da Kyashan dice di essersi ispirato per Evangelion). Quale occasione migliore per parlarvi un po' della storia animata di Kyashan, raccontandovi del suo autore, delle simbologie e delle forte malinconia che lascia nello spettatore una volta giunti ai titoli di coda? E allora tuffiamoci in questo speciale... sempre che non abbiate qualcosa di meglio da fare...


C'era una volta un grande autore. Tatsuo Yoshida, un folgorante genio dell'animazione giapponese che pur mancato ancora in giovane età, a quarantacinque anni, fece in tempo a creare, sotto l'egida della storica casa di produzione Tatsunoko, personaggi animati indimenticabili che ancora oggi appassionano schiere di fan grazie a progetti che ne reiterano il mito. Yoshida è stato padre dell'anime sulle corse action estreme Mach Go Go Go, conosciuto da noi come Superauto mach 5 e in America come Speed Racer e ha portato sui nostri televisori Judo Boy. Ci ha fatto divertire con il Mago Pancione e sognare le curve della sexy cattiva-pasticciona Miss Dronio in Yattaman, uno dei capitoli più belli della Time Bokan series. Ha creato con La battaglia dei pianeti (Gatchaman) una delle migliori serie (non) supereroistiche di sempre, influenzando in modo esponenziale anche il fumetto americano. Ma la punta della sua produzione rimane il “trittico eroico”. Tre opere realizzate dal 1973 al 1975 ma di fatto immortali che affrontano il tema dell'eroe contro il male in riferimento alla storia passata, presente e futura. Eroi ma anche uomini, fragili e perdenti. Autentiche figure tragiche. Nel 1975 come riflessione sulla storia e nemici futuri, che per il 1975 significa la corsa allo spazio e il possibile conflitto con altre culture aliene, vengono realizzate le avventure del cavaliere spaziale Tekkaman. L'eroe per affrontare i nemici con una potente armatura qui si fonde con il robot Pegas, sottoponendosi a una mutazione che ha tutto l'aspetto del martirio, con tanto di cavi-spine che ricoprono il suo corpo e potenti scariche elettriche che lo fanno urlare. A cavallo di Pegas il cavaliere fa a pezzi interi dischi volanti trapassandoli da parte a parte ma agli occhi anche dei suoi compagni appare come un'entità artificiale, distante, da sopportare per necessità e temere per forza. Il cavaliere dello spazio di fatto vive di diffidenza e solitudine. Un anno prima, nel 1974, realizza l'opera più “leggera” del trittico, il guascone, ironico Hurricane Polymar. Eroe con aspirazioni da detective che si contrappone alla malavita presente utilizzando una armatura realizzata con fantascientifici polimeri in grado di mutare la forma e le funzioni dell'arsenale, permettendo a Polymar di volare nei cieli e nello spazio, scavare sotto terra e affrontare gli abissi. Anche qui l'uomo si contorce per diventare macchina, non mancano risvolti tragici, ma la consistenza del suo corpo dell'eroe pare quella della gomma e la forte ironia che traspare dal personaggio lo rendono meno malinconico e sofferente. Un anno prima ancora è il turno di Shinzo Ningen Kyashan.

Shinzo Ningen Kyashan (in dvd by Dynit)


È cronologicamente il primo anime del trittico nonché quello su cui viene rivestito il compito più difficile e doloroso, infondere in un'opera di intrattenimento lucide riflessioni su quello che è stato il secondo conflitto mondiale. Un conflitto tanto ideologico quanto tecnologico, che ha riscritto le dinamiche della guerra moderna quanto il ruolo-distorsione della filosofia moderna nel divenire ideologia. È curioso e innovativo constatare qui come la fantascienza racconti paure “passate”. Di certo robot ed eroi permettono di ammansire i fatti, dividere tra buoni e cattivi, dare una morale a conflitti sanguinari che hanno sporcato per sempre la nostra storia.

Come l'ideologia viene creata dall'uomo pur a buon fine (filosofia), un geniale inventore crea quattro androidi senzienti al fine di portare l'umanità verso un mondo migliore. Le creature però si ribellano al creatore e una di loro, Bryking si mette al comando costruendo un esercito di robot che mira alla conquista del mondo. Le macchine hanno deciso che il mondo migliore per l'umanità è sottoterra, la nuova razza imperante è quella meccanica. L'esercito meccanico senza troppi problemi schiaccia una razza umana impreparata, fatalista e arretrata in poco tempo. L'unico modo per terminare il conflitto è staccare la corrente a Bryking e riprogrammare i suoi robot affinché permettano la ricostruzione del mondo. Ma chi può compiere questa impresa, ben al di là delle capacità umane? Qualcuno che conosce bene il nemico, il figlio dell'inventore. Ma per far fronte a migliaia di nemici questi dovrà compiere il sacrificio massimo, sacrificare-immolare la sua umanità per rivestire la sua anima di un corpo metallico. È lo stesso scienziato a compiere la dolorosa trasformazione. Il nuovo essere si chiama Kyashan ed è un cyborg. Parte uomo, parte macchina. Per non lasciarlo solo nella sua guerra lo scienziato meccanizza anche il suo cane, che assume il nome di Flender, una specie di pastore tedesco metallico cromato di giallo e blu in grado di trasformarsi in veicoli di supporto al nostro eroe. L'uomo dal corpo nuovo (“Shinzo ningen”per l'appunto) inizia così il suo viaggio verso Bryking. La strada che percorre ha tutto l'aspetto e le suggestioni dell'Europa invasa dai nazisti, dei campi di sterminio. Il nemico è qui costituito da ferraglia arrugginita ma l'iconografia nazista rimane tra vessilli che richiamano la svastica, eserciti che marciano perfettamente allineati come in un documentario della Riefenstahl, strutture di comando che rievocano la grandiosità di imperi del passato (il castello ricorda tanto il maniero di Dracula quanto il laboratorio di Frankensten). A capo delle milizie i quattro robot appaiono come caricature di gerarchi e Bryking (che diverrà icona copiatissima per personaggi “cattivi”, ispirazione anche per il M.Bison-Vega di Street Fighter) pare la versione meccanizzata gigantesca e anabolizzata di Mussolini. Ma tra le fila di Bryking c'è una spia, un cigno meccanico al cui interno tragicamente risiede l'anima della madre di Kyashan. La massima figura tragica dell'opera, simbolo del punto di non ritorno cui spinge la guerra, simbolo delle vittime della follia umana.

In Kyashan Yoshida critica di fatto anche la politica giapponese. Nella seconda guerra mondiale i giappi hanno di fatto compiuto, in nome dello sviluppo, una insensata corsa agli armamenti, diventando anzi i produttori di più sofisticate e mirabolanti macchine da guerra tra cui navi da guerra come la Yamato e i velocissimi caccia Zero. Questo ha portato ad un conflitto che si è estremizzato al punto di non ritorno, allo sgancio delle atomiche da parte del paese che ancora oggi si professa garante della pace mondiale. Ma dalle ceneri il Giappone è rinato e ora la sua tecnologia ne fa il faro del progresso moderno mondiale. In senso metaforico anche Kyashan compie questo viaggio. Da figlio dalla tecnologia bellica il suo fine è spegnere (Bryking) e riavviare lo sforzo intellettuale, puntando alla tecnologia per migliorare il mondo. Pur con la consapevolezza che lui stesso è un cimelio, un brutto ricordo che non potrà più tornare a essere uomo ma tuttavia potrà essere amato da Luna, una ragazza che riesce a vedere al di là delle apparenze, al di là dell'arma umanoide creata per combattere (direi in pieno spirito anni '70 di Zambottiana memoria).

Kyashan conquista il pubblico nipponico e allarga la sua fama in tutto il mondo...  

FINE DELLA PRIMA PARTE

venerdì 11 ottobre 2013

“Fuori-collana-Le Storie”: Sergio Bonelli, il timoniere dei sogni




Perché mettere sotto “Fuori-collana-Le storie”? Perché questa nuova proposta editoriale contiene l'Uomo del Texas, un altro pezzo della storica collana “Un uomo un'avventura”, madre spirituale della “nostra” collana Le Storie insieme al documentario "Come Tex Nessuno Mai" di Giancarlo Soldi. Nel fumetto un fuorilegge, salvato da una ingloriosa morte da un vecchio amico ora ufficiale delle giubbe blu, sarà testimone della sfrenata voglia di gloria dell'amico, deciso a muovere l'ultima carica del suo terzo reggimento cavalleria contro indiani che si sono già arresi ufficialmente al nemico e stanno andando a consegnarsi disarmati. Riuscirà un piccolo criminale, davanti alla bestialità dell'impresa dell'amico a fermarlo? 
Ai disegni lo straordinario Gallep, uno dei più straordinari artisti grafici al mondo, l'uomo che ha creato graficamente Tex donandogli un taglio cinematografico che ancora oggi risulta moderno e avvincente. Come sempre nella collana "Un uomo un'avventura" tutto è possibile, anche che le cose finiscano nel peggiore dei modi. La storia porta la firma di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, figlio dell'ideatore di Tex Gianluigi Bonelli e suo successore alle storie dopo che il padre gli ha passato il timone. Questo "Uomo del Texas" esce nel 1977, quando nel 1975 Nolitta creava il personaggio da lui più amato, Mister No. Se L'almanacco dell'avventura 2014 celebra Canzio e Toppi, questo volume celebra altri giganti delle nuvole parlanti purtroppo scomparsi. Sergio Bonelli e Galleppini (o Gallep). Due nomi importanti per Tex, ma anche per l'editoria Bonelli. Sergio raccoglieva una dura eredità, quella di continuare a scrivere il maggiore personaggio della casa materna (Gianluigi intestò tutto alla moglie) con il rischio di deludere i fan. Di fatto il padre “era Tex”, andava in giro vestito con tanto di cappello e pistole, con cui sparava a bottiglie e lattine, entrava in un bar (o saloon) e offriva da bere a tutti. 
Gianluigi Bonelli
Era un autentico personaggio, si direbbe vittima di quanto lui stesso scriveva, ma anche un uomo generoso, un grande scopritore di talenti e soprattutto un incredibile autore con una granitica visione del suo lavoro. Tex riprendeva sì dal mito americano del West, ma in lui c'è tantissimo del quasi-supereroe, aspetti che lo avvicinano a personaggi come Dick Tracy, Spirit se non appunto... Superman. Tex è infallibile, Tex è indistruttibile.
Sergio Bonelli arriva in tempi diversi. Il padre lo ha nutrito giorno dopo giorno con tutte le proposte editoriali nel campo dei fumetti, ha investito su di lui per renderlo il critico e autore più moderno possibile. L'esordio di Sergio su Tex avviene con lo pseudonimo Nolitta che usò per anni per non richiamare gli onori del padre e far emergere il solo suo, sconfinato, talento. Il suo Tex non è più l'uomo invincibile, è un eroe che può essere anche ferito, finire senza colpi nel caricatore, lasciarsi andare ogni tanto alla malinconia. Sia chiaro, il personaggio rimane e tutt'oggi rappresenta una roccia, l'uomo giusto su cui fare affidamento sempre. Ma Nolitta ne smussa qualche angolo, ne accentua tratti più umani e degni di essere apprezzati da un pubblico che è invecchiato con il personaggio e che dalla invincibilità della vita adolescenziale fa ora i conti con i problemi della vita adulta. Il ranger di Nolitta di fatto ha trainato la casa editrice e gli ha permesso di espandersi, con Zagor (1961) e Mister No (1975). Il Buon Nolitta è stato in ambo i casi fondamentale, l'ideatore principale e maggiore autore... più per Mister No però, diranno i miei lettori zagoristi più attempati. Grazie a queste esperienze la Sergio Bonelli editore è diventata il colosso che ora è (ma un bell'aiuto, non dimentichiamolo, va, in tempi più recenti, cioè da metà anni ottanta, all'inquilino di Craven Road immaginato da Sclavi). 
Sergio Bonelli
L'uomo del Texas è l'ennesima dichiarazione d'amore di Bonelli e Gallep al mito americano: dialoghi veloci, splendidi disegni plastici come solo il maestro Gallep sapeva farne. 64 pagine, di cui quindici dedicate agli autori (4 per gli autori del documentario) che accompagnano il dvd “Come Tex nessuno mai” di Giancarlo Soldi. Un documentario che parla di come sia nata la Bonelli, di Giancarlo come di Sergio Bonelli, dei grandi autori che si sono succeduti negli anni e di quelli che pur sporadicamente ci lavorano. Tutto è ricco di interviste a nomi leggendari e per i fan è sempre un piacere ascoltare e vedere persone come Ticci, Boselli, Roi, Manara, Castelli, Ambrosini, Sclavi. Un documentario così ben fatto non lo vedo dai tempi di quello sulla storia di Daredevil contenuto sull'omonimo film (il documentario di fatto vale più di tutto quel film), che si componeva di interviste a Quesada, Lee, Romita Jr, Romita Sr, Cohen, Miller e Silent Bob. Questo "Come Tex nessuno mai" mi ha dato le stesse vibrazioni, forse perché amo i fumetti, i film e i game quanto quello che ci sta dietro ed è sempre mio enorme piacere tediarvi dove posso con bibliografie più o meno complete degli autori (e spero che questo mio pallino possiate apprezzarlo anche voi... o per lo meno tollerarlo quando esagero). In ogni caso è un interessantissimo contributo che non può mancare a tutti i fan e la cui visione stra-consiglio a tutti, la migliore occasione per conoscere un po' di più di un universo narrativo che da anni appassiona migliaia di lettori. C'è affetto e ricordo per Sergio Bonelli anche nel titolo del mensile di Tex di settembre: “Il segreto del giudice Bean”. Omaggio diretto al “Giudice Bean”, una delle prime storie scritte da Bonelli per i disegni di Sergio Tarquinio, scritto nel 1960 e pubblicato nel 1963, una storia western non di Tex ma per questo non meno interessante. Di sicuro Bonelli oggi manca e tanto. 
Era ancora giovane, poteva fare ancora tante cose tra cui viaggiare per il mondo per portarci sulla carta inchiostrata suoi nuovi sogni e suggestioni. Non sembra ancora reale che sia partito, me lo immagino salutare i lettori con la prima uscita degli Orfani quando so che è impossibile. Bonelli era un grande viaggiatore e osservatore delle realtà umane, poneva tanta attenzione alle popolazioni più povere come invidiava quelle che ancora riescono a vivere a contatto della natura. In quello che faceva ci metteva cuore, riportava tanto di lui nelle tavole di Mr No e delle altre sue opere al punto che se in un viaggio trovava qualcosa di interessante cercava di metterla su carta, condividerla con il suo pubblico. Leggere i suoi editoriali come le presentazioni dei nuovi personaggi dava una dimensione immediata, diretta, dell'editoria italiana. Come Giovanni Rana, che sopra i suoi prodotti “ci mette la faccia” (e le sue lasagne sono strepitose), Bonelli cullava con orgoglio e amore i suoi prodotti, che faceva uscire solo quando pronti, rifiniti e perfetti. Ogni nuovo personaggio ci veniva presentato da lui come un nuovo amico più che il volto di un brand. I suoi fan da sempre lo hanno capito e apprezzato per questo. E sempre lo ricorderanno. 
Talk0

mercoledì 9 ottobre 2013

G.I.Joe la vendetta in blu ray



Tempo fa sono andato al cinema con la ferrea intenzione di vedere questo film, ma a causa dell'orario pomeridiano e della mattinata di lavoro oltremodo ricca alcune parti le ho vissute tra le braccia di Morfeo. Volevo scrivere qualcosa di entusiastico, perché le scene d'azione mi avevano particolarmente colpito nel dormiveglia, ma ho deciso di posticipare il tutto a una visione più accurata. E poi non dite che non vi voglio bene!
America. Il Cobra ha messo radici nella White House da quando il camaleontico Zartan (Jonathan Pryce – Arnold Vosloo) si è sostituito con il presidente. L'ordine del giorno è quindi chiaro e perentorio. Recuperare il Comandante Cobra dal suo stato di crio-sonno da bastoncino Findus e tagliare i fondi del programma G.I.Joe. Ma come può il Cobra, pur a capo degli Stati Uniti, smantellare una organizzazione internazionale come i Joe? Esattamente come l'America se ne sbatte per il protocollo di Kyoto, il Cobra “chiude i Joe” e basta. E già che c'è prova a sterminarne un bel po'. Ma ancora non hanno fatto i conti con il Generale Hawk, con Scarlet, Heavy Duty, Ripcord e... dove cacchio sono finiti tutti?!! 
Immaginiamo che stiano vivendo per conto loro emozionanti avventure sottomarine per tutto il tempo in cui si svolge questa pellicola, insieme a molti altri mini-gruppi di Joe ancora a noi non noti. Ripartiamo dunque. Ma ancora non hanno fatto i conti con Duke (Channing Tatum), Roadblock (The Rock), Snake Eyes (Ray Park), Flint (D.J.Cotrona), Jaye ( Adrianne Palicki, bellissima), Jinx (Elodie Yung) e altri che adesso mi sfuggono. Ma come stanno i nostri prima del mega-scontro? Fronte Joe. Scopriamo così, senza preavviso né traccia nella precedente pellicola, che Duke è l'amico del cuore di Roadblock. Duke pare vivere a casa di Roadblock dopo che il suo flirt con la Baronessa Cobra (anch'essa assente ingiustificata dalla pellicola) non è andato a buon fine e probabilmente sta cercando di vivere la vita sotto una prospettiva diversa. La moglie di Roadblock è decisamente donna dalle ampie vedute e ai figli di Roadblock pare di avere due papà. I due giocano alla play, cucinano insieme, vanno ai corsi di ricamo, stanno tutto il tempo ad abbracciarsi, incitarsi, darsi pacche sulle spalle in modo assolutamente virile e non equivoco. Duke però e stanco, i discorsetti di incitamento alla Patton prima dei combattimenti li lascia fare a Roadblock, quando i due sono insieme al poligono di tiro è chiaro chi utilizzi l'arma più grande e con più soddisfazione (parlo della minigun, ovviamente). Snake Eyes, il cui look è cambiato da quello della action figures a quello del cartone animato, ora va in giro con Jinx, altra fanatica delle arti marziali e del lattice. Il ninja dei Joe ha ora come puntiglio far passare ai buoni il rivale di sempre Storm Shadow (Byung -hun Lee) perché è roso dal senso di colpa, ha visto troppe volte Dragonball e in fondo vedere un ninja bianco e uno nero che combattono insieme contro diecimila nemici è una figata stratosferica. 
Fronte Cobra. C'è aria di maretta. Il comandante Cobra da poco liberato ha deciso di non risvegliare dal crio-sonno Destro e neanche voglio immaginare il motivo del bisticcio tra faccia di serpente e testa di metallo. Anche lui si è rinnovato nel look ed ora porta una figherrima maschera a specchio ispirata alla serie animata in luogo del respiratore helgast che ora risiede in soffitta insieme alla sua copia limited di Killzone 2. Mentre Zartan è impegnato a conquistare il mondo e a trombare la ultra sessantenne first lady in luogo di più procaci stagiste (Zartan ha da sempre gusti molto personali) e Storm Shadow è in montagna a ricercare se stesso e il miglior posto dove gustare i pizzoccheri, la baracca è retta dal bidello, Firefly (Ray Stevenson, non nego uno dei miei attori preferiti). Uomo di poche parole ma dal buon cuore, è il volto operaio di tutti gli sgherri senza nome sotto il Cobra, il cattivo per cui tifare ma che già sai finirà malissimo. Ma ecco che i giochi iniziano! I Joe partono in svantaggio, accusano una dura sconfitta e per recuperare pescano dalla panchina un personaggio nuovo, nuovissimo, mai visto. Il “primo Joe” (Bruce Willis). Con la nuova entrata tutto è possibile e botti ed esplosioni da urlo non mancheranno.

Seconda pellicola cinematografica dedicata ai pupazzi Hasbro più amati da grandi e piccini (sì, va bene, chiamiamole “action figures”). In un articolo di millenni fa già affrontavamo la tormentosamente tormentata genesi di questo prodotto e pertanto lì vi rimando (CLICCA QUI). In succo il primo film aveva guadagnato bene ma era costato uno sproposito, la produzione voleva di contro investire di meno e usare la prima pellicola come traino. Inoltre c'era chi non aveva del tutto apprezzato l'approccio leggero di Sommers, peraltro fedele al cartone animato dei G.I.Joe, ma a volte troppo eccessiva e “pacchiana” (emblematica la sequenza nella base desertica dei Joe, praticamente la versione gigante di una base giocattolo di plastica), e voleva qualcosa di più canonico. Non avevamo molte speranze in merito ed è bello poter constatare quanto ci sbagliavamo. Jon M. Chu, regista con alle spalle una oscenità innominabile, sembrava essere il classico fantoccio della produzione, pupazzo scelto da Bonaventura per contenere i costi di Sommers tanto come cachè che come budget minimo della pellicola. L'obiettivo non era più fare un film sui G.I.Joe, ma giusto un film che potesse essere venduto. Del resto se vuoi i G.I.Joe devi preventivare scontri aerei e sottomarini, inseguimenti forsennati, armi laser satellitari da fine-del-mondo, basi segrete che si autodistruggono mentre tutti scappano da tutte le parti. Se tagli il budget puoi contare solo su qualche veicolo-simbolo, sulle arti marziali e sugli sconti all'arma bianca oltre a qualche sporadica sparatoria. Ciò che è action-fantascientifico deve ridursi a semplice film action. Un bel ridimensionamento. Ma non è stato un male. Chu, sorpresa, è un fan dei G.I.Joe, uno che ne capisce e che davvero si è dedicato anime e corpo per creare il prodotto migliore possibile per i fan e fare di necessità virtù. Un'impresa che ha davvero il sapore della corsa a ostacoli. La produzione voleva un “nuovo inizio con nuovi personaggi”. 
Non deve essere stato facile riuscire a glissare su tutte le trame aperte e non chiuse, sul carisma di personaggi qui assenti e nel contempo dover gestire la volontà di proporre (sempre per questioni di budget) un numero minimale di effetti speciali. Con coraggio si è risposto a questi dubbi fornendo un ritmo indiavolato, stunt spettacolari, l'uso di veicoli e chara ben noti e amati, la messa in scena di un paio di situazioni che i fan davvero volevano vedere. Qualche incertezza si sente, ma tuttavia la missione appare decisamente riuscita e vincente sul piano del botteghino. Al punto che un terzo capitolo è già in pre-produzione e non si escludono recuperi dalla prima pellicola. Il giovane Chu ha talento e auspico per lui e per i G.I. Joe il successo di Lin su Fast'n'Furious. Se la regia è buona, meritevoli sono gli interpreti, tra cui spiccano The Rock, Willis e Stevenson per doti recitative e Park e Lee per talento funambolico. La scrittura, pur nei limiti di cui sopra, è interessante, sa essere ironica quanto avvincente e perfettamente in linea con il prodotto di riferimento. L'azione è abbondante e concitata, ma se aspettavate scene come l'ultima parte della prima pellicola (che poi è l'esatta immagine che molti hanno dei G.I.Joe) forse rimarrete delusi da questa svolta quasi intimista. Negarlo è inutile, G.I. Joe la vendetta si fa carico di tutti i limiti del classico “prodotto di passaggio”, esattamente come fu per Tokyo drift: pochi soldi ma grandi performance per far risorgere dalle ceneri un brand che, forse perché troppo costoso, nella mente dei produttori era già carne morta. Impresa riuscita. Il blu ray-dvd è eccezionale come dovrebbe, un autentico spettacolo per gli occhi da gustare con coca e pop corn caldi caldi sfornati dal microonde. Rimane un piccolo fatto non trascurabile. È un film dei G.I.Joe, non è Salvate il soldato Ryan. I corpi non esplodono, molte situazioni sono calibrate per essere apprezzate anche da un pubblico giovane. Violenza stilizzata, soltanto accennate implicazioni sessuali, buoni sentimenti imperanti. Immaginate che Duke e Roadblock abbiano 13 anni e tutte le cretinate ambigue con cui millavo ad inizio articolo vanno a cadere. È in sostanza sempre un film per famiglie. Se non amate i G.I. Joe potrebbe non piacervi, potreste trovarlo un po' puerile. E allora mi chiedo cosa cacchio avete comprato a fare il dvd di G.I.Joe 2. Ma a domande come questa non so se troverò mai una risposta. 
Talk0

lunedì 7 ottobre 2013

Dylan Dog

 Speciale 27 e n.325 – Un nuovo corso?


Speciale 27. Dylan si trova in una casa di cura come internato. Non si ricorda di preciso come ci sia arrivato e il dr Phibes non pare incline a dargli risposte diverse da arcaici trattamenti per l'igiene mentale a base di stanze imbottite, scariche e elettriche e pillole colorate. Tutto è annebbiato ma una cosa è certa. La soluzione è all'esterno di quel grigio edificio e la fuga l'unica strada. Una fuga che non sarà di certo facile. 
La storia di Gualdoni per i disegni del sempre eccelso Brindisi mixa la Zona Morta, Brazil, un tocco di Qualcuno volò sul nido del cuculo e arricchisce con visioni neo-naziste (peraltro sempre presenti nella Zona Morta), fornendo uno spettacolo gustoso e accattivante che strizza l'occhio anche ai fan di più vecchia data. Le oltre 160 pagine scorrono che è un piacere e fanno sinceramente considerare non malvagia l'idea di allungare stabilmente la durata media delle avventure di Dylan in un'epoca in cui se hai un Dylan Gigante da trecento e passa pagine lo si divide in 4 storie (spesso storielle) e se si ha un color da 100 lo si divide sempre in 4 mini-storie (alcune invero brutterrime, ma molte ottime) da venticinque pagine. Un'ottima lettura, abbellita anche da splendide tavole post-apocalittiche di ampio respiro e che confermano Brindisi come autore eccelso.



Numero 325. Francia 1913, fronte franco-tedesco. Il soldato Doinel viene colpito duramente da una granata, ma miracolosamente viene tratto in salvo e portato nel locale ospedale. Tuttavia al suo risveglio asserisce di essere Jeffrey Walcott, medico dei giorni nostri, fratello di Edmond, ragazzo invalido che si muove grazie ad una sedia a rotelle. Qualcosa di strano è avvenuto e un ruolo centrale sembra averlo avuto una bambinaia che ha sempre al seguito un ragazzino vestito come arlecchino con denti aguzzi come uno squalo. Ambrosini disegna e scrive un albo che si rivela essere molto superiore a quanto traspare dalle premesse iniziali. L'autore gioca con lo zolfo, se mi permettete l'allegoria e dipinge una delle migliori storie degli ultimi tempi. Crepuscolare, irrisolta, sinistra. Sembra davvero di avere in mano un albo di Sclavi dei tempi d'oro.

Se ne è parlato per molto in rete nelle voci di corridoio e nei forum più autorevoli. C'è aria nuova per la serie Dylan Dog. Nuovo curatore e nuovo staff, composto da Sclavi, Recchioni, Barbato, Busatta. Un interregno di un anno, nel quale le storie già scritte e ancora inedite saranno riarrangiate per preparare il tutto ad una rivoluzione che partirà da ottobre 2014, l'ora zero per una nuova impostazione del personaggio. É lo stesso Recchioni a esordire con i piani della fase 2 di Dylan Dog sulle pagine del numero 325, un buon numero scritto e disegnato dal bravissimo Ambrosini la cui copertina di Stano è inequivocabile, un Dylan che si sbenda un volto che appare ancora quasi del tutto coperto. Il cambiamento è in atto. L'esigenza di qualcosa di nuovo sembrerebbe dalle parole dell'editoriale di Recchioni qualcosa che era nell'aria già da tempo. Comprendo la volontà di smorzare i toni e azzerare così le polemiche, ma tutta l'operazione più che un dettagliato piano pensato a tavolino ha il sapore di una forsennata (e perché no, eroica) lotta per riparare le falle di una nave che stava affondando. Perché rimaneggiare storie già ultimate se non fossero stata quantomeno tragiche? Anche perché lo speciele 27 e il n.325, i primi racconti sottoposti a “trattamento”, non presentano alcuna anticipazione su mutamenti di status dei personaggi. Se non economicamente almeno inconsciamente nell'animo di molti lettori, che si sono sentiti tradire da una gestione recente sconsiderata, superficiale e un po' qualunquista del personaggio. Vi rimando all'articolo da noi pubblicato il 17 maggio 2013, che è solo una goccia nel mare delle mille voci della rete. In quella sede si criticava ma si dava anche spunto per migliorare, per riprendere le redini di una serie amatissima e riportarla al top. Errori di valutazione, polemiche, incomprensioni non sono però l'argomento che ci sta a cuore e avvelenarsi per il passato non è in genere di troppo aiuto al presente, se deve essere una picca sterile e chiudere gli occhi ad un presente più che positivo.
Alla fine questo nuovo corso, o pre-corso se vogliamo, come è venuto (anche eroticamente parlando) è decisamente buono!


Non so quanto ci sia di Gualdoni nello speciale n.27 e quando della Barbato (che è stata accreditata da Recchioni quale revisore della storia), ma il numero è buono, interessante, ripesca da un gran numero di storie di Dylan degli agganci importanti (e ripescare è una delle caratteristiche della Babato fin dal suo esordio), fa sfilare con garbo una significativa rappresentanza del nutrito e spesso compresso cast dei comprimari. Se il 99% dei racconti di Dylan si impostano per autoconclusività, qui c'è la volontà di vivificare l'importanza di molti tasselli dell'opera “omnia” originale, strizzando l'occhio alle storie più belle (che peraltro possono essere recuperate, dando senso alla continuity). Una tecnica decisamente “americana” se vogliamo, una fidelizzazione anche commerciale, ma che trovo intrigante, che mi fa davvero venir voglia di sfogliare i vecchi numeri stipati in cantina. Non meno interessante il numero 325 che finalmente, dopo davvero tanto, troppo tempo, introduce dei personaggi metafisici decisamente inquietanti. Parrebbe il minimo sindacale da una collana che tratta di horror, ma negli ultimi tempi un solo “mostro” convincente si è visto a fatica e ora possiamo aggiungere un inquietante arlecchino accompagnato da una strana bambinaia alle schiere dei chara più riusciti della mostrologia dylaniata. Allora la cura (Battiato cit.) può dirsi riuscita? Questi primi esempi ci fanno davvero ben sperare.
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sabato 5 ottobre 2013

Need for speed – il film



Preparatevi a far rombare il motori, una delle più longeve e amate saghe videoludiche ha finalmente trovato la strada della sala cinematografica. Rullo di tamburi.

Velocità e auto da paura. Dal 1994 ad oggi è questa la chiave del successo che ha accompagnato i 22 titoli della serie. In NFS si partecipa a delle gare su tracciati di tipo cittadino-festaiolo alla Out Run. Vincendole si sbloccano veicoli e nuovi tracciati e si può competere con amici su chi sia il più veloce. Una formula semplice. Un gioco di corse automobilistico con spiccato animo arcade (ma non agli albori del brand), caratterizzato fin dal principio dalla presenza delle macchine della polizia che ogni tanto cercano di interrompere le nostre scorribande. In effetti il tema della polizia non è una novità assoluta di Need for Speed, lo si riscontra anche in opere del 1986. Io poi ho un bel ricordo di Chase HQ... ma questa è un'altra storia. Il gioco è bello da vedere, veloce e diverte, una mamma per produttori quanto per giocatori. Il primo titolo fu per la sfortunata console 3DO e presentava un animo piuttosto simulativo


All'epoca una grafica così faceva tremare i polsi.
La serie l'anno seguente si spostò su psx, pc e saturn e da allora a cadenza quasi annuale si ripropone su tutte le maggiori piattaforme. Nel 1997 esce il capitolo 2, il gioco diventa più arcade e i fan della prima ora iniziano a fare gli schizzinosi, una versione pompa esce per i possessori di danarose schede grafiche per pc con ricchi extra e cotillons. Sempre nel 1997 negli Stati Uniti viene poi utilizzato il marchio Need for Speed per vendere un prodotto rally validissimo dei francesi Codemaster, il mitico V.Rally, che comunque non c'entra una fava con la serie originale. Con NFS3: Hot Pursuit avviene una piccola rivoluzione copernicana. Volevate come me fare i poliziotti come in chase HQ e consegnare alla giustizia riccastri guidatori in Porche? Ecco che nasce la modalità che permette di acciuffare i corridori correndogli incontro a sirene spiegate, una delle componenti del gameplay che andrà con gli anni sempre più ad arricchirsi e innovarsi con nuovi esaltanti giocattoli, tipo strisce chiodate, per mettere a freno nella maniera più bastarda possibile i sogni di gloria virtuale dei nostri concorrenti. Con NFS Underground arriva il tuning dell'auto (e scompare la polizia) e la corsa si sposta su tracciati liberi. 
Di anno in anno arrivano miglioramenti e cambiamenti, approcci più simulativi o meno simulativi, a volte si tolgono le auto della polizia, a volte le si rimettono permettendo di giocare una carriera per driver e una per poliziotto come nel remake di NFS Hot Pursuit di Criterion, una delle massime software house in ambito di giochi automobilistici, legata anche al brand Burnout. Come è stato biglietto da visita per V.Rally ecco poi che NFS diventa etichette “spin-off” del bel gioco simulativo Shift nel 2009 e per il suo seguito nel 2011. Ma ultimamente non è che la saga se la passi benissimo. Il capitolo The Run non è piaciuto granché. Nel 2012 Criterion rifà modernizzandolo Most Wanted, con successo discreto e sempre per questo novembre 2013 si aspetta Rivals, ennesima riproposizione di Mont Wanted, con spiccate meccaniche mutiplayer e open world. NFS è stato ed è “tante cose diverse”, con un animo schizofrenico che spesso ha atterrito quanto attirato fans. La costante è che i titoli curati da Criterion sono quasi sempre ottimi titoli, dei must buy per ogni appassionato. Ma dopo il filmato di NFS 1 su 3DO, come è cambiata la grafica negli anni? Prendiamo Rivals, di Criterion, di prossima uscita.


Ma la costante di base non cambia. Velocità e auto da paura, dicevamo.
Queste le condizioni minime anche per adattare sullo schermo l'adrenalinica saga videoludica. Di fatto quando prese forma Fast'n'Furious sembrava già quello essere la perfetta incarnazione dello spirito del game: macchine veloci, corse indiavolate in territori cittadini, sirene della polizia sempre pronte a intervenire. I due brand si attiravano, al punto che i capitoli “Need for Speed underground” sembravano un autentico tributo a Fast'n'Furious, al punto che nel recente Need for Speed: the run si poteva assaporare l'esperienza di una trama filmica a corredo del canonico gameplay di corsa in auto, attingendo da sequenza in quick time event in cui il protagonista poteva di fatto scendere dalla vettura per vivere scene che interlacciassero una gara all'altra. Ma proprio per non stravolgere l'anima del gioco queste sezioni non in auto erano solo sporadiche e pre-animate. Oggi si parla del film vero e proprio ed in un certo senso possiamo dire che il brand dovesse ad un certo punto giungere a questo.

Un asso del volante, Tobey Marshall, (Aaron Paul) coinvolto in loschi traffici da un socio, il mafioserrimo Dino, (Dominic Cooper) finisce dentro. Alla scarcerazione medita vendetta e partecipa così ad una specie di Cannoball Coast to coast. Come si possa vendicare qualcuno partecipando a una corsa non è chiaro, ma può essere che se qualcuno fa una folle-autodistruttiva scommessa sul vincitore programmato e questi non taglia per primo il traguardo, magari dei danni economici potrebbero conseguirne. Ma il socio (che ipotizziamo essere lo scommettitore folle) scopre gli intenti del nostro e cercherà di mettergli i bastoni tra le ruote, mettendogli dietro un manipolo di corridori-mercenari. Mamma questa trama mi ricorda il super Gattiger, qui riproposto nella sigla cantata dal grande Giampi Daldello.


Ma come faceva poi a curvare in Gattiger? Non aveva le ruote centrali che non potevano sterzare? Ma che serviva avere un mega razzo sempre se non puoi fare le curve?? Ok sto divagando, ora torno in tema. Chi sono le maestranza che si muovono alacremente per la messa in pista di cotanto annunciato capolavoro(?) filmico?


Aaron Paul non penso richieda presentazioni se vi siete sollazzati con la splendida serie tv Breaking Bad o avete visto Big Love (serie che io ho detestato con tutta l'anima). Aaron ha un curriculum infinito di parti e particine ed è in cerca della grande affermazione su grande schermo, che noi gli auguriamo. Dominic Cooper ai più sarà noto per aver impersonato nel primo film di Cap. America il futuro padre di Tony Stark, Howard Stark, ma è stato anche il vampiro-ribelle Henry Sturges nel mitico b-movie Abraham Lincoln – Vampire Hunter (di cui parleremo... film che avesse avuto per protagonista Liam Neeson sarebbe stato il film del secolo). Nel film anche Michael Keaton, il mai dimenticato primo Batman di Burton e... e... e... ma chi è tutta questa altra gente?? Ok, cast perlopiù giovane e/o di belle speranze. 

Scrive George Gains, produttore, insieme al fratello John, artefice di ottime pellicole come Hard Ball, Flight e Real Steel (di cui pare stia scrivendo un sequel) con George Lolfi, a cui dobbiamo tra le altre cose Bourne Ultimatum. Alla regia troviamo Scott Waugh, un passato da stuntman per diecimila pellicole e un presente interessante quale autore del documentario Navy SWCC, opera che gli ha aperto la strada verso il suo primo film Act of Valor, film sulle forze speciali americane dal ricercato taglio documetaristico, che mi riprometto di recuperare e recensire quanto prima, che ha letteralmente diviso in due il pubblico ma che ha portato sostanziali incassi a monte di un budget molto ridotto. L'idea di far girare un film pieni di stunt a un esperto degli stessi (come coreografo e lui stesso attore-stunt in ruoli tipo: driver, motocycle man, biker punk...) che per di più con due noccioline tira fuori dei blockbuster non sembra comunque alla fine così male. Producono Dreamdorks ed Electronic Arts. Allo stato attuale il film è in post-produzione, la fase in cui tutto va ben limato, rifinito ed impacchettato. Naturalmente noi vi faremo sapere. Certo che vedere un film di corse semiclandestine il cui protagonista non sia un bullo palestrato (e autoironico) non so quanto possa essere un buon biglietto da visita...
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venerdì 4 ottobre 2013

Le Storie Vol.12: La pazienza del destino


Testi: Barbato; Disegni: Freghieri

                                         

Hollywood, intorno agli anni '50 (ma non è così chiaro). L'attore Barry Melville è perseguitato, qualcuno sta cercando di farlo fuori per colpa dei troppi scheletri che nasconde nell'armadio. Potrebbe aiutarlo Monroe, un detective privato risoluto, mono-espressivo e imbalsamato. Nella lista dei probabili soggetti malevoli figura la starlet Rose Carlyle, una vecchia fiamma dell'attore malamente abbandonata, ma c'è di più, il disegno è più complesso. Pare proprio che Barry sia caduto nella ragnatela di pericoloso nemico, pronto a tormentarlo lentamente, con pazienza e metodo, fino a farlo impazzire. Un avversario che si dimostra quanto più invisibile. Ma di fatto il detective Monroe ha molta pazienza.
Paola Barbato, che inaugurava Le Storie con il numero 1, chiude con il 12 volume la prima annualità della testata insieme a Giovanni Freghieri, matita storica di Dylan Dog nonché amatissima. Il genere prescelto è chiaramente il noir americano classico e non è difficile identificare nella silouette del detective Monroe i tratti somatici del grande Bogey (come lo chiamava Crepax). Anche la copertina ad opera di Di Gennaro è un omaggio, al celeberrimo dipinto Nighthawks di di Edward Hopper, uno dei massimi capolavori d'arte americana. Devo trovarmi un poster...
La Barbato mette in scena una storia ingarbugliata in cui si avvicendano un gran numero di personaggi spesso latori di pensieri criptici. Tutti fanno doppio o triplo gioco e il caos che ne scaturisce disorienta prima e irrita poi il lettore fino alla parte finale del racconto, dove i fili della trama iniziano ad intrecciarsi e possiamo finalmente intuire il quadro complessivo. Con questa chiave finale è quindi possibile rileggere dall'inizio il racconto e dare il corretto ruolo a personaggi ed eventi, godendo appieno di una architettura narrativa complessa e intricata quanto razionale. Tuttavia la prima lettura l'ho personalmente trovata piuttosto ostica e quando ho subodorato che sarebbe arrivato il mega-maxi-spieghine di 30 pagine mi è calata la classica depressione del dylandogofilo medio. Tuttavia alla luce di una lettura completa tutto funziona abbastanza bene e i pregi saltano fuori. Personaggi asciutti e ben congegnati per essere abbastanza sgradevoli e poco empatici, preda di desideri per lo più egoistici. Un'atmosfera claustrofobica e disperata, carica di spazi stretti tra vicoli di mattoni, cantine, angusti camerini, piccoli bar. Un ritmo narrativo che affronta con disillusione, con distacco medico-paziente, le scene più raccapriccianti. Glaciale. Un glaciale ben fatto. I disegni di Freghieri affrontano con coraggio il difficile compito di illustrare senza evidenziare la linea d'ombra tra bene e male. Un'occupazione che di fatto svolge da anni con il massimo impegno e risultato su Dylan Dog. I disegni de “La pazienza del destino” risplendono della glacialità e neutralità della pagina scritta; attenti a non indugiare troppo in dettagli “rivelatori”, i volti dei personaggi si adattano perfettamente al compito di alimentare dubbi nel lettore. Laddove però è possibile rappresentare senza indugi, il disegnatore scatena la sua abilità nell'illustrare efficaci tavole dai forti contenuti drammatici e sanguinolenti.


Anche questo numero presenta quindi una storia affascinante e perfettamente corredata da ottimi disegni. Se proprio devo imputarle un difetto veniale, non posso che citare la lettura, a volte difficile e macchinosa, delle prime pagine. Ma come già esposto è un problema che a monte della lettura integrale facilmente scompare. 
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